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sulla stampa
a cura di P.C. - 20 luglio 2004


La parola Fine
Ezio Mauro su
la Repubblica

Quando la malattia imprigiona la dimensione fisica, materiale, della politica - che nel caso di Umberto Bossi è tutto - soltanto l'istinto può indicare la via d'uscita. E il vecchio istinto politico ha consigliato ieri al capo della Lega d'andarsene dal governo e dal Parlamento risolvendo un'impasse personale e istituzionale che durava da troppo tempo, ma anche divincolando Bossi e la sua immagine residua dalla palude di sabbie mobili dove sprofonda giorno dopo giorno il berlusconismo ormai agonizzante.

Non è l'apertura di una crisi di governo, da parte della Lega, che anzi mantiene gli altri suoi ministri al loro posto e attacca i "traditori delle riforme", cioè i democristiani dell'Udc; ma è qualcosa di peggio, la conferma che la crisi è di sistema, non di governo soltanto. Tutto il sistema berlusconiano sta infatti saltando, dal progetto politico al blocco sociale di riferimento, alla tensione rivoluzionaria prosciugata nei compromessi dorotei, nelle promesse mancate, nel tentativo di dare a turno ragione a tutti, smarrendo lo scettro del comando.

Ciò che si è irrimediabilmente sfaldato, infatti, è il principio politico d'autorità, la capacità di leadership del Cavaliere, il suo potere di coalizione. Nata con cento voti di maggioranza in Parlamento, blindata sull'asse Berlusconi-Fini-Bossi-Tremonti, a tre anni dal trionfo elettorale l'avventura del Cavaliere s'è ormai ridotta a un governo Siniscalco-Calderoli, con quattro ministri persi per strada e il premier preoccupato solo di inseguire comunque il taglio delle tasse, prigioniero d'una superstizione che dovrebbe sostituire o miracolare un progetto politico che non c'è più.

Ridotto a un guscio vuoto, il governo può anche fingere di galleggiare sull'estate, fino alla crisi d'autunno e alle elezioni anticipate. È con ogni evidenza una circolazione extracorporea, e il Paese lo sa: vede il berlusconismo consumarsi da solo per inattitudine palese al governo d'una società moderna.

Da solo, senza ribaltoni, senza fantasmi di congiure e poteri forti, senza nemmeno l'apporto della sinistra, educatamente assente dalla crisi, prigioniera com'è dei suoi meccanismi di blocco interni. Manca soltanto la parola "fine": arriverà anche quella, dopo il "liberi tutti" di ieri che condanna il governo alla paralisi conflittuale, trasformando Berlusconi nell'interim di se stesso.


Galleggiare in attesa di una svolta
Carlo Fusi su
Il Messaggero

Invece che entrare tutti nel governo, obiettivo politico prioritario appena una settimana fa, i leader della Casa delle Libertà ne escono. E' Umberto Bossi, debilitato dalla malattia, a dire addio al suo incarico per sedersi al Parlamento di Strasburgo, ma la Lega resta dov'è, sospettosa e irritata e tuttavia ancora a fianco di Silvio Berlusconi. La verifica non è conclusa, piuttosto congelata, in attesa di settembre e dei nodi che la ripresa politica porterà con sé. Ma un risultato comunque il centro-destra l'ha raggiunto, e anche le ultime vicende del Carroccio ne sono una conferma: il Cavaliere tutto vuole tranne che la crisi, neanche se vista come opportunità per riacciuffare le redini della coalizione e progettarne il rilancio. Gli alleati, dopo averla minacciata uno alla volta e con voce sempre più stentorea, non hanno la forza né l'interesse a provocarla. Dunque si va avanti così, in una sorta di galleggiamento con la rotta fissa a durare il più possibile mentre i problemi si accumulano e le soluzioni latitano.
Immaginare di andare avanti altri due anni in questo modo è davvero arduo. E tuttavia poco altro sembra esserci all'orizzonte della maggioranza. La sostituzione di Bossi con Roberto Calderoli garantisce continuità e ribadisce la fedeltà della Lega a Palazzo Chigi. Vero che lo spettro di un voto stravolgente sul federalismo incombe, ma rimane allo stato di minaccia e del resto se il Carroccio vuole portare a casa la riforma, l'unica carta che può giocare è stare appiccicato al treno berlusconiano: in caso contrario Bossi “europeo” e la devolution lasciata a se stessa metterebbero in forse l'esistenza stessa del partito. Il presidente del Consiglio lo sa, avrebbe preferito comunque che il Senatùr rimanesse nella squadra di governo perché senza di lui e senza Tremonti è l'asse del Nord quello stesso del quale tanto si è avvalso nei primi tre anni di legislatura che viene tramortito; e però l'importante è ora circoscrivere la valenza di rottura delle dimissioni, assicurandosi l'appoggio leghista e dopo si vedrà. In fondo la Lega “borderline” compensa ed equilibra le mani libere dell'Udc.
Né problemi particolari possono venire, in questa fase, da An. Il premier tenta Fini con una promessa di diarchia e il capo della destra accetta di buon grado, sicuro di riuscire a far risaltare la carta tanto agognata della collegialità. Anche perché per il numero due del governo alternative non ce ne sono: smarcarsi equivarrebbe a mettere il partito in una sorta di pericolosissimo limbo che potrebbe anche portare all'implosione. Idem per i centristi, che qualunque progetto coltivino hanno bisogno di tempo per realizzarlo. Intanto c'è la riforma delle pensioni da fare, la Finanziaria (e connesso Dpef) da impostare, il federalismo da incardinare. Ma più di tutto c'è da superare agosto. Poi a settembre si ricomincia.


Un gesto estremo, ma lucido
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Sarà anche malato, ma Umberto Bossi si conferma politicamente meno appannato di tanti suoi alleati. La scelta di andarsene a Strasburgo, lasciando il Parlamento italiano dopo 17 anni e il ministero delle Riforme istituzionali dopo tre, appare l'opposto di un atto di resa per motivi di salute. Semmai, è l'estremo tentativo di salvare quel che resta dell' " asse del Nord " ; e di piegare An e l'Udc a una lealtà che il voto europeo ha messo in mora. Bossi schiera la Lega sulla prima linea del centrodestra: non per affossarlo, ma per arginare un logoramento che sfiora l'irreversibilità.
E' un piano disperato. Ma il capo del partito padano vuole avvertire Fini, Follini e lo stesso Berlusconi che le sorti della maggioranza dipendono da lui. Il testo finale del Consiglio federale di ieri è esplicito. " Il segretario della Lega Nord- Padania ha deciso di mantenere fede alla parola data e di non far cadere il governo " . Non ritirerà i ministri, che rimarranno " anche di fronte a un palese tradimento degli alleati " e a " giorni difficili sulle pensioni " . E annuncia che vuole avere le mani libere per occuparsi del movimento.
Forse, almeno nella prima fase Bossi dovrà pensare più alla convalescenza che ai lumbard . Il suo problema immediato sarà di capire se e fino a che punto può tornare a un impegno totale e logorante. Ma la decisione di optare per il seggio a Strasburgo è una dimostrazione di consapevolezza. Il leader leghista sapeva di non poter fare all'infinito il " ministro invisibile " : il suo status indeboliva sia il governo, sia il partito.
In fondo, la malattia e la lunga assenza avvolta nel mistero, erano diventate un alibi per l'indecisione della coalizione.
Ora, alibi non ne ha più nessuno: neanche il premier. La conseguenza delle dimissioni non è il caos, ma un'appendice di stabilità vigilata. La Lega lascia capire che Bossi ha bloccato l'uscita dal governo di Maroni e Castelli; e che ha designato Roberto Calderoli a succedergli. Insomma, liberandosi le mani, ha messo gli altri davanti alle proprie responsabilità.
Traspaiono l'irritazione per il sacrificio di Tremonti, uomo- cerniera fra berlusconismo e leghismo; e un'amarezza condivisa con l'ex ministro dell'Economia. A sentire An e Udc, la scelta del capo padano nasce da ragioni personali, non politiche; ma la spiegazione convince poco. Siniscalco dopo Tremonti, e forse Calderoli dopo Bossi, confermano che il governo Berlusconi sta diventando la copia sbiadita di se stesso: col rischio, appena passata l'estate, di diventare irriconoscibile e dissolversi.


Berlusconi, la paura della crisi
"L´Udc si fermi sulla devolution"
Claudio Tito su
la Repubblica

ROMA - "O i democristiani capiscono che sulla devolution non possono mettere le dita negli occhi della Lega o questa volta rischiamo la crisi a tutti gli effetti". Ecco la paura di Silvio Berlusconi. Ecco l´ultimo tornante che la maggioranza sta imboccando: il voto in commissione alla Camera sulla riforma federalista. Un appuntamento tanto delicato da catalizzare l´attenzione del Cavaliere. Che vede negli emendamenti "centralisti" dell´Udc una vera e propria trappola in grado di scattare in due tempi: tra domani e dopodomani e poi a settembre. Quando il federalismo sarà votato dall´aula di Montecitorio.
Se l´addio al governo di Umberto Bossi è stato sostanzialmente metabolizzato da Palazzo Chigi e dalla coalizione, la frattura sulla devolution rischia di amplificare i malumori che da tempo serpeggiano all´interno del Carroccio. Il presidente del consiglio, che ieri si è sentito a lungo con Gianfranco Fini e con i lumbard ma non con gli uomini dell´Udc, ha ormai acceso tutti i suoi riflettori sulla commissione affari costituzionali. "È possibile che almeno questa volta abbiano senso di responsabilità - si è sfogato il premier con i suoi - è possibile che Follini non abbia capito che i leghisti stavolta non possono fare a meno di scatenare un putiferio. O forse l´ha capito ed è per questo che non si lascerà convincere". Un putiferio che avrebbe come prima vittima la riforma delle pensioni. I lumbard da sempre hanno inteso il disco verde sulla previdenza come contropartita del via libera sul federalismo. A cascata poi toccherebbe al governo.

Dentro Forza Italia e tra le fila di Alleanza nazionale, allora, sono in diversi ad avere un dubbio: "meglio la crisi adesso o a settembre?". Il dilemma sta toccando anche il premier. "In autunno - è stato il ragionamento svolto con i suoi più stretti collaboratori - rischiamo di non poter recuperare la situazione. E soprattutto che qualcuno ci imponga un "tecnico" per condurre in porto la finanziaria". Le parole del Cavaliere, però, sono soprattutto il sintomo dell´incertezza più che l´esposizione di un piano preciso. E poi, chiosa il coordinatore forzista, Sandro Bondi, "quando ci si mette d´accordo sul 99% delle cose, sarebbe pazzesco non trovare un´intesa su quell´1%. Se, poi, non c´è la volontà politica, allora cambia tutto...".


Governo di mutanti
Filippo Ceccarelli su
La Stampa

Governo mutante. E non è un'imprecazione, ma un semplice dato di fatto, dopo le dimissioni di Bossi. E dopo quelle di Tremonti. E quelle di Scajola. E quelle, sempre a ritroso, di Ruggiero.

Come dire che nel corso del tempo, oltre al ministro leghista delle Riforme, il governo ha rispettivamente mutato i titolari dell'Economia, dell'Interno e degli Esteri, cioè di quelle amministrazioni che l'insostituibile manuale Cencelli valutava a cinque stelle. Come dire, in definitiva, che il secondo governo Berlusconi è un'entità che ha subìto tali e tante mutazioni da essere divenuto ormai un'altra "cosa", una creatura irriconoscibile, un'anomalia biologica. Ed è qui, precisamente, che la mitologia fantascientifica offre alla vita pubblica e istituzionale italiane l'inedita qualifica di mutante.

Si ripongano cioè nel cassetto la Costituzione (e il manuale Cencelli), e si dia corso alla consultazione degli albi X-Men della Marvel con i suoi mostri di derivazione genetica tipo pipistrelli, ragni, pinguini, coccodrilli, formiconi, lupi mannari e alieni vari. Cosa più è il governo se non un'entità fantastica nella sua continua trasformazione? Chi potrebbe orientarsi nelle più profonde e avventurose motivazioni che hanno portato all'entrata, allo spostamento e pure al ritorno di Scajola, Pisanu, Frattini, Mazzella, Siniscalco e del successore del Senatùr?

Anche nella Prima Repubblica, certo, si sostituivano i ministri. Ci fu un governo Andreotti, il sesto (1990-91), che ne cambiò cinque, tutti assieme. Ma anche in quel caso il governo semmai rafforzava la propria caratura politica. E infatti in quell'occasione Andreotti fece a meno della sinistra dc riassestando la compagine verso l'area moderata. Ma oggi beato chi ci capisce qualcosa.

Non solo, ma adesso la Lega si chiama fuori chiedendo un ministro. E nella Seconda Repubblica della semplificazione bipolare ecco che spunta fuori l'alleanza delle mani libere e la coalizione degli alleati traditori. Roba che la "collaborazione-competizione" tra socialisti e democristiani negli anni ottanta diventa un giochino innocente, se non altro perché allora i ministri restavano al loro posto. Oggi non più: si entra e si esce dal Consiglio dei ministri con massima tranquillità. Come in un cartone animato: salta Fenice e arriva Ciclope, si dimette Colosso e giura Wolwerine.

Il presidente Berlusconi ha l'aria di trovarsi del tutto a suo agio fra cloni, androidi e mutanti, alla guida di un'astronave-transformer che si rigenera rimpiazzando a sorpresa meccanismi, dispositivi, equipaggio. Oltretutto, almeno all'inizio, il Cavaliere rivendica "continuità". A rileggersi le collezione dei giornali, lo fece pure ai tempi della "separazione consensuale" con Ruggiero (gennaio 2002). "Convinta continuità europeista" per la precisione. S'è vista poi.

Come pure nega a oltranza le implicazioni politiche dei cambiamenti, cerca di sdrammatizzarne gli effetti sul quadro politico, cambia addirittura argomento. Memorabile, nel bel mezzo della crisi che portò alle dimissioni di Scajola (luglio 2002), la pretesa berlusconiana di porre all'ordine del giorno la questione - pure rilevante, chi lo nega - dello scongelamento del ghiacciaio del Monte Rosa.



Minacce apocalittiche e mosse da stratega
Per il premier diventò " il migliore amico "
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

" Quando sei lì fai quello che vuoi. E i ministri della Lega le riforme le fanno subito per subito " . Era convinto di aver già tutto in tasca, Umberto Bossi, alla vigilia delle elezioni vittoriose del 2001: " Il Parlamento non andrà in vacanza se entro agosto non sarà approvata in prima lettura la devolution " . Tre anni dopo, il suo addio a quel ministero delle Riforme che aveva fortissimamente voluto, è insieme l'ammissione di una sconfitta, politica prima ancora che fisica, e il ruggito del leone ferito che con quel po' di forze che è riuscito a recuperare tenta di azzannare gli amici- nemici di una vita, Alleanza Nazionale e i neo- democristiani, accusati di " un palese tradimento " .
Forse ci credeva davvero, il Senatur, alla possibilità di imprimere una svolta netta alla politica italiana. O forse, già introdotto a tutti i trabocchetti di quello che il Cavaliere chiama " il teatrino " , voleva solo far coraggio a se stesso e ai suoi.
Come quando, vari mesi dopo esser salito sull'auto ministeriale ( verde bottiglia per marcar la differenza con quelli cui aveva per anni contestato l'auto blu) ancora prometteva: " Arriveranno disegni di leggi potentissime, che solleveranno polemiche a non finire. Subito dopo Natale sentirete esplodere con un rombo di tuono la legge sulla famiglia! " . Oppure: " Entro l'estate sarà pronta la devolution, poi metteremo ordine nello Stato centrale e alla fine arriverà il federalismo fiscale! " . " Via libera, il processo è irreversibile! " . Certo è che pochi giorni prima di essere colpito dall'infarto che l'ha messo fuori gioco, sembrava aver perso larga parte della sua balda sicurezza di portare a casa ciò che si era proposto accettando di schierarsi una seconda volta, contro il volere di una larga fetta del suo partito, con quella destra che per anni aveva coperto di accuse, ironie, insulti.
Basta rileggere quando disse a Telepadania poche ore prima di essere ricoverato in rianimazione: " Aspetterò fino all'ultimo e spero che si arrivi al federalismo anche se devo tener a freno molti dei miei che scalpitano perché dopo quasi tre anni di governo non si è ancora arrivati all'obiettivo " . Con il Corriere era stato ancora più esplicito. " Ho il timore che la mia esperienza riformatrice si stia esaurendo " , aveva detto: " Se io, Umberto Bossi, resto nel governo le riforme si fanno? Se io, Umberto Bossi, esco dal governo cosa accade? Su questo sto ragionando. Bisogna tornare ad una Lega di lotta? Di certo per avere le riforme occorre tornare alla piazza e alla strada " . E aveva chiuso: " Vogliono distruggere me e con me le riforme. Se tolgo il disturbo salvo le riforme? Ecco il busillis " . Nella sua ultima intervista, alla Stampa , era stato ancora più brusco: " Ci siamo rotti le scatole " . Aveva anzi fissato una scadenza, il 28 marzo, termine ultimo per andare, in caso di rottura, alle elezioni anticipate: " O si risolve la questione del federalismo o la Lega non ci sta più. O il Nord vede arrivare lo Stato federale oppure riprende la via della lotta di liberazione, della secessione " . E aveva minacciato: " Questa è l'ultima possibilità di mediazione, il federalismo è l'ultima possibilità per tener unito il Paese. Se non arriva, se in questi giorni la situazione non cambia, non si sblocca, il Nord si muoverà e il costo potrebbe essere altissimo " .
Sempre stato così, l'Umberto. Un misto di parole dinamitarde e finezze strategiche, di svolte epocali e rapidi contrordini, di brutali forzature e sorprendenti ragionevolezze, di minacce apocalittiche e spregiudicati compromessi. Nella totale indifferenza per le accuse di incoerenza, davanti alle quali ha sempre fatto spallucce: " La Lega deve essere politicamente scorretta, perché se anche noi leghisti fossimo politicamente corretti, in questo Paese non cambierebbe mai nulla " .
Mani libere, sempre. Libere prima di issare Silvio Berlusconi su un piedistallo per poi buttarlo giù e riempirlo di botte ( " È un mostro anti- democratico " , " Un suino " , " Un brutto mafioso che guadagna i soldi con l'eroina e la cocaina " . " Un cornuto " . "Un delinquente" . "Un nazista" ) nell'attesa di tornare all'alleanza come niente fosse: "La scelta di farlo cadere fu un equivoco" . Non sarebbe successo di nuovo, dopo la vittoria del 13 maggio? Ma per carità: " L'alleanza con Berlusconi è a prova di bomba atomica " . Al punto di sfiorare, nel giudizio sul Cavaliere a Palazzo Chigi, l'agiografia: " Siamo stati i migliori. Nessuno ha fatto una politica migliore del nostro governo, tranne gli Stati Uniti. Ma loro hanno l'Impero " .
Per non dire dei rapporti con Gianfranco Fini ( " Lo stalliere di Berlusconi " ) e quelli di An: " Andremo a prendere i fascisti casa per casa " , " No i i fascisti li attaccheremo sempre perché sono uomini del vecchio regime: li teniamo sotto il tiro del nostro Winchester " . Quanto ai neo- demo cristiani e ai socialisti, restano in archivio collezioni di insulti sanguinosi. Uno su tutti: " Gente da tirare giù, da portare in piazza e fucilare, perché quando uno porta il Paese al fallimento lo si fucila " .
Eppure, paradosso dei paradossi, nonostante le tensioni create nei rapporti con la Chiesa ( " È ora di mandare la Finanza in giro da certi vescovoni per sapere se i soldi raccolti per i poveri vanno veramente a quelli " ) , con l'opposizione ( " sono loro, le sinistre, i nuovi nazisti! " ) , con la Ue ( " È ora di finirla con l'Europa dei tecnofili, i tecnocrati alleati dei pedofili " ) e volta per volta con questo o quell'alleato, il giorno che la moglie Manuela lo portò in coma all'ospedale, fu chiaro a molti che da quel momento al governo veniva a mancare non la testa matta destabilizzante, ma il perno di una complicata stabilità. Era o non era stato, l'Umberto, al di là delle risse e dei cazzotti e delle dichiarazioni esplosive, l'uomo che aveva garantito la compattezza totale della Lega, voto dopo voto alla Camera, prima al governo Dini e poi al Berlusconi secondo? Il primo a rendersene conto, non per niente, fu il Cavaliere.
Che all'uscita dalla veglia di preghiera organizzata dal Carroccio a Pontida tre giorni dopo il ricovero, disse con voce rotta dall'emozione: " Bossi è il mio amico più caro " . Una affermazione impegnativa. Che i leghisti accolsero con una smorfia di diffidenza.
La Padania titolò stizzita: " Presidente Berlusconi, l'amicizia è rispettare i patti " .
Eppure, a modo suo, aveva ragione Sua Emittenza. Senza " l'amico Umberto " . ..


Il dialogo avvelenato
Ferruccio de Bortoli su
La Stampa

Il dialogo sociale è a pezzi. La luna di miele fra imprenditori e sindacati è durata pochissimo. Forse non è mai cominciata. E forse non ci sarà mai. Anche fra le stesse confederazioni il rapporto resta conflittuale, tra sospetti e reciproche accuse. Ma al di là degli ultimi avvenimenti, una vera e propria concertazione allo stato attuale è impossibile se sopravvive nella sinistra italiana il riflesso condizionato di cui abbiamo avuto ampia prova in questi giorni. Non c'è alcuna concertazione possibile se la cultura del sospetto verso la controparte è così radicata e diffusa.

La Fiom mette in guardia il riformista ed ex socialista Guglielmo Epifani perché non "caschi nella trappola" che gli avrebbe teso la Confindustria con la richiesta di rivedere il sistema della contrattazione e dei salari. E, nello stesso tempo, l'ex comunista e ragazzo di Berlinguer, Pietro Folena, in polemica aperta con il segretario dei Ds Piero Fassino, avvalora la tesi della trappola. Come se sedersi attorno a un tavolo costituisca già di per sé un'obbligazione. Sono rituali vecchi, pratiche consunte, modi di pensare in cui la sostanza non conta. Ha rilievo solo la forma perché è affermazione dell'identità. Allora, meglio Bertinotti, ex Cgil e ancora comunista, che pur avendo in vita sua firmato più appelli e autografi che contratti, appare almeno sincero e coerente.

La vera trappola, anzi la doppia trappola, è un'altra. E' nascosta nel massimalismo di parte della Cgil e nel movimentismo di buona parte dei Ds. E può scattare solo ai danni del centrosinistra. Un'ulteriore prova della propria incapacità di assumere future responsabilità di governo, coperta solo dalla drammatica dissolvenza di Berlusconi e della Casa delle Libertà. La crisi del Grande Comunicatore maschera l'appannarsi della leadership di Prodi e il preoccupante vuoto di idee dell'opposizione. La sinistra ha avuto, in queste settimane, un capo ufficio stampa tanto efficace quanto imbarazzante: il Cavaliere. Lo ringrazi.

Il dialogo fra le parti sociali è una necessità vitale, a maggior ragione di fronte alla paralisi del sistema politico. Se anche tra imprese e sindacati si replica lo stesso schema del nostro bipolarismo incompiuto e prevalgono sospetti e tatticismi, allora il declino, anche civile e non solo economico, del Paese è certo.

L'orientamento della Cgil faceva sperare, prima della nuova frattura fra le confederazioni, in una riapertura del tavolo della concertazione. Purtroppo non è stato così. Su una cosa i sindacati hanno ragione: nel Paese esiste una questione salariale. Negli ultimi anni la quota del reddito nazionale riservata a salari e stipendi si è ridotta, il potere d'acquisto è diminuito. L'effetto povertà, indotto dallo scarso rendimento dei risparmi, ha fatto il resto. Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa sul Il Sole-24 Ore ha spiegato bene come, dal 2000 al 2003, le retribuzioni di fatto siano cresciute meno che in altri Paesi. Ma questa è una ragione in più per rivedere il sistema dei salari e delle contrattazioni. I nostri principali partner hanno avuto incrementi della produttività anche doppi o quadrupli rispetto ai nostri. E salari e stipendi di inglesi, irlandesi, olandesi ne hanno beneficiato.

Il tema ridotto in estrema sintesi è questo. Sarebbe sbagliato applicare nuove norme alle vertenze attualmente ancora aperte. E non è da scartare l'idea di prevedere, in un'eventuale grande accordo su contrattazione e salari, una sorta di una tantum a titolo di recupero del potere d'acquisto dei lavoratori, magari in azioni quando la società è quotata. In cambio di una maggiore relazione fra retribuzioni e produttività, specie nella contrattazione più decentrata. Un' iniezione di ottimismo, e di volontà di competere meglio insieme, alle quali il fisco potrebbe dare una mano. Ma qualsiasi proposta, buona o cattiva, è destinata ad avere poca fortuna se tra le parti c'è il sospetto che una tenda una trappola all'altra. Ciampi, Trentin e gli altri protagonisti del grande accordo sulla concertazione del '93, diedero il via a un circolo virtuoso fatto di impegni ma soprattutto di reciproche aperture di credito, anche personali. Un po' più di fiducia, ecco quello che manca. Di sospetti e veleni siamo ricchi. Purtroppo.


Crisi Francia-Israele
Sharon persona non grata
Umberto De Giovannangeli su
l'Unità

La marcia indietro di Arik non è servita a placare la polemica. Tra Francia e Israele è crisi diplomatica. Il presidente francese Jacques Chirac ha informato il premier israeliano Ariel Sharon che "non è il benvenuto" a Parigi. A riferirlo è il secondo canale della Tv israeliana. "Dopo diverse settimane di contatti concernenti una sua visita, le comunico che essa è impossibile.... Lei non è il benvenuto a causa delle sue recenti affermazioni", scrive Chirac, stando alla Tv dello Stato ebraico. L'Eliseo reagisce pesantemente all'appello lanciato l'altro ieri da Sharon ai seicentomila correligionari di Francia perché emigrino senza ulteriori indugi in Israele e si mettano così al riparo dalla piaga sempre più allarmante dell'antisemitismo. In tarda serata giunge la puntualizzazione della presidenza francese. L'Eliseo smentisce che Chirac abbia inviato una missiva a Sharon, precisando che si è trattato di un messaggio "trasmesso oralmente per via diplomatica". Cambia la forma ma non la sostanza. E la sostanza è che al momento il premier israeliano non è il benvenuto in terra di Francia.
Il caso è esploso quando Sharon ha affermato durante un incontro con rappresentanti delle organizzazioni ebraiche americane: "Invito tutti gli ebrei a venire in Israele. Ma è assolutamente necessario che lo facciano gli ebrei della Francia e devono muoversi al più presto".

Nonostante l'abilità dialettica del portavoce e consigliere diplomatico di Sharon, Parigi non crede alla tesi dell'equivoco. L'ambasciata francese a Tel Aviv ha immediatamente inviato al ministero degli Esteri e all'Eliseo il testo completo, nella versione originaria, in ebraico, e nella traduzione letterale in francese del discorso del premier israeliano. Uno dei passaggi che più hanno scatenato l'ira delle autorità francesi è il seguente: "In Francia si diffonde un antisemitismo scatenato. Il fatto che il 10% della popolazione francese è costituito da musulmani fornisce un terreno fertile ad una nuova forma di antisemitismo".
Da qui l'invito agli ebrei di Francia di cercare "al più presto" rifugio in Israele. "Invece di parlare di un fraintendimento, Sharon dovrebbe scusarsi pubblicamente per un attacco inaccettabile rivolto alla Francia e ai francesi", si lascia andare, con la garanzia dell'anonimato, un alto diplomatico dell'ambasciata francese a Tel Aviv. "Quello del presidente Chirac - aggiunge la fonte - è stato un atto dovuto, conseguente alla gravità delle affermazioni del primo ministro israeliano". Affermazioni che hanno sollevato un coro unanime di protesta a Parigi.



Il lungo processo sugli schermi tv
Michele Serra su
la Repubblica

Dal delitto di Cogne sono passati solo due anni e mezzo. Ma sembrano cento, tale e tanto è stato lo sfruttamento mediatico - soprattutto televisivo - di un così delicato e tenebroso caso. La sentenza dei giudici appare quasi un codicillo (ahimé, necessariamente stringato e severo) del processo mediatico, che è stato invece smodato e spesso ciarliero, celebrato in talk show che non potevano che essere parodie dozzinali di quella tragedia greca che è l'infanticidio, specie con la madre sotto accusa.

La vicenda della signora Franzoni e della sua famiglia è diventata gossip nero, segnato da una spaventosa impudicizia e dal piacere quasi sportivo di discutere su indizi, moventi, investigazioni, come in un gigantesco gioco di società. Il tetto di pietra della villetta di Cogne, in onda ogni sera su tutti i telegiornali per lunghi mesi, anche quando non c'era nulla di nuovo da dire o da insinuare, era diventato una specie di logo televisivo, la sigla di uno dei tanti serial di intrattenimento. Lo si fissava, alla fine, con distaccato cinismo, tanto saturo era lo sguardo, e tanto invadente era diventata la morbosità pubblica attorno a quel caso.

L'irruzione nel processo dell'avvocato Taormina, irrefrenabile protagonista dei casi giudiziari illuminati dai riflettori, aveva poi ulteriormente trasfigurato la vicenda da dramma umano a pittoresco parapiglia giuridico, con inquirenti che finivano sotto accusa, indagini sulle indagini, annuncio di clamorosi colpi di scena (Taormina ebbe anche a dichiarare di conoscere il nome dell'assassino, come in un telefilm di quelli molto ma molto popolari).

La condanna della signora Franzoni avrà sicuramente la sua legittima coda di dolore privato, e di commenti pubblici. Quelli di qualche spessore giudiziario, di chi conosce le carte e sa di iter processuali, sono i soli legittimi. Degli altri, anche se sappiamo di non poter evitarli, non avvertiamo alcuna necessità, dopo il profluvio di approfondimenti psicologici e di disamine sociali un tanto al chilo che sono fioriti, in questi due anni e mezzo, attorno al caso Franzoni, spesso in misura indirettamente proporzionale allo scarno spicchio di verità che si poteva intravedere: meno se ne sapeva, più l'accanimento della chiacchiera si faceva intenso e sovente spietato.

Dal caso Franzoni, qualunque sia l'opinione in termini di colpevolezza, abbiamo imparato la nostra disperata incapacità, in quanto società mediatica, di fare silenzio, di sospendere la chiacchiera, di prosciugare l'emozione in favore di una decente, rispettosa assenza di risposte a domande troppo difficili. Dividersi in colpevolisti e innocentisti, a volte, è solo un gioco facile e becero, specie quando la gravità del delitto coinvolge le viscere di una società.

Le interviste televisive della signora Franzoni restano, almeno per quanto riguarda il mio giudizio, una delle più fulminanti prove a carico della televisione, del suo micidiale sovrappiù sentimentale, della sua invadenza, della sua incapacità congenita di aiutarci a ragionare in silenzio e della sua necessità, per contrappasso, di farci emozionare rumorosamente e continuamente.

Il delitto, ahimé, è un genere anche quando non è fiction. Attira, interessa, e a volte è anche parecchio rappresentativo di una società e della sua crisi. Ma quando non c'è misura, in questa inevitabile attrazione dell'opinione pubblica per la cronaca nera, il delitto diventa mercato, un mercato indecente nel quale si vendono vittime, colpevoli, testimoni, inquirenti come un clamoroso cast. Anna Maria Franzoni era diventata, suo malgrado, una star, e c'è da chiedersi se la sentenza di condanna la aiuterà, e ci aiuterà, a dimenticare e a celebrare davvero il lutto, oppure se si profilano nuove puntate, magari carcerarie, della sua tragedia e della nostra farsa.


Un delitto vero nel reality show
Aldo Grasso sul
Corriere della Sera

lIl vero reality show della tv italiana è stato l'omicidio del piccolo Samuele. Per due anni è andato in onda su molte reti, ha mobilitato noti conduttori, ha coinvolto schiere di esperti, di innocentisti e di colpevolisti, ha sperimentato nuove strategie difensive. Ha offerto sensazionali colpi di scena, come l'annuncio in diretta della nuova maternità di Annamaria Franzoni, ha persino emesso, in una famosa puntata del Costanzo Show , un verdetto di assoluzione. Non così il tribunale di Aosta che ieri ha condannato la Franzoni a 30 anni di carcere.
Tutto comincia la mattina del 30 gennaio 2002, in una villetta di Montroz, in Val d'Aosta. Per giorni e giorni i tg aprono con la notizia del bambino di tre anni assassinato nel suo letto e Cogne si trasforma presto in un set televisivo: parabole, telecamere, microfoni, cronisti ma anche dicerie, pettegolezzi, sussurri. Sembra la scena di un film, qualcosa a metà tra " L'asso nella manica " e il " Truman show " tanto che il sindaco Osvaldo Ruffier vorrebbe smantellare quell'improvvisato teatro di posa: " Basta citarci come il paese del delitto, è tempo di turismo! " . Già perché, intanto, l'unica indagata è proprio la mamma di Samuele e l'idea che una madre abbia potuto uccidere il proprio figlioletto è così aberrante che quelle immagini si imprimono nella memoria di tutti: la villetta isolata, i carabinieri che entrano ed escono dalla casa, i giocattoli abbandonati nel cortile, gli zoccoli, il pigiama.
La prima parte del reality vede sotto accusa gli organi di informazione: i giornalisti sono incolpati di essere invadenti e morbosi, e le trasmissioni tv bollate come " forcaiole " . L'allora ministro Umberto Bossi parla addirittura di " campagna di tv e giornali contro la madre di Samuele, fatta da chi vuole distruggere la famiglia " . Poi la svolta: l'avvocato difensore Carlo Federico Grosso viene " nominato " ed esce dalla Casa ( anzi, dal caso); al suo posto una new entry , l'avvocato Carlo Taormina. E qui il reality subisce una clamorosa svolta, così sintetizzabile: fronteggiare un'opinione pubblica colpevolista. Così l'imputata viene trasformata in personaggio tv e la disperazione che sta alla base di simili scelte diventa esca per accendere i fuochi dei talk show : " Port a a porta " allestisce una piccola compagnia di giro, da Grand-Guignol, guidata dallo psichiatra Paolo Crepet e dal criminologo Francesco Bruno, e serializza l'evento con tanto di modellino in studio. Due i coup de théâtre che pongono il sigillo su questa inedita condotta giuridico- mediatica: nel marzo del 2002 la Franzoni si concede prima alle telecamere di " Studio aperto " ( piange con disperazione) e poi, quattro mesi dopo, a quelle del " Costanzo show " .
La madre del piccolo Samuele, guardando in macchina, si rivolge direttamente all'ignoto assassino: " Tu che l'hai fatto devi dire che sei stato tu... " .
La trasmissione decide che la Franzoni è innocente: " Se recita, recita così bene che la voglio scritturare " , dichiara il conduttore. Da un punto di vista mediatico, la Franzoni viene dunque assolta. E' vero che in cambio deve dare una notizia in esclusiva ( l'annuncio di una nuova maternità), concedersi alla morbosità del pubblico, mettere in mostra angoscia e orrore, " recitare la parte " ma questo fa parte del gioco, del reality appunto.
La tv e le aule di tribunale obbediscono a logiche differenti: la prima funziona per personaggi e non per concetti astratti, la seconda con il codice in mano. Il rischio è che alcuni media favoriscano l'attacco dell'emozione alla giustizia, reintroducano nel cuore del nostro individualismo metodi tribali. Intanto Taormina promette una nuova edizione del reality : dirà il nome del colpevole.
Continua.


   20 luglio 2004