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sulla stampa
a cura di G.C. - 25 maggio 2004


Parla di miracoli, teme le urne
Carlo Brambilla su
l'Unità

MILANO. Niente contatti con la stampa. Quasi un'ora di recital, sul "Governo-dei-miracoli-non-riconosciuti", a circuito chiuso e via. Forse Silvio Berlusconi avrà pensato che c'erano troppi filocomunisti mediatici assiepati a Palazzo Isimbardi, sede della Provincia di Milano, la cui presidenza è uno dei trofei più ambiti alle immininenti elezioni amministrative. Forse avrà annusato aria di sondaggi infausti. Meglio non fidarsi, meglio parlare davanti a una telecamera, sistemata nel "salone accanto". Così il Premier ieri, all'ora di pranzo, si è catapultato a sostenere la corsa dell'irrequieta presidentessa uscente, Ombretta Colli, che va assolutamente votata per almeno quattro motivi: "Perchè è brava, perchè ha esperienza, perchè “l'è una bela tusa”, perchè canta bene".
Esaurito in poche battute il bagaglio politico della candidata, il Premier si è lanciato nello show personale, parlando bene di se stesso, del suo Governo, della sua politica, della sua moralità, della sua etica, e malissimo di tutto il resto, ovvero dell'opposizione e, guarda caso, del "sistema dell'informazione" che proprio non capisce le imprese del "Governo dei record". Ma non basta. Ha sparato anche contro i lacci e i lacciuoli del nostro sistema parlamentare che ritarda leggi per tanti e stravaganti motivi. In proposito Berlusconi ne ha denunciato uno del tutto sconosciuto: "Quello delle amanti dei senatori". Ecco come ha svelato il mistero di tanta lentezza legislativa: "Io inizio e prendo una decisione. Poi comincia il confronto con gli alleati e, alla fine di una lunga discussione, la coalizione decide. Allora il disegno va in commissione alla Camera, e si discute, e poi si va in aula, si cambia qualcosina e tutto ricomincia da capo.
Se va bene, passano sei mesi. Poi si ricomincia in Senato, e i senatori cambiano ancora qualcosina, per dimostrare a moglie e figli che non vanno a Roma solo perchè hanno l'amante". Resosi forse conto di avere gettato nel panico decine di famiglie di parlamentari, Berlusconi ha corretto: "Oltre i 400 chilometri l'amante non conta".
Certo se c'è uno che lavora senza sosta, quello è lui, il Presidente del Consiglio che tuttavia ha chiesto ancora tempo, molto tempo, per completare l'opera: "Soltanto con dei Governi longevi si può incidere sulla realtà del proprio Paese. Non a caso Mitterrand ha governato 14 anni, Kohl 16, Felipe Gonzales 15, la Thatcher 16. Ecco se io penso a 16 anni per me, mi spavento, perchè sono un po' troppi. Ma siccome io normalmente sono più veloce, 10 anni a me basterebbero per mettere a posto le cose". E il bilancio dopo tre anni? Berlusconi è stato categorico: "Abbiamo fatto i miracoli. Non si poteva fare di più. Abbiamo un Pil migliore di Francia e Germania, non abbiamo superato il 3 per cento di deficit e non abbiamo aumentato le tasse come hanno fatto altri Paesi".

Una sicurezza che contrasta con l'attacco a freddo all'opposizione, segno di qualche timore: "Quella è un'alleanza puramente elettorale, una coalizione che si è messa assieme solo per fini elettorali. Stanno insieme ora ma poi si divideranno ancora". Insomma alla sinistra "del programma non importa un bel niente". E perchè il ragionamento fosse più chiaro il Premier ha aggiunto: "Intanto ventotto milioni di italiani pagano meno tasse di prima, perchè è passato il primo modulo della riforma fiscale. Poi faremo il secondo modulo per abbassare le tasse ai ceti medi e, infine, il terzo per i ceti più ricchi. Che non vanno visti come degli sfruttatori".
Berlusconi ha parlato anche di politica estera. Non di Iraq, ma di Europa. Ovviamente per attaccare la Comunità: "Gli strateghi finanziari ed economici europei hanno tenuto al rialzo il valore dell'euro in maniera assolutamente inconcepibile". Sulla strategia italiana: "La politica di questo Governo è quella di far sì che il nostro sia il Paese più simpatico, più amico di tutti i Paesi dell'Est, dalla Turchia alla Russia". A proposito di simpatia, quello che proprio non va giù a Berlusconi è il trattamento riservato dagli operatori dell'informazione: "I nostri successi straordinari non vengono riconosciuti perchè abbiamo contro di noi la grande massa dell'informazione e l'85 per cento dei giornali guarda a sinistra e la televisione... basta guardarla per giudicare". Nella calca finale, protetto dalle guardie del corpo, mentre Berlusconi sta guadagnando l'uscita da Palazzo Isimbardi, un cronista a distanza alza la voce: "E se perdete le europee, che cosa fate"? Risposta al volo: "È un'ipotesi irreale, perciò non la commento".


D'Alema: Prodi non si tocca, anche a sinistra la smettano
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera

AVELLINO - Non toccategli Prodi. "E' in corso una manovra, da destra, da sinistra e non solo, per indebolirne la leadership. Capisco la destra che si sente in pericolo, capisco i partitini di sinistra che reclamano spazio. Ma c'è qualcosa di più, ci sono forze economiche, finanziarie, editoriali che vogliono una politica debole, che lavorano contro la grande novità di queste elezioni, la lista Prodi". Bertinotti? "E' sempre in prima pagina. Una star. Mah...". Veltroni? "Ha avuto ampio risalto un suo pensiero, la sinistra riformista e la sinistra radicale che non possono stare l'una senza l'altra. Mah...". Prodi?
Non toccateglielo. Dicono che l'avesse affossato, dopo averlo creato affidandogli la leadership dell'Ulivo. "Leggende. Non abbiamo bisogno di ricucire, perché non ci eravamo mai persi. Lui era presidente della Commissione europea quand'io ero presidente del Consiglio. Poi mi sono preso una pausa, mi sono chiamato fuori, nel 2001 non mi sono neppure candidato nelle liste del mio partito. Ma sono tre anni, dalla sconfitta alle Politiche, che ripeto: dobbiamo creare una grande forza riformista, e non dobbiamo cercarla altrove perché c'è già, è l'Ulivo". Quello che è stato giudicato come un ripensamento, per D'Alema è un'evoluzione: "Non mi rimangio le cose che dissi a Gargonza. Quella del '96 non era stata la vittoria della società civile sulla politica, ma della techné politiché , della tecnica sulla società civile, che si era espressa in maggioranza per Berlusconi, Bossi e Fini. Ho cambiato idea solo su questo: in Italia il riformismo non può essere esaurito come altrove da un partito socialista. Deve includere i cattolici".
Per Prodi ha rinunciato al seggio alla Camera e si è lanciato, unico leader, nella campagna elettorale, come capolista al Sud; al fianco di Prodi farà due comizi il 6 giugno, a Bari e a Napoli; con Prodi ha scelto la linea del ritiro dall'Iraq, e la difende indignato per le critiche. "Noi ci siamo presi responsabilità pazzesche. Romano tornò dalla Spagna dicendo: qui rischiamo di stare fuori dall'euro, dobbiamo fare una finanziaria da 60 mila miliardi. Io ho governato questo Paese, ho fatto la guerra del Kosovo; forse la mozione per il ritiro andava scritta meglio, potevamo dire che siamo pronti a tornare in Iraq se lo chiede l'Onu; però non mi possono trattare come un ragazzotto al seguito di Bertinotti solo perché vogliamo portare l'Italia sulle posizioni di Francia, Spagna, Germania". I sondaggi sono buoni, "l'ultimo dice 33 per noi e 20 per Forza Italia. Certo non vincerà il governo. Si tratta di capire se vinceremo noi. Se prevarrà il voto di protesta, o quello di alternativa. Dalle élites del Sud arrivano segnali incoraggianti. Dal popolo, vedremo".

"Il mio governo toccò il record degli investimenti per il Mezzogiorno, 42,3% della spesa pubblica. Nel governo Berlusconi il Mezzogiorno è sottorappresentato". A questo punto c'è sempre qualcuno che urla "però ci sta Schifani", oppure "però ci sta Micciché". E D'Alema: "Appunto". C'è spazzatura ovunque, per strada sulle piazze, lui lascia un messaggio in codice per il capo della segreteria Nicola La Torre: "Catenacci". C'è da chiamare cioè il prefetto Catenacci, commissario per l'emergenza rifiuti, vedere se si può fare qualcosa. Di origini meridionali era il padre Giuseppe D'Alema, lucano di Miglionico dove il figlio sarà domani, trasferito a Ravenna al seguito del nonno, "ispettore scolastico di simpatie massoniche", poi a Ferrara per ordine di Amendola, a ricostruire il vertice del Cln fucilato dai fascisti. Al Sud lui è tornato una vita fa per fare il segretario regionale in Puglia, maturando l'attaccamento che si deve ai luoghi dove si è trovato e perduto un amore. Tiene molto a conquistare all'Ulivo Bari, "la Bologna della destra", dov'è in corsa Emiliano, il magistrato che indagò sulla missione Arcobaleno. "Ma io l'ho conosciuto quand'era già candidato". Il resto, assicura, sono malignità dei giornalisti, "una corporazione che non mi ha perdonato il mio moralismo, che ha inventato sul mio conto tutta una serie di menzogne, le scarpe e quant'altro, che per acrimonia enfatizza le qualità altrui. Prenda Fini. Sono tre anni che sta lì, senza una delega, senza toccare palla, eppure passa per un genio. Mah...". Il vero protagonista di questi tre anni, sostiene D'Alema, è semmai Tremonti. "Nessuno rappresenta come lui la destra italiana, l'attenzione al particulare, l'abilità tecnica, la mancanza di senso dello Stato". Berlusconi, neanche questo. "Il berlusconismo sta per finire, e spero che seguirà il big-bang, la nascita di un partito conservatore europeo".
Ad Avellino si prova la fusione di quello progressista. "Qui la chimica è più difficile, qui comunisti e democristiani tendono a conservare la loro identità" riconosce D'Alema. De Mita ad esempio non è venuto, al teatro Partenio c'è invece Nicola Mancino che tutto si sarebbe atteso dalla vita tranne essere accolto a un comizio dalla musica di Ligabue e Rino Gaetano. Con la Dc D'Alema è più generoso da candidato di quando da direttore dell' Unità titolava in prima pagina "De Mita si è arricchito con il terremoto"; la Dc garantiva pur sempre "una sintesi", "mai avrebbe mandato un carabiniere in Vietnam", "mai avrebbe proclamato l'Italia migliore amica di Sharon". Mancino annuisce. Il cellulare di un provocatore suona ripetutamente l'inno sovietico. Non è meno generoso D'Alema con la tradizione del Pci, "un partito strano, che nell'involucro dell'ideologia coltivava un riformismo reale, i sindacati, le cooperative, i Comuni". …
"In nessun Paese al mondo i leader si scelgono sul palco. Per questo ci sono i congressi. A Pesaro abbiamo eletto Fassino con il 70%, avendo contro la segreteria uscente del partito, l'Arci e la Cgil. Non è una questione di apparati, che non esistono più, ma di buonsenso". Santoro ad esempio è candidato nel listone, e ieri notte era alla Fiera di Napoli con Bassolino, Fabio Fazio e Luca Sofri, a sostenere D'Alema: "Santoro è bravo, conosce il nostro partito perché da lì proviene. Sa cosa rappresentiamo, ha rispetto per noi, per me". Nanni Moretti no, lo punta da decenni, fin da Palombella Rossa , "anzi prima. E' una storia degli anni Settanta. Rivalità di quartiere. Sbagliate, perché Piero Fassino è più riformista di me. Io - sorride D'Alema - sono più a sinistra".


Ilda Boccassini e le polemiche sul ricordo di Falcone
Giuseppe D'avanzo su
la Repubblica

"Sorpresa? Per niente. Non sono gli esami a non finire mai, in Italia le sorprese non finiscono mai. E allora non mi sorprendo se il presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, commemora Giovanni Falcone stropicciando fuori contesto una sua frase per lanciarla, a fini politici, contro la magistratura. E' stato un passo falso, è stato un errore con tutto il rispetto che sempre merita la seconda carica dello Stato".
Ilda Boccassini domenica era a Palermo. Nel viaggio di ritorno a Milano ha avuto un bel riflettere sullo stato delle cose in un Paese lacerato, sempre diviso, sempre in conflitto che non riesce a trovare ragioni comuni e condivise nemmeno accanto alle tombe, nemmeno riflettendo sulle testimonianza di vita che quei morti - morti per servire lo Stato - hanno consegnato alla storia italiana.

A Palermo Giovanni Falcone è stato ricordato, nel dodicesimo anniversario del suo assassinio, con due manifestazioni. Di diverso colore e segno, per dir così. Romano Prodi e Giuliano Amato nell'aula dove fu celebrato il processo a Cosa Nostra istruito dal giudice istruttore e dal pool di Antonino Caponnetto. Lungo l'autostrada a Capaci, accanto alle stele, il presidente del Senato Marcello Pera, i membri del governo. Nessun canale di comunicazione tra i due eventi, se si esclude la presenza della famiglia del giudice. Ilda Boccassini se n'è andata alla fiaccolata dei giovani e non ha avuto modo di ascoltare le parole di Pera. Le ha lette nelle cronache dei giornali.
Dice ora: "Non sono rimasta sorpresa o sbigottita per le parole del presidente Pera. Sono rimasta non stupita, ma addolorata per l'occasione che si è voluto utilizzare per portare l'ennesimo attacco alla magistratura. Ne posso solo prendere atto. Come prendo atto che, dopo dodici anni Giovanni Falcone, già in vita bistrattato a destra come a sinistra, nemmeno da morto riesce a trovare la pace e il rispetto che merita, un ricordo che sappia riflettere sulla sua grandezza, sulla coerenza dei suoi comportamenti e delle sue scelte, sulla lungimiranza delle sue idee...".
Sono le idee di Falcone che Pera ha ricordato.
"No, purtroppo. E lo dico con molta tristezza. Sono le idee di Falcone che il presidente Pera ha strumentalmente utilizzato... Il brano citato, domenica a Capaci, dal presidente del Senato fa parte di una lezione di Giovanni all'istituto Gonzaga di Palermo, quindici giorni prima di essere ucciso. Era l'otto maggio del 1992. Le sue parole sono a disposizione di tutti, pubblicate in volume dalla Sansoni (Interventi e Proposte, pagina 183). Era una lezione senza titolo nelle sue carte. Il titolo che accompagna il testo pubblicato ("Il dibattito politico sul ruolo della magistratura") è stato apposto dai redattori del libro, ma rende bene il nucleo della questione che Giovanni affronta".
Qual è, questa questione?
"Falcone discute dei rapporti tra politica e magistratura. Osserva che "dopo la moda del linciaggio verso la politicizzazione dei giudici... adesso, con una velocità degna di miglior causa, siamo di fronte alla difesa ad oltranza dell'indipendenza dei giudici". A Giovanni non sono mai piaciute le "astratte affermazioni di principio" e quel giorno prova ad assaggiare che cosa, per i magistrati, bolle in pentola. A mo' di esempio cita le proposte dell'ideologo della Lega, il professor Gianfranco Miglio. Riassume il suo progetto di riforma dell'ufficio del pubblico ministero: "Organo che dovrebbe essere diviso da quelli della funzione giudiziaria, organizzato gerarchicamente dal suo interno dove gli organi superiori dovrebbero avocare a sé gli affari trattati dagli organi inferiori; dove i funzionari avrebbero una carriera distinta dai magistrati della funzione giurisdizionale e non potrebbero essere trasferiti ad uffici di quest'ultima". "Il reclutamento dei pubblici ministeri dovrebbe avvenire per concorso, ma la nomina, le promozioni e la assegnazione", proponeva Miglio, sarebbero state sottratte al Consiglio superiore della Magistratura per essere assegnate a "un procuratore della Costituzione".
"Dico, en passant, che la riforma di Miglio assomiglia come una goccia d'acqua alla riforma dell'ordinamento giudiziario in discussione alla Camere, ma questo come è ovvio Giovanni non poteva saperlo. Sapeva invece che con idee di quel tipo, con una riforma istituzionale di quel tipo, la magistratura doveva fare ormai i conti senza trincerarsi in una inutile "difesa ad oltranza". Anche allora il suo occhio vide lontano. Giovanni, in quella lezione al Gonzaga, si chiedeva dunque come difendere l'autonomia della magistratura. Si chiedeva e si sforzava di far comprendere come "autonomia e indipendenza potessero rispondere alle reali esigenze della società, essere funzionali alle necessità della collettività". Solo quella era la via d'uscita, infatti: rendere concreto per la società l'utilità dell'autonomia e dell'indipendenza della funzione giudiziaria, vederle "riconosciute come un valore da custodire e non già come un privilegio" delle toghe.

Con il rispetto che un servitore dello Stato, come me, ha e deve avere per la seconda carica dello Stato, ripeto che il presidente del Senato ha commesso un errore lasciandosi anch'egli tentare dall'uso strumentale delle riflessioni di Giovanni Falcone. Per di più, è incappato in una grave contraddizione".
Qual è la contraddizione?
"Pera ricorda che Falcone pose alla base della sua riflessione un trinomio. Autonomia, indipendenza, efficienza. Giovanni pensava che solo, se efficienti, i magistrati possono difendere l'autonomia e l'indipendenza della loro funzione. Ma ci sono anche delle condizioni di base che devono essere assicurate dallo Stato per poter essere efficienti. Perché il presidente del Senato non si occupa delle condizioni in cui è stato avvilito il servizio giudiziario? Perché non spende una parola dinanzi alle doglianze della magistratura italiana sull'impossibilità dell'efficienza con gli organici malmessi, le risorse ridotte, le leggi contraddittorie? Ecco, la strumentalità del discorso del presidente del Senato è in questa contraddizione. Sembrano non interessargli "le reali esigenze della società" che stavano a cuore a Giovanni, ma soltanto la reiterazione dell'accusa di politicizzazione, che, come aveva previsto Falcone più di un decennio fa, annuncia riforme che vogliono condizionare l'autonomia e l'indipendenza di quel servizio. Se "le reali esigenze della società" fossero state tra i pensieri di Pera, come lo erano nella mente di Giovanni, il presidente del Senato avrebbe forse dovuto spendere anche qualche parola sulla caduta di tensione del ceto politico nel contrasto con la mafia, quella mafia che ha ucciso Giovanni e Paolo Borsellino e Francesca Morvillo e distrutto le loro scorte. Avrebbe speso qualche frase contro quel desiderio di convivere con Cosa Nostra che sembra il segno di questi anni anche per esplicita ammissione di qualche ministro. Avrebbe ricordato che, dentro la magistratura, c'è stato chi ha venduto la toga al miglior offerente e chi, fuori della magistratura, l'ha comprata. Avrebbe ricordato che l'efficienza della funzione giudiziaria non può essere affare soltanto dei giudici o dei pubblici ministeri, ma anche di chi fa le leggi e amministra l'organizzazione giudiziaria".
Oggi sciopererà?
"Oggi sciopererò e le dico che sciopererò, anche se starò qui nel mio ufficio a lavorare, anche per onorare il ricordo di Giovanni Falcone, magistrato autonomo, indipendente, efficiente".


Toghe, l'udienza è sospesa. Atto secondo
A. MAN. su
il Manifesto

Gli uffici giudiziari saranno aperti per le udienze urgenti e quelle che riguardano arrestati o detenuti. Anzi in molte città, da Firenze a Milano e a Palermo, i magistrati si riuniranno in assemblee aperte agli avvocati e a tutti i cittadini. Per i giudici italiani è il secondo sciopero in due anni, una nuova puntata nel braccio di ferro aperto dal governo sulla riforma dell'ordinamento giudizio. L'associazione magistrati (Anm) aveva proclamato l'agitazione al congresso di Venezia, in febbraio: si era parlato addirittura di due giorni di protesta a marzo, con una seconda giornata di sciopero "virtuale" e stipendi devoluti per l'acquisto di materiali di cancelleria che mancano nei tribunali. Un'iniziativa dirompente, destinata a intercettare il disagio dei cosiddetti "utenti" del sistema giustizia. Poi lo sciopero era stata sospesa perché governo e maggioranza, compreso il presidente della camera Casini, avevano mostrato attenzione e sensibilità verso le questioni avanzate dalle toghe. Ma ora di quelle aperture è rimasto ben poco e i magistrati, che prima del 2002 avevano scioperato solo dieci anni prima, tornano a farsi sentire. Parteciperanno tutte le correnti della magistratura associata. A differenza di due anni fa anche Magistratura indipendente, l'ala più moderata dell'Anm, sostiene lo sciopero. Le obiezioni alla riforma che porta il nome del ministro Castelli riguardano la separazione delle carriere, il ripristino dei concorsi per il passaggio in appello e in cassazione, il rafforzamento dei poteri gerarchici dei capi degli uffici di procura, le drastiche limitazioni nei rapporti tra magistrati e stampa, i maggiori poteri attribuiti al ministro della giustizia in materia disciplinare e l'istituzione di una scuola della magistratura sottratta al Csm. Secondo l'Anm sono tutti interventi incostituzionali, che reintroducono un ordinamento gerarchico in contrasto con i principio dell'unicità della funzione giurisdizionale e con quelli di autonomia e indipendenza della magistratura. E lo sciopero è anche l'occasione per portare all'attenzione dell'opinione pubblica le disastrose condizioni degli uffici giudiziari. A Palermo mancano le auto blindate per i pm antimafia. In Emilia Romagna un libro bianco dell'Anm denuncia che i magistrati sono costretti a trascinare in aula monumentali faldoni con gli atti, a scrivere i verbali da soli perché non ci sono i cancellieri, a chiedere in prestito le riviste giuridiche. E ovunque mancano mezzi e personale, carenze che contribuiscono ad allungare i tempi della giustizia.

Se è vero che non mancano le testimonianze di solidarietà da parte di singoli avvocati o di associazioni come i Giuristi democratici, in genere i magistrati in sciopero trovano la dichiarata ostilità dell'avvocatura. Vale per le camere penali come per l'Oua, l'organismo istituzionale. Ed è una posizione analoga a quella delle destre al governo. A Roma i penalisti hanno organizzato ieri un volantinaggio per ribadire la richiesta di completa separazione tra giudici e pm, rivendicazione storica di una categoria che rimprovera a Berlusconi e a Castelli di non agire con sufficiente coraggio.



Berlusconi e il condono sessuale
Maria Laura Rodotà su
La Stampa

L'ultima di Berlusconi è proprio bella. L'ultima di Berlusconi scalda il cuore perché trabocca di suggestioni culturali italiane importanti, dall'avanspettacolo ai film del filone porno-casereccio Anni Settanta (con Lino Banfi, Renzo Montagnani, Bombolo e Cannavale) a una certa tradizione francese a lui cara, tra i romanzi e il vaudeville. L'ultima di Berlusconi, più che l'ultima è un repêchage.

In breve: senatori e deputati - ha spiegato il nostro premier durante un evento elettorale - tirano in lungo prima di approvare le leggi perché "devono dimostrare ai figli e alla moglie che non vanno a Roma solo perché hanno l'amante". Berlusconi ha però aggiunto che "oltre i 400 km di distanza, l'amante non conta. Come si dice a Napoli, in questi casi 'a commare nun è peccato". Più creativo e serenamente sfacciato di Bill Clinton durante il caso Lewinsky, quando sosteneva che il sesso orale non è proprio adulterio; tra l'altro. Coerente con la sua attività di governo, che prevede condoni tombali, e altro.

Purtroppo i telegiornali non hanno dato a queste frasi lo spazio che meritavano. Come al solito, le esternazioni migliori sono raccontate bene solo sui giornali; come al solito, a leggerle, i berlusconiani rimasti lo troveranno un simpaticone; altri mostreranno esasperazione oltreché vergogna per la deriva del Paese però di nascosto si divertiranno. Però di Ultime di Berlusconi se ne sono consumate ormai troppe; e rischiano di avere sulla psiche l'effetto che ha sul fisico il consumo eccessivo di fast food.

Ben raccontato dall'americano Morgan Spurlock in "Super Size Me", film in cui il regista-protagonista comincia a mangiare a ogni ora megaporzioni di hamburger e patatine, e dopo un mese è grasso e malato. A furia di fast-esternazioni gustose, anche il pubblico italiano rischia zavorra da notizie irrilevanti, mal di fegato, abulia e incapacità progressiva di digerire notizie serie. Bisognerebbe resistere; se si sta leggendo questo pezzo - se lo si è scritto - vuol dire che ancora non ci si riesce, però.

Ps. Ma le deputate non hanno degli amanti? Perché Berlusconi ignora le pari opportunità? Non è giusto.


"Poteri all'Iraq, ma truppe fino al 2005"
Redazione del
Corriere della Sera

Usa e Gran Bretagna hanno presentato all'Onu una bozza di risoluzione sull'Iraq: vi si prevede, tra l'altro, il passaggio di sovranità al governo di Bagdad entro il 30 giugno ma anche un mandato di un anno, rinnovabile, per la presenza in Iraq di una forza multinazionale. Resta non risolto il nodo del comando militare. Per il ministro Frattini si tratta di un buon punto di partenza, mentre la Francia avverte di non essere disponibile ad "assegni in bianco". Berlino fa sapere che "gli alleati hanno ancora un ruolo da svolgere". In Italia i Ds insistono: non ci sono novità. Ma Giuliano Amato apre: "Se la guida va all'Onu, dobbiamo essere partecipi". Bush parla nella notte: l'Iraq sarà libero, demoliremo Abu Ghraib.


Iraq, la svolta di Bush: non cambia niente
Redazione de
l'Unità

WASHINGTON. Va tutto male, continuiamo così. Il presidente George Bush si presenta alla nazione con il volto ammaccato per una caduta dalla bicicletta e con un indice di approvazione che risente del disastro in Iraq. Annuncia il trasferimento dei poteri a un governo di iracheni, sovrano di nome ma di fatto tenuto al guinzaglio dagli americani. Proclama la fine dell'occupazione e nello stesso tempo annuncia che 130 mila soldati americani resteranno nel paese per combattere contro i ribelli. Illustra una risoluzione presentata al Consiglio di sicurezza nel tentativo di placare l'ansia degli alleati e l'indignazione del resto del mondo. Vuole accontentare il premier britannico Tony Blair e il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi, che per lasciare le truppe in Iraq hanno bisogno di una "vera svolta", e nello stesso tempo ribadire il suo slogan preferito: "We'll stay on the course", tireremo dritto.
I tre canali televisivi di informazione (Cnn, Fox News, Msn-Nbc) e i servizi radio di Cbs e Abc hanno accettato di trasmettere in diretta le parole di Bush alle due di notte, ora italiana. Le altre reti non hanno rinunciato ai varietà della sera, interrotti da lucrose pubblicità. Il discorso è il primo di sei. Bush intende leggerne uno alla settimana fino al 30 giugno, data in cui la coalizione occupante dovrebbe cedere il potere in Iraq a un nuovo governo designato dall'inviato dell'Onu Lakhdar Brahimi e riconosciuto dal Consiglio di Sicurezza. Nel fine settimana ha imparato a memoria il testo e in un comizio in Louisiana ha dato un'idea del contenuto. "Noi americani - ha esclamato - non siamo il tipo di gente che scappa. Quando il nostro paese prende un impegno lo mantiene".
In parole povere, questo significa che la fine della guerra non è in vista. La ricerca di credibilità del presidente che ha deciso l'invasione dell'Iraq è affidata a una bozza di risoluzione presentata ieri Consiglio di sicurezza dell'Onu. Il testo è vago, per limitare il disaccordo. Bush vorrebbe ottenere il consenso di Francia e Russia prima del 6 giugno. Quel giorno sarà in Normandia per celebrare l'anniversario dello sbarco americano con il presidente francese Jacques Chirac e il russo Vladimir Putin. Vuole evitare contrasti in pubblico. Spera che il Consiglio di sicurezza approvi la risoluzione prima del 10 giugno.
Per questo motivo sono state rinviate ad altra occasione le richieste più controverse. Gli Stati Uniti vogliono che la forza multinazionale sotto il loro comando in Iraq sia immune da ogni azione giudiziaria del governo iracheno e del tribunale internazionale per i crimini di guerra. Dopo lo scandalo dei prigionieri torturati questa è una pretesa destinata a suscitare qualche grido di indignazione, ma gli americani si sentono in grado di farla digerire al governo iracheno. Non per nulla resterà nelle loro mani il controllo di tutte le forze di sicurezza e dei fondi per la ricostruzione.
Le presenza delle truppe straniere sarà regolata da uno "statuto delle forze", ancora da negoziare. Sarà costituito anche un "consiglio nazionale di sicurezza", in cui un iracheno avrà la presidenza nominale e i generali americani e britannici prenderanno le decisioni importanti. Su questi punti spinosi tuttavia il dibattito si aprirà in un secondo tempo. Per il momento Bush si limita a tracciare un percorso senza grossi ostacoli fino al 30 giugno. La prima fase sarà l'annuncio del nuovo governo. L'Iraq avrà un presidente, due vicepresidenti, un primo ministro e un gabinetto di 26 ministri. L'inviato dell'Onu, Lakhdar Brahimi, annuncerà i nomi tra pochi giorni.
La risoluzione presentata ieri all'Onu dichiara che questo governo avrà "una sovranità piena" dal primo luglio. In pratica, ai suoi ministri sarà affidata soltanto l'ordinaria amministrazione fino alla elezioni, da tenere entro il gennaio 2005. Saranno loro ad amministrare i ricavi del petrolio, ma sotto supervisione internazionale, a prevalenza americana. Il ruolo dell'Onu dipenderà dalle condizioni di sicurezza. Nel paragrafo che autorizza un ruolo maggiore delle Nazioni Unite nel processo elettorale e nella stesura della costituzione il segretario generale Kofi Annan ha fatto inserire un ammonimento: "se le circostanze lo permetteranno".



Trentasette giorni decisivi. Per Brahimi e Casa Bianca
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

NEW YORK - Lo scandalo nel carcere di Abu Ghraib e lo scacco militare a Falluja e Najaf hanno privato il presidente americano George W. Bush di una solida strategia in Iraq. Con soli 37 giorni al passaggio di poteri al governo iracheno a Bagdad, e a cinque mesi dalle elezioni per la Casa Bianca, il consigliere repubblicano Karl Rove è in ansia e studia una controffensiva in due direzioni. Ieri mattina, all'Onu, ha cominciato a circolare la nuova bozza di risoluzione per l'Iraq, sponsor Usa e Gran Bretagna. Per ieri sera (la notte italiana) Bush aveva in programma il primo di sei ambiziosi discorsi agli elettori. Il testo che gli angloamericani presentano all'Onu, dopo i disastri in Consiglio di sicurezza un anno fa, conferisce il potere in Iraq alla giunta che Lakhdar Brahimi, messo del segretario generale Kofi Annan, sta convocando. Non fissa la data del ritiro per i 130.000 militari della coalizione, come chiesto da Francia e Germania, ma lascia alla giunta la possibilità di verificare la questione entro dodici mesi, con elezioni previste per il gennaio 2005. Il controllo sulle risorse petrolifere sarà appannaggio della giunta, che entrerà anche in controllo del fondo che ha, fin qui, raccolto i profitti del greggio.
Positive le prime reazioni, il ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer dice: "C'è un accordo di massima, possiamo, e desideriamo, raggiungere un consenso". Ma il cancelliere Gerhard Schröder, dioscuro con il presidente francese Jacques Chirac del "no alla guerra!", frena, "il passaggio di poteri" secondo lui, è valido solo se comprende anche "la sicurezza". Tema sul quale gli Usa, oggetto ogni giorno di attacchi in Iraq, non intendono per ora cedere. Le dichiarazioni ottimistiche di ieri al Palazzo di Vetro vanno perciò prese cum grano salis . Tutto funziona se l'astuto ex ministro algerino Brahimi è davvero in grado di tirare fuori, entro maggio, la lista dei ministri, vistata dal diplomatico americano Bob Blackwill che gli fa da spalla. Brahimi deve nominare un presidente, un primo ministro, due vicepresidenti onorari e i ministri. Ma curdi, sciiti e sunniti rumoreggiano per i posti più in vista, e gli esclusi annunciano boicottaggi. La risoluzione Onu non mette al centro la Costituzione irachena, che, amata dai curdi cui garantisce autonomia, è detestata dal Gran Ayatollah sciita Ali Al Sistani, perché riconosce il veto etnico che blocca la maggioranza popolare alla sua confessione.
Se Brahimi fallisse sarebbe il ritorno al punto, caotico, di partenza. Se redige in tempo il suo Manuale Cencelli in Mesopotamia, sarà un passo, solo un passo, in avanti. Il presidente Bush guarda i sondaggi, che lo vedono tra il 42% (Zogby poll) e il 49% nel consenso popolare, con addirittura il 64% che ne contesta la linea in Iraq. Rove gli passa gli indici storici, nell'America contemporanea solo tre presidenti hanno affrontato le urne di novembre partendo a giugno da una popolarità inferiore al 50%: Ford 1976, Carter 1980 e Bush padre 1992. Tutti e tre sono stati sconfitti. Bush sa che i 37 giorni che lo separano dal passaggio di poteri tra l'inane governatore Paul Bremer e la giunta Brahimi sono decisivi, se non vuole che a novembre ci sia anche il passaggio di poteri alla Casa Bianca tra lui e il senatore democratico John Kerry. Per la prima volta dall'alba della Guerra Fredda le elezioni si giocano sulla politica estera e Bush si sente alle corde.
La propaganda che ripeteva "tutto va bene" ha lasciato campo a un nuovo spot, "tenere duro", ma entrambi gli slogan non persuadono un'opinione pubblica pronta a sostenere le truppe in Iraq, purché sia chiaro il disegno strategico nella guerra al terrorismo.

Le prime obiezioni vengono dal suo partito, i conservatori repubblicani vedono male la delega totale all'Onu e la fine del "sogno democratico per il Medio Oriente". I moderati sono perplessi perché non si vedono alternative al lodo Brahimi. Contro Bush anche l'ex generale Anthony Zinni, già comandante delle truppe in Medio Oriente, che nel libro Battle ready , pronti alla battaglia, scritto con il giallista Tom Clancy, lo accusa di "strategia fasulla, mancanza di pianificazione, inutile rottura con gli alleati, sottovalutazione delle difficoltà, distrazione dagli altri teatri di guerra (Afghanistan ndr ), stress insopportabile imposto alle forze armate".

Bush entra nel mese decisivo della sua vita: la giunta Brahimi, il G8 in Georgia per discutere di Medio Oriente, il vertice Nato per le intese militari con Paesi asiatici, il summit con l'Unione Europea e i festeggiamenti per lo sbarco in Normandia con l'incontro con Chirac. Se non esce da questi riflettori con risultati concreti e se non si fermano i kamikaze a Bagdad, l'estate e l'autunno saranno durissimi. Una nota di pessimismo la suona Philip Gordon, che dirige il Centro Usa-Europa alla Brookings Institutions: "Gli europei non lo ammetteranno mai apertamente, ma l'ultima cosa che desiderano al mondo è permettere a Bush di mettersi a capo degli alleati occidentali". Negargli il ruolo di leader, sarà il loro voto per la Casa Bianca 2004.


  25 maggio 2004