
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 29 aprile 2004
"Alla Camera? Ho altro da fare"
Berlusconi non gradisce la prospettiva di riferire sull´Iraq in Parlamento
Barbara Jerkov su la Repubblica
ROMA - Un mese. Anzi: «Un mese e cinque giorni», come sottolinea in queste ore Casini rispondendo all´irritazione di Palazzo Chigi per la convocazione di Berlusconi decisa ieri a Montecitorio. Il premier dovrà presentarsi personalmente in Parlamento per riferire sull´Iraq e affrontare il voto su una mozione che chiede il ritiro immediato dei militari italiani «entro il 27 maggio». Un mese e cinque giorni, appunto.
Rientrando da Washington, ieri mattina, il vicepremier Fini ha espresso soddisfazione per i colloqui americani, ma anche pessimismo per le «difficoltà oggettive» di queste ore. Ecco, la baldanza dei giorni scorsi è scomparsa pure dai toni usati, sia in pubblico che in privato, dal presidente del Consiglio. Perciò, tanto più in questo momento, la prospettiva di doversi presentare davanti al Parlamento a rendere conto della guerra e degli ostaggi italiani, non piace affatto a Berlusconi.
«Ora come ora ho ben altro a cui pensare», raccontano che il premier abbia liquidato secco la convocazione partita ieri da Montecitorio.
In realtà, come non ha mancato di sottolineare Casini, accettando di rinviare di un mese il dibattito alla Camera, ed evitando di insistere perché il premier si presenti seduta stante, «l´opposizione ha dato prova di serietà e correttezza». «Né», ha messo in chiaro con i suoi il presidente della Camera, «il governo può sottrarsi in eterno al confronto parlamentare».
Così, è toccato al ministro per i Rapporti con il Parlamento, Giovanardi, mediare con Palazzo Chigi. Riferendo a Letta (instancabile tessitore in queste settimane di quella tela bipartisan che oggi Forza Italia nega essere mai esistita) e persuadendo Berlusconi che «è del tutto ragionevole che il presidente del Consiglio vada a riferire», e che «non siamo certo noi ad aver qualcosa da temere dal voto su una mozione, semmai l´opposizione, visto che Prodi ha già preso le distanze dalla sinistra più irresponsabile».
Indagato l´inviato di "Repubblica"
Il giornalista accusato di "procacciamento di documenti" relativi alla battaglia in cui vennero feriti 11 soldati
su la Repubblica
ROMA - La polizia militare della Brigata Ariete di stanza a Nassiriya ha aperto un´indagine nei confronti di Attilio Bolzoni, inviato di Repubblica nella città irachena. Bolzoni è accusato di «procacciamento di documenti» relativi alla «battaglia dei ponti» del 6 aprile scorso proprio a Nassiriya, in cui 11 militari italiani furono feriti e un numero imprecisato di iracheni vennero uccisi.
Bolzoni non nega di aver cercato di ottenere i documenti, ma sostiene che la richiesta non valicava i limiti del suo lavoro di cronista, ed è stata fatta apertamente all´addetto stampa della Brigata Ariete, tenente colonnello Giuseppe Perrone e al comandante del reggimento Bersaglieri Luigi Scollo. Secondo il giornalista, il procedimento è il frutto di una situazione sempre più tesa tra la stampa e i militari italiani a Nassiriya. Questi non avrebbero gradito gli articoli in cui si denunciava l´impossibilità da parte dei soldati italiani di controllare effettivamente la zona e il fatto che molte delle difese predisposte dai comandanti non fossero sufficienti a garantire la sicurezza degli uomini.
La Federazione nazionale della stampa (Fnsi) ha chiesto spiegazioni sull´accaduto al ministero della Difesa: «La vicenda di Bolzoni - dice il segretario della Fnsi Paolo Serventi Longhi - si inquadra nelle difficoltà che alcuni degli inviati a Nassiriya hanno registrato ultimamente nei rapporti con gli ufficiali responsabili del contingente. La solidarietà dei giornalisti del nostro Paese ai militari italiani impegnati in una così difficile missione non è naturalmente in discussione, occorre però sottolineare che i nostri colleghi inviati debbono poter svolgere con autonomia, e secondo i criteri della deontologia professionale, l´importante ruolo di informare i cittadini italiani».
Solidarietà a Bolzoni anche da parte del mondo politico. «La notizia dell´indagine nei confronti del giornalista getta una luce sinistra sul modo in cui le autorità italiane stanno cercando di occultare la verità sugli avvenimenti del 6 aprile scorso», sostiene il deputato dei Ds Pietro Folena
"Al governo con Sharon ma trattiamo con l´Anp"
Il leader laburista israeliano parla della possibilità di un esecutivo di unità nazionale con il Likud
Stefania Di Lellis su la Repubblica
ROMA - «La Road Map è viva» e Shimon Peres lotta per mantenerla tale. Oggi come capo dell´opposizione, ben presto probabilmente dalla poltrona di ministro in un nuovo governo Sharon, in Israele dato da molti per scontato e imminente. E mantenersi sulla strada tracciata dal Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue) è una delle condizioni che il premio Nobel per la pace porrà al premier. Lo spiega lui stesso a Repubblica durante una visita-lampo a Roma. Confermando così la disponibilità laburista a entrare nella squadra di Sharon se i partiti di ultradestra realizzeranno la minaccia di abbandonare il governo in disaccordo con il progettato ritiro da Gaza.
Tornerà presto ministro, dunque?
«Bisogna aspettare e vedere cosa accadrà. Il 2 maggio ci sarà il referendum del Likud sul piano-Gaza. Dopo, i partiti di governo valuteranno che fare, cioè se ritirarsi o meno dalla coalizione. Una cosa è chiara però: per appoggiare il ritiro dalla Striscia come membri del governo pretenderemo il rispetto di precise garanzie».
Quali?
«Il ritiro deve essere concordato con i palestinesi, in particolare con il premier Abu Ala. Non si può immaginare di lasciare un vuoto di potere a Gaza, sarebbe il caos. Sharon se ne renderà conto. Secondo, vanno valutate attentamente le conseguenze sulla popolazione: nella Striscia le condizioni economiche sono pessime e il ritiro unilaterale rischia di aggravare la situazione. Terzo, non ci si può ritirare da Gaza lasciando nel vago cosa accadrà in Cisgiordania: noi vogliamo un pieno ritiro anche dalla West Bank e la creazione di uno Stato Palestinese. In sostanza il disimpegno da Gaza deve essere iscritto nel percorso tracciato dalla Road Map».
Sharon si è detto del tutto sfiduciato sulla possibilità di un negoziato con i palestinesi, che è il fondamento della Road Map.
«L´Anp non fa abbastanza per tenere fede ai propri impegni, per far ripartire il dialogo. Arafat non agisce e così continua a danneggiare il suo popolo».
Come può allora immaginare di negoziare con l´Anp il ritiro da Gaza?
«Bisogna dialogare con Abu Ala».
Arafat non è più dunque un interlocutore neanche per lei?
«Arafat è un problema palestinese, non israeliano. Tanti a Gaza, in Cisgiordania sono stanchi del terrorismo, vorrebbero pace. Ma lui non usa i suoi 40 mila uomini della Sicurezza per fermare la violenza. Così la politica palestinese resta in balia di Hamas, di terroristi che hanno un´agenda di morte e non di sviluppo e prosperità».
Nei giorni scorsi Sharon ha detto di ritenersi sciolto dall´impegno preso con Bush di non colpire Arafat. Lei stesso si è detto d´accordo sulla possibilità di "spostarlo" da Ramallah a Gaza. Lo ribadisce?
«Se Arafat usasse finalmente le forze di sicurezza per fermare il terrorismo e se decidesse volontariamente di trasferirsi a Gaza, la situazione migliorerebbe».
Crede plausibile un suo trasferimento volontario?
«Secondo alcuni palestinesi potrebbe esserlo».
Dopo l´uccisione del leader di Hamas Rantisi lei ha sottolineato che Israele ha il diritto di difendersi. Appoggia dunque la politica delle "eliminazioni mirate"?
«Usare l´assassinio come metodo per eliminare un avversario politico non è accettabile. Ma il ricorso alla forza è necessario di fronte a una minaccia immediata. E questo era Rantisi: una minaccia immediata, il mandante di attacchi terroristici. Per questo ho fatto una distinzione rispetto all´assassinio dello sceicco Yassin, che invece era un leader religioso».
Cosa accadrà con la nuova leadership di Hamas?
«Non è un problema di leadership, è un problema di ideologia. Con l´Olp si può trattare perché i termini dello scontro vertono sul territorio, sulla politica. Hamas invece parte da dogmi religiosi e vuole soltanto annientare Israele. E´ l´essenza di Hamas a rendere impossibile la trattativa. E´ quello che accade con Al Qaeda. Voi trattereste con Al Qaeda?».
Islamici all'attacco in Thailandia, 112 morti
Scontri con le forze dell'ordine nel Sud del Paese. I guerriglieri hanno assaltato cinque stazioni di polizia, 107 sono rimasti uccisi
Paolino Accolla sul Corriere della Sera
BOMBAY Giovani, armati di spade e machete, vestiti di nero come ninja o con casacche islamiche verdi, i ribelli musulmani sono entrati in azione all'alba di ieri e hanno messo a ferro e fuoco il sud della Thailandia, attaccando stazioni di polizia e posti di blocco. Alla fine della giornata il tragico bilancio: 107 integralisti e cinque soldati morti in diversi scontri a fuoco. Ora la Thailandia si deve confrontare con il ritorno di un vecchio incubo: lo scontento di una piccola minoranza della popolazione che potrebbe portare all'insorgere di una guerriglia islamista.
In questa regione i musulmani pur essendo la grande maggioranza, l' 80% circa vivono dissociati dal resto del paese prevalentemente buddista. Per decenni hanno alimentato tendenze indipendentiste, che un'amnistia della fine degli anni Ottanta sembrava aver sopito ma che si sono drammaticamente riproposte all'inizio di quest'anno quando quattro soldati furono uccisi nell'attacco ad una base militare nella provincia di Narathiwat. Da allora sono stati compiuti altri attentati che hanno provocato la morte di 65 persone. Jakrapob ha ammesso la possibilità di « manovre politiche » tese a creare instabilità e confusione di comodo ai trafficanti, ma ha escluso ogni motivazione religiosa.
I musulmani del sud « sono pacifici e moderati » . E « non hanno la tendenza a legarsi ai cosiddetti gruppi estremisti islamici fuori dalla Thailandia » , ha dichiarato sicuro il portavoce, glissando su episodi di violenza e disordini che da gennaio nella regione hanno fatto oltre 150 morti.
Senza contare quelli delle violenze di ieri, culminate nell'assedio delle forze della sicurezza alla moschea di Krue Se, dove decine di assalitori si erano rifugiati e dove 38 di loro sono rimasti uccisi.
In realtà crimine organizzato e risentimento religioso vanno insieme, hanno sottolineato alcuni editorialisti, sostenendo che al fine di creare confusione, i baroni della malavita cercano in ogni modo di soffiare sul fuoco dello scontento della minoranza musulmana, aizzando i giovani.
I difensori dei diritti civili però accusano il governo di non aver saputo soddisfare il disagio locale, lasciando che questo lievitasse in un montare di piccole e meno piccole ma quotidiane violenze. A suonare l'allarme, affermano, doveva almeno essere la serie di incendi che la scorsa settimana in una sola notte ha distrutto o gravemente danneggiato 50 edifici del governo.
Siria, mistero sul blitz un arsenale a Damasco
Trovati armi e munizioni in un covo dopo l´attacco all´ex sede Onu
(a. s.) su la Repubblica
GERUSALEMME - La pax siriana, quel cocktail di nazionalismo arabo, autoritarismo ed egualitarismo socialisteggiante, che ha permesso a un regime minoritario di sopravvivere per circa 30 anni tra insidie d´ogni tipo, sembra in pericolo. All´indomani della battaglia esplosa nel quartiere diplomatico di Damasco tra un gruppo di quattro terroristi e le forze di sicurezza, l´unica certezza è che due degli assalitori sono stati uccisi, assieme a un poliziotto e a una passante, ed altri due sono stati feriti e catturati. Un arsenale è stato trovato alla periferia di Damasco. Ma quale sia l´identità politica o anche soltanto anagrafica degli aggressori e da chi abbiano ricevuto l´ordine di colpire nel cuore della capitale siriana, non è dato sapere.
L´attacco alla cittadella diplomatica di Damasco ha immediatamente provocato una stretta ulteriore nelle misure di sicurezza. Testimonianze dalla capitale raccontano di posti di blocco nelle principali arterie e massiccia presenza di polizia nel suk e in vicinanza dei grandi monumenti. Fortissima deve essere stata la sorpresa dei siriani, se si pensa che del mantenimento della legge e l´ordine, anche a costo di ridurre fortemente le libertà individuali, il regime degli Assad, padre e figlio, ha fatto un pilastro del suo programma politico.
L´attentato resta una dimostrazione inconfutabile che il regime siriano ha molti nemici sia interni che esterni. Difficile dire se ai tanti nemici della Siria si debba aggiungere anche al Qaeda come suggerisce l´ambasciatore di Damasco a Washington. Assumendo, per ipotesi, che i servizi segreti siriani abbiano collaborato con gli americani nella Guerra al terrorismo e potrebbero aver collaborato con i giordani per smascherare la cellula di Al Qaeda che voleva far saltare Amman uccidendo decine di migliaia di persone, allora si può immaginare che gli attentatori del quartiere diplomatico volessero punire la Siria per questi «sbandamenti» dalla tradizionale linea filo-araba. Ma finché, dell´attentato di Damasco non se ne saprà di più questa rimane soltanto un´ipotesi.
Resi pubblici gli atti sulle stragi nazifascite in Toscana
redazione de l'Unità
La Commissione che indaga sui motivi dell'occultamento dei fascicoli sulle stragi nazifasciste ha deciso di rendere pubblici gli atti - tutti archiviati per impossibilità di individuare i responsabili - che riguardano 14 eccidi avvenuti in Toscana ad opera dei militari tedeschi che uccisero più di 450 civili, tra i quali donne, vecchi e bambini. I massacri avvennero a Lucca, Arezzo, San Miniato, Padule di Fucecchio, Massarosa, Camaiore, Guardistallo, Vallucciole (frazione di Stia), San Terenzio Monti, Bardine di San Terenzio. Nel solo eccidio di Fucecchio furono trucidati 178 abitanti, 108 a Vallucciole, 53 a Bardine, 62 a San Miniato.
Su queste stragi, nella sala stampa della Camera, saranno fornite maggiori indicazioni dal capogruppo Ds in Commissione, Carlo Carli, dal senatore Ds Giovanni Brunale e dagli storici Paolo Pezzino e Lutz Klinkhammer, consulenti della Commissione presieduta da Flavio Tanzilli (Udc).
Nascosti a Palazzo Cesi in quello che è passato alla storia come «l'armadio della vergogna» - dove nel 1994 il procuratore militare di Roma Antonino Intelisano trovò, per caso, 695 fascicoli di crimini di guerra mai perseguiti - c'erano altri 202 fascicoli che riguardavano, invece, reati comunicati nell'immediato dopoguerra alla magistratura ordinaria e per i quali si avviarono procedimenti contro civili italiani, tra i quali alcuni appartenenti alla Repubblica di Salò. La circostanza è emersa nell'audizione della Commissione parlamentare che deve fare luce sull'occultamento dei faldoni sulle stragi nazifasciste, durante la quale sono stati ascoltati Giuseppe Scandurra (procuratore generale militare presso la Cassazione) e Vindicio Bonagura (procuratore generale militare presso la Corte di Appello). In proposito Bonagura (parlando al termine della sua audizione che è stata criptata) ha ricordato di essere stato incaricato - dopo la scoperta dell'archivio segreto di Palazzo Cesi - di fare una «ricognizione della documentazione rinvenuta solo al fine di individuare il luogo dove avvennero i reati e trasmettere la notizia all'autorità giudiziaria competente».
Questa trasmissione non fu effettuata per quanto riguarda questi ultimi 202 fascicoli perché - ha chiarito Bonagura - «le denunce che contenevano erano già state inoltrate alla magistratura ordinaria subito dopo la guerra, come attestato dal foglietto di accompagnamento contenuto in ogni faldone.
Altri particolari sui 202 fascicoli sono stati resi noti dal pg Scandurra che ha parlato ai margini della sua audizione (anche questa criptata). «Per quelle denunce ci sono stati circa 50 processi, tutti a carico di civili - ha detto - che solo in qualche caso si sono conclusi con la sentenza e in molti casi senza l'accertamento di responsabilità». I delitti denunciati erano vari: eccidi, rapine, furti, omicidi avvenuti «soprattutto in Lombardia e lungo la "linea gotica"». Ad avviso di Scandurra la decisione di procedere nel dopoguerra solo contro i civili italiani (tra i quali alcuni repubblichini) e non contro i militari tedeschi fu motivata dal fatto «che era difficile avere notizie sui tedeschi, ad esempio a quale reparto appartenevano e da chi erano comandati».
Early warning di Bruxelles all'Italia
Le raccomandazioni della Commissione all'Ecofin: il deficit pubblico non deve superare il 3% del pil. Gli ammonimenti per Portogallo, Olanda e Gb.
Antonio Pollio Salimbeni (agenzia Radiocor) su Il Sole 24 Ore
Cosa succede dopo il warning
Le nuove previsioni per l'economia europea
COMMENTO / Così reagiranno i mercati finanziari
L'ANALISI / Nel mirino dell'Europa
Bollettino Bce: incertezza sulla ripresa
Come funziona il Patto di stabilità
DOCUMENTI 1 / Le previsioni di primavera della Ue
DOCUMENTI 2 / I programmi di stabilità e convergenza Ue
BRUXELLES. La Commissione Ue ha dato formalmente il via libera all'allarme preventivo (early warning) nei confronti dell'Italia per evitare il rischio che il deficit/pil nel 2004 superi la soglia del 3%.
I programmi di bilancio «sono stati ricorrentemente fondati su assunzioni di crescita più che ottimistiche» e c'è preoccupazione per «la prevista interruzione della riduzione del debito pubblico». L'indicazione è un taglio del deficit pubblico quest'anno di almeno lo 0,5% con misure «permanenti» (pari a circa 7miliardi di euro). Saranno i ministri dell'economia nella riunione Ecofin dell'11 maggio a pronunciarsi sull'allarme preventivo.
La Commissione europea rileva che «l'early warning è uno strumento preventivo del Patto di stabilità per aiutare il paese interessato a prendere misure di bilancio addizionali e così evitare di trovarsi in una posizione di deficit pubblico eccessivo».
Per il 2004 la Commissione europea (a politiche invariate) prevede un deficit/pil al 3,2% contro un obiettivo del 2,2% contenuto nel programma di stabilità aggiornato del 2003 e dello 0,6% nel programma 2002. Di qui la «significativa divergenza» tra obiettivi indicati e i risultati effettivi o previsti.
Il deficit pubblico in termini strutturali è previsto deteriorarsi dello 0,7% del pil nel 2004. Il debito pubblico resta al 106% «ed è il più elevato dell'eurozona», di qui la preoccupazione di Bruxelles. «Senza operazioni straordinarie il ratio debito/pil si sarebbe ridotto in misura minima dal 2001».
L'etichetta è intelligente e controlla la nostra vita
Beppe Severgnini sul Corriere della Sera
« Etichette intelligenti » che rendono possibile il controllo delle persone attraverso i prodotti.
« Tecniche di localizzazione » che utilizzano chip sotto la pelle. Il garante per la riservatezza, Stefano Rodotà, si dice preoccupato. Il resto degli italiani è invece tranquillissimo. L'unica « tecnologia delle radiofrequenze » che ci interessa è quella del cellulare.
Se c'è campo, ci dichiariamo soddisfatti.
Un'affermazione paradossale? No, purtroppo.
Le società moderne si preoccupano degli attacchi esterni e plateali ( terroristi, assassini seriali, avvelenatori), e ignorano quelli interni e silenziosi, che possono non essere meno pericolosi.
Le nuove tecnologie non sono dannose, anzi è vero il contrario: ma vanno accettate e discusse una ad una.
Bisogna evitare il luddismo e l'allarmismo. Però è bene che lo ficchiamo in testa: chi ha cattive intenzioni, oggi, conta sulla nostra pigrizia e sul nostro disinteresse ( non vale solo per la tecnologia e il commercio: è una vecchia astuzia del potere). Non so se le « etichette intelligenti » che sostituiranno i codici a barre ricordate? qualche anno fa sembravano il marchio della modernità siano davvero intelligenti o piuttosto stupide. A certe condizioni, probabilmente, sono utili. Per rintracciare alcuni medicinali, ad esempio. Ma è bene sapere che consentiranno anche di localizzare il malato che li usa.
Questo potrebbe essere un compromesso accettabile: tocca a noi decidere. Ma è accettabile per usare le parole di Rodotà che « il corpo umano possa essere predisposto per essere seguito e localizzato permanentemente » ? Non parliamo di braccialetti elettronici prototecnologia! ma della possibilità di inserire sotto la pelle un chip che permette la localizzazione, magari di persone rapite, criminali o detenuti in libertà provvisoria. Ci va bene? D'accordo. Ma ripeto: siamo noi a dover capire e approvare le novità. Non qualcuno che sorride dentro una pubblicità.
« Una società Usa ha raccontato ieri il garante ha presentato il servizio VeriPay: un chip sotto la pelle funzionerà come una carta di credito, rendendo più veloci i pagamenti » . Grande idea! Non potremo più dire d'aver dimenticato a casa il portafoglio. Ma quando scade, il rinnovo si farà in banca o in anestesia locale?
Se il corpo diventa una password
Il garante della privacy: "Con la biometrica cambiamenti sui quali bisogna vigilare"
Umberto Galimberti su la Repubblica
Nella Colonia Penale, Kafka racconta di un ufficiale che minuziosamente spiega «la macchina per scrivere la legge». E all´interlocutore che chiede se il condannato conosce la sentenza che lo riguarda, l´ufficiale risponde: «È inutile comunicargliela, tanto la conoscerà sul proprio corpo».
Da sempre il corpo è superficie di scrittura atta a ricevere il testo visibile della legge che la società detta ai suoi membri.
Ogni suo tratto è una traccia indelebile, un ostacolo all´oblio, un segno che fa del corpo una «memoria». Ma dire «memoria» oggi vuol dire consegnare il corpo alla tecnica informatica che, oltre alle impronte digitali, può rilevare quelle retiniche, quelle vocali e persino quelle olfattive. Può misurare la distanza che intercorre tra le nostre dita divaricate, nonché la cadenza della nostra andatura.
Il corpo ci rivela. E la tecnica può rapirci quanto di più intimo, di più nostro, di più segreto custodiamo come riferimento ultimo della nostra identità. Potremo avere passaporti che raccolgono in un microchip tutti questi dati. Finiremo con l´essere, come da sempre siamo, sconosciuti a noi stessi, ma trasparenti a chiunque voglia saper tutto di noi. La nostra identità dovrà piegarsi alle esigenze di identificazione.
Ieri il Garante della privacy, nella sua relazione annuale, ha denunciato con parole forti questo pericolo, mettendo in guardia dalla possibilità di ridurre il nostro corpo a una password che rende accessibile a tutti la nostra identità, catturata in quell´unico recesso che non possiamo nascondere: la nostra fisicità.
Tra corpo e tecnica c´è sempre stata una tresca segreta. L´uomo si è distinto dall´animale proprio per la capacità di accrescere le possibilità del suo corpo con la strumentazione tecnica, a cui ha conferito prima il potenziamento della vista, dell´udito, della deambulazione, poi la riduzione dell´estensione dello spazio e del tempo, quindi il potenziamento della memoria. Oggi, con le possibilità messe a disposizione dall´informatica, il corpo sta consegnando alla tecnica anche il potere di controllo che riduce la nostra fisicità a superficie di scrittura, dove è possibile leggere la nostra identità ormai indifesa.
Libri antichi da sfogliare in Rete
senza l'ansia di danneggiarli
A mettere su Internet i volumi è stata la British Library. Ci sono fra gli altri il quaderno di appunti di Leonardo da Vinci e il manoscritto più antico del mondo vergato su pergamena.
Barbara Ardù su la Repubblica
Non è proprio come avere tra le mani un manoscritto antico, ma forse è meglio. Non c'è l'ansia di doverlo maneggiare con cura, di sentire, al tatto, lo scricchiolio delle pagine ingiallite dal tempo, tanto delicate da rischiare di sbriciolarsi. Rimane invece l'emozione di aprire il libro, di sfogliarne le pagine, una alla volta, di soffermarsi su disegni, scritti e particolari. Di ingrandirli, se necessario, di tradurne il contenuto, che per i più è di difficile lettura.
Basta un clic del mouse per poter ammirare quasi fossero dal vivo, dieci dei più antichi libri della storia, conservati dalla British Library. Fino a ieri erano consultabili solo dagli addetti ai lavori e solo dopo un accurata selezione. Da oggi sono su Internet. Sono i primi, altri ne seguiranno.
I facsimile messi in Rete sono talmente realistici da dare la sensazione di tenere veramente tra le mani un tesoro. Ma soprattutto si possono sfogliare partendo dalla copertina. Il primo, nell'ordine deciso dalla British Library, è un quaderno di appunti di Leonardo da Vinci. Sulla prima pagina non ci sono intestazioni, la carta è diventata scura col tempo, gli angoli sono arrotondati, le pagine irregolari.
Con la lente di ingrandimento si possono invece osservare i singoli dettagli, le macchine di Leonardo in questo caso. Ma ci sono anche particolari che sarebbero poco visibili a un occhio distratto e che invece emergono proprio nell'ingrandimento. Come il senso di gioia che emana dal viso del diavolo e delle donne che tormentano Sant'Antonio, in un disegno contenuto in un libro della fine del 1400 appartenuto alla duchessa Sforza.
Sono otto gli altri volumi che è possibile sfogliare virtualmente. C'è il "Luttler Psaltler", uno dei più famosi manoscritti medioevali, che illustra con disegni e scritti la vita quotidiana nel XIV secolo. Da sfogliare c'è il manuale di anatomia scritto agli inizi del 1500 da Andrea Vesalius, ventottenne professore di medicina all'università di Padua. Il volume, che venne pubblicato nel 1543, è un tomo di 600 pagine con dettagli e centinaia di illustrazioni del corpo umano. E' considerato uno dei lavori più importanti della medicina occidentale.
E c'è, soprattutto, quello che è considerato il più antico libro del mondo, il "Diamond Sutra", un testo centrale del buddismo indiano che risale all'868. E' su un rotolo di pergamena arrotolato su due listarelle di legno. Lo si può leggere facendola scorrere. E a guidarla è ancora una volta il mouse.
29 aprile 2004