
sulla stampa
a cura di P.C. - 19 luglio 2004
Una fotocopia per l'estate
Stefano Folli sul Corriere della Sera
Di fronte allo psicodramma che il Paese ha vissuto per settimane e mesi e che si è concluso senza concludersi, con la trasformazione del governo Berlusconi in un esecutivo balneare privo di anima politica, prevale un senso di scoramento. La prova offerta dai nostri reggitori - come li definisce Giovanni Sartori - è a dir poco desolante. Nessun respiro, nessuna capacità di parlare al Paese; nessun vero progetto, salvo un "federalismo" semi-insabbiato e un piano fiscale che però avrebbe bisogno di risorse certe e di una coesione di cui non si vede traccia.
L'impressione è di fine di una stagione politica. Una stagione lunga e complessa, che ha coinciso col decennio berlusconiano, ricco di promesse di rinnovamento, ma anche di sfibranti contraddizioni. Le quali hanno riguardato, sì, il conflitto di interessi e l'incapacità di far prevalere l'interesse generale rispetto alla dimensione privata o aziendale; ma soprattutto hanno investito la sfera politica, ossia l'impossibilità di trasformare la Casa delle Libertà in qualcosa di più di un cartello messo in piedi (con successo) per vincere le elezioni.
La realtà ha dimostrato che la coalizione richiedeva uno sforzo per conciliare le pulsioni differenti, talvolta opposte, di una classe dirigente poco sperimentata, ma posta davanti alla sua occasione storica. Tale sforzo avrebbe dovuto essere il tema politico di questa legislatura, la sfida che Berlusconi non poteva permettersi di perdere: legare insieme non solo con il filo della pazienza, ma anche con il mastice della mediazione, le richieste e, perché no, le ambizioni dei vari soci.
Un lavoro tenace, defatigante? Forse sì, ma esercitare una leadership significa anche questo. Del resto, è arduo pensare che fosse impossibile amalgamare tra loro Fini e Tremonti, Bossi e Follini prima che fosse troppo tardi. C'è di peggio, in giro per il mondo. Invece si è lasciato scivolare tutto lungo il piano inclinato, con l'idea che il carisma del leader avrebbe guarito la malattia quasi per magia. Ma le elezioni europee hanno dimostrato che il genio della lampada non obbediva più agli ordini di Aladino.
Così siamo arrivati al governo-fotocopia, una situazione tipica della Prima Repubblica. Quando una crisi non si sapeva come risolverla, si ingessava il governo e si rinviavano i problemi di due o tre mesi. Quei governi erano una mera fotografia dei dissensi non composti ma cristallizzati. Come nella macchina del tempo, oggi Berlusconi si trova a vivere quella stessa condizione. L'esecutivo con la base parlamentare più ampia del dopoguerra è diventato - spiace dirlo - un "governicchio" buono per passare l'estate. E da esso prendono le distanze, più o meno scopertamente, i suoi malmostosi alleati. Ultimo in ordine di tempo, ed è clamoroso, Umberto Bossi dal suo letto d'ospedale.
Berlusconi misura ormai la sua solitudine. La sua base sociale, cioè le categorie che lo hanno sostenuto nella lunga avventura, appare perplessa e lontana, benché tutt'altro che convertita alle suggestioni del centrosinistra. L'Italia moderata che ha creduto in lui vede la paralisi, si interroga e va in vacanza senza sapere quali altre delusioni deve attendersi per settembre. Si capisce adesso quale danno abbia provocato al governo l'uscita di scena di Giulio Tremonti, subita da Berlusconi senza particolare sofferenza. Del governo Tremonti costituiva, nel bene e nel male, la spina dorsale. Era illusoria l'idea di ricostruire, dopo Tremonti, un altro equilibrio, come se nulla fosse.
Con tutto il rispetto verso un tecnico di grande valore qual è Domenico Siniscalco, non è facile spiegare perché si è sostituito un ministro politico dell'Economia con il direttore generale dello stesso ministero. Serviva il rilancio, abbiamo avuto la fotocopia. Si dovevano cancellare le beghe dei partiti, ma non sono state nemmeno tamponate.
La destra impossibile
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera
Ce la farebbe il bipolarismo italiano a sopravvivere alla scomparsa politica di Silvio Berlusconi? Preso atto del declino all'apparenza inarrestabile della coalizione di governo, è questo l'interrogativo ormai all'ordine del giorno nella vita politica del Paese. Al quale si è tentati di rispondere negativamente soprattutto in forza di una sensazione diffusa, e cioè che, tolto di mezzo Berlusconi, la Destra italiana si spappolerebbe e molte sue parti ( a cominciare da Forza Italia) sarebbero attirate dal centro: e dunque addio a uno dei due Poli.
In effetti è una sensazione fondata su un dato incontrovertibile: dal 2001 a oggi il presidente del Consiglio e i suoi alleati non sono riusciti a dare corpo ad alcuna piattaforma ideale sufficientemente ampia, articolata e minimamente omogenea, ad alcuna prospettiva politico- programmatica di lungo periodo, ad alcuno strutturato radicamento sociale. In Italia, insomma, a tre anni dalla sua vittoria elettorale la Destra è tuttora un fantasma: non ha libri e giornali di larga circolazione, non ha poteri forti alle spalle, non ha parole d'ordine, non ha un discorso pubblico condiviso perché non ha valori forti e positivi comuni.
Ciò accade per l'inadeguatezza di uomini e partiti, certo, ma anche a causa, credo, di qualcosa di molto più importante e profondo. A causa, cioè, di una fortissima tradizione nazionale ( alla quale, nel secolo che è alle nostre spalle, hanno dato mano tanto il cattolicesimo politico che il fascismo, che il socialismo e il comunismo gramsciano) in base alla quale tradizione nel nostro passato hanno prevalentemente, se non quasi sempre, avuto la meglio le forze del mutamento che si riconoscevano nella dimensione delle masse, dello Stato, della socialità omologante, anziché le forze, egualmente del mutamento, ma che si riconoscevano nella dimensione tipicamente liberale della meritocrazia, della competizione, dell'efficienza e del rischio. L'assenza in Italia di una Destra liberale ( quella fascista è per tanti versi una Destra imparentata alla Sinistra) ha corrisposto alla tradizionale assenza dei fattori suddetti dal nostro panorama ideologico- culturale nonché dalle nostre politiche pubbliche, assenza che la Casa delle Libertà non ha in nessuna misura colmato; semmai avesse avuto la più piccola idea di doverlo fare e di come farlo.
Sicché l'Italia sembra condannata a dover per forza fare a meno di una delle due gambe che in altri Paesi, con il loro moto alterno ma alla fine armonioso, hanno assicurato il cammino della modernità. Da noi, cioè, il mutamento sembra che possa essere solo quello assicurato in nome dei valori propri della Sinistra, e naturalmente con la Sinistra come protagonista.
Il guaio è che ci sono momenti, com'è probabilmente quello che l'Italia sta attraversando da alcuni anni, in cui, per ragioni storiche generali e specifiche della nostra vicenda nazionale, ci sarebbe bisogno proprio di cambiamenti ispirati a valori di Destra ( la meritocrazia, l'efficienza, la competizione di cui sopra), valori che però la Destra italiana non vuole e non sa rappresentare, come mostra per l'appunto la penosa
performance della Casa delle Libertà. Con la conseguenza, tipica della nostra vicenda politica da trent'anni a questa parte ( e che puntualmente sembra sul punto anche oggi di ripresentarsi), che allora la Sinistra è tentata- obbligata di fare lei anche la parte della Destra, condannandosi in tal modo, però, a un'inevitabile guerra intestina tra " puri " e " opportunisti " , tra " radicali " e " riformisti " , che minaccia di portare al fallimento anche ogni sua eventuale esperienza di governo.
Nella crisi Pera vuol fare Badoglio
Pasquale Cascella su l'Unità
Come dire: cade a... Pera. Marcello Pera, s'intende. Il presidente del Senato ha fatto irruzione sulla scena della crisi strisciante della maggioranza dispensando le pillole di filosofia residue del vecchio amore per Karl Popper, nelle vesti del gran sacerdote del maggioritario governante. Prima con un'intervista a tutta pagina sul "Giornale". Poi con un'esternazione al Caffè della Versiliana - quasi un'overdose, considerato il personaggio - fa sapere di vedere l'Italia tornare "al bivio di dieci anni fa.
A ritroso, si torna - ci illumina Marcello Pera - "all'inizio della seconda Repubblica, quando Berlusconi da solo inventò un partito, creò il bipolarismo, frenò la deriva inerziale, vinse le elezioni e formò un governo". Ha fatto tutto il tycoon di Arcore, insomma. Compresa la retromarcia al bivio tra "restaurazione e modernizzazione"? Non sia mai. Filosofeggia Pera: "La restaurazione è la politica delle mani libere, quando i partiti, presi i voti nelle urne, in Parlamento fanno poi ciò che non hanno detto. La modernizzazione è invece la politica del contratto con gli italiani, quando un leader, a nome di una coalizione, deve premettere e, diventato premier, deve mantenere". Bontà sua, Pera riconosce che con la nomina di Domenico Siniscalco a ministro dell'Economia "si è trovata una soluzione, non la soluzione". Va da sé che immagina "che il programma di Siniscalco sia lo stesso del presidente del Consiglio, cioè tagli di spesa e diminuzione delle tasse". Ma "gli alleati non lo hanno detto". Gira e rigira, è chi non consente al "moderno" Berlusconi di "tirare avanti il carro" a rompere i "patti" e, nel caso, a dover "pagare" e tenersi "i cocci". Visto che le mani libere ha voluto tenersele l'Udc, va da sé che il dito accusatore sia rivolto ai centristi. Anzi, Pera invoca nientemeno il buon Dio perché liberi la scena politica di quanti, come Marco Follini, il proporzionale "senza due poteri fondamentali del premier: assumere e licenziare i ministri, sciogliere il Parlamento in caso di crisi". Ce n'è anche per Umberto Bossi, ora che un pensierino a liberarsi dal sindacato di controllo della maggioranza condivisa con il premier (e Giulio Tremonti) lo sta facendo? Al "Giornale", in effetti, Pera rivela di temere che "la Lega si sfili e tolga la spina", ma l'equivoco è stato corretto con il caffè della Versiliana: "Un'uscita di Bossi oggi dal governo avrebbe un significato politico".
Bossi, il giorno della verità
Gianluca Luzi su la Repubblica
ROMA - Una domenica fino a tarda notte con il governo di nuovo appeso a un filo. Tutti con il fiato sospeso in attesa che Bossi decida se lasciare il ministero delle Riforme e optare per l´Europarlamento. "La decisione si saprà domani (oggi per chi legge ndr.)", ha riferito il vicepresidente del Senato Calderoli uscendo dall´ospedale di Lugano al termine della lunghissima riunione con Bossi e i leader leghisti. "Bossi ci sta ancora pensando e non ha ancora preso la decisione. Lui sta bene e quando sta bene lui, sta bene tutta la Lega". Forse l´annuncio ci sarà oggi al consiglio federale, in programma dalle 11 in via Bellerio a Milano.
Nonostante il pressing del Cavaliere che sabato sera assieme a Tremonti era andato a trovare il Senatur nell´ospedale di Lugano per cercare di convincerlo a restare, l´impressione generale è che Bossi deciderà di abbandonare il governo lasciando il suo posto probabilmente a un altro ministro leghista che potrebbe essere Calderoli. Quindi in questo caso non ci sarebbe nessun interim per Berlusconi ma direttamente una nuova nomina.
La fine della attuale maggioranza è una ipotesi che evoca lo spettro di un "governo balneare", in puro stile Prima Repubblica. "Magari accadrà - commenta il ministro della Giustizia Castelli - perché è chiaro che un governo deve avere una maggioranza che lo appoggia: questo è il dato di fatto. E se non c´è, è costretto anche a prenderne atto. Io dico che sarebbe un brutto segnale". E aggiunge: "Da un paio di giorni mi pare che Bossi abbia deciso di riprendere in mano in pieno la scena politica".
Miccia lunga fino a settembre
Virman Cusenza su Il Messaggero
Un altro colpo all'asse del Nord. Un'altra scossa sismica nella Casa delle Libertà. Dopo Tremonti si avvia all'uscita anche Umberto Bossi. In pratica, dalle insegne della ditta di governo rischia di sparire anche il nome di uno degli azionisti di riferimento. A sottolineare la gravità del passaggio ci ha pensato lo stesso premier nella sua visita lampo di sabato al capezzale di un convalescente quanto lucido (così ne deduciamo dalle ultime mosse politiche) alleato.
L'approdo a Strasburgo del Senatùr sarebbe però tanto spettacolare quanto foriero di bufera per la maggioranza. Dettato da una precisa scelta politica (come riconosce il presidente del Senato, Pera) più che da precarie condizioni di salute, il gesto ha l'evidente significato di smarcamento dal carro traballante del governo. Un Bossi che si tiene le mani libere in vista di grandi manovre autunnali.
Ecco dunque che Fini e Follini affrontano l'ultimo scorcio dei lavori parlamentari con disincanto e prudenza. Consapevoli che il gesto dell'Umberto tornato furioso avrebbe sortito la crisi solo se fosse avvenuto due settimane fa, all'indomani dell'uscita di Tremonti. Adesso ci potranno essere fiammate, ma non ancora l'incendio della crisi. Giovedì il voto sulle riforme potrebbe andare liscio. Con un primo esile risarcimento al Carroccio. Sotto l'ultimatum leghista passerà il testo del federalismo, ma con quell'apertura al sistema proporzionale che è cara ai centristi. Gli emendamenti bomba sulla devolution potrebbero essere congelati per settembre. Ancora intatti per accendere la miccia fatale.
Lunga storia d'amore e di coltello
Tra Umberto e Silvio
Pierangelo Sapegno su La Stampa
Quella volta, all'una di notte, nella saletta di una pizzeria romana, c'erano i giornalisti che gli raccontavano del comizio alla tv di Berlusconi e lui diceva che non l'aveva visto, ma che ci faceva sopra una bella risata. Anche gli altri ci fecero una bella risata. Allora, Umberto Bossi si fece serio: "Però, sento un brutto puzzo di fascismo, di proclami, e di Sud America: il colonnello Silvio..." Solo che quella volta era il 20 dicembre del 1994, e mentre cadeva il primo governo della Seconda Repubblica, come annotavano un po' pomposamente i cronisti di Montecitorio, dentro alla sua crisi si avvitava anche l'ennesima vicenda di questo strano rapporto, fra il Cavaliere e il Senatùr, passato in mezzo ai marosi della politica, prima e dopo, fra insulti, rotture, abbracci, odio e amore, e foto in canottiera, e cene avvelenate e cene al lume di candela, ininterrottamente, come negli intrecci degli innamorati, una puntata dietro l'altra senza sosta, last but not least, all'infinito. Quello che sta accadendo in questi giorni e in queste ore non è certo niente di definitivo e riempie solo l'ultima casella di questa storia. Però segna un nuovo addio, una nuova separazione, approfondita appena dall'incontro nell'ospedale di Lugano raccontato da un lancio di agenzia, quando sabato sera Berlusconi ha reso visita al Grande Malato assieme a Tremonti. E il presidente del Senato Marcello Pera ne ha già dato una lettura severa: "Se Bossi uscisse dal governo, questo fatto avrebbe un significato politico". Un'altra volta il Cavaliere è finito nelle mani del Senatùr.
Come sia nata questa storia non è forse così difficile immaginarlo. Dalle tempeste di Tangentopoli, Berlusconi ne usciva fuori con molta paura e la Lega un po' azzoppata dall'inchiesta di Di Pietro che aveva portato ai ceppi il tesoriere Alessandro Patelli. Ne venne fuori un accordo che poteva servire a entrambi. Il Polo delle Libertà vinse le elezioni e Bossi portò a casa un'enormità di parlamentari: 180. Era il 1994. In una notte di maggio il Senatùr riuscì a strappare a Berlusconi la vicepresidenza del Consiglio e il ministero dell'Interno per Roberto Maroni. Ma tra lui e il Cavaliere non era proprio un idillio. Lo chiamava già "Berluskatz". Diceva che era un presidente sudamericano. Il 25 aprile era stato l'unico a voler sfilare assieme ai reduci della Resistenza, quasi come un gesto di sfida contro il Cavaliere e il suo alleato postfascista. Qualcuno ha raccontato che subisse le preferenze di Silvio per Fini. Forse era pure vero, ma lui non sembrava darci molto peso. Parlava degli "zombie di Alleanza Nazionale, questi sansepolcristi..." e dei "falchetti di Forza Italia" e dell'amico di Craxi. Appena lo intervistavano, lui rilanciava. Nessuna paura di Berlusconi "Quello è già appeso al gancio del macellaio", rispondeva. S'erano sbagliati in tanti in quei giorni, poteva sbagliarsi pure lui. Il presidente del Consiglio allora faceva uso della pazienza, quella che dice ancora adesso di aver come Giobbe, e quando non poteva far finta di non sentire lo chiamava nella sua villa in Sardegna, con i paparazzi appostati sui muretti che li immortalavano passeggiare ai bordi della piscina, il Cavaliere vestito perfettamente alla moda che si portava dietro a braccetto il Senatur con la sua bella canottiera da muratore. Erano i teatrini della Seconda Repubblica, sparsi fra i set del bel vivere, le ville del signore e i palazzi gentilizi. Perché se c'è una storia che unisce la Seconda Repubblica anche nei suoi luoghi, è proprio questa, fra il Cavaliere e il Senatùr. E non a caso è durante la crisi del dicembre 1994, quando Bossi appende Berluskatz al gancio del macellaio, che si spezza questo teatro e questa sequenza di appuntamenti, per ritrovare nelle vecchie trattorie romane, simbolo della prima Repubblica, il Senatùr a tavola con D'Alema e Buttiglione, mentre si dividono le sardine. Si arrivò così al voto della Camera, pochi giorni prima di Natale, e Umberto Bossi con la sua brava cravatta slacciata da popolano di fronte a Berlusconi con il suo doppiopetto rigidamente abbottonato.
Eppure, non ci fu nessun destro e nemmeno un sinistro, dopo. Vennero le elezioni del '96, e la Lega da sola riuscì a salvarsi, mentre Berlusconi perdeva: comunque la si legge, fu una vittoria di Bossi. Ma le storie come questa non finiscono così. I due si ritrovarono dopo, abbastanza lentamente, con molta diffidenza e un po' di necessità. Fece da mediatore Tremonti, come l'amico che riunisce gli innamorati, ma così bravo nel suo certosino lavoro di ricomposizione da diventare quasi indispensabile. Quando B&B vinsero le elezioni del 2001 e rifecero il governo, le canottiere e gli insulti rimasero in valigia. Fecero le cene a tre, ad Arcore, questa volta, loro due e Tremonti. Adesso la parte del geloso toccava a Fini. Poi il senatur è stato male, e il ministro plenipotenziario è caduto, e adesso c'è chi dice che sta alla porta vagheggiando un polo laico socialista e liberale per il dopo Berlusconi, che chissà dove comincia e dove finisce. Intanto, le cene sono finite e Bossi traccheggia prima di mollare. Ma la storia no, la loro storia non è finita qui. Sicuro. "La Lega è qui, e io lo aspetto...".
I timori del premier
Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera
ROMA " Ho visto un vecchio amico e gli ho parlato come a un vecchio amico " . Il giorno dopo l'incontro con Umberto Bossi, Silvio Berlusconi tenta ancora di sdrammatizzare la vicenda che vede come protagonista il leader della Lega. Ma anche lui sa che non è possibile far finta di niente. Che, comunque, a prescindere da quel che deciderà di fare il " vecchio amico " , la Lega è entrata in sofferenza. Nelle telefonate con i fedelissimi, in quelle con Gianfranco Fini, e con i dirigenti leghisti, il presidente del Consiglio non può negare che " un problema c'è " , che il " momento è difficile " , e che gestire il malumore del Carroccio non è affare da poco, comunque vada a finire questa intricatissima vicenda. Perché, anche se Bossi decidesse di restare nel governo, a settembre potrebbero ripresentarsi gli stessi problemi. A ogni modo, nel loro incontro Berlusconi ha chiesto un favore al " vecchio amico " .
Di evitare di caricare di effetti politici " dirompenti " le sue eventuali dimissioni.
Ma il vice premier ha lasciato capire ai suoi, e anche allo stesso Berlusconi, che la situazione non può essere presa sotto gamba, che con la Lega in ebollizione si apre " un problema " con cui si dovranno fare i conti.
Che, magari, non sarà oggi, che sarà a settembre, ma che si rischia di arrivare a un punto di non ritorno. Intanto, il presidente del Consiglio tenta di arginare come può la cosa, di gestire anche mediaticamente la vicenda, per evitare che abbia un impatto deflagrante. Da una parte, Berlusconi cerca di convincere i leghisti a non dare un effetto politicamente dirompente alle rivendicazioni sul federalismo e a quelle sulla riforma delle pensioni. Dall'altra, punta a persuadere l'Udc a stare ai patti. Ossia a mantenere la parola che Marco Follini aveva dato al Cavaliere quando gli aveva assicurato che i centristi avrebbero ritirato i loro emendamenti sulla devolution in commissione.
Ma anche Berlusconi si rende conto che questa tattica del " giorno per giorno " presenta i suoi limiti. Perché se si " si chiude la storia degli ex Dc, ecco che subito dopo se ne apre un'altra " . " Sarà una settimana veramente difficile " , ammette nelle sue conversazioni telefoniche il premier.
Fassino e la voglia di unità
"Il listone è sulla strada giusta"
Goffredo De Marchis su la Repubblica
ROMA - "Abbiamo imboccato la strada giusta". È soprattutto il voto amministrativo ed europeo a dirlo. Ma il sondaggio Demos-Eurisko pubblicato ieri da Repubblica viene interpretato da Piero Fassino come una conferma, "che spinge ad un´ulteriore accelerazione". Il segretario dei Ds si concentra in particolare sulle luci: l´apprezzamento per la lista e per gli sforzi unitari del centrosinistra e la risposta degli elettori Ds e Margherita così nettamente favorevole all´esperimento del 13 giugno. Le ombre riguardano invece una leadership di Prodi che non appare risolutiva. "I nostri elettori non vogliono il monarca - spiega Fassino - . Non vogliono un Berlusconi e se in passato abbiamo pensato di poterne avere uno anche noi, abbiamo sbagliato".
La ricerca di Ilvo Diamanti dice che siete pronti a governare o no?
"Noi abbiamo introdotto degli elementi di novità nella nostra azione che ci rendono sicuramente più credibili. Ma dobbiamo ancora accelerare sia perché tra dieci mesi ci sono le Regionali sia perché non sappiamo quanto dura la legislatura. Io partirei dalla crisi della destra, che mette a rischio il Paese e pone il problema di una via d´uscita. Non è scritto da nessuna parte che con la nomina di Siniscalco il governo veleggi tranquillo fino al 2006. Il nuovo ministro è un tecnico competente, ma Berlusconi non ci ha ancora spiegato per quale politica economica è stato scelto. Cioè, in parole povere, cosa aspetta gli italiani nei prossimi mesi? Nel 2004 l´impegno del premier davanti all´Ecofin è una manovra da 7,5 miliardi di euro. Nel 2005 bisognerà rastrellare altri 20 miliardi. In anno e mezzo il governo si appresta a chiedere ai cittadini 55 mila miliardi di vecchie lire e se aggiungiamo l´insensata riforma fiscale servono altri 10 miliardi di euro. Dove intendono prendere questi soldi? È una politica che ha tutta l´aria di una stangata, di un salasso. Finora abbiamo capito che vogliono tagliare i servizi ai cittadini sottraendo fondi agli enti locali, che vogliono colpire le imprese e che si preparano a limitare ancora gli stanziamenti al Mezzogiorno. In più abbiamo una maggioranza divisa su tutto, dalla Rai, all´immigrazione, al federalismo, alle pensioni. Hanno lacerato il Paese e ora il Paese rischia, con un governo debole perché diviso. Ecco, noi partiamo da qui".
Per lei la partenza del centrosinistra è buona. Ma la lista viene messa in discussione, il programma non c´è e il leader non appare fortissimo.
"Andiamo con ordine. Dicevo degli elementi di novità che ci rendono più credibili. Alle ultime elezioni abbiamo registrato un cambio netto degli orientamenti degli elettori. Governiamo 70 province su 103, ma il rovesciamento non è solo questione di cifre, si sono ribaltate le condizioni delle due alleanze. Il Polo, tre anni fa, era, o meglio si presentava, come una coalizione unita, con un baricentro solido riconoscibile in Forza Italia e un leader carismatico. Noi invece eravamo frantumati, senza una forza-guida e senza un leader. Oggi è vero esattamente il contrario. Il centrodestra è diviso, Forza Italia ha perso 4 milioni di voti e Berlusconi è un leader in difficoltà. Invece il centrosinistra comincia ad offrire un´immagine più unita, con il listone comincia ad avere un baricentro e con il prossimo arrivo di Prodi si prepara ad avere un leader. Che la strada sia quella giusta lo dicono le elezioni dove abbiamo fatto due scelte premiate dal voto. Alle amministrative ci siamo presentati con un centrosinistra largo e unito e un candidato unico dappertutto, da Milano a Bari. Alle Europee abbiamo avviato la costruzione della lista unitaria, lista che non vuole rappresentare tutti, ma si propone di dare una guida forte e solida alla coalizione, che disegni un profilo riformista chiaro e gli dia un leader. I risultati dimostrano che le due scelte sono complementari, si tengono. L´85 per cento degli elettori considera giusta la via della lista, il 90 per cento dei militanti di Ds e Margherita ci sollecita ad andare avanti sapendo che Uniti nell´Ulivo dà una maggiore credibilità".
Il 60 per cento degli elettori chiede di partecipare sempre di più, anche con le primarie.
"È una regola che abbiamo sperimentato in alcuni comuni e province in queste elezioni e che dovremo estendere sempre di più. Ma voglio osservare che a destra non si pone neanche il problema. In Forza Italia, persino i dirigenti regionali non vengono scelti in maniera democratica. Li seleziona il capo, punto e basta".
Con una leadership "plurale" è importante avere un programma unico. Anche nell´Ulivo, invece, molti vi accusano di pensare soprattutto agli organigrammi.
"Le due cose stanno insieme. Il programma e chi lo deve realizzare marciano di pari passo. Nessuna piattaforma è credibile se non dici chi la realizza e nessuno schieramento è affidabile se non spiega che cosa vuole fare. Il soggetto e il progetto stanno insieme e la prova l´abbiamo avuta alle amministrative, il tipo di elezioni più simile alle politiche, dove c´è un leader e un´alleanza. A Milano, il principale merito di Penati è stato quello di rappresentare un centrosinistra largo sulla base di un programma credibile. La parola chiave è complementarietà, cioè tenere insieme programma e schieramento. E nello stesso momento avere una guida riformista forte in un´alleanza larga".
Battaglia fra palestinesi
"Via i corrotti di Arafat"
Alberto Stabile su la Repubblica
GERUSALEMME - La finta riforma di Arafat ha finito col gettare benzina sul fuoco della rivolta. Al grido di "estirpiamo il cancro della corruzione" decine di miliziani delle Brigate Al Aqsa hanno assediato per ore la sede dei Servizi di sicurezza palestinesi a Rafah, nel sud della striscia di Gaza, ingaggiando violenti scontri a fuoco con gli agenti fedeli a Mussa Arafat, il cugino del leader palestinese nominato alla testa del Servizio di sicurezza generale, come parte delle promesse riforme. Alla fine della sparatoria, entrata in una sorta di tregua notturna non dichiarata, uno dei dimostranti è stato ucciso, a quanto pare nel tentativo di sfondare con un bulldozer lo sbarramento a difesa della palazzina e 12 persone sono rimaste ferite una delle quali in modo critico. Gli scontri sono poi proseguiti a Gaza city dove i dimostranti hanno incendiato alcune auto.
Prima che le opposte fazioni mettessero mai alle armi, migliaia di manifestanti erano scesi nelle strade di Rafat e del campo profughi di Nusseirat, ripetendo lo slogan della rivolta: riforme e ancora riforme. Nella notte tra sabato e domenica, un gruppo armato aveva preso d´assalto la sede dell´intelligence militare, a Khan Yunis, dandola alle fiamme.
La rivolta di Gaza ha ormai un obiettivo chiaro, l´inamovibile Arafat, e uno scopo evidente, costringere il raìs a un trasferimento sostanziale dei suoi poteri. Le mosse abbozzate dal Rais, sotto la pressione di una ribellione che deve aver sentito come uno schiaffo in piena faccia e delle dimissioni di Abu Ala, che rappresenta l´ultimo fragile collegamento politico con il mondo esterno hanno sortito l´effetto opposto a quello sperato. E la violenza s´è intensificata.
La nomina di Mussa Arafat a capo del Servizio di sicurezza generale è stata sentita come un inganno. Il cugino del raìs ha, infatti, fama di persona corrotta non meno che il generale Gazi Jabali al cui posto è stato insediato. Corrotta e ambigua, se è vera la voce popolare che lo accusa di aver consentito allo Shin Bet di uccidere l´"ingegnere", Yejeh Ayash, il primo terrorista di Hamas a inventare e sperimentare, a metà degli anni ?90 gli attentati sugli autobus israeliani col sistema delle cinture esplosive.
Oltre ad indicarlo come un amante sfacciato della bustarella, gli israeliani aggiungono che Mussa sarebbe un cliente privilegiato della rete di contrabbandieri che si servono dei tunnel di Rafah, al confine tra Gaza e l´Egitto, per far arrivare nella striscia armi, droga, merci varie. Per questo, appena s´è saputo della scelta di Arafat di promuoverlo, un portavoce delle Brigate Al Aqsa ha intimato: "La nomina di Mussa Arafat non passerà. Deve dimettersi subito".
In questo quadro, il premier Abu Ala, che ieri ha avuto un estenuante faccia a faccia di quattro ore con Arafat, è condannato a fare la parte del vaso di coccio. Un primo ministro senza potere, che ogni uno e due minaccia di dimettersi ma è condannato a restare al suo posto. Anche nell´incontro di ieri Abu Ala ha osato riproporre le sue dimissioni. Arafat gli ha risposto che le considerava "inesistenti".
Torna in auge la repubblica del saltello
Filippo Ceccarelli su La Stampa
Chi non salta/ comunista/ è!/ è!". E il presidente Berlusconi ha saltato, anzi saltellato. L'altro giorno, davanti Montecitorio, in mezzo a un gruppo di tifosi di Forza Italia, il Cavaliere ha risposto al richiamo della foresta.
Un rituale è un'idea che prende corpo e si muove; un gesto contagioso che aziona meccanismi, libera energie, crea campi di forza, li orienta verso qualcosa o contro qualcuno. "Chi non salta", nel caso specifico, è il nemico. Chi controlla i rituali ha il potere.
Un tempo le cerimonie della politica non prevedevano saltelli (ma altri movimenti del corpo sì). E' difficile stabilire come e quando quel buffo moto ritmato sia confluito nel novero delle liturgie per così dire civili. Più che probabile che sia stato importato dal mondo del tifo. Emergono al riguardo lontani ricordi d'infanzia, pre-sessantotteschi. Sulle gradinate dell'Olimpico, c'era sempre qualche super-tifoso "creativo" che approfittando di un raro momento di silenzio si alzava in piedi e con quanto più fiato in gola gridava la seguente (irriguardosa) formula: "Arbitro, li mortacci tua e di chi non te li dice saltellando!". Era un attimo, e i tifosi raccoglievano l'invito mugghiando e scuotendosi all'unisono, come un'onda: "Li/ mor/ ta/ cci/ tua!". Seguivano istanti di soddisfazione. Non esisteva la consapevolezza degli slogan. Era probabilmente l'alba primigenia del saltello.
Ecco. Scrupolose ricerche d'archivio consentono di stabilire che nel 1990, ai tempi della polemica su Gladio, c'era già nelle piazze chi gridava: "Chi non salta/ gladiatore/ è!/ è!". Ma poi quel "gladiatore" potè essere comodamente sostituito da "socialista", "comunista" e con l'arrivo della Lega anche da "italiano". Sempre grazie alle banche dati si registrano anche "talebano", "Pecoraro", "musulmano", "statalista" e così via. Ma a quel punto, e cioè oggi, il saltello corale è divenuto patrimonio comune e anzi perfino unificante nella sua ambiguità cerimoniale. Quant'altri mai caratteristico, verrebbe da aggiungere, dell'eterna e buffonesca guerra civile italiana.
Il 18 marzo scorso, sempre a Roma, ha saltellato con i giovani padani il ministro Castelli: "Chi non salta/ italiano/ è!/ è!". Fin troppo ovvio. Subito Follini l'aveva considerato "patetico", Storace "un pagliaccio", Veltroni "triste e ridicolo"; con Diliberto, per uno screzio degenerato in qualche talk-show, c'era scappata pure una querela.
Dopo la performance del Cavaliere davanti alla Camera, il ministro leghista della Giustizia gli ha scritto: "Benvenuto nel club dei saltellatori". La nota di Castelli è preziosa, non solo per gli antropologi che studieranno la società politica italiana nel XXI secolo. Spiega infatti, il Guardasigilli, le ragioni profonde alla base del saltello: "Manifestare gioiosamente affetto" ed "esprimere allegramente le proprie passioni". Scrive anche, come a voler consolare in anticipo Berlusconi: "I soliti benpensanti storceranno il naso".
Ora, senza entrare nel merito della questione, è semmai il tono condiscendente di Castelli ad essere fuori luogo. Il Cavaliere non ha infatti bisogno di alcun "benvenuto" per la semplice ragione che nel club ci sta da quasi dieci anni; se non l'ha addirittura fondato lui. Il primo saltello di Berlusconi data 1996 (segnalazione sulla Stampa di Fabio Martini); il penultimo, sia pure di argomento calcistico ("Chi non salta/ interista/ è!/ è!") risale alla recente visita a Nassiriya.
Altra cosa è la valutazione dei riti. Perché lo scoppio sincrono degli applausi, lo scatto dei corpi, la standing ovation, come pure il crescere fragoroso e incalzante delle urla e dei fischi, il dondolio delle maree umane, marionette inermi per quanto scatenate, ecco, sono cose da maneggiare con cura. E' su questo, in fondo, che si misura la saggezza dei capi. Chi non salta, dopo tutto, merita comprensione e rispetto.
19 luglio 2004