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sulla stampa
a cura di G.C. - 28 maggio 2004


Il non congresso del Cavaliere
Curzio Maltese su
la Repubblica

All'entrata del mausoleo vivente di Assago la prima cosa che viene in mente è la vecchia e insuperata definizione del Berlusconi politico data dieci anni fa da Fedele Confalonieri: "Un Ceaucescu buono". A parte l'aggettivo e lo sfarzo, entrambi generosi, non è il caso di chiamare congresso questo soliloquio elettorale lungo tre giorni. Ieri Berlusconi ha illustrato i miracoli compiuti. Oggi parlano direttamente i miracolati, ministri e sottosegretari. Domani si chiude con altri miracoli promessi, dalla riduzione delle tasse in giù. Il dibattito non è previsto, la sola idea di una mozione di minoranza fa sorridere. Nel momento di massima crisi, il partito azienda si rinchiude nel luogo più finto di Milano, il Forum di Assago, per celebrare il più irreale dei riti, il "non" congresso. Tutto è perfettamente prevedibile, come a Disneyland e nel realismo socialista.

Le gigantografie del leader, i cori bulgari, il discorso autocongratulatorio. Più alcuni simboli dell'Occidente in versione berlusconiana: i laser da discoteca, i fondali televisivi, il karaoke e tanto fumo. Una curiosità, nel cielo televisivo alle spalle del palco compaiono di colpo le nuvole, troppe. Gli organizzatori le notano, si lamentano e con un colpo di mouse le nuvole spariscono prima dell'arrivo del capo. Ma l'incubo della sconfitta incombe sull'azzurro cielo di Forza Italia. I sondaggi ufficiali indicano il partito azienda inchiodato al 21% da mesi, nonostante l'inutile spargimento di miliardi. Quelli ufficiosi addirittura lo segnalano sotto il 20. Altro che "governo decennale": uno sprofondo azzurro. D'altra parte Berlusconi è l'unica risorsa del movimento e da un po' di tempo non azzecca mezza mossa. Ha appena fatto ritirare la gran parte dei cartelloni trionfali 3x6, con i quali aveva tappezzato l'Italia per la modica cifra di 25 milioni di euro, dopo aver scoperto dai soliti sondaggi che si stavano trasformando in boomerang elettorali.

Al resto ci pensano gli alleati. Nel giorno della gran parata elettorale si sono impegnati tutti a guastare la festa. Il quasi ministro Luca Montezemolo ha sparato bordate da non credere dalla presidenza di Confindustria. La consegna dei berluscones è far finta di non aver capito ma al congresso forzitaliota volano commenti pesanti sul successore di D'Amato. Gli alleati di governo Fini e Follini disertano Assago accampando scuse improbabili come gli "impegni per le amministrative assunti in precedenza". In precedenza? L'Election day è stato deciso da un paio di mesi, il congresso di Forza Italia da 7. Chi va oltre è al solito Casini, ormai idolo della sinistra, che sceglie il giorno giusto per cantare il de profundis del personalismo in politica: "Non c'è futuro per i solisti". Si riferirà a Berlusconi? E a chi sennò?

Per spazzare via tutte queste nubi dai cieli azzurri di Forza Italia ci vorrebbe il Berlusconi del '94 o quello del 2001. Qui alle porte di Milano è invece sbarcato dall'elicottero una specie di sosia chirurgico, spento, banale, verboso e noioso all'inverosimile, volgare nella consueta raffica di insulti a Prodi. Pignolo nell'elencare gli invisibili miracoli del suo governo. Come fece nel '99 al congresso di partito l'allora premier D'Alema, proprio alla vigilia delle elezioni europee, avviandosi con incrollabile ottimismo al fatale appuntamento con la realtà.



Un altolà preoccupato ad alleati e avversari
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

L'inquietudine affiora dietro un orgoglio obbligatorio, in vista delle elezioni di giugno; e spinto per due ore fino ai limiti dell'autocelebrazione. La segnalano l'insistenza con la quale ieri, al secondo congresso di FI, Silvio Berlusconi ha sottolineato la "moralità del rispetto degli impegni presi"; l'ammonimento che il programma del 2001 è stato presentato agli elettori "in pieno accordo con gli alleati della coalizione"; e la dichiarazione tanto solenne quanto in apparenza superflua, che il suo è e rimarrà "un governo di legislatura". Sventolando il "Contratto con gli italiani" di tre anni fa, ha scandito: "Da quel contratto non è ammesso il balletto dei governi dei 50 anni che ci hanno preceduto". Berlusconi sembrava parlare non al proprio partito, ma a Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Marco Follini: gli alleati che ieri, dietro lo schermo diplomatico di "altri impegni elettorali", hanno disertato la tribuna degli ospiti. La loro assenza è stata percepita come la conferma del comandamento del "fai da te", dominante in questa campagna europea perfino in una coalizione compatta come il centrodestra. Il capo del governo non li ha mai citati esplicitamente. L'unico alleato evocato con affetto è stato quello assente per malattia: il capo della Lega Nord, Umberto Bossi; e gridando "Forza federalismo", è stato rilucidato l'asse con i lumbard.
Ma l'avvertimento obliquo sul governo di legislatura è, in primo luogo, per An e Udc. Nella maggioranza si è parlato di una resa dei conti dopo il 13 giugno; comunque, di un robusto rimescolamento dei ministeri, dando per scontato un riequilibrio dei rapporti di forza interni. Ieri, invece, il premier ha cercato di troncare in anticipo qualunque ipotesi di "Berlusconi bis" o, peggio, di un esecutivo diverso. Contrapponendo il proprio record di longevità ai tre governi ulivisti nati e morti fra il 1996 e il 2001, ha scandito: "Con noi questo non c'è stato, non ci sarà, non ci potrà essere mai".
E' un segnale alla maggioranza, destinato tuttavia a superarne i confini; a mettere in guardia tutti i poteri e le istituzioni che Berlusconi sospetta di tramare contro di lui, di voltargli le spalle. La stessa freddezza verso il governo notata in mattinata all'assemblea della Confindustria è un campanello d'allarme per Palazzo Chigi.

Eppure, rimane il tarlo di una "demoralizzazione" del Paese, che per la prima volta il capo del centrodestra teme di non riuscire a fronteggiare e a sconfiggere come in passato.
La scelta di espressioni tipo "colpo di frusta", "choc positivo", "scossa" è stata rivelatrice. E' come se Berlusconi avesse captato una battuta d'arresto di quello "slancio vitale", che addita come peculiarità della propria tribù elettorale; e vedesse una fastidiosa nebbiolina sull'"alba" psicologica dell'esercito di FI. Il rilancio del "taglio delle tasse per tutti" suona come l'estrema magia per risvegliare l'entusiasmo di un elettorato che magari continua a detestare la sinistra; ma comincia a mostrare una delusione crescente nei confronti delle promesse e dei fatti rivendicati da Berlusconi.


Confindustria torna alla concertazione
Bianca Di Giovanni su
l'Unità

Luca Cordero di Montezemolo sale sul podio e centro-destra e governo finiscono fuori gioco. In un'ora e mezza di intervento il neopresidente di Confindustria smonta punto per punto la propaganda berlusconiana. Incassando tra l'altro parecchi applausi dall'affollatissimo Auditorium di Viale dell'Astronomia proprio quando critica i cardini dell'asse Berlusconi-Tremonti-Lega su tasse e devolution (parola mai usata). Le prime vanno abbassate, ma solo "in un quadro positivo della finanza pubblica".
Sugli incentivi alle imprese si può discutere, ma per rendere più efficiente l'intervento a Sud, non per altro. Quanto al federalismo, "rischia di far affondare il nostro Paese, altro che liberarlo. Stanno aumentando i costi, c'è confusione di competenze, c'è la rincorsa ad occupare potere. Lasciatemelo dire, dobbiamo uscire dalla logica localistica che porta a creare aeroporti “condominiali” in ogni provincia". Per il Carroccio è un de profundis.
Ma l'affondo è a 360 gradi: concertazione con i sindacati, export e made in Italy, banche e risparmio, formazione e ricerca, concorrenza e mercati, Europa e politica industriale, per finire con il Mezzogiorno, che la politica sembra aver cancellato circondandolo di un "imbarazzante silenzio", ma che deve diventare "la nostra nuova frontiera".
Montezemolo chiede di eliminare l'Irap dagli investimenti in ricerca, chiede una nuova scuola, chiede più mercato, chiede più trasparenza, chiede una finanza moderna, chiede una vera politica industriale che non segua "gli umori di qualcuno". La prolusione non è addomesticabile agli scopi del populismo: nessuno slogan da spot Tv tipo "meno-costi-meno-tasse-meno-vincoli", nessun pugno sbattuto sul tavolo, nessun tono da Masaniello della passata gestione. Le parole d'ordine suonano semanticamente opposte a quelle della maggioranza imperante, a cominciare da quell'"innovazione" indicata come priorità assoluta. E senza dubbio più in linea con il Quirinale (che invia un lungo messaggio di auguri) che con Palazzo Chigi, a partire dalla "parola magica": concertazione tra le parti sociali.
Le 19 cartelle del discorso d'investitura offrono un'analisi complessa e articolata sullo stato di salute (o di malattia) del Paese. La diagnosi è impietosa in primo luogo nei confronti delle stesse imprese. Eccola. "Non esiste alcun male oscuro né alcuna maledizione che ci impedisce di crescere - dichiara - La verità è che siamo meno competitivi, come tipo di prodotto, come mercati di sbocco, come sistemi di distribuzione, come finanza che ci aiuti a conquistare mercati, come costi di produzione, come costo ed efficienza della Pubblica Amministrazione".
Più tardi, pensando a Cirio e Parmalat, Montezemolo affonda: "Dobbiamo accettare la sfida della trasparenza e aprire le nostre imprese ad un efficace sistema di controlli. È nostro interesse tutelare il risparmio, è il nostro impegno perseguire la moralità negli affari". Parole mai sentite finora in Viale dell'Astronomia

È sincero, e severo, quando ammette: "La bolla speculativa degli anni '90 ha avuto, tra gli altri, anche l'effetto di distogliere molti imprenditori e troppi giovani dalla fatica della produzione, per tentare la via facile della finanza". Soltanto così, con questa autocritica senza veli, il nuovo presidente di Confindustria riesce a dare nuovo orgoglio all'impresa, e nuovo slancio per "dare al Paese ciò che si è ricevuto dalla vita". Che per un imprenditore è molto.
Oltre alla politica, due sono gli interlocutori ideali a cui il nuovo leader si rivolge: sindacati e banche. L'apertura (attesa) verso i primi arriva a metà discorso, con il riconoscimento a quel "patto sociale del '93 tuttora valido seppur lontano". "Occorre che tutto il Paese si metta in marcia - dichiara - Occorre che si riprenda con nuovo entusiasmo e fiducia reciproca il dialogo tra le parti sociali" e chiudere "la stagione dei dissidi e delle incomprensioni.

E ancora: "L'autonomia delle aprti sociali rispetto alla politica è essenziale e per la Confindustria è una caratteristica indiscutibile del suo modo di essere. Vogliamo una Confindustria unita, autorevole, autonoma". A buon intenditor...
Quanto alle banche devono essere "vicine all'industria", la finanza deve saper accompagnare le imprese, perché ciascun polo del binomio ha bisogno dell'altro. "Senza finanza moderna le imprese non crescono, senza crescita delle imprese la finanza resta antiquata".
L'ultimo passaggio è tutto dedicato ai giovani, a cui "bisogna aprire le porte il più presto possibile: non devono diventare vecchi per assumere nuove responsabilità. Noi non dobbiamo deluderli".


Il discorso della fiducia
Massimo Mucchetti sul
Corriere della Sera

Con il suo primo discorso da presidente, Luca Cordero di Montezemolo ha riposizionato la Confindustria nel gioco politico e nel confronto sociale dopo i quattro anni di Antonio D'Amato, contrassegnati dall'appoggio al governo e dal tentativo di dividere Cisl e Uil dalla Cgil. Il nuovo leader non ha mai indugiato nel pianto greco contro l'euro, la pubblica amministrazione, il credito inefficiente, i sindacati conservatori, la concorrenza dei Paesi emergenti. Non ha indicato avversari, meno che mai nemici che al momento buono diventano alibi, ma ha preso la parola sulla base di una dichiarazione di generosità: restituire all'Italia parte di quello che la classe imprenditoriale ha avuto, e che è molto. E' questo un modo di porsi radicalmente diverso da quello prevalente nel mercato della politica. Il giorno prima Montezemolo aveva esortato Silvio Berlusconi a prendere impegni e a sottoporli alla verifica degli interlocutori. Come il giorno dopo avrebbe fatto lui. Chi si fermasse al colore potrebbe osservare che il signor Ferrari parla al capo del governo da pari a pari, forse perché sa di non poter essere zittito con i successi del Milan. In realtà, da interlocutore dell'esecutivo, Montezemolo critica i miti della Seconda Repubblica - il federalismo e lo spoil system di uomini e leggi - ragionando sui costi delle burocrazie dilaganti e sui guasti delle riforme che durano lo spazio di una maggioranza. E, in contrasto con lo scetticismo del centrodestra, esalta l'Europa. Da protagonista dell'economia, espone la sua priorità: ricostruire i margini di competitività delle aziende più che rilanciare i consumi.
L'avvio di nuovi rapporti con le banche, al di là delle alleanze possibili tra le associazioni di categoria, offre una carta in più.

La scelta del metodo è chiara: ritorno allo spirito del 1993, alla concertazione. Nel merito, spiccano l'appello al capitalismo delle famiglie a ripensare se stesso, il silenzio sul taglio dell'Irpef (che, invece, Berlusconi ha rilanciato poche ore dopo al congresso di Forza Italia) e l'invito a orientare diversamente la spesa pubblica destinando più risorse a ricerca, istruzione e Mezzogiorno: quasi una traccia per la Finanziaria del 2005.
Le reazioni dei leader politici e sindacali promuovono questa svolta, peraltro annunciata. Certo, non mancano riserve, manifestate con chiarezza dal ministro del Welfare, Roberto Maroni, o lasciate intendere dalla fredda concisione del premier all'Eur. Montezemolo non è Garibaldi, lo si può criticare. E, tuttavia, chi ha responsabilità di governo farebbe bene a considerare non solo il plebiscito raccolto dal neopresidente tra i suoi associati e tra i banchieri, ma anche gli inviti alla collaborazione venuti da artigiani, agricoltori, piccola industria, tutte aree di insediamento sociale di Forza Italia e della Lega. Avanzate le proprie perplessità, chi ha responsabilità di governo dovrebbe sempre saper ascoltare. Anche perché, ieri, Montezemolo ha parlato al Paese, e ne ha chiesto la fiducia, prima che ai suoi grandi elettori.


Il nuovo corso degli industriali
Giulio Anselmi su
la Repubblica

Il cambio di stagione era annunciato da tempo. Ma ieri mattina, nel palazzone dell´Eur tirato a lucido e stracolmo di invitati, Luca di Montezemolo, neopresidente incoronato quasi all´unanimità, non ha deluso l´attesa di un segno forte: Confindustria ritrova la sua collocazione a un vertice del triangolo che ha agli altri estremi governo e sindacati. E, senza ovviamente schierarsi contro l´esecutivo, abbandona lo schiacciamento sulle posizioni berlusconiane che aveva caratterizzato l´epoca di D´Amato e riconosce esplicitamente il sindacato come interlocutore.
Il capo del governo non ha apprezzato. Certo non si può parlare di frattura, ma si è dissolto il feeling degli ultimi anni tra Palazzo Chigi e la presidenza della maggiore organizzazione imprenditoriale, sempre influentissima come voce del padronato e del mondo economico. Già la mattina, annusata l´aria, di fronte a un uditorio che non si è certo spellato le mani per applaudirlo, Berlusconi aveva preferito glissare, rifugiandosi negli auguri di rito e nei ringraziamenti all´"amico Antonio". Più tardi ad Assago, nella sede più sicura del congresso di Forza Italia, ha dato la stura al suo malcontento, riproponendo il taglio delle tasse e non riservando a Montezemolo una sola parola. Prova evidente che l´analisi critica dell´Eur non gli era piaciuta, né per le cose dette né per quelle taciute. Un altro segnale è arrivato in serata: il ministro Maroni si era lamentato per il silenzio su Marco Biagi, a Marco Biagi la platea forzitaliota ha tributato una standing ovation.
Tanta freddezza spicca nella generale approvazione espressa dai politici della maggioranza, Fini, Casini e Follini in testa (con l´eccezione della Lega e di Storace), e dell´opposizione, dai sindacati e dagli imprenditori. Montezemolo ha insistito sulla necessità di costruire un nuovo clima complessivo: c´è voglia di ripresa, occorre fiducia, bisogna rifiutare la logica del declino. Per riuscirci, ha detto, ricevendo i più calorosi tra i venti applausi che hanno interrotto la sua relazione, ci vuole stabilità e credibilità: "l´alternanza politica non è e non può essere un ribaltone istituzionalizzato, dove ogni cinque anni si cambia tutto per non cambiare mai nulla nella sostanza", "vogliamo chiudere la stagione dei dissidi e delle incomprensioni... dare un segnale al Paese tuttora scosso da troppe divisioni", "mettere in discussione le istituzioni significa tagliare il ramo su cui si è seduti".
Nessun nome di politici, ma un tributo a Ciampi che aveva fatto giungere il suo augurio e la sua benedizione per "una scossa" necessaria, evidentemente soddisfatto del richiamo alla logica della concertazione, che "non è consociativismo ma senso di responsabilità nei confronti dei cittadini".

Considerazioni evidentemente non gradite da Berlusconi, ancora impegnato a vendere il suo sogno e a sostenere che l´economia non va poi male. Ma per ora ha preferito non scontrarsi direttamente con l´uomo della Ferrari, che aveva cercato d´imbarcare nel governo come simbolo di un mito italiano.
Alla politica la nuova Confindustria chiede di saper costruire il consenso per progredire, ma non tende il piattino per le elemosine. Le domande sono precise: pensare al futuro, innanzitutto investendo nella ricerca, spostare a suo beneficio risorse immense, un punto di Pil, rinunciando all´Irap; e non immiserirsi nel localismo. Bene la riforma Moratti, ma il federalismo sarà giudicato positivamente solo se ridurrà la spesa pubblica e accelererà le decisioni. Quanto alla riduzione delle tasse, vantato cavallo di battaglia berlusconiano, perplessità e critiche: gioca in questo, ovviamente, l´ostilità del mondo confindustriale ai tagli degli incentivi statali dai quali dovrebbero provenire almeno in parte le risorse per il regalo fiscale; ma anche la convinzione che, nelle attuali condizioni di indebitamento, questo non sia praticabile.
All´impresa tocca il primo passo: innovare, rischiare e investire, grazie anche a un più efficace rapporto con le banche. Deve diventare, dice a braccio Montezemolo, "il nostro tormentone". Poi torna - lo ha fatto a più riprese - l´uomo della Ferrari: "E se qualcuno ci vince la domenica, sapremo batterlo la domenica dopo". È urgente rispondere alla domanda di trasparenza e aprire le aziende a un efficace sistema di controlli. "Bisogna che sia la nostra etica? separare nettamente le funzioni della proprietà da quelle della gestione, pur se fanno capo necessariamente alla stessa persona nelle imprese famigliari" (nessun applauso). Al leader di una media azienda inserita nella galassia Fiat, consapevole che gran parte dei suoi 117mila associati sono piccoli, spetta solleticare il loro orgoglio, ma anche sottolineare l´urgenza strategica di far crescere le imprese nazionali, senza scandalizzarsi degli sforzi per difendere le poche grandi.
"Entusiasmo", "fiducia", "in marcia", "consenso", "coesione sociale", "dialogo", "avvenire", "coraggio di cambiare", "fare squadra", "mercato": il lessico del nuovo corso sottolinea il rifiuto del pessimismo (il Sud diventa "la nostra Nuova Frontiera") e la ricerca di soluzioni condivise. La parola "flessibilità", simbolo dell´era damatiana e della guerra dell´articolo 18, è accantonata.

Ma il capo degli industriali deve segnalare le possibilità di vittoria e perseguirla con la stessa tenace determinazione riservata al Cavallino. E´ stato scelto per questo. E questo è il motivo per il quale è stato letteralmente sommerso dalle aperture di credito. Qualcuna con eccessi di aspettative miracolistiche. Ma la sfida è difficile. La promessa di restituire al Paese parte di ciò che si è ricevuto è impegnativa. L´irritazione, tutt´altro che secondaria, del premier e dell´alleato leghista, complica la partita. Ma è un fatto che il primo passo di Montezemolo, per tono e stile, segna davvero un corso nuovo.


4 giugno, il centrosinistra: "Sia un corteo di pace"
Daniela Amenta su
l'Unità

Tirano il sasso e nascondono la mano. Vecchia pratica quella del governo e della maggioranza. Prima danno per certo che la manifestazione del 4 giugno contro George W.Bush trasformerà Roma in un'altra Genova, poi "garantiscono la massima sicurezza". Dichiarazioni schizoidi: Berlusconi, ad esempio, non è "affatto preoccupato" mentre il sottosegretario all'Interno annuncia possibili "infiltrazioni di frange violente" in seno al corteo dei pacifisti.
Il numero 2 del Viminale, Alfredo Mantovano, lo dichiara in aula, dopo l'interrogazione di Rc. Parla di possibili scontri alla black bloc, di ipotetici attentanti di fondamentalisti islamici, di gruppuscoli di estremisti votati alla guerriglia urbana. Scenario inquietante, minaccioso, che lascia tranquillo solo il premier e che spiega anche l'intervento massiccio dei servizi segreti americani nell'intera partita della security.
Atmosfera pesante. Per tale motivo dall'opposizione arrivano appelli perché il "popolo dell'arcobaleno" sfili pacificamente, isolando eventuali provocatori. Massimo D'Alema fa leva sul buon senso di tutti, rilancia l'idea delle bandiere della pace da esporre in ogni balcone del Paese. "Abbiamo proposto delle forme per esprimere il dissenso nei confronti della politica di Bush - spiega il presidente della Quercia - Forme civili per evitare il rischio delle provocazioni e scontri di cui non si avverte mai il bisogno, meno che mai negli ultimi giorni di una consultazione elettorale. Ognuno ha il diritto di esprimere le proprie idee e possa esporre il suo punto di vista, anche partecipando a iniziative, ma francamente non ci sembra opportuno che ci siano cortei di contestazione in un momento così delicato. Bush - conclude D'Alema- non viene a celebrare la guerra in Iraq ma a ricordare l'impegno degli Stati Uniti per la liberazione dell'Italia e dell'Europa".
Anche Fausto Bertinotti, che pure col suo partito sarà in piazza, ribadisce che il modello dovrà essere la grande manifestazione di Firenze. "Dimostreremo di poter scendere in strada in modo pacifico, non violento e critico. Manifestare è un diritto-dovere dei cittadini, in particolare di quelli che pensano che questa guerra sia una guerra sciagurata. Ma bisogna saper distinguere le istituzioni democratiche di un paese come l'America, dal suo governo che è responsabile della guerra in Iraq e della catastrofe che si sta consumando", commenta il segretario di Rifondazione.

Francesco Rutelli, e la Lista Prodi in toto, ribadisce che le contestazioni a Bush non sono un attacco nei confronti degli americani, che sessant'anni fa liberarono l'Italia dal nazifascismo. Neppure l'incontro pubblico con Kerry Kennedy è sufficiente alla solita destra astigmatica per mirare - almeno - l'attacco. Alla favoletta della sinistra anti-States ormai credono in pochi: Giro e Bertolini di Forza Italia scandalizzati "dalla deriva estremista dell'Ulivo" e l'artista di spettacolo Clarissa Burt, candidata di An, "sconvolta dalla propaganda della sinistra" contro il suo Paese ma certa, al contempo, che le strategie di Bush in Iraq abbiano fatto "tanto bene".



Ma è un'altra America
Boris Biancheri su
La Stampa

Malgrado le manifestazioni ostili e gli addobbi arcobaleno, il 4 giugno il Presidente degli Stati Uniti verrà in Italia per commemorare il sessantesimo anniversario dello sbarco ad Anzio e le migliaia di soldati americani che persero la vita in un'impresa che segnò per noi la prima luce di libertà. Si è detto, a sinistra, che si tratta di un viaggio elettorale. Ma a chi, di grazia, tornerebbe di profitto? Bush non sembra, francamente, una figura che attira voti nel nostro Paese e dubito che Berlusconi in America lo sia molto di più. D'altronde, dieci anni fa, Clinton venne in Italia proprio nella stessa circostanza e incontrò Berlusconi, ma non c'era nessuna elezione in vista.

La visita di Bush suscita, credo, riflessioni più serie di queste. Quale America viene in Italia il 4 giugno? L'America di oggi è la stessa di quella di Roosevelt e di Eisenhower, quella che prese la terribile decisione di entrare in guerra per portare aiuto all'Inghilterra e che poi la vinse e liberò l'Europa e pose le basi per la sua ricostruzione?

Certo, l'America di quegli anni era più simile a noi. Il sangue che scorreva nelle sue vene era più europeo: c'era addirittura una legge, fino alla metà degli Anni Sessanta, per cui quattro immigrati su cinque ammessi negli Stati Uniti venivano dal nostro continente, mentre a stento oggi ne viene uno su dieci. Noi sentiamo in qualche modo che Kennedy o Nixon, che Schlesinger o Kissinger erano anagraficamente, intellettualmente e quindi anche politicamente più "europei" di quanto non lo siano Bush o Condoleezza Rice.

D'altronde anche l'Europa è mutata da allora: noi abbiamo sviluppato sempre più il senso della memoria e del rispetto, l'America quello del futuro e dell'iniziativa. In nome di queste diverse interpretazioni della vita, commettiamo i nostri errori. Noi europei nel non saper proporre altro che bandiere arcobaleno, gli americani nella convinzione che la loro azione è giusta di per sé.

Dissensi e divergenze, dunque, non mancano. Ma una cosa non possiamo dimenticare: che l'America è oggi il solo, vero obiettivo del terrorismo globale. Gli americani avvertono emotivamente il peso di una minaccia che si rinnova ogni giorno, come anche notizie recentissime ci dicono, e che li spinge a un senso di solitudine.

Bush, poi, è il Capo di Stato di un grande Paese al quale per il passato e per il presente dobbiamo moltissimo. Viene in Italia nel ricordo di un gesto di generosità e sacrificio. E' cosa assai opportuna che il cerimoniale della visita eviti ai leader della nostra opposizione la scelta se stringergli o no la mano: chi avesse optato per il no, avrebbe fatto un torto non a Bush ma alla sua e alla nostra coscienza.


La famiglia Biagi contro Cofferati
Francesco Alberti sul
Corriere della Sera

BOLOGNA - "È ovvio che noi della famiglia Biagi non potremo mai essere dalla parte di Sergio Cofferati...". Marina Orlandi parla senza scomporsi, la voce piatta. È mercoledì pomeriggio e ha appena saputo delle accuse lanciate da Francesco Cossiga contro Sergio Cofferati. Ci sono gli amici di sempre, i soliti, attorno alla vedova del giuslavorista assassinato dalle Br. "Che facciamo, Marina? Stavolta non possiamo tacere, la famiglia deve prendere pubblicamente posizione e solo tu puoi farlo". Le agenzie battono una dichiarazione dell'avvocato Guido Magnisi, legale dei Biagi: "La famiglia sia lasciata fuori da queste polemiche, il loro dolore non venga strumentalizzato". È la linea di sempre: rendersi invisibili nella speranza che il silenzio possa anestetizzare una rabbia infinita. Ma stavolta è diverso. Molti, tra gli amici, scuotono la testa, non condividono. "Marina, non possiamo tacere...". Ora che il pentolone è stato scoperchiato, ora che il mai chiarito rapporto tra Biagi e Cofferati si allunga velenoso sulle elezioni di Bologna, fingere che nulla stia accadendo potrebbe suonare come una presa di distanza dalle parole di Cossiga. "Mentre è vero l'esatto contrario, perché - ripete Marina di fronte agli amici - è ovvio che noi non potremo mai essere dalla parte di Cofferati...".
E come potrebbe, d'altra parte? Due anni fa, davanti al giudice Italo Materia, la signora non usò giri di parole per descrivere l'atteggiamento dell'ex segretario della Cgil nei confronti di suo marito: "Per lungo tempo, tra i due, c'è stato un rapporto di stima". Poi la rottura: "Avvenne dopo la stesura del Libro Bianco e l'avvio della collaborazione tra Marco e la Confindustria. Cofferati divenne freddo, come se interpretasse la scelta di Biagi di collaborare con il nuovo governo alla stregua di un tradimento ideologico. Gli tolse persino il saluto, un gesto davvero inelegante". No, tacere non si può: "Troppe volte è successo...". E il pensiero corre al rifiuto dei funerali di Stato; a quando l'ex ministro Scajola diede del "rompic..." a Marco; al vuoto di responsabilità in cui si è conclusa l'indagine sulla scorta data, tolta, invocata, mai ripristinata. No, la decisione è presa.

Resta solo da decidere a chi affidare il compito di portavoce del clan Biagi. La candidata naturale sarebbe Marina. Ma non se la sente. Sono due anni che fugge da telecamere e taccuini, affidando i suoi sfoghi unicamente agli amici.
Che sono un gruppo ristretto e blindato: Michele Tiraboschi, giuslavorista a Modena, un tempo "delfino" e ora erede accademico di Marco Biagi; Luigi Montuschi, maestro assieme a Federico Mancini del docente assassinato; Alessandra Servidori, una vita trascorsa tra sindacato e temi del lavoro; Daniela Bottino, consigliere comunale nella lista guazzalochiana. E poi Maurizio Sacconi, sottosegretario nel governo Berlusconi. Enrico Boselli, leader dello Sdi. Augusto Barbera, ex parlamentare ds. Giovanni Salizzoni, vice del sindaco Guazzaloca e amico di Cossiga. Un gruppo eterogeneo. Tanto, in casa Biagi, la politica non è mai stata letta con le lenti del dogma.

E' ormai sera nell'appartamento. "Allora chi parla? ". Gli sguardi di tutti si appuntano su Francesca, sorella di Marco: bionda, insegnante di educazione fisica, un figlio di vent'anni, il marito medico, sempre defilata in questi due anni. "Allora parli tu: domani (giovedì, ndr) è il giorno giusto...".
Francesca ha parlato. Ma è come se avesse parlato Marina.


  28 maggio 2004