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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 30 aprile 2004


Informazione, anche per gli Usa in Italia è «parzialmente libera»
Giovanni Visone su
l'Unità


«In Italia c'è uno dei più grandi conflitti di interessi del mondo. Berlusconi controlla le tre principali televisioni private, un giornale e una porzione rilevante del mercato pubblicitario. E intanto crescono le pressioni politiche sui mezzi d'informazione». Con questa spiegazione l'organizzazione americana Freedom House, che ieri ha pubblicato il rapporto annuale sulla libertà d'informazione, cambia il suo giudizio sull'Italia. E la declassa da «paese libero» a «parzialmente libero». Al settantaquattresimo posto nel mondo, ultimo fra i paesi europei assieme alla Turchia. Un giudizio pesante. Perché proviene da un'organizzazione autorevole, fondata sessant'anni fa da Eleanor Roosevelt, che pubblica questo rapporto in vista della Giornata mondiale della libertà di stampa che si terrà il prossimo 3 maggio. E ancor più pesante perché viene dal paese di cui Berlusconi pochi giorni fa si è proclamato «più fedele alleato». Il che sarà pure vero, ma è altrettanto vero che sicuramente negli Stati Uniti la democrazia e la libertà di stampa sono molto più certe e tutelate che in Italia. Del resto l'allarme per il deterioramento della libertà d'informazione e per l'abnorme presenza di un irrisolto conflitto di interessi nel nostro paese suscita da molti mesi commenti preoccupati su molti giornali europei e americani.
Non solo. Il rapporto di Freedom House viene pubblicato una settimana dopo una durissima relazione sullo stato dell'informazione in Italia approvata dal Parlamento Europeo. E nel giorno in cui il Parlamento italiano approva, fra le proteste dell'opposizione, la legge Gasparri. Una coincidenza, certamente, ma forse qualcuno nella maggioranza si soffermerà almeno per un istante ad osservare come Freedom House ponga proprio la riforma del sistema dell'informazione al centro del suo allarmato rapporto. «Una legge - si legge - tagliata su misura per aggirare una una decisione della Corte Costituzionale sfavorevole all'impero mediatico del primo ministro Silvio Berlusconi», e per questo respinta dal veto del presidente Ciampi a dicembre. «In risposta - aggiunge il rapporto - Berlusconi ha varato un decreto che permette a Rete 4 di proseguire le trasmissioni terrestri». E cosa diranno ora che la legge è stata riapprovata eludendo le richieste del Capo dello Stato?



il Manifesto
apertura de il Manifesto


Torture e morti, la guerra di Bush sulle tv Usa
Bruno Marolo su
l'Unità

WASHINGTON. Si squarcia il velo della censura e un'America sgomenta si trova di fronte alle vere immagini della guerra in Iraq. La Cbs manda in onda le fotografie dei «liberatori» americani che infliggono ai prigionieri politici iracheni le stesse torture di cui la Casa Bianca accusa il regime di Saddam Hussein. La Abc dedica una intera trasmissione ai volti dei soldati uccisi in combattimento, dei quali il governo cercava di nascondere le bare.
Il Pentagono ha sospeso 17 militari americani, tra cui un generale donna, e ha annunciato che almeno sei saranno giudicati da una corte marziale. Gli alti comandi sostengono che le torture dei prigionieri erano casi isolati, ma le immagini e le testimonianze raccolte dalla Cbs raccontano una storia diversa. In decine di fotografie si vedono detenuti iracheni con elettrodi sui genitali, oppure obbligati a simulare atti omosessuali mentre i loro carcerieri americani ridono e applaudono. Una immagine mostra una piramide formata dai corpi nudi dei prigionieri, su uno dei quali gli aguzzini hanno scritto un insulto con la vernice. Un'altra documenta il terrore di un iracheno inerme attaccato da un cane.
Il presidente Bush in campagna elettorale sostiene che in Iraq sta tornando la normalità. In un certo senso questo è vero. Le fotografie delle torture sono state scattate nel carcere di Abu Ghraib, presso Baghdad, tristemente famoso per gli orrori del passato regime. Il regime è cambiato e i prigionieri politici sono altri ma i metodi di interrogatorio prediletti da Saddam sono ancora in uso. Racconta Bob Baer, ex direttore dell'ufficio della Cia a Baghdad: «Sono entrato ad Abu Ghraib due giorni dopo la liberazione. Mi sono detto: se c'era una ragione per rovesciare il regime era questa. Ho visto le camere di tortura, le piaghe dei prigionieri azzannati dai cani, gli elettrodi attaccati ai muri. Abbiamo invaso l'Iraq per far cessare queste atrocità ed ecco che si ripetono sotto la nostra bandiera».

Nella maggior parte delle fotografie americani in divisa, uomini e donne, ridono, fanno il segno di trionfo con il pollice alzato, o segnano a dito i prigionieri maschi che simulano accoppiamenti omosessuali. Una immagine mostra il corpo di un prigioniero coperto di lividi e ferite, apparentemente morto, sul pavimento del carcere. Un detenuto interrogato dai giudici militari ha raccontato che un minorenne arrestato è stato violentato in carcere da un traduttore del comando americano. «Il ragazzo gridava - ha sostenuto - mentre le soldatesse americane ridevano e scattavano fotografie».
La Cbs ha spiegato che il capo di Stato maggiore delle forze armate, generale Richard Myers, era intervenuto personalmente per bloccare la trasmissione «data la situazione difficile in Iraq». Dopo due settimane di indugi la rete televisiva ha deciso che non era possibile tenere segreto più a lungo il materiale.



Il mondo parallelo della Casa Bianca
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

In uno di quei giorni surreali che ormai sono diventati la realtà quotidiana della guerra in Iraq, George Bush riceve la commissione d´inchiesta sull´11 settembre nello Studio ovale per una tazza di caffè e due chiacchiere cordiali, mentre uno dei suoi generali è rimosso da Bagdad perché torturava prigionieri nella stessa prigione degli orrori saddamiti e altri dieci marines saltano in aria. Questi mondi paralleli, di fantapolitica e di guerra reale, di propaganda ottimista e di notiziari terrificanti, continuano a viaggiare senza incrociarsi più da tempo, nell´universo immaginario di Bush.
Ma non c´è nulla di immaginario, purtroppo, nel piccolo mondo di orrore carcerario che uno dei suoi generali, anzi, una generalessa, aveva creato proprio nel ventre più truce dell´Iraq di Saddam, il carcere di Abu Grahib, dove i prigionieri degli americani erano, secondo l´inchiesta dell´avvocatura generale dell´esercito, torturati. Non sevizie psicologiche, o semplici maltrattamenti o detenzioni illegittime come a Guantanamo, ma proprio classiche, inconfondibili torture. Prigionieri ammucchiati come tronchi in fascina, per soffocarsi reciprocamente. Scritte e tatuaggi infamanti sui loro corpi. «Atti indecenti», sodomizzazioni forzate e pubbliche, di fronte agli occhi dei poliziotti militari e gli immancabili classici della tortura, già applicati con passione dai parà francesi nella loro guerra contro gli insorti musulmani algerini, gli elettrodi ai testicoli.

Se oggi, 14 mesi dopo la "liberazione" questo segreto vergognoso è venuto a galla, lo dobbiamo a un sergente sconvolto da quel che vedeva, che ha contrabbandato fuori dal Abu Grahib foto proibite e dalla pronta inchiesta degli uffici legali della Us Army che hanno ottenuto la rimozione della generalessa comandante, Janice e la cacciata di cinque suoi subordinati, nella dimostrazione che i meccanismi dell´informazione e della legalità ancora reggono, nonostante gli sforzi del potere per piegarli alla proprio volontà.

Di questi inevitabili orrori, nulla è arrivato a Washington, in quella Casa Bianca dove la grottesca rappresentazione dell´interrogatorio che non era un interrogatorio si svolgeva ieri mattina, sul palcoscenico del teatro dell´assurdo bushiano. Per rispondere alla blanda fatica della commissione, Bush si era fatto affiancare, come nelle scuole della nostra infanzia, da un padre o da chi ne fa le veci, da Dick Cheney, il suo tutore e maestro, anche se l´incontro non avveniva sotto giuramento, non era una deposizione, non sarà messo a verbale nè registrato su nastri video o audio, tutto per poter negare, smentire, ritrattare domani. «Una cordiale chiacchierata» l´ha definita lui alla fine, «un utile incontro per meglio proteggere l´America dal terrorismo».

Mentre il presidente riceveva i dieci commissari seduto davanti al caminetto dello Studio Ovale con Cheney per coprirgli le spalle, il termometro dei sondaggi pubblicati poche ore prima dal New York Times e dalla Cbs tv, avvertiva che il sostegno popolare della nazione a questa guerra di occupazione sta sciogliendosi. Un´opinione pubblica che aveva appoggiato la guerra «al terrorismo» e alle «armi di distruzioni di massa», come l´invasione dell´Iraq era stata presentata, con percentuali fino al 75%, e ancora la approvava con il 63% al momento della cattura di Saddam in dicembre, oggi è ridotta per la prima volta a una minoranza, al 47%.
Se la battaglia di Falluja, che il prudente Henry Kissinger ha definito «il punto di svolta» della guerra dovesse trascinarsi ancora a lungo, questa slavina del consenso potrebbe riversarsi contro lo stesso Bush che ancora non ne paga, grazie alla inconsistente evanescenza dell´avversario John Kerry, il prezzo nei sondaggi elettorali. Qualcosa, nel fronte interno ammirevolmente e ostinatamente compatto finora attorno alla guerra si sta incrinando. Mostrano crepe i grandi media indipendenti, rompendo l´omertà patriottica, abbandonando gli eufemismi e gli ottimismi "politically correct" usati dai propagandisti di Bush, rivelando il caso della generalessa torturatrice, soprattutto restituendo un volto e un nome alle fredde statistiche dei caduti e feriti.
Cnn e Washington Post pubblicano ormai regolarmente il ruolino dei morti, ormai arrivati a 740, gli effettivi di un battaglione intero inghiottito al fronte, il massimo numero di soldati americani uccisi dopo il Vietnam.
"Nightline", una delle trasmissioni giornalistiche più rispettate e serie della seconda serata condotta da Ted Koppel, dedicherà un´intera puntata, lunedì sera, ai "fallen", ai caduti, lasciando scorrere in silenzio quelle facce di giovani uomini e donne sacrificati sull´altare della tronfia "teologia della liberazione" e degli interessi della destra estrema che proprio Cheney, la "governante" che il padre mise accanto al figlio inesperto quando entro´ alla Casa Bianca e ieri lo accompagna all´esame, incarna...


L'UOMO SENZA UTOPIE
Brahimi, il mediatore
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

NEW YORK  — il mondo di lakhdar Brahimi ( nella foto) è condensato nelle nozze di sua figlia Rym. Quando Brahimi, consigliere speciale del segretario Onu Kofi Annan, incaricato ora di negoziare un governo per l'Iraq, s'è presentato, commosso come tutti i padri, al matrimonio della figlia Rym tutta la sua cultura gli è balenata davanti.
Perché Rym Brahimi, una brava giornalista dell'ubiquo canale televisivo americano Cnn, s'è sposata con il principe ali di Giordania, fratello di re Abdallah. La tradizione delle dinastie arabe unita a Cnn, il centralino del mondo.
Entro il 30 giugno lakhdar Brahimi deve assemblare un governo capace di avviare la transizione dopo Saddam Hussein, per ora ferma nel sangue di Najaf e Falluja, un incarico che è costato la vita al suo predecessore, Sergio Vieira de Mello. « quando volo in elicottero su Bagdad, quando sento i razzi e so che possono spararli a me ho paura » dice senza rossori Brahimi.

Problemi brahimi ha provato a risolverne di tali che il mitico wolf avrebbe dato forfait. Inviato Onu ad Haiti 1994 con i machete che lampeggiano tra le baracche, in Sud Africa, 1993, con l'ex galeotto Nelson Mandela che deve prendere il potere tra le minacce dei razzisti. E via via missioni in Congo, ad assistere al genocidio, Yemen, nido di al Qaeda, Liberia, tra miseria e traffici, Nigeria, petrolio e povertà e Sudan, altra guerra civile. Infine Afghanistan, prima e dopo l'avvento del regime talebano, passando dal Libano, per interrompere 17 anni di guerra civile.
« lakhdar è l'uomo adatto a voltare pagina nei paesi distrutti — dice ridendo un diplomatico suo amico — non a caso è nato il giorno di capodanno del 1934, ha il destino di ricominciare nell'anagrafe » . Brahimi debutta ai tempi della guerra di liberazione in Algeria, fa da ambasciatore dei ribelli nel sud- est asiatico e, dopo una serie di ambasciate, diventa ministro degli esteri algerino nel 1991.
Durante la mattanza che accompagna la mobilitazione islamica contro il regime del fln, repressa nel sangue. Brahimi non si fa illusioni su democrazia e diplomazia. I suoi critici ne lamentano il realismo ai limiti del cinismo, i suoi estimatori ne esaltano il realismo e la pazienza sovrumana.
La carriera di brahimi offre argomenti ad entrambi. È la sua capacità da negoziatore raffinato che gli permette di uscire dall'odio del Sud Africa portando all'intesa Mandela e la minoranza bianca. Ed è la sua durezza nel non alzarsi mai dal tavolo della trattativa, neppure quando gli interlocutori gettano la spugna, a fargli varare la costituzione in Afghanistan e a insediare il presidente Karzai.
Questo successo convince il presidente George Bush a sospendere la sua diffidenza per l'Onu e a offrire l'incarico di comporre il governo iracheno a Brahimi.

Davanti a un aspro anno elettorale, Bush spera che la flemma araba di Brahimi avvii una soluzione.
Il piano che Brahimi stila nei suoi primi giorni è minimalista: lista di governo entro i primi di maggio, formata solo da tecnocrati che giurino di non presentarsi alle elezioni del 2005, un presidente e due vice che bilancino sunniti, sciiti e curdi, potere amministrativo e non legislativo, come chiesto dall'ayatollah Ali al Sistani, che finora ha preferito trattare con Brahimi non di persona, ma via il suo figliolo più esperto.

Di nuovo, a  Bagdad, gli americani non hanno alternative e chiamano Brahimi, sunnita, laico, ex vicesegretario della Lega Araba dal 1989 al 1991. La franchezza non gli fa difetto e le sue dichiarazioni sollevano clamore mondiale: in un'intervista a France Inter, Brahimi accusa Israele di « spargere veleno nel medio oriente » maltrattando i palestinesi. Annan prende le distanze, « Brahimi parla a titolo personale » , ma lui rilancia: che Israele avveleni il Medio Oriente « non è la mia opinione, ma un fatto » .

Un collega di Brahimi scuote il capo: « ho fatto con lui notti intere di negoziato e non gli ho mai visto alzare la voce. Lakhdar sa che non gli serve ora il plauso dei giornalisti in camicia inamidata, ma la fiducia degli iracheni, inclusi i più violenti. Le battute contro Israele e l'esercito Usa gli fanno guadagnare punti tra gli assediati di Falluja e di Najaf: le fa apposta » .

Al Jazira,  la tv araba militante, abbocca all'amo panarabo di Brahimi e esulta con l'ex direttore del centro islamico di Washington Sam Hamod: « il dottor Brahimi ha detto chiaramente che sono gli americani a incendiare la situazione in Iraq, arrestando senza processo, torturando, brutalizzando gente innocente, ammazzando i detenuti. Parlano di democrazia e chiudono i giornali, Brahimi lo ha denunciato senza mezzi termini. Gli attacchi a Falluja sono crimini di guerra a norma della legge internazionale, e secondo Brahimi la condotta degli usa è un disastro, altro che democrazia! » .

Le polemiche fanno gola a Brahimi. Che la destra usa lamenti il suo veto ad Ahmed Chalabi e agli altri ministri legati al Pentagono lo conforta, specie se le tv militanti arabe rilanciano gli insulti: ne ha bisogno per risultare credibile. Sedendosi davanti al consiglio di governo a Bagdad ha detto quel che spesso ripete, affabile: « non sono qui come inviato Onu, ma come fratello arabo » . La delegazione curda, guidata da Massoud Barzani, ha capito l'antifona di « al ustaz » , il professore, come tanti definiscono cerimoniosamente Brahimi. La « fratellanza araba » però non impedirà a Brahimi di colpire quando lo riterrà opportuno, come fece in Libano. Non è andato a Bagdad per avviare la democrazia, né la tolleranza, ma « navigando a vista con il mio motto di sempre: è possibile per il nostro progetto procedere in queste circostanze? Funzionerà? È credibile? » .
Niente utopie, niente miraggi. Come in Algeria e in Libano, Brahimi conta di fermare la guerra civile, ma non si illude in un governo democratico: « lakhdar sa che per passare da Gengiz Khan a Gandhi occorre passare da lunghe stagioni di Nasser, oligarchie che abbiamo del consenso » dicono all'Onu. A Bagdad spera solo in questo, che il suo piano sia « fattibile » e tanto ha promesso al Consiglio di Sicurezza il sopravvissuto di mille crisi. Agli amici dice invece « poi vado in pensione » e sorride, come fa davanti a educati ministri e sanguinari signori della guerra per nascondere le sue vere intenzioni.


La via competitiva dei nuovi europei
Tommaso Padoa- Schioppa sul
Corriere della Sera

La frontiera della giovane Unione europea si sposta a est, come due secoli fa andò spostandosi a ovest quella della giovane federazione americana. Possiamo interrogarci sul valore economico dell'allargamento, pur sapendo quanto sia difficile separarlo da quello politico, culturale e strategico.
Da qualche anno, consumatori, imprenditori e governi dell'Unione sono in preda alla malinconia che paralizza e sfianca. Così, nel segno dell' umore nero vedono anche l'ingresso nel loro mercato di dieci nuovi Paesi. Dovrebbero invece vedervi un'occasione provvidenziale, perché con l'ingresso di quei Paesi tutta l'Europa si arricchisce della miscela di bisogni, risorse, istituzioni, in cui sta il segreto della crescita economica.
In primo luogo, i bisogni.
I nuovi entranti aggiungono meno del 5% al prodotto lordo dell' Unione, ma il 20 alla sua popolazione. Il divario tra le due cifre misura il dislivello da colmare: bisogno di case migliori, mobili confortevoli, elettrodomestici, automobili, vestiti, viaggi, strade, aeroporti. Dunque più lavoro e più investimenti, un immenso cantiere.
In secondo luogo, le risorse: 
un alto livello d'istruzione combinato con stipendi e salari fortemente competitivi. È la stessa combinazione, seppure in forma meno pronunciata, che fa la fortuna delle economie asiatiche.
In terzo luogo, le istituzioni: 
una democrazia ritrovata, una legislazione moderna e omogenea alla nostra, mercati flessibili e reattivi. Una gigantesca opera di ricostruzione è già stata compiuta dal crollo del sistema sovietico a oggi, trascinata proprio dalla prospettiva dell'ingresso nell' Unione.

Non è vero che l'allargamento avvantaggi i nuovi a spese dei vecchi.
Per le imprese europee in cerca di mercati ove vendere impianti, servizi e prodotti sofisticati, o di un ambiente in cui insediarsi con propri investimenti, le nuove regioni dell'Europa sono il mercato migliore; sono anche un trampolino verso altri Paesi dell'oriente europeo, come Ucraina, Russia, Georgia.
L'ampliamento dell' Unione obbligherà i vecchi a completare riforme economiche faticose ma necessarie: alleggerire pesanti apparati pubblici, moderare i lussi, riconvertire le produzioni, accentuare la concorrenza, ridurre le protezioni.

Il cammino che si apre sarà lungo. Se il gruppo dei nuovi crescesse di 5 punti l'anno più di noi ( per esempio, loro al 7, noi al 2 per cento) ci metterebbe più di dieci anni solo per raggiungere il nostro reddito medio pro capite. La sfida per i nuovi entranti è di far durare i loro vantaggi competitivi abbastanza a lungo da colmare il ritardo. Così fecero l'Italia negli anni ' 50 e ' 60, e l'Irlanda negli anni ' 80 e ' 90. L'ampliamento non dà un effimero tonico congiunturale, cambia strutturalmente l'economia europea.
L'Europa è spesso incerta se soffrire o godere del proprio declino.
L'allargamento le regala un gruppo di Paesi il cui declino durò decenni, che credono all'Europa più di quanto sembriamo crederci noi in questo momento, che possono scuoterci dall'umore nero e dalla malinconia.


Trapani, gli affari e i voti della mafia: 36 arresti
sommari de
l'Unità

Trentasei gli arrestati, ma quello che è stato ricostruito dalla squadra mobile di Trapani è un quadro di dimensioni ben più vaste e inquietanti. Uno spaccato che conferma come il rapporto mafia-politica sia fortemente radicato e destinato a svelare anche nomi di politici di livello nazionale. Tra gli arrestati anche l'ex senatore del Nuovo Psi Pietro Pizzo con l'accusa di associazione mafiosa per aver pagato 100 milioni delle vecchie lire ad esponenti delle cosche marsalesi per far eleggere il figlio Francesco. Mentre David Costa dell'Udc assessore alla Presidenza a fianco di Totò Cuffaro è stato raggiunto da un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa.


La fabbrica delle sentenze
In Campania ottomila verdetti l´anno e redditi super per i giudici di pace: indaga il Csm
Antonello Caporale su
la Repubblica

S. MARIA CAPUA VETERE
SONO lepri più che giudici. Fulmini del diritto, prodigi della natura. Inclassificabili secondo il metro della resistenza umana alla fatica, ingiudicabili secondo le tabelle del Csm. Troppo forti, troppo veloci, troppo efficienti. Saette, ecco. «Ho appurato che un giudice di pace ha emesso duecento sentenze in due giorni, quasi novecento in una settimana, quasi novemila in un anno».
La voce di Carlo Alemi, presidente del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, terra che conta il più alto tasso di criminalità organizzata in Europa, non risente neanche di un refolo di stupore. Tutto si sapeva, tutto già scritto. L´anno scorso, con tanto di timbro e di firma, il giudice aveva trasmesso al ministero della Giustizia il conto consuntivo di questa fabbrichetta delle sentenze avente sede principale presso gli uffici del giudice di pace di Aversa e Trentola Ducenta, nella circoscrizione del tribunale da lui presieduto.
Già, il giudice di pace. Basta la laurea in giurisprudenza e nessun graffio sul certificato penale per raggiungere l´agognata soglia dello scranno giudicante. Sei avvocato, o magari direttore dell´ufficio postale, disoccupato in cerca di una buona sistemazione. Fai domanda e con un po´ di fortuna sarai giudice. Giudice. 36,15 euro per udienza; 58,81 euro per ogni processo aperto; dieci euro e 33 centesimi per ogni archiviazione decisa. E poi il fisso mensile: 258,23 euro. Tariffe popolari per contenziosi di bassa lega. Niente principi del foro e - in molti casi - al posto dell´aula di giustizia un sedile di corridoio, una mezza scrivania, una sedia divisa in tre. Sono i processi con franchigia: devono valere meno di 2500 euro. La fortuna, la grande fortuna della giustizia italiana, e per inciso anche delle assicurazioni (e dei carrozzieri), un gran numero di incidenti stradali produce un danno - guarda tu il caso - che non supera mai il valore di causa attribuito alla competenza del giudice di pace.

Giudici onorari che molte volte danno vero sollievo ai colleghi togati, persone perbene che giudicano secondo equità e con la giusta prudenza del buon padre di famiglia. Ma la legge purtroppo non ha previsto l´esistenza dei cattivi padri di famiglia. Che invece ci sono, e si addensano in alcune zone del paese. La Campania è al top di questa speciale classifica dei troppo furbi. E in Campania Caserta è la regina, top del top.
Alemi, una vita a difendere lo Stato dalla ferocia della delinquenza organizzata, dal suo nuovo ufficio notava da tempo una stranezza: grappoli di testimoni di incidenti stradali, sempre gli stessi, gravitavano intorno allo stesso grappolo di studi legali. E grappoli di giudici di pace che giudicavano. «Nemmeno la competenza per territorio è osservata - racconta Elio Sticco, presidente dell´Ordine degli avvocati di Santa Maria Capua Vetere - Questi contenziosi prendono sempre la stessa direzione. Un ufficio conta cento giudizi e quello accanto dieci. E non si capisce mai perché. Anzi, direi che si capisce.

La denuncia di Alemi, il rapporto inviato a Roma, è rimasto lettera morta per più di un anno. Un anno e più. Solo mercoledì scorso il Csm ha inviato a Caserta una commissione ispettrice che ha iniziato un primo giro di verifiche. Quando tutte saranno concluse si aggiornerà la figura del giudice di pace e gli si affiancherà l´anomala condizione di giudice cottimista. Vuoi arrivare a guadagnare fino a diecimila euro al mese? Allora galoppa. Più sentenze firmi e più soldi ottieni.

E così nell´ufficio di Trentola Ducenta, provincia di Caserta, ognuno dei tre giudici di pace ha depositato nel solo 2002 circa ottomila provvedimenti. Ottomila per tre fanno ventiquattromila fascicoli aperti, istruiti e decisi. Secondo l´Istat, che conta sia i lattanti che gli ultraottantenni, gli abitanti del centro casertano sarebbero quattordicimila in tutto. Dunque è chiaro che in città non si fa altro che litigare e correre dagli avvocati. Una, due, tre, quattro volte in un anno. E il bello è che questa giustizia fulminea, queste sentenze istantanee, richieste e ottenute, hanno, come dire, invogliato anche i più abulici a fare un salto in tribunale. Magari non c´era proprio bisogno, ma se è così fast, veloce e appetitoso, perché non provarci? Io litigo, a prescindere, e tu giudichi. Qua nisciuno è fesso.


Un carabiniere comanda i carabinieri
Il riconoscimento della quarta forza. Per la prima volta dopo 60 anni un carabiniere al comando dell'Arma
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Non tutti i grandi cambiamenti avvengono con decisioni solenni, leggi costituzionali, elezioni o referendum.
Quello che è accaduto ieri nell'Arma dei carabinieri ( la nomina di un comandante, il generale Luciano Gottardo, che non proviene da un'altra forza armata) rientra per l'appunto nella categoria delle « rivoluzioni per decreto » , vale a dire dei cambiamenti adottati con una semplice decisione governativa.
Dopo essere stati comandati da un « esterno » , con poche eccezioni, per quasi 200 anni ( l'ultimo strappo alla regola fu nel 1943), i carabinieri avranno un comandante proveniente dai loro ranghi e saranno d'ora in poi, per così dire, autosufficienti.

Quasi tutti i governi italiani, indipendentemente dalla loro maggiore o minore legittimità democratica, si sono preoccupati della necessità di evitare che l'Arma divenisse una potente corporazione, un corpo separato, una specie di « Società di Gesù » all'interno dello Stato, uno strumento al servizio delle personali ambizioni dell'uomo che, venendo dalla gavetta, fosse riuscito a impadronirsi dell'organizzazione. Per quanto politicamente diversi, i governi italiani dall'unità in poi generalmente non ebbero dubbi: la nomina di un esterno avrebbe permesso all'esecutivo di stroncare sul nascere qualsiasi prospettiva di pronunciamento o colpo di Stato, nello stile dei Paesi iberici o latino- americani.

La situazione comincia a cambiare nel corso degli anni Novanta quando cresce fra i carabinieri il desiderio di essere riconosciuti ( dopo Esercito, Marina e Aeronautica) come quarta forza armata: uno status simile, per molti aspetti, a quello dei Marines nell'establishment militare americano. La richiesta appare giustificata dalle funzioni che i carabinieri hanno progressivamente assunto nelle missioni umanitarie e di  peacekeeping  del terzo dopoguerra. In Bosnia, in Kosovo e ora in Iraq, la vecchia polizia militare, un po' arcigna e scostante, ha imparato a vivere tra le popolazioni, a conquistarne la fiducia, a prevenire anziché reprimere.
Presenti da allora in quasi tutte le grandi crisi, i carabinieri sono diventati in tal modo un modello internazionale e il principale strumento di questa nuova diplomazia militare. Pochi corpi godono nel mondo di tanto credito. Era inevitabile che alle nuove funzioni corrispondesse un nuovo status. Ed era inevitabile che la quarta forza armata dovesse essere governata, prima o dopo, da un uomo che ha sempre vestito l'uniforme del corpo.
Ciò che è accaduto ieri era previsto e probabilmente necessario.



"Elettrosmog, così i bambini rischiano"
la Lega anti tumori boccia i nuovi limiti
Una ricerca sconfessa il decreto con cui il governo ha innalzato la soglia tollerata
Antonio Cianciullo su
la Repubblica

ROMA - I limiti per l´elettrosmog stabiliti lo scorso anno dal governo Berlusconi sono venti volte più alti del valore che segna l´inizio dell´area di rischio. I numeri sono contenuti in uno studio firmato dalla Lega italiana per la lotta contro i tumori.
Nelle 144 pagine dell´indagine si precisa che la ricerca scientifica non è arrivata a dire una parola definitiva sul problema, ma si sottolinea l´importanza di mettere a fuoco le conseguenze derivanti dall´esposizione alla soglia oltre la quale si può ipotizzare un danno. E questo valore è fissato in 0,5 microtesla: «Sembra ragionevole concentrare gli interventi preventivi a carattere cautelativo relativamente ai soggetti maggiormente esposti, indicativamente a livelli superiori a 0,5 microtesla. A questa fascia della popolazione infantile, per la quale alcuni studi recenti hanno confermato un eccesso di leucemia, appare importante dedicare ulteriore ricerca e sorveglianza epidemiologica».

La soglia indicata è particolarmente importante, nota il Conacem (il coordinamento dei comitati anti elettrosmog), perché è su quei numeri che si è giocato tutto lo scontro politico. Nel febbraio del 2001, con 239 voti a favore (centro sinistra e Rifondazione comunista), 157 astenuti (Polo) e un contrario, il Parlamento varò la legge quadro sull´elettrosmog: la prima ad affrontare il problema non solo dal punto di vista degli effetti acuti ma anche da quello dell´esposizione prolungata alle piccole dosi. I decreti attuativi, che contenevano i numeri necessari a rendere operativa la legge, non furono però approvati prima dello scioglimento delle Camere.
Toccò dunque al governo Berlusconi fissare i paletti. E la scelta fu drastica. Il precedente governo aveva ipotizzato un valore d´attenzione - quello da rispettare negli ambienti abitativi, nelle aree dove giocano i bambini, nelle scuole e in tutti i luoghi in cui ci si ferma per più di 4 ore al giorno - di 0,5 microtesla. Fu portato a 10 microtesla.
«Per trovare una soluzione al rischio elettrosmog il governo ha formato una commissione scientifica convinta che il problema elettrosmog non esista e il risultato è stato conseguente», accusa Valerio Calzolaio, l´ex sottosegretario all´Ambiente che aveva ispirato la legge quadro. «Ma il silenziatore politico non frena la ricerca scientifica: tra l´altro in Italia l´istituto Ramazzini sta compiendo una ricerca sperimentale di dimensioni inedite proprio in questo campo».
Anche sul costo del risanamento è polemica. Si è parlato di miliardi di euro per la messa in sicurezza degli elettrodotti, ma l´esperienza sul campo porta a conclusioni diverse. «In alcune aree molto esposte abbiamo ridotto significativamente l´impatto elettromagnetico con un costo irrisorio, cambiando le fasi dell´elettrodotto o aggiungendo un palo per modificare la distanza dai fili», racconta Gaetano Licitra, dell´Agenzia per la protezione dell´ambiente della Toscana. «In altre zone i conti del risanamento sono andati in pareggio grazie ai fondi ricavati dall´urbanizzazione dei terreni bloccati dall´elettrodotto».


La legge dei costi
Riccardo Gallo su
Il Sole 24 Ore
Le vicende Fiat Auto e Alitalia presentano alcuni punti in comune: inasprimento dello scontro sindacale, natura aziendale della vertenza, viva attenzione del Governo, spiragli di soluzione, numero elevato di lavoratori coinvolti (50mila e 20mila), origine operativa delle perdite economiche che erodono il patrimonio netto di gruppo, ansia aziendale nell'attuare un piano di risanamento prima che sia tardi, diffidenza sindacale.
Ma c'è un altro punto in comune, finora poco evidenziato: il grado di utilizzo della capacità produttiva (produzione effettiva diviso produzione massima ottenibile) è troppo inferiore a quello strutturale di pareggio (break even). I rispettivi concorrenti, pur con tutti i loro problemi, questo scarto non ce l'hanno. Quando l'utilizzo è inferiore al break even, il risultato della gestione caratteristica è una perdita, quando è superiore è un utile. Spesso l'ampiezza del risultato (perdita o utile) è proporzionale allo scarto (negativo o positivo).
Diciamo subito che a fine 2003 il grado di utilizzo della capacità produttiva degli impianti industriali era in Italia (Isae) del tutto allineato a quello Usa (Federal Reserve), intorno al 76,5 per cento. Dunque, per fortuna il problema non è generale, è specifico di queste nostre due grandi imprese.
I costruttori di auto non sono soliti comunicare al mercato il dato dell'utilizzo della capacità installata. Tuttavia, da un lavoro scientifico da me pubblicato nei mesi scorsi emerge che nel 2001 tra gli otto maggiori costruttori mondiali la Fiat Auto era quella con il grado di utilizzo più basso e inferiore al break even (53% contro 74 per cento). Meglio stavano nell'ordine: DaimlerChrysler (76 a 81), Ford (62 a 67), Gm (81 a 80), Renault (64 a 57), Volkswagen (84 a 68), Psa (108 a 87), Bmw (96 a 69).

Aveva ragione chi reclamava per Fiat Auto a fine 2002 una politica di impresa volta allo sviluppo e non all'ulteriore sacrificio di forze lavorative, ma intanto l'azienda aveva urgenza a uscire dall'area delle perdite di gestione e, volendo aumentare il grado di utilizzo ma non sapendo produrre e vendere di più (cioè non sapendo aumentare il numeratore), doveva per forza ridurre il denominatore, cioè ridurre la capacità produttiva chiudendo gli impianti più deficitari e ridistribuendo il carico di lavoro.
Il problema è che, negli ultimi due anni, alla riduzione della capacità produttiva è seguita un'ulteriore diminuzione della produzione, perché solo di recente sono stati lanciati nuovi modelli. Cosicché il problema dell'insufficiente grado di utilizzo, e quindi delle perdite, magari è stato avviato a soluzione, ma intanto è persistito.

Per Alitalia, secondo le mie stime, il grado di riempimento della flotta aerea nel 2002 non era poi così basso (70%, in raffronto al 67% di British Airways, al 71% di Lufthansa, al 77% di Klm). Era però terribilmente inferiore al corrispondente break even. Questo nel 2002 sfiorava il 100% e nel 2003 lo ha superato. Cioè l'anno scorso, per raggiungere il pareggio, all'Alitalia non sarebbe bastato riempire sempre tutti i suoi voli. In confronto, per esempio il break even di Klm era l'80 per cento.
In altri termini, il problema principale dell'Alitalia è non tanto aumentare il grado di riempimento, quanto abbassare il break even (la cui formula è: costi fissi diviso la differenza tra ricavo netto unitario e costo variabile unitario). Per far ciò, non potendo aumentare le tariffe, né ridurre il costo variabile unitario (prezzo del carburante), l'Alitalia deve tagliare i costi fissi. Cioè i posti di lavoro. Per prudenza, non rivelo il risultato dei calcoli. A differenza di Fiat Auto, l'Alitalia i tagli veri non li ha mai fatti. La loro inevitabilità spiega ancora, ma certo non giustifica, il nervosismo del sindacato.


Lettera aperta dei «ricercatori in fuga» italiani
sul forum del
Corriere della Sera

Dopo aver condotto negli ultimi mesi un intenso scambio d'idee sulla situazione dell'università e della ricerca italiana, poiché ci siamo trovati d'accordo su molti punti sostanziali, noi, ricercatori e professionisti operanti in università e organizzazioni straniere, abbiamo deciso di costituire ufficialmente l'Associazione degli studiosi italiani all'estero (Asiae). Tale associazione si basa esclusivamente sulla partecipazione volontaria di quanti, tra i ricercatori e professionisti italiani all'estero, i cosiddetti «ricercatori in fuga», desiderano dare il proprio contributo alla soluzione dei problemi dell'università italiana.

A tale riguardo, ci siamo trovati concordi sui punti seguenti:

1. Il sistema universitario italiano, così come si presenta attualmente, è non solo obsoleto, ma anche gravato da rilevanti vizi strutturali, tra i quali vanno segnalati, in particolare:

a. l'assenza di efficienti meccanismi di valutazione della produttività scientifica e dell'attività didattica degli atenei;

b. la mancanza di un controllo adeguato della resa dei finanziamenti erogati ai vari progetti di ricerca che valuti il rapporto tra fondi erogati e profitto in termini di produzione scientifica e/o valore per la società;

c. lo scarso coinvolgimento del settore privato nel sistema universitario;

d. la mancanza di controlli oggettivi per la selezione del personale strutturato a tutti i livelli;

e. i livelli inaccettabili di insoddisfazione degli studenti le cui opinioni sono molto marginali nei processi di valutazione della qualità dell'attività didattica degli atenei;

f. la scarsa definizione del ruolo del ricercatore, la cui possibilità di produrre conoscenza scientifica è fortemente limitata dal suo impiego in attività estranee alla ricerca e da ambienti accademici che ne deprimono la creatività e l'innovazione;

g. la carenza cronica di risorse e investimenti che collocano l'Italia agli ultimi posti tra i Paesi industrializzati per quanto riguarda la percentuale di prodotto interno lordo investita in ricerca e sviluppo.

Questi problemi sono, a nostro avviso, le cause principali dei risultati scadenti raggiunti dalle università italiane in termini produttività scientifica, con l'eccezione di pochissimi centri d'avanguardia. Questi stessi fattori sono inoltre responsabili della «fuga dei ricercatori» dalle università italiane alle università straniere e organizzazioni private.

2. Sono necessari interventi drastici sia di tipo legislativo che finanziario in tempi brevi, o la perdita di potenziale umano e di know-how scientifico porterà all'involuzione del sistema di produzione scientifica italiano con la conseguente perdita di qualsiasi ruolo significativo a livello internazionale: questo non solo sul piano scientifico, ma anche, date le strette connessioni esistenti tra la ricerca scientifico-tecnologica e il settore economico, sul piano della competitività economica internazionale.

3. Noi, studiosi e professionisti all'estero, ci appelliamo alle figure istituzionali del Paese, agli scienziati italiani e alla società civile affinché si realizzi un progetto di riforma finalizzato a migliorare la qualità e l'efficienza del sistema universitario italiano, attraverso le seguenti azioni:

a. stimolare la produttività scientifica degli atenei italiani attraverso un sistema di valutazione continua della qualità. La riforma dovrebbe introdurre elementi specifici di misurazione e classificazione della qualità degli atenei (ranking) attraverso lo sviluppo di indicatori misurabili, e riconosciuti a livello internazionale, in grado di quantificare il merito scientifico della loro produttività (esempio numero di peer-reviewed publications, impact factors, citation indexes, patents, international awards e honorary societies affiliations). Senza un sistema di valutazione di questo tipo, gli atenei italiani continueranno a disinteressarsi dei propri risultati in termini di efficacia ed efficienza;

b. creare un sistema di finanziamento basato sugli incentivi legati alla produttività degli atenei italiani. Il limite principale del sistema attuale è legato alla scarsa definizione dei criteri scientifici attraverso i quali si assegnano i finanziamenti. Non essendoci un piano di valutazione della produttività degli atenei basata su indicatori oggettivi, il metodo di finanziamento non è basato sul valore quantificato da opportuni indicatori di qualità. È invece urgente creare un sistema di incentivi finanziari che stimolino la produttività scientifica e la competizione fra atenei. Un sistema basato sui grants di ricerca, assegnabili agli atenei da commissioni credibili da un punto di vista etico e scientifico sulla base di specifici «calls for proposals», costringerebbe gli atenei a migliorare la produttività scientifica automaticamente. Le commissioni dovranno però essere composte da referees credibili, identificabili sulla base delle loro pubblicazioni su riviste specializzate peer-reviewed a livello internazionale. A questo proposito è fondamentale il ruolo della Commissione Europea nel garantire la trasparenza nelle attività di reclutamento dei referees e nell'assegnazione dei grants agli atenei.

c. ridefinire le modalità di reclutamento dei professori e dei ricercatori universitari, attraverso la valutazione del loro operato. Il reclutamento di professori e ricercatori dovrebbe essere lasciato alla discrezionalità delle singole università all'interno di un contesto di competizione e di meritocrazia, garantito dal sistema di valutazione continua della qualità degli atenei e dal sistema di finanziamento basato sugli incentivi. In particolare, le selezioni dei candidati dovranno avvenire in base a una valutazione basata su indicatori misurabili relativi ad almeno tre aspetti principali: a) la produzione scientifica; b) la capacità di insegnamento; c) la capacità di far ottenere grants all'università di appartenenza.

d. sviluppare forti legami di collaborazione con il mondo dell'industria. Il miglioramento della produttività scientifica, unitamente a forti sgravi fiscali, sarebbe fondamentale per attrarre finanziamenti dal mondo dell'industria il quale sarebbe a sua volta incentivato a fornire risorse in grants sulla base delle ricadute economiche dei risultati scientifici ottenuti. Questo aiuterebbe gli atenei a lavorare non solo su progetti di ricerca di base, ma anche su priorità di ricerca attinenti lo sviluppo tecnologico ed economico del Paese.

e. creare un sistema di valutazione della qualità dell'offerta didattica e un monitoraggio dei possibili episodi di violazione dei diritti degli studenti all'interno del sistema di valutazione continua della qualità enunciato al punto 3a;

f. definire in modo più specifico e adeguato il ruolo del ricercatore, sgravandolo da carichi di insegnamento estranei al suo ruolo e stimolandone la produzione scientifica attraverso una maggiore autonomia nell'esecuzione di progetti scientifici e nel reperimento di grants;

g. incrementare gli investimenti economici e le risorse umane al fine di rispettare le indicazioni fornite dalla Comunità Europea relativamente agli investimenti in ricerca e sviluppo e al numero di ricercatori per abitante.

4. In considerazione dei problemi principali del sistema universitario italiano (1a-1g) noi, studiosi e professionisti italiani operanti nelle università e organizzazioni straniere, riteniamo che sia necessario realizzare al più presto gli interventi suggeriti nei punti precedenti (3a-3g). Tali punti sono il risultato di un confronto proficuo con la normativa e la prassi dei sistemi accademici dei Paesi all'avanguardia nella ricerca e sviluppo a livello mondiale. Questi interventi, se realizzati in modo efficace, saranno in grado di promuovere la competizione fra gli atenei italiani (prerequisito indispensabile per il miglioramento della loro produzione scientifica) utilizzando la valutazione di qualità (ranking) e gli incentivi economici (grants) come indici di confronto. Il sistema di reclutamento dei professori e ricercatori universitari, problema comunque importante, è legato in modo forte ai due fattori sopra esplicitati. Riteniamo infatti che, in un clima di sana competizione e meritocrazia, gli atenei saranno necessariamente obbligati a reclutare i ricercatori migliori, residenti in Italia o provenienti dall'estero.

Chiunque voglia contribuire alla riforma del sistema universitario italiano, è invitato a sottoscrivere il presente documento. Chi volesse avere maggiori informazioni riguardo a questa iniziativa può rivolgersi a uno dei Coordinatori Asiae:

Paolo Bertoncello, University of Texas (Usa), e-mail: p.bertoncello@tin.it
Alessandro Biglioli, Ension Inc. (Usa), e-mail: biglio@earthling.net
Roberto De Vogli, University of California Los Angeles (Usa), e-mail: rdevogl@ucla.edu


  30 aprile 2004