
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 6 aprile 2004
Bush: la rivolta non ci fermerà
« In Iraq rispetteremo le scadenze » . Il comandante delle forze Usa chiede più soldati al Pentagono. Il capo sciita Al Sadr si rifugia in moschea. L'italiana che amministra Nassiriya tratta con gli insorti.
sommario sul Corriere della Sera
La rivolta sciita mette sotto pressione gli americani in Iraq. Il generale John Abizaid, comandante delle forze statunitensi, chiede rinforzi al Pentagono. Bush assicura che la sollevazione non lo fermerà: « Il passaggio di poteri sarà il 30 giugno » . Il senatore democratico Ted Kennedy: sembra il Vietnam. E mentre il governatore di Nassiriya, l'italiana Barbara Contini, tratta con i capi locali sciiti, gli americani spiccano un mandato di arresto per il leader Moqtada Al Sadr, asserragliato in moschea.
A Madrid un fax di una cellula di Al Qaeda promette di « trasformare la Spagna in un inferno » . Intanto, Gianfranco Fini rassicura la Lega Araba: « L'Occidente non deve esportare valori nei Paesi arabi » .
L'incubo di Bush
Vittorio Zucconi su la Repubblica
SE QUESTA non è una guerra, che cosa è mai una guerra? Diventa ogni giorno più difficile vendere al pubblico interno e internazionale la fiaba rassicurante della "missione di pace". Ogni ora che ci avvicina alla scadenza del 30 giugno prossimo rende sempre meno convincente la pretesa che le colonne di panzer entrate a Falluja, le battaglie tra milizie armate irregolari e forze di occupazione, la caccia al chierico estremista Moqtada al Sadr, gli Apache che mitragliano i quartieri sciiti di Bagdad, siano operazioni di sicurezza per consentire il sereno passaggio di mano alla sovranità irachena.
Si fanno prove generali di guerra civile e questa avventata, presuntuosa e mal pianificata impresa in Iraq certamente non è l'Italia né la Germania liberate del 1945, come la malafede dei neoconservatori aveva avuto la spudoratezza di raccontarci. "Questa - ha detto il senatore John McCain - è guerra". Ciò che è più grave, è guerra su due fronti, tra sunniti e sciiti radicali e noi in mezzo.
Come disse Thomas Jefferson in altre epoche e circostanze, "l'America ha afferrato il lupo per le orecchie". A mano a mano che ci avviciniamo al 30 giugno, quando le esigenze elettorali di George Bush lo costringeranno a mettere una faccia irachena sull'occupazione americana, si vedono, con desolante prevedibilità, esperimenti di guerra civile tra i gruppi che si contenderanno i pezzi del futuro Iraq.
"Vogliamo che il governo sia eletto, non imposto dalla legge della folla", diceva ieri Bush ripetendo la solita promessa di "mantenere la rotta", ma quella delle sommosse, delle dimostrazioni violente, del settarismo è la sola forma di lotta politica alla quale decenni di oppressione coloniale europea e poi di selvaggia dittatura abbiano addestrato gli iracheni. Soltanto l'arroganza ideologica creata dagli illusionisti della Casa Bianca poteva credere che la pianta della democrazia sarebbe germogliata nel deserto in pochi mesi, alla vista delle colonne americane nelle vie di Bagdad.
Eppure questa era la premessa fondamentale dell'invasione ed è la sola che ancora rimanga dopo le fandonie sulle armi e sui rapporti fra Saddam Hussein e Al Qaeda. Per questo Bush non può scavalcare né spostare quella deadline, quella scadenza del 30 giugno che ora appare inutilmente e pericolosamente vicina. Non esiste alcuna ragione militare, né strategica, né irachena, perché il passaggio formale della sovranità limitata sotto la tutela del futuro ambasciatore plenipotenziario che sostituirà l'esausto governatore Bremer, debba avvenire proprio il 30 di giugno e non fra un anno o sei mesi.
Quella data ha esclusivamente un senso elettorale, fissata per tagliare l'erba sotto i piedi della Convention democratica in luglio, dove la guerra sarà il leitmotiv, e per dare al Congresso del partito repubblicano in agosto una parvenza di apoteosi.
Ma anziché funzionare da surrogato di vittoria, quella data sta agendo come uno stimolante per i mestatori che fanno leva sull'odio crescente contro quella che nelle strade di Bagdad, di Falluja, di Bassora, della "nostra" Nassirya, la gente non chiama liberazione, ma chiama "l'occupazione sionista degli anglo-americani".
Bush cammina verso quel giorno come l'acrobata su un filo. Non può cadere né da una parte né dall'altra, non può tollerare la guerra civile strisciante ma non può neppure eccedere nella rappresaglia militare alla maniera di Ariel Sharon, perché l'una e l'altra scelta darebbero soltanto spazio e motivazioni alle truppe irregolari che hanno già ucciso 616 soldati americani e abbattono ministri e funzionari e poliziotti "collaborazionisti" ogni giorno. Può soltanto andare avanti.
È sicuramente vero che sia "risoluto", perché l'acrobata non ha alternative, tra il precipitare e il continuare sul filo della pazienza-indifferenza dell'opinione pubblica americana. Ma anche lui, che di storia sa poco, non può ignorare che il filo della pazienza dell'America è lungo, non infinito. Quando si spezza, si spezza di schianto.
Il sentiero di George W. tra le fazioni in lotta
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
NEW YORK La peggiore notizia dall'Iraq non è l'agguato di Malhama, con la macabra violazione dei cadaveri a uso delle telecamere, e neppure la rivolta della fazione sciita legata all'ayatollah Moqtada Al Sadr. La notizia più preoccupante è la chiusura del coraggioso giornale Iraq Today, fondato dal giovane iracheno Hassan Fattah, cresciuto in America e tornato nel suo Paese dopo la caduta di Saddam. Già fermato dalla Military Police per le critiche ruvide alla coalizione alleata, Fattah è stato ora costretto a chiudere battenti e nascondersi, per le minacce del terrorismo contro lui e i suoi meravigliosi cronisti. Che il vecchio Iraq avrebbe alimentato a lungo una sorda guerriglia era prevedibile.
Ma se il nuovo Iraq, così vivace, ripiega davanti alla violenza, la pace si allontana. Le forze di coalizione sono sulla difensiva, militarmente e politicamente. L'imboscata dei pressi di Falluja ha segnalato la volontà della minoranza di sunniti legati al Baath di Saddam Hussein di non accettare compromessi con le autorità civili. I cittadini sono stati avvisati di restare in casa, il traffico sgombrato, gli attivisti poi ( non « la folla ebbra di sangue » delle cronache salgariane...) hanno mutilato i poveri corpi per diffondere attraverso una troupe Aptn la minaccia « morte ai mercenari e ai collaborazionisti » .
Il 30 giugno è previsto il passaggio di poteri tra gli americani e gli iracheni. I sunniti temono di restare schiacciati nella tenaglia tra i curdi, che vivono nelle loro zone autonome, e gli sciiti, il 60% dei circa 25 milioni di abitanti. Ecco che i baathisti, se in combutta o no con i fondamentalisti è difficile dire, provocano le autorità per imporre la repressione che alieni la comunità fedele a Saddam. Pronta la replica degli sciiti. Il Grande Ayatollah Al Sistani raccomanda calma, e tesse il suo filo con il messo dell'Onu Lakhdar Brahimi. Dietro le stragi e il sangue, però, c'è un preciso disegno politico, la strategia del caos, non « la piazza violenta » e se Al Sistani attende, la sua nemesi, il focoso ayatollah trentenne Moqtada Al Sadr, getta nella mischia la milizia Mahdi, per candidarsi come solo portavoce della confessione. Falluja e la rivolta di Sadr City, il ghetto di Bagdad, sono manovre per arrivare al 30 giugno in posizione di forza.
Gli americani dovrebbero rispondere a caldo, ma il loro margine è stretto. Il presidente George W. Bush è testa a testa con lo sfidante democratico John Kerry in un'aspra campagna elettorale. La costituzione irachena e un governo autonomo sarebbero biglietti da visita rilucenti per la Casa Bianca numero 2; cadaveri fatti a pezzi e i carri armati a Sadr City no. Che fare? Ieri il generale John Abizaid, detto l' « Arabo pazzo » , il comandante dello scacchiere mediorientale, ha per la prima volta ammesso che forse occorrono più dei 150.000 soldati di stanza in Iraq. Anatema per il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, teorico con Andrew Marshall dell'intervento « leggero » . Per mesi, l'ex capo di stato maggiore dell' esercito, generale Shinseki, aveva implorato di arrivare in Iraq con 400.000 fanti, e s'era visto imporre, per ripicca, la pensione anticipata. Ora i soldati servono, se in Paesi pacifici si calcolano due poliziotti ogni 1000 abitanti e in Irlanda del Nord se ne mobilitavano 20 per 1000 negli anni ' 70. In Iraq l'equazione richiederebbe mezzo milione di uomini e, visto che la polizia locale è imbelle, Shinseki sembra vendicato dalla realtà.
A Falluja vige il codice delle tribù del deserto, i capi non si schierano per ideologia ( tanti ufficiali Usa hanno nello zaino i « Sette pilastri della saggezza » di Lawrence d'Arabia) ma per stima di forza. Consegneranno agli alleati i terroristi quando li riterranno accerchiati. Il dibattito americano, con il bravo senatore Joe Biden che invoca la Nato, l'Onu e l'Europa, è per ora appassionato ma accademico, chi ha voglia di infilarsi in un inferno che prevede una lunga trincea e una difficile battaglia per il consenso? L'audizione della consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice, giovedì davanti alla Commissione d'inchiesta sull' 11 settembre, e la campagna elettorale, paralizzano l'iniziativa della Casa Bianca. In attesa di un cambio di fronte che permetta ai tanti liberi Fattah di rialzare la voce, la guerra globale continua sul fronte iracheno e con il terrorismo, cieca e violenta.
L'ARMATA AL MAHDI
Un esercito di diseredati unito da fede, clan e voglia di martirio
Guido Olimpio sul Corriere della Sera
I soldati dell'Armata di Al Mahdi potrebbero essere decine di migliaia. Almeno questo è quello sostengono i collaboratori di Moqtada Al Sadr, il leader sciita ribelle. E la scorsa estate, quando il suo movimento ha lanciato il bando di arruolamento, hanno risposto in tanti. Adulti, ragazzi, padri di famiglia con i figlioletti in spalla si sono messi in coda davanti ai banchetti comparsi nel quartiere Sadr di Bagdad, la zona dove Moqtada ha un largo seguito. Le reclute della « Jaysh Al Mahdi » non ricevono una paga ( circa 150 euro per un soldato del nuovo esercito iracheno) però sono pronti a « firmare fino alla morte » . Ufficialmente non hanno fucili, ma quando serve tirano fuori dai nascondigli Kalashnikov e lanciagranate Rpg, sono abili nel piazzare le bombe ai lati delle strade, usano le bottiglie molotov.
Moqtada Al Sadr ha formato la sua milizia mescolando la tradizione tribale insostituibile nella società irachena e la religione. Gli uomini dell'Armata uniscono i vincoli del clan alla fede sciita. Anche nella scelta del nome Al Mahdi Sadr ha cercato di sfruttare la storia del dodicesimo Imam che, scomparso, dovrebbe riapparire per salvare il mondo dall'ingiustizia.
Per gli esperti il leader estremista, creando il suo apparato, ha voluto bilanciare il peso della Brigata Badr, braccio armato della principale componente sciita iracheno, lo Sciiri, considerato troppo cooperativo con Washington.
Lo schema adottato da Sadr assomiglia molto a quello degli Hezbollah libanesi. La facciata del movimento è sociale: impegno a favore dei diseredati, assistenza medica, comitati che gestiscono la legge islamica ( Sharia) e ne impongono il rispetto.
Quindi distruzione dei negozi che vendono alcolici, punizione per chi attenta alla moralità. Ma dietro questi aspetti legati alla vita quotidiana c'è un'attività clandestina, svolta in collaborazione con ambienti oltranzisti iraniani. Già prima della guerra, Teheran ha inviato suoi agenti in Iraq per creare punti d'aggregazione. Un lavoro sotterraneo portato avanti con figure poi riemerse nell'Armata Al Mahdi. Il rapporto si è poi consolidato in estate dopo la visita di Sadr in Iran. In questa occasione si è incontrato con Qasim Suleimaini, capo della Armata Qods, unità iraniana specializzata nelle azioni clandestine nei Paesi arabi. E la Guida della rivoluzione, Alì Khamenei, lo ha esaltato paragonandolo all'Hezbollah libanese augurandogli di poter cacciare gli americani dall'Iraq.
Il vero errore, saldare tutto il fronte nemico
Marcella Emiliani su Il Messaggero
CASOMAI non ce ne fossimo accorti, in Iraq si è aperto un nuovo fronte, se possibile ancor più pericoloso di quello che alimenta la guerriglia del cosiddetto "triangolo sunnita" attorno a Bagdad. Come molti temevano è arrivata cioè la spaccatura tra gli sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione. Fino ad oggi, erano stati tenuti calmi solo dal carisma della loro guida spirituale, l'ayatollah al-Sistani, nonché dal calcolo politico in base al quale come ragiona lo stesso al-Sistani se democrazia in Iraq ci dovrà essere, agli sciiti il potere verrà automaticamente garantito dalla forza dei loro numeri.
Col 30 giugno, tutte le milizie presenti sul territorio iracheno in teoria dovrebbero consegnare le armi al governo ad interim: difficilmente questo avverrà, ma chi rifiuterà di disarmare i propri lanzichenecchi a quel punto andrà allo scontro frontale con altri iracheni, si caricherà della non lieve responsabilità di alimentare una guerra civile e intra-musulmana.
Molto meglio allora scagliarsi contro "gli occupanti" americani e inglesi (più i loro alleati) finché ufficialmente il potere è in mano loro, cioè di stranieri. Dietro Muqtada al-Sadr ci sono le masse sciite delle periferie più degradate e nella loro rivolta, oltre all'antiamericanismo urlato, c'è una rabbia vecchia di decenni, fatta di emarginazione e miseria, perché lontani dalle campagne che hanno abbandonato o sono stati costretti ad abbandonare dalle epurazioni di Saddam non godono più neanche della solidarietà di base garantita dai circuiti tribali e dai potenti sceicchi che, unici, in Iraq hanno il controllo del territorio.
Quello a cui abbiamo assistito domenica e ieri, con l'occupazione del palazzo del governatore a Bagdad, non c'entra nulla con la strategia terroristica perseguita nel "triangolo sunnita" a suon di agguati e autobombe, strategia peraltro portata avanti anche dall'estremismo radicale islamico: somiglia piuttosto a certe rivolte anti-coloniali, che si scagliavano non solo contro la potenza "occupante", ma anche contro quanti accettavano le regole di quel colonialismo, in questo caso il governo ad interim voluto dagli americani, ma anche contro quel al-Sistani che, pur mordendo il freno, vuole arrivare per una via pacifica e negoziata alla costruzione di uno Stato islamico.
Mediaset condona ancora: 13,4 milioni pagati a febbraio
L'azienda di Berlusconi aderisce alla sanatoria Tremonti
In due anni ha risparmiato quasi 130 milioni di imposte
Roberto Rho su la Repubblica
MILANO - "Non ritengo che le aziende della mia famiglia ricorreranno ad alcun condono". Fu categorico, quel 30 dicembre 2002, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nel corso della tradizionale conferenza stampa di fine anno. Essendo la sua famiglia, con quasi il 51%, l'azionista di maggioranza di Mediaset, in molti pensarono che quella dichiarazione valesse anche per l'azienda televisiva quotata a Piazza Affari. Che, invece, ha aderito al condono fiscale. Nel 2003, come comunicato ufficialmente agli azionisti nella semestrale. E anche nel febbraio del 2004, come emerge dal bilancio Mediaset appena pubblicato, che sarà approvato dall'assemblea dei soci di fine aprile.
Dunque, nei due anni del condono fiscale, il 2003 e il 2004, Mediaset ha speso complessivamente 62,2 milioni di euro, circa 120 miliardi delle vecchie lire, per aderire al condono varato da Giulio Tremonti (negli anni passati consulente fiscale delle aziende del gruppo Berlusconi) e dal governo presieduto dal suo maggiore azionista Silvio Berlusconi. Così facendo, il Biscione - che si è legittimamente comportato come molte altre aziende, italiane e straniere, quotate e non - ha dribblato il rischio di dover pagare imposte per 191,8 milioni di euro, probabilmente qualcosa in più se si conteggiano anche gli accertamenti minori delle controllate. Insomma, ha pagato meno di un terzo di quanto richiesto dal Fisco. Euro più euro meno, 130 milioni risparmiati.
Troppo sangue per una tragedia senza Dio e senza resurrezione
La passione di Cristo" di Gibson esce domani in Italia
Osannato dal Vaticano, accusato di antisemitismo. E' solo brutto
Natalia Aspesi su la Repubblica
Anche in Italia l'ha già visto una moltitudine, su invito esclusivo e quindi gratis, in quanto esperti di qualcosa, dalla Bibbia al cinema horror. In più se ne è parlato ormai così tanto che pare di conoscerlo scena per scena con tutti i pro e i contro, e il colpo finale, anche se non sanguinolento, glie l'ha dato a "Porta a Porta" una folla di chiacchieroni (quasi sempre a vanvera): e se mancava la solitamente immancabile decana della trasmissione, Alba Parietti, c'era però monsignor John Foley, con cui Vespa andava sul sicuro, avendo l'illustre e gioviale religioso già riempito i giornali di tutto il mondo con il suo plauso per la Passione secondo Mel Gibson: d'accordo con lui tutti, tranne il cauto rabbino capo di Milano Giuseppe Laras e il dubbioso critico Gian Luigi Rondi, il cui sincero amore per il buon cinema ha avuto la meglio sulla sua profonda fede cattolica.
Alla vigilia dell'invasione in più di 700 cinema, ovviamente nella settimana di Pasqua, ci si può anche chiedere se questo "snuff movie" (però finto, infatti il corpo martoriato di Gesù è di cartapesta) avrebbe suscitato tutto questo casino, apprezzamenti e insulti, ovazioni e disgusto, miracoli e indignazione, (e una quantità di miliardi) se forse lo stesso regista o i suoi amici oltranzisti cattolici, non avessero messo in giro la voce che trattavasi di opera antisemita. Proprio adesso! Nel momento storico meno adatto! Con gli islamici che si fregano le mani! E il Papa che forse acconsente! E Baget Bozzo cui nessuno ha chiesto il parere!
Costretti ad andarlo a vedere per carità di patria e ben contenti di dire la loro, si sono subito formati gli opposti estremismi, senza un minimo di freno: da una parte i cattolici integralisti con le lacrime agli occhi a dire che il film non è antisemita ma dice solo la verità sul deicidio ed è bellissimo, e dall'altra gli ebrei (e i cattolici che evitano la via Crucis in ginocchio sui sassolini acuminati, e i laici, e i liberal, e i biblisti e tutti quelli che almeno una volta hanno letto i Vangeli), a dire che è antisemita e non rispetta né la storia (Ponzio Pilato buono, quello che sterminava gli ebrei tanto da essere richiamato persino dall'imperatore Tiberio) né le Scritture ed è alla fine bruttissimo.
Dicono che le ragazze dei college americani fanno a gara a chi resiste di più alla gragnola di torture inflitte al muto Gesù e la prima che chiude gli occhi paga pegno. Io gli occhi non li ho chiusi, perché quando a furia di frustate col gatto a nove code (preceduto da una gragnuola di bastonate) il Figlio dell'Uomo viene trasformato, come scrive il "Sunday Times", in "una pizza umana", si perde fortunatamente ogni senso di tragedia e sofferenza come fosse un cartone animato e ci si guarda attorno per vedere se gli altri spettatori invece svengono o si sono assopiti.
Però dopo più di un'ora di questo schermo schizzato di rosso, quando al povero Cristo gli mettono in testa anche la corona di spine, ovviamente ghignando, mi sono detta, qui colpi di scena non ce ne saranno, e siccome so come la storia va a finire, meglio andare a respirare una boccata d'aria anche se mefitica.
Insomma mi sono persa la Crocifissione, con chiodi piantati nelle mani e braccia disarticolate e altri litri di sangue e su croce oleografica, essendo quella d'epoca diversa, a forma di T e con seggiolino per il condannato.
Quanto all'antisemitismo della Passione di Cristo, pare una esagerazione: come in tutti i film sempliciotti, soprattutto in costume, ci sono i cattivi qui rappresentati con pesanti e sontuosi costumi, lunghe barbe e sguardo obliquo (ebrei del Sinodo), folla vociante che chiede sangue (popolo stracciato ebreo) e torturatori sdentati e strabici (soldati romani).
Ma, parlando in aramaico e latino, appaiono come macchiette un po' ridicole, quindi difficili da odiare, se non sei Mel Gibson o suo papà o qualche scriteriato via di testa. Se mai resteranno delusi i credenti del tipo pacifico, post Vaticano II: perché di Gesù manca la meraviglia della parola, manca il messaggio d'amore, manca Dio, e la Resurrezione, l'evento sacro che lo fa diverso dalle migliaia di persone condannate alla crocifissione dai Romani, è sbrigata in due minuti, come un incidente casuale ancorché magico.
Una commissione di censura punitiva, in Italia, non ha previsto nessuna limitazione. Gli pare giusto che a qualsiasi età si assista a un'orgia di sangue, a due ore di sofferenza splatter, al film più horror mai arrivato nei cinema. Forse in nome dell'Inquisizione, che somministrava santi tormenti, e innalzava i roghi nelle piazze per educare le folle, il che potrebbe ispirare un altro efferato film di Gibson.
Arriva « La Passione » , le parrocchie si mobilitano
Oltre 700 schermi per il kolossal, senza divieti. E' già caccia ai biglietti, intere sale prenotate
Alessandra Arachi sul Corriere della Sera
ROMA Domani arriva anche nelle sale italiane, in settecento sale, e in quelle sale cinematografiche potrà entrare chiunque, senza alcun divieto. Succede soltanto in Italia: in tutto il resto del mondo, infatti, sono fioccate restrizioni per La Passione di Cristo, l'ultimo lavoro di Mel Gibson. Ovunque la pellicola è stata vietata ai minori, quattordici anni come minimo.
Bisogna ricordarlo: è un film recitato in aramaico e latino, interamente. E praticamente per intero è stato girato tra i sassi di Matera, gli stessi scelti quarant'anni fa da Pasolini per il set del
Vangelo secondo Matteo.
Mel Gibson ha chiamato bei nomi del nostro cinema a recitare in questo film che racconta le ultime dodici ore della vita di Gesù Cristo, la sua Passione: Monica Bellucci, Rosalinda Celentano, Mattia Sbragia.
Ed è stata per prima Monica Bellucci a turbarsi per l'assenza di divieti. « Non permetterei a un bambino di vedere questo film » , ha detto lei che in autunno sarà mamma.
È una pellicola violenta La Passione.
Ha diviso gli animi al di qua e di là dell'Oceano, turbato gli ebrei di tutto il mondo, scatenato polemiche interconfessionali. E sbancato i botteghini: oltre 300 milioni i dollari già incassati negli Stati Uniti d'America, in poche settimane.
Al resto ci hanno pensato le diocesi. Meglio, le parrocchie.
Come quella di San Gennaro a Benevento: domani sera arriverà anche l'arcivescovo, monsignor Serafino Sprovieri, nella sala che don Pasquale Mainolfi ha prenotato per intero: biglietti in regalo a parroci e prelati, sconti per parrocchiani e collaboratori. « Io l'ho detto e lo ripeto: questo film non è certo antisemita, semmai è antisannita, visto come ci trattano male Ponzio Pilato » , dice don Pasquale e poi ricorda come leggenda voglia che Ponzio Pilato fosse chiamato in realtà Ponzio Telesino « da Telese, un paese qui nel Sannio » .
GLI EBREI
Israele, dopo le proteste non si trova un distributore
Davide Frattini sul Corriere della Sera
GERUSALEMME « Vorrei poter proiettare il film e poi aprire un dibattito con leader religiosi cristiani ed ebrei. La gente non è stupida, sa giudicare da sola quello che la offende » . Ma prima di arrivare in una sala della Cineteca di Gerusalemme, che Lia van Leer dirige, la Passione di Mel Gibson deve trovare un distributore israeliano. Qualcuno disposto a sborsare 150 mila dollari per un film che rischia di essere presentato in cinema svuotati dalle proteste o bloccato tra la decisione del Consiglio per la critica cinematografica e quella della Corte Suprema: Eli Yishai del partito ultraortodosso Shas ha già annunciato di essere pronto a chiedere il bando per la pellicola perché antisemita e la battaglia giudiziaria potrebbe durare mesi.
La Passione di Gibson ha fatto litigare anche vecchi amici come il pacifista israeliano Uri Avnery e Yasser Arafat. Avnery ha scritto una lettera aperta di quattro pagine per attaccare l'elogio del film espresso dal leader palestinese.
« Le descrizioni cruente della crocifissione scrive hanno contribuito a duemila anni di antisemitismo, persecuzioni contro gli ebrei, attraverso l'Inquisizione spagnola, i pogrom, le espulsioni di massa, fino alla Shoah » . E continua: « Ponzio Pilato, che dagli stessi romani viene descritto come corrotto e crudele, è presentato da Gibson come una figura affascinante che si arrende al volere del popolo ebraico e agisce contro la sua coscienza. Una descrizione del genere ribalta la realtà del tempo, perché gli ebrei erano allora un popolo sotto occupazione come i palestinesi oggi » .
« Polemiche o non polemiche, bando o non bando ha detto il rabbino David Rosen al Los Angeles Times non credo che gli israeliani faranno la fila per andare a vedere questa pellicola: è molto violenta, con scene piene di sangue. Chi vive qui temo ne abbia abbastanza » .
I MUSULMANI
Palestinesi a caccia di dvd «Ora è un film manifesto»
D. F. sul Corriere della Sera
GERUSALEMME Bancarelle, negozi di souvenir, cortili delle scuole. Canali di distribuzione carbonari, ma prezzo che sembra quasi concordato: 4 dollari. Il Dvd pirata della Passione di Mel Gibson è ricercatissimo nei territori palestinesi, dove il film ha iniziato a circolare prima che in Italia.
In Cisgiordania e nella Striscia vedere la pellicola è ormai diventato un gesto politico, un atto militante. Yasser Arafat ne ha fatto un manifesto, dopo averla visionata quindici giorni fa: « Il nostro popolo è sottoposto ogni giorno al tipo di sofferenze che Gesù subì con la crocifissione. In ogni caso la Passione non contiene nulla che possa suscitare l'antisemitismo » . Padre Ayad Al- Tawwal è convinto che il successo tra musulmani e cristiani nasca proprio dalle condanne e dalle accuse delle comunità ebraiche: « Sostenere il film significa sfidare le critiche degli israeliani » .
Ma alcuni religiosi moderati ricordano che nel Corano non ci sono riferimenti al fatto che gli ebrei abbiano ucciso Gesù. « Se io fossi Arafat commenta Zuhair Debi, direttore a Nablus del Waqf, l'autorità musulmana che sovrintende i luoghi sacri dell'Islam avrei solo detto che Cristo ha portato un messaggio di salvezza, amore, giustizia, pace e che dobbiamo sperare che questi principi si diffondano in Palestina » . Aggiunge: « L'Islam non crede che Gesù sia stato crocifisso, per noi è asceso in paradiso. Ma anche se sostenessimo che è stato ammazzato dagli ebrei, non possiamo biasimare per questo quelli di loro che vivono oggi a Tel Aviv, in Francia o negli Stati Uniti. Non sono responsabili per gli atti degli antenati » .
Anche negli Stati del Golfo e in Paesi a maggioranza musulmana come la Malaysia, il film è clandestino, venduto solo agli angoli delle strade, davanti ai supermercati. Le autorità religiose hanno deciso di vietarlo perché l'Islam non consente di ritrarre o rappresentare un profeta, come Gesù viene considerato. Nell'area del Golfo una censura molto rigida impedisce la distribuzione di materiale che possa avere un intento evangelico.
Sun e Microsoft, alleanza tra due ex nemici
I rivali per eccellenza dell'informatica siglano un patto decennale che apre una stagione di collaborazione tecnologica e mette fine alle vertenze legali. Ibm e Hp nel mirino.
Mario Cianflone su Il Sole 24 Ore
Sun e Microsoft, i due arcinemici per eccellenza dell'industria informatica, hanno seppellito l'ascia di guerra, messo da parte le vertenze legali sulla proprietà intellettuale di molte tecnologie e siglato un patto di cooperazione tecnica di durata decennale, un accordo storico che modifica gli assetti attuali dell'Ict. È certamente sicuramente un brutto colpo per Ibm e per il mondo Linux che Big Blue sta cercando di dominare.
Scott McNealy, presidente e amministratore delegato della multinazionale californiana e il suo omologo Steve Ballmer ha siglato infatti un'intesa a 360 gradi che spazia dalla collaborazione tecnica, alla messa da parte di cause legali per violazione di brevetti e della proprietà intellettuale.
Gli aspetti tecnologici dell'intesa.
Le due multinazionali collaboreranno sul fronte dei server al fine di garantire l'accesso incrociato alle rispettivee tecnologie. Il patto prevede ricerche congiunte per lo sviluppo di nuove architetture server caratterizzate da una migliore interoperabilità. La cooperazione sarà da principio focalizzata sui server Windows e sui client ma potrebbe spingersi fino a comprendere anche i sistemi di posta e le tecnologie per i data base. Gli sviluppatori delle due società metteranno insieme le risorse per condividere la tecnologia Active directory di Microsoft con quella Sun battezzata Java System Identify Server. L'obiettivo è realizzare sistemi informativi meno complessi. Su questo punto dell'intesa vi sono contrasti con la vertenza che oppone Microsoft all'Antitrust Ue sul fronte dell'interoperabilità dei server.
Ora, a seguito dell'accordo, viene a crearsi un'alleanza tecnica e commerciale su un settore cruciale quello dei server di fascia media bassa che potenzialmente si colloca in una chiave anti-Linux e, di conseguenza, anti-Ibm poiché Big Blue è il più grande sponsor dell'Open Source. Ovviamente l'intesa tra i due nemici è una spina nel fianco anche per Hp.
Gli aspetti legali ed economici
Sun e Microsoft ora due vanno a braccetto con un patto miliardario. Il colosso del software pagherà a Sun 900 milioni per chiudere le vertenze in materia di brevetti e proprietà intellettuale (java in primis), 700 milioni saranno invece erogati per mettere una pietra sopra le cause pendenti nei confronti dell'antitrust. In totale, la Casa di Bill Gates sborserà 1,6 miliardi di dollari ai quali vanno aggiunti i pagamenti per lo sfruttamento incrociato di tecnologie da parte dei due contraenti. A tal proposito Microsoft verserà 350 milioni di dollari. Ma si tratta di briciole visto che il gigante di Redomd è seduto su una liquidità di 50 miliardi di dollari.
Gli 80 anni di Scalfari fondatore di giornali
uno speciale di la Repubblica
Dal liceo con Calvino alla creazione di Espresso e Repubblica. I racconti di Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa e un colloquio con Carlo Caracciolo. Quell'idea di un quotidiano fatto dai giornalisti
6 aprile 2004