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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 17 agosto 2004


Messaggio di Bin Laden per attaccare l'Europa
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Il 15 agosto, giorno dell'ultimatum del terrorismo islamico, è alle nostre spalle e non ci sono danni. Nessuno può davvero meravigliarsene. L'aggressione di Abu Hafs al-Masri è apparsa fin dall'inizio soltanto "mediatica", come ha osservato il ministro Giuseppe Pisanu. Aveva il solo scopo di riscaldare la paura dell'Italia. Doveva ricordare che una minaccia di morte attraversa le nostre vite e può diventare catastrofe in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, sempre.
Bene, ma ora che l'ultimatum è scaduto, che cosa accadrà? Che cosa può accadere?

Cominciamo dagli obiettivi. Molti addetti pensano che il teatro del nuovo attacco di Osama possa, debba essere la Gran Bretagna. Deduzione più che ragionevole. Miglior alleata di George W. Bush. "Forza occupante" del sud dell'Iraq. Già fortemente infiltrata in patria da presenze discretamente integrate nella comunità musulmana. Come Abu Issa Al-Hindi, trentenne, indiano convertito, arrestato il mese scorso a Londra.

La convinzione che sia l'Inghilterra di Tony Blair il principale nemico da colpire subito non trova tutti gli analisti d'accordo. Negli ultimi giorni, al contrario, è diventata più forte la convinzione che possa essere l'Italia il primo bersaglio. Ieri retrovia logistica utile al reclutamento e all'indottrinamento, piazza protetta per la latitanza o per una nuova identità o un buon finanziamento, l'Italia è oggi il Paese della coalizione emotivamente e politicamente più contrario alla guerra e tuttavia militarmente più impegnato in Iraq, se si escludono Stati Uniti e Inghilterra. Colpire l'Italia amplierebbe il varco aperto l'11 marzo a Madrid. Scuoterebbe la coalizione in Iraq e la comunità europea, isolerebbe ancora di più gli Stati Uniti.

Il nostro Paese può apparire troppo fragile per sopportare l'onda d'urto di un attentato. E' un'immagine di fragilità che lo espone, che lo rende debole agli occhi dell'aggressore.

L'attacco all'Europa sarà nuovo anche per chi lo condurrà. E' la seconda condizione su cui l'intelligence occidentale riflette. Questa volta, con qualche dato di fatto tra le mani: l'arresto dell'ingegnere informatico Mohammed Naeem Noor Khan e la ricostruzione di un incontro, marzo 2004, della giovane classe dirigente della Rete in Waziristan, al confine tra Pakistan e Afghanistan.

Al Qaeda è cambiata. Nei quasi tre anni che la dividono dalla distruzione dell'Afghanistan dei talebani, Al Qaeda si è radicalmente "ristrutturata" per affrontare la sfida lanciata da Washington. Ha mutato pelle e innovato le procedure. Ha resistito, nel momento del più aspro accerchiamento, trasformandosi in "marchio" e "franchising" per i gruppi più diversi, a volte minuscoli, quasi sempre scollegati tra di loro.

Oggi al vertice dell'organizzazione non ci sono più, per fare un nome, i Khalid Shaik Mohammed ideatore della strage alle Twin Towers nel 1993 e della loro distruzione del 2001. Non ci sono più i veterani cresciuti militarmente e ideologicamente con le battaglie in Afghanistan e Bosnia. Al vertice della Rete, ancora ideologicamente orientata da Bin Laden, c'è una più giovane generazione di "combattenti".

Trentenni. Tecnologicamente molto sapienti. Assimilati nelle comunità della diaspora, a Milano, come a Londra, come negli Stati Uniti. Adnan El-Shukrijumah, per fare un nome, è il maggior target del controterrorismo occidentale in queste ore. Si sa che ha poco meno di trent'anni, un brevetto di pilota. Si sa che è cresciuto a Miramar, Florida, educato severamente dal padre wahaabita. Si sa che è specialista di esplosivi.

La guerra in Iraq ha offerto ad Al Qaeda migliaia di El-Shukrijumah. Le capacità di reclutamento sono così rafforzate che oggi nessun azzarda una valutazione sugli organici del Al Qaeda. La distruzione della leadership non ha quindi risolto il problema. Lo ha complicato perché ha moltiplicato, come in un gioco di specchi, i centri del terrore, gli uomini e le loro potenzialità nelle comunità della diaspora dove i nuovi terroristi di Al Qaeda - per dirla con le parole di Pierre de Bousquet, capo del controspionaggio francese - "non destano sospetti. Lavorano. Hanno dei figli. Hanno una fissa dimora. Pagano l'affitto".

Sarà a uomini così mimetizzati e assimilati in Europa che si rivolgerà l'appello di Osama Bin Laden (ammesso che davvero ci sia). Lo sceicco chiederà di colpire il Vecchio Continente. Di fare all'Europa quel che l'11 settembre è stato fatto agli Stati Uniti. Gli uomini, o meglio i ragazzi della nuova Al Qaeda - cellule isolate capaci di organizzarsi senza contatti internazionali - raccoglieranno la sua indicazione. E' l'incubo peggiore per gli uomini del controterrorismo.


Il Presidente demagogo che strega la sinistra
Guido Rampoldi su
la Repubblica

In Venezuela lo scontro tra il populismo autoritario e clientelare di Hugo Chavez e un´opposizione per buona parte altrettanto sbrigativa e inetta s´è risolto, per il momento, con la vittoria del primo. Stando ai dati ufficiali il presidente-paracadutista ha superato con buon margine il 'referendum revocativo´ promosso per esautorarlo.
E´ probabile che abbia qualche ragione il cardinale Castillo Lara quando afferma che a quel 58% di consensi per Chavez abbiano concorso vari espedienti messi in atto dal regime per comprare i voti delle masse povere e pilotare le commissioni elettorali nei seggi.
Ma secondo gli osservatori internazionali che supervisionavano il referendum, come il Centro Carter o l´Organizzazione degli Stati americani, non vi sono stati quei «brogli colossali» denunciati dall´opposizione. E con i tempi che corrono né Washington né l´Europa daranno grande peso alle lamentele degli sconfitti. Dopotutto la loro vittoria avrebbe avuto contraccolpi forti sulla precaria stabilità del Venezuela, il quinto produttore al mondo di petrolio e un grande fornitore degli Stati Uniti. Ora è più remota la possibilità che lo scontro prosegua nelle piazze, il Paese riprecipiti nel caos e l´industria petrolifera nazionale sia costretta a tagliare le forniture. Così Wall Street e le Borse europee hanno salutato con un certo sollievo il successo d´un demagogo che due anni fa l´amministrazione Bush cercò di spodestare con un golpe maldestro. Meno comprensibile è l´entusiasmo per Chavez che ieri percorreva larghi settori della sinistra italiana. Quel poco o tanto di Venezuela che ha a cuore la libertà magari disprezza l´opposizione ma soprattutto detesta Chavez, cui rimprovera con motivo il progressivo svaporare dello Stato di diritto, il clientelismo capillare e lo stato disastroso dell´economia. Ma tutto questo pareva un dettaglio ai politici nostrani che ieri vedevano risorgere a Caracas il sol dell´avvenire, lasciandoci nel dubbio se l´equivoco sia Chavez oppure non poca sinistra italiana.

In realtà il presidente-colonnello (dei paracadutisti) è un militare cresciuto nelle caserme: quello è il suo mondo e la sua formazione. Non lo guida alcuna ideologia né un´articolata visione politica, semmai l´istinto, di cui è parte un formidabile intuito per il potere. Si considera il fondatore del 'bolivarismo´, movimento di cui nessuno ha capito i contenuti anche se in maniera confusa parrebbe spartire con la dignità della patria e i ceti umili. Chi lo conosce gli attribuisce uno slancio autentico, spesso ricambiato, per le classi povere, da cui proviene: ma con la sua imperizia finora è riuscito soprattutto a danneggiarne le prospettive di emancipazione. Stilisticamente può ricordare un Mussolini più autentico e meno ridicolo, per uso sapiente delle pause, vigoria dei gesti, tono potente della voce. Però non è un guerrafondaio né tecnicamente un dittatore. Il suo autoritarismo è soffice, discreto. Non prevede la galera per gli oppositori, semmai si affida alla presenza minacciosa dei 'circoli bolivariani´, alcune migliaia di armati.

Il Paese, la sua società, i suoi gruppi dirigenti, sembrano i tipici prodotti dello Stato-rentier, cioè quello Stato che vive d´una grandiosa rendita petrolifera, con tutte le distorsioni che conseguono quando il governo dispone d´una liquidità illimitata e non avendo bisogno di far pagar le tasse, non è chiamato a rispondere agli elettori-contribuenti. Il petrolio è una manna ma può anche diventare «la cacca del diavolo», come ebbe a dire appunto un venezuelano cofondatore dell´Opec. Perché incentiva il clientelismo e l´egemonia d´una borghesia di Stato in buona parte parassitaria, disincentiva l´iniziativa e il dinamismo, potenzia e everte gli apparati pubblici. Così s´è formato il Venezuela attuale, e Chavez non ha interrotto questa deriva. Semmai ha cambiato la clientela di riferimento: non più la borghesia di Stato, ma le masse 'bolivariane´, cioè sia i fedeli del regime negli slums metropolitani, sia i comandi delle Forze armate su cui il governo si appoggia in cambio di prebende e alti incarichi amministrativi. Che questa 'democrazia castrense´ e populista sia «la speranza dell´America latina», come ieri dichiarava un nostro euro-deputato, può crederlo soltanto una sinistra che sa del mondo quanto la destra, cioè assai poco. Ma anche quel poco dovrebbe sconsigliare questo esotismo terzomondista per il quale perfino Chavez diventa un eroe della libertà. Per quanto l´amministrazione Bush abbia fatto il possibile per renderlo popolare come nemico dei gringos con il mezzo golpe del 2002, il demagogo di Caracas non è esattamente la stella polare del Sud America. Se poi lo fosse per una parte della sinistra italiana, come ieri pareva, allora bisognerebbe inventare un tetto per quanti cominciano ad averne abbastanza di una opposizione che oscilla tra il moderatismo più vacuo e il radicalismo più sventato.


Un leader in declino per poca immaginazione
Ralf Dahrendorf su
la Repubblica

La storia di Tony Blair presenta molti aspetti notevoli; ma si è soprattutto colpiti dal percorso d´un leader carismatico che perde gradualmente smalto e credibilità, per divenire alla fine un politico come tanti: un Carter nel migliore dei casi, non certamente un Clinton e men che meno un Kennedy. E dire che tutto era incominciato così bene. Dopo le lacrime dell´ultimo periodo thatcheriano e il grigio squallore degli anni di Major, un giovane premier (43 anni all´epoca della sua elezione, nel '97) suscitava grandi speranze.
Sembrava possedere tutto: l´arte d´entusiasmare, la capacità di guidare il paese; e prima di tutto un grande potere di seduzione.
I primi dubbi s´affacciarono quando la comunità intellettuale incominciò a rendersi conto che contrariamente alle attese, Blair non possedeva una mente creativa, non era a man of ideas. Nonostante tutto il clamore sollevato intorno alla "Terza Via", non si era circondato d´un gruppo di persone immaginative, e non fondava la sua azione su un sistema di pensiero coerente.

Ma forse il giudizio su Blair e Schroeder non dovrebbe essere troppo severo. Di fatto, in quel periodo le idee non abbondavano nella politica europea. Chirac? Berlusconi? Per quanto si voglia cercare, negli anni dell´ascesa di Blair è difficile trovare un solo membro del Consiglio europeo con le caratteristiche d´un intellettuale. Il premier ha avuto la fortuna d´averne uno al suo fianco: senza il contributo di Gordon Brown, il Regno Unito non avrebbe avuto una seria agenda di politica interna. È grazie a lui che il New Labour ha adottato un livello medio di liberalismo economico, con l´aggiunta d´una robusta politica di sostegno ai più bisognosi. Inoltre, il cancelliere allo Scacchiere è assai interessato alla società civile e alle sue organizzazioni, delle quali Blair sa ben poco.
Al posto delle idee, il premier ha introdotto un certo stile politico, che per qualche tempo era apparso plausibile. Ma oggi questo stile, che alcuni definiscono presidenziale, è controverso. È un fatto che il Consiglio dei ministri ha scarsa influenza sulle decisioni politiche; e meno ancora ne ha il partito laburista. Ogni qualvolta è sorto un problema nell´ambito di competenza d´un qualche dicastero, Blair ha sempre voluto farsene carico personalmente. Appariva in tv dicendo: «Fidatevi di me!». E il più delle volte la fiducia gli veniva accordata. Ma alla lunga, questo metodo ha logorato non solo il governo e il partito, ma anche il Parlamento e la stessa democrazia parlamentare. Le riunioni di gabinetto "nella cucina di casa Blair" - oggi peraltro in disuso - avevano soppiantato le normali istituzioni.

Nel 2001 Blair è stato rieletto senza troppi problemi, anche grazie al disorientamento dei conservatori, sempre più spiazzati da un premier abilissimo nel depredarli d´ogni iniziativa. Peraltro, pochi in Gran Bretagna si sono resi conto delle distorsioni causate dal sistema elettorale. Nel 2001 Blair ha ottenuto poco più del 40% dei voti, con una percentuale di votanti del 60%. Il premier è stato quindi eletto dal 24% degli aventi diritto, ma ha potuto contare su una maggioranza parlamentare di quasi due terzi. Un segnale, premonitore del disastro delle elezioni europee.
Poi c´è stato l´Iraq. Ho appoggiato la linea politica di Blair; ma l´ho fatto perché, ricordando Hitler, vedevo la necessità di sbarrare la strada ai regimi dittatoriali. Non ho mai creduto nell´esistenza d´un arsenale di armi di distruzione di massa, ed ero certo che Saddam non cospirasse con i terroristi. Per il dittatore iracheno, Al Qaeda era una minaccia, più che un possibile alleato. Ma Blair, a chi e a che cosa aveva creduto? Dopo le rivelazioni degli ultimi tempi, la risposta non è facile. Anche se forse pensava che l´Iraq costituisse un pericolo, non era questo il motivo principale della sua decisione. Per lui era prioritaria l´esigenza d´intervenire per cambiare quel regime; e quest´idea era a sua volta legata alla sua voglia di crociate morali. Blair non è un uomo dall´immaginazione creativa, ma ha forti convinzioni etiche derivanti dalla fede religiosa. È più missionario che uomo di pace. Ma ciò ha finito per coinvolgerlo in un ginepraio. Nelle sue successive spiegazioni quel che più colpisce è proprio la confusione.

A questo punto il premier scopre un nuovo filone: quello dei servizi pubblici. Ciò che si propone è distrarre il partito e l´opinione pubblica dalla questione irachena, e dimostrare la propria statura politica a fronte dei problemi interni. Ma quando enuncia una serie d´idee (peraltro non sue) si trova in difficoltà. Ormai la mancanza di fiducia da parte del partito e dell´elettorato s´è trasformata in contestazione. In particolare, il partito laburista lo contraddice su varie questioni, quali il rapporto pubblico-privato in campo sanitario (i Foundation Hospitals) o le tasse universitarie. E rischia d´esser messo in minoranza in Parlamento, nonostante la massiccia maggioranza di cui dispone.
Anche per altri aspetti, non ha più la mano sicura. Probabilmente Blair sarà ricordato per alcuni grandi cambiamenti costituzionali. Innovazioni quali il parlamento scozzese, l´elezione diretta del sindaco di Londra o l´esclusione dei Pari per diritto ereditario dalla House of Lords dureranno nel tempo. Eppure, anche qui il nostro premier senza idee ha fatto un passo di troppo. In occasione d´un rimpasto, l´anno scorso, ha deciso d´abolire la carica più antica dello Stato, quella del Lord Chancellor. Ma a poche ore dall´annuncio è apparso chiaro che quest´operazione non sarebbe andata liscia. Da allora, Blair è stato costretto più volte a far marcia indietro. Questo, insieme ad altri episodi, ci fanno convergere su due conclusioni. La prima è il fatto, già citato, che nell´ultimo anno ha perso progressivamente tutto il suo smalto; lo si può vedere quasi a occhio nudo: non si può più dire che il suo ingresso trasformi l´atmosfera d´una stanza. Ma soprattutto, Blair non gode ormai più della fiducia generale; anzi, è oggetto della stessa diffidenza che suscitano in genere i politici. E benché se ne disperi, non riesce a cambiar metodo per tornare ad aver successo. Ultimo esempio: ha cambiato idea sulla questione del referendum costituzionale europeo senza aver consultato gran parte di coloro che dovrebbero avere voce in capitolo.
La seconda conclusione potrebbe sembrare strana: molto probabilmente Blair sarà rieletto nel 2006. Il partito laburista perderà altri voti, e anche la percentuale dei votanti calerà ancora. È possibile che un buon terzo di quelli che andranno alle urne decidano di non votare né per i laburisti, né per i conservatori. Ma data la struttura del sistema e la perdurante debolezza dell´opposizione, il Labour continuerà a essere il primo partito. E Blair si preoccuperà soprattutto della Storia, come fanno i leader in fase di declino. Ma allo stato attuale, le prospettive a tale riguardo sono, nel migliore dei casi, mediocri.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)


Giornali inglesi all´attacco "Tony va dal nuovo Mussolini"
su
la Repubblica
 
LONDRA - Per le vacanze sarde di Tony Blair il titolo più duro lo ha scelto il "Daily Mail": «Come può blandire il nuovo Mussolini?», si chiede il tabloid britannico. La firma del commento è quella di Mark Seddon, membro della National Executive Committee del Labour, il partito del premier. «Questa settimana - scrive Seddon - il nostro primo ministro comincia una nuova vacanza gratis ospite dell´uomo che l´opposizione italiana chiama il ?nuovo Mussolini´». «Pur tenendo conto delle necessità dell´incarico, della diplomazia e della capacità di muoversi con abilità richieste ai politici - continua l´articolo - resta scioccante che Blair voglia trascorrere del tempo con un leader la cui sinistra coalizione offre spazio ai post fascisti e alla Lega Nord». «The Times» affida la censura del soggiorno «chez Berlusconi» a una vignetta che ricorda i fratelli Grimm: il primo ministro italiano esce da una casetta di marzapane, come quella della strega della favola, e grida «Welcome to Sardinia» a Tony e Cherie. Sotto, la scritta: Hansel e Gretel Blair. Il commento abbinato celebra ironicamente il nuovo corso inaugurato dalla coppia: un intero mese, agosto, senza far nulla.


La Nuova
  


«I pirati dell'isola? Berlusconi e Martino»
Legambiente denuncia lo scempio di Costa Turchese e il raddoppio della base Usa
Giancarlo Bulla su
La Nuova Nuova Sardegna

 VILLASIMIUS. Goletta Verde, storico rimorchiatore di Legambiente, getta la prima ancora in Sardegna e prima del Gran pavese, spara subito ad alzo zero su Berlusconi e dintorni. Affondato, il premier, nel giorno della festa in Costa Smeralda, per l'arrivo di Tony Blair. Tempestivo e irriverente, nell'attacco, l'equipaggio della Goletta. Niente bandiere blu, per la Sardegna: soltanto nere, assegnate nella conferenza d'apertura della missione «Mare nostrum». Ma se le bandiere sono nere, la colpa non è dei sardi, questa volta innocenti o quasi nell'assalto alle coste. I nuovi pirati del mare sono la Finedim Italia, società Fininvest presieduta da Marina Berlusconi, e il ministero della Difesa. L'azienda del Cavaliere vuole realizzare uno scempio ambientale - testuale dal comunicato stampa - nella Costa Turchese, a Olbia. Il ministro Antonio Martino ha sulle spalle il raddoppio della base nucleare americana di Santo Stefano, a La Maddalena, autorizzato nonostante il no del Consiglio regionale.
 «Mezzo milione di metri cubi su quattrocento ettari fra Capo Ceraso e la foce del fiume Padrongianus sono uno scempio ambientale. Non c'è altra definizione possibile, per quello che pretende di costruire la Finedim-Finunvest nel nord Sardegna». Parole di Alberto Fiorillo, portavoce della Goletta Verde. Il primo bandierone nero i signori Berlusconi se lo sono andati proprio a cercare, con quel progetto per fortuna congelato - dice Legambiente - dal decreto «salva-coste» della Giunta regionale. Ma prima di parlare dell'effetto Soru sull'ambiente (anche se un'anticipazione è necessaria: «Plauso con cautela per il decreto blocca cemento», scrivono gli ambientalisti), l'equipaggio ha sventolato un secondo vessillo nero sotto il naso del ministro Antonio Martino. «Gli americani - ha detto Fiorillo - potranno raddoppiare la loro base per i sommergibili nucleari, grazie al via libera del ministero della Difesa e alla faccia del Consiglio regionale che si era opposto. Ma ormai il Governo Berlusconi non ascolta più gli enti locali, com'è accaduto quando volevano stoccare le scorie radioattive».

Se i pirati dell'ambiente sono due, la famiglia Berlusconi e il ministro Martino, secondo Vincenzo Tiana “gli speculatori in agguato sono un esercito e la Sardegna non deve finire nelle mani di chi distruggerebbe e svenderebbe le pecularità che contraddistingono la Sardegna in Italia e nel mondo”.
Questa mattina seconda tappa di Goletta Verde, nel porto di Calasetta. Poi Cagliari e le altre coste, con conclusione, il 23 agosto a Olbia. I ben informati dicono che la mattina dell'ultima missione, l'equipaggio pianterà una bandiera sulla spiaggia di Costa Turchese. Il colore? Nero.


Muore in cella, scontro sui magistrati
Il sindaco di Roccaraso, accusato di concussione, si sarebbe ucciso. La famiglia: no, è stato un omicidio Polo all'attacco: un'altra vittima delle manette facili. E i Ds si dividono sulla carcerazione preventiva
sommari del
Corriere della Sera

Il sindaco di Roccaraso (L'Aquila), Camillo Valentini, è stato trovato morto in cella nel carcere di Sulmona, dove si trovava da sabato dopo l'arresto per concussione. L'inchiesta riguarda irregolarità nella realizzazione di opere pubbliche, comprese quelle legate alla candidatura di Roccaraso a ospitare una gara di Coppa del Mondo di sci. Secondo una prima ricostruzione, l'uomo si sarebbe ucciso ma la famiglia non crede a questa ipotesi: «E' un omicidio». Il Polo rievoca l'inchiesta Mani pulite e accusa: un'altra vittima delle manette facili. La pm: sono sconvolta, ma rifarei tutto. I Ds si dividono sulla carcerazione preventiva: «Non può essere un modo per fare confessare». Di Pietro: un polverone.


La minaccia iraniana
Alan Dershowitz su
La Stampa

I rapporti d'intelligence sulla capacità dell'Iran di produrre armi nucleari dirette a Israele stanno diventando minacciosi. Condoleezza Rice ha detto che gli Stati Uniti e i loro alleati «non possono permettere agli iraniani di sviluppare la bomba atomica». Se le pressioni diplomatiche non convinceranno i mullah iraniani a fermare il progetto, l'Iran potrebbe essere pronto a colpire bersagli civili israeliani con armi nucleari entro pochi anni. E alcuni leader iraniani hanno già chiarito che è proprio quello che hanno intenzione di fare. Hashemi Rafsanjani, l'ex presidente dell'Iran, ha minacciato Israele di ecatombe nucleare, affermando che un attacco iraniano ucciderebbe fino a cinque milioni di ebrei. Rafsanjani ritiene che, anche se Israele rispondesse ricambiando l'attacco, l'Iran probabilmente perderebbe solo 15 milioni di persone, che ha detto, sarebbero «un piccolo sacrificio fra i miliardi di musulmani nel mondo». Diversi leader religiosi iraniani hanno ripetuto queste equazioni del genocidio. Quest'attitudine apocalittica, unita all'aspettativa della ricompensa celeste per l'uccisione di milioni di ebrei, rende irrealistica l'abituale deterrenza alla minaccia nucleare. Gli estremisti islamici - siano kamikaze o terroristi nucleari - non saranno dissuasi da semplici minacce di morte. Loro considerano il martirio come un passaggio necessario per arrivare al paradiso dove saranno ricompensati con 72 vergini.

Né la democrazia può aspettare che questa minaccia alla popolazione civile si faccia imminente. Israele ha il diritto, secondo la legge internazionale, di proteggere i civili dall'olocausto nucleare e questo diritto deve includere un'azione militare preventiva simile a quella condotta da Israele contro il reattore nucleare iracheno a Osirak nel 1981. Quell'attacco aereo «chirurgico» fu calcolato in modo da minimizzare le perdite, agendo una domenica pomeriggio. In effetti una persona fu uccisa, un tecnico che stava lavorando al reattore. Migliaia di vite - di israeliani, americani e curdi - furono quasi certamente salvate dall'attacco preventivo israeliano.

Oggi le persone più responsabili guardano all'attacco «chirurgico» da parte di Israele contro il reattore di Osirak come al paradigma della prevenzione misurata, malgrado la condanna del Consiglio di sicurezza. (Molti dimenticano che l'Iran attaccò il reattore iracheno prima degli israeliani ma non riuscì a distruggerlo). Se le produzioni nucleari iraniane fossero riunite in un solo luogo, lontano dai centri abitati, sarebbe morale (e legale, dal punto di vista della legge internazionale) per Israele distruggerlo. Ma gli iraniani hanno imparato la lezione dell'Iraq e, secondo i più recenti rapporti d'intelligence, hanno deliberatamente sparpagliato i centri di produzione nel Paese, anche in aree densamente popolate. Questo costringerebbe Israele a una scelta terribile: permettere all'Iran di completare la realizzazione di bombe nucleari dirette contro le sue città o distruggere le fabbriche, malgrado l'inevitabile uccisione di civili.



Assalto al barile degli «hedge fund»
La finanza estrema scopre il greggio
Danilo Taino sul
Corriere della Sera

LONDRA — Il fantasma che di questi tempi si aggira in bicicletta per le strade della City, nei dintorni di Wall Street e soprattutto per i mercati del petrolio ha scarpe da tennis, ha una laurea in matematica o fisica, a trent'anni è già multimilionario. Ha un nome orribile, hedge fund manager, ma ormai ha conquistato il centro dei mercati, sta cambiando molte regole del gioco nelle piazze finanziarie e sta mettendo in confusione gli sceicchi del greggio come le banche centrali che lo vorrebbero controllare. Ha padri nobili americani, come George Soros e Paul Tudor Jones, spesso chiamati speculatori. Ha molti avversari, soprattutto nei governi, che lo accusano di minare le fondamenta del sistema con operazioni incontrollabili. E si calcola che negli ultimi mesi, con le sue operazioni, abbia fatto aumentare di 8-12 dollari il prezzo odierno del barile di petrolio: il crimine peggiore che si possa immaginare in società fondate sull'automobile. Ha anche, però, molti ammiratori: investitori che ha beneficiato con rendimenti di gran lunga più alti di quelli realizzati dai normali gestori di patrimoni. Tanto che «i gestori di hedge fund sono la forza nuova della finanza; ormai sono loro a fare il mercato», dice un banchiere d'investimento della City. Se si guarda a quanto denaro gestiscono, gli hedge fund possono sembrare piccoli. Infatti, nonostante che negli ultimi dieci anni siano cresciuti del 700%, contro il 300% dei fondi tradizionali, le dimensioni dei due settori globali sono ancora lontane: 830 miliardi di dollari gestiti dagli hedge fund, 14 mila miliardi di dollari dagli altri, secondo la società di analisi Tass Research. «Fatto sta — dice il banchiere — che ormai il 70% del mercato azionario lo fanno loro e sul greggio stanno facendo onde esagerate». La prima caratteristica degli hedge fund è che scommettono su qualsiasi cosa si muova: sulle azioni e sulle valute ma anche sul succo di arancia o sul barile di greggio, amplificando così la tendenza all'aumento del prezzo (o alla diminuzione, quando calerà). Ciò che dà loro una tremenda potenza di fuoco è che, per farlo, non usano solo il denaro dei clienti: prendono anche a prestito dalle banche. Creano così una leva che può andare da tre a cinque volte (e anche di più) il denaro che hanno a disposizione. Non solo. Mentre il gestore di un fondo tradizionale acquista un titolo e lo tiene, gli hedge fund continuano a comprare e vendere, non stanno mai fermi e il volume si moltiplica ulteriormente. «Se avete un hedge fund da due miliardi — riassume il banchiere — e il suo manager decide di avere una leva di tre, avrete una posizione da sei miliardi. E se fa un turnover del portafoglio cinque volte all'anno, il suo trading sarà di 30 miliardi. Che è il volume che fa un fondo normale da 90 miliardi se muove un terzo delle sue posizioni in un anno».

Mentre prima erano usati per lo più da privati molto ricchi, ora i maggiori clienti sono i fondi istituzionali che su di essi convogliano una parte del loro capitale per dare un po' di vita alle magre performance delle loro gestioni. Anche le banche tradizionali ormai li considerano ottimi partner con i quali fare affari. Ma c'è un numero incredibile che dà il segno della loro forza: nel 2003, i gestori dei primi dieci hedge fund del mondo hanno guadagnato in media 207 milioni di dollari a testa. Preoccupate da questo successo travolgente, le banche centrali sono intenzionate a mettere sotto controllo in qualche modo il settore, che finora si è mosso senza vincoli: qualcuno sostiene addirittura che gli hedge fund siano così fuori controllo da rappresentare un rischio di sistema per la finanza mondiale. Di certo, a causa della spinta che hanno dato al prezzo del greggio, stanno ora irritando molti e il momento della reazione è probabilmente vicino. Visto come hanno ormai cambiato la fisionomia dei mercati, la possibilità di fermarli non sembra però nelle carte.


Pc «blindati» con Windows Xp atto secondo
Microsoft ha rilasciato Service Pack 2, il più rilevante aggiornamento del sistema operativo con elevati livelli di sicurezza
Mario Cianflone su
Il Sole 24 Ore

Dopo mesi di adeguamenti, messe a punto, versioni di anteprima, test e controtest per cercare di limitare i bachi, inevitabilmente presenti quando si tratta di software con milioni di righe di codice, Microsoft ha finalmente rilasciato Windows Xp Service Pack 2 (Sp2), ossia la rivisitazione di maggiore rilevanza dai tempi del lancio dell'ultimo sistema operativo del colosso di Redmond. E come è stato largamente annunciato quello che è stato soprannominato Windows Reloaded ha una forte focalizzazione sulla sicurezza intesa come protezione da virus, codici maligni e posta elettronica non desiderata. In pratica Sp2, scaricabile dal sito della Casa di Gates, è stata studiata per limitare per quanto possibile fenomeno come Blaster, il Worm che a partire dallo scorso agosto ha messo in ginocchio i pc di mezzo mondo costringendoli a riavviarsi continuamente. Microsoft con la nova edizione cerca di chiudere non solo le falle, ovvero le vulnerabilità scoperte e sfruttate dai pirati informatici, ma soprattutto prova a rendere il sistema intrinsecamente più sicuro e immune da aggressioni esterne.
L'elemento centrale, sorta di fortino digitale, è il «Windows firewall», versione riveduta e corretta del precedente «Internet connection firewall » (Icf), che ha lo scopo di eliminare la possibilità di intrusione non autorizzata dall'esterno.

Il nuovo macro-aggiornamento di Windows è contraddistinto da una versione rivista del software di posta elettronica Outlook express è studiata per controllare in modo più efficace la presenza gli allegati contengono virus o software che tentano di prendere il controllo della macchina. A tal fine è posta un'interdizione per le immagini e altri contenuti presenti nei messaggi e-mail scritti in Html. Potenziato anche il livello di sicurezza dei programmi per la messaggistica istantanea (Windows messenger e Msn messenger )e alla revisione dei tecnici di Redmond non manca il browser per navigare sul Web. Internet explorer è dotato adesso di sistemi di controllo dei codici esterni più efficienti e include di una funzione incorporata per il blocco dei pop-up indesiderati. È questo dovrebbe rappresentare la fine delle finestre che si aprono in modo invadente fino a dominare l'intero schermo del personal computer.
Questa funzione da un lato è apprezzabile perché semplifica la vita agli utenti del Web, dall'altro crea qualche problema ai creatori di siti che dovranno adeguarsi. Critica anche la decisione di incorporare una funzione disponibile utilizzando software prodotti da terze parti. Si potrebbe venire a creare un limite alla libera concorrenza sulla scia di quanto già avvenuto con Internet Explorer e, più recentemente, con l'incorporazione del software Windows media player che ha portato l'antitrust Ue a multare Microsoft per 475 milioni di euro.
Windows service pack 2 semplifica, grazie al nuovo motore logico di aggiornamento automatico, anche il meccanismo di reperimento e installazione delle patch che via via si rendono indispensabili, proprio per evitare che utenti distratti o amministratori di sistema poco attenti non adeguano i sistemi per far fronte a nuove minacce
Tutta l'operazione «Windows reloaded» è guardata con forte sospetto dai produttori di sistemi antivirus e di firewall. Infatti, con Service pack 2 Microsoft riduce il ricorso a patch e aggiornamenti dei sistemi antivirali, è dotato di un blindatura tale da non rendere indispensabile l'acquisito di un software prodotto da altri. Ovviamente le varie Symantec e Trend Micro hanno fatto una levata di scudi e temono una futura riduzione dei propri, profittevolissimi, business a causa dello sbarco di Microsoft sul fronte della sicurezza.



  17 agosto 2004