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a cura di Fr.I. - 17 luglio 2004


Un ministro per l'estate
apertura de
il manifesto

Soluzione balneare per la crisi di governo. Il sostituto di Tremonti è un uomo di Tremonti, Domenico Siniscalco. Nessun rimpasto, confermati tutti i ministri. Berlusconi ribadisce la linea della finanza creativa e della riforma fiscale, ma in versione light. L'Udc incassa il colpo, An la collegialità, la Lega ottiene ciò che voleva e prepara la battaglia del federalismo. La maggioranza resta divisa, a settembre la resa dei conti


Il gioco al ribasso del Cavaliere
Massimo Giannini su
la Repubblica

Due settimane di interim al ministero del Tesoro, tra una bocciatura di Standard & Poor´s e una paurosa impennata del deficit pubblico. Quattordici giorni di fumosi vertici notturni a Palazzo Chigi e di velenosi bivacchi mattutini davanti a Palazzo Grazioli. Un governo stordito da una sconfitta elettorale, impastoiato in un interminabile rito bizantino di cui l´opinione pubblica non capisce più il senso e l´utilità. Un Paese fiaccato dalla sfiducia civile e dal declino economico, preso in ostaggio da una maggioranza di cui l´opinione pubblica non percepisce più il progetto e la prospettiva. Tutto questo, alla fine, per sostituire Giulio Tremonti con il suo vice, Domenico Siniscalco. Con tutto il rispetto per l´autorevolezza del nuovo ministro: il gioco non valeva la candela.
Non valeva davvero la pena, questo imperdonabile spreco di tempo e di credibilità, per adottare alla fine una soluzione minimale, abborracciata e gattopardesca, che non cambia nulla dentro il governo ma che stravolge tutto dentro il centrodestra. Ma se mai qualcuno cercasse ancora la prova che il berlusconismo è irriformabile, anche a costo di perdersi per cercare di sopravvivere a se stesso, adesso la prova è arrivata. Chi ha vinto e chi ha perso, in questa folle roulette russa della verifica che ieri, invece di concludersi, si è irrimediabilmente riaperta?
Il presidente del Consiglio si sente sicuro vincitore. È certo di aver messo sulla poltrona nevralgica dell´Economia un "civil servant": Siniscalco, in pratica, esaudirà i suoi ordini. È persuaso di aver rimesso in riga gli alleati più ostili: An e Udc, in teoria, gli rinnovano sostegno e lealtà. Il Cavaliere aveva di fronte a sé due scelte possibili. Imbarcando seriamente nella squadra i leader di partito (Fini vicepremier e ministro del Tesoro e Follini vicepremier e ministro delle Attività produttive) avrebbe potuto cambiare l´identità della sua coalizione, nel tentativo di blindarla fino al termine della legislatura. Oppure, facendo una scelta di profilo più basso e continuista (un banale rimpastino, o appunto un uomo della tecnostruttura di Via XX Settembre) avrebbe potuto lasciare immutato il codice genetico della Casa delle Libertà, nell´illusione di perpetuare il patto di sangue, nordista e populista, con la Lega di Bossi. Ha optato per la seconda scelta. Convinto, ancora una volta, della propria autosufficienza. Determinato non solo a sbarrare la strada all´evoluzione «repubblicana» della sua maggioranza, ma a restaurare la sua immutabile e intangibile «monarchia». Forse ci riuscirà per qualche giorno, o magari per qualche mese. Ma è ormai sempre più chiaro che la mancata mutazione del Polo è destinata a sfociare nella sua eutanasia. Nessuno degli alleati vede i benefici di questo galleggiamento, mentre può valutarne fino in fondo i costi.
Gianfranco Fini ha perso la sua partita. Aveva centrato il bersaglio più grosso, con il dimissionamento di Tremonti. Ma lo scalpo dell´ex ministro gli è rimasto in mano, inservibile fino al punto da diventare quasi compromettente. Logica avrebbe voluto che, una volta liberata la poltrona dell´Economia (fino a quel momento occupata dal mandatario di Bossi) il vicepremier l´avesse immediatamente rivendicata per sé. Sarebbe stato un gesto coerente: l´assunzione di una responsabilità diretta, che avrebbe dato un senso alla battaglia condotta in questi lunghi mesi da An, e che Berlusconi avrebbe avuto difficoltà a negare. Ma Fini non l´ha fatto. E anche quando il leader dell´Udc glielo ha proposto in maniera pubblica, ha rifiutato. Subito dopo, giocando di pura tattica a danno della strategia, ha rilanciato dicendo: accetto il Tesoro se entra anche Follini. Il risultato finale, la nomina di Siniscalco, lascia Fini a mani vuote. Il nuovo ministro, con l´investitura personale del Cavaliere, non gli dà più garanzie di collegialità di quante ne assicurasse Tremonti. In più, adesso il vicepremier è più debole nel suo partito, rispetto a quanti (Alemanno e la Destra sociale su tutti) reclamavano per An un riconoscimento forte nei nuovi equilibri di governo. Da domani, Fini si ritrova esattamente come un anno fa, dopo quell´inutile «preambolo». Perché debba continuare con questo andazzo, è un mistero che deve spiegare ai suoi elettori, e a tutti gli italiani.
Marco Follini può dire di aver pareggiato la sua partita. Non crede più al progetto berlusconiano. Voleva fare l´appoggio esterno. Non c´è riuscito, perché avrebbe pagato un atto così dirompente con la perdita di mezzo partito. Ma ha marcato comunque il suo dissenso, tenendo testa per quindici giorni alle aggressioni del premier. Rimane personalmente fuori dalla squadra di governo, e non presta nemmeno i suoi pur famelici luogotenenti alle mangiatoie di sottogoverno. Resta nella Casa delle Libertà, ma rivendica il pieno diritto all´autonomizzazione, proprio sui temi nevralgici delle prossime settimane: la devolution, il fisco, l´informazione, le riforme istituzionali, la legge elettorale. Non scende in guerra, con l´uscita conclamata dal Polo. Ma si prepara per la guerriglia, facendo esplodere i conflitti all´interno dell´alleanza. Non fa il ribaltone. Ma non può escludere le «geometrie variabili» in Parlamento: il voto insieme all´opposizione sul consiglio Rai è un paradigma di quello che può ancora accadere, e che sicuramente accadrà a settembre.

La Lega sente di aver vinto ancora. Anche se fa finta di aver perso. Anche se minaccia sfracelli, con un Consiglio federale già convocato per lunedì prossimo, a quanto racconta Giorgetti, dal Senatur in persona. Anche se minaccia di non votare la fiducia alla delega sulle pensioni. Ma è solo tecnica di combattimento preventivo. Come sempre, il Carroccio alza la posta su tutto, per mettere al sicuro il federalismo. Quello che conta, per le camice verdi che aspettano il ritorno del grande capo, è aver stroncato le mire del «governicchio romano». È aver scongiurato il pericolo che il sub-governo Fini-Follini diventasse governo al posto di Berlusconi-Bossi. La pretesa di far tornare all´Economia Tremonti, il Cincinnato di Lorenzago, era solo altro fuoco di sbarramento. La promozione del suo vice, per la Lega, basta e avanza, qui ed ora. Ma anche questa, in prospettiva, è una vittoria di Pirro. La contesa con An e Udc è ripresa a tutto campo, come dimostra lo scontro di ieri sulla legge per l´immigrazione. A settembre andrà in aula la devolution. An è contraria, l´Udc conferma i suoi emendamenti. È una bomba a orologeria, di cui la Lega ha innescato il timer e, in caso di esplosione, dovrà spiegarne gli effetti ai suoi elettori, e a tutti gli italiani.



Senza vincitori
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

La « soluzione condivisa » è durata una manciata di ore. La notizia di Domenico Siniscalco all'Economia si è dimostrata un sigillo fragilissimo: è stato sbriciolato dalle voci di dimissioni di Umberto Bossi dal governo. Il gran capo della Lega e ministro per le Riforme istituzionali, da tempo convalescente e lontano dai riflettori, sarebbe orientato a optare per il Parlamento di Strasburgo, scrive oggi La Padania . Significherebbe che, dopo Tremonti, scomparirebbe un altro puntello dell' « asse del Nord » .
La notizia, battuta alle 23.47 di ieri, accentua la sensazione di una maggioranza consumata; e di una successione all'Economia sovrastata e quasi schiacciata dal modo in cui è maturata. Si parla di « governo- fotocopia » : un monumento alla Prima Repubblica che litigava per plasmare nuovi equilibri, salvo poi ritrovarsi al punto di partenza.
Ma, se saranno confermate, le dimissioni di Bossi archiviano anche una fase di attesa nella quale le condizioni del leader leghista sono rimaste avvolte nel mistero: mistero divenuto in parte un alibi che il governo ha sfruttato per non dover guardare in faccia una realtà politicamente destabilizzante. Adesso che il braccio di ferro nel centrodestra si è chiuso, almeno formalmente, Bossi si farebbe da parte per permettere un estremo tentativo di recupero. Si accredita una Lega pronta a sostituire il proprio leader; ma non per sabotare il governo. Al contrario, per premere sugli alleati; per costringerli ad appoggiare quella riforma federalista che Udc e An osteggiano.

La Padania  di oggi parla di « crisi dietro l'angolo » . Berlusconi è riuscito a impedire che l'insuccesso di Forza Italia alle Europee ridimensionasse palazzo Chigi. Ma il compromesso su Siniscalco restituisce una maggioranza ibernata dai contrasti interni; sopravvissuta a se stessa, più che all'opposizione; e condannata da limiti strategici vistosi.

Lo stesso Fini ha finito per rimarcare le incognite. « An » avverte, « valuterà l'azione di Siniscalco in ragione del grado di collegialità politica che saprà garantire » . Il suo ministro Gianni Alemanno è più preciso: rimangono dieci mesi per recuperare; altrimenti, meglio votare. Sono parole che risentono di un braccio di ferro infinito. E proiettano sul centrodestra un'ombra di precarietà e di scontro represso. L'insistenza con la quale gli alleati ricordano che Berlusconi si è assunto la responsabilità di chiudere la verifica, suona come riconoscimento e insieme larvata presa di distanze. « Sono sempre sicuro delle cose che faccio, e convinto di avere fatto le cose giuste » , si promuove il premier.
Ha schivato la crisi e dimostrato che, nonostante un equilibrio triennale si sia spezzato per sempre, per la maggioranza non ne esiste uno di ricambio. Ma se davvero il centrodestra è tornato al punto di partenza, i motivi di ottimismo non abbondano. Il « governo fotocopia » nobilitato dalla novità di Siniscalco appare un passaggio indispensabile per superare l'estate. Ma l'uscita di scena di Bossi promette di drammatizzare la transizione. Minaccia di trasformarla da subito in un nuovo, interminabile scontro: sotto lo sguardo sbalordito di un Paese che capisce sempre meno; ma si preoccupa sempre di più per le cifre di un'economia in bilico.


L´ira di Bossi: "Sorpreso e deluso"
E dall´ospedale convoca la Lega. La Padania: crisi dietro l´angolo
Andrea Montanari su
la Repubblica

MILANO - È da una telefonata all´ospedale di Lugano, a sera, che piomba sulla politica italiana la nuova linea della Lega alla nomina del ministro dell´Economia che succede a Tremonti. «Sono sorpreso e deluso», dice Umberto Bossi al fedele Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega lombarda, e filo diretto tra il Senatùr, il movimento e Roma. Solo giovedì Bossi, di persona, al telefono, aveva chiesto a Berlusconi di riconfermare a quel posto il dimissionario Giulio Tremonti. «Casco dalle nuvole, non me lo aspettavo», si arrabbia Bossi. E subito, sempre dal suo letto della clinica svizzera, convoca per lunedì 19 il consiglio federale del Carroccio, che dovrà decidere ora quale atteggiamento tenere nei confronti del governo, dopo che il premier non ha accolto l´invito della Lega di congelare ogni decisione fino a settembre, dopo il voto finale della Camera sul federalismo.
Uno schiaffo, così lo hanno vissuto i massimi dirigenti del Carroccio, che a questo punto potrebbe compromettere il voto della Lega sulla fiducia al governo sulla riforma delle pensioni. Con conseguenze al momento inimmaginabili. Tanto che il quotidiano leghista La Padania titola: «La crisi è dietro d´angolo. Ormai è chiaro, Roma ritorna ladrona». Lo conferma Giancarlo Giorgetti che presiede anche la commissione Bilancio della Camera, e che disdice un comizio serale con il popolo leghista a Trescore Cremasco. «Per quanto mi riguarda - spiega - la Lega non dovrà votare la fiducia al governo sulle pensioni. È stato molto negativo il mancato rientro di Tremonti. Nessuno dal governo mi aveva avvisato che Siniscalco sarebbe stato il nuovo ministro dell´Economia».

Già sulle barricate il popolo leghista. Dopo la notizia della nomina di Siniscalco i militanti hanno preso d´assalto il centralino di Radio Padania, che ha organizzato per oggi un filo diretto per sondare gli umori della base. «Il nostro barometro segna già tempesta - racconta il direttore Matteo Salvini - già prima Milano capiva poco le scelte romane. Da oggi possiamo dire che non le comprendiamo più del tutto. La scelta di Berlusconi per noi è stata incomprensibile».


I "ministri" della Domus Mariae in due ore dalla festa alla rabbia
La delusione di Lombardo e Baccini, sicuri di entrare al governo. E s´alza un grido: "Silvio ci ha fatto fessi" 
Antonello Caporale su
la Repubblica

ROMA - La voce si leva nell´atrio della Domus Mariae, palestra dell´apostolato sociale, nell´ora della brezza romana, appena dopo le sei del pomeriggio: «Cornuto, ci ha fatto fessi!». Nel crocchio degli alti dirigenti dell´Udc, lato Calabria, l´uomo è convocato per udire le riflessioni strategiche di Mario Tassone, sottosegretario alle Infrastrutture. Il momento è grave, e l´invettiva adeguata, perché il presidente del Consiglio, piroettando con destrezza su sé stesso, ha scaraventato l´ampio giro democristiano nello sconforto assoluto. Come un mago ha fatto intravedere poltrone ministeriali. Come un mago le ha fatte sparire. Tassone è un brevilineo della Dc, e sebbene non lo abbiate mai visto lo riconoscereste perché è l´unico uomo al mondo che riesce a parlare con la brace sulle labbra.

Bruciacchiate le dita di Totò Cuffaro, il capo della Sicilia e dei siciliani, che appena due ore prima aveva incoronato nella sala Pio XI della Domus, il catanese Raffaele Lombardo a ministro con portafoglio. «Lombardo sarà ministro e aiuterà la Sicilia. Ce lo siamo meritato!». Il ministro appena nominato, e siamo al primo pomeriggio, dichiara: «Mi sento disponibile».

Resta in attesa sul divano, in un corridoio della casa di Maria (nel frattempo divenuta un hotel a quattro stelle) il mite Mario Baccini. Laziale, e per anni tenuto in panchina nella inconcludente funzione di sottosegretario agli Esteri, coltiva la serena speranza di poter essere utile alla squadra di governo con un suo diretto ingresso in campo.
Baccini, galvanizzato dal salto di carriera, commenta: «E´ una giornata strategica, conclusiva». Gli amici lo sfiorano con lo sguardo, lo coccolano. Anche l´autista, nel suo piccolo, è emozionato.

E che dire della vivacità espressa nelle ore più dure da un altro dc di primo pelo, il siracusano Pippo Gianni? Guarda queste scarpe, sono pronto a darla in faccia ai democristiani. Di piede porto 44. Una scarpata 44 magnum».
Un clima elettrico, vivace, denso di sentimenti felici. Quello di ieri è stato proprio un evento, perché i democristiani non sorridono spesso e tendono invece a mimetizzarsi. I democristiani, quando si incamminano in gruppo come è successo ieri tra i rigogliosi pini marittimi del magnifico giardino del palazzo che ospitò la storica congiura ai danni di Fanfani nel 1959, sono riconoscibili unicamente dal taglio dei colli delle camicie: aborriti i botton down, nessuno di essi sceglie le punte lunghe, troppo trendy, nè i tagli alla francese, troppo smaliziati e imprenditoriali. Tranne Follini e Tabacci, che infatti non assomigliano proprio all´Udc, tutti i maggiorenti hanno i colletti corti, con il nodo della cravatta a una distanza di sicurezza dal bottone della camicia di almeno due dita. Così piace a Buttiglione, anche a Cuffaro, anche a Tassone.

un altro problema per Marco Follini. Che, al tramonto, quando i fatti hanno preso la piega che hanno preso, e il mugugno ha gonfiato i petti, e anche la voce è salita di tono, e qualche parolaccia è uscita di bocca, ha puntualizzato: «Non ho mai illuso nessuno. Ho sempre parlato chiaro con tutti...». Follini corre via, Lombardo ha l´aereo per Catania, Baccini l´autista che lo riporta al ministero. Resta Sardella. Il conduttore Rai in scadenza di contratto.


L'ex « Reviglio boy » , amico di Tremonti e nello staff di Amato
Sergio Rizzo sul
Corriere della Sera

Domenico Siniscalco è stato accolto nel suo ufficio, al ritorno dal Quirinale, da un applauso scrosciante e liberatorio. C'erano stati momenti, in queste due settimane, durante i quali in via XX Settembre si era temuto il peggio. Per esempio l'arrivo di un ministro « politico » in piena regola: nuove facce, nuovi organigrammi, nuovi metodi di lavoro. Non sempre, per quello che si era potuto capire, in sintonia con le regole imposte da Giulio Tremonti. E che il suo direttore generale aveva condiviso per tre anni. Prima di ricevere, direttamente dalle mani di Silvio Berlusconi, un regalo di compleanno con i fiocchi.
Essendo venuto al mondo il 15 luglio del 1954, Siniscalco è stato nominato ministro dell'Economia poche ore dopo aver compiuto cinquant'anni. Torinese di nascita, ma di origine salernitana ( ha gli occhi di quell'azzurro che è una caratteristica somatica tipica di certi salernitani), sposato e padre di due figli, è sempre stato considerato un tecnico puro. E in una certa misura è vero. Siniscalco è l'uomo del « tremontismo creativo » . Dicono che in questo abbia messo a frutto la lezione appresa quando era giovane studente a Londra, da Margaret Thatcher, che appena arrivata a Downing Street, vendette 63 mila appartamenti di proprietà statale.

Legato all'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, che lo volle nel consiglio degli esperti di palazzo Chigi, Siniscalco fa parte del comitato scientifico ( presieduto da Amato) della Fondazione Italianieuropei ( presieduta da Massimo D'Alema). E anche per questo è guardato con qualche sospetto negli ambienti del centrodestra. Dove però non gli mancano i sostenitori. Significativo il fatto che il leader di Alleanza nazionale Gianfranco Fini, il quale non sopportava Tremonti, non abbia eccepito nulla sul nome di Siniscalco.

Il suo vincolo, però, è sempre stato con Tremonti. Un'amicizia che sconfinava nel vissuto quotidiano. Per tre anni hanno pranzato quasi sempre insieme, il ministro, lui e il ragioniere generale Vittorio Grilli.

Ma tanti anni fa, alle origini, Siniscalco e Tremonti avevano addirittura condiviso l'abitazione. Era accaduto nel 1978, quando insieme all'attuale presidente dell'Italgas, Alberto Meomartini, erano arrivati a Roma al seguito del ministro delle Finanze Franco Reviglio. Il più vecchio era Tremonti, che aveva 31 anni. I « Reviglio boys » , così li chiamavano, abitavano in un appartamento del Demanio. Tutti e tre capaci, ambiziosi e uniti dalla fede nel loro maestro, socialista riformista. Un autentico marchio di fabbrica.
Nel 1989 Siniscalco ha conseguito il dottorato in Economia a Cambridge.
E ha iniziato a farsi strada nel mondo accademico, fino a diventare ordinario di Economia politica a Torino. Esperto di new economy , nel suo curriculum non sono mancati importanti incarichi societari. Come quello di consigliere di Telecom Italia ed Eni. Ma anche di Finmatica, Hdpnet e Logilab, società che fa capo al gruppo Fininvest.



Rissa nel governo, la Bossi-Fini resta fuorilegge
sommari de
l'Unità

Tutti contro tutti al Consiglio dei ministri, dopo la bocciatura della Consulta: Lega e An affondano Pisanu che voleva «correggerla». Poi i leghisti dicono: «Mettiamo la Bossi-Fini nella Costituzione». «Per l'immigrazione serve un ministro: l'uomo giusto è Gentilini», sparano, chiamando in causa l'ex sindaco di Treviso. Contro il responsabile dell'Interno si schiera anche An, mentre l'Udc tace. I Ds: Pisanu è sotto scacco.


SINISTRA E SOCIETA '
Fassino a che Italia si rivolge?
Giuseppe De Rita sul
Corriere della Sera

Leggendo le 20 pagine della relazione che Piero Fassino ha svolto venerdì scorso alla direzione del suo partito viene immediato il sospetto che solo la sua innata prudenza gli abbia impedito di esplicitare un duplice pensiero dominante: la rivendicazione di aver visto giusto negli ultimi anni in termini politici ed elettorali; e la consapevolezza di dovere intensificare il radicamento sociale del partito. Aveva certo ragione lui quando, diventando segretario nel congresso di Pesaro, si impose come obiettivo primario il rilancio di un partito allora smarrito e incerto, nella convinzione ( oggi codificata) che in Europa il sistema politico si organizza su un blocco progressista e un altro conservatore.
Nella convinzione che ognuno dei due blocchi si configura come alleanze di più forze e non come partito unico; e che ogni alleanza ruota « sul pilastro di una forza politica di grande dimensione elettorale e di largo radicamento sociale » .
Avendo lavorato su questa logica, oggi può orgogliosamente guidare « il partito italiano a più largo radicamento sociale ed elettorale » . Fra le due citazioni virgolettate corre qualche pagina e si spende molto incenso su eventuali passi federativi a sinistra; ma la loro coincidenza letterale fa intendere la precisa determinazione della strategia fassiniana: far diventare i Ds riferimento centrale del blocco di centrosinistra.
Nessun dubbio che i Ds siano il partito a maggior radicamento elettorale; ma si può sollevare qualche dubbio che essi abbiano un altrettanto largo radicamento sociale. Fassino sa bene che non si farà politica in Italia nei prossimi anni se non si riesce a condensare la frammentazione sociale, se non si riesce a ritessere la rappresentanza sociale ( contro il leaderismo carismatico, oggi peraltro in crisi), se non si parla a un blocco sociale di riferimento, se non si capisce come tale blocco sociale si articola sul territorio, se non si riesce a seguire il destino dei diversi territori ( dal Nord Est al Mezzogiorno). E sa bene che neppure il più orgoglioso primato della politica può fare a meno di queste componenti sociali e territoriali.



Riformismo senza conflitto. Dieci anni di blairismo
Piero Sansonetti su
l'Unità

Il 21 luglio del '94, Tony Blair veniva eletto segretario del partito laburista inglese. Partito che lui stesso aveva già cominciato a trasformare. Da lì, da quel voto al congresso laburista, Blair è partito per conquistare il governo di Londra. Il resto è storia recente, fino al sostegno alla "guerra preventiva" di Bush. Dieci anni di blairismo, dunque. Un tempo sufficientemente lungo per cominciare a riflettere su cosa ha significato la sua stagione, cosa ha comportato per la sinistra. In Europa e nel resto del mondo.

Tony Blair è il fondatore di un riformismo nuovo e specialissimo, molto lontano dai vecchi modelli del socialismo novecentesco. Quasi opposto. Il vecchio riformismo si basava sul conflitto sociale e sulla sua gestione politica, moderata e gradualista. Il riformismo di Blair è costruito sulla pace sociale. Ha un obiettivo semplicissimo: rendere le politiche della sinistra compatibili con i disegni del capitalismo e con le dottrine liberiste, e realizzare per questa via una collaborazione tra la grande borghesia, le corporation, e i ceti più deboli della società inglese. Blair parte da questa convinzione: che il capitalismo liberista si sta espandendo - dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo nell'est europeo - con una forza gigantesca, tale da metterlo in grado di produrre una quantità di ricchezza così grande da soddisfare non solo i bisogni e i desideri dei ceti forti, ma anche le necessità delle classi subalterne. La possibilità di migliorare le condizioni di vita delle classi e dei ceti poveri - secondo Blair e il gruppo di intellettuali che lavora con lui - è direttamente proporzionale allo sviluppo del capitalismo. E ne diventa una variabile dipendente. I poveri avranno più ricchezze e più diritti in proporzione ai successi dell'impresa e agli incrementi dei profitti. Dunque il nuovo riformismo deve collaborare con il liberismo per rendere più efficiente il capitale, per combattere la corruzione economica, il protezionismo, lo statalismo, le rendite di posizione. E in questo modo aumentare la quantità di ricchezza da dividere. L'obiettivo non è quello di far diventare più giusti i criteri di divisione della ricchezza ma semplicemente quello di aumentarne la quantità.
E' un rovesciamento del riformismo tradizionale e persino del pensiero liberal americano, anche quello moderato di Roosevelt e di Kennedy. Il riformismo tradizionale e le politiche democratiche americane puntavano sulla affermazione dei diritti a scapito dei profitti, e ritenevano di potere gestire l'equilibrio tra diritti e profitti, a vantaggio dei primi ma garantendo l'esistenza dei secondi. La strategia era quella di realizzare un capitalismo “controllato” che fosse il motore dello sviluppo ma non il padrone della società e dello Stato. Il blairismo esce da questa tradizione, riconosce al capitalismo il ruolo di guida e alla sinistra assegna un compito importante ma subalterno di pura amministrazione dello Stato e delle regole generali dell'economia, in un percorso comunque di riduzione del peso dello Stato e delle regole.

Fino a due anni fa l'impressione era che Blair, che è stato il più coraggioso nello spingere l'acceleratore sul rinnovamento della sinistra, fosse l'uomo vincente. E che tutte le altre sinistre riformiste, anche le più timide - come quella francese - sarebbero state costrette a seguirlo. Il crescere del movimento altromondista in tutto l'occidente, la svolta a sinistra di Zapatero in Spagna e la tragedia militare angloamericana in Iraq modificano radicalmente il quadro. E Blair, dopo 10 anni, rischia la sconfitta.
Soprattutto per un motivo. La sua politica aveva un punto debole: dava per scontato che il processo di globalizzazione in atto proseguisse senza scosse, e quindi concentrasse in Occidente (e in Gran Bretagna) porzioni sempre più grandi di ricchezza. Questa concentrazione di ricchezza era la condizione “sine qua non” del blairismo. Il processo di globalizzazione invece si è inceppato e le possibilità di mantenere blindata la ricchezza occidentale si stanno assottigliando.


Finisce a Tokyo la folle fuga di Fischer, genio degli scacchi
L'ex campione mondiale potrebbe essere estradato negli Stati Uniti dove è ricercato dal 1992
Sandro Veronesi sul
Corriere della Sera

E così l'hanno beccato. Bobby Fischer, l'ex- ragazzo prodigio, il genio americano degli scacchi, l'ormai vecchio paranoico ebreo- antisemita, il newyorchese pro- 11 settembre, ricercato dalle autorità federali degli Stati Uniti per una lunga lista di reati di opinione, che negli Stati Uniti però non sarebbero, a rigore, perseguibili, e perciò fatti confluire nella ridicola ma giuridicamente grave accusa di avere violato l'embargo occidentale contro la Jugoslavia nel 1992 ( andò a Belgrado a giocare una partita a scacchi contro Spasskij), e capace di sparire per anni, ricomparire all'improvviso in strani posti e sparire di nuovo in barba al suo status di latitante in tutto il mondo, è stato fermato e tratto in arresto due giorni fa all' aeroporto internazionale Narita di Tokyo. Da quanto riportato le autorità giapponesi gli contestano un passaporto americano non valido e una condizione di « anonimato » , il che farebbe supporre che viaggiasse con false generalità, ma è chiaro che il pesante capo d'accusa che Bobby Fischer dovrà sostenere, una volta estradato nel suo Paese ( l' estradizione è certa, Usa e Giappone hanno un trattato di ferro), è proprio quella di essere Bobby Fischer.
Forse non c'è uomo al mondo che più di lui abbia fuggito riflettori e media, eppure tutti i suoi guai con la giustizia americana provengono da un'azione di accanita ricerca e poi di prepotente divulgazione da parte dei media. Ha detto l' 11 settembre 2001, poche ore dopo gli attentati alle Torri Gemelle, la stessa cosa che io ho sentito dire dal cameriere di un bar di Campo de' Fiori ( che ci godeva, in sostanza, dell'attentato, e che se ne augurava altri), con la differenza che le sue dichiarazioni sono state riportate ed enfatizzate dalle agenzie di tutto il mondo; ha parlato e straparlato per anni contro gli ebrei, lui, figlio di un'ebrea, e sempre si è fatto a gara per procurarsi e divulgare le sue confuse contumelie. È chiaramente paranoico, ma non paranoico come sono tutti gli americani, da Bush all'ultimo degli streppati di Oakland ( « Ehi, amico, sai che c'è un complotto contro di me? » ) , non di quella paranoia « regolare » e sostanzialmente corretta che tira in ballo musulmani, terroristi, criminalità, immigrati e vicini di casa, bensì di una paranoia tutta sua, « creativa » , ingovernabile e per questo imperdonabile. Anziché esser lasciato in pace, come chiedeva, è stato inseguito e braccato per anni da ogni genere di seccatore, dai poliziotti che gli davano la caccia fino ai fans che volevano fargli toccare la loro scacchiera; e ora finalmente è detenuto, non si sa quanto legalmente, nella prigione dell'aeroporto di Tokyo, in attesa d'esser rimpatriato negli Usa dove lo attende la vendetta di tutta una nazione.

L'hanno intercettato e arrestato, e ora nelle Filippine a cantare non ci andrà più.
Non starà più con i pochi amici che aveva, sparsi nel mondo, appassionati di scacchi, appassionati di lui, e per questo assolutamente inclini a non dare importanza alle sue sparate sul grande mondo, ma con l'americano medio che vuol fargli finalmente pagare tutto quel genio, tutto quell'estro, tutto quel coraggio e infine tutti quei disturbi mentali. Gli daranno una bella lezione, povero vecchio Bobby.
Gli odiati media lo spremeranno ben bene, a suon di esclusive e dirette televisive. Lo processeranno, e verrà condannato a una pena esemplare, oppure verrà assolto grazie all'intervento di qualche grandissimo avvocato difensore, magari esemplarmente ebreo, che riuscirà a far valere anche per lui quei diritti e quella libertà d'espressione che la costituzione americana dice di garantire a tutti. Bah.



  17 luglio 2004