
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 20 agosto 2004
Najaf, Sadr lascia la moschea di Alì
Il risultato raggiunto grazie alla mediazione dell'ayatollah Sistani.
su Il Sole 24 Ore del 20 agosto
Dopo diciassette giorni di battaglia, i miliziani fedeli all'imam radicale sciita Moqtada al Sadr hanno lasciato pacificamente la moschea di Alì a Najaf. La polizia irachena è entrata nel mausoleo senza incontrare resistenze e ora controlla insieme con le autorità religiose il luogo più sacro per gli sciiti. A riferirlo è stato il ministero dell'Interno iracheno.
La crisi di Najaf si è finalmente risolta, dopo numerosi tentativi di mediazione, grazie a un accordo tra Sadr e il grande ayatollah Alì al Sistani. I fedelissimi dell'imam hanno infatti proposto questa mattina a Sistani, attualmente convalescente a Londra dopo un intervento al cuore, di prendere in consegna le chiavi della moschea. Dopo un giro di telefonate, Sistani ha accettato.
Le chiavi del mausoleo sono dunque passate alla Marjaiya, il consiglio che riunisce le massime autorità religiosa sciite, e nel pomeriggio l'esercito del Mahdi fondata da Sadr ha lasciato il luogo di culto.
La resa dei conti di Allawi
Maurizio Molinari su La Stampa del 20 agosto
Accompagnato dall'avanzata di carri armati e soldati verso le roccaforti sciite di Najaf e Baghdad l'ultimatum del premier iracheno Iyad Allawi al leader ribelle Moqtada al Sadr lascia intendere la volontà di una resa dei conti con la guerriglia che continua a minare la stabilità del Paese a quasi 17 mesi dal rovesciamento di Saddam. Forte del sostegno politico della Casa Bianca e dell'appoggio militare del corpo di spedizione dei marines Allawi punta ad ottenere contro Al Sadr la sua prima vittoria bellica sul campo ad un triplice fine.
Primo: dare inizio alla repressione armata del più ampio fronte della guerriglia che, oltre agli sciiti dell'Esercito del Mahdi, comprende i sunniti nostalgici del Baath e le cellule di Al Qaeda guidate da Abu Musaq al-Zarqawi. Secondo: affermarsi politicamente come il leader più potente e spietato del dopo-Saddam, al fine di liberare il campo da possibili rivali in vista delle elezioni in programma nel gennaio 2005, nella consapevolezza che la popolarità in Iraq la si ottiene dimostrando di essere più forti della concorrenza. Terzo: far sapere a Teheran, accusata di fornire volontari ed armi ad Al Sadr, che è il momento di porre fine alle ingerenze nelle regioni del Sud e quindi, indirettamente, far giungere lo stesso messaggio a Damasco riguardo ai rifornimenti che fa passare verso le basi guerrigliere nel Triangolo Sunnita.
Se Allawi riuscirà a vincere la battaglia di Najaf il prestigio ricavato si farà sentire in tutte le capitali della regione, se invece Al Sadr riuscirà a beffarlo con le armi o con l'arguzia politica allora la legittimità del premier ad interim potrebbe uscirne irrimediabilmente indebolita e la rivolta sciita potrebbe allargarsi a macchia d'olio nelle prossime settimane. L'amministrazione Bush ha un interesse diretto in una vittoria chiara e visibile di Allawi perché riuscire a mettere sulla difensiva la guerriglia a fine agosto significa avere maggiori garanzie su un Iraq stabile a inizio novembre, quando gli americani si recheranno alle urne per scegliere il nuovo Presidente.
Denuncia di un settimanale scientifico: «Medici militari Usa coinvolti nelle torture»
sommari de l'Unità del 20 agosto
La complicità dei medici e degli altri operatori sanitari militari statunitensi nelle torture e negli abusi sui prigionieri in Iraq, Afganistan e Guantanamo è denunciata da un articolo e dall'editoriale dell'ultimo numero di The Lancet, prestigioso settimanale britannico di medicina, una delle più accreditate riviste scientifiche del mondo. Steven H. Miles in Abu Ghraib: its legacy for military medicine fa un quadro terrificante di violazione di tutte le regole e le norme internazionali, a cominciare dalla partecipazione di alcuni medici alla definizione e alla messa in pratica di «interrogatori coercitivi dal punto psicologico e fisico».
Sulla scena dell'Onu
Sergio Romano sul Corriere della Sera del 18 agosto
E' probabile che la battaglia per la riforma dell'Onu e per la composizione del suo Consiglio di sicurezza sembri a molti un esercizio inutile. Il bilancio, dopo le molte speranze suscitate dalla fine della Guerra fredda, non è positivo. Le Nazioni Unite sono uscite frettolosamente dalla Somalia, non sono intervenute in Ruanda, hanno fallito in Bosnia, sono state ignorate al momento della guerra del Kosovo, si sono limitate ad avallare la spedizione afghana degli Stati Uniti e si sono clamorosamente spaccate alla vigilia della guerra irachena. E' davvero necessario battersi per un seggio semipermanente al Consiglio, come sembra deciso a fare il governo italiano? La questione è meno semplice di quanto non sembri. L'Onu funziona male, ma è il solo pianista di cui disponiamo. Gli americani non l'amano, ma sono costretti a tenerne conto, soprattutto quando non riescono a sbrogliarsela da soli, come sta accadendo oggi in Iraq. La maggiore organizzazione internazionale è poco adatta ad affrontare le gravi crisi internazionali, ma è riuscita ad evitare che molte piccole crisi diventassero grandi. Non è il governo del pianeta, ma è un palcoscenico su cui ogni Stato recita la sua parte ed è grande, medio o piccolo, a seconda del rango che gli viene assegnato e dei meriti che riesce a conquistarsi in quella sede. Il cancelliere tedesco lo sa ed è convinto che un seggio permanente in Consiglio di sicurezza concluderebbe brillantemente il processo di riabilitazione del suo Paese.
Ma presenta per l'Europa e per noi un doppio inconveniente. In primo luogo porterebbe acqua all'idea di un direttorio tripartito, al vertice dell'Unione, composto da Francia, Germania e Gran Bretagna: una prospettiva che gli altri partner non accetterebbero e che rischierebbe di paralizzare il processo d'integrazione. In secondo luogo lascerebbe l'Italia fuori della porta e la collocherebbe inevitabilmente su uno scalino più basso. Se la Germania vuole un seggio permanente, noi (che non possiamo aspirare a tanto) abbiamo quindi interesse a proporre la creazione di un gruppo di Paesi semipermanenti di cui facciano parte contemporaneamente Italia e Germania. Qualcuno potrebbe sostenere che anche quella del governo italiano non è una battaglia per l'Europa e per la sua unità. E' vero, e mi piacerebbe che non fosse costretto a farla. Mi piacerebbe che ne facesse un'altra: quella per l'istituzione al Consiglio di sicurezza di un seggio destinato all'Unione europea. Ma fino a quando Francia e Gran Bretagna non vorranno rinunciare alle loro prerogative, l'Italia ha interesse a mettere sul tavolo tutte le sue carte: il contributo al bilancio dell'Onu, la partecipazione al G8, la presenza nelle operazioni militari, il ruolo nel Mediterraneo e persino, perché no?, i buoni rapporti del presidente del Consiglio con il presidente americano e il primo ministro britannico. So che alcune di queste carte non piaceranno all'opposizione, e posso comprenderne le ragioni. Ma un'opposizione che vuole governare ha l'obbligo di chiedersi realisticamente: voglio ereditare, quando andrò al governo, un'Italia declassata?
Camicia aperta e sorrisi, il Cavaliere lancia il bagnino style
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 18 agosto
Camicia aperta fino all'ombelico per mostrare il villoso petto, sorriso plasti-chirurgico con labbra Michelin e, tocco finale, una stupefacente bandana da cubista. Oddio, qualche inconveniente c'è stato. Basti pensare ai telegiornali che, dovendo mandare in onda le sue indignate dichiarazioni sul vile attacco dei miliziani ai nostri carabinieri a Nassiriya, hanno usato come immagini la sua passeggiatina tra le botteghe di Porto Cervo tra Tony e Cherie Blair. Immagini che, con quella allegria forzata, quei modi finto-disinvolti tra body-guard aggressivissimi, quei saluti con la manina alla gente che ciabattava tra le gioiellerie e il porto dove sono attraccate barche coi pavimenti in marmo di Carrara e librerie coi libri vuoti per risparmiare sul peso, stonavano in modo accecante con la guerra in Iraq. Per non dire del contrasto con le vacanze coatte di milioni di italiani costretti a ritagliarsi un po' di sabbia fetida su fetide spiagge tra fetide rovine industriali quale quella di San Giovanni a Teduccio dove giorni fa è morta quella mamma dopo aver salvato i suoi tre figli. Per carità, i gusti sono gusti. E il presidente del Consiglio ci ha già abituati a show che sembrano rifarsi alla incessante voglia di stupire di un genio del circo come Phineas Taylor Barnum
Onestamente: a quanti premier al mondo, dal Giappone al Costarica, sarebbe venuto in mente di chiudere una serata come quella dell'altra sera a Porto Rotondo con una serie di fuochi d'artificio con la scritta finale W Tony degna di un materassaio della Bassa alla festa in onore di ricchi cammellieri maghrebini? Il capo del governo italiano, come devono ammettere anche gli avversari, non ha tutti i torti quando denuncia, nella stampa straniera, l'esistenza dei soliti, vecchi e insopportabili pregiudizi anti-italiani (inaffidabili, mafiosi, disordinati, privi di senso dello Stato...) mascherati da un pregiudizio anti-berlusconiano. Basti pensare alla copertina dello Spiegel col titolo Il Padrino, al documentario sull'Italia berlusconiana che aveva come sottofondo la musica del celeberrimo film con Marlon Brando, a reportage come quello del tedesco Hans-Jürgen Schlamp secondo il quale nella repubblica di Berlusconi diventa legge quello che serve a questo omuncolo di 1,64 m con un ego enorme. Per non dire di certi pezzi come quello pubblicato nel gennaio scorso dal Times: Il primo ministro italiano, noto per l'abbronzatura permanente e la suscettibilità per la sua altezza.... O ancora il reportage del New York Times del dicembre 2003: Il premier italiano ha ridotto la politica a una soap opera. Il Paese si trova in una condizione catastrofica. Dopo lo scandalo Enron il congresso americano ha approvato immediatamente leggi per prevenire simili abusi. L'Italia, invece, è andata per la sua strada. Guidata da Berlusconi ha approvato leggi per impedire che siano punite le frodi in bilancio. In tal modo si è preparata la strada allo scandalo Parmalat. Una lettura dei fatti spesso dichiaratamente ostile. Ma certo il nostro premier non fa molto per far cambiare idea ai cronisti stranieri che poi formano l'opinione pubblica del mondo.
Chiaro: gli italiani non sembrano aver rimpianti per certi lugubri figuri della Prima Repubblica, che vestivano sempre di nero e parlavano una lingua incomprensibile e si facevano scudo della più anonima seriosità per mascherare la mancanza di una serietà di fondo nella gestione della cosa pubblica. Ma forse, tra l'inamidato e luttuoso formalismo di un tempo e la bandana da discotecaro che, come qualcuno ha scritto, ci tirerà addosso nuove ironie sulla Repubblica delle Bandane, c'è una via di mezzo. Alla larga dalle ipocrisie: non basta un doppiopetto a fare uno statista, non basta un orecchino o un parrucchino carota a ridicolizzare uno scienziato nucleare. Ma se il Cavaliere ritiene di avere un problema di immagine, reso ancora più evidente da questi soggiorni nella villa in Sardegna tra piscine abusive e finti antichi nuraghi, carrubi di mezzo millennio trapiantati e attracchi alla 007, forse non saranno un lifting o la bandana a renderlo più credibile agli occhi degli scettici. A chi vorrebbe somigliare?, gli chiese una volta Enzo Biagi. Rispose d'essere indeciso tra Adenauer, Churchill e De Gaulle. Scelga pure con comodo. Ma se avesse intenzione di stupirci la prossima volta con qualche altra sortita giovanilista tipo un simpatico tatuaggio, per favore, ci pensi su.
Cattivi ministri
Valentino Parlato editoriale de il Manifestodel 20 agosto
Se non fossimo d'agosto e in un paese piuttosto allo sbando, questo ministro Roberto Castelli andrebbe licenziato entro 48 ore. Sullo stato delle carceri italiane tutti sappiamo che è un disastro, sovraffollamento, sporcizia, invivibilità. Tutti sappiamo anche che nel mese di agosto, quello più insostenibile, nelle carceri esplode la disperata rabbia dei carcerati. Quando con precisa regolarità riscoppia la rivolta del vetusto carcere romano di Regina Coeli, che cosa dice il nostro ministro? Nessuna ammissione autocritica sullo stato delle carceri e sulla prevedibilità dell'evento. Niente di tutto questo. La risposta è: c'è stato un complotto, ci sono stati sobillatori e, sempre a sproposito, il ministro resuscita «i cattivi maestri». «Ora - afferma - quei detenuti dovranno pagare le conseguenze di quello che hanno fatto. Così chi dice di voler alleviare le loro sofferenze in realtà le ha aggravate». Mai che gli venga in mente di dire: avete pure qualche ragione e mi impegno a migliorare le vostre condizioni. No, pagherete duro.
Quanto poi ai sobillatori, ai cattivi maestri, chi sono costoro? Sono parlamentari che in base a un loro diritto dovere vanno a visitare le carceri. Il nostro ministro questi parlamentari li divide in due categorie: 1) quelli che in buona fede e senza volerlo provocano le rivolte e quelli che intenzionalmente accendono la miccia e pertanto vanno a visitare le carceri proprio nel periodo caldo d'agosto, come appunto i radicali. Quelli in buona fede sono gli stupidi e quelli in malafede i delinquenti.
E' accettabile un tale comportamento in una repubblica europea e in questo secolo? I radicali già, e meritoriamente, hanno annunciato che quereleranno il ministro. Ma è legittimo chiedersi che cosa intendano fare i presidenti della Camera e del Senato: neppure una garbata nota di biasimo?
Ps. Il ministro però ha fatto intendere che un rimedio ci sarebbe: «Con la legge Bossi-Fini abbiamo rimandato a casa loro 2.200 detenuti». Si potrebbe trovare un accordo con qualche paese del terzo mondo per scaricarne lì qualche altro migliaio, così come con le scorie radioattive. E, citando il suo presidente del consiglio, potrebbe aggiungere che li manda in villeggiatura. Oppure: privatizzare, come in altri paesi occidentali, le carceri. Un bel programma di appalti per la costruzione e la gestione di nuove carceri: un aiutino alle imprese private.
Carceri, Casini contro Castelli
"Le visite un diritto dei parlamentari, provi le accuse"
(b.j.) su la Repubblica del 20 agosto
ROMA - Visitare le carceri è «una prerogativa» di tutti i parlamentari. Se il Guardasigilli sa qualcosa, nomi, circostanze, fatti, tali da far ritenere che esista un legame fra le visite ai penitenziari da parte di alcuni esponenti politici e i disordini carcerari, parli chiaramente. Il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, interviene in difesa delle prerogative dei parlamentari, dopo le affermazioni del ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che intervistato ieri da Repubblica aveva rivolto alle opposizioni un attacco senza precedenti, accusandole di «fomentare le proteste nei penitenziari».
«Il diritto a visitare le carceri», ricorda la terza carica dello Stato, interpellato da Repubblica a margine delle cerimonie di ieri a Trento per Alcide De Gasperi, «è una prerogativa riconosciuta ai parlamentari italiani che, sono certo, la esercitano con equilibrio e umanità».
Il guardasigilli ha accusato esplicitamente alcuni esponenti della sinistra quando dice che «non è la prima volta che in agosto alcune carceri sono visitate da personaggi di varia estrazione politica» e poi «negli stessi penitenziari scoppiano le rivolte». Secondo Castelli, «tre indizi fanno una prova». Casini, ancora una volta, non si sottrae. «Immagino», risponde infatti il presidente della Camera, «che il ministro Castelli sia in possesso di elementi concreti che fornirà alle autorità competenti».
La polemica politica intanto cresce. Ieri è stato rifiutato l´ingresso a Regina Coeli a Luigi Manconi, ex senatore verde, "garante dei diritti delle persone private della libertà personale", con una delegazione del Campidoglio.
Togliatti i meriti e i limiti
Mario Pirani su la Repubblica del 20 agosto
SONO passati quarant´anni dalla morte di Palmiro Togliatti, avvenuta il 21 agosto 1964 in Crimea, dove il capo dell´allora più potente partito comunista di Occidente si era recato per discutere con Krusciov e i dirigenti sovietici la crisi che aveva investito i rapporti tra Cina e Unione Sovietica e i problemi che ne derivavano per il movimento internazionale di osservanza bolscevica. La salma venne riportata a Roma, dove il 25 agosto, in una accaldata giornata estiva, un milione di persone dolenti e commosse, accorse da tutta Italia, la accompagnò al Verano. Alla manifestazione commemorativa il suo successore, Luigi Longo, dette notizia di un documento riservato, che il defunto aveva scritto nei giorni precedenti alla morte, il cosiddetto memoriale di Yalta, nel quale, criticando le "degenerazioni" prodotte dal "culto della personalità" (alias lo stalinismo), si proponeva il "policentrismo" come regolatore delle relazioni tra i partiti comunisti.
Al comizio di Longo assisteva indispettito l´allora quasi sconosciuto Leonida Breznev che un mese dopo, utilizzando anche quello scritto, avrebbe defenestrato con un colpo a sorpresa il popolare Nikita, reo di aver demolito in maniera troppo dirompente e liquidatoria il mito di Stalin.
Se, per un verso, quegli eventi appaiono lontanissimi, attinenti a una epoca travolta nel 1989 dall´infarto della caduta del Muro di Berlino e, poi, dalla scomparsa dell´Unione sovietica, dall´altra il ciclone politico, ideologico, culturale suscitato da quei fatti non si è ancora placato. Il giudizio non riesce così a risolversi nell´oggettività della ricerca e ogni qualvolta uomini e cose di quel periodo tornano all´onor delle cronache, l´empito partigiano degli uni o degli altri si traduce in anatemi assoluti, rimozioni colpevoli, riconferme assurde, tutte ispirate dalla utilizzazione della Storia a fini politici attuali, così che i fatti di allora vengon dipinti fuori dal loro contesto e misurati con metri flessibili e strumentali di pronto uso.
L´assunto da cui parto è che Togliatti fu il più preminente capo politico che la sinistra italiana abbia avuto nel corso del XX secolo e che la sua eredità, in positivo e in negativo, marchi a tutt´oggi i suoi successori, succubi di una disfatta epocale ma anche ad essa sopravvissuti grazie ai resti di un lascito patrimoniale che risale, lo vogliano o no, proprio al togliattismo. Così che il tentativo attuato più volte in casa Ds di auto rappresentarsi come il frutto di una partenogenesi senza padri, "post '89", è regolarmente naufragato nel velleitarismo e nella incapacità, almeno finora, sia di costruire, su questa base artefatta, un vasto schieramento riformista, sia di evitare l´insorgere di uno scissionismo estremista sempre più paralizzante. Per contro, la piena assunzione, spietatamente critica ma altresì pienamente responsabile, del proprio passato, avrebbe avuto -almeno così amo pensare- una valenza liberatoria capace di fornire gli strumenti per una ripartenza non inficiata da ambiguità, sensi di colpa, complessi di inferiorità che hanno costretto a ripetuti cambiamenti di nome, alla ricerca di simboli erbivori che cancellassero tradizioni e ricordi, alla delegittimazione dei gruppi dirigenti, alla rinuncia ad esprimere un candidato premier, rassegnati al ruolo bastardo di "figli di un dio minore".
Ma anche il discorso sullo stalinismo di Togliatti si rivela monco. Più semplice proclamare un atto di abiura etica che confrontarsi col dilemma di una scelta di campo dettata dallo spirito di sopravvivenza di quel piccolo partito clandestino sotto la dittatura fascista. E anche senza fare i conti con le decisioni solitarie di quegli uomini coraggiosi e liberi, pur dietro le sbarre, che scelsero altre strade, sciogliendo il legame di ferro con l´Urss sotto l´imperativo morale della ingiustificabilità dei mezzi in nome di fini presuntivamente superiori. Nel partito comunista d´Italia questo costò a Gramsci il totale isolamento e a Tasca, Silone, Spinelli, Valiani, Terracini e molti altri l´espulsione. La loro restò, peraltro, un´alta testimonianza individuale ma non divenne mai, almeno fin dopo la caduta del fascismo, una piattaforma di aggregazione e il partito comunista, fino al sorgere del partito d´Azione e dei nuclei di Giustizia e Libertà, a cavallo degli anni Quaranta, resterà nella clandestinità l´unica forma organizzata e permanente di opposizione al fascismo. Senza il retroterra e il mito sovietico cui riferirsi, senza il sostegno di Stalin, quella militanza organizzata, pur nelle sue ridotte dimensioni, sarebbe stata travolta, seguendo la sorte dell´assai più consistente partito socialista; senza quella continuità di militanza non vi sarebbe stata la presenza aggregante - da Nenni a Pacciardi - dei garibaldini nella guerra di Spagna, i primi grandi scioperi di Torino e Milano nel ´42, la potenziale capacità di suscitare e organizzare la Resistenza dopo l´8 settembre, la sapienza strategica che dette vita alla grande alleanza antifascista e che resse fino alla fondazione della Repubblica e alla stesura della Costituzione.
L´atto fondativo della complessa operazione che in pochi anni portò il piccolo partito di marca bolscevica a trasformarsi nella più grande organizzazione politica di massa dell´Italia libera fu la svolta di Salerno quando Togliatti propose, contro l´avviso di repubblicani e socialisti, di accantonare la pregiudiziale anti monarchica. Questo consentì la formazione del governo del Cln e ad un paese sconfitto di partecipare alla guerra, sia nelle regioni occupate che in quelle libere, accanto agli Alleati come cobelligerante. Uno status che permise a De Gasperi di firmare un trattato di pace ben diverso da quello subìto dalla Germania. Coerente a questa premessa fu la creazione del "partito nuovo", non più formazione elitaria di quadri rigidamente ortodossi, ferreamente inquadrati alla bolscevica, ma larga struttura di massa, senza obblighi ideologici, dove cattolici e laici potevano affluire, aperta alle giovani generazioni uscite dal fascismo e agli intellettuali di più varia provenienza, attratti dalla scoperta e dalla diffusione del pensiero di Gramsci. Questo partito non si dedicava affatto alla predicazione del socialismo, ma era capillarmente orientato alla organizzazione della vita quotidiana del popolo, a coglierne le differenziate aspirazioni, a guidarne le lotte sindacali, a orientarne le aspirazioni politiche nell´ambito esplicito della Costituzione appena approvata. Due atti di rilevantissimo significato servirono in quel periodo, a misurare concretamente il perimetro politico e ideale scelto dal Pci: il primo fu l´approvazione dell´art.7 della Costituzione che sanciva l´inserimento nella Carta del Concordato con la Chiesa, momento topico da cui si dipanerà quel rapporto peculiare col mondo cattolico che ha segnato da allora in poi, tra alterne vicende, la dialettica tra Pci e Dc ed oggi tra Ds e Popolari (di qui anche il fallimnento del decreto di scomunica dei comunisti emesso da Pio XII nel 1949); il secondo fu l´amnistia che Togliatti, ministro Guardasigilli, promosse e firmò a beneficio degli ex fascisti repubblichini come segno della saldezza raggiunta dalle istituzioni repubblicane ed invito a ricostituire l´unità degli italiani.
Tuttavia, così operando, Togliatti non abbandonò mai il legame con l´Urss, né esitò ad esaltare Stalin (incredibile fu la celebrazione del suo 70º compleanno: da ogni villaggio, fabbrica, organizzazione territoriale vennero inviati doni all´amato Baffone con in cima un´Alfa di gran lusso offerta dal Comitato centrale; quindi un treno speciale trasportò i regali a Mosca dove vennero sistemati in un apposito museo). Eppure persino il mito del "paradiso socialista" servì paradossalmente a Togliatti, che aveva ben presenti gli invalicabili confini di Yalta, per perfezionare la sua strategia in patria.
Questo miracoloso collante che univa l´anima riformistica e quella eversiva della sinistra italiana (anche il Psi di Pietro Nenni ne usufruiva) era però destinato a dissolversi. Sulla destra, quando le degenerazioni e le infamie del regime sovietico a Budapest a Varsavia e poi a Praga, rivelarono la sua irriformabilità; sulla sinistra, quando il declino e la scomparsa dell´Urss lasciarono il campo ad altre utopie: la Cina della "rivoluzione culturale", la Cuba di Castro. il terzomondismo, le predicazioni del sub comandante Marcos o - è cosa di oggi - la fascinazione del colonnello Chavez.
È in questo frangente, negli ultimi anni della sua vita, che la strategia di Togliatti mostra un limite e una contraddizione organica che egli non riesce a superare. Non lo smuove la condanna di Tito, che pur dimostra la possibilità di sfuggire all´abbraccio sovietico, non lo smuove la nuova ondata di processi a Mosca e nei paesi dell´Est, non lo smuovono i moti di Varsavia, la rivoluzione ungherese, le rivelazioni di Krusciov. Non riesce quindi a concepire una fuoruscita da quel legame ma solo una accorta revisione che dovrebbe permettergli il proseguimento della precedente strategia. Così facendo commette il più grave errore della sua vita: isterilisce il partito, che perde centinaia di migliaia di aderenti, congelandolo nella sua diversità, spacca la sinistra italiana, che da allora non si è più ricomposta, rende imperitura la "conventio ad excludendum". Perché un uomo che aveva dato tante prove di lungimiranza rifiutò, quando la Storia gliene offrì l´occasione, di liberare in tempo il suo partito dall´abbraccio mortale con l´Unione sovietica? Pessimismo sull´evolversi della guerra fredda ? Sulla possibilità di portare il partito e le masse che lo seguivano ad un grande compromesso riformista, la Bad Godesberg inutilmente invocata? Incomprensione delle trasformazioni che stavano mutando la realtà economica e politica (il boom degli anni ´60 e l´avvento del centro sinistra)? Sordità totale nei confronti dell´America, delle sua democrazia e della sua cultura? Le risposte meriterebbero un approfondimento, anche perché i suoi successori, malgrado "strappi", "compromessi storici" e altre parziali modifiche non riuscirono a traghettare la sinistra sull´altra sponda prima che il crollo del muro di Berlino cadesse anche sulle loro teste.
Così De Gasperi si giocò il '48
Giampaolo Pansa su la Repubblica del 18 agosto
Chi lo conosceva, Alcide De Gasperi, prima della campagna elettorale per il 18 aprile 1948? Se debbo fidarmi dei miei ricordi di dodicenne, non tantissimi tra gli italiani del tempo. Ma nella nostra famiglia larga, e appassionata di politica, il capo della Dc era una figura sempre presente nei dibattiti serali, attorno al tavolo della cucina. Agli uomini, tutti rossi, socialisti o comunisti, De Gasperi non piaceva per niente.
Lo giudicavano un lacchè dell´America e del Vaticano, amico dei padroni e dei fascisti.
Sul tavolo veniva squadernato il Don Basilio, un settimanale satirico anticlericale, allora molto in voga. De Gasperi vi era effigiato in vignette al vetriolo. Sempre vestito da pretacchione e con un naso adunco da avvoltoio. L´appellativo più gentile era "monsignor von Gasperi". Gli uomini si passavano il giornale, ringhiando alle donne di casa: Guai se votate per questo qui!.
Ma le donne non si facevano intimorire. Non lo confessavano in modo aperto, però a loro la Dc piaceva. Pensavano, sia pure in modo confuso, che fosse il partito capace di portarle fuori da un dopoguerra senza fine. E consideravano De Gasperi un tipo più rassicurante dei capi comunisti che vedevano al cinema, nella Settimana Incom, il telegiornale dell´epoca. Più di quel Togliatti, troppo gelido e dalla vocina rauca. E ben più dei Secchia e dei Pajetta, sempre faragginati diceva mia madre, pronti a scaldarsi per un niente.
Poi arrivò la campagna del 18 aprile. La ricordo soprattutto per due ragioni: la sua colonna sonora e il comizio di De Gasperi nella nostra piccola città, Casale Monferrato. La colonna sonora era un samba all´italiana. Faceva così: O mama, o mama, o mama, / sai perché / mi batte il corazòn? / Mi piace una muchacha?.
La canzone, parole di Dante Panzuti e musica di Carlo Concina, nella primavera del 1948 aveva sfondato. Soprattutto al circolo Stella Rossa, la rinomatissima sala danze del Pci.
Chi ballava quel samba con movenze divine era la compagna Elvira, trentenne e tutta curve. Una giovane vedova di ferroviere, dalla serietà assoluta. Ma che alla Stella Rossa, il sabato sera, si tramutava in una Rita Hayworth casalinga, abito attillato, calze con la riga e tacchi alti. Capace, con la sola mossa dell´anca, di farti immaginare scenari peccaminosi.
Più decisivo sotto l´aspetto politico fu l´arrivo di De Gasperi. Anche da noi, la campagna elettorale si rivelò al calor bianco. La città si divise, si combatté, si odiò. Sembrava ricominciata la guerra civile. Per fortuna le armi erano diverse: manifesti, comizi, giornali murali e parlati, mostre, pacchi dono. Si diceva che i capi del Pci locale avessero messo giù la lista dei borghesi da arrestare. E qualche industriale del cemento fece partire la famiglia per la Svizzera.
De Gasperi comparve nel mezzo di questa guerra, il lunedì 21 marzo 1948.
Nel pomeriggio, poco dopo le 15, l´Aprilia presidenziale arrivò in città. De Gasperi fu subito portato in piazza del Cavallo, il centro del centro, dove lo aspettava una folla da sbalordire. Non s´era mai vista tanta gente attorno alla statua equestre di Carlo Alberto. La folla cominciò ad applaudirlo, frenetica, non appena si affacciò da un balconcino, sopra il Caffè Savoia. Accanto a De Gasperi c´erano i due diccì più in vista della città. Il sottosegretario agli Esteri, Giuseppe Brusasca, monferrino. E il segretario del partito, Francesco Triglia, molto noto per via del suo negozio di tessuti, la pregiata ditta Nobet.
C´ero anch´io in piazza del Cavallo, da solo, per curiosità. E De Gasperi lo rammento bene. Un signore alto, secco, austero anche nell´abito stazzonato, il naso davvero a becco, la faccia stropicciata dalla stanchezza, dove si leggevano tutti i sessantasette anni che stava per compiere. Il volto aveva un´espressione singolare, tra l´assorto e il combattivo. Anni dopo, la trovai descritta così, dalla figlia Maria Romana: quella di un felino attento, gli occhi stretti come due fessure alzate agli angoli, le sopracciglia grigie e arruffate, un tratto che gli restava per un attimo sul viso quando aveva battuto un avversario.
Dopo la mattinata al santuario di Crea, l´odiato-amato Alcide aveva le gomme sgonfie. E il suo discorso non passò alla storia. De Gasperi si limitò a battere sul chiodo che gl´importava di più: il voto del 18 aprile era un referendum sul futuro dell´Italia, in bilico tra un avvenire di libertà e un baratro d´oppressione. Quindi concluse con un monito ben scandito: Chi non vota, commette una viltà. Votare è un dovere. Votare male è un tradimento!.
La piazza si spellò le mani nell´applauso. A cominciare dalle donne, tantissime. Se qualcuno del Fronte Popolare fu tanto acuto da rendersene conto, di certo intuì, lì, sul momento, come sarebbe finita la battaglia del 18 aprile.
Il seguito è presto detto. Anche a Casale, città rossa, vinse la Dc: 11.556 voti contro i 10.356 del Fronte. Il sottosegretario Brusasca paragonò la vittoria a quella di Lepanto contro i turchi. E il vescovo Giuseppe Angrisani volle un´ora solenne di adorazione nel Duomo, per ringraziare il Signore del buon esito delle elezioni.
Quanto a De Gasperi, anni dopo si seppe che, la notte del trionfo elettorale, chiese a chi stava in ufficio con lui: E adesso che cosa ne facciamo di tutti questi voti?. Domanda retorica, perché lui sapeva benissimo che cosa farne.
Il premier billionaire
Michele Serra su la Repubblica del 18 agosto
Essere qui a interrogarci sulla bandana di Berlusconi non è esattamente quello che avremmo sperato di fare nella nostra vita adulta. Evidentemente, ognuno ha i rovelli che si merita.
A noi tocca, da qualche anno, soprattutto verificare e controllare, giorno dopo giorno, che gli elementi di commedia rimangano prevalenti, nella vicenda italiana contemporanea, rispetto a quelli potenzialmente tragici. Da questo punto di vista, il Bandana-Day è un segnale abbastanza controverso. Da un lato tranquillizza: è difficile immaginare un uomo con la bandana asserragliato a Palazzo per indire un golpe ? al massimo starà covando un gavettone. Dall´altro inquieta, come accade ogni volta che un uomo di potere dà segni percettibili di squilibrio.
Per esempio ricevendo un capo di Stato straniero vestito come in un pigiama-party dei primi anni Ottanta.
I tabloid inglesi, banalizzando una volta di più, avevano sgridato i coniugi Blair perché andavano ospiti "del nuovo Mussolini". Categorie decrepite, bassezze antitaliane. Il mistero (e l´orrore) del berlusconismo non sta nella replica di vecchi stili, ma nella gioiosa abrogazione di qualunque stile (o, se volete, nell´adozione alla rinfusa di tutti gli stili, postmodernamente e televisivamente, per far ridere gli amici e per compiacere la clientela di ogni ordine e grado).
La bandana di Berlusconi, non a caso, è di classificazione complessa: una specie di multibandana, riassuntiva di tutte le bandane. In quel luogo e in questa stagione il primo effetto, quello principale, è briatoresco, da frequentatore anziano, gioviale e ricco di luoghi notturni, alla Billionaire, con un possibile rimando ai "cumenda" milanesi nella Alassio del Muretto. Cafone ma allegro, il tipico, eterno frescone italiano che offre da bere e conosce l´ultima. Berlusconi, insomma.
Il tesoro della Rai? E' nascosto in uffici e corridoi
Centinaia di opere d'arte, con qualche furto misterioso. Ma la raccolta non verrà smembrata
Paolo Conti sul Corriere della Sera del 18 agosto
ROMA Luglio 1993, settimo piano di viale Mazzini. Claudio Demattè, neo-presidente della Rai, entra nel suo studio appena lasciato libero da Walter Pedullà e subito si estasia di fronte a un magnifico paesaggio di Giorgio Morandi. Il manager ha una sincera passione per l'arte e così scruta a lungo la tela. Improvvisamente grida ai nuovi collaboratori: Ma qui c'è un buco!. Si forma un capannello. Verissimo: la povera opera di Morandi ha in effetti un foro da incuria sul basso. La segreteria convoca un restauratore. Poche settimane dopo il Morandi torna al suo posto. Come nuovo. Grazie a quel buco Claudio Demattè, scomparso pochi mesi fa, scoprì uno dei tanti tesori segreti della Rai: una magnifica collezione di arte contemporanea. Di lì nacque l'idea di organizzare un evento sul migliaio circa di opere possedute da Viale Mazzini. Venne allestita a Torino, e in parte girò per l'Italia, la mostra Opere del Novecento italiano nella collezione della Rai. Il tutto torna di grande attualità, in questa estate 2004. C'è chi ha temuto che, tra una imminente fusione della Rai Spa in Rai Holding a causa della legge Gasparri, tra un giochino di proprietà e l'altro, per le mille opere Rai fosse in vista un brutto destino: la dismissione, la vendita, la scomparsa per chissà quali rivoli. Non sarebbe una novità. L'Iri, per esempio, si è sciolta e con lei è finita per sempre la sua splendida collezione: Modigliani, Carrà, De Chirico, gli arazzi realizzati da Capogrossi per il transatlantico Michelangelo e quelli di Casorati per la Leonardo da Vinci, poi Guttuso, Purificato. Federico Zeri spese molte energie perché l'Iri donasse l'intero corpus allo Stato. Chissà come la prenderebbe sapendo che gli arazzi delle navi sono arrotolati in un deposito alla Galleria nazionale di Arte moderna a Valle Giulia mentre molti quadri di proprietà Alitalia sono in un sottoscala nel palazzone alla Magliana. Il resto se n'è andato tra banche, ministero dell'Economia, enti pubblici. Invece dal mitico settimo piano arrivano ampie e per ora solidissime rassicurazioni: qui non ci sarà nessuna dispersione semplicemente perché non ci sarà liquidazione della Rai né altre suddivisioni societarie. E comunque nessun movimento potrà incidere sul destino delle opere. Parola di vertice. Vedremo in autunno, a operazione conclusa. Nella collezione Rai ce n'è per tutti i gusti artistici: gran parte degli acquisti furono curati per decenni da Marziano Bernardi, esponente d'una Rai raffinatissima e colta d'altri tempi. Nel 1962 le opere, indicate in un volume Dipinti e disegni Rai, erano già 814: scorrendo l'elenco in ordine alfabetico si scoprono Carrà, De Chirico, De Pisis, Donghi (uno appeso nella stanza del direttore di Raidue), Guttuso, Levi, Maccari, Mafai, Manzù, Mirko, Morandi, Rosai, Sartorio, Scialoja, Tamburi, Trombadori, Turcato, Ziveri, solo per citare i più importanti. Molte furono acquistate ovviamente a Torino. Poi a Roma, nell'era Bernabei. Molti disegni arrivarono grazie alle commissioni dirette di Bernardi (riecco la famosa Rai che non c'è più): opere grafiche eseguite per la copertina del Radiocorriere su un dramma lirico, una commedia in programma, una rivista. Pare ce ne siamo in circolazione trecentocinquanta. Poi nel 1964 ci furono altri acquisti per la nuova sede centrale di viale Mazzini. Si decise di destinare il cinque per cento delle risorse all'acquisizione di opere d'arte contemporanea, una delle tante fu il famoso cavallo in bronzo di Francesco Messina. Per la sala del Consiglio al pianterreno (che lusso) furono comprati tre arazzi fiamminghi dell'arazziere di Bruxelles Frans Geubels, attivo tra il 1544 e il 1590. Il fatto è che nessuno sa con assoluta precisione quante davvero siano, e soprattutto dove siano, le opere Rai. Scrive con discreta eleganza Pia Vivarelli nel suo testo nel catalogo Electa stampato per la mostra del 1994: Non sempre oggi, come è risultato da rapidi controlli condotti a campione su alcuni autori, c'è un'esatta concordanza tra i lavori attualmente inventariati e i vari elenchi.... Sussurri interni della Rai danno per certe sistematiche sparizioni avvenute negli anni. Si favoleggia addirittura di opere grafiche già sostituite da copie colorate (fotocopie?) con gli originali ormai dirottati altrove. Una cosa è sicura, alla fine degli anni Ottanta svanirono davvero due dipinti dai corridoi e fu avvisata la polizia. Niente in confronto a ciò che accadde venticinque anni fa a via Asiago, sede della Radio: arrivò un Tir, quattro operai assicurarono (documento con firma alla mano) di dover portar via un gran pianoforte a coda da riparare, i custodi Rai aprirono gli studi e dettero educatamente anche una mano. Poi si scoprì che erano ladri: eccellenti attori, ma ladri.
20 agosto 2004