
sulla stampa
a cura di P.C. - 23 aprile 2004
La Casa Bianca cambia rotta
Richiama gli ex del regime
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON - "Occorre bilanciare il bisogno di giustizia col bisogno di esperienza e professionalità del governo. Stiamo perciò riesaminando la politica di esclusione dei baathisti dalla ricostruzione dell'Iraq". Con queste parole, il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan conferma che per facilitare il passaggio dei poteri agli iracheni il 30 giugno l'America recupererà una parte dei quadri dirigenti di Saddam Hussein, quella meno compromessa col deposto regime. E' una svolta cruciale e rischiosa, che riguarda anche le strutture militari. Parlando da Bagdad, il generale Martin Dempsey della Prima divisione motocorazzata ammonisce che negli ultimi scontri circa il 40 per cento delle forze di sicurezza irachene ha rifiutato di combattere e il 10 per cento - "infiltrati" li definisce - si è rivoltato. Ma ammette anche che l'occupazione Usa in Iraq incontra un "consenso calante" e che a un certo punto "non verrà più accettata". Conclude: "Stiamo cercando di stabilire quando raggiungeremo quel punto".
La decisione di revocare il decreto con cui un anno fa il governatore Paul Bremer precluse il governo e le forze armate ai baathisti è dovuta anche al ritiro della Spagna, dell'Honduras e della Repubblica Dominicana dall'Iraq, e al rischio che altri ne seguano esempio. Il presidente ucraino Leonid Kuchma assicura che le sue truppe "rimarranno fino in fondo, non fuggiranno", mentre il ministro della Difesa polacco Jerry Szmajdzinski promette di restare "fino alle elezioni del gennaio 2005". Ma è una promessa ambigua: il ministro aggiunge che dal 30 giugno prossimo il ruolo della Polonia "dipenderà dal processo politico, dall'eventuale ruolo dell'Onu e dal governo iracheno". E' ambigua anche la posizione della Danimarca, che ricorda che al passaggio dei poteri dovrebbe fare solo da "consulente alla polizia". E della Svezia, che da un lato sembra disponibile a fornire uomini a una forza multinazionale, ma dall'altra giudica "difficile che il primo luglio ci sia un governo iracheno" (il premier Goran Persson).
Quali e quanti baathisti saliranno ai vertici del nuovo Iraq la Casa bianca non lo dice. Il sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz insiste sulla formazione di un corpo di polizia "leale ed efficiente". Il New York Times dà per certo che nelle scuole e nelle università riprenderanno a insegnare oltre 11 mila degli insegnanti licenziati. E' una corsa contro il tempo a restituire l'Iraq al suo popolo che l'America non può perdere. Il regime di Saddam Hussein si basava su un milione e mezzo di baathisti, in maggioranza sunniti, un'etnia privilegiata rispetto agli sciiti e ai curdi. Il loro parziale recupero, auspicato anche da Lakhdar Brahimi, l'emissario del segretario dell'Onu Kofi Annan a Bagdad, avverrà soltanto dopo che gli interessati avranno passato l'esame della Cia e del Pentagono.
La Casa Bianca spera in questo modo di non dover mandare molte più truppe in Iraq, sebbene il ministro degli Esteri britannico Jack Straw annunci che "il numero dei militari è sotto revisione", cioè che la Gran Bretagna potrebbe aumentare gli effettivi. Ma Wolfowitz precisa che nel periodo della transizione "la sovranità irachena sarà limitata". Spiega che "la polizia, ad esempio, non sarà indipendente" ma che "si coordinerà con il nostro comando centrale, che manterrà il controllo di tutta la sicurezza, come previsto dalle leggi in vigore a Bagdad e dall'Onu".
Quelle frasi di troppo e lo stile italiano
Virman Cusenza su Il Messaggero
Primo giorno di tregua nella guerriglia parolaia sugli ostaggi. E' l'unico, scarno e si spera non tardivo risultato dopo dieci giorni di trattative. Bloccato lo stillicidio di annunci e previsioni, di riscatti e smentite, ci ritroviamo a stringere poche certezze sulla sorte dei tre italiani. Se molto si è fatto per giungere a conclusioni positive, non pari discrezione ha protetto questa vicenda, spinosa da qualunque parte la si rigiri. C'è da sperare che la mediazione non si sia arenata e che a breve si possa festeggiare l'evento, compiacendosi per il risultato portato a casa dal governo e dai nostri servizi.
Ma proprio il silenzio che ieri si tagliava a fette è l'occasione per rileggere qualche lacuna nella gestione in perfetto italian style del caso ostaggi.
Insomma, la tecnica dell' agire e tacere, con cui pure aveva esordito Palazzo Chigi, ha conosciuto una stagione breve. Proviamo a darne qualche esempio, a spiegarlo non basta solo l'amabile loquacità del Cavaliere. Berlusconi si è cimentato in un'impresa titanica: tenere insieme strategie contrapposte. Da una parte, il dialogo con il mondo arabo moderato per arrivare alla liberazione dei tre italiani. Dall'altra, la linea della fermezza e del rilucidare il patto d'acciaio con Bush, anche dopo un'eventuale svolta Onu. Il tutto per non smentire l'antica vocazione italica della conciliazione degli opposti.
Il messaggio percepito dentro e fuori i confini del nostro Paese, fino alle orecchie degli attenti sequestratori che hanno ammantato di crismi politici le loro richieste, è risuonato contraddittorio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: notizie altalenanti e non tendenti al bello dal fronte delle trattative. Famiglie degli ostaggi stritolate in una perversa morsa mediatica, in cui anche i segnali rassicuranti e speranzosi del governo rischiano di sortire un pericoloso, e di certo non voluto, effetto boomerang. In definitiva, si è alzata di troppo la soglia delle aspettative. E i congiunti dei tre italiani avvertono in buona fede un bruciante senso di delusione.
Effetto happy end
Ida Dominijanni su il Manifesto
Premessa: speriamo di essere in errore. Di essere svegliati in piena notte dall'annuncio che sì, i tre ostaggi italiani in Iraq sono vivi, sono stati rilasciati, stanno tornando a casa. Speriamo che la trattativa del governo italiano abbia buon esito, che l'incubo, umano e politico, finisca e che finendo apra uno spiraglio di ulteriore speranza per lo scenario iracheno nel suo insieme. E però nulla, allo stato attuale dei fatti, sembra sostenere questa speranza. L'ottimismo sulla trattativa e sul rilascio degli ostaggi ostentato dal governo nei giorni scorsi si è rovesciato, nelle ultime quarantotto ore, in estrema cautela, nell'ambito della stessa maggioranza. Berlusconi parla di intoppi, ma i suoi chiedono - ora - prudenza e riserbo. Fonti accreditate dell'intelligence italiana giurano che la trattativa è definita in tutti i dettagli e che si tratta solo di aspettare, ma altre fonti altrettanto credibili segnalano al contrario un impantanarsi della situazione dovuto precisamente alla sconsiderata strategia trionfalista del governo. Il portavoce del consiglio degli ulema getta a sua volta molta acqua sul fuoco dell'ottimismo, segnalando che il sentiero che pure si è aperto può perdersi nell'intricato, e dal governo italiano sottovalutato, labirinto di problemi politici e militari che si addensano attorno all'assedio di Falluja. Tutto insomma milita contro il rapido happy end che il presidente del consiglio aveva fatto baluginare agli occhi dei familiari dei sequestrati e nostri. L'aereo del governo che attende in Kuwait il rilascio degli ostaggi non rientrerà a Ciampino in poche ore. E il presidente della Repubblica lancia un accorato appello affinché l'Italia ritrovi la sua storica vocazione al dialogo con il mondo arabo.
Siamo chiari. Per nessun governo al mondo, buono o cattivo, di sinistra o di destra, risolvere il dramma di un sequestro è cosa facile; nessuno, se non forse lui stesso, si aspettava né si aspetta da Silvio Berlusconi la bacchetta magica. Però qualunque governo al mondo, di fronte a un sequestro, può scegliere fra due strategie di comunicazione politica: quella della riservatezza, o quella della trasparenza. Nel suo stile, e coadiuvato dai rinforzi alla Vespa, Berlusconi ne ha scelto una terza, quella del reality show a lieto fine, la meno adatta alla circostanza.
Questa volta si è scelto doverosamente di trattare - pur affermando il contrario -, ma pretendendo ugualmente di non fare i conti con la natura politica del gruppo dei sequestratori. Molti soldi, il corridoio umanitario della Croce Rossa, una dichiarazione di lontana fratellanza con la civiltà islamica, e il gioco era fatto. Non lo era, e non a causa di una tara antropologica mediorientale nell'uso del tempo al suq. La posta dello scambio è politica, la vita di tre civili contro un segnale di presa di distanza dalla guerra di occupazione. Che non può evidentemente ridursi, a fronte dell'ultimatum americano di ieri alla popolazione di Falluja, ai vaghi intenti di Frattini di accreditarsi presso Bush come l'alternativa a Wolfowitz, e di convincerlo a formare in Iraq un governo "realmente sovrano". Né si capisce perché l'opposizione non alzi i toni del conflitto col governo, rendendosi a sua volta ostaggio della strategia degli ostaggi. Una più netta visibilità politica del sentimento pacifista di mezza Italia e più non porterebbe certo danno alla causa dei tre prigionieri.
"C´è tortura solo se ripetuta"
Colpo di mano del Polo, è bufera
Giovanna Casadio su la Repubblica
ROMA - Una volta sola non basta. Si potrà parlare di tortura in Italia solo se le "violenze o minacce gravi" sono "reiterate". È un emendamento della Lega alle legge sulla tortura - votato ieri dai deputati della Casa delle libertà in nome della "compattezza di coalizione" - a stravolgere il provvedimento presentato dal centrosinistra. Nell´aula di Montecitorio Alfredo Biondi, presidente di turno, ha appena finito di dire che "sull´emendamento della leghista Lussana 1.4 c´è il parere contrario della commissione giustizia", quando il centrodestra fa dietrofront. Approva (201 sì; 176 no e 2 astenuti) il testo che vogliono i leghisti. Scoppia il finimondo.
L´opposizione insorge e decide di lasciare l´aula. Piero Ruzzante, il diessino primo firmatario della proposta (sollecitata da Amnesty; sottoscritta da 212 consigli comunali, regionali e provinciali e da 100 parlamentari del centrodestra) lascia il banco e ne chiede conto a Forza Italia: "È gravissimo quanto accade, vi rendete conto?". Prende la parola il presidente della commissione giustizia, il forzista Gaetano Pecorella e spiega: "Eravamo contrari ma vi è stata poi una decisione politica che purtroppo per me è intervenuta tardivamente. Dobbiamo prenderne atto perché una coalizione è o dovrebbe avere caratteristiche di compattezza". Il punto sta proprio qui: per non scontentare il Carroccio che aveva già annunciato di essere sul piede di guerra, la coalizione di governo serra le file. In una riunione di maggioranza la Cdl decide che è opportuno non spaccarsi e non provocare i lumbàrd in fibrillazione. Ha un bel dire subito dopo Pecorella che però un aggiustamento ci vuole; che in realtà l´aggettivo "reiterato" dovrebbe riferirsi solo alle minacce... e la legge torna al comitato ristretto della commissione giustizia per una modifica.
Alla fine si sfila l´Udc, però a cosa fatta. Luca Volontè, il capogruppo dei centristi, definisce l´emendamento "incivile". Parla di errore nella confusione: "Farò scudo con il mio corpo affinché si tolga quell´emendamento o la legge non passi". All´"accordo politico", l´Udc adesso non ci sta. "Vergogna", scandiscono i parlamentari di Ulivo e Prc. Sommergono di applausi l´intervento appassionato di Anna Finocchiaro (Ds): "Vi racconterò di una donna del Salvador che venne sottoposta a torture fisiche ma la cosa che la fece più soffrire fu una sola minaccia: le promisero che avrebbero fatto assistere il figlioletto alle torture". Cala il silenzio in aula. "È per questo, perché mancate di rispetto alle migliaia di persone che ogni giorno vengono torturate, e non perché avete mancato gli accordi politici presi, questo lo fate sempre, che dovete vergognarvi".
Per la maggioranza torturare è lecito
Maria Zegarelli su l'Unità
Giovedì alla Camera c'è stato un altro durissimo regolamento di conti nella Cdl. Ha vinto la Lega, facendo votare a sorpresa un - incivile - emendamento alla legge sull'introduzione del reato di tortura nel codice penale in base al quale le violenze o le minacce devono essere "reiterate". Ripetute più volte, altrimenti no, non è tortura. L'emendamento è passato con 201 sì, 176 no e due astensioni, Bobo Craxi del nuovo Psi e Giuseppe Naro dell'Udc. È successo tutto nel giro di pochi minuti, mandando all'aria un lavoro che andava avanti da due anni. Il testo - primi firmatari Piero Ruzzante, Anna Finocchiaro e Luciano Violante, oltre a 100 parlamentari di centro destra - in Commissione Giustizia era stato condiviso da tutti gli schieramenti politici, tranne la Lega. Il Parlamento stava, finalmente, per votare la legge che dava corpo agli impegni presi dall'Italia con la ratifica della Convenzione dell'Onu contro la tortura. Invece adesso si riparte da zero.
Un "sorpreso" presidente della commissione Gaetano Pecorella, invece, chiede il rinvio del testo al comitato dei nove. Richiesta accolta. La confusione è al massimo: sia il relatore che Pecorella avevano espresso parere negativo all'emendamento, ma poi in cinque minuti è tutto cambiato. L'esponente di Forza Italia, in affanno, butta giù una spiegazione e peggiora tutto. Fa insorgere anche l'Udc. Dice: "Devo dare atto che la scelta della commissione era esattamente nel senso opposto e cioè di un parere contrario all'emendamento della Lega. Poi c'è stata una decisione politica all'interno della Cdl, che purtroppo è intervenuta secondo me tardivamente, ma di cui non abbiamo potuto non prendere atto perché una coalizione di maggioranza deve avere, o dovrebbe avere, caratteristiche di compattezza...". Il capogruppo dell'Udc Luca Volontè ribatte: "Non c'è stato alcun accordo. Forza Italia non ha parlato di questo con noi, forse l'ha fatto con la Lega. Se questo è l'ennesimo prezzo che qualche luminare della Cdl vuole pagare alla Lega lo paghi, ma noi non cederemo. O si torna al testo originario, concordato sia all'interno della coalizione sia con l'opposizione oppure il nostro sarà un voto contrario". A nome suo e del gruppo che rappresenta promette battaglia. Di più: "Farò scudo con il mio corpo affinché o si tolga l'emendamento della Lega o la legge non trovi il voto favorevole dell'intero parlamento".
In tarda serata arriva un'altra versione dei fatti: c'è stata confusione con un emendamento antecedente a quello in esame, presentato dalla Lega. Così Udc, An e Fi hanno votato a caso. La Lega gongola: "Il nostro emendamento non sconvolge lo spirito della legge, ma determina meglio che cosa si debba intendere per tortura. La minaccia è già sanzionata - sostiene Carolina Lussana - ma perché diventi tortura c'è bisogno di qualcosa di più". Fuori dall'Aula, intanto, cresce la protesta.
Il listone dei non candidati
Paolo Franchi sul Corriere della Sera
Viviamo in un singolare Paese, dove il presidente del Consiglio e il suo vice trovano del tutto normale candidarsi come capilista nelle imminenti elezioni europee in tutte le circoscrizioni, e fanno mostra di sorprendersi, e anzi di indignarsi un po', se qualcuno obietta loro che la cosa non sta né in cielo né in terra, visto che nel Parlamento di Strasburgo non potranno mai sedere. Dunque, non c'è che da apprezzare, in via di principio, la decisione della lista Prodi di fare l'esatto contrario, e di non candidare, per coerenza con le nuove norme sull'incompatibilità parlamentare e per rispetto degli elettori, i leader dei Ds, della Margherita e dello Sdi. E apprezzabile è anche la conclamata convinzione che il rispetto pieno delle regole possa rappresentare per il Triciclo anche un'efficace arma di propaganda in più, in campagna elettorale, contro il centrodestra. Così è o, almeno, così dovrebbe essere. Scendendo dal cielo dei princìpi alla realtà della lotta politica, infatti, le cose si fanno un po' più complicate. A questa rinuncia, sollecitata non solo da personalità importanti e rispettate in Italia e in Europa come Giuliano Amato e Giorgio Napolitano, ma anche e soprattutto dallo stesso Romano Prodi, si è giunti tra mille dubbi e mille tormenti. E questi dubbi e questi tormenti non accennano affatto a placarsi adesso che il dado sembra tratto, soprattutto tra i Democratici di sinistra. Perché sotto la Quercia è diffuso il sospetto che, per questa via, i partiti della coalizione, in primis il più grande, per il quale Piero Fassino, non più tardi di domenica scorsa, aveva prospettato addirittura una funzione "di guida", subiscano un altro, durissimo colpo, forse il colpo definitivo, sulla via della costruzione di un soggetto politico inedito.
Cioè quel "partito di Prodi" il cui avvento si è pubblicamente e forse un po' incautamente augurato Massimo D'Alema. Il sospetto, le cui origini risalgono agli albori del Triciclo, non è manifestamente infondato. In questi mesi non si è quasi vista traccia, nel Paese, della formazione di una nuova forza politica che ambisce nientemeno che a unificare e a rigenerare le diverse tradizioni riformiste. Tutto è stato rimandato all'indomani della prima prova elettorale della lista unitaria, nella previsione di un successo garantito dal ruolo di Prodi e dal fatto che l'unità rappresenta un bene in sé e un valore aggiunto decisi vo per il popolo del centrosinistra, ormai peggio che insofferente delle lotte intestine. E i partiti In periferia, probabilmente, hanno continuato a litigare come prima. Ma, sul piano nazionale, hanno fatto molto più di un passo indietro, cedendo giorno dopo giorno al futuro candidato premier un po' di quel che restava della loro (presunta) sovranità. E l'ultimo, e decisivo, di questi passi indietro è rappresentato proprio dalla rinuncia dei segretari, primo tra tutti quello dei Ds, a candidarsi per guadagnare il consenso dei propri elettori. Può darsi, naturalmente, che il disegno si riveli vincente, e che intanto i Ds, perplessi all'idea di rintracciare nella cosiddetta società civile teste di lista capaci di fare il pieno dell'elettorato di sinistra, riescano a mettere in campo, come dice Fassino, "fior fiore di dirigenti autorevoli, rappresentativi e competenti". Ma è certo che a competere, il 12 e il 13 giugno, sarà, se non ancora il "partito di Prodi", una lista che gli somiglia molto da vicino. Con tutte le conseguenze che ne possono der ivare, naturalmente. In caso di vittoria come in caso di insuccesso.
Per l'Europa Berlusconi è fuorilegge
Sergio Sergi su l'Unità
Riemergono dall'emiciclo suonati. I parlamentari di Forza Italia e An devono, in qualche modo, giustificare la sconfitta appena subita. La relazione sulla libertà dei media in Europa e sui rischi di violazione del diritto all'informazione è stata approvata. Dopo una settimana di passione. La relazione passa con l'86 per cento dei votanti. Ottiene 237 sì del Pse (con gli italiani Fava, Ghilardotti, Lavarra, Napoletano, Napolitano, Paciotti, Pittella, Ruffolo, Sacconi, Vattimo, Veltroni e Volcic), dei Verdi (con l'italiana Frassoni), del Gue (con gli italiani Cossutta, Di Lello, Manisco e Vinci) dell'Eldr (con gli italiani Calò, Costa, Di Pietro, Formentini, Procacci e Rutelli). I voti contro sono stati soltanto 24 (tra gli italiani, i radicali con Pannella e Bonino) perché i gruppi del Ppe e della destra Uen scelgono la via inedita della non partecipazione per protesta.
Sapevano di perdere e, invece di opporsi pigiando i pulsanti, restano a chiacchierare. Si dissociano dal Ppe tre deputati giscardiani che votano e votano sì, tre parlamentari euroscettici danesi, mentre altri 9 deputati del Ppe, tra cui l'ex ministro francese Lamassoure, si astengono. Espressioni significative e di insofferenza in un gruppo che ha cambiato, progressivamente, i propri connotati (dall'ingresso di Forza Italia e dei conservatori britannici). Uno smarrito Scapagnini, medico di Berlusconi fatto rientrare precipitosamente a Strasburgo, si aggira tra i banchi con il senso del vuoto. I deputati di Fi e An trascinano, in una pratica del tutto sconosciuta sinora alla storia del parlamento europeo, i loro gruppi di appartenenza. Non era mai accaduto. Evidentemente, Berlusconi è in grado, ormai, di pretendere anche questo dal tedesco Hans Poettering, il capogruppo. L'unica consolazione: nel rapporto è stato cancellato il nome di Silvio Berlusconi. Non si usa, per eleganza, citare le persone in risoluzioni ufficiali. Accontentati. Così Berlusconi, nella relazione, sarà indicato come l'attuale presidente del Consiglio italiano.
Escono dall'aula e si scagliano contro la sinistra e contro i comunisti. Ma si capisce che ce l'hanno con uno che comunista non è mai stato e non lo sarà mai. Il bersaglio è il presidente del Parlamento europeo, il liberale irlandese Pat Cox, definito, in aula in scomposti interventi, come l'autore di un'impresa nefasta. Uomo che ha tradito il senso della democrazia in questo Parlamento, sentenzia il forzista Guido Podestà, il quale, peraltro, è uno dei vice di Cox. Curioso destino degli autentici liberali. Cox non è il presidente delle forze progressiste e di sinistra. Due anni e mezzo fa, nel gennaio del 2002, venne eletto alla carica più alta da una maggioranza che fece perno sul Ppe e sulla destra. Il candidato della sinistra, il laburista David Martin, venne sconfitto. Al centro destra, ora, non va proprio giù il fatto che il suo presidente abbia utilizzato le prerogative del regolamento per consentire la votazione della relazione sui media contro cui, proprio alla fine dell'iter parlamentare, si è concentrato l'attacco ostruzionistico. Cox resiste sino all'ultimo, non si lascia intimidire e permette, autorizzando la votazione del testo paragrafo per paragrafo. I 338 emendamenti del centro destra decadono automaticamente, essendo stati approvati i paragrafi del documento di base. La destra grida al complotto. Che non esiste. Si scaglia contro Cox e la mite relatrice: un'altra liberale, l'olandese Johanna Boogerd-Quaak che, continuamente, si dice attonita per le bordate che le giungono dai forzisti.
Par condicio, la Rai benda Blob
Punito anche "Blu notte"
Aldo Fontanarosa su la Repubblica
ROMA - I volti dei politici coperti da grandi strisce rosse, in modo da oscurarli del tutto. Così, alle 20 e 10 di ieri, è andato in onda "Blob", ultimo avamposto satirico di RaiTre. I politici c´erano, ma nascosti. La redazione è stata costretta a questa scelta dopo aver letto la circolare che ieri è arrivata al direttore di RaiTre Ruffini. La circolare, che porta la firma dell´Ufficio legale Rai, dà la sua interpretazione delle regole sulle "pari opportunità" in campagna elettorale. Regole che sono scritte nella legge e nei regolamenti votati in Parlamento. Sulla base della circolare, "Blob" non potrà trasmettere immagini di politici o mettere il naso nei temi politici, off-limits fino alle elezioni.
In passato, "Blob" era sempre sopravvissuto alla tagliola delle "pari opportunità" e della par condicio proprio perché programma satirico. Stavolta invece la circolare della Rai estende esplicitamente i divieti alle trasmissioni satiriche, inclusi "i programmi di montaggio che utilizzino sequenze registrate". "Blob" è l´esempio più classico di questi "programmi di montaggio", al punto che la redazione si è già messa al lavoro per cambiare puntate già pronte: ad esempio il "Fuori Orario" assemblato per domenica 25. Avrebbe riproposto due faccia a faccia storici, tra Occhetto e Berlusconi (del marzo ´94) e tra Prodi e Berlusconi (dell´aprile ´96). Entrambi ora eliminati.
Gli ulivisti Giulietti e Orlando (associazione Articolo 21) prendono male la circolare: la satira Rai viene imbavagliata - dicono - mentre le "Iene" o "Striscia la notizia", dagli schermi di Mediaset, "potranno fare quello che vogliono". Da Parigi, Enrico Ghezzi, padre di "Blob", è deluso soprattutto dai politici. A suo giudizio, la Rai emana una circolare "strettissima" perché la commissione parlamentare di Vigilanza Rai, a sua volta, ha votato un regolamento "severissimo". Come uscirne? "Blob" al solito tenterà la via creativa. Si inventerà un "Blobcondicio". Ma Ghezzi ammette che il divieto di toccare temi politici rischia di paralizzare tutto: "Anche una persona che si lamenta perché il pane è caro fa politica".
La giornata difficile di RaiTre non è finita qui. A sorpresa è saltata la puntata di "Blu Notte" che Carlo Lucarelli avrebbe dedicato alla mafia (già in onda a giugno). La direzione generale della Rai non riconosce il rango di trasmissione giornalistica a "Blu Notte", che dunque non potrà occuparsi di temi politici, neanche di mafia, in campagna elettorale. Il direttore di RaiTre Ruffini, costretto a rimpiazzare "Blu Notte" con un vecchio film di Clint Eastwood dal titolo profetico ("Impiccato più in alto"), si scusa con i telespettatori. Lucarelli è deluso: "Eravamo arrivati al 7, addirittura all´8% di ascolti, malgrado la concorrenza del "Grande Fratello". Ora dobbiamo fermarci un giro. La puntata sulla mafia non conteneva rivelazioni sconvolgenti. Certo, era una storia puntuale, dal processo di Catanzaro ad oggi. Non capisco, ma devo adeguarmi". Lumia (Ds) chiede "a chi faccia paura parlare di mafia". Massimo Russo, pm a Palermo: "Non ci sono parole per commentare la scelta della Rai".
Tv, il sorpasso in discesa brucia il "fattore B"
Aldo Grasso sul Corriere della Sera
Mi consenta: Fassino fa più audience di Berlusconi. E' come se il Milan fosse stato battuto quattro a zero dal Perugia, è come se il Milan fosse stato battuto in casa, visto che la partita si è giocata a "Porta a porta" e non sono pochi i Gaucci che accusano Bruno Vespa di essere il cerimoniere del premier. Sta di fatto che la puntata dell'altra sera, che aveva come ospite unico Piero Fassino, ha raggranellato circa un milione e 900 mila spettatori, pari a uno share del 21 per cento. E ha superato di quattro punti la puntata del 6 aprile, ospite il presidente del Consiglio (un milione e 700 mila spettatori, share del 17). La notizia potrebbe essere clamorosa perché Berlusconi ha fondato la sua fortuna politica sulle doti di Grande Comunicatore mentre Fassino viene spesso rimproverato di non avere appeal, di rappresentare la "vecchia" politica. Viene persino preso in giro dai comici di sinistra che lo ritraggono come un grissino (ragion per cui è andato a ripetizione di look da esteti ed estetisti). Potrebbe: perché una rondine non fa primavera, neanche a Praga, perché il sorpasso potrebbe anche essere letto al ribasso, come un sintomo cioè di disamore nei confronti della politica in tv. C'è la guerra in Iraq, c'è l'economia che non tira, c'è lo stipendio che non basta più e non è una grande consolazione stabilire se sia più convincente una parte o l'altra.
Certo le barzellette non bastano più, l'indignazione nemmeno, ma è difficile capire se il carisma del capo che aveva saputo trasformare l'antipolitica e la critica dei partiti tradizionali in una nuova forma di seduzione si vada appannando. In realtà Berlusconi ha avviato in Italia un processo di personalizzazione della politica che sta caratterizzando molti altri Paesi: il che ha comportato l'uso massivo dei media e di strategie prese a prestito dal marketing e dai talk , l'utilizzo dei sondaggi e di una elaborazione comunicativa irrituale. In questa evoluzione della politica, il ruolo della tv è determinante non tanto per il suo potere immediato di condizionamento, quanto piuttosto perché elabora una nuova riconoscibilità nazionale.
Detto in altri termini, le tv non portano meccanicamente più voti a Berlusconi (come spesso si tende a credere) ma, alla lunga, spiazzano tremendamente le formazioni politiche che non hanno accesso all'universo mediatico. Almeno sul piano teorico.
Per questo, nelle mani dei suoi consiglieri d'immagine, Fassino si è un po' berlusconizzato e l'audience ha reagito; d'altro canto, il premier si è un po' fassinizzato, ed è anche diventato noioso, ripetitivo, bruciando quel famoso "fattore B" che ha caratterizzato la comunicazione politica degli anni '90. E se ora i due fossero più vicini?
Comune di Milano, la paralisi infinita
Il sindaco Albertini ha lasciato furibondo l´aula
Giuseppina Piano su la Repubblica
Nel tritacarne del voto segreto, per quattro volte di seguito la Casa delle libertà ieri è uscita con le ossa rotta ieri a Palazzo Marino. Incapace di eleggere il nuovo presidente del consiglio comunale, indicato da Forza Italia in Vincenzo Giudice. Paralizzata dalla diserzione della Lega, che molla la sua maggioranza non partecipando con i suoi tre consiglieri al voto, e da quattro franchi tiratori da cercare nel resto della coalizione con ampi sospetti su Forza Italia.
Dall´opposizione, Alberto Mattioli della Margherita riassume per il centrosinistra: "Giudice è stato portato al massacro dalle faide interne. Ora siamo più fermi di prima. La maggioranza è spappolata e inconcludente". Il Consiglio per ora resta senza presidente. Ma anche bloccato sull´approvazione del bilancio. Uno scivolone che apre una resa dei conti dentro la maggioranza. Gabriele Albertini ha lasciato l´aula furibondo, senza dire una parola. In mattinata, a chi gli chiedeva se una diserzione della Lega sul presidente e sul bilancio significherebbe rottura, aveva avvertito: "Se votano contro o si astengono, valuteremo gli effetti della loro decisione". Il capogruppo leghista Matteo Salvini in aula ha ribadito però che il Carroccio non avrebbe votato per non essere stato neppure consultato da Forza Italia nella scelta: "Questa è una vicenda incredibile, altri avevano i numeri, non li hanno usati".
Di certo sono stati voti decisivi, quelli che sono venuti a mancare nel segreto dell´urna alla Casa delle libertà, per eleggere il forzista Vincenzo Giudice. Lui l´uomo indicato alla guida di quel Consiglio dove solo tre settimane fa si piangeva il presidente Giovanni Marra scomparso il 6 aprile. Alla fine della quarta votazione andata male (Giudice fermo a 29 preferenze, ne servivano 31), tocca al vice-coordinatore cittadino di Forza Italia Roberto Caputo il commento più duro: "Un grave gesto di irresponsabilità politica, che lede le istituzioni. Giocare così allo sfascio è un segno di infantilismo. Credo che Forza Italia dovrà prendere dei provvedimenti". C´è chi sospetta che tra i quattro franchi tiratori che hanno votato scheda bianca ci siano (anche) dei forzisti, effetto delle troppe le lacerazioni tra correnti per il rimpasto che hanno paralizzato per giorni una scelta all´interno del partito. Roberto Caputo risponde: "Io non faccio il detective, non lo so". L´accordo interno ratificato ieri dal partito (Enzo Giudice presidente, nuovo capogruppo Manfredi Palmeri) comunque la si veda non ha retto alla prova dell´aula. Un accordo a cui era collegata una soluzione a tre per il rimpasto, con l´ingresso del coordinatore regionale azzurro Paolo Romani e altri due forzisti, che prima della seduta di Consiglio il partito ha chiesto ufficialmente ad Albertini. "Forza Italia ha cercato di commissariare il sindaco", attacca il coordinatore cittadino dei Ds Pierfrancesco Majorino.
Inutile dire che la caccia ai quattro è aperta. Stefano di Martino, capogruppo di An, subito avverte "noi abbiamo votato tutti compatti". Ma certo è che il voto segreto garantisce ai franchi tiratori l´anonimato. Politicamente dunque diventa dura recuperarli. Mentre necessario, per la Casa delle libertà, a questo punto è recuperare i tre voti leghisti che ieri sono totalmente mancati ma che basterebbero per eleggere Giudice. Il segretario cittadino dell´Udc, Pasquale Salvatore, tallona Albertini: "L´astensione della Lega è un fatto politico di cui non si può non tenere conto". Lunedì prossimo, la Casa delle libertà deve comunque riprovarci con una nuova votazione.
23 aprile 2004