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sulla stampa
a cura di G.C. - 26 aprile 2004


Un 25 aprile per la pace e la libertà
Redazione de
l'Unità

"La mia opinione, e quella della Cgil, è che di fronte a una situazione che sta aggravandosi il ritiro delle truppe sia la cosa più importante che il nostro Paese possa fare": così dice il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani alla manifestazione del 25 aprile a Milano. Il ritiro, ha aggiunto, andrebbe fatto "anche perchè così ci assumeremmo una responsabilità alta come quella di indicare un'altra via per far uscire l'Iraq da quella situazione".
Il corteo è partito poco dopo le 15 dai Bastioni di Porta Venezia, aperto dai gonfaloni dei Comuni seguiti dalle bandiere delle Associazioni combattentistiche e partigiane, e a seguire dalle bandiere dei sindacati Cgil, Cisl e Uil. Tantissime anche qui le bandiere arcobaleno della pace, quelle dei partiti e di alcune associazioni umanitarie come Emergency, che festeggio proprio in questi giorni il suo primo decennio di vita. Tra i manifestanti, anche l'ex leader della Cgil Sergio Cofferati, candidato sindaco a Bologna, accolto da saluti e applausi: "Dai Sergio, ce la fai". C'erano Dario Fo e Franca Rame, il cantante romano Roberto Vecchioni ma anche Sergio Cusani. Assente invece, il sindaco di MIlano, Gabriele Albertini che in mattinata aveva partecipato a tutti i cerimoniali in ricordo dei caduti della guerra.
Il corteo milanese ha sfilato per due ore, arrivando in piazza Duomo attorno alle 17. Tino Casali, presidente dell'Anpi giudica la manifestazione "un successo, perchè ci aspettavamo da un primo calcolo circa centomila persone. Invece ne abbiamo portate in piazza ben 150
mila".

Oltre cinquemila persone hanno partecipato stamane a Trieste alle celebrazioni per il 59° anniversario della Liberazione che si sono svolte, come tradizione, nella Risiera di San Sabba, l'unico campo di concentramento nazista in Italia dotato di forno crematorio e dove si ritiene siano morte tra le 3 e le 5 mila persone.
Hanno parlato il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza e quello del comune di San Dorligo della Valle, Boris Pangerc (in sloveno e in italiano) e si sono svolti vari riti religiosi: cattolico (sloveno e italiano), greco ortodosso, ebraico e serbo ortodosso. Il sindaco di Trieste ha anche ricordato la figura di don Edoardo Marzari, che come presidente del Comitato nazionale di liberazione di Trieste, il 29 aprile 1945 diede l'ordine di insurrezione per la città contro il giogo nazista e alla memoria del quale proprio oggi il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha conferito la medaglia d'oro al valor civile. Il sindaco sloveno di San Dorligo Boris Pangerc, ha citato un poeta sloveno, affermando che "c'è chi ama Trst e chi Trieste e non possiamo biasimare nè l' uno nè l'altro, perchè entrambi hanno pari dignità".Il sindaco ha poi concluso il suo intervento con una sua poesia in dialetto triestino dedicata ai bambini "le prime vittime - ha detto - di ogni guerra e violenza".
Al termine dei riti religiosi, mentre nel piazzale sventolavano le bandiere della pace (c'era anche una bandiera irachena), dei molti pacifisti che poco prima della cerimonia avevano dato vita a un lungo corteo lungo le vie di Trieste per chiedere il ritiro immediato delle truppe italiane dall'Iraq, c'è stata l'esibizione del coro partigiano che ha concluso la cerimonia. In precedenza il sindaco Dipiazza aveva reso omaggio alle vittime delle foibe a Basovizza, sull'altopiano triestino.
Pacifisti con bandiere e cartelli contro la presenza dell'esercito in Iraq hanno manifestato anche a Napoli in piazza Carita' a Napoli proprio alle spalle del drappello d'onore alla cerimonia di deposizione delle corone sul monumento dedicato a Salvo D'Acquisto.
A Roma Carlo Azeglio Ciampi ha celebrato il 59° anniversario della Liberazione dal Cortile d'onore del Quirinale ricordando lo "spirito del 25 aprile". Quello spirito " è vivo più che mai, non va dimenticato. Anzi, "scandirà per sempre la storia della Repubblica". "Non è festa di reduci", ma anche "festa dei giovani d'oggi", ha detto il presidente della Repubblica ricordando i valori di "libertà e unità" riconquistati degli italiani. Una celebrazione si è svolta anche in Campidoglio con il sindaco della Capitale Walter Veltroni. "Nella ricostruzione storica non si possono mettere sullo stesso piano il fascismo e l'antifascismo – sono state le parole clou del discorso di Veltroni - sotto la specie di una guerra che avrebbe puramente e semplicemente diviso gli italiani". "È il fascismo - ha voluto sottolineare Veltroni - che ha tolto la libertà agli italiani, cancellato le organizzazioni sindacali e politiche, che impediva agli ebrei di andare nella stessa scuola di quanti ebrei non erano. Ed è stato l'antifascismo che ha restituito la democrazia e la libertà di stampare giornali nei quali si dicessero cose che potevano piacere o non piacere. Questa è la verità storica che non può essere cancellata, per le generazioni che verranno. Si deve avere rispetto di tutte le vittime, di tutte le persone cadute durante quella guerra, nessuno escluso, ma la verità storica non può essere cancellata. Questo è il lavoro della memoria e Roma - ha concluso il sindaco- è una città che ha la memoria". Veltroni ha annunciato che dentro villa Torlonia, ex residenza del Duce, sorgerà a Roma il nuovo museo della Shoah.
A Bologna in Piazza Nettuno la deposizione di corone di fiori davanti al sacrario che ricorda i caduti. Poi il discorso ufficiale tenuto dal presidente del consiglio regionale Antonio La Forgia. Sul palco al suo fianco il sindaco Giorgio Guazzaloca, il presidente dell' Anpi Provinciale William
Michelini ed il vice presidente della Margherita Artuto Parisi. Nella piazza tante persone fra cui molti ex partigiani, tanti giovani con le bandiere della Pace ed alcune decine di "Disobbedienti" che ad un certo momento hanno innalzato uno striscione con la scritta "La vostra guerra... i nostri morti", come a Madrid subito dopo l' attentato alla stazione di Atocha.



"Quest'anno anche noi" Sfila la Brigata ebraica
Alessandro Trocino sul
Corriere della Sera

MILANO - "Contro il nefando nemico torna finalmente lo spirito dei Maccabei. I nostri chayalim (soldati, ndr ) compongono l'esercito di un popolo disarmato, non imperialista, nazionale ma non sciovinista: l'esercito più democratico del mondo". Così scriveva, in una lettera ingiallita e ora custodita dai familiari, Yacob Levin, arruolato a Napoli nel '44 come traduttore e medico, nella Brigata Ebraica, e poi rinchiuso nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia. L'"esercito più democratico del mondo", composto da cinquemila ebrei sionisti che si arruolarono da volontari con gli inglesi e combatterono in Italia contro l'esercito tedesco. I superstiti di quella pagina rimossa della storia sono pochissimi, quasi tutti in Israele. La Comunità ebraica di Milano ha deciso di ricordarli nel giorno della Liberazione e così ieri, tra tricolori, bandiere arcobaleno, vessilli palestinesi e iracheni, ha sfilato, per la prima volta in un 25 Aprile, anche la "Brigata Ebraica". Una scelta che è un modo per riappropriarsi del passato ma anche per difendersi da quella che il portavoce della Comunità, Yasha Reibman, considera "un'intollerabile commistione. Che ci stanno a fare quelle bandiere palestinesi, irachene, cubane? Proprio loro, cosa c'entrano con la libertà? L'associazione tra partigiani e terrorismo è pericolosa e rischia di legittimare l'equazione Israele uguale nazismo, che uccide la memoria di quanti hanno combattuto per la nostra libertà e falsifica la storia".
Parole pronunciate mentre lo striscione "Brigata Ebraica" avanza tra due ali di folla incuriosita e perplessa. I timori iniziali si sciolgono con i primi applausi, che si ripetono più volte lungo il percorso. Reibman tira un sospiro di sollievo. Il presidente della Comunità Roberto Jarach sorride soddisfatto. Roberto Cecchi Paone, ospite, è avvolto in un bandierone inglese, indossa una cravatta puntellata di bandierine Usa e una spilletta di Amnesty International. Non gradisce, Cecchi Paone, la presenza sul palco di una rappresentante di "Fermiamo la guerra": "Sono contro il ritiro delle truppe. E poi molti pacifisti sono filo comunisti, si sa. Per protesta non arriverò al comizio di Piazza del Duomo". Più diplomatica la posizione di Reibman: "Come comunità non prendiamo posizione sulla guerra, ma certo non si può abbandonare l'Iraq a se stesso. Anche perché un Iraq democratico sarebbe un passo decisivo per la pace in Medio Oriente".
Applausi, ma anche qualche invettiva. Qualcuno grida "Ringraziate Sharon". Replica Reibman: "Magari ci fossero stati Sharon e Israele, allora". Uno mormora: "Ma guardali questi, con tutto quello che stanno facendo ai palestinesi". Un altro: "Assassini". Una ragazza: "Spostiamoci, ci sono gli ebrei". Una donna: "Ma che c'entrano gli ebrei con la Liberazione?".
"C'entrano. Anche per questo è importante essere qui" spiega Edoardo Marescalchi, giovane vicino alla sinistra che indossa una maglietta rossa - "Non ho votato Berlusconi" - e che si sta convertendo all'ebraismo: "Questa della Brigata è una storia che non ci racconta nessuno, nemmeno a scuola. Non si capisce perché". Conferma il presidente Jarach: "Bisognerebbe ripensare queste manifestazioni. Diventano sempre più ripetitive, noiose. Per questo è utile rivitalizzarle, raccontando episodi storici dimenticati: come questo, delle brigate ebraiche". Nel gruppo anche un iraniano, Babàk Parsi, da 25 anni in Italia: "Gli israeliani sarebbero i nostri alleati naturali, altro che gli iracheni. Loro sono un Paese democratico. E anche noi vogliamo il nostro 25 Aprile".
"Jewish Infantry Brigade Group". In italiano le chiamavano "Brigate palestinesi". Perché i palestinesi allora si chiamavano arabi di Palestina e Israele non era ancora nata. I sionisti volontari, inquadrati nell'esercito britannico, andavano all'assalto al suono dello shofar, il corno d'ariete, con la Stella di David sulla spalla. Come Giacomo Foà, che ora vive in Israele e che nel '41 si arruolò nell'Hagana, l'esercito ebraico in Palestina: "Tutti gli studenti con famiglia restarono in Palestina - racconta Foà - gli altri decisero di arruolarsi con gli inglesi e di combattere i nazisti". E così fece Foà: "Mi arruolai nel Genio. Sbarcammo a Taranto, da qui risalimmo a Napoli e poi ad Ancona. Fu Churchill a creare la Brigata ebraica: ma in realtà gli inglesi non erano contenti di mandare ebrei al fronte. Ai loro occhi significava dover riconoscere che dovevano dare qualcosa in cambio". La Palestina, per esempio. E in quei tempi gli ebrei combattevano una dura guerra con gli inglesi, anche con attentati, come quelli dell'Irgun e della Banda Stern. La dottrina Ben Gurion, allora, era combattere gli inglesi, in Palestina, come se non ci fossero i nazisti e combattere i nazisti, in Europa, come se non ci fossero gli inglesi.

La storia di Foà è diversa. E' la storia di ebrei che volevano dimostrare ai tedeschi di non essere più docili vittime passive. Che volevano liberare il mondo dai nazisti. Che combattevano per l'Italia e per l'Europa, in nome della libertà e della nekama , la vendetta. Ma sono sopravvissuti - come ricorda Howard Blum, nel libro "La brigata" - e questa è la loro miglior vendetta.


La maggioranza o Casa dell'ortodossia
Edmondo Berselli su
la Repubblica

Questione di cultura. Sarà che è una festa "comunista", ma il 25 aprile non piace a gran parte del centrodestra. Non piace a Silvio Berlusconi, e nemmeno ad Alleanza nazionale, nonostante i pentimenti di Gianfranco Fini su Salò. Verso la Liberazione c´è una specie di ostilità non detta, un´antipatia implicita, una insofferenza culturale che forse è qualcosa in più che una distanza critica.
È un sintomo. Il sintomo dell´incapacità del centrodestra di elaborare una cultura che non sia di inimicizia verso tutte le idee e i simboli sospettabili di appartenere alla sfera di valori della sinistra. Facciamoci caso: gli stessi exploit negativi del centrodestra in Parlamento non sono episodi casuali.
L´emendamento che ammette la tortura purché una tantum, nonché l´erratico allargamento del diritto di legittima difesa, rappresentano infatti altrettanti indizi della crisi politica, identitaria e culturale che da tempo serpeggia nella Casa delle libertà.
Le trovate parlamentari più slabbrate costituiscono il segnale palese dello sbandamento, anche se mostrano il potere del vincolo societario che lega gli alleati. Ma le piccole o grandi catastrofi etico-politiche che avvengono alle Camere sono anche la prova dell´inconsistenza politica del centrodestra, del legame di solidarietà coatta che condiziona i soci, e dell´automatismo con cui gran parte della coalizione berlusconiana voterebbe qualsiasi provvedimento (salvo salvarsi l´anima annunciando pentimenti futuri).
Inconsistenza più coazione è uguale a tracollo culturale. Colpisce, ad esempio, la compattezza con cui la Casa delle libertà si esprime su temi eccezionalmente controversi. Non si ascoltano generalmente parole critiche sull´argomento in sé infinitamente discutibile della guerra in Iraq. Non ci sono pronunciamenti significativi contro il disastroso progetto costituzionale pensato dai "saggi" di Lorenzago e giunto a una prima approvazione parlamentare: considerando l´insorgenza intellettuale di un uomo come Domenico Fisichella alla stregua di una tigna accademica, e trascurando le critiche provenienti dai costituzionalisti e dai politologi (contro il "silvierato", secondo il termine adottato da Giovanni Sartori, e contro un bicameralismo talmente imperfetto da creare, secondo diversi giuristi, "una bicicletta con una ruota rotonda e una ruota quadrata"). La sintonia poi è sempre totale tanto sul conflitto d´interessi quanto sul monopolio televisivo, come dimostrano le prese di posizione contro il Parlamento europeo, colpevole di avere censurato l´assenza di pluralismo in Italia.
Ecco, la Casa delle libertà è in realtà la casa dell´ortodossia: non affiorano mai voci dissonanti. Ci troveremmo quindi davanti a un miracolo vero, in un paese individualista, se il conflitto interno dell´alleanza non si manifestasse ogni giorno sull´economia, con l´attrito ormai permanente tra Fini e Tremonti. E di un miracolo, stando ai sondaggi, o almeno di una vistosa inversione di tendenza, avrebbe bisogno Berlusconi per recuperare consensi alle elezioni europee.
Ma i miracoli non sono merce frequente nemmeno sotto i cieli azzurri.

Ma ciò che va sottolineato è che sta effettivamente affiorando nella vita politica italiana qualcosa di non contingente, non legato esclusivamente all´appuntamento elettorale, e neppure alle oscillazioni del pubblico. Si tratta del fallimento culturale del centrodestra. Né più né meno. Va da sé che la condizione attuale della Casa delle libertà è aggravata dalla malattia di Umberto Bossi, che introduce squilibri nella Lega, tensioni nell´alleanza e sbandamenti ricorrenti di singoli esponenti leghisti. Ma il fallimento culturale dell´avventura berlusconiana è dato da fattori strutturali, non estemporanei. E che possono essere descritti empiricamente, senza nessun accanimento ideologico.
Il primo segnale del fallimento è dato dalla caduta della fiducia da parte dell´establishment economico. Che sarebbe qualcosa di impalpabile, o addirittura di fantasmatico, se non fosse stato reso concreto e visibile dalla micidiale sconfitta del côté di Antonio D´Amato nella corsa per la presidenza della Confindustria. Quattro anni di collateralismo cieco, di schiacciamento della massima rappresentanza imprenditoriale sul governo, liquidati in un niente, come un errore penoso di cui liberarsi al più presto.
Il secondo segnale di una condizione fallimentare è dato dal rapporto provinciale instaurato dal governo con l´Unione europea e con i suoi leader. L´euroscetticismo autarchico di Berlusconi e Tremonti è l´esatto pendant dell´impegno velleitario con l´unilateralismo bushista (e la "non belligeranza" in Iraq è la quadratura del cerchio dorotea rispetto a un´opinione pubblica contraria alla guerra).
Più in generale, il centrodestra precipita nelle sue contraddizioni perché non è stato in grado di produrre una sintesi culturale verificabile. Istinti liberali si sono mescolati con pulsioni dirigiste, le spinte liberiste con prudenze compromissorie, l´idea della flessibilizzazione con visioni colbertiane, il laicismo con lo spirito confessionale. Il garantismo delle leggi speciali pro-Berlusconi si unisce al giustizialismo leghista sulla legittima difesa e sulla tortura. Qual è il mastice intellettuale che avrebbe dovuto tenere insieme il centrodestra? Il liberalismo? Non ci sono partiti autenticamente liberali nella Casa: Forza Italia è una cosa patrimoniale, i tre alleati non sono liberali per ispirazione e cultura. L´avere offerto un tetto ai moderati, allora? Già, se non fosse che la moderazione non è una politica, al massimo è una gradazione nella pratica. Che cosa rimane allora?
Rimane la specialità berlusconiana, l´avere suscitato una cultura "avversaria", da agitare contro i nemici, i comunisti, gli altri (il revisionismo alla carlona contro la Resistenza ne è una variante appena più snob). Che sia ancora un´arma efficace è tutto da vedere.



Candidature al via, rispunta l'Ulivo europeo
Monica Guerzoni sul
Corriere della Sera

ROMA - In nome dell'unità i riformisti di Prodi contavano di rinviare lo scontro al dopo elezioni. Ma la vittoria mancata di Giuliano Amato al vertice del gruppo socialista riapre la spinosa questione dell'approdo all'europarlamento. Il neo presidente del Pse a Strasburgo, Poul Rasmussen, mostra di avere le idee chiare, "il gruppo socialista non dovrà cambiare". Parole che mandano all'aria la strategia della Quercia, allargare il gruppo del Pse, forzarne i confini (e ritoccarne il nome) per accogliere i neoeletti del triciclo. Compresa la Margherita che da tempo lavora per costruire un gruppo nuovo, europeista e prodiano. Per gli ex popolari la questione è chiusa. "La bocciatura di Amato è un segno - dice Beppe Fioroni -. Resterà la vecchia socialdemocrazia, ora è più facile investire in un gruppo nuovo". Il tema è centrale, ma in queste ore i segretari lavorano di lima per smussare, in collegamento telefonico con Prodi, gli ultimi contrasti sul fronte candidature. Alle 15 di domani Luciana Sbarbati presenterà la lista al Comitato nazionale, "siamo a buon punto, compresi i capilista". Saranno due per la Margherita e tre per i Ds, come da accordi iniziali. Per non far saltare il tavolo Fassino deve dire sì a Lilli Gruber come capolista al centro, presenza femminile "fuori dai giochi" fortemente voluta da Prodi e mal digerita da Franco Marini e parte della Quercia. Alle spalle dell'inviata del Tg1 la Margherita vuole Lapo Pistelli, i Ds provano a imporre uno dei loro. Sempre che non riescano a trovare un nome tanto forte da scalzare la telegiornalista.

TANDEM DI EX MINISTRI - Approfittando della "distrazione" di Francesco Rutelli, Piero Fassino puntava a piazzare 15 candidati sicuri su 25, a mo' di rivincita sull'imposizione dei prodiani di non candidare i segretari. Finché ieri l'ufficio di presidenza della Margherita ha provato a spezzare la litania dei no (Marini, Mancino, De Mita, Castagnetti, Bindi...) buttando sulla bilancia il peso di Enrico Letta come capolista nel Nord Est. Nome autorevole anche agli occhi degli alleati, ma per sciogliere la riserva il responsabile Economia del partito chiede garanzie. Senza contare che l'ex ministro è toscano e che il suo posto naturale sarebbe il centro. Capolista nel Nord Ovest sarà Pierluigi Bersani, altro ex ministro che in coppia con Letta ha battuto per un mese i distretti industriali. Numero due, Patrizia Toia della Margherita.

IL NODO SDI - Massimo D'Alema è già in campagna elettorale al Sud, altro punto di tensione. Enrico Boselli non vuol perdere la sfida con Gianni De Michelis e ha chiesto un posto sicuro per Ottaviano Del Turco. Se il senatore non sarà il numero due, prima di Michele Santoro, sono pronti allo strappo. "O risolviamo o mi alzo e me ne vado - minacciava ieri Rapisardo Antonucci - Siamo quelli che più hanno creduto nella lista e nel partito unico, non possiamo uscire dal voto a somma zero".

Se la lista non va oltre il 33 per cento sarà impossibile portare in Europa più di sei deputati da Lazio e Toscana, e 25 in tutto.


Il delitto va in scena
Sebastiano Messina su
la Repubblica

Una bella chiacchierata con un serial killer che ha ucciso diciassette volte, infiocchettata in tutta fretta con una goffa teoria di motivazioni pseudosociologiche, impacchettata con un frate cappuccino, un criminologo e uno psichiatra e condita disinvoltamente con una celebre canzone dei Queen, quella che dice "Madre, ho appena ucciso un uomo/ gli ho puntato la pistola sulla tempia/ e ho premuto il grilletto: ora è morto": ecco cosa mancava all´insaccato misto di "Domenica In", il sapore forte del sangue caldo, gli occhi di ghiaccio di un assassino in gabbia, il brivido torbido dell´"intervista con il mostro".
Superando uno degli ultimi confini conosciuti per un programma domenicale, e rinunciando per una volta alle raffinate amenità della contessa De Blanck, Paolo Bonolis s´è avventurato con disarmante incoscienza sul campo minato della cronaca nera, sforzandosi di convincerci che in fondo non c´era nulla di strano, nulla di male, nel fatto che il principale programma di intrattenimento per famiglie di RaiUno desse la parola a un criminale che sta scontando 13 ergastoli e rotti. Con un tono solo leggermente più grave di quello con cui annuncerebbe una veggente, un pranoterapeuta o un avvistatore di Ufo, dopo aver parlato delle cellule staminali ha avvertito il pubblico che si stava per varcare un limite "che è dentro di noi, che la stragrande maggioranza delle persone non varcano, ma che taluni lo fanno".
Ci ha informati che stavamo per entrare "in questa sorta di bosco tenebroso" che è la mente di un serial killer, "un uomo che ha le sue radici nel male".
E dopo un´ora di preamboli, avvertenze e distinguo, ha cominciato a mostrarci gli spezzoni della sua intervista a Bilancia, un colloquio tagliuzzato dal quale si capiva chiaramente che l´unico che aveva le idee chiare sulle domande era il serial killer ("Perché l´ho fatto?", "Perché non mi danno la pena di morte?", "Perché ho ammazzato un cambiavalute a Ventimiglia? Non ce n´erano, cambiavalute a Genova?") mentre lo spiritoso conduttore di Affari tuoi insisteva a chiedergli - nella sua pausa domenicale - se guardasse negli occhi le sue vittime, prima di ucciderle (risposta: "Non me lo ricordo").

Non è servito a molto, inframmezzare questo allucinante delirio di onnipotenza con la maldestra autodifesa del conduttore offeso: "Non stiamo facendo alcunché tipo di mitizzazione, tutt´altro... ", "Vogliamo cercare di capire questo gigantesco ignoto che ci circonda... ", "Si può sempre tornare a ballare e cantare, però poi non si chieda alla tv di farci capire qualcosa di più".

Il vero mistero impenetrabile di questa storia è il luogo del delitto, ovvero la scelta di Domenica In come teatro dello scoop.

Resta oscuro anche il movente, l´ignota ragione per cui un conduttore che sta incassando un meritato successo per il suo gioco con le scatole milionarie sia diventato la lama più affilata del tritacarne mediatico dell´infotainment all´italiana, spregiudicata mescolanza tra varietà e cronaca, tra drammi e barzellette.
La dura legge dell´audience ormai ammette, giustifica e legittima qualunque colpo basso, ma almeno Bonolis ci risparmi - dopo aver propagandato per l´intera settimana i suoi glutei come prodigiosi portafortuna - le sue teorie estemporanee sull´etica televisiva del terzo millennio, puntualmente accompagnate dalla telepromozione di un copridivano in tinta unita.


Fiat, fermi tutti gli stabilimenti
Lucio Cillis su
la Repubblica

ROMA - Come in corto circuito, la protesta di Melfi mette in ginocchio quasi tutti gli stabilimenti Fiat. E mette l´uno di fronte all´altro lavoratori lucani e addetti di Mirafiori, che hanno inviato una lettera-appello ai colleghi in lotta: "Il nostro lavoro - questo il messaggio - è nelle vostre mani".
Ad una settimana dall´inizio della vertenza, l´effetto-blocco si estende a Pomigliano - dove si producono le Alfa Romeo - mentre prosegue lo stop a Mirafiori per gli addetti della linea Punto-Idea, quello dei lavoratori di Termini Imerese e degli addetti di Sevel Val di Sangro. Oggi - finché l´onda lunga dello stop di Melfi non assottiglierà le scorte a disposizione - dopo 15 giorni di cassa integrazione riprendono i turni dei lavoratori delle Stilo a Cassino e della Thesis, dell´Alfa 166 e della Lybra a Mirafiori. Proprio da qui, dal cuore torinese della casa, è partito un appello alla ragionevolezza. Da lavoratori a lavoratori, da alcuni operai Fiat del Nord a quelli in sciopero del Mezzogiorno: "Nei prossimi giorni il nostro lavoro, quel poco che si fa tra una cassa integrazione e l´altra, è nelle vostre mani" hanno scritto (su iniziativa della Fim), alcuni addetti di Mirafiori nella lettera aperta ai colleghi di Melfi. Un messaggio col quale esprimono "rispetto e solidarietà" per i problemi dello stabilimento lucano e chiedono "altrettanto rispetto e solidarietà" dopo la cassa integrazione sopportata: "A Mirafiori abbiamo pagato e stiamo pagando un prezzo pesantissimo. La preoccupazione sul futuro non ci può dividere né farci fare una guerra tra poveri: nessuno di noi migliora la sua condizione se questo va a danno di altri lavoratori".
E l´inizio di una nuova settimana di tensione sta scatenando nuove polemiche. Le divisioni nel sindacato, secondo il leader della Cgil Guglielmo Epifani, devono essere risolte: "È un lavoro difficile ma in questi mesi abbiamo lavorato per ricucire l´unità - spiega Epifani - e spero che anche per Melfi riusciremo a trovarla". Molto duro, invece, il commento del sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi: "Le istituzioni hanno il dovere di garantire la libertà di lavorare e di produrre a Melfi, anche rimuovendo i picchetti organizzati da minoranze".

Intanto, da sinistra, Pierluigi Bersani (ds) chiede alla Fiat di "riprendere il dialogo" e al sindacato di "ritrovare l´unità" mentre il leader di Rifondazione, Fausto Bertinotti oggi sarà a Melfi tra i lavoratori in lotta.


Fini e Tremonti due elettorati
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera

Sono trascorse quattro settimane da quando Berlusconi annunciò che entro la fine di aprile il governo avrebbe illustrato un progetto per ridurre le tasse; un piano comunque tardivo dato che sono ormai passati tre anni dalle elezioni, e la riduzione del carico fiscale era la più importante delle promesse elettorali della Casa delle libertà. Tre anni durante i quali le spese delle amministrazioni pubbliche sono cresciute più rapidamente dell'inflazione (spesso per effetto di norme, ad esempio su pensioni e sanità, ereditate dal passato ma che il governo non ha avuto ancora il coraggio di modificare) e la pressione fiscale (sia pure per effetto dei condoni e nonostante una riduzione delle aliquote per le famiglie meno abbienti) è aumentata di un punto in percentuale del Pil. Ma mancano ancora due anni alla fine della legislatura, un periodo lunghissimo se confrontato con la durata media dei governi del passato: una svolta decisa nella politica economica farebbe ancora in tempo a consegnare agli elettori, nel maggio 2006, un'Italia più liberista, dove lo Stato peserebbe meno sull'economia, le tasse sarebbero più basse e le imprese riuscirebbero finalmente a sfruttare i tassi di interesse straordinariamente bassi che ci ha regalato l'euro.
Invece, del progetto di riduzione delle tasse non si parla già più e la politica economica è bloccata dal dissidio tra Fini e Tremonti. Il contrasto non riguarda le comprensibili ambizioni politiche di due importanti esponenti del governo: è più profondo e nasce da due visioni molto diverse sul ruolo dello Stato nell'economia.
La vicenda dell'Alitalia illustra meglio di ogni altra queste diversità. Tremonti vorrebbe, secondo me giustamente, lasciar fallire l'azienda, evento probabilmente inevitabile dato che la società ha perso più di un terzo del capitale e le regole europee non consentono una ricapitalizzazione con denaro pubblico. Il fallimento non significherebbe la fine della presenza italiana nel trasporto aereo: ci sono imprenditori pronti a rilevare velivoli e slot aeroportuali di Alitalia come è accaduto in Svizzera quando Swiss è nata dal fallimento di Swissair. Ma gli stessi imprenditori non sono certo disposti a gettare denaro in una azienda che perde mille euro al minuto. Fini, invece, ripete che l'azienda va salvata così com'è, con denaro pubblico. Finora, questa visione ha prevalso. Anche su come attuare i tagli fiscali i due sono lontani. Tremonti propone agli imprenditori meno aiuti in cambio di meno imposte; Fini ripete che prima occorre ridurre le tasse alle famiglie. Analoga la distanza sui tagli alle spese. Fini difende i dipendenti pubblici e il suo delegato al ministero dell'Economia, il viceministro Baldassarri, rende vani i tentativi di Tremonti di ridurre le spese delle amministrazioni.
Sembrerebbe che Fini non abbia ancora compiuto, nel campo dell'economia, la medesima strada percorsa invece in politica estera per affrancarsi dal suo passato. In realtà, le ragioni sono più profonde e dipendono dal fatto che i due rispondono a elettori molto diversi: Tremonti ai piccoli imprenditori del Nord, che vogliono meno spese e meno tasse, Fini ai dipendenti pubblici, non solo impiegati ministeriali ma anche medici e insegnanti.



Le donne sfilano a Washington in difesa dell'aborto
Bruno Marolo su
l'Unità

"La scelta è nostra, non vostra". Con questo striscione sbandierato in faccia a politici e magistrati, almeno 500 mila donne hanno marciato ieri a Washington per difendere il diritto all'aborto. Hanno fatto sentire la loro protesta sotto i palazzi del potere, la Casa Bianca, il Congresso, la Corte Suprema dove i conservatori manovrano per dichiarare superata la storica decisione nella causa "Roe contro Wade", che nel 1973 rese legittima l'interruzione di gravidanza.
Sono venute da tutti gli Stati americani, dalla California alla Carolina del Sud, dal Texas al Vermont, e da 60 Paesi stranieri. Un movimento globale si è sviluppato contro la cosiddetta "regola del bavaglio" rimessa in vigore dal presidente George Bush appena si è insediato alla Casa Bianca nel 2001. Di fatto, la regola vieta ai consultori sanitari nei paesi poveri di dare informazioni e consigli per la pianificazione familiare. Le organizzazioni pubbliche o private che trasgrediscono vengono automaticamente escluse dagli aiuti americani.
Per denunciare gli effetti devastanti del divieto sono giunte a Washington delegazioni di donne da nazioni africane e asiatiche, dal Kenya alla Thailandia, ma anche da paesi ricchi come la Germania e la Danimarca. "La regola del bavaglio ha un impatto negativo sulla pianificazione familiare in tutto il mondo, e questa è anche la nostra causa", ha spiegato Catherina Hinz della Fondazione Tedesca per il Controllo della Popolazione Mondiale, che ha sede ad Hannover.
Le donne americane intanto combattono un'altra battaglia, che sta assumendo un'urgenza drammatica. Il presidente Bush non fa più mistero della sua intenzione di mettere l'aborto fuori legge. La maggioranza repubblicana al Congresso ha approvato negli ultimi tre anni una serie di restrizioni alle quali il presidente Clinton aveva posto il veto. Non soltanto Bush le ha firmate, ma ha annunciato che intende andare oltre. L'ultima parola tuttavia non spetta né al presidente né al Congresso, ma alla Corte Suprema. Cinque dei nove giudici della Corte sono favorevoli all'aborto e quattro contrari. La giudice Sandra O'Connor, che ha compiuto 74 anni il 26 marzo, rifiuta di andare in pensione perché è sicura che Bush nominerebbe al suo posto un giurista contrario all'aborto. Se il presidente sarà confermato per altri quattro anni il diritto all'aborto avrà i giorni contati.

Lungo il percorso erano appostate 1500 attiviste del "Movimento per la Vita", contrarie all'aborto. "Io ho abortito due volte – ha detto Tabitha Warnica, di 36 anni, di Phoenix in Arizona – ma ora sono pentita. La scelta non spetta a noi donne. Dio decide se dobbiamo essere madri".
Due gruppi di donne si sono accampati in Massachusetts Avenue, dove dai lati opposti della strada si trovano la nunziatura apostolica e la residenza del vicepresidente Dick Cheney. Le une manifestavano a favore, e le altre contro il Vaticano per il divieto di fare la comunione imposto ai politici che sostengono attivamente la legittimità dell'aborto. La presa di posizione è stata interpretata come un avvertimento al candidato democratico John Kerry. Sabato Kerry ha fatto la comunione lo stesso, nella chiesa cattolica di San Paolo a Boston. Padre Joe Ciccone, che gli ha porto l'ostia consacrata, ha spiegato: "Ho seguito le direttive della nostra arcidiocesi, che mi ha autorizzato esplicitamente". Padre Christopher Coyne, portavoce dell'arcivescovo, ha aggiunto: "L'arcidiocesi di Boston ha come principio di non rifiutare pubblicamente la comunione ad alcuno. Chiediamo ai fedeli di decidere essi stessi se in coscienza si sentono pronti a riceverla".


Nassirya: i nostri militari sotto tiro
Andrea Nicastro sul
Corriere della Sera

NASSIRIYA - E' stata una settimana di paura per gli italiani a Nassiriya. Sei attentati in sei giorni. La guerriglia ha sfoderato buona parte degli artigli a disposizione: mortai, Rpg, kalashnikov. Tre soldati sono rimasti feriti. Giovedì il bersagliere rietino Silvio Teodori, sabato notte i due marò pugliesi Giampaolo De Masi e Carmine Tancorra, il più grave. Ieri mattina c'era ancora il suo sangue, una striscia lunga almeno 15 metri, nel cortile della Cpa, il governo provinciale provvisorio. Le schegge delle granate da mortaio che gli sono esplose a pochi metri sono entrate nelle gambe e nei glutei. "Piuttosto in profondità - ammette il portavoce del contingente tenente colonnello Giuseppe Perrone - e per questo bisogna ancora valutare se abbiano toccato dei vasi sanguigni importanti". Per De Masi solo la frattura del tallone.
I commilitoni sono disorientati. "Non ci fosse stato Roberto Pedrale, l'assessore alla Sanità della Cpa che è medico, - dice in confidenza un soldato - chissà se i nostri feriti si sarebbero salvati. Tancorra perdeva molto sangue e i rinforzi, con l'ambulanza, sono arrivati solo un'ora dopo".
I due pugliesi, 26 e 25 anni, sono già rientrati in Italia, trasportati con l'elicottero in Kuwait e da lì, con un volo speciale, all'ospedale militare del Celio. E' un bilancio ancora fortunato per una settimana del genere.

I dubbi sulla sicurezza dell'edificio appaiono più che giustificati. L'attacco di sabato è il terzo che il complesso subisce da gennaio. Tutti con mortai e razzi Rpg. E ciò dopo i lavori di rinforzo delle difese che avrebbero dovuto mettere in sicurezza l'edificio. A fine 2003 il generale Bruno Stano, predecessore di Chiarini, aveva ordinato ai soldati di guardia di dormire all'interno dell'edificio in cemento armato e non nei container facilmente perforabili. Sabato le tre granate sono esplose a 20 metri dagli attuali dormitori. Li avessero centrati sarebbe stata una strage.
Gli ufficiali italiani cercano gli attentatori "nella stessa minoranza vicina all'integralista Al Sadr che aveva scatenato la battaglia sui ponti del 6 aprile". Ma è questa minoranza che sembra riuscire a dettare il clima in tutta Nassiriya. E' finito il tempo dei sorrisi ai bambini. Le pattuglie italiane sfilano per le strade sempre più veloci e la popolazione li guarda in modo sempre più ostile. C'è il rischio di rallentare i pochi progetti di ricostruzione in corso. Ieri alla Cpa non c'era il solito via vai di amministratori e imprenditori locali in cerca di commesse. Non c'era nessuno che non fosse obbligato ad esserci. Perché rischiare? Le bombe non sono costrette a piovere sempre e solo di notte.


Termidoro a Baghdad
Barbara Spinelli su
La Stampa

In principio erano le armi di distruzione di massa, che bisognava eliminare se non si voleva, come disse Bush nell'ottobre 2002 a Cincinnati, attrarre su di noi il grande fungo atomico. Poi, siccome le armi non si trovarono, i neoconservatori e un certo numero di liberali statunitensi comunicarono qual era il vero scopo della guerra: rivoluzionare il grande Medio Oriente, non contentarsi più dello status quo, portare in quei Paesi la democrazia, abbattere i totalitarismi vecchi e nuovi, fossero essi nazional-comunisti o integralisti islamici. La libertà avrebbe pesato più della stabilità: questa la rivoluzione diplomatico-strategica che Bush inaugurò e propose agli alleati volonterosi. La rivista neoconservatrice Weekly Standard criticò chi usava corteggiare i tiranni, e se la prese con le pigrizie storiche degli europei: ancora una volta questi si lasciavano tentare dall'appeasement, dalla pacificazione con i despoti. Ancora una volta - questo l'argomento - l'Europa ripeteva il disonore del trattato di Monaco, patteggiando col male così come nel '38 aveva immaginato di poter patteggiare con Hitler pur di evitare la guerra.
Saddam venne messo sullo stesso piano di Hitler, e il partito Baath fu comparato al partito nazista. Così si procedette alla de-baathificazione, appena presa Baghdad. Nel maggio 2003 il governatore Usa Paul Bremer assicurò che non di invasione s'era trattato ma di liberazione, visto che non solo Saddam era stato abbattuto ma il Baath veniva messo fuori legge. Tutti i principali dirigenti furono epurati, fu sciolto l'esercito di Saddam, vennero licenziati maestri, ingegneri, alti funzionari. Almeno 120.000 baathisti persero il lavoro.
Adesso anche questo proposito rivoluzionario s'infrange, come castello di carte. A partire da giovedì scorso l'ordine del giorno cambia in Iraq, la rivoluzione democratica finisce, e comincia il Termidoro. Lo ha annunciato venerdì alle televisioni lo stesso Bremer, che un anno fa s'era gloriato dell'epurazione: "Abbiamo bisogno di nuovo del partito Baath", ha detto in sostanza. Aveva lo sguardo sperso, privo d'espressione. Le facce toste son spesso siffatte. I settori in cui s'applicherà la riabilitazione sono: l'esercito, la polizia, le università, i municipi, forse lo stesso governo che sostituirà l'esecutivo nominato da Washington. L'élite irachena potrebbe tornare a comporsi d'un partito fino a ieri ritenuto identico a quello nazista, e alleato obiettivo del terrore. È come se gli anglo-americani, vinta la seconda guerra mondiale con l'aiuto dei partigiani, avessero rimesso al governo della Germania occupata non Goebbels o Göring, ma pur sempre alti dignitari del partito hitleriano.
Il fatto è che in Iraq non esistono le vaste schiere di partigiani che affiancarono i liberatori anglo-americani in Italia o Francia. Nelle ultime settimane questa realtà è apparsa evidente. Non sono terroristi a resistere all'assedio alleato di Falluja o Kerbala, ma è un'insurrezione. Naturalmente non tutto l'Iraq si solleva. Sono minoranze, sia sciite che sunnite: ma le insurrezioni sono quasi sempre fatte da minoranze, e nonostante questo trascinano le popolazioni.

Per tutte queste ragioni, e perché l'islamismo sciita potrebbe vincere in elezioni democratiche, l'America manda oggi il suo Sos al Baath.
La disillusione è stata grande, e brusca. In realtà è un'ammissione di sconfitta, e cinismo o realismo riprendono il sopravvento. È come se l'intera guerra fosse stata inutile, visto che al potere tornano quelli contro cui tanti americani e coalizzati hanno combattuto e sono morti. Il bisogno di stabilità prevale di nuovo su quello di libertà - anche se molti iracheni stanno meglio - e il Baath torna a esser baluardo contro l'islamismo radicale.

Forse è il momento di guardare in faccia questa guerra enigmatica che continuamente cambia rotta. Ed è venuto il momento di parlarne, al di là delle retoriche. Di parlarne tra europei e americani, tra europei, e anche tra italiani. Non solo per costruire la pace, ma per non screditare completamente il ricorso delle democrazie alle guerre, quando le guerre son davvero necessarie.


  26 aprile 2004