
sulla stampa
a cura di P.C. - 30 luglio 2004
L'obbligo patriottico
Vittorio Zucconi su la Repubblica
L´agnello si è travestito da leone e ha ruggito, nella serata finale della Convention di Boston. C´erano visibilmente due Americhe, sotto le volte della fortezza congressuale, quella del parterre e quella del podio, quella dei 4mila delegati militanti e quella degli oratori ufficiali, che nella sera dell´apoteosi del candidato hanno celebrato il loro matrimonio di interessi e hanno accettato il travestimento dei propri sentimenti autentici in cambio del sogno di rimandare a casa Bush. Il "mite uomo in grigio", come il Wall Street Journal ha chiamato Kerry, ha avuto la vittoria che cercava segnata dalla promessa non di pace subito, come la platea voleva, ma di un´America stronger, ancora più forte, più rispettata nel mondo e più giusta.
E ha mandato brividi di paura nel campo dei repubblicani che si trovano davanti, secondo la massima napoleonica, un nemico che non si aspettavano.
Per questo lui era stato scelto, con rassegnato realismo, dagli elettori del partito democratico alle primarie e preferito ai demagoghi e ai Bush bashers, ai picchiatori di Bush, che il popolo della sinistra americana sognava, ancora con la bile in bocca per la truffa elettorale del 2000. Se i sondaggi e le previsioni elettorali fossero state, oggi, ancora quelle di un anno fa, quando la rielezione per l´inquilino della Casa Bianca sembrava sicura, probabilmente la Convention nella città dei Kennedy, Boston, sarebbe stata quell´orgia di bastonate al cow boy texano che la platea voleva. Ma i sondaggi sembrano dire che Bush è battibile, che i democratici ce la possono fare se rassicurano il 10 per cento degli elettori incerti e se si mettono in condizione di ricevere i cocci del bushismo frantumato in Iraq, e la vertigine del successo possibile ha convinto Kerry e i suoi cani da guardia a cambiare tattica e a passare dal "negativo" al "positivo".
"Forza" è il messaggio che Kerry l´eroico tenente ritratto in guerra tra realtà e fiction con l´aiuto di Steven Spielberg che ha montato la sua biografia, ha ripetuto. "Hope", speranza, e non disperazione o rancore, è la parola d´ordine che i due John, Kerry ed Edwards, hanno voluto lasciare a quel piccolo numero di americani che ancora guardano le Convention, organizzate ormai con la greve prevedibilità dei vecchi congressi del Pcus rallegrati da Disney. "Portare l´Iraq alla stabilità, con l´aiuto di tutte le nazioni del mondo e delle alleanze da ricostruire" prima di richiamare a casa boys and girls americani, perché la sicurezza, nell´ora del terrore, può essere soltanto "collettiva" e non "unilaterale" è l´impegno, assai più modesto e realistico, della democrazia in Mesopotamia propagandata dagli ideologi di Bush. E tornare al realismo fiscale, dopo la sbornia del tagli con l´accetta, che hanno distrutto il bilancio federale e non hanno alleviato le difficoltà dell´americano medio.
Per sperare di vincere, dunque, John Kerry ha fatto quello che in politica i leader astuti fanno da sempre, ha, secondo una frase attribuita a un premier britannico, "rubato i vestiti all´opposizione mentre faceva il bagno". Ha copiato quello che i repubblicani avevano fatto quattro anni or sono nel Congresso di Filadelfia e ha organizzato un disciplinatissimo "ballo in maschera". Come la ringhiosa destra repubblicana era stata costretta a travestirsi da agnello, nel 2000, sotto le spoglie del "conservatorismo compassionevole" di Bush, così la sinistra progressista si è travestita da leone qui a Boston, per dimostrare che nell´ora della guerra, un "presidente Kerry" saprebbe essere più duro e più efficace di Bush. Il suo vice, Edwards, è arrivato addirittura a ripetere parola per parola, uno degli slogan di Bush, rivolto ad Al Qaeda. "Potete scappare, potete nascondervi, ma non potrete sfuggirci. Noi vi distruggeremo".
I reduci del Vietnam
La carta vincente di Jfk
Gianni Marsilli su l'Unità
Tra i quattromila delegati alla Convention i veterani di guerra sono più di cinquecento. Ma lunedì, al caucus democratico a loro dedicato, erano più del doppio. Dentro e fuori il Fleet Center vedi crocchi di sedie a rotelle, i cui occupanti discutono infervorati. Altri reduci, più fortunati, ti inondano di pubblicazioni. Se ci parli un po', colpisce la freschezza della loro rabbia: pare siano tornati ieri dal fronte, invece son tornati trent'anni fa, e anche più.
Accusano il governo di non prendersi cura di loro, dopo aver perso una gamba o due, un braccio o due, un occhio o due. Quest'anno poi non digeriscono che un figlio di papà che mentre loro s'infognavano nella giungla se ne stava comodo comodo a far la guardia nazionale nel Texas natìo, si ritagli con tanta sicumera la parte del "war president", del nocchiero che con mano esperta guida la nazione in tempo di guerra. Molti di essi inoltre, sulle tracce di John Kerry, considerano la guerra in Vietnam come una guerra sbagliata. E lo stesso pensano di quella in Iraq. Jack Fowles - un nero sessantenne dell'Iowa che così ci ha riassunto la sua esperienza dell'epoca: "Danang" - non ammette per esempio che ci rimettano sempre, più di altri, le minoranze: "I neri sono il 12 per cento della popolazione, e il venti per cento dei militari. Per gli ispani vale lo stesso discorso. Ambedue inoltre costituiscono il 20 per cento delle truppe di prima linea, le più esposte. Aggiungo: la grande maggioranza dei morti e feriti in Afghanistan e in Iraq è originario di aree rurali. Ti pare un caso?". Certo che no, in un Paese i cui poteri - più che altrove - sono concentrati nei grandi agglomerati urbani. I veterani quindi, in misura molto maggiore del passato, sono con Kerry.
Da questo punto di vista nessun altro come Kerry incarna il superamento del trauma vietnamita.
Non certo Bush, che all'epoca si girava i pollici. E neanche Clinton, che infatti l'altra sera ha reso omaggio a Kerry, dopo essersi messo nel gruppo dei renitenti: "Molti giovani, compreso l'attuale presidente, il vicepresidente e io stesso, avrebbero potuto andare in Vietnam, ma non lo fecero. Anche John Kerry avrebbe potuto evitarlo, Invece disse: mandatemi!". Il fattore Vietnam è dunque importante per la legittimità che fornisce a Kerry quando parla di terrorismo, guerra, Iraq. Anche se poi, fatti tutti i conti elettorali, la domanda chiave resta quella che poneva Hillary Clinton nel corso di una recente intervista: "Alcuni sondaggi chiedono agli elettori: con chi preferireste farvi una birra? Non credo sia il giusto quesito all'inizio del 21° secolo
Piuttosto: nelle mani di chi mettereste la vita dei vostri bambini e della vostra famiglia? Credo che John Kerry sia la risposta". È quello che lo stesso Kerry ha cercato di fare ieri sera, rivolgendosi - più che all'infiammata platea che aveva di fronte - ai milioni di salotti e tinelli sparsi per l'America.
Pensioni d'emergenza
Massimo Gaggi sul Corriere della Sera
Troppo poco, troppo tardi e con un impatto sociale che accresce le iniquità già prodotte dalla riforma Dini. Ma quella approvata dal Parlamento è comunque una riforma delle pensioni destinata ad avere un impatto strutturale di una certa consistenza. Sul piano economico rimane la delusione per un'occasione perduta: la riforma doveva ridurre di almeno l'1% del Pil e in breve tempo il peso delle pensioni sui conti pubblici (oggi siamo vicini al 14% del reddito nazionale, in Europa solo l'Austria spende di più, e abbiamo il trend demografico peggiore del Continente). Il risultato, invece, sarà molto inferiore (0,7% del Pil) e verrà raggiunto solo nel 2012. In pratica nei prossimi anni non succederà nulla. Il governo aveva assicurato che gli incentivi concessi fin d'ora a chi sceglie di rinviare il pensionamento avrebbero garantito subito risparmi consistenti, ma la Ragioneria generale dello Stato ha chiarito che fino al 2008, quando l'età minima per andare in pensione con 35 anni di contributi salirà bruscamente da 57 a 60 anni, la spesa non registrerà riduzioni significative. I risparmi verranno dal 2009 e all'inizio non supereranno i 2,5 miliardi di euro. Quando la riforma sarà a regime (dal 2012 al 2019), il risparmio sarà di 9 miliardi di euro l'anno (cifra non strabiliante se confrontata, ad esempio, con i 24 miliardi di euro previsti per la manovra correttiva 2005). Successivamente gli effetti di questa riforma tenderanno gradualmente ad annullarsi. La "gobba" nella curva della spesa lasciata dalla riforma Dini (il costo delle pensioni che sale fino ad assorbire nel 2033 il 16% del Pil prima di decrescere rapidamente per effetto dei trattamenti molto meno generosi riservati ai giovani entrati da poco nel mondo del lavoro) verrà limata ma solo in parte (lo 0,7, appunto). Sul piano politico va però detto che, per come si erano messe le cose, con un governo che ha ignorato il problema nella prima parte della legislatura e poi, quando si è improvvisamente svegliato, ha dovuto subire i ricatti della Lega e l'ostilità di sindacati e sinistra (che non hanno mai realmente tentato un approccio costruttivo), quello ottenuto è comunque un risultato di rilievo. Chi scrive deve riconoscere che non credeva che, nell'attuale, incandescente clima politico, il provvedimento sarebbe arrivato a destinazione. In effetti la Lega dopo aver messo il veto a ogni intervento prima del 2008 ha bloccato fino all'ultimo anche la miniriforma. Adesso il via libera è arrivato ma in un clima di emergenza economica (bocciatura dell'Italia da parte di Standard & Poor's, moniti dall' Europa, nuova voragine nei conti pubblici) che nel nostro Paese sembra essere lo scenario indispensabile di ogni provvedimento che abbia un costo politico-sociale. E ora? Prima o poi il processo riformatore dovrà riprendere, ma intanto bisogna attuare bene la legge appena varata, soprattutto per la parte relativa ai fondi pensione nei quali risiede la speranza di costruire trattamenti integrativi che non sacrifichino troppo la situazione previdenziale delle giovani generazioni. In mezzo rimangono i cittadini nati tra il 1953 e il 1957, quelli che pagheranno tutto il costo dello "scalino" che, nella notte del 31 dicembre 2007, aumenterà di tre anni i requisiti per la pensione d'anzianità. Sempre che all'inizio della prossima legislatura non spunti in Parlamento una lobby di babyboomers armati di piccone...
La sinistra s'è destra
Galapagos su il Manifesto
Fa schifo, ma ce la teniamo, ha detto in una intervista al Corriere della sera Nicola Rossi, economista e deputato Ds ed ex consigliere di D'Alema. A fare schifo - perché "è una legge iniqua" - è la legge sulle pensioni approvata mercoledì. Ma evidentemente quella legge non fa schifo abbastanza per essere cancellata da un futuro governo di centro-sinistra. Ma se l'alternativa non è un fatto di uomini, ma di idee, quali idee esprime oggi la sinistra se accetta con rassegnazione le leggi della destra? Un tempo si diceva che la destra era più brava a governare lo sviluppo, mentre la sinistra doveva governare le fasi di recessione. E' stato con l'appoggio della sinistra che in Italia sono state varate le manovre più pesanti sul piano sociale. Il tutto in modo estremamente semplice: la sinistra per convinzione comune è (o meglio, era) in grado di coinvolgere il consenso sociale anche su politiche economiche pesantissime. E la sinistra dai tempi di Berlinguer è stata sempre felice di questo ruolo emergenziale che ne legittimava l'esistenza.
Salvare il Paese è sempre stata una missione per la sinistra che in tempi non lontani si è fatta carico alternativamente del risanamento dei conti pubblici e dei problemi della competitività, dell'inflazione e del declino industriale. Ma la sinistra ora sta cambiando: ha introiettato la mentalità della destra e vede con critica benevolenza i provvedimenti che la destra sta varando. Insomma: il lavoro sporco ora lo fanno loro e quando la sinistra tornerà al governo troverà la strada "spianata" dai sacrifici che Berlusconi sta imponendo alla gente comune.
Ma "spianata" per che cosa? Trovare oggi un progetto ideale di società a sinistra è impresa ardua. Più banalmente, non sappiamo neppure cosa la sinistra intende fare della marea di leggi inique varate da questo governo. Non si tratta di anticipare il programma del futuro governo - anche se sarebbe opportuno - ma di dire molto banalmente che cosa la sinistra al governo intende fare di una serie di provvedimenti approvati in questi anni. Per esempio, spiegare se vuole rimettere mano alla legge antistorica che abolisce ogni imposta sulle successioni e le donazioni. Oppure, passando sul tema del lavoro, dire con chiarezza se intende mettere una pietra sulla legge 30, o se riterrà opportuno varare una legge sulla rappresentanze sindacali che il centro destra non vuole e, purtroppo, in altri tempi non è stata voluta dal centro-sinistra al governo. O, visto che ci siamo, chiarire la politica sull'orario di lavoro che non può essere imposta dalle esigenze della globalizzazione.
Nel fortino aspettando la ripresa
Mario Deaglio su La Stampa
Non sarà indolore": queste tre parole, pronunciate dal ministro dell'Economia a proposito della manovra per il 2005, tolgono ogni eventuale residua illusione che la politica economica possa miracolosamente dare tutto a tutti o, per dirla all'inglese, che sia possibile far la frittata senza rompere le uova. Al momento dell'approvazione del Dpef da parte del Consiglio dei ministri, e in attesa della Finanziaria di settembre, si ha l'impressione che le uova da rompere saranno molte e la frittata che ne risulterà relativamente scarsa.
Per comprendere bene le difficoltà attuali è necessario tener presente che le due ultime leggi finanziarie poggiavano su un'ipotesi fondamentale: quella di una crescita europea attorno al 3 per cento annuo collegata a una ancor più vigorosa crescita mondiale che avrebbe fatto dimenticare la crisi del Duemila e i colpi dell'11 settembre. Al contrario, la crescita europea è risultata pari a poco più di un terzo di quanto sperato e quella italiana si è limitata a pochi decimali, il che ha determinato introiti fiscali decisamente inferiori alle previsioni. Le pur brillanti alchimie finanziarie del ministro Tremonti non hanno potuto ribaltare la situazione.
Il ministro Siniscalco sarà più fortunato del ministro Tremonti? La crescita europea, già rivista all'insù negli ultimi sei mesi, sarà più sostenuta di quanto oggi è ufficialmente previsto? Diciamo che qualche possibilità c'è: l'economia europea dà ormai segni di muoversi abbastanza velocemente e questa modesta marea solleverà tutte le barche, anche quel vascello un po' antiquato che è l'economia italiana. Tanto per fissare le idee ogni 0,1 per cento di crescita oltre le previsioni permetterebbe all'erario di incassare circa 500 milioni di euro senza ricorrere a nuove misure, da quelle francamente strampalate, almeno nella loro forma estrema, come la proposta dei pedaggi per le strade statali, a quelle francamente vessatorie come tagli estesi e bruschi agli enti locali e renderebbe inutile un'indebita chiusura sull'inflazione programmata e sui rinnovi contrattuali del pubblico impiego.
Continuerebbe ugualmente a non esserci spazio per alcuna riduzione fiscale di dimensioni superiori a una ciliegina elettorale; e continuerebbero a non essere affrontate le debolezze strutturali che appesantiscono l'economia italiana e non paiono oggetto di seria analisi né a destra né a sinistra. Ma almeno le ruote dell'economia riprenderebbero a girare normalmente.
La strategia del ministro Siniscalco appare così pesantemente condizionata da qualcosa che non è sotto il suo controllo, dal materializzarsi o no di un "cavaliere bianco" rappresentato da una forte ripresa internazionale che venga a dar sollievo al suo fortino assediato. Per questo il suo Dpef dovrebbe essere "condizionale": siccome nell'attuale situazione internazionale le previsioni a tre anni sono scritte sulla sabbia e sono risultate quasi costantemente errate, sarebbe a un tempo trasparente e realistico per il ministro dell'Economia ammettere questo stato di cose e costruire un Dpef "a geometria variabile": meno tasse e meno tagli se la ripresa europea sarà più forte, con aggiornamenti ogni sei mesi. Il che introdurrebbe una nota di realismo in un quadro troppo spesso contrassegnato dall'attesa del miracolo.
La crescita tutta da scrivere
Enrico Cisnetto su Il Messaggero
Eccolo, il primo governo Berlusconi-Siniscalco. Approvato ieri sera il Dpef 2005-2008, i tre anni del Berlusconi-Tremonti sono stati definitivamente archiviati. La differenza fondamentale è che al posto di quel pernicioso ottimismo di maniera che ci è costato caro, ora prevalgono prudenza e realismo. Ma attenzione: esse sono condizioni necessarie, ma non sufficienti, per risollevare l'Italia dal declino in cui è piombata. Diciamola tutta: parlare di operazione-verità, come si è fatto in questi giorni, è eccessivo. Sia perché se si vuole portare il deficit sotto il 3% del Pil, la manovra da 24 miliardi appare ancora insufficiente. Sia perché ancora non si conosce, al di là della formula 17+7 (la prima cifra indica i miliardi di euro di tagli alla spesa, la seconda quella ricavabili da dismissioni), come sarà articolata questa manovra (tradotto: chi pagherà il conto), e sappiamo che è sulla Finanziaria e non sul Dpef che "casca l'asino". Sia, infine, perché bisognerebbe spiegare al Paese che un bilancio così disastrato non deriva solo dall'eccesso di spesa corrente finora occultato dalle una tantum tremontiane ma anche dalla nostra incapacità di crescere agli stessi ritmi delle altre economie avanzate, causa ed effetto dell'ormai famigerato declino competitivo. E' da un decennio che siamo costantemente sotto la media europea, la quale a sua volta è ben lontana da quella americana e asiatica. Dunque, non si tratta di una flessione congiunturale, bensì di un fenomeno strutturale, che ha le sue cause nei difetti congeniti del capitalismo nostrano (dimensione troppo piccola, sottocapitalizzazione, scarsa proiezione internazionale, eccessiva presenza in settori a basso contenuto tecnologico).
L'obiettivo fondamentale dovrà essere la dialisi di un apparato produttivo che si mostra in buona misura obsoleto, o che è destinato a diventarlo in breve tempo sotto la spinta della concorrenza di grandi Paesi emergenti come Cina e India. Ma tutto questo nel Dpef non c'è. Non c'è bisogno di leggere le 52 pagine di cui si compone, basta dare un'occhiata alla tabella sulle previsioni di crescita dei prossimi quattro anni. A parte che non si capisce come si passi dal +1,2% previsto per quest'anno (correttamente ridotto rispetto all'1,4% indicato a suo tempo da Tremonti) al 2,1-2,2--2,3% prossimi, la cosa più grave appare il fatto che l'aumento del Pil è tutto basato sui consumi interni, visto che gli investimenti stazionano sotto l'1% (tra 0,8% e 0,9%) e il saldo tra import ed export è costantemente negativo (-0,3% per i quattro anni). Ma se è vero, come è vero, che le nostre aziende perdono competitività a favore dei prodotti esteri, cosa consumeranno gli italiani? Caro Siniscalco, ho l'impressione che la prossima Finanziaria dovrà scriverla in cinese, un po' per occultare dove troverà questi maledetti 24 miliardi, ma soprattutto perché saranno loro a dettare legge.
Lo sguardo dall'Himalaya
Ricordo di Tiziano Terzani
Bernardo Valli su la Repubblica
Anche dell´ultimo, estremo passo Tiziano Terzani ha fatto una storia chiara, lineare. Non mi stupisce. In tante altre occasioni, lui al tempo stesso forte e sensibile, coriaceo e vulnerabile, a volte ombroso a volte espansivo, insomma con un carattere burrascoso spesso incerto tra tempesta e bonaccia, aveva saputo superare prove difficili con la sobrietà che consente il coraggio.
È morto mercoledì, nella sua abitazione di Orsigna sulla montagna pistoiese, il giornalista e scrittore Tiziano Terzani. Aveva sessantasei anni. Ad annunciarlo è stata la moglie, Angela Terzani "Il 28 luglio - si legge in una sua nota - è serenamente scomparso o, come preferiva dire lui, ha lasciato il suo corpo, Tiziano Terzani".
Nessun funerale, una scelta dei familiari nel rispetto della volontà dello scrittore; la cerimonia di addio si terrà oggi alle 17,30 nella Sala D´Armi di Palazzo Vecchio, a Firenze, dove il giornalista era nato nel 1938, alla presenza del sindaco Leonardo Dominici. E´ previsto l´intervento del figlio Fosco. A settembre, in occasione del Festival di Letteratura e Libri, intitolato "Parole a caso", gli sarà conferito alla memoria il Fiorino d´Oro, la massima onorificenza della città.
Quella autentica, preziosa naturalezza che affiora dai suoi scritti, l´ha spesso praticata (a volte con modi bruschi) nella quotidianità, al punto da dare alla provocazione, di antico sapore toscano, un valore estetico e morale. Quella spontaneità, infine addolcita, sempre più staccata dalle cose, l´ha accompagnato fino alla morte. Una morte annunciata dai medici e attesa con pazienza, come un visitatore inevitabile, prima sul crinale di una montagna indiana, sull´Himalaya (dove ha scritto Un altro giro di giostra, ossia la cronaca di quella lunga attesa), poi a Firenze e infine all´Orsigna, sull´Appennino pistoiese, con Angela e Saskia e Folco. I quali l´hanno visto morire nella nobile semplicità della famiglia, dalla quale non si era mai discostato, nonostante i viaggi e le avventure.
Così, con la solita chiarezza, con l´abituale linearità, sopravvissute a tanti imprevisti in una personalità spesso in tumulto, Tiziano ha chiuso l´ultimo capitolo della sua vita. Vita che ha raccontato nei libri, dando alla cronaca i toni appassionati di un´autobiografia spinta ai limiti della morte. E alla morte stessa una carica di suspense e una voluta coralità. Di questa ricca vita, di questa riuscita esistenza, ho avuto la fortuna di condividere alcuni stralci, tra i più intensi, fino a maturare e ad appropriarmi di sentimenti simili a quelli che si hanno tra fratelli. E - Dio solo sa! - quanto quei sentimenti possono essere al tempo stesso forti e conflittuali. Se non fossero tali non sarebbero fraterni. Con Tiziano gli slanci si alternavano ai silenzi. Ma anche nei silenzi, per quanto lunghi, sapevamo entrambi che essi non spegnevano, né attenuavano, l´amicizia. Questa parola con lui aveva un senso profondo. Resta un patrimonio da conservare.
L´ultimo incontro fu in primavera, a Firenze, nella sua casa di Bellosguardo. Sapevamo che era l´ultimo. Mesi prima, a New York, dopo averlo aperto e subito richiuso perché il tumore era troppo diffuso, i chirurghi gli avevano annunciato una morte imminente. Ma la morte incombente gli aveva dato il tempo di scrivere un ultimo libro, nel suo eremo himalaiano; e adesso, pur essendo ormai vicina, gli consentiva di affrontare alcuni urgenti problemi familiari. Voleva lasciare le cose a posto. Era il risvolto lineare del Tiziano spesso procelloso. Dopo avermi elencato i problemi con calma e precisione, mi disse con un suo tipico slancio, in cui c´erano tante cose, dall´affetto alla nostalgia, dallo stupore alla saggezza, dal rimpianto alla rassegnazione: "Quanto tempo è passato da Singapore! ".
Ne era passato in effetti molto. Più di trent´anni. Il comune amore per l´Asia ci fece incontrare a Singapore. Una città che aveva il merito di essere a un´ora di volo dal Vietnam e dalla Cambogia in guerra; non troppo lontano dalla Cina maoista ancora in preda agli ultimi sussulti della Rivoluzione culturale; senza contare da un lato l´India e dall´altra il Giappone, i due estremi della civiltà asiatica. Abitavamo entrambi in bungalow ereditati dal colonialismo britannico. Io di fronte all´isola di Sentosa (con Sumatra sullo sfondo); lui tra la vegetazione tropicale di Alexandra Park (dove Folco e Saskia, piccolissimi, si imbattevano a volte in serpenti; e dove Angela, con aristocratica fedeltà alle tradizioni, aveva portato un pianoforte). Tiziano non aveva ancora trentacinque anni. Con varie borse di studio si era laureato alla Normale di Pisa; era stato un rappresentante e poi un dirigente dell´Olivetti; che aveva abbandonato per frequentare, con un´altra borsa di studio, un´università americana; dove aveva seguito corsi di storia e lingua cinese. Il suo traguardo era la Cina, che allora si apriva di rado ai giornalisti stranieri. Il suo sogno era di diventare corrispondente a Pechino. Nell´attesa saltava da Saigon a Phnom Penh, la prima insidiata dai viet cong, la seconda dai khmer rossi.
Un giorno su una terrazza di Orchard road, a Singapore, mentre Tiziano saliva le scale per raggiungermi, due giovani americane esclamarono guardandolo: "Che meraviglia d´uomo!". Era proprio così. Dovetti ammetterlo. Aveva altre qualità, oltre la prestanza fisica rilevata dalle donne. Assimilava le lingue con straordinaria facilità. In questo lo invidiavo. Sull´isola di Rawa, in Malesia, dove passavamo qualche fine settimana, dopo un paio di giorni tentava di dialogare con la gente del posto nel loro dialetto. Era anche un po´ sfacciato. Sfrontato. Oltre che curioso e scrupoloso. Non l´ho mai sorpreso a scrivere cose che non avesse controllato. Detestava il giornalismo impressionista, tipicamente italiano; e forse per questo il giornalismo italiano l´ha trascurato a lungo. Non va a suo onore. Anzi, è una vergogna, che i quotidiani italiani gli abbiano dedicato il dovuto riguardo soltanto quando i suoi libri ebbero successo, anche nel resto del mondo.
A Singapore Tiziano collaborava con vari giornali, senza avere un contratto. Aveva rinunciato a quello con il quotidiano Il giorno che lo costringeva a una lavoro redazionale a Milano, ed era partito per l´Estremo Oriente senza garanzie. All´avventura. Angela l´aveva seguito, con i due figli, senza batter ciglio. Non conosco un solo giornalista italiano che abbia osato tanto. A offrirgli un contratto fu il settimanale amburghese Der Spiegel. Per il quale Tiziano è poi stato corrispondente in Asia, con base a Hong Kong, a Pechino, a Tokio, a Bangkok e infine a Nuova Delhi. Trent´anni di Asia.
Nella casa di Bellosguardo, a Firenze, era vestito con l´abito bianco, a sacco, di tela ruvida, di un vago stile indiano, che ormai indossava da tempo, ovunque si trovasse, a New York o a Nuova Delhi, e aveva la barba lunga, più bianca che color pepe. Quella "meraviglia d´uomo" tanto ammirato trent´anni prima, in Orchard road, a Singapore, aveva l´aspetto di un imponente santone, che poteva suscitare curiosità o incutere rispetto. L´appassionato inviato speciale, reduce da tante guerre e rivoluzioni, era un fervente pacifista, autore di saggi contro qualsiasi tipo di violenza, che si preparava a morire con straordinario, nobile coraggio, disciplinandosi con esercizi fisici e mentali indiani. Ma senza alcun ancoraggio religioso. Accompagnato, sostenuto dalla sola dignità umana. In quel momento ho veramente amato Tiziano.
Per uno che insegue ancora le guerre, sia pure per descriverle nei loro orrori e nelle loro assurdità, dunque per condannarle, un pacifista assoluto ha qualcosa di singolare. Avevo avuto l´occasione di parlarne con lui, a Kabul, dopo l´intervento americano. Ma le nostre reciproche obiezioni erano troppo scontate. E lasciammo correre. Ci accontentammo di stare insieme, come ai vecchi tempi, a Saigon, a Pechino, a Bangkok o a Tokio. Lui nella veste di un pacifista militante, io in quella consueta del cronista. A Bellosguardo era un´altra cosa. Tra di noi c´era la morte. E il modo come lui l´affrontava spazzava via ogni dubbio (se mai ne avevo maturato qualcuno) sulla nuova personalità di Tiziano.
Lui non è mai stato un semplice voyeur, quale è spesso un giornalista. Uno che, rapinate alcune immagini, si allontana da un avvenimento con il bottino sotto il braccio, e poi riversa succosi racconti sui lettori. Tiziano si è immerso nelle situazioni che ha descritto. Le ideologie lo infastidivano. La sua cultura restava nel sottofondo. Irrompeva raramente nelle corrispondenze o nei libri. Non l´esibiva. Non sventolava mai il suo eccellente percorso universitario. Si atteneva alla realtà. Spesso cruda. La seguiva con rara passione. Quando i nordvietnamiti e i viet cong conquistarono Saigon, nell´aprile ?75, lui non se ne andò: rimase per mesi in Vietnam, senza poter scrivere una sola riga, al fine di vedere la natura del regime comunista che si installava. E dall´esperienza ha poi tratto quello che mi sembra uno dei suoi libri migliori. Il suo giudizio fu positivo, indulgente, nei confronti dei vincitori. Ma quando in seguito esplose la tragedia dei boat people ed emerse la natura del regime, Tiziano fece l´autocritica. Non esitò a correggere i giudizi che aveva espresso. E cosi fu uno dei primi a rivelare la strage compiuta dai khmer rossi in Cambogia.
Lo stesso accadde in Cina, quando si immerse nella burocratica realtà comunista, favorito anche dalla conoscenza della lingua, e vide cadere, come birilli, una dopo l´altra le sue illusioni. La Cina che aveva amato da lontano e che sperava di scoprire si rivelò ai suoi occhi una società che demoliva uomini, tradizioni e monumenti. Né fu sedotto dal Giappone, allora del miracolo ininterrotto, del quale cercò nelle pieghe più profonde le vecchie e antiche tracce. Così accadde in Thailandia e in Corea. E quando l´URSS cominciò a scricchiolare, Tiziano attraversò l´Ussuri e visitò tutte le repubbliche sovietiche asiatiche, dal Ghirghistan alla Cecenia, e ne descrisse l´agonia. Il suo Buona notte signor Lenin resta una testimonianza preziosa.
Nei trent´anni che vi ha passato, ha assistito alla metamorfosi dell´Asia. Di guerra in guerra, di rivoluzione in rivoluzione ha visto svanire uno dopo l´altro le immagini che avevano acceso la sua curiosità. L´India è stato l´ultimo approdo. Ma anche li ha finito col rifugiarsi sull´Himalaya. Dalla quale poteva contemplare, senza vederlo, lo scempio del mondo. Uno scempio al quale contribuisce, da protagonista assoluta, l´America che in gioventù, negli ultimi anni Sessanta, Tiziano amò intensamente. Così si diventa pacifisti e si affronta con coraggio e dignità la morte. Così si abbandona una vita ben riempita di affetti e satura di delusioni.
La Costituzione al mercato
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
È uscita di recente una raccolta di scritti del grosso dei nostri costituzionalisti che risultano pressoché unanimi 60 su 63 nel valutare negativamente e con fortissime riserve la riforma costituzionale in corso. Il titolo del volume è Costituzione: una riforma sbagliata (a cura di Franco Bassanini, Passigli editore), e il titolo dice già tutto. E non si tratta di un volume di sinistra. Il grosso dei costituzionalisti è costituito da studiosi che si occupano del loro mestiere. E poi le Costituzioni non sono né di destra né di sinistra; sono riuscite o malfatte, funzionanti o no. Dunque, per gli esperti il disegno di legge 2544 non va, non è accettabile. E in un Paese serio un massiccio verdetto negativo dei costituzionalisti di chi di Costituzioni si intende farebbe rumore, verrebbe ampiamente ripreso dai media, e metterebbe in difficoltà il governo. Ma da noi finora non si è mossa foglia. L'altro giorno origliavo da una serratura della presidenza del Consiglio a Palazzo Chigi, e ho captato queste frasi: i costituzionalisti? Chi sono? Cosa vogliono? Perché "rompono"? No correggo questi brani di conversazione non li ho veramente sentiti. Ma un sesto senso mi assicura che quel dire è autentico, che questo è davvero il sentire del Palazzo. Perché il Palazzo non vuole consigli e non vuole estranei (gli esperti) tra i piedi. Non è che Berlusconi, Bossi (o l'odontoiatra che ora lo sostituisce, il neoministro delle Riforme Calderoli) si intendano di Costituzioni: non ne sanno proprio niente. Berlusconi non ha mai spiegato al Paese perché il federalismo bossiano vada bene, non ha mai risposto a nessuna critica. Dice soltanto: si deve fare perché l'ho promesso. Che gentiluomo! Troppo gentiluomo. In verità, agli elettori Berlusconi ha solo promesso una riforma federalista più avanzata. Ma gli elettori non conoscevano il testo federalista prodotto due anni dopo dai cosiddetti "saggi di Lorenzago". E dunque quel testo non costituisce un impegno elettorale. La prosaica realtà, allora, è che per la trinità Berlusconi-Bossi-Fini la riforma dello Stato si risolve in un mercato delle vacche: una vacca a te in cambio di una vacca a me, e poi vacchine un po' a tutti (una anche a Bruxelles) per comprarli e tenerli contenti. A Berlusconi della devolution non importa nulla. Bossi gli chiede questa vacca, e lui gliela dà. In cambio ottiene due vacche per sé: l'intoccabilità in questa legislatura e, meglio ancora, la grossissima vacca del "premierato assoluto" (uno strapotere che i soliti rompiscatole, i costituzionalisti, condannano non meno della devolution) per le legislature che verranno. E questo è il quadro di insieme nel quale inquadrare da un lato lo "strappo" di Follini e, dall'altro, lo spregiudicato "manovrismo" di Fini. Secondo me, Fini manovra e basta. Prima produce con Bossi una legge restrittiva sull'immigrazione, e poi ne rimangia lo spirito proponendo una cittadinanza facile. Prima si fa sostenere da Follini nell'assalto a Tremonti, e poi isola l'Udc per tornare a fare il berlusconiano di ferro. Da An ci dovremmo aspettare una difesa dello Stato unitario, e invece ora Fini preme su Follini perché voti la devolution. E la vacca? Fini ne intravede due: o la eventuale successione a Berlusconi, o l'ascesa al Quirinale. Quanto a Follini, per lui (è il solo) non ci sono vacche in vista. Lui rischia per difendere buone cause. Speriamo che gli elettori se ne ricordino anche se finirà sconfitto. Ero partito per dire che una Costituzione che ignora i costituzionalisti può soltanto riuscire male. Poi il discorso sulle vacche mi ha un po' preso la mano. Ma il nesso c'è; e al buon lettore non dovrebbe sfuggire.
Ghino di Tacco in tangenziale
Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera
Il ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, annuncia ex cathedra il pedaggio per gli automobilisti che circoleranno su quasi un quarto della rete statale gestita dall'Anas, 4.500 chilometri su oltre 20 mila. Lo scopo è quello di reperire risorse per finanziare opere pubbliche. Sebbene l'idea ricordi le vecchie gabelle e perciò susciti le ironie dell'opposizione, far pagare la mobilità non rappresenta di per sé un abuso. Inghilterra e Germania si vanno orientando in questo senso. Ma in una materia che coinvolge le abitudini e il portafoglio di milioni di cittadini bisogna sapere quel che si dice e spiegarsi alla svelta. Ieri Lunardi non lo ha fatto. E rischia così di essere scambiato per un novello Ghino di Tacco, il brigante senese del Trecento che taglieggiava i malcapitati di passaggio sotto la sua spelonca a Radicofani. Logica vorrebbe che, come minimo, le tratte a pagamento abbiano caratteristiche autostradali in termini di viabilità, servizi e sicurezza. Ma quando si sente dire che nell'elenco segreto del ministero sono compresi il Grande raccordo anulare di Roma e le tangenziali di Milano, allora le proteste hanno un senso: pagare per restare intrappolati tutti i giorni in coda ha il sapore della beffa. Il ministero non ha nemmeno chiarito come avverrà il pagamento da parte degli automobilisti. Immaginare nuovi caselli a migliaia sarebbe antistorico. In Austria la società Autostrade ha sperimentato con successo la gestione automatizzata della rete, attraverso una specie di telepass rilevato da apparecchiature piazzate nei punti strategici. Da bestia nera del governo Berlusconi, l'ex monopolio finito ai Benetton diventerà il braccio armato dell'Erario? O Lunardi vorrà aspettare le tecnologie tedesche piuttosto che britanniche? Ma soprattutto il ministro dovrebbe raccontare a che punto stanno le trattative per affidare centinaia e centinaia di chilometri di autostrade Anas senza pedaggio a Vito Bonsignore che subito dopo, come dicono i tecnici, le pedaggerà. Bonsignore è stato appena eletto al Parlamento europeo per l'Udc. Perché l'Anas non comincia da quelle tratte invece di darle a un collega di coalizione dell'ingegner Lunardi?
Se Formigoni si crede Schwarzenegger
Pierangela Fiorani su la Repubblica
La Lombardia come la California. L´aria di Milano migliore di quella di Los Angeles. In fatto di inquinamento, sotto il Duomo, ma soprattutto dentro il Pirellone si è fatto di meglio. E in meno tempo. "La California ha cominciato quindici anni prima di noi a combattere l´inquinamento". Parola di Formigoni. E il governatore aggiunge che il merito dell´aria più pulita non è delle auto che sono aumentate del 12,4 per cento. Né del consumo di gasolio, dal momento che la vendita è cresciuta del 33,6 per cento. Men che meno dell´uso del diesel (+125 per cento). È stato piuttosto il presidente della Regione Lombardia a battere il governatore Schwarzenegger in fatto di salubrità dell´aria. Il presidente lombardo mira adesso a surclassare Swarzy anche sul piano del divismo e della resistenza fisica. Come e meglio del collega americano ha già dato il via ad una campagna elettorale che mostra ora i muscoli ora il sorriso da divo.
Ma soprattutto la sua è una prova di energia inesauribile tra conferenze stampa, presentazioni e annunci che riempiono le giornata lente di fine luglio. I milanesi vanno in vacanza, ma il governatore c´è. E nel giro di poche ore annuncia di aver firmato accordi con il sindaco Albertini per finanziare l´acquisto di bus ecologici per 55 milioni di euro, segnala di aver inviato una lettera al governo di Roma e alla Confindustria "per una riduzione selettiva e non a pioggia dell´Irap alle aziende che garantiscano occupazione e produttività", arriva mentre si diffonde la musica di "O mia bela madunina" alla presentazione delle tre classiche di ciclismo lombarde, commenta i dati sulla produzione delle piccole e medie imprese: "Dopo un lungo periodo critico, si cominciano a vedere segnali positivi che restituiscono fiducia alla nostra economia".
Il presidente mostra accondiscendenza, ma non cedimento quando dichiara a proposito dei tagli: "Per questa volta ci siamo accontentati di una riduzione, ma in futuro ci aspettiamo dei riconoscimenti". E rivolto al popolo dei lombardi sorride: "Ancora una volta riusciremo a farci carico di questa cifra senza incidere sui servizi ai cittadini". Formigoni-Swarzy ha ancora il sorriso sulle labbra quando, all´uscita del capogruppo di Forza Italia Boscagli in Consiglio sulla necessità di rivedere la politica dei ticket, dice: "Accolgo l´osservazione e confermo l´attenzione della giunta lombarda e la possibilità che si possa manifestare un intervento in questa direzione".
Il governatore congeda il documento di programmazione economico-finanziaria per gli anni a venire fino al 2007 e lo definisce "una prova di buongoverno", ma non dimentica di lodare gli alpinisti lombardi che sono sul K2 cinquant´anni dopo la prima impresa, né tralascia di ringraziarli per il prestigio portato alla Lombardia.
Sa Formigoni che la sua personale scalata è più difficile di quattro anni fa. E che sarà lunga, ma non abbastanza, se davvero si andrà alle urne già nell´aprile dell´anno prossimo. Ai piedi della montagna Formigoni scalpita. Non gli basteranno gli allenamenti da podista che ha fatto con l´amico sindaco di Milano. La partenza deve essere bruciante. Dopo i ticket, allora, via con l´inquinamento. Che non c´è più. Welcome to Lombardia, sarà slogan di Formigoni-Swarzy nell´autunno-inverno di campagna elettorale che preparerà la primavera del voto.
30 luglio 2004