
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 28 aprile 2004
Bombardamenti Usa in Iraq. Catena di attentati a Damasco
Bremer: in due mesi ricostruiremo tutto La Croce rossa in visita da Saddam
sommario de la Repubblica
BAGDAD - Attacco alle roccheforti dei ribelli iracheni. Le forze americane hanno lanciato operazioni notturne prima contro la città sciita, feudo di Al Sadr: negli scontri vi sarebbero state almeno 64 vititme tra i miliziani dell´imam; tregua saltata ancora una volta nella cittadina sunnita di Falluja dove sono entrati in azione caccia ed elicotteri Usa e dove è saltato l´esperimento delle pattuglie congiunte iracheno-americane. Il capo dell´Autorità civile provvisoria Paul Bremer ha affermato che, dopo gli scontri, Falluja verrà ricostruita in 8 settimane. E, mentre l´inviato dell´Onu Brahimi si dice ottimista su un accordo entro maggio per la formazione d´un nuovo governo a interim che sostituisca la Coalizione e ponga fine all´occupazione entro la data del 30 giugno, inviati della Croce rossa hanno di nuovo incontrato il prigioniero Saddam.
Ieri sera attacco terroristico a Damasco. Le forze di sicurezza siriane avrebbero ingaggiato scontri con un gruppo d´attentatori in azione nel quartiere diplomatico della capitale.
TOLLERANZA
L'altro Islam
Magdi Allam sul Corriere della Sera
Il bambino iracheno Halim Nawaf. La bambina saudita Wajdan Naser. Due piccole vittime dei recenti odiosi attentati terroristici a Bassora e a Riad. Le immagini del loro candido sorriso commuovono e scuotono le coscienze degli arabi. Per la prima volta si levano delle voci illuminate e coraggiose non soltanto contro questo terrorismo che vede dei musulmani massacrare altri musulmani, ma contro il terrorismo tout court . Si dice, in modo chiaro, basta all'ipocrisia che vorrebbe attribuire a Israele e all'America la responsabilità di tutti i mali dell'Islam. Si denuncia, in modo inequivocabile, il marcio che si annida nelle menti e negli animi dei burattinai del terrorismo. Si respinge, in modo categorico, la tesi dello scontro tra le civiltà, sollecitando l'affermazione di una cultura del dialogo, della tolleranza e della pacifica convivenza.
Tutto ciò sta avvenendo all'interno stesso del mondo arabo, nei media arabi, in lingua araba, a beneficio dell'opinione pubblica araba. E' vero che a tutt'ora restano delle voci isolate. Che rischiano di rimanere emarginate, soffocate poco dopo l'ondata emotiva del trauma degli attentati.
Voci che andrebbero invece aiutate a consolidarsi e a diffondersi. Un tentativo che si propone il convegno «Lumi dall'Islam contro il fondamentalismo», che si terrà venerdì all'Istituto di cultura italiano di Bruxelles, in collaborazione con la Fondazione Corriere della Sera.
«Altro che scontro di civiltà, questi terroristi vogliono il potere, vogliono trasformare l'Iraq in un nuovo Afghanistan dei Talibani - taglia corto Abdel Rahman al-Rashed, editorialista e ex direttore del quotidiano saudita Asharq al Awsat -. Se oggi gli americani abbandonassero l'Iraq, esploderebbe una guerra civile che si protrarrebbe per vent'anni. Sarebbe come emettere una sentenza di morte nei confronti degli iracheni. Abbandonandoli alle volpi politiche e alle milizie affamate di potere. In una parola sarebbe una catastrofe».
Lo scrittore del Qatar Abdel Hamid al-Ansari è più che mai deciso: «Dico ai fautori della moderazione e del compromesso che è giunto il momento di smetterla con la litania dell'oppressione americana e delle condizioni di oppressione e di assenza delle libertà. Il terrorismo non ha nulla a che fare con queste motivazioni e cause. Il terrorismo è un'ideologia aggressiva che odia la vita e le persone, che si radica in menti e animi squilibrati e frustrati».
A suo avviso l'offensiva del terrore che abbraccia sia gli attentati di New York e Madrid sia le stragi in Iraq e in Arabia Saudita, è «la punta dell'iceberg che cela il marcio presente nel mondo arabo». Andiamolo a vedere. L'ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo del mondo arabo offre dei dati inquietanti. Settanta milioni di persone, un quarto degli arabi, vive al di sotto della soglia della povertà, vale a dire con meno di due dollari al giorno. Ciò significa che in vent'anni questa fascia di popolazione è aumentata del 40%, evidenziando il logoramento del ceto medio. Il Prodotto nazionale lordo dell'insieme dei 22 Paesi arabi è inferiore a quello dell'Italia. Sessantacinque milioni di adulti, pari al 40% del totale, sono analfabeti. Solo il 3,5% delle donne sono presenti in Parlamento, una percentuale inferiore a quella dell'Africa centrale e meridionale. Il 51% dei giovani vorrebbe emigrare in Occidente. Oltre 15 mila medici sono riparati all'estero tra il 1998 e il 2000. L'insieme dei libri tradotti in arabo in tutti i Paesi arabi è inferiore a 10 mila, che corrisponde al totale delle opere che ogni anno in Spagna vengono tradotte in spagnolo.
Dati oggettivi che accompagnano e spiegano questa stagione di oscurantismo e di fanatismo che caratterizza il mondo arabo. E che, per esempio, ha messo in seria difficoltà Sawsan al Omri, maestra in una scuola elementare di Gedda, quando una sua allieva le ha chiesto a bruciapelo: «Maestra, i giovani che si sono fatti esplodere due giorni fa a poca distanza dalla nostra scuola provocando un gran numero di morti, che fine hanno fatto? Andranno all'Inferno o in Paradiso? Sono dei terroristi o dei martiri?».
Nemmeno gli intellettuali arabi riescono a infrangere il tabù di Israele. Nessuno si spinge al punto di denunciare apertamente gli attentati terroristici che massacrano gli israeliani. I media arabi sono allineati nel definire i kamikaze palestinesi dei «martiri». Forse un'eccezione è la voce di Hani Nashqabandi, direttore della rivista femminile Sayyidati , che ha così titolato un suo commento al discusso film La passione di Mel Gibson: «Gli ebrei sono innocenti!». La sua tesi è che «se la mitizzata lobby ebraica non è riuscita a impedire la produzione di un film che li denuncerebbe come deicidi vuol dire che noi arabi dobbiamo ricrederci. Dobbiamo prendere atto che il mito di una lobby ebraica che dominerebbe il mondo è una grossa bugia. Una bugia che noi arabi continuiamo a inculcarci. Dobbiamo probabilmente confessare che, se noi siamo odiati nel mondo, ciò si deve al fatto che siamo noi i primi a odiare noi stessi. Siamo noi che non siamo in grado di gestire la nostra vita. E che probabilmente preferiamo il divertimento e il gioco del calcio alla causa palestinese!».
Lo scenario più nero: un sequestro lungo
Il governo diviso sulla trattativa. C'è chi la ritiene ancora possibile, e chi teme un nuovo "caso Moro"
Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica
DAVVERO c'è spazio per una trattativa? Davvero c'è un "qualcosa" che possa essere concesso senza piegare le scelte di politica estera del governo e soddisfare i sequestratori degli italiani favorendo la liberazione degli ostaggi? Sono le due domande che il video consegnato dai terroristi ad Al Arabiya fa scivolare sul tavolo del governo e della maggioranza.
Da due settimane i "tecnici" (intelligence, diplomatici) di Palazzo Chigi - una ristrettissima unità di crisi - ritengono che ci sia spazio per una trattativa. Considerano il sequestro degli italiani alla pari del sequestro delle decine di occidentali, registrato in aprile nei dintorni di Bagdad o lungo l'autostrada che collega la capitale irachena a Falluja. Con questa premessa ambasciatori e agenti segreti sono al lavoro per individuare il "canale giusto" per giungere allo sconosciuto gruppo che si definisce "Brigate verdi di Maometto".
Il "bandolo", come lo definiscono a Palazzo Chigi, passa dal Consiglio degli Ulema e dai teologi fin dentro la città di Falluja assediata. Il luogo della trattativa è nelle moschee. Qui, nei luoghi di preghiera, gli Ulema difendono la necessità di non punire un Paese straniero disponibile a offrire alla gente della "città martire" aiuti umanitari e magari risorse per la ricostruzione. Senza escludere che, a quella ricostruzione, possano accedere con un ruolo primario anche imprese irachene.
E' la proposta che nei primi giorni del sequestro, e comunque nelle ore successive all'assassinio di Fabrizio Quattrocchi, incontra molto consenso tra i mediatori iracheni. Il discorso appare convincente. La buona accoglienza delle offerte rappresentate dalla nostra diplomazia lascia fiorire il precipitoso ottimismo che travolge pubblicamente il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, il ministro della Difesa, e che addirittura conquista il quartier generale del Sismi a Forte Braschi. Si mostra di attendere la notizia della liberazione dei tre ostaggi.
E' una strategia che dà per scontate un paio di cose. La prima è che il sequestro degli italiani abbia la stessa natura - più "operativa" che politica - dei rapimenti di russi, cinesi, giapponesi, francesi, cechi, svizzeri. Dunque, azioni che vogliono soprattutto allentare la pressione dei marines americani nelle strade di Falluja. E' una rappresentazione della crisi che non soddisfa tutti coloro che sono seduti al tavolo della crisi.
C'è a Palazzo Chigi, e tra i partiti che sostengono la maggioranza, chi invita a valutare con più attenzione che l'obiettivo politico delle "Brigate verdi di Maometto", quale che sia la loro formazione (sunniti; sunniti e wahabiti; sunniti e baathisti). Chiamiamolo il "partito dei democristiani".
Ne fanno parte, a cominciare naturalmente dal ministro degli Interni Giuseppe Pisanu, coloro che guardano al sequestro di Bagdad con l'esperienza del rapimento del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Ragionano: se l'obiettivo è politico - il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq, uno strappo tra Roma e Washington - non ci sarà una trattativa che possa concludersi con un esito positivo. La trattativa è, per i sequestratori, soltanto lo strumento che utilizzeranno per vedere riconosciuto il loro ruolo politico, per tenere sotto pressione l'opinione pubblica italiana, per dividerla, per isolare il governo e le sue scelte dall'opinione pubblica.
Chi sostiene a Palazzo Chigi la prevalenza del valore politico del sequestro sulla "necessità operativa" è molto inquieto. Immagina nuove sortite mediatiche delle "Brigate", nuovi "colpi di teatro", nuove richieste. Non importa quanto congruenti. Comunque capaci di tener alta la pressione, di alzare - quale che sia lo stato della trattativa in corso sul terreno iracheno - sempre più alto, ancora più in alto. In un crescendo che renda impossibile al governo non fare quel passo che isoli sul teatro di guerra Stati Uniti e Inghilterra, e nel consesso internazionale Bush e Blair.
In questa pessimistica previsione dei giorni che verranno, nessuno ancora azzarda (se non sottovoce, per il momento) lo scenario più nero: uno stillicidio di richieste e minacce videotrasmesse che "frolli" il nostro Paese per quattro settimane (nessuno sembra credere all'ultimatum del Primo maggio) per raggiungere il suo acme nei primi giorni di giugno quando George W. Bush sarà in Italia, e le elezioni alla vigilia.
Sharon: "La road map è morta"
Il premier israeliano in un´intervista televisiva: "I palestinesi non tengono fede agli impegni. Procedo da solo". Domenica referendum nel Likud sul ritiro dalle colonie
su la Repubblica
GERUSALEMME - «La road map è morta». A dichiarare il fallimento del piano di pacificazione del Medio Oriente è stato Ariel Sharon in persona, in un´intervista trasmessa ieri sera dal secondo canale della tv israeliana. Uno dei punti più significativi del progetto sostenuto dalla comunità internazionale era la fondazione di uno stato palestinese indipendente entro l´anno 2005, contestualmente a garanzie per la fine degli attentati terroristici contro Israele.
«Avrei preferito negoziare un accordo» con i palestinesi, ha detto il primo ministro, «ma diversi mesi fa mi sono reso conto che non è possibile far compiere progressi alla road map, perché i palestinesi non tengono fede ai loro impegni». Così avrebbe deciso di procedere da solo. Fra le misure unilaterali c´è il disimpegno israeliano dalla striscia di Gaza e lo sgombero di tutti gli insediamenti di coloni ebrei da quel territorio.
In serata il premier aveva smentito la notizia riferita dalla versione on-line del quotidiano Haaretz, secondo cui avrebbe minacciato di dimettersi in caso di sconfitta nel referendum indetto per domenica prossima tra i 200 mila iscritti al Likud sul suo piano di ritiro unilaterale. «Non si dimetterà, perché non perderà», ha spiegato un alto funzionario governativo alla Reuters. Secondo gli ultimi sondaggi il 59 per cento del partito è a favore, e il 39,5 per cento contro.
Marcello Dell´Utri condannato per tentata estorsione
Milano, due anni al senatore di Forza Italia per una vicenda di sponsorizzazioni sportive quando era presidente di Publitalia 80
(an.ca.) su la Repubblica
MILANO - Due anni di carcere. Il senatore di Forza Italia, Marcello Dell´Utri, è stato condannato per tentata estorsione aggravata contro Vincenzo Garraffa, ex parlamentare e presidente della società sportiva Pallacanestro Trapani. Anche Vincenzo Virga, complice di Dell´Utri e affiliato di Cosa nostra, è stato condannato alla stessa pena. Il tentativo di estorcere denaro a Garraffa (il 50% di un contratto di sponsorizzazione, una cifra pari a 400mila euro) risale ai primi anni Novanta ed è stato scoperto durante il procedimento in corso a Palermo. Trasferita a Milano per competenza, questa parte di inchiesta è stata assegnata al pm Maurizio Romanelli che per Dell´Utri e Virga aveva chiesto una condanna a 2 anni e 6 mesi. Il capo d´accusa formulato dalla Procura chiedeva la condanna di Dell´Utri «per aver posto in essere, nella qualità di presidente della società Publitalia 80, interponendosi tra l´associazione sportiva Pallacanestro Trapani e la società Birra Messina del gruppo Dreher-Heineken, una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà». Dell´Utri avrebbe usato anche Virga, rappresentante del mandamento di Trapani, per costringere Garraffa a pagare.
I difensori di Dell´Utri hanno annunciato che ricorreranno contro la sentenza. «Esprimo sorpresa e delusione - ha commentato Dell´Utri - per come è stata affermata la mia responsabilità per un fatto che non è frutto solo delle fantasie di un millantatore. I tribunali non sono ancora organizzati per cercare e affermare la verità».
Avviso all´Italia, la Bce approva
Sì della Banca all´early warning che la Commissione Ue proporrà oggi per noi, inglesi e olandesi
Andrea Tarquini su la Repubblica
BERLINO - La Banca centrale europea boccia l´Italia sui conti pubblici, proprio mentre la Commissione si accinge a inviare oggi l´early warning a Roma per il cattivo andamento del deficit corrente. Nel suo rapporto annuale, presentato ieri a Francoforte dal presidente Jean-Claude Trichet, la Bce esprime un impietoso, esplicito pessimismo sulle prospettive di risanamento dei conti pubblici del nostro paese. E appoggia la linea dura di Bruxelles ricordando che il rispetto del Patto di stabilità è fondamentale per il futuro dell´unione monetaria e per le stesse prospettive della congiuntura nel vecchio continente. La fermezza di Trichet ha subito rafforzato sui mercati l´euro, salito in serata a 1,19 sul dollaro.
«E´ improbabile che Italia, Grecia e Portogallo riescano nell´obiettivo dichiarato di ridurre il proprio disavanzo di mezzo punto percentuale sul prodotto interno lordo nel 2004», ammonisce infatti il rapporto. Trichet ha presentato in persona il documento, prima di volare a Bruxelles per affiancare il nuovo commissario europeo alla stabilità, Joaquin Almunia, che al suo primo appuntamento pubblico nella nuova funzione (è appena succeduto a Pedro Solbes dopo il cambio di maggioranza a Madrid) ha ufficialmente annunciato l´invio oggi dell´ealry warning a Italia, Olanda e Gran Bretagna.
La procedura di early warning europea parte dunque oggi, i conti pubblici italiani passano sotto la vigilanza di Bruxelles. Siamo tra i sorvegliati speciali, esortati da Trichet a «serie, profonde, urgenti misure di risanamento». Mentre Almunia ha avvertito che i paesi interessati dagli squilibri più gravi nei conti pubblici «devono avviare nel 2004 serie misure correttive». La sorveglianza accentuata dello stato delle pubbliche finanze dei paesi della eurozona è la prima priorità dell´esecutivo europeo, ha aggiunto il commissario spagnolo.
I paesi messi all´indice, ha spiegato ancora Trichet, devono varare misure correttive «in modo deciso e continuativo», perché le loro attuali politiche fiscali non saranno sufficienti a garantire tagli al deficit. Mentre la Bce non ha nulla da rimproverarsi: la sua politica di tassi bassi e costanti aiuta lo sviluppo. Le condizioni per la ripresa ci sono, «i governi nazionali devono sostenerle con il rigore di bilancio e con le riforme di struttura», dal Welfare alle pensioni.
Giovani, uno su quattro è razzista
Una ricerca dell'università La Sapienza commissionata dall'Unione delle Comunità ebraiche italiane
Fabio Isman su Il Messaggero
ROMA In un ragazzo italiano su quattro, di quelli tra i 14 e i 18 anni, cova il germe virulento del razzismo; ma ben 42 giovani su cento accettano assai poco, o per nulla, le differenze culturali. Il livello dell'intolleranza è massimo nel profondo Nord (con un aumento di dieci punti percentuali sulla media del Paese), e invece minimo nelle aree urbane del Sud Italia; s'accentua in chi politicamente si colloca a destra, e diminuisce (ma non sempre) quando la cultura si accresce. Spesso, nasce da antichi pregiudizi; e sacche ostili si manifestano anche dove è assente l'oggetto dell'ostilità. L'intolleranza colpisce, in generale, coloro che sono diversi da noi. Più di tutti, ne sono vittime gli zingari. Poi, in sequenza, i testimoni di Geova; gli slavi; gli arabi; gli ebrei e i musulmani (secondo certi indici, assolutamente appaiati); gli asiatici e gli africani.
Sono i primi dati di una ricerca commissionata, grazie ai proventi dell'otto per mille, ai sociologi della Sapienza dall'Unione delle Comunità Ebraiche italiane, e diretta da Enzo Campelli; alcuni risultati sono stati presentati alla Biblioteca della Camera, e delineano un quadro «non particolarmente confortante, che indica quanti sforzi dobbiamo ancora compiere», come dice il Presidente della Camera stessa, Pier Ferdinando Casini; Amos Luzzatto, che presiede l'Unione delle Comunità, aggiunge: «E' tempo di proposte operative e di provvedimenti; al più presto ne elaboreremo alcune, e le illustreremo».
Gli immigrati extraeuropei, gli ebrei e i musulmani, spiega il responsabile della ricerca (2.191 ragazzi di 100 Comuni, un questionario di 50 domande, interviste di ricercatori addestrati apposta), «sono tre bersagli; vengono colpiti in modo diverso e non lieve; ma non siamo in grado d'indicare quale più pesantemente degli altri due. Però, un filo rosso collega tutte le minoranze, e c'è un terribile bisogno di agire: l'antialterità non è particolarmente virulenta, ma dannatamente diffusa». Elaborata una scala d'intolleranza, si è scoperto che il 23 per cento degli intervistati «si colloca ai due gradini più evelati (cioé mostra livelli d'intolleranza molto alti, o alti»), e solo 8 ragazzi su cento allo scalino più basso; un terzo ritiene che esistano culture per loro natura, comunque, inferiori; tra i motivi per cui si respingono gli altri primeggiano concetti come «inquinano le nostri tradizioni; io mi sento accerchiato; non saremo più padroni in casa nostra». Mentre assai pochi temono che l'altro «ci tolga la casa ed il lavoro».
Man mano che aumenta il fervore religioso (cioé che i giovani si dichiarano maggiormente cattolici) s'accresce anche l'intolleranza (qui, massima verso i testimoni di Geova, seguiti da musulmani ed ebrei): «La religione rischia di diventare un muro, assai più che di essere un tramite» (ancora il prof. Campelli); se a sinistra si nota maggior accettazione della diversità rispetto alla media, l'estrema sinistra ha un palese rigurgito d'antisemitismo, che fa balzare il rifiuto d'ogni rapporto con gli ebrei dal 17 al 18,6 per cento. Proprio il presidente Casini osserva: «La critica, legittima, ad un governo, è spesso confusa perfino con il diritto dello Stato d'Israele ad esistere». Sulla possibile integrazione delle minoranze, gli autentici pluralisti non sono più del 40,4 per cento. Spesso, i no si basano su inquietanti stereotipi, quando non su crassa ignoranza; così, quasi la metà degli intervistati pensa che i musulmani siano integralisti, fanatici, possiedano leggi crudeli, o intendano «invadere l'Italia»; uno su 5 ritiene che «gli ebrei debbano tornare tutti in Israele» (da dove moltissimi nemmeno provengono) e qualcuno reputa la lingua come la massima difficoltà, in caso di un partner ebreo.
Sul risparmio legge bifronte
In Parlamento occasione da non perdere
Luigi Spaventa sul Corriere della Sera
La proposta unificata di legge per la tutela del risparmio in discussione alla Camera dei Deputati è bifronte. Sabino Cassese, su queste colonne (il 23 aprile), si è occupato della faccia cattiva, esprimendo severe e condivisibili censure sulle tante disposizioni che comprometterebbero l'indipendenza (nonché gli obblighi di riservatezza) delle autorità; riserve non dissimili hanno espresso la Consob e l'autorità garante della concorrenza. Ma quel testo mostra anche una faccia buona e apprezzabile: quando, occupandosi della protezione dell'investitore, offre tempestiva risposta ai problemi sollevati dai recenti scandali societari in Italia e all'estero.
La tutela delle minoranze (importante soprattutto quando vi è un socio di controllo, come nella maggioranza delle nostre società quotate) ne esce notevolmente rafforzata: possibilità di rappresentanza nei consigli d'amministrazione; garanzia di presenza nei collegi sindacali o negli organi corrispondenti (con potere vicario di nomina dell'autorità di vigilanza in caso di inerzia assembleare) e presidenza dei medesimi; dimezzamento della quota di capitale necessaria per promuovere l'azione sociale di responsabilità. Aumentano le responsabilità e i doveri degli organi di controllo interni: nomina e revoca dei revisori; parere favorevole unanime necessario per le operazioni fra società e socio controllante; maggiori poteri ispettivi e di denuncia. Si introduce una disciplina più rigida (pur se incompleta sulle incompatibilità) per le società di revisione, sottoponendole a una vigilanza penetrante dell'autorità e prevedendo i reati di falsità e di corruzione dei revisori. Vengono rafforzati gli obblighi di trasparenza, in particolare sulle società estere controllate e sulle operazioni di esponenti aziendali o di azionisti rilevanti in titoli della società. Si assegnano poteri più estesi all'autorità di vigilanza.
L'ostacolo è un altro: il collegamento di quel disegno riformatore (la faccia buona) al tentativo di sottoporre le autorità indipendenti a un inaccettabile controllo politico, esercitato con i poteri attribuiti al Comitato per il credito e il risparmio (la faccia cattiva).
Per superarlo, esistono due possibilità. La più desiderabile è che il governo, primo sostenitore dell'interferenza sulle autorità, faccia un passo indietro e accetti le opportune correzioni. Quella subordinata, e più complicata, è l'approvazione immediata delle norme di merito sulla protezione degli investitori e sui poteri di vigilanza, con stralcio della parte in contenzioso. A quella parte eccepiscono anche settori della maggioranza. Perciò, se la si mette in termini di o tutto o nulla, l'esito più probabile è che non se ne faccia nulla. Sarebbe un esito disastroso, per noi e agli occhi del mondo, soprattutto dopo l'esempio offerto dal Congresso americano.
Soprintendenze sepolte da milioni di ( nuove) schede
A leggere i 184 articoli, sembra che un secolo di tutela del patrimonio venga messo in discussione
Arturo Carlo Quintavalle sul Corriere della Sera
A leggere i 184 articoli del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio appena varato si ha l'impressione che un secolo di lavoro delle Soprintendenze, un secolo di tutela, venga messo completamente in discussione. Prendiamo l'articolo 12 « verifica dell'interesse culturale » : sono naturalmente gli organi del ministero a verificare la « sussistenza dell'interesse artistico, storico, archeologico, eccetera » , ma quando si passa ai « ben i immobili » dunque alle architetture, la tutela viene determinata dalla « predisposizione degli elenchi » corredati da « schede descrittive » ; se da queste schede risulta che le strutture non sono di interesse artistico, storico, archeologico, si procede alla « demanializzazione » ed esse diventano « liberamente alienabili » . E in base alle norme contenute nella Finanziaria ora bastano 120 giorni di silenzio- assenso delle competenti Soprintendenze per vendere.
Ma di che schede si tratta? Chiunque penserebbe che vengano mantenute in vigore tutte le vecchie schede di catalogazione delle Soprintendenze, molti milioni, e che si discuta solo dei beni non schedati. Nulla di tutto questo: si riparte con delle nuove schede, che non si sa bene con che competenze saranno redatte. Non solo: chi farà le schede dei beni architettonici, visto che 200 funzionari delle Soprintendenze non bastano di certo a schedare circa 150 milioni di oggetti e decine di milioni di strutture passibili di tutela?
Per capire come funziona la legge in fatto di « conservazione » veniamo all'art. 21: « interventi soggetti ad autorizzazione del ministero » e consideriamo il caso della « demolizione delle cose costituenti beni culturali » , cioè di un edificio monumentale. La risposta viene dall'art. 22: per avere l'autorizzazione chi vuole distruggere l'edificio, smembrarlo, manometterlo, chiede alla Soprintendenza l'autorizzazione; la risposta deve venire in 120 giorni, ma l'ufficio può chiedere chiarimenti e fare accertamenti in 30 giorni, se non lo fa il richiedente diffida la Soprintendenza, e se l'ufficio tace per altri 30 giorni la richiesta di demolizione, o altro, è approvata. Direte: ma hanno ben sei mesi di tempo, dunque hanno un tempo enorme. Non è vero! Le Soprintendenze hanno pochissimi architetti e funzionari esperti, ciascun ufficio smaltisce ogni anno almeno 40- 50 mila pratiche, adesso dovrebbero fronteggiare un numero enormemente superiore di richieste, non potranno fare nulla. Siamo davanti a una programmata sanatoria anticipata.
Dunque serve subito un completo rovesciamento: si devono mantenere inalienabili tutti i beni demaniali, si deve coinvolgere nella loro catalogazione e analisi l'Università, si deve affidare il lavoro di tutela a commissioni di veri esperti, storici dell'architettura, storici dell'arte, sopraintendenti uniti. Ricordiamolo: quattro generazioni di sopraintendenti, da Corrado Ricci a Adolfo Venturi, da Giulio Carlo Argan a Cesare Gnudi, a Cesare Brandi, a Fernanda Wittgens hanno speso le loro vite per tutelare oggetti e ambiente. Adesso stiamo per assistere alla dissoluzione di tutto quel sistema culturale.
L'Italia perderà la sua immagine e la sua storia. Magari in favore di un esercito di speculatori.
Se la Libia della Guida unica va a lezione di normalità
Tahar Ben Jelloun su la Repubblica
Ho esitato molto prima di accettare l´invito dell´istituto culturale francese di Tripoli. Non conoscevo la Libia e le tribolazioni politiche di Gheddafi non m´invogliavano affatto a intraprendere il viaggio. Ma uno scrittore deve essere curioso e andare sul posto. Dopo un soggiorno di cinque giorni, penso di avere meno pregiudizi più informazioni.
Appena arrivato ho osservato la straordinaria negligenza della polizia di frontiera. Gli agenti sono numerosi ma c´è un solo sportello aperto. I controlli sono lunghi. Dall´aeroporto al centro città, la prima cosa che mi ha colpito è stata l´assenza di pannelli pubblicitari. O, meglio, ce ne sono, ma solo cartelloni che vantano la filosofia, l´attività e il culto della Guida, l´unico e solo uomo che sa dov´è il bene e dove il male: Muammar Gheddafi.
All´albergo mi ritirano il passaporto, che mi restituiranno il giorno della partenza. La città, tracciata da urbanisti italiani, è estesa. La città vecchia, sporca, volge le spalle al mare. La raccolta dei rifiuti non è gestita in modo efficace. Per una città sul Mediterraneo, noto che ci sono pochi caffè. I rari posti dove ci si può fermare a bere un tè o una gazzosa sono poco accoglienti. L´alcol è rigorosamente vietato. Niente donne nei bar. Portano tutte un fazzoletto in testa, ma non per questo sono "suore musulmane". Qui la Guida ha risolto il problema dell´islamismo molto in fretta, alla sua maniera. Non c´è un solo integralista che osi alzare la testa. Non c´è opposizione. Qualche oppositore deve pur esserci, ma non si esprime.
I libici sono musulmani osservanti ma non fanatici.
Qui le donne si velano per tradizione, per abitudine. Nessuno le obbliga a vestirsi così. Quel che è certo è che la Libia non intende seguire l´esempio della liberazione della donna che è in corso in Europa.
I libici sono convinti di avere il miglior sistema politico e sociale del mondo, e perfino di aver inventato "la vera democrazia". Son 34 anni che si sentono dire che la democrazia all´occidentale è un imbroglio e che non può essere applicata a un popolo arabo e musulmano. Sono convinti che la democrazia dei congressi nazionali, o dei quartieri, è la vera via attraverso la quale si esprime la volontà popolare. Hanno demonizzato l´Occidente. Ed ecco che ora improvvisamente Gheddafi cade tra le braccia degli americani, si dichiara definitivamente deluso dagli arabi, si appresta ad aprire il paese al liberalismo e a quell´Occidente che finora ha incessantemente criticato e respinto.
Tutto il lavoro di Gheddafi è consistito nel provvedere il suo paese di istituzioni originali che voltano le spalle a quelle dell´Occidente. All´improvviso il paese si è impantanato in un isolamento che gli è stato molto nocivo, e questo ben prima dell´embargo. Ancora oggi è impossibile trovare giornali stranieri.
Certo, tutti i prodotti di prima necessità sono sovvenzionati dallo Stato: un sacco da 5 kg di zucchero vale 6 dinari (un euro corrisponde a 1,7 dinari) e analogamente per farina, latte, olio, perfino per la benzina (l´acqua costa più della benzina). Le case appartengono a chi le abita. Gheddafi ha risolto il problema dell´acqua con lavori immensi su una falda sotterranea nel sud del paese, che copre le necessità di acqua potabile di tutta la popolazione.
Con queste sovvenzioni, lo stipendio medio dei libici non è molto elevato (circa 250 dinari) e perciò quasi tutti hanno due mestieri. Oltre al loro lavoro di funzionari, alcuni si dedicano al commercio. Colonnello al mattino, ristoratore la sera. Professore universitario al mattino, gioielliere la sera. Eccetera.
Perché questo bisogno di soldi? Tutti rispondono: «Per potersi sposare!», perché bisogna portare alla sposa una dote di almeno un chilo e mezzo d´oro; la regola sarebbe 2 chili. È una tradizione molto radicata nella mentalità della gente. Una questione d´onore.
Ma questo paese ricco (il reddito proveniente dal petrolio è di circa 25 miliardi di dollari all´anno) dà l´impressione d´un paese molto modesto, se non proprio povero. In ogni caso, nessuna ricchezza ostentata. Le strade sono a posto, ma case e edifici sono in cattivo stato. Si notano molte costruzioni incompiute e abbandonate. Non ci sono ferrovie. Il parco automobili è scadente. La gente è servizievole, ospitale, tranquilla. Niente rabbia, niente violenza. Sono rassegnati oppure soddisfatti di quella vita appiattita, livellata. Regna una sicurezza che l´Occidente non si sogna nemmeno. Va detto che il paese è molto controllato. Si è sempre sorvegliati, tenuti sott´occhio. È uno Stato poliziotto formato sul modello dei vecchi paesi dell´Est, con diversi servizi d´informazione.
Mi sono capitati due incidenti, durante il mio soggiorno: il primo riguarda una conferenza che ho tenuto al Centro del Libro Verde, alto luogo del culto gheddafiano. Lì ho parlato per un´ora della modernità nel mondo arabo. Ho tessuto gli elogi del riconoscimento dell´individuo, della padronanza del tempo, del rispetto del pluralismo, dei diritti dell´uomo e in particolare di quelli della donna. Il dibattito seguito alla conferenza è stato una sfilza d´interventi impetuosi di personaggi pubblici che mi accusavano d´esser un agente dell´Occidente, della cultura permissiva di una società (cito a memoria) «che autorizza il matrimonio degli omosessuali, coltiva la pornografia e spoglia le donne votando perfino una legge contro le ragazze musulmane che si coprono i capelli!».
Raramente ho sentito deformare altrettanto il mio pensiero, ma si davano il cambio per denunciare il mio discorso e soprattutto per non apparire come "traditori" della loro ideologia. Si sorvegliano tra loro. Soprattutto niente iniziative, nessuna contestazione.
Per il giorno seguente ero stato invitato in un programma televisivo trasmesso in diretta. Al mattino un responsabile francese dell´istituto ha richiesto il mio passaporto e quello di mia moglie perché potessimo essere registrati e passare i controlli all´entrata della stazione televisiva. La sera, dopo diversi accertamenti, un agente ci comunica che mia moglie non potrà accompagnarmi, attribuendone la ragione al fatto che non è stata registrata. Mi rifiuto di partecipare alla trasmissione, protesto e chiedo alla vettura ufficiale di riportarci in albergo. Durante il ritorno, l´autista, munito d´un telefono cellulare (cosa piuttosto rara in Libia), è stato assalito dai dirigenti della rete televisiva che cercavano di farmi cambiare idea. Ho mantenuto il rifiuto, ma negli ambienti politici l´incidente è stato largamente commentato.
Questo per dire che quel paese vive in un altro mondo, in una bolla dove tutto ciò che proviene dall´estero è sospetto. La gente non ha gli stessi punti di riscontro e di riferimento. Sono bravi e gentili, ma sfasati. È un paese rimasto troppo a lungo chiuso su se stesso. Tuttavia, i libici hanno sempre più bisogno di manodopera immigrata. Gli africani e gli arabi - considerati dalla Guida come fratelli - non hanno bisogno di visti per entrare in Libia, né di un permesso di soggiorno o di lavoro. Si sa che sono numerosi e alcuni libici stabiliscono una scala di gradimento: la palma del rifiuto spetta agli africani, e in particolare ai nigeriani. Nel 1999 nei quartieri dove vivono gli immigrati c´è stata una battuta di caccia conclusasi con diversi morti. Un´espressione del razzismo libico è l´uso del termine abid (schiavi) per indicare gli africani. Poi sono malvisti anche gli egiziani. Una vecchia storia di vicinato e di un´unione mancata.
Dopo l´entrata degli americani in Iraq, Gheddafi ha capito che occorreva "riscattare" il posto della Libia nel mondo. Non voleva subire la sorte riservata agli «Stati teppisti». Di qui i negoziati per indennizzare le famiglie delle vittime dell´attentato di Lockerbie. Nella tradizione libica c´è un uso particolare per lavare l´onore: è quello che chiamano "il prezzo del sangue". Quando una persona viene uccisa, prima che la giustizia s´immischi nella faccenda, le famiglie della vittima e dell´uccisore si riuniscono e discutono il "prezzo del sangue". Nel frattempo l´assassino sta in prigione dove è protetto dalla vendetta. Generalmente, i vecchi riescono a trovare un accordo. A partire da quel momento, la parola è data e non ci sarà più nessuna vendetta. È quello che i libici hanno cercato di fare con americani e francesi. Per gli americani si tratta di indennità punitive: i libici non hanno mai riconosciuto ufficialmente la loro responsabilità in quegli attentati. È l´istituto di carità "Adaoua Islamya", diretto da un figlio di Gheddafi, a pagare i 2,7 miliardi di dollari agli americani e i 170 milioni di dollari ai francesi. Dopodiché Gheddafi spera che gli americani depennino la Libia dalla lista nera dei paesi che sostengono il terrorismo. Per il momento, il paese si cimenta con l´apertura. Finita l´epoca in cui la Guida proibiva l´insegnamento delle lingue straniere, in cui i passaporti degli stranieri dovevano essere scritti in arabo, in cui qualunque movimento di liberazione trovava accoglienza, sostegno e finanziamenti. La Libia sta imparando la normalità. È un esercizio difficile.
(traduzione di Elda Volterrani)
28 aprile 2004