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sulla stampa
a cura di G.C. - 29 maggio 2004


La stanza del comando è rimasta vuota
Ezio Mauro su
la Repubblica

Non doveva evidentemente regnare, Umberto Agnelli. Per tutta la sua vita ha contrastato un destino tenace che ogni volta lo allontanava dal vertice del potere Fiat, cui era naturalmente designato da sempre come successore dell'Avvocato: e quando infine era riuscito a piegarlo, riunificando tardi e a caro prezzo la sua biografia e la dinastia, il destino si è ribellato con una malattia dura e veloce, e la morte. Finisce un regno troppo breve per lasciare un segno. Ma comincia nello stesso tempo un'età dell'incertezza che non ha precedenti per la centenaria Fiat in crisi. Senza più una linea di successione, senza un punto di riferimento azionario certo, senza un principio di autorità.
Probabilmente, senza la famiglia che l'ha accompagnata attraverso il secolo.

Nell'ombra imperiale e scomoda del fratello, il più giovane degli Agnelli ha spesso perso le sue battaglie pubbliche, prima col "taglio all'Umberta" che nel '74 ruppe con la gerontocrazia Fiat, ma non ebbe un seguito di vera modernizzazione, poi con l'avventura breve da senatore e il tentativo di laicizzare la Dc dall'interno in una destra moderna, poi nel ritorno a Torino nel '76 dopo la rottura con Carlo De Benedetti, quindi nel braccio di ferro durissimo con Cesare Romiti, infine con Cuccia che nel '93 pose il veto alla sua presa del potere costringendo l'Avvocato a sbarrargli la strada, amputando nello stesso tempo il cursus honorum familiare.

Questa scalata infinita verso una vetta che gli era stata assegnata da sempre e tuttavia si allontanava ogni volta, in privato aveva inevitabilmente coltivato il sentimento gigantesco di un torto trasformandolo in una cifra involontaria di vita.

Finché tutto, i torti, gli errori e il potere miraggio non contarono più niente di fronte all'unica vera sconfitta ingiusta e davvero irreparabile: la morte del figlio Giovanni.

Il giorno dopo, alle 8 del mattino, Umberto era al suo posto in ufficio, come per cercare ad ogni costo nel filo dinastico spezzato un segno di futuro, nonostante tutto. Con suo fratello c'era stato qualche anno prima un patto di scambio implicito, dopo le rotture esplicite che diventavano un torto riconosciuto da entrambi: poiché l'Avvocato non riusciva a portare Umberto al comando della Fiat, pur essendo convinto che sarebbe stato un ottimo presidente (sia pure col difetto di scegliere spesso uomini sbagliati) lo avrebbe risarcito portando tutta la famiglia a investire Giovannino come l'erede designato. Il destino impediva anche questo risarcimento: la crisi Fiat sembrava fare il resto, allontanando sempre più la presa della famiglia sull'azienda, portando le banche creditrici a parlare da padrone a Torino, bruciando presidenti e amministratori delegati in una società abituata al rigore sabaudo del comando e a un sistema di potere solido, fisico, quasi meccanico, che adesso invece si disfaceva nell'agonia dell'Avvocato.

Agnelli aveva a quel punto 68 anni. Più che un re anziano fu un re riluttante. Non credeva più da tempo nell'automobile, dagli anni di Romiti pensava che il futuro Fiat avrebbe dovuto essere cercato altrove: doveva invece concentrarsi sull'auto, perché questa - alla fine - era la sfida vittoriosa o mortale della Fiat.

Non credeva nella falsa modernità antiquaria del Lingotto, per una Fiat che divorava ormai anche i suoi simboli. Non credeva più, forse, nemmeno nella Famiglia con la maiuscola, entità mitologica per il nonno e per l'Avvocato che l'avevano riassunta e risucchiata in se stessi, mentre per lui contava più la sua famiglia personale, minuscola ma privata e semmai l'ombra incompiuta del padre più del fantasma fondatore del nonno. Sentì però - così disse - il peso dei cento anni di intreccio tra la Fiat e gli Agnelli, rivendicato e quasi imposto dalla città quando sfilò in processione davanti alla bara dell'Avvocato. Quei cento anni diventavano un obbligo di responsabilità. E Umberto entrò così da vecchio nella stanza del comando, a cui aveva ormai rinunciato dopo che gli era stata promessa da giovane e sottratta più volte.
Oggi quella stanza è vuota. Per la prima volta dalla genealogia degli Agnelli non viene una candidatura esplicita al vertice della Fiat, manca il delfino, l'amputazione dinastica è evidente. Soprattutto non si sa se quella genealogia riuscirà ancora ad esprimere un principio capitalistico di autorità, capace di radunare la famiglia sparpagliata e di trasformarla in qualcosa che conta politicamente, in uno dei baricentri della Fiat, di Torino, di ciò che chiamiamo il Nord Ovest e anche il capitalismo familiare: con riflessi che arrivano fino alla "Stampa" e alla Juventus, elementi diversi ma forti di egemonia culturale che hanno sempre fatto riferimento più alla famiglia che alla Fiat o all'Ifi.

Molto di tutto questo è già finito, almeno nelle forme in cui lo conoscevamo. Basta guardare l'agonia gigantesca e lenta di Mirafiori. O leggere l'ultima lontana trasformazione operaia di Melfi, che avviene altrove.

O osservare la furia iconoclasta degli apparatchick berlusconiani di governo che ieri riverivano gli Agnelli e tutta la piramide Fiat e oggi accumulano prognosi infauste, famelici di sostituire con la loro autarchia aliena un'aristocrazia industriale che non c'è più.

Ma i conti ormai vanno fatti prima di tutto fuori dal cerchio degli Agnelli, con le banche e con la crisi. Quanto alla famiglia, dopo Umberto e il suo triangolo abituale tra l'ufficio al Lingotto, la casa alla Mandria, lo stadio delle Alpi, poco o niente la lega ormai a Torino, all'automobile e all'acciaio, alla tradizione di quella civiltà del lavoro e alla responsabilità collettiva.
Così oggi rischia di chiudersi una storia che ha segnato il potere italiano, non solo la parabola di Umberto che andò al potere tardi e per poco tempo, sufficiente tuttavia per compiere il suo vero e inconsapevole destino: quello di essere l'ultimo degli Agnelli.


Orgoglio di cadetto
Enzo Biagi sul
Corriere della Sera

Qualcuno l'aveva battezzata "la nuova famiglia reale": se n'è andato anche Umberto, forse l'ultimo superstite di un mondo che fu. Mi telefonò "l'Avvocato" poco tempo prima della fine, per dirmi che dovevamo vederci e che doveva dirmi cose importanti. Ora penso che, forse, mi avrebbe parlato del fratello. Una volta chiesi al "Dottore" se era per lui un orgoglio o un peso il fatto che Gianni lo avesse indicato come suo successore.

Fu esplicito: "Se arriverò a questo posto, sarà certamente una ragione di orgoglio". Lo hanno definito in tanti modi: Time lo aveva chiamato "l'altro Agnelli" o anche "il numero 2"; Umberto Agnelli era una persona garbata, riservata, poco portata alla mondanità. Lavoratore instancabile, praticava lo sci e il nuoto, leggeva testi di economia e di saggistica, gli piaceva l'arte moderna ed era appassionato di calcio: è stato un ottimo presidente della Juventus.

Le sue proposte, in passato, suscitarono clamorosi e scandalizzati commenti: quando suggerì la svalutazione della lira (poi per ben due volte ne ridussero il valore) e quando affermò che, per ridare vigore alle aziende, bisognava anche ricorrere ai licenziamenti. E così fu, non solo alla Fiat. Gli chiesi che cosa vuol dire essere un Agnelli. "Ha un significato molto importante: l'obiettivo principale è educare i propri figli, fargli capire che è difficile costruire le cose; io mi auguro di convincerli che il loro primo dovere è di non demolire quello che gli altri hanno fatto".

Gli domandai chi, tra i molti personaggi conosciuti, lo aveva in qualche modo suggestionato di più. Mi disse: "Forse ho ammirato John Kennedy. Ha rappresentato moltissimo per i giovani del mondo: l'idea della Nuova Frontiera, in quel momento, aveva un grande significato". Gli chiesi poi perché era entrato in politica, e con i democristiani. Mi spiegò: "Era di moda l'eurocomunismo e anche molti rappresentanti della borghesia seguivano con interesse e con fiducia quelle proposte.

Si sa che Gianni, in gioventù, si è lasciato andare anche a qualche piacevolezza e alle fatuità dell'esistenza; in una delle poche interviste che indulgono al personale, Umberto confida: "Devo forse sciupare i miei anni migliori con ballerine o attrici? La sera, quando torno a casa, voglio trovare la moglie e deve essere un tipo senza grilli per il capo". Un temperamento di ferro. Gianni e Umberto Agnelli sono stati legati da un profondo attaccamento: "Il mio unico affetto, da piccolo, è stato Gianni, il mio fratello maggiore" confidava Umberto a Oriana Fallaci. "Anche i bambini ricchi possono essere soli e infelici".


Berlusconi: "Da oggi fiducia su leggi-chiave"
Redazione de
la Repubblica

ASSAGO (MILANO) - "Il governo, d'ora in avanti, imporrà sempre la fiducia in Parlamento su qualsiasi provvedimento ritenga necessario farlo. Con questa opposizione è inutile cercare ogni dialogo e noi dobbiamo realizzare il nostro programma". Silvio Berlusconi sale a sorpresa, sul palco del Palaforum di Assago, dov'è in corso il congresso nazionale di Forza Italia. Illustra alla platea la nuova condotta che intende adottare, per garantire che siano approvate le leggi necessarie a "realizzare il programma", e controreplica alle opposizioni e ai commenti giunti dopo l'intervento di ieri al congresso. Con una convinzione: "Nessuna possibilità di dialogo - dice il premier - fra governo e opposizione".

In programma, oggi, non c'era alcun intervento del premier. Che ieri ha catalizzato l'attenzione della platea con due ore e sette minuti di relazione. Duramente contestata dal centrosinistra, così com'è avvenuto anche oggi, con il dibattito in corso al Palaforum. E Berlusconi, commenti alla mano, ha deciso il fuori programma, durato venticinque minuti. Con una confessione: "Sono un secchione - ha detto il premier -, non c'è argomento di cui io non sappia tutto". Soprattutto all'estero, aggiunge, "ci vado sempre preparato su tutto".

"Complimenti a tutti gli oratori che si sono alternati sul palco" esordisce, quando, intorno alle 18.15, "conquista" il microfono. "Ho voluto interrompere la sfilata dei nostri lavoratori di governo perché sulla mia scrivania si sono accumulate le reazioni delle opposizioni agli interventi congressuali". Legge alla platea forzista alcune agenzie di stampa, "dobbiamo renderci conto di chi sono i nostri oppositori", dice, e cita Fioroni, Di Pietro, Fassino, Pecoraro Scanio, Chiti, Boselli, ai quali la platea, esattamente come accaduto ieri, elargisce fischi di disapprovazione. "E' un guaio serio - dice - governare con questa opposizione, si fa fatica".

Ed ecco la linea di condotta: "Il governo - dice il premier - deve avere il coraggio di esporre se stesso mettendo la fiducia sugli emendamenti sui quali si profilano centinaia di emendamenti inutili tutte le volte che riterrà opportuno farlo". E questo perché, spiega, "abbiamo un traguardo dentro la legislatura: realizzare tutte le riforme che ci sono nel programma e sulle quali siamo impegnati con gli elettori. In primo luogo quello che c'è al primo punto del contratto: riduzione generalizzata delle tasse per tutti gli italiani".

E al pubblico: "Chiedete ai vostri interlocutori cosa ricordano dei risultati del governo dell'Ulivo. Solo Ocalan e l'Irap. Vi ricordate, abbiamo fatto il dies Irap, non il dies ira. Sinistra, vuol dire più tasse". E riprende una delle critiche rivolte dal centrosinistra: "Ci hanno detto che il nostro è un congresso fatto solo per propaganda. Bene - dice -, per una volta diamogli ragione. E fissiamo un motto, uno slogan che possa sintetizzare i nostri lavori: se vuoi pagare meno tasse, vota Forza Italia".


La voglia di stravincere e il timore della sconfitta
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Il congresso si sta rivelando meno rituale di quanto non appaia. Fra lazzi, invettive, recriminazioni, Silvio Berlusconi sta abbozzando giorno dopo giorno l'ultima fase della legislatura. Dire che porge la propria analisi agli alleati e aspetta la loro risposta sarebbe troppo. Più semplicemente, il presidente del Consiglio tende a imporla come imperativo del dopoelezioni Europee. Evoca uno scenario di guerra parlamentare con l'opposizione. Avverte che il governo dovrà chiedere la fiducia sulle leggi "tutte le volte che lo riterrà opportuno", archiviando qualsiasi orizzonte di dialogo. Ma le sue parole suonano anche come brusco richiamo alla disciplina per il resto del centrodestra. L'irritazione verso An e Udc, che il primo giorno era come repressa, controllata, ieri è stata offerta in regalo ai berlusconiani radunati ad Assago. Berlusconi ha rilanciato ruvidamente la strategia del 51 per cento: il suo obiettivo è la maggioranza assoluta nel Paese a Forza Italia. "Il mio torto, il nostro torto" si è lamentato "è quello di non avere avuto il 51 per cento dei consensi". Altrimenti, ha sostenuto, la riforma fiscale già sarebbe stata fatta. Le lentezze dipenderebbero dal fatto che "siamo una coalizione dove chi, come noi, ha il 29,8 per cento, conta come chi ha una cifra molto inferiore di voti".
Stavolta, però, Berlusconi non parlava al partito, ma direttamente agli elettori. E' a chi lo ha fatto vincere nel 1994 e nel 2001 che sembra chiedere consensi ancora più larghi. A loro dice: chi mi vota pagherà meno tasse: e, se mi date il 51 per cento, potrò finalmente farvi felici. L'impressione è che il capo del governo sappia che quel traguardo oggi gli è precluso. Ma, forse, la traduzione nella realtà del suo messaggio è un risultato dignitoso alle Europee: una percentuale che cancelli la sensazione di una stella al tramonto.
Le reazioni della maggioranza tendono a dare per scontato un dopoelezioni che diventerà l'ennesimo braccio di ferro. L'Udc sta attenta a non rompere, ma il segretario Marco Follini ricorda a Berlusconi che "l'armonia della coalizione viene prima del 51 per cento dei voti a FI". E An affida al capogruppo Gianfranco Anedda parole al cloroformio, che cercano di dirottare sulla sola opposizione gli avvertimenti berlusconiani. Gli unici a dirsi pronti ad assecondare lo scenario additato da Palazzo Chigi continuano a essere i leghisti. "Con questa oppposizione non si può dialogare e meno male che Berlusconi se n'è accorto" taglia corto Roberto Calderoli.

E' una strategia che ieri mattina ha trovato una sponda caustica in Giulio Tremonti. Il ministro dell'Economia ha attaccato generosamente il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, e la politica di Bruxelles, riscuotendo gli applausi rabbiosi dei berlusconiani e le reazioni furibonde del centrosinistra. Eppure, quell'idea di chiedere la fiducia "quando la maggioranza ha 87 voti di scarto alla Camera e 50 al Senato", ricorda il diessino Violante, significa che qualcosa non va.


Il creativo diventa maleducato
Redazione de
l'Unità

Il ministro creativo perde le staffe. Abbandonato anche dalla Confindustria (a cui stizzito risponde: " Non si possono replicare le illusioni degli anni '90"), Tremonti trova solo una platea disposto ad ascoltarla: quella dei “quadri” di Forza Italia. E così dà libero sfogo al suo nervosismo. Arrivando a dire così: "Sabato scorso alla convention dell'Ulivo si è materializzato un misto tra Zelig e un Visitor: si trattava di Romano Prodi. Dello stesso Romano Prodi, non è un omonimo, che il 17 settembre 1999 aveva giurato solennemente che non avrebbe fatto nulla di incompatibile nell'ambito della sua presidenza della Commissione. Prodi però ci deve spiegare perchè nel mondo la crescita del pil media è stata l'anno scorso del 4% mentre nell'eurozona è stata dello 0,4. Prodi ce lo spieghi invece di criticare l'Italia".
Frasi violente, volgari. Condite con battute che hanno suscitato l'ilarità del premier. Come nel momento in cui il ministo dell'Economia ha citato l'esempio di una norma europea sul passaporto commerciale di cani, atti e furetti. "Avete mai visto un furetto con il passaporto?", ha detto Tremonti facendo ridere Berlusconi (non c'era molta altra gente in quel momento in sala).
Il tutto, come chiunque è in grado di capire, serve al super ministro dell'Economia per mascherare il fallimento della sua strategia. "La sinistra mi accusa di aver inventato la finanza creativa, ma sono stati loro ad inventarla. La legge sulle cartolarizzazioni è del '98".
Poi, la sua autodifesa. Tremonti ha definito poi i mesi dopo l'11 settembre come "terribili". "La crisi è stata molto forte, la più forte del dopoguerra ma noi ce l'abbiamo fatta e ce la faremo. Nel 2003 -ha aggiunto- il rapporto deficit-Pil è stato del 2,4%, la pressione fiscale è già un po' scesa al 41,3% e abbiamo fatto in questi anni 21 miliardi di euro di privatizzazioni, certamente un record in Europa".
Naturalmente la chiosa del suo discrso è stata la Cina, tema caro sia a lui che alla Lega. Il ministro ha chiesto che il commercio internazionale sia chiaramente regolato e ha difeso la politica del governo sull'introduzione dell'euro affermando che il problema "non è stato quello dei mancati controlli". Poi, le promesse, le ennesime: il taglio delle tasse "sarà giusto e generale" e ha confermato che "il contratto con gli italiani sarà rispettato malgrado le difficoltà perchè noi onoriamo gli impegni a differenza della sinistra che fa riforme solo a parole. Nel libro arancione del programma dell'Ulivo non c'è un numero, anzi ce n'è uno: quello delle pagine".


Pensare in grande
Carlo Bastasin su
La Stampa

Prima di tutto, finiamola con la logica secondo cui il mio nemico è il mio alibi. Il conflitto perenne e fine a se stesso soffoca l'Italia. Bisogna invece impegnarsi lucidamente sul rilancio economico di cui il Paese ha un bisogno esistenziale. Era parecchio tempo che non si sentiva alzare una voce diversa nel dibattito italiano, ideologico e retrospettivo. Lo ha fatto ieri Luca di Montezemolo proponendo un ribaltamento di logiche: no a scontri brutali per obiettivi trascurabili, come è successo con l'articolo 18, ma il contrario, metodi concordi per obiettivi ambiziosi. La differenza culturale è profonda perché si deve guardare avanti e rinunciare a pensare "che la colpa sia sempre degli altri": un inedito richiamo ai doveri della responsabilità che l'Italia non conosce e che il suo dibattito ideologico ostacola.

Il discorso del nuovo presidente di Confindustria è stato subito sottoposto alla logica del "chi non è col governo, è contro il governo", una logica stretta se si vuole pensare in grande. Di fronte agli obiettivi posti da Montezemolo, forti interventi sull'educazione, sulla ricerca, sulla liberalizzazione dei servizi e delle professioni, sul federalismo, sul risparmio, sul Mezzogiorno e sull'Europa, era inevitabile misurare l'impaccio del governo.


L'autonomia politica di una Confindustria dotatasi di una squadra di vertice molto rappresentativa, era una scelta obbligata, non misurabile strettamente sulla scala destra-sinistra, nonostante le freddezze di Berlusconi e gli entusiasmi dell'opposizione. Il collateralismo di Confindustria sotto la presidenza D'Amato rendeva infatti poco credibile la capacità degli industriali di influenzare le scelte del governo e offriva una sponda politica alle componenti più ideologizzate ed aggressive del sindacato. Il peso di Confindustria è così calato mentre aumentava enormemente la conflittualità nelle imprese. Una svolta era inevitabile.

Perché la scossa di ieri diventi esemplare per il Paese, è necessario che molti fatti seguano. E non sarà affatto facile: per tutelare gli interessi degli associati di Confindustria, per rilanciare cioè l'economia italiana, bisognerà andare contro gli interessi di parecchi di loro. Ci sono contraddizioni interne, come i gravissimi problemi di trasparenza emersi negli scandali Cirio e Parmalat, e come il divario di interessi sul costo dell'energia e dei servizi in Italia, che contrappongono la maggior parte delle imprese ai nuovi soci nella Confederazione. Ci sono limiti culturali del Paese non superabili con il semplice richiamo all'innovazione. Ma la vera sfida è nei confronti della concorrenza straniera. Il Paese ha bisogno di far entrare non solo investimenti, ma anche risorse manageriali, finanziarie, industriali e scientifiche dall'estero. L'Italia deve aprirsi come società e come economia e l'impresa deve accettare più concorrenza. Londra ha venduto la City ad americani e tedeschi e ora scopre di controllare diverse tra le maggiori banche del mondo; Berlino ha aperto all'Est da cui riceve due terzi del valore aggiunto che l'hanno fatta tornare il primo esportatore del mondo; Parigi con spregiudicatezza politica controlla dieci dei 50 leader dei settori industriali globali. L'Italia forse ha cominciato ieri ad alzare lo sguardo dal suo ombelico.


Scelto il nuovo premier iracheno
Toni Fontana su
l'Unità

Iyad Allawi, sciita moderato, già membro del Baath, il partito unico di Saddam, e quindi esule ed oppositore con i fondi della Cia, sarà, probabilmente, il capo del futuro governo iracheno, quello che dal 30 giugno in poi dovrà amministrare il paese. Al termine di una convulsa giornata, densa di colpi di scena che lasceranno il segno anche in futuro, questa appare la scelta che l'inviato di Kofi Annnan annuncerà tra una settimana o dieci giorni al palazzo di Vetro.
Il condizionale è tuttavia d'obbligo perché, fin da venerdì, si è visto che molti ostacoli sono disseminati sulla strada di Brahimi, dentro e fuori l'Iraq. Di certo venerdì è successo un pasticcio. A metà giornata il portavoce del consiglio di governo, Mahmud Othman, dicendo di parlare a nome dell'intero governo riunito a Baghdad, ha fatto sapere che vi era stato un colloquio tra i ministri iracheni, l'inviato dell'Onu, Brahimi e l'ambasciatore e amministratore americano Bremer, che si erano "detti d'accordo" sulla designazione di Allawi.
In breve la notizia ha fatto il giro del mondo e, quando è arrivata a Washington e New York i portavoce di Bush, ma anche di Annan, sono caduti dalle nuvole. L'addetto stampa della Casa Bianca, Scott McClellan, ha tagliato corto dicendo che l'ipotesi di investire Allawi era "una delle tante idee che sono state avanzate". Al Palazzo di vetro il portavoce di Annan, Eckhard, visibilmente irritato, ha commentato osservando che i dirigenti dell'Onu "non volevano che le cose andassero in questo modo". Il dissenso, in questo caso, non era nel merito della candidatura, ma sul metodo.
Mentre alla Casa Bianca vi sono evidentemente dubbi di carattere politico. In entrambi i casi l'irritazione derivava dal fatto che l'annuncio era stato fatto a Baghdad da esponenti del governo attuale che, il 30 giugno, cesserà di esistere e non dall'inviato di Annan. La notizia era insomma uscita dalla fonte sbagliata, ma ormai era di dominio pubblico e, a quel punto, il portavoce di Brahimi, Ahamed Fawzi ha non ha potuto fare altro che confermare il "gradimento" dell'inviato di Annan che però non ha parlato ed ha solamente fatto trapelare il suo interesse per l'indicazione presa, pare, ad unanimità dagli attuali membri del governo.
Anche il portavoce della Cpa, cioè di Bremer, Dan Senor, ha confermato che vi era l'indicazione del nome di Allawi da parte del governo locale, ma ha aggiunto che l'inviato dell'Onu "non ha ancora finito il suo lavoro".
Da Washington è però intervenuto Colin Powell, secondo il quale gli Usa "aspettano notizie da Brahimi" che ha "bisogno di tempo per finire il suo lavoro".
In quanto agli Usa Powell sostiene che "al momento non abbiamo una posizione su alcun candidato". Bush ed il fedelissimo Rumsfeld sono rimasti zitti. Nonostante le dichiarazioni dei portavoce la partita appare insomma ancora aperta. Allawi non è un personaggio nè popolare nel specchiato e, dalle parole di Powell, emergono non pochi dubbi. Sciita moderato e laico, di professione medico-chirurgo, Allawi è rimasto nelle fila del partito Baath fino a tempi relativamente recenti, (1990) quando ha scelto l'esilio e si è rifugiato a Londra. Qui, mentre Saddam invadeva il Kuwait, Allawi fondava l'Accordo nazionale iracheno, una formazione appunta moderata, ma priva di seguito popolare.

Dell'indicazione si dovrà insomma tener conto, anche se ieri è apparso chiaro che "il lavoro di Brahimi non è ancora finito" e, come ha detto il suo portavoce Fawzi, ci vorranno altri 7-10 giorni prima di conosce il verdetto finale dell'inviato di Annan.



Europa, chi la vuole batta un colpo
Antonio Padoa Schioppa su
La Stampa

Per la costituzione europea, la stretta finale si avvicina. Mentre la Convenzione aveva operato alla luce del sole, la Conferenza intergovernativa discute e decide nel chiuso delle cancellerie. Ben poco trapela al di fuori. E quel poco è inquietante.

Sulla procedura di decisione in seno al Consiglio dei ministri si svolge da mesi un braccio di ferro che ha per oggetto la soglia della maggioranza e quella, connessa, della minoranza di blocco: la Spagna e la Polonia esigeranno il sì della maggioranza dei governi che rappresentino il 65% della popolazione europea? Ovvero si accontenteranno del 62% se non del 60%? La questione non è irrilevante, ma non è certo decisiva, come molti governi sembrano invece inclini a ritenere, dal momento che su questo si stanno dilaniando. In effetti, quando si stabilisce una soglia di maggioranza qualificata, anche i due terzi sono una soglia accettabile.

Ben altri sono i motivi di giustificata preoccupazione. Non si può accogliere il criterio della necessaria unanimità dei governi - anziché il voto a maggioranza, come è invece previsto dal progetto della Convenzione - per consentire ad almeno un terzo degli Stati membri di avviare le cooperazioni rafforzate. Ed è un grave errore, anzi un vero abuso, voler impedire la "passerella" - cioè il passaggio dall'unanimità alla maggioranza e dalla procedura intergovernativa a quella legislativa ordinaria - ai paesi che abbiano dato vita a una cooperazione rafforzata. Vogliamo sperare che quanto meno le cooperazioni rafforzate - vitali per superare l'anacronistico diritto di veto, così duro a morire - siano approvate nella versione originaria uscita dalla Convenzione, non nella versione inspiegabilmente fatta propria dalla presidenza italiana in dicembre.

Non basta. Vi è il rischio concreto dell'erosione ulteriore del principio maggioritario, che pure la Convenzione aveva già fortemente limitato. In tema di bilancio europeo, di politica sociale, di politica estera, anche quel poco che era rimasto dell'ambizioso disegno iniziale di eliminare il nefasto potere di veto pare stia cadendo sotto i colpi di maglio della diplomazia britannica. A suo tempo essa fece sapere a Giscard d'Estaing che tutta una serie di decisioni dovevano essere assunte all'unanimità. Ottenuto ciò, gli inglesi hanno ripreso il tiro alla fune con la presidenza italiana della conferenza ottenendo altre cospicue limature. E ora, con l'annuncio del referendum inglese, Londra chiede di abbassare ulteriormente il livello della costituzione minacciando in caso contrario di non firmare il testo - che esige l'unanimità dei governi - con l'argomento che solo così Blair potrà ottenere il sì al referendum.

Il problema vero sta qui. Di fronte a un bisogno di Europa che i cittadini percepiscono assai meglio dei loro ministri, e che tanti in Africa, in Asia e in America colgono con lucidità, capiranno i nostri governi che solo decidendo insieme e non isolatamente, solo eliminando il potere di veto, solo ancorando la loro decisioni al Parlamento europeo che rappresenta i cittadini dell'Unione, i nostri paesi conteranno davvero nel mondo di domani? La dura lezione irachena non ha insegnato loro nulla? La responsabilità dei leader che tentano di dare agli elettori l'illusione di tutelare la sicurezza comune in un'Europa divisa e perciò impotente è una responsabilità immensa.

Con tutti i suoi limiti, la Costituzione va approvata, perché consente di proseguire lungo la via dell'integrazione. Ma non si deve indebolirla ulteriormente. E non si può dare sempre ragione a chi l'Europa politica non solo non la vuole, ma pretende di impedire agli altri di realizzarla. Chi chiede un'Europa federale, di grazia, batta finalmente un colpo.


  29 maggio 2004