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sulla stampa
a cura di G.C. - 31 maggio 2004


Al Qaeda: "Un regalo per il governo di Roma"
Michele Farina sul
Corriere della Sera

"Li abbiamo scannati noi". Le rivendicazioni arrivano su Internet poche ore dopo il massacro degli "infedeli", mentre le tv mostrano piastrelle rosse di sangue nel bagno dove è stato ucciso Antonio Amato. Due messaggi in cui Al Qaeda firma la strage all'Oasis di Al Khobar e promette nuove azioni: "Cacceremo i crociati dai Luoghi Santi dell'Islam". Il primo è un comunicato sul sito www.alsaha.fares.net : "I nostri guerrieri hanno fatto prigionieri diversi occidentali e li hanno uccisi, tra loro ci sono un italiano e uno svedese, che sono stati scannati". Il secondo è un proclama audio di otto minuti. E' il messaggio più beffardo. Il più "politico", con un riferimento diretto all'Italia: l'uccisione di Antonio Amato viene definita "un regalo per il governo italiano e per il suo capo che si vanta di aver inviato truppe a combattere i musulmani iracheni". La voce sarebbe quella di Abel Aziz Al Moqrin, 30 anni, capo di Al Qaeda nella penisola arabica. Otto minuti di cui è possibile ascoltarne solo uno: bastano 60 secondi, al luogotenente di Osama, per mettere il sigillo dello sceicco alla strage e annunciare che non è finita: "L'anno 2004 sarà sanguinoso e sventurato per gli infedeli".

Una rivendicazione. E un messaggio a più di un governo. Il più diretto è al nostro Paese: "L'italiano ucciso è stato sgozzato come regalo per il governo italiano e per il suo capo". Il premier Silvio Berlusconi è definito "sciocco e superbo": "Si vanta di aver piegato l'Islam e di aver fornito le sue truppe per la guerra contro i musulmani dell'Iraq". Al Moqrin dice anche: "Prima di essere ucciso l'italiano ha registrato un messaggio al mondo su Al Jazira ". Il portavoce della tv smentisce al Corriere : "Abbiamo ricevuto la telefonata di un uomo che sosteneva di essere un rapitore e di avere con sé un ostaggio. Ma non ha voluto dare dettagli sulla sua identità, né sul rapito, così abbiamo lasciato perdere".
Nella sua contabilità di morte (dal "cadavere di un americano legato a un'auto e trascinato per le strade" al "britannico alto responsabile di una società petrolifera"), Al Moqrin ricorda "il giapponese scannato e inviato ai figli della sua tribù, che l'America ha coinvolto nella guerra contro i musulmani, soprattutto in Iraq, perché serva da lezione". Non c'è solo Bagdad nella ricognizione geopolitica di Al Moqrin, che si nasconderebbe sulle montagne a Nord-Ovest di Riad. Il veterano che si vanta di aver combattuto in Afghanistan e in Bosnia trova modo di accennare al conflitto tra Pakistan e India: "Abbiamo ucciso dieci indiani", che sono "tra gli assassini dei nostri fratelli musulmani in Kashmir".
Guerra totale. A rilanciarla era stato proprio Al Moqrin, l'8 aprile, in un video su Internet in cui appariva mascherato con un lanciagranate sulla spalla: "Gli ebrei, gli americani e i crociati in generale saranno gli obiettivi dei nostri prossimi attacchi e quest'anno, a Dio piacendo, sarà più duro per loro". Non mancava un riferimento al governo "apostata" di Riad, "incapace di proteggere gli infedeli e i loro interessi".


Fieri e composti cosi' si reagisce
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Non sappiamo ancora se l'orribile uccisione di un italiano in Arabia Saudita rispondesse all'intenzione di colpire una "potenza occupante". È possibile. Ma non è escluso che la rivendicazione appartenga a un altro gruppo, pronto a cogliere l'occasione per sfidare l'Italia e implicitamente chiunque abbia forze armate in Iraq. Potremmo essere di fronte a un'operazione in due tempi, condotta da organizzazioni diverse con strategie complementari. Gli esecutori dell'attentato miravano all'Arabia Saudita. Hanno colpito un punto nevralgico del petrolio perché è questa la ricchezza che permette all'oligarchia saudita di conservare il potere. Hanno preso in ostaggio tecnici e collaboratori stranieri perché l'industria del petrolio dipende dalle tecnologie occidentali e dal rapporto con le maggiori aziende petrolifere del mondo. Hanno ucciso per rendere più difficile alle aziende il reclutamento dei volontari o addirittura indurle a ritirare i loro dipendenti. È questo il momento in cui altri gruppi, più coinvolti nella vicenda irachena, potrebbero essere intervenuti per dare all'evento una particolare connotazione anti-italiana.

Chiunque può appropriarsi di un avvenimento e attribuirgli un significato. In un mondo di messaggi difficilmente verificabili e di cellule terroristiche che hanno finalità diverse ma colpiscono gli stessi nemici, il delitto appartiene a chi lo rivendica e serve lo scopo che gli viene attribuito. Le polizie e i servizi riusciranno a sbrogliare la matassa, ma non senza che l'effetto, sul piano mediatico, possa considerarsi raggiunto.
A noi nel frattempo resta il compito di affrontare quest'ultima tragica vicenda con una riflessione nazionale. Chi ha sfruttato l'attentato per lanciare un minaccioso proclama contro il governo ha seguito probabilmente le ultime vicende italiane. Sa che la presenza delle nostre truppe in Iraq è disapprovata da una parte importante della classe politica. Sa che la visita di Bush potrebbe provocare manifestazioni ostili. Sa che il Paese ha reagito con grande dolore alla morte di Fabrizio Quattrocchi e del soldato Matteo Vanzan. Sa che questi lutti suscitano in Italia grandi emozioni. E crede che l'Italia sia, forse più di altri Paesi, particolarmente vulnerabile. Questi terroristi e i loro portavoce non potranno impedirci di piangere i nostri morti. Ma occorrerà evitare che il nostro dolore offra ad essi il pretesto per colpirci. La fierezza e la compostezza sono in queste circostanze la migliore delle difese possibili.


I silenzi del centrosinistra davanti agli USA
Giuliano Amato su
la Repubblica

Non mi occupo qui degli europei che, per partito preso e chiusi ad ogni argomento che possa rafforzare i loro avversari interni, difendono le scelte dell´attuale Amministrazione di Washington in nome della solidarietà atlantica, dell´amicizia verso gli Stati Uniti e della giusta lotta per la democrazia nel mondo. Temo che essi facciano in realtà un cattivo servizio alla solidarietà atlantica, all´amicizia verso gli Stati Uniti e alla giusta lotta per la democrazia nel mondo.
Mi interessano di più gli europei che sono pronti a raccogliere le voci critiche provenienti dall´altra sponda dell´Atlantico e che le echeggiano nei nostri dibattiti con una forte carica adesiva. E di loro mi interessa soprattutto capire quali sono le conclusioni che esattamente ne traggono sull´atteggiamento che l´Europa deve e dovrà assumere verso gli Stati Uniti. È qui infatti che intravedo i sintomi di una schizofrenia, su cui è bene che ci chiariamo le idee.
Le fonti privilegiate di questi europei vanno da Joseph Nye a Zbigniew Brzezinsky e a tutti gli altri che, come loro, da una parte vedono l´egemonia americana sul mondo come una realtà di fatto del nostro tempo, dall´altro segnalano all´America tutti i rischi di esercitarla con solitaria supponenza, anziché darle finalità condivise e accettare una "gestione" condivisa degli affari del mondo. Sono gli argomenti di questi autori quelli di cui gli stessi europei si avvalgono per criticare l´Amministrazione Bush. E sono argomenti di indiscutibile peso.
Se è vero - si dice - che non può non essere la sicurezza del popolo americano la priorità prima della "global policy" di Washington, essa non può non includere ogni sforzo per costruirsi intorno il consenso globale più elevato possibile. Altrimenti - si aggiunge - ostilità e risentimenti possono crescere e alimentare ulteriori minacce alla sicurezza. Come si fa allora a non partire dal fatto che non esiste un unico terrorismo, ma ne esistono fonti e forme diverse in un mondo reso inquieto dall´ingiustizia sociale, da perduranti conflitti etnici, da fondamentalismi religiosi che sfruttano ora l´una ora gli altri per rafforzare la propria presa? Si può con facilità convincere i propri elettori americani che il nemico è unico e che la guerra è semplice e grande come quelle che vennero combattute contro il nazismo e contro il comunismo. Ma questo non aiuta l´America a porsi al centro di una comunità mondiale tenuta insieme da interessi condivisi, dei quali la stessa America appaia portatrice. Ed è questo invece ciò che essa deve fare, in vista della sua stessa sicurezza. Il compito quindi - per usare le parole di Brzezinski - è quello di "trasformare progressivamente il prevalente potere americano in una egemonia cooperativa, nella quale la leadership è esercitata più attraverso convinzioni condivise con alleati permanenti che non attraverso una dominazione assertiva".

Se questi sono gli argomenti con i quali si richiama l´America a una politica diversa da quella di Bush, è evidente che ad essi corrispondono argomenti paralleli nei confronti dell´Europa. È pronta l´Europa ad assumere la responsabilità di questa partnership? È consapevole l´Europa dei rischi che essa stessa corre se non lo fa, in un mondo nel quale i rischi non farebbero che crescere per tutti se l´America cadesse definitivamente preda della sua solitaria e solo presunta onnipotenza? L´Europa, più degli Stati Uniti, sente il valore del multilateralismo e quindi di un governo del mondo affidato più alla collegialità delle istituzioni internazionali che non alle decisioni della super-potenza del momento. Ma è consapevole l´Europa che per il prevedibile futuro nessuna istituzione internazionale può davvero funzionare se ci si aspetta che lo faccia in chiave antagonista agli Stati Uniti, col risultato che, una volta di più, sarebbero essi a dominare la scena in nome del loro unilateralismo? L´Europa aspira a una maggiore unità e a una maggiore unità aspirano in particolare gli europei che oggi sono più critici nei confronti di Bush. Sono consapevoli questi europei che su una posizione non di critica all´Amministrazione attuale, ma di antagonismo verso gli Stati Uniti od anche di distacco da loro in nome di scelte geo-politiche diverse l´unità europea non si realizza, perché posizioni del genere sono destinate a incontrare una forte opposizione in diversi Stati membri dell´Europa di oggi e di domani?
Non sono domande mie queste, sono le domande che leggo negli stessi testi, a cui tanto attingiamo per mettere a nudo le debolezze e i rischi della politica americana di oggi. Ebbene, a meno di non essere schizofrenici, non possiamo sottrarci alle risposte che ci vengono chieste, né possiamo dare risposte che, in nome del multilateralismo, condannino gli Stati Uniti, Bush o non Bush, a continuare sulla strada dell´unilateralismo. Eppure è proprio questo ciò che rischia di accadere, da una parte per i prevalenti silenzi, dall´altra per le voci che cominciano a levarsi per affermare una intervenuta divaricazione di interessi geopolitici fra noi e gli americani. Penso sinceramente che prospettarsi una tale divaricazione sia un errore, che non a caso è lo stesso su cui gli unilateralisti d´oltre Oceano hanno impostato le strategie fatte proprie dalla Casa Bianca. Lungo questa strada, non solo si va a sbattere negli ostacoli che ho già ricordato (meno unità europea, Stati Uniti lasciati a se stessi e istituzioni internazionali non funzionanti: il che basta e avanza per non percorrerla), ma si negano altresì legami che noi europei non abbiamo con nessun altro al mondo: l´humus comune a cui fanno capo le nostre democrazie, la vera e propria interpenetrazione delle nostre economie (di cui non tutti sono consapevoli) e quindi il peso che ciascuno di noi due ha sul benessere dell´altro, le responsabilità comuni che il mondo ci attribuisce ai fini delle politiche di sviluppo globale.
Parliamone allora, ma parliamone apertamente e per questo apprezzo chi ha avuto il coraggio di cominciare a farlo, anche da posizioni che ritengo sbagliate. La cosa che mi preoccupa di più sono invece i silenzi che hanno preso a prevalere nel nostro centro-sinistra.



Lo strano congresso di Assago
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Forza Italia nasce nel 1994. Da allora sono passati dieci anni; dieci anni, e soltanto due congressi. Aggiungi che il congresso di Assago è stato improvvisato con il solo fine di "lanciare" Berlusconi alle prossime elezioni europee. Un congresso di partito è tenuto a discutere di se stesso, è tenuto a votare per qualcuno o per qualcosa. In Forza Italia non è mai successo. Forza Italia si riunisce ad ogni morte di papa (come si diceva una volta) soltanto per acclamare un leader che non è mai stato insediato da un voto del suo partito. Un partito cosiffatto non esiste in nessuna democrazia occidentale. Il che legittima la domanda: Forza Italia che razza di partito è mai? Giuliano Urbani sfugge al quesito dichiarando che FI è soltanto un partito elettorale, e quindi soltanto uno strumento acchiappa-voti. Quella di Urbani è la migliore risposta possibile; ma non tiene. Come Urbani sa benissimo, i partiti "soltanto elettorali" sono i partiti americani. Ma i partiti americani non acclamano un leader precostituito, unto (o quasi) dal Signore. La posta, negli Stati Uniti, è di vincere la presidenza. E la contesa per vincere la presidenza è vigorosamente e democraticamente combattuta, Stato per Stato, con le elezioni primarie. Dopodiché le convention quadriennali dei Repubblicani e dei Democratici non sono in alcun modo concepite come congressi di partito ma soltanto come piattaforme di lancio pubblicitario dei rispettivi candidati alla presidenza.
Dal che consegue che le convention americane non definiscono la natura dei partiti americani, e che non sono paragonabili in nessun modo al congresso di Assago. E quindi dire che FI è soltanto un partito elettorale non ci può impedire di chiedere se il partito di Berlusconi sia democratico o no.

Ma FI non fa nemmeno finta di procedere con regole democratiche: non le ha e basta. Il che - dicevo - non mi sconvolgerebbe più di tanto se poi Berlusconi non ci lezionasse ogni giorno su cosa sia la democrazia e sul deficit democratico dei suoi oppositori.
Anche ad Assago il Cavaliere ha puntato il suo implacabile dito di accusatore sul fatto che il governo di centrosinistra ha cambiato premier e alleanze. "Con un metodo opposto a quello della democrazia". Ora, questa accusa è manifestamente infondata. Finché il nostro sistema resta un sistema parlamentare, cambiare premier e anche cambiare maggioranza non costituisce un reato di lesa democrazia; è, invece, una normale regola di qualsiasi normale parlamentarismo. E fa specie che il Cavaliere ci lezioni sulla democrazia proprio al cospetto di un partito che sicuramente non ha nulla, proprio nulla, di democratico.
Ad Assago Berlusconi ha concluso il suo intervento così: "La storia d'Italia l'abbiamo già cambiata, siamo già nella storia... e vi resteremo da protagonisti". Ma in questa prospettiva stupisce (ancora una stranezza) che il Nostro chieda esplicitamente all'elettorato di centrodestra di votare per lui a danno dei suoi alleati. È vero che in passato anche la Dc invitava a non sprecare il voto sui partitini e a concentrarlo su di sé. Però la Dc poteva invocare la necessità di "fare diga" contro il comunismo; una necessità che non esiste più. L'altra differenza è che allora non avevamo ancora inventato il "polo fisso", cementato e immodificabile. Allora ciascun partito faceva campagna elettorale per sé, e la composizione delle coalizioni di governo poteva variare. Con il "polo fisso" non è più così. Pertanto Berlusconi ha toccato, ad Assago e nella sua lettera a 15 milioni di elettori, un tasto sbagliato, "scollante" di una coalizione che è già scollata. Il Cavaliere vuole restare nella storia ma fa del suo meglio, si direbbe, per uscirne.


Rivoluzione al vertice della Fiat
Montezemolo presidente, si dimette Morchio
Marco Ventimiglia su
l'Unità

Luca Cordero di Montezemolo presidente del gruppo Fiat pochi giorni dopo l'investitura in Confindutria, Giuseppe Morchio che sbatte la porta e si dimette da amministratore delegato.
In quel di Torino era lecito attendersi un fine settimana all'insegna del silenzio e del dolore dopo la scomparsa di Umberto Agnelli. Domenica 30 maggio 2004 resterà invece come un giorno sottolineato in rosso nella lunga e travagliata storia della Fiat. Un giorno nel quale è successo di tutto, come sintetizzato dalla litania di annunci che si sono inseguiti nel pomeriggio senza soluzione di continuità.
Il giovane John Elkann nominato vicepresidente del gruppo, l'ancor più giovane Andrea Agnelli che entra nel consiglio di amministrazione, Gianluigi Gabetti che riceve le chiavi della cassaforte di famiglia divenendo presidente della Giovanni Agnelli e C.: designazioni importanti che però passano quasi sottotraccia di fronte all'enormità della nomina di Montezemolo e delle conseguenti dimissioni di Morchio. Un vero e proprio scontro di potere all'indomani dei funerali di Umberto, a significare che la scomparsa dell'ultimo volto storico della dinastia ha intaccato quei fragili equilibri manageriali che avevano fin qui garantito la sopravvivenza, seppur con crescente difficoltà, della più grande industria del Paese.
Difficile ricostruire con dovizia quanto accaduto a Torino, durante il consiglio di amministrazione presieduto dal consigliere anziano Angelo Benessia che ha portato alla scelta di Montezemolo, reduce da un altro successo Ferrari dedicato allo scomparso Umberto. Chi lo ha scelto ha messo da parte tutte le perplessità legate ad un cumulo di cariche problematico: da un lato alla guida del mondo imprenditoriale italiano, dall'altro al timone del colosso automobilistico in crisi. Chi lo ha visto ha piuttosto dato un ulteriore significato al lungo e straziante abbraccio fra Montezemolo e Allegra Agnelli, moglie di Umberto: non soltanto il dolore, ma anche la trasmissione fisica di un messaggio importante: adesso tocca a te...
Senonché, durante il consesso del cda è accaduto un fatto imprevisto. Fra coloro che hanno capito c'era anche Giuseppe Morchio, l'uomo dell'emergenza, chiamato l'anno scorso al Lingotto all'apice della crisi del gruppo, quando senza l'entrata in scena delle banche non si sarebbe nemmeno potuto garantire la sopravvivenza della Fiat. Ha capito l'amministratore delegato, ma non ha condiviso. "Mi sembrerebbe più giusto - avrebbe obiettato all'auditorio - che presidente venga nominato il sottoscritto, almeno fino a quando non verrà conclusa questa fase di emergenza".

Ne sono quindi conseguite le immediate dimissioni, che Morchio ha spiegato in serata con questo comunicato ufficiale: "La decisione di lasciare l'incarico con effetto immediato trae origine dalle mutate condizioni derivanti dalle deliberazioni assunte dal consiglio di amministrazione della società. Dimissioni assunte con rammarico per non poter essere più parte del piano di rilancio del Gruppo, piano che ho elaborato e nel quale ho sempre creduto, portando il Gruppo fuori dall'emergenza e ai primi risultati positivi, dopo quindici mesi di totale dedizione e di intenso lavoro al fianco del dottor Umberto Agnelli".
E adesso? Dal Lingotto si sono limitati a far sapere che "il consiglio di Amministrazione è stato convocato per il giorno 1 giugno 2004 per prendere le deliberazioni conseguenti". Ovviamente, non appena si è appreso delle dimissioni di Morchio si è scatenato il toto-nomine. I due nomi più gettonati sono quelli di Vittorio Colao e Adriano Guerra, rispettivamente amministratore delegato di Vodafone Italia e della Merloni, due manager giovani, di grandissima qualità e dai risultati straordinari. Ma con tutta probabilità ad esprimere il gradimento decisivo non sarà l'ultra presidente Montezemolo (al momento guida anche la Ferrari...) ma le banche. Quegli stessi istituti, ormai i veri azionisti di riferimento del Lingotto, che potrebbero non avere completamente gradito molto i turbinosi avvenimenti dell'ultima domenica di maggio.


Una scelta forte gestita male
Giuseppe Turani su
la Repubblica

A poco più di un anno di distanza dalla sua crisi più grave (quella del 2003) e a pochi giorni dalla morte di Umberto, la Fiat e l´impero degli Agnelli sono di nuovo nella tempesta. E, anche questa volta, la crisi appare grave. Al centro di questa nuova bufera ci sono le dimissioni dell´amministratore delegato della Fiat Giuseppe Morchio. Dimissioni che sono arrivate nella serata di ieri, quando tutto sembrava invece avviato nel migliore dei modi, con la nomina di Luca di Montezemolo alla presidenza. Una scelta forte, ma visto il risultato finale, mal gestita dagli Agnelli e dalle banche.
La famiglia, che si era riunita nel pomeriggio, aveva provveduto a nominare il presidente dell´accomandita (la cassaforte di famiglia) e aveva scelto Gianluigi Gabetti, un collaboratore strettissimo sia di Gianni che di Umberto, persona di sicura fedeltà agli interessi della più potente famiglia italiana. Gabetti era già in pensione dal 1999 ed era stato poi richiamato in servizio proprio da Umberto "perché - gli aveva detto - abbiamo ancora bisogno di lei". Più complicata, invece, la scelta del nuovo presidente della Fiat. Nella mattinata di domenica Morchio aveva posto con una certa determinazione la sua candidatura.
E con qualche ragione, dal suo punto di vista. Io - aveva spiegato - sono stato scelto da Umberto, in un momento di drammatica crisi della Fiat, per risanare l´azienda. Insieme a Umberto ho steso il piano e ne ho avviato la realizzazione, ho tenuto i contatti con le banche e la General Motors. Adesso, Umberto purtroppo è scomparso e la cosa più logica è dare a me anche la presidenza in modo che io possa continuare, in modo coerente e senza interventi esterni, l´opera di risanamento appena avviata e che finora ha dato buoni risultati (cosa che in effetti tutti hanno riconosciuto).
In sostanza, questa è la tesi di Morchio, questa è una nave che stava affondando e che si trova ancora dentro la tempesta. Purtroppo, è morto il capitano (Umberto Agnelli), in queste condizioni non ha senso andare a cercare un altro capitano, conviene promuovere il secondo ufficiale e sperare che la tempesta passi.
Di fronte a queste osservazioni, la famiglia Agnelli (costituita ormai nella parte che conta da sette signore, le sorelle più le vedove e le figlie) ha opposto un ragionamento altrettanto sensato: il nostro bravissimo amministratore delegato non può impedire che noi ci scegliamo un presidente che ci rappresenti. Ancora: non possiamo delegare tutto il potere in Fiat (che è la cosa più importante del nostro impero) a un manager bravissimo, ma che è entrato nel gruppo da poco e che noi conosciamo solo sul piano professionale.
La nostra scelta - ha continuato la famiglia - è per Luca Cordero di Montezemolo (eletto pochi giorni fa presidente della Confindustria e ancora presidente della Ferrari, di proprietà della stessa Fiat). La decisione della famiglia di puntare su Montezemolo si spiega con diversi motivi. Il principale rimane quello di voler avere alla testa della Fiat (dove ci stanno le auto e i problemi relativi) una persona "di famiglia", di fiducia. E Montezemolo è stato per tutta la vita il miglior amico di Gianni e di Umberto, al punto da essere considerato, nella famiglia torinese, una sorta di terzo fratello. Nessuno, quindi, poteva essere più indicato, dal punto di vista delle signore Agnelli.
Ma nella scelta di Montezemolo c´erano anche altri motivi, più oggettivi. La famiglia sa benissimo che la Fiat, per uscire dalla bufera, ha bisogno di un buon piano industriale e di un buon amministratore delegato. Ma sa anche che, a questo punto, serve qualcuno capace di far crescere intorno alla Fiat un clima di simpatia e di amicizia. Con le banche, con il governo, con i politici, con i sindacati. E Luca è sembrato l´uomo giusto. D´altra parte le sue doti di simpatia e di diplomazia sono note.
Scomparsi, insomma, Gianni e Umberto, ancora troppi giovani Jaki e Lapo Elkann (nipoti dell´Avvocato), la famiglia si è ritrovata priva di un suo rappresentante che potesse dialogare con il potere politico, sindacale e economico: non era mai successo. E ha pensato di rimediare puntando su Luca.

E qui, si è aperta la crisi fra Morchio e la famiglia Agnelli. C´è anche chi ha anche rivangato vecchi dissidi fra Montezemolo, quale presidente della Ferrari, e Morchio, suo diretto superiore come amministratore delegato di tutta la Fiat (sotto le cui insegne cade anche la Ferrari). Ma non si tratta di questo. In realtà, Morchio ha spiegato agli Agnelli (fra sabato e domenica) che non avrebbe accettato altri presidenti che se stesso. Non solo: sembra che abbia anche specificato che voleva essere nominato prima di lunedì mattina, cioè prima dell´assemblea della Banca d´Italia.
A questo punto le posizioni si sono irrigidite. Infatti, benché le signore di casa Agnelli non si siano mai occupate troppo da vicino della Fiat, alcune cose le sanno. E fra queste sanno che non vogliono avere un uomo troppo forte in testa al Lingotto. In passato, l´azienda ha dovuto fare i conti con Vittorio Valletta, un uomo che ha diretto la Fiat per decenni e che alla Fiat ha dato molto, ma che ha cercato fino all´ultimo di impedire che Gianni Agnelli prendesse il posto che gli spettava nell´azienda. Dopo, in anni assai più recenti, hanno fatto l´esperienza con Cesare Romiti, un altro personaggio diventato troppo forte e che, a un certo punto, era in grado (con la collaborazione della Mediobanca di Cuccia) di imporre le sue scelte anche agli azionisti e a Gianni Agnelli.
Inoltre, le signore Agnelli hanno insistito sulla necessità (non trattabile) di avere nella Fiat una netta divisione dei poteri: un amministratore delegato impegnato nella realizzazione del piano di risanamento e un presidente (Montezemolo) a rappresentare i loro interessi. Poiché entrambe le posizioni non erano trattabili, alla fine si è giunti alla rottura. La famiglia ha nominato Montezemolo e Morchio ha immediatamente dato le dimissioni.
A questo punto la Fiat è di nuovo nella bufera e non si può certo dire che la partita sia stata gestita nel migliore dei modi. Tutt´altro. Arriva Luca, ma se ne va l´autore del piano di risanamento, l´uomo che ha trattato con i sindacati, con le banche, e con la General Motors. Sostituirlo, in fretta e bene, non sarà tanto facile.



Berlusconi occupa la Rai, par condicio addio
Federica Fantozzi su
l'Unità

Chi pensava di essersela cavata con qualche ora di eloquio, fra relazione introduttiva e conclusioni, e la vaga minaccia di milioni di opuscoli autoreferenziali, sottovalutava la vis comunicatrice del presidente del Consiglio. Berlusconi ha chiuso la tre giorni di Assago nel modo che predilige: con una lunga, solitaria intervista televisiva.
Nella quale è tornato sui temi del congresso, ha rettificato le sue dichiarazioni, ha fatto l'esegesi di come sono state interpretate dagli altri, si è dispiaciuto che la solita "disinformazione" dei media avesse potuto convincere gli alleati che lui - proprio lui! - invitasse a non votarli. Microfoni prescelti per la correzione di tiro, non quelli di Porta a Porta ma di Telecamere, la trasmissione condotta da Anna La Rosa. L'intervista, registrata al Filaforum, è andata in onda ieri a mezzogiorno e di nuovo a tarda notte su RaiTre.
E il fatto passa quasi inosservato in una domenica di eventi luttuosi. Soltanto il diessino Beppe Giulietti protesta per la mancanza di contraddittorio: "È un'aperta violazione della par condicio, dei regolamenti della commissione di vigilanza, dell'etica politica. Si è trattato di uno spot gratuito fatto dal servizio pubblico al premier in piena campagna elettorale. Ma il problema è che ci stiamo abituando all'irregolarità: gli arbitri, se ci fossero, avrebbero già dovuto estrarre il cartellino rosso". L'esponente della Quercia in Vigilanza chiede al direttore generale Cattaneo "se questo lungo soliloquio sarà classificato come comizio del premier, tribuna autogestita da Fi o spot a pagamento sollecitato dal presidente del Milan o sotto quale voce".
A Telecamere Berlusconi ha annunciato che vorrebbe Romano Prodi come "competitor" alle elezioni del 2006: "Tifo per lui, non è vero che mi farebbe comodo Bertinotti. A me fa comodo Prodi, ma non credo che finirà così, temo che la sinistra cambierà leader". E non è vero che voglia disfarsi del Parlamento: "Un'esagerazione, ma l'opposizione cerca solo di far perdere tempo. Faremo come il governo Prodi che pose la fiducia più di venti volte".
Nella questione Prodi è svelto a inserirsi il leghista Calderoli: "Penso proprio che Prodi non sarà l'avversario di Berlusconi alle prossime politiche visto che è già cotto anche come presidente della Commissione Europea". E poi "i suoi falsi amici del centrosinistra lo hanno cotto a fuoco lento, con la girotondina posizione sul ritiro dall'Iraq che gli hanno imposto".
Berlusconi ha poi tentato di tranquillizzare gli alleati: "Non hanno ragione di avere la minima reazione negativa, abbiamo sempre usato il massimo riguardo nei loro confronti, siamo uno per tutti e tutti per uno (motto dei tre moschettieri già usato il giorno prima da Adornato, ndr)". Non ce l'aveva certo con l'Udc "un partito importante, che manda i suoi eletti in Europa nel Ppe" dove sta pure Forza Italia.

Ma a chi si riferiva allora il premier? "Ai partiti di recente formazione, che si sono messi in campo solo per queste elezioni e comportano una dispersione di voti e probabilmente di parlamentari che non fa il bene dell'Italia". Deve essere il caso del Partito della Bellezza di Sgarbi e La Malfa: a questi pericolosi rivali era destinato l'ammonimento. Non è nato adesso il Nuovo Psi, ma Bobo Craxi non apprezza lo stesso: "Da Berlusconi un colpo basso, ha confermato di non essere un gigante della politica".
Berlusconi è poi tornato a fantasia sbrigliata sulla scarsa partecipazione di pubblico nei primi due giorni del congresso. Questa la tesi: "È stata una scelta voluta e consapevole per non gravare le forze dell'ordine del carico di dover controllare uno per uno tutti coloro che sarebbero voluti entrare". I quali si sono convinti: ai cancelli non c'era un'anima. L'ultimo giorno, invece, data l'esigenza di una folla che votasse il presidente per acclamazione, il benessere delle forze dell'ordine è passato in secondo piano.
Da segnalare infine la comparsa nottetempo di nuovi manifesti con tre preferenze cubitali: Berlusconi, Tajani, Zappalà. Freschi di stampa: l'illazione è che siano frutto dell'insistente invito del premier a non dimenticarsi di lui.


La grande fuga dalle tasse
Angelo Lupoli su
la Repubblica

ROMA - Il lusso tira e l'evasione cresce. Alla faccia della crisi. Il 2004 è iniziato con una raffica di immatricolazioni di auto di lusso, di acquisti di case in montagna e al mare, di mega yacht e gioielli griffati. Un vorticoso giro d'affari che sembra non fermarsi e va di pari passo con l'aumentare dell'evasione fiscale. Gli ultimi dati riservati dell'Agenzia per l'Entrate sono clamorosi: alla tassazione sfuggono 200 miliardi di euro l'anno. Cioè su 100 euro di imponibile dichiarato gli italiani nascondono all'Erario 46 euro.

Tenendo conto delle imposte che graverebbero sull'imponibile (Irpef, Iva, Irpeg, Irpeg, solo per citare le principali) ogni anno le casse dello Stato non vedono 100 miliardi di euro. Buona parte di questo enorme flusso di denaro è indirizzato verso prodotti di lusso e beni rifugio. Del resto che l'evasione fiscale finanzi la corsa ad auto di lusso e vestiti griffati è più che un sospetto. Lo stesso ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, non lo nasconde: "Nel 2001 (ultimo anno fiscale della sinistra) - ha spiegato agli alleati di governo - solo 1.081 contribuenti hanno dichiarato più di 2 miliardi di lire di reddito imponibile; solo 15.953 contribuenti hanno dichiarato 600 milioni di reddito imponibile; per contro, più di 230mila italiani hanno acquistato auto o jeepponi di lusso... "

Un trend che non conosce crisi: nei primi quattro mesi di quest'anno sono state consegnate 1.700 Porsche, 190 Maserati e 186 Ferrari. Per non parlare dei grandi fuoristrada: Bmw ha piazzato lo scorso anno 4.749 dei suoi macchinoni da 50mila euro, Mercedes 4.371 mentre corrono anche Jeep e Porsche. Il varo di grandi barche, quelle sopra i 24 metri, va, è il caso di dirlo, a gonfie vele: +154% in cinque anni mentre tutto il settore della cantieristica cresce a un ritmo del 35% l'anno. E la compravendita di seconde abitazioni a Cortina, Courmayer, Portofino o Capri è aumentata del 17,6 nel 2003.

Tremonti ha parlato con dati alla mano: lo studio dell'Agenzia delle Entrate è dettagliato e basato su ciò che gli italiani dichiarano al fisco e quello risulta all'Istat (il valore aggiunto di contabilità nazionale). La maggior parte dell'evasione si annida nel commercio e nei servizi alle imprese e alle famiglie. Il commercio riesce a nascondere imponibile per 53,4 miliardi di euro, i servizi alle imprese 78,8 miliardi mentre i servizi alle famiglie "pesano" per 42 miliardi. È considerata fisiologica l'evasione nel settore industriale pari all'8,5% del totale per un 17 miliardi mentre il settore costruzioni, a sorpresa, si rivela come il più virtuoso: solo 8,6 miliardi.

Il Sud, tenendo conto delle percentuali, è l'area geografica dove l'evasione è più intensa: la quota di imponibile non dichiarato è pressoché pari (99,5%) a quella dichiarata rispetto al "minimo" del Nord Ovest dove l'evasione è pari al 31,4% del dichiarato. Ma al di là della distribuzione resta la certezza che al fisco sfuggono sempre più italiani. L'ultima stima attendibile, quella diffusa nel '98 dal Fondo Monetario Internazionale, fissava l'evasione a 250mila miliardi di lire, cioè 50mila miliardi in meno rispetto ad oggi.

Insomma l'Erario dovrà capire perché per il fisco ci sono appena un milione di milionari e appena 500mila italiani che dichiarano più di 70mila euro. Scovare chi spende e fugge dalle tasse non è poi così difficile: il Registro automobilistico, le utenze telefoniche ed elettriche, i registri delle Capitanerie di Porto sono a disposizione dell'Agenzia delle Entrate. Basta incrociare i dati e il gioco è fatto.


  31 maggio 2004