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sulla stampa
a cura di G.C. - 26 maggio 2004


Bush delude l'America e il mondo
Bruno Marolo su
l'Unità

George Bush si è rivolto lunedì sera a una nazione in ansia per la guerra in Iraq e in 33 minuti ha descritto una situazione senza via di uscita. Non ha indicato le condizioni per il ritiro delle truppe e ha detto che se necessario ne manderà di più. "Ci aspettano giorni difficili - ha ammesso - e il percorso davanti a noi può sembrare caotico… Sono in costante contatto con i comandi militari, se chiederanno maggiori forze le otterranno".
Aveva promesso di annunciare "misure concrete", e invece ha ribadito sotto forma di un piano in cinque punti gli obiettivi che non è riuscito a realizzare finora, senza spiegare perché dovrebbe andargli meglio in futuro. Ha preso un solo impegno: in Iraq costruirà una nuova prigione di massima sicurezza, e quando sarà finita proporrà alle autorità locali la demolizione del tetro penitenziario di Abu Ghraib, dove le camere di tortura del regime di Saddam sono state usate dai militari americani. Forse si illude di cancellare così dalla memoria degli iracheni una pagina infamante dell'occupazione.
Mentre il presidente parlava, il Pentagono lasciava filtrare senza annunci ufficiali una notizia clamorosa. Sarà sostituito il generale Ricardo Sanchez, comandante delle forze in Iraq, coinvolto nello scandalo delle torture. Al suo posto andrà il generale George Casey, capo di stato maggiore aggiunto dell'esercito. La Casa Bianca nega che si tratti di una punizione. Resta il fatto che il generale Sanchez viene richiamato dall'Iraq senza la garanzia immediata di un altro incarico. La promozione per la quale era stato proposto richiederebbe l'approvazione del Senato, e il governo vuole evitare un'udienza nella quale Sanchez dovrebbe rispondere a domande imbarazzanti.
Il sacrificio del generale potrebbe essere un tentativo di coprire le responsabilità ad un livello superiore al suo. Bush è in difficoltà. Gli ultimi sondaggi indicano che il 58% degli americani disapprova le sue scelte in Iraq e soltanto il 40% le approva. Chi si aspettava una correzione di rotta tuttavia è rimasto deluso. Quando è scoppiato lo scandalo Bush ha chiesto scusa agli iracheni per le torture, ma non è disposto a scusarsi per avere lasciato che dopo l'invasione il loro paese si trasformasse in una bolgia sanguinosa. Aveva promesso di esporre un piano per il futuro dell'Iraq nel discorso di lunedì sera. Invece non ha spiegato quali poteri avrà il nuovo governo, e non ha presentato un calendario per il ritiro delle truppe straniere. "Il piano - ha detto - prevede cinque passi per aiutare l'Iraq a ottenere libertà e democrazia. Trasferiremo l'autorità a un governo iracheno sovrano, lo aiuteremo a portare la sicurezza, continueremo a ricostruire le infrastrutture, incoraggeremo un maggiore appoggio internazionale, e procederemo verso elezioni nazionali che esprimeranno nuovi dirigenti designati dal popolo iracheno".
Il presidente non ha chiarito in che modo intende fare tutto questo.

Il candidato democratico John Kerry ha ribadito che Bush "deve veramente tendere una mano agli alleati" invece di continuare da solo per la sua strada.
Nel discorso Bush ha riproposto la sua eterna visione di un mondo diviso tra le forze del terrorismo e quelle della democrazia. "Non permetteremo - ha detto - che i terroristi decidano il futuro dell'Iraq". Invece di indicazioni chiare ha offerto frasi retoriche: "Ho mandato le truppe in Iraq per difendere la nostra sicurezza, non per rimanere come potenza occupante. Le ho mandate per liberare gli iracheni, non per farli diventare americani". Resta il fatto che il nuovo governo "sovrano" non potrebbe chiedere il ritiro dei liberatori. Secondo la risoluzione proposta dagli Stati Unti all'Onu soltanto il governo "transitorio" che se tutto andrà bene si insedierà l'anno prossimo avrà il diritto di sollevare il problema.
"Persevereremo - ha concluso Bush - fino alla sconfitta del nemico". A Clauzewitz, un teorico dell'arte militare, sarebbe piaciuto questo trasferimento di sovranità, che è la continuazione dell'occupazione e della guerra con altri nomi e con gli stessi mezzi.


Chirac incalza Bush: svolta reale
E. C. sul
Corriere della Sera

WASHINGTON - Triangolazione di Bush tra Washington, New York e Parigi per accelerare il passaggio della nuova risoluzione sull'Iraq all'Onu. Alla Casa Bianca, il presidente lascia trapelare che Bagdad potrebbe tenere le elezioni già questo autunno, non il prossimo gennaio. Spinge inoltre il segretario del Palazzo di Vetro Kofi Annan a informare il Consiglio di Sicurezza, a porte chiuse, dei primi risultati ottenuti da Lakhdar Brahimi nella formazione del governo iracheno. Infine telefona al presidente francese Chirac per assicurarlo che l'Iraq sarà davvero sovrano e, nonostante le sue obiezioni, proclama di averne il consenso.
Due sono i motivi per cui Bush assume le redini della diplomazia in prima persona: la tiepida accoglienza del suo discorso di ieri da parte degli americani e la consapevolezza che il dibattito all'Onu sarà difficile e modificherà la risoluzione.
E' un alto funzionario della Casa Bianca a dichiarare che "le elezioni irachene devono svolgersi al più presto possibile". L'anticipo, spiega, è desiderato dall'Iraq "che è ansioso di votare" e da alcuni membri del Consiglio di Sicurezza, secondo cui il voto darebbe completa indipendenza al Paese. Il funzionario nega che torni comodo a Bush, che a novembre alle urne avrebbe una carta in più in mano per sconfiggere l'avversario democratico John Kerry, ma è una considerazione importante. Anche l'informativa di Annan su Brahimi ha uno scopo preciso. La Russia ha fatto sapere che si opporrà al passaggio della risoluzione se prima non verranno resi noti i nomi dei nuovi governanti a Bagdad. Bush vuole che Annan ne riveli qualcuno per dissipare la sensazione che il suo inviato sia in grave ritardo o in serie difficoltà.
E' una mossa tattica altresì la chiacchierata di Bush con i giornalisti sul suo colloquio telefonico con Chirac. Catherine Colonna, la portavoce del presidente francese, ha detto che la risoluzione "è una buona base di discussione", ma che "vi sono punti da chiarire e approfondire, come il controllo del petrolio, la sicurezza, la durata del mandato della forza multinazionale, le prospettive politiche". Il 30 giugno, per Chirac, deve rappresentare un "cambiamento reale".
Bush dà una versione molto più rosea della telefonata: "E' stata un'eccellente conversazione, in Iraq abbiamo gli stessi obiettivi: Chirac e altri vogliono un vero trasferimento dei poteri agli iracheni come lo vogliamo noi".
In realtà, al Palazzo di Vetro ci sono già vari contenziosi. Uno è se gli iracheni abbiano o no diritto di veto sulle operazioni militari americane. A Londra il premier britannico Blair pensa di sì: "La decisione politica finale sarà loro". Il segretario di Stato americano Colin Powell è più guardingo: "Dovremo tenere conto del loro punto di vista, ma le nostre truppe faranno tutto ciò che sarà necessario alla loro difesa". E' scontro anche sul diritto o meno degli iracheni di chiedere il ritiro della forza multinazionale prima della scadenza del mandato, cioè prima di un anno. La risoluzione afferma di no, ma Ali Allawi, il ministro degli Esteri iracheno, ribatte che "il ritiro deve essere questione di mesi, non di anni".
Bush contempla un compromesso: la formazione di un Consiglio di Sicurezza composto dal comando americano e dal governo dell'Iraq per la soluzione di questi e altri problemi. Ma per la Francia e la Russia non è sufficiente.



Sessant'anni dal D-day, la guerra giusta dell'America
Bernardo Valli su
la Repubblica

Sessant´anni fa, lo sbarco in Normandia non fu soltanto una delle operazioni più spettacolari e audaci nella storia militare. Fu anche il momento cruciale dell´ultima guerra "giusta", non contestata, con obiettivi chiari. Obiettivi sui quali è difficile non essere d´accordo. Oggi concordano anche coloro che hanno radici ideologiche, più o meno rinnegate, in regimi defunti che in quella guerra si trovavano sul fronte opposto. Una guerra che ripulì dal nazismo l´Europa occidentale. Un´Europa che, investita dal vento della modernità americana, riprese i colori, ritrovò e rafforzò le perdute libertà individuali, rinnovò stile, forme e costumi.
Tanti altri furono i mutamenti provocati, col tempo, dallo sbarco alleato sulle coste normanne. Su quelle spiagge si profilò un altro mondo.
Senza la capacità economica e industriale degli Stati Uniti l´operazione "Overlord" non sarebbe stata possibile. E forse non sarebbe stata promossa se ci fosse già stata la bomba atomica, che poco più di un anno dopo, lanciata su Hiroshima e Nagasaki, fece tante vittime civili ma risparmiò alle truppe americane aspri e interminabili combattimenti, d´isola in isola, nel Pacifico, prima di costringere il Giappone alla resa, che invece arrivò subito e incondizionata. È difficile immaginare quel che sarebbe accaduto se sull´invasione della Francia fosse pesata la minaccia nucleare. Per smantellare, sfondare l´imponente Vallo atlantico eretto dai tedeschi era necessario sferrare un assalto improvviso e irresistibile. La sorpresa e la potenza erano indispensabili.
La prima, la sorpresa, fu (quasi) totale. La favorì il tempo.
Roosevelt e Churchill avevano deciso la data nell´agosto del '43, durante una riunione nel Quebec. Lo sbarco doveva avvenire il 1. maggio '44.

La data fu rinviata al 5 giugno affinché tutti i mezzi necessari fossero pronti. Nessun´altra operazione, nella storia militare, aveva richiesto una tale concentrazione di navi, materiale, aerei e uomini. Ma il giorno fissato il tempo non era favorevole al lancio dei paracadutisti, né il mare consentiva un avvicinamento rapido alle spiagge, irte di ostacoli. La bassa e l´alta marea, a causa di una forte tempesta, non avrebbero avuto ritmi favorevoli. La tempesta del 5 giugno fu provvidenziale perché i generali tedeschi, pensando che avrebbe impedito uno sbarco, se la presero comoda. Alcuni di loro andarono a Rennes per un´esercitazione. Rommel, il più celebre tra i responsabili del Vallo atlantico, raggiunse Berlino per festeggiare il compleanno della moglie. Altri andarono a Parigi dalle amanti. Quando i servizi meteo inglesi, alle 2 del mattino, avvisarono che ci sarebbe stata una leggera schiarita verso l´alba, fu dato il via all´operazione.
Il 6 giugno diventò cosi il D-Day. Giorno in cui non cominciò soltanto l´agonia della Germania di Hitler. Una Germania che sotto l´azione simultanea delle altre forze alleate appena entrate a Roma, e di quelle sovietiche che avanzavano sul fronte orientale, non poteva più contare su una vittoria militare. Senza che gli interessati se ne rendessero conto, impegnati com´erano in sanguinose battaglie, quel giorno si accesero anche le prime luci crepuscolari dei vecchi imperi. L´Inghilterra vittoriosa, come la Francia sconfitta, perse su quelle spiagge, senza accorgersene, il suo impero. L´imponente dispiegamento di mezzi americani rifletteva in modo palese il rapporto di forze tra gli alleati. L´epoca coloniale si sarebbe spenta, con tragici sussulti, negli anni successivi.

Sul valore del D-Day il consenso è generale. Per celebrarlo, il 6 giugno, arriveranno sulla costa normanna diciassette capi di Stato o di governo. America e Europa insieme ricorderanno l´ultima guerra giusta. Le successive, a partire da quella in Vietnam, sono state contestate dagli stessi americani. Tra i giovani contestatori c´era anche Clinton, futuro presidente degli Stati Uniti. Per la prima volta alla cerimonia sarà presente un cancelliere tedesco. Sarà là a ricordare che anche la Germania, sconfitta nella sua veste nazista, è diventata democratica, è stata liberata, grazie allo sbarco in Normandia. Figlio di un caporale morto combattendo contro gli angloamericani, Gerhard Schroeder ha accolto senza esitare l´invito del presidente francese. L´ha accettato con slancio perché "è un riconoscimento della Germania federale come parte del mondo occidentale, di cui condivide i valori".
Nel ricordo della guerra giusta, che nel 1944 ha liberato il suo paese e l´Europa, Jacques Chirac accoglierà George W. Bush, del quale ha da poco condannato la guerra in Iraq, ritenuta ingiusta. Sarà un incontro carico di nostalgia. A quei tempi l´America aiutò l´Europa occupata, esausta e povera. Non sarà una riconciliazione perché non c´è stato un conflitto. Ma tanti, profondi disaccordi, incomprensioni e dispute, hanno poi allargato, politicamente e psicologicamente, la distanza tra le due sponde dell´Atlantico. L´Europa più grande, più ricca, non più disunita ma non ancora in grado di parlare a una sola voce, e comunque militarmente debole, non sopporta il comportamento imperiale (l´unilateralismo) che spinge l´America a promuovere da sola guerre avventurose, a rifiutare i tribunali internazionali, a respingere accordi sull´ambiente, sulla salute del pianeta, e a non sottoscrivere trattati sulla limitazione di armi proibite ad altre nazioni. L´America del '44 sembra più lontana di quanto appare sul calendario.



Una giornata particolare
Francesco Merlo su
la Repubblica

Il 4 giugno prossimo a Roma, a ricevere o a insultare Bush, l´Italia migliore non ci sarà. Dalla parte di Bush ci saranno i camerieri, contro di lui ci saranno i luoghi comuni. E per noi sarà un´altra giornata particolare, come quella di Ettore Scola, dove i personaggi migliori del Paese, i Marcello Mastroianni e le Sofia Loren coltivavano i loro sentimenti, buoni e quindi trasgressivi, felicemente lontani dai clamori della piazza e dai salamelecchi istituzionali e le sbrodature cerimoniali. Purtroppo i topoi italiani sono sempre gli stessi, e dunque la nostra solitudine quel giorno sarà immensa ancorché certa di sé.
Ma forse in quella giornata particolare, come sempre blindata e rumorosa, qualcuno finalmente capirà che nulla di peggio poteva capitare agli amici italiani dell´America che di finire nelle mani di Silvio Berlusconi.
Sino a qualche anno fa nessuno avrebbe potuto immaginare che l´occidentalismo italiano sarebbe stato ridotto a un´insulsaggine, tutta risolini e pacche sulle spalle, una sorta di cameratismo gregario, e che l´atlantismo, il controverso fianco atlantico dell´Europa, sarebbe stato, in un paese che all´America deve la sua prosperità e la sua democrazia, politicamente rubricato alla voce "berlusconismo", insieme con il Milan, con la Rai, con la riforma Moratti e con la separazione delle carriere in magistratura.
C´è insomma un frastornamento tutto italiano che ci impedisce di partecipare, con la nostra solidarietà e la nostra autorevolezza, alla gestione dei conflitti planetari, prima di tutto euromediterranei, e alla cultura della pace, senza farci megafono dell´amministrazione Bush, vassalli di una mal digerita dottrina neocon, e senza cadere, dall´altra parte, nel pacifismo ideologico di Bertinotti e di Gino Strada, vecchio stereotipo cattocomunista che li inchioda alla maschera degli ignavi danteschi, "non ti curar di lor ma guarda e passa". È infatti ignavia intellettuale pensare che la guerra sia una malattia da esorcizzare esibendo in piazza il candore dell´anima. Purtroppo la guerra è una tragica componente della storia, ineliminata e per questo studiata, come polemologia, in tutte le università del mondo. In Italia invece viene sgridata nelle piazze. Ma la polmonite non si cura protestando la propria voglia di benessere; si combatte con lo studio e con l´applicazione di farmaci terribilmente adeguati. Ed è arcaica l´idea di debellare la siccità con la danza dello sciamano.
L´inadeguatezza berlusconiana da un lato e l´ossessione antiberlusconiana dall´altro costringono dunque gli italiani a fare passi confusi, e proprio nel paradossale momento in cui l´America, che vanta uno straordinario credito per averci liberato dal nazifascismo, ha bisogno dell´aiuto del suo debitore per liberarsi e liberarci dal terrorismo, che è la variante islamica del nazifascismo. Amici dell´America come Giuliano Amato, per disciplina interna e contro le proprie convinzioni internazionali, la settimana scorsa hanno votato in Parlamento per il ritiro delle nostre truppe dall´Iraq pur pensando e dichiarando che sarebbe meglio se esse restassero. Altri come Enzo Bianco, Antonio Maccanico, Gerardo Bianco, Franco Marini, Domenico Tuccillo, Rino Piscitello e Gianni Vernetti si sono astenuti perché non potevano votare "per" Berlusconi ma non se la sentivano di votare contro l´America e contro se stessi. Molti riformisti, da Fassino a Rutelli allo stesso Prodi, pur manifestando un forte di mal pancia, proprio adesso che in Iraq sta per essere coinvolto quell´Onu che tanto hanno invocato, si sentono in dovere di non condannare, se non di approvare o addirittura di partecipare a manifestazioni alle quali mai sarebbero andati, quelle dove si espongono sì le bandiere della pace ma si bruciano le bandiere a stelle e strisce, dove si grida "yankee go home" o "Bush uguale Hitler".

L´Italia, ancella a destra e antagonista a sinistra, rimane purtroppo fuori dal dibattito che sta svegliando innanzitutto la stessa America e l´Inghilterra, la cui diplomazia ha condannato le "pesanti tattiche militari" dell´alleato. È un dibattito responsabile che sta spingendo la Francia, la Germania e la Russia verso una nuova strategia occidentale in Iraq dove Bush, isolato, non riesce "né a vincere né ad andarsene".
Ebbene, in questa terribile vicenda, l´Italia di Berlusconi non sa svolgere nessun´altra funzione se non quella ancillare, vale a dire a supportare logisticamente una strategia alla cui definizione irresponsabilmente non ha partecipato. E d´altra parte l´Italia che protesta in piazza dietro Bertinotti consegna la nostra America a Berlusconi. Ecco perché sarà durissimo quel 4 giugno, giornata di turbamenti e di fiero disgusto, per gli italiani che hanno un po´ girato il mondo

Si risveglino dunque gli Amato e i Fassino, si faccia passare il mal di pancia Romano Prodi, strappino l´America dalle mani di Berlusconi e da quelle di Bertinotti e si sveglino pure i Martino, i Pera e il Foglio di Ferrara e spieghino finalmente a Berlusconi che non è cosa sua, che la statura dei problemi è gigantesca, che Bush non è Bossi.
Mai come oggi avevamo così forte avvertito la mancanza di una leadership italiana ed europea che completi quel pezzo d´Occidente che rappresenta l´America. Vogliamo leader politici che possano spiegare a Bush che l´Occidente non si è fermato a New York ma vaga da Boston ad Assisi, da Parigi a Londra, da Madrid ad Odessa, e che c´è molto Occidente anche negli intellettuali laici di Teheran, nelle studentesse senza veli di Fez, nella resipiscenza di Gheddafi, nella regina di Giordania, nel silenzio di tutti quegli intellettuali palestinesi stretti tra Sharon ed Arafat. Non sono simboli occidentali solo le due torri ma anche il nostro David, la torre Eiffel e tutte quelle utopie sincretiche che oggi non si vedono ma che vogliono creare una nuova civiltà, dove le ragioni e le tradizioni dell´Occidente si sposino con quelle dell´Oriente, nella ricerca della nuova Babilonia, del mescolamento dei linguaggi...
E invece no. L´Italia che ama l´America perché sa di starci dentro ha consegnato l´America a Berlusconi. Eppure è ancora quella l´Italia che ha il dovere di occupare un posto di responsabilità, e quindi un posto rischioso, nel mondo, di darsi una strategia politica e diplomatica la cui autorevolezza sia proporzionata alla forza. Politica estera e politica militare: in assenza di queste due politiche l´Italia sarà solo un paese di pacifisti o di sergenti, che erano i "serventi", quelli che servivano il pezzo da sparare, quelli che stavano a servizio del cannoniere. Abbiamo bisogno di leader che si diano un politica estera responsabile in prima linea nella soluzione dei conflitti del mondo, tanto più autorevole quanto più ordinata militarmente.
Abbiamo bisogno di togliere l´America dalle mani di Berlusconi e di togliere il mondo dalle mani dell´America per restituire l´America all´Italia e il mondo al mondo.


Mozione sul ritiro dall'Iraq, il Listone cala nei sondaggi
Maria Teresa Meli sul
Corriere della Sera

ROMA - L'accelerazione del Triciclo sull'Iraq non sembra aver portato i risultati sperati. Almeno stando al primo sondaggio che è arrivato. E' dell'Ipsos di Nando Pagnoncelli. E rivela che il Listone dopo il voto in Parlamento sulla mozione in cui si chiedeva il ritiro del contingente italiano ha subìto una flessione. Infatti il Triciclo passa dal 33 per cento (il dato si riferisce al precedente sondaggio Ipsos) al 32,6. A quanto pare, quindi, il tentativo di mobilitare gli indecisi e i potenziali astensionisti spostandosi nettamente sul fronte pacifista non ha prodotto quella crescita su cui si faceva affidamento. Di contro, Forza Italia è invece aumentata: dal 22 per cento si attesta sul 22,7 per cento. Il problema, dunque, è che il Triciclo non riesce ancora a convincere gli incerti. Eppure, come rivela la "Velina rossa" (organo di informazione vicino ai ds) la decisione di arrivare alla richiesta del ritiro era stata presa dopo un altro sondaggio, secondo il quale oltre il 72 per cento degli italiani sono contro la guerra e favorevoli al rientro delle truppe. Ma nelle rilevazioni dell'Ipsos subiscono una flessione tutti i partiti dell'opposizione che hanno votato insieme giovedì scorso, eccezion fatta per i verdi, che al 3 per cento erano e al 3 per cento rimangono. Infatti cala il Pdci (dal 2,9 al 2,6) e anche Rifondazione comunista che passa dal 7 al 6,6 per cento. In generale, si accorciano un po' le distanze tra centrodestra e centrosinistra, anche se quest'ultimo resta saldamente in testa (nella Casa delle Libertà, infatti, An cala dal 14 al 13,6, la Lega va dal 4 al 4,1 e l'Udc dal 4,6 al 4,5). Proseguono anche gli altri sondaggi, quelli sulla leadership, e in alcuni di questi Walter Veltroni sorpassa Prodi.


Tutti i giudici d'Italia contro Castelli
Federica Fantozzi su
l'Unità

Oltre l'86% dei magistrati italiani ha aderito allo sciopero contro la riforma dell'ordinamento giudiziario. In giornata si parlava del 90%: poi la stessa Associazione nazionale magistrati ha corretto al ribasso le cifre. Resta comunque massiccia l'adesione alla protesta, superando anche quella del giugno 2002 quando l'80% delle toghe incrociò le braccia contro la prima versione del ddl Castelli. Allora però la corrente più moderata (Mi) si dissociò, mentre stavolta la decisione è stata unanime. Ieri quasi nove giudici su dieci si sono astenuti dal lavoro, e l'Anm sottolinea due dati "significativi": l'adesione "totale" in Cassazione (compreso il neo-insediato presidente aggiunto Carbone) e quella "ideale" dei togati del Csm. E al Guardasigilli che aveva chiesto "entro mezzogiorno" l'elenco degli scioperanti, replicano: "Scorra l'albo dei magistrati italiani". Il ministero della Giustizia intanto fornisce altre cifre: hanno scioperato - sostiene - il 77% dei giudici e l'82% dei pm.
Protesta riuscita, dunque, ma il presidente Edmondo Bruti Liberati rinuncia ai toni trionfalistici: "È stata una scelta sofferta che rimane eccezionale. E il segnale che il giudizio negativo su questa riforma è condiviso da tutti i magistrati". Le critiche sono note: indipendenza dei giudici a rischio, separazione di fatto delle carriere (che penalizzerà le funzioni di pm), erosione dei poteri del Csm, gerarchizzazione delle Procure, complicato sistema dei concorsi interni. Lapidario il giudizio: "Questa riforma non migliora la qualità della giustizia né la professionalità dei giudici".
Sul testo che porta la firma del Guardasigilli leghista incombe poi un "no" assai più pesante: quello del Quirinale. Bruti Liberati ieri ha negato qualsiasi pressione del Colle per scongiurare in extremis lo sciopero. Sono note però le perplessità sul ricorso a questa forma di protesta da parte del presidente Ciampi, che ha tenuto il filo della mediazione svolta nei mesi scorsi dal vicepresidente del Csm Rognoni e da Casini. Nei giorni scorsi gli uffici del Colle hanno studiato il documento trovando che alcune disposizioni mancano di copertura finanziaria. Del resto i problemi di copertura e la mancanza di previsioni di spesa erano stati ammessi in Parlamento anche dal sottosegretario all'Economia Molgora. In assenza di correzioni di rotta, dunque, il rischio che il capo dello Stato non firmi la legge appare concreto.

Ma domani, messi da parte i muscoli, che succederà? L''Anm auspica che si torni "al momento della proposta e del confronto". Lo sciopero, proclamato a febbraio, era stato "congelato" fino all'accelerazione improvvisa del dibattito in commissione. Accusa Bruti Liberati: "Una forzatura inutile, speriamo ora prevalga la razionalità". Il centrodestra ha incassato una prova di compattezza da parte dei giudici, ma non sembra intenzionato a tenerne conto. Svanita la possibilità di approvare il ddl prima delle europee, Castelli ha posto settembre come deadline agli alleati. E polemizza con l'Anm: su concorsi, tagli alle risorse ed edilizia solo "grandi bugie". Loro ribattono: "Si faccia un giro per gli uffici, mancano carta e computer, in alcuni piove".
Intanto Forza Italia e An attaccano: "Sciopero politico ai limiti della costituzione". Il ministro Gasparri parla di "propaganda", il leghista Calderoli di un tentativo di "condizionare il Parlamento". L'opposizione condivide le ragioni alla base della protesta. I diessini Violante e Finocchiaro invitano la maggioranza a riflettere sul dissenso espresso dai giudici: "Difficile considerarlo un gesto politico, c'è un clima di preoccupazione". La Margherita denuncia la "controriforma", Verdi e Rc il "malessere" del governo. Più cauto lo Sdi.



Fuori legge
Andrea Fabozzi su
il Manifesto

Se c'è una cosa che al governo Berlusconi riesce bene sono gli scioperi. Gli scioperi contro, si capisce. Medici, insegnanti, dipendenti pubblici, autoferrotranvieri, metalmeccanici; ma anche lavoratori delle pulizie, ministeriali e termalisti, allevatori e pescatori, guardie carcerarie, controllori di volo e magistrati. Ieri i magistrati per la seconda volta in due anni (evento raro: per trovare un altro sciopero bisogna tornare alla "prima repubblica", 1991). E come gli altri questo sciopero è stato un successo: otto toghe su dieci sono rimaste negli armadi. A cominciare da quelle più autorevoli: capi degli uffici e giudici di Cassazione. Non è una notizia irrilevante. Perché la riforma che il ministro Castelli sostiene e la magistratura associata respinge ha il suo centro nella visione gerarchica del "servizio giustizia". La dialettica interna agli uffici giudiziari secondo il ministro e i suoi autori dev'essere risolta aumentando i poteri del procuratore capo, che potrà così facilmente richiamare le inchieste assegnate ai sostituti. La costituzionale uguaglianza dei magistrati va invece corretta da un lato con una sostanziale separazione delle carriere (o con una distinzione delle funzioni ultra rigida, il che è lo stesso), dall'altro con l'attribuzione di un ruolo preponderante ai magistrati di Cassazione. Il mestiere di giudice diventa così una carriera.

"E' una protesta corporativa", ha ripetuto il ministro come un disco rotto davanti ai numeri "bulgari" delle astensioni. Ma è vero il contrario: chi più avrebbe da guadagnare dalla sua riforma, cioè i capi degli uffici e i magistrati di Cassazione, ha scioperato come e più degli altri.

Dovrebbero riflettere, Castelli e i suoi mandanti forzisti che invece ieri proclamavano di voler andare avanti come se lo sciopero non ci fosse stato. Soprattutto dovrebbero smettere di contrapporre l'indipendenza e l'autonomia della magistratura all'efficienza della giustizia. Perché la loro riforma fa tutto il contrario di quello che serve: non riduce, ma allunga i tempi dei processi. Se tutta l'attenzione è posta al vertice della categoria, non c'è da stupirsi se le funzioni di primo grado - cioè i tribunali dove va ad arenarsi il destino del cittadino comune - risulteranno svalutate. Il risultato è prevedibile e in gran parte già davanti ai nostri occhi: una giustizia doppia, rapida per chi dispone di buoni avvocati, spietata per i poveri cristi. Una Dike senza benda ma attenta al portafoglio. Del resto il modello è autorevole e siede a palazzo Chigi.



Legge crudele
Miriam Mafai su
la Repubblica

La legge è legge. Ed esiste un giudice, a Catania, capace di farla rispettare. La nuova legge sulla fecondazione assistita vieta, anche nel caso di coppie portatrici di gravi malattie genetiche, l´esame preimpianto e la selezione degli ovuli prodotti, una norma medica fino a ieri considerata del tutto normale. La donna è obbligata ad accogliere nell´utero anche gli ovuli gravemente malati. Così impongono le norme volute dalle gerarchie cattoliche ed approvata dal Parlamento anche grazie al consenso di un gruppo di parlamentari cattolici del centrosinistra. In ossequio alla legge, dunque, a due coniugi, portatori sani di talassemia, e dunque ad alto rischio, è stato negato il diritto di selezionare gli ovuli per evitare che venisse impiantato uno malato.
La coppia, dopo questa prova, ha deciso di continuare la fecondazione assistita, ma intende proseguire l´azione civile ricorrendo contro la sentenza. Una legge "crudele", così l´avevamo definita a suo tempo. La sentenza di Catania non fa, dopotutto che applicarla, e rivelarne in questo modo tutta la crudeltà. Vengono violate la libertà e la dignità della donna, avevamo detto e scritto. E la sentenza di Catania lo conferma. Sempre ieri, mentre giungeva notizia di questa sentenza, si svolgeva a Roma un incontro nazionale, promosso dal Comitato "no alla legge 40", al quale partecipavano organizzazioni di pazienti, scienziati, bioeticisti, giuristi, parlamentari, sociologi impegnati a denunciare l´iniquità della legge e definire un´azione comune per cancellarla. Le possibili strade sono almeno due: il ricorso alla Corte Costituzionale, già promosso da un gruppo di giuriste, e la raccolta delle firme per un referendum abrogativo, già promossa dai radicali.
La sentenza di Catania cancella ogni velo di ipocrisia che finora circondava la legge, l´affermazione di alcuni parlamentari che offrivano a chi protestava contro la legge la furbesca via d´uscita della sua impraticabilità. No, la legge è applicabile. E´ già applicata. Già ora, molte coppie italiane cercano all´estero, appena fuori dai nostri confini, la soluzione ai loro problemi ricorrendo a quella fecondazione eterologa che solo in Italia viene considerata illecita. Anche i coniugi di Catania avrebbero potuto facilmente risolvere il loro problema facendo un viaggio a Barcellona o a Lione e fare lì l´analisi preimpianto. Hanno preferito mettere alla prova la nostra legge. E se ne è dimostrata così l´iniquità. Ma senza una modifica della legge nessuna ricerca sarà possibile in Italia sulle cellule staminali, unica speranza di sollievo o guarigione per le decine di migliaia di pazienti affetti da gravi malattie degenerative.
Una legge ideologica, una legge crudele, offensiva per le donne, per la libertà dei cittadini e della ricerca scientifica: e dunque, perchè nessuno dei grandi partiti impegnati nella campagna elettorale per le Europee finora ne ha parlato? A che è dovuta la timidezza o la prudenza di tanti candidati e candidate, anche tra quanti si presentano nello schieramento di centrosinistra?



Sinagoga, emblema della libertà conquistata
Fabio Isman su
il Messaggero

Giovan Battista Nolli è stato disegnatore e incisore assai famoso ed importante; il suo capolavoro è probabilmente la Pianta di Roma che disegna, con incredibile accuratezza di particolari, in ben tredici anni di lavoro dal 1735 al '48, dedica a Papa Benedetto XIV, l'umanista bolognese Prospero Lambertini, e al cardinale Alessandro Albani (quello della villa omonima in via Salaria, ora proprietà dei Torlonia), di cui era un protetto. In quella pianta, 12 tavole ognuna di 70 per 45 centimetri, Nolli disegna ogni monumento, gli edifici d'allora, ed anche gli spazi verdi. Li chiama tutti horti : tranne alcuni, vicini a San Michele a Ripa, che definisce hortacci ; anzi, a essere più precisi, hortacci de li ebrei . Il dettaglio è emblematico di come allora se la passasse la più antica comunità israelitica della diaspora al mondo: tanto antica, che perfino la precede. Giuda Maccabeo invia un'ambasceria per chiedere un pegno d'amicizia già nel 159 a.C.; un'altra è del 144; una terza, propone una formale alleanza nel 138. Ma nel 59, Cicerone, parlando in difesa di Flacco, racconta di una massa d'ebrei insediatisi nell'Urbe; e nel 64, è certa una loro presenza non limitata né sporadica. Insomma, gli ebrei sbarcano a Roma ben prima dei cristiani; sotto Nerone erano 50 mila, e possedevano 15 sinagoghe. L'inizio dei tempi davvero grami ha una data precisa: quella del 12 luglio 1555, quando Papa Paolo IV Carafa, oltre 50 anni dopo del primo che s'è aperto a Venezia (29 marzo 1516), istituisce un ghetto anche nell'Urbe.
Gli ebrei saranno costretti a vivere, anzi a soppravvivere (quelli che riusciranno) per ben tre secoli rinchiusi lì dentro; finché, dopo una prima apertura sotto la Repubblica Giacobina, l'ultimo Papa-Re, Pio IX Mastai Ferretti, prima fa scardinare i portoni di quello che un po' tutti chiamano il “ serraglio dei giudii ”, poi, la notte del 17 aprile 1799 fa abbattere le mura. Altrove, l'emancipazione era giunta con abbondante anticipo: i sudditi dell'Imperial Regio governo austriaco, e cioè gli ebrei di Trieste, Mantova e Milano, l'ottengono da Giuseppe II nel 1781; in altre parti della Penisola, arriva invece solo nel 1848: in Piemonte, la decreta re Carlo Alberto. Quando crollano le mura del “serraglio”, gli ebrei romani erano 4.995. E la sinagoga, il Tempio maggiore che oggi celebra il suo secolo di vita, è l'emblema palpabile, anzi il monumento, della loro libertà ritrovata; della loro uguaglianza, almeno formalmente acquisita, agli altri cittadini.

Il ghetto viene pressoché distrutto tra il 1886 e il 1904, in base al piano regolatore del 1873: il primo di Roma Capitale d'Italia. E il Tempio (per la prima volta, vi sono esposti, fino al 31 ottobre, i progetti che parteciparono al concorso) è edificato tra il 1901 e il 1904, autori ne sono Vincenzo Costa e Osvaldo Armanni, in sostituzione di uno precedente, bruciato nel 1893. Nasce, come volevano gli ebrei romani, "maestosamente libero, circondato dal puro e libero sole, indice di libertà, uguaglianza e amore", tra "il Campidoglio e il Gianicolo, tra i monumenti a Vittorio Emanuele II e Garibaldi, i due grandi fattori dell'Italia nostra". Lo stile è vagamente babilonese, cioè del tutto avulso dal costruito nella Capitale, ma pazienza. Qui è, da sempre, il fulcro della vita della comunità romana: tra il Tempio e il Portico d'Ottavia, in quella che per tutti è solo "la piazza". Da qui, il 16 ottobre 1943, partono per i lager 1.022 innocenti: 1.006 diventeranno cenere; qui, il 9 ottobre 1982, una giorno di festa ebraica, certi terroristi palestinesi uccidono un bimbo di due anni, Stefano Taché. Qui davanti, un giorno, passa Papa Roncalli, Giovanni XXIII: si leva il cappello, benedice quelli che, in una preghiera di Santa Romana Chiesa, fino ad allora erano "i perfidi giudei"; qui il 13 ottobre 1986, in occasione d'una visita memorabile, Giovanni Paolo II stupisce perfino l'allora rabbino capo, il saggio e disincantato livornese Elio Toaff, proclamando che "Siete i nostri fratelli prediletti, in un certo senso i nostri fratelli maggiori". Quel giorno, anche l'enormità di Giovan Battista Nolli, i suoi “ hortacci ”, è stata vendicata, in un cammino di libertà ed eguaglianza cominciato proprio con quel Tempio che oggi, giustamente, si festeggia in tono solenne.


  26 maggio 2004