
sulla stampa
a cura di G.C. - 31 marzo 2004
Le favole dell'alieno
Curzio Maltese su la Repubblica
L'ultimo Berlusconi si spiega soltanto con la furia autodistruttiva che prende alla fine tutti i grandi narcisi. Il governo è sull'orlo di una crisi, almeno di nervi, e il premier ha fatto tutto da solo. In pochi giorni ha presentato un piano di rinascita economica già seppellito dalle risate dei suoi alleati, prima che dalle critiche dell'opposizione. Non contento, il premier è andato ieri sera dal suo Marzullo, Mario Giordano, a raccontare ancora una volta la favola delle tasse che stanno per diminuire, anzi sono già diminuite ma presto quasi spariranno.
Sullo slancio il Cavaliere è salito su una teorica palla di cannone, come il barone di Munchausen, e ha cominciato a fantasticare di un'Italia felix in pieno miracolo economico. Un milione e quattrocento mila posti di lavoro creati (dove?), il venti per cento in meno dei reati (quando?), pensioni di lusso, tasse ridotte. Ha perfino aggiunto che lui in televisione non c'è andato mai. Mai come nella circostanza è parso azzeccato il titolo della trasmissione: "l'Alieno".
In questi casi la pratica medica consiglia di non contraddire. La reazione potrebbe essere violenta. Ma c'è da chiedersi perché un grande comunicatore come Berlusconi insista tanto con una strategia così clamorosamente sbagliata.
Da tre mesi, rientrato dal rimpasto facciale, il Cavaliere porge a un'Italia depressa e impoverita uno specchio delle meraviglie dove dovrebbe vedersi opulenta e gioiosa. Che senso ha? È possibile che i cittadini credano più allo specchio magico della tv che non alle proprie tasche? Raccontare agli italiani che si stanno arricchendo mentre stanno malissimo è sciocco, controproducente e fuori luogo. Un po' come la terrificante battuta sui carabinieri che vanno a Nassiriya per i soldi. La barzelletta dopo il massacro che ha permesso a Berlusconi di battere il record di oscenità governativa stabilito da Scajola con la battuta sul professor Biagi "avido e rompicoglioni".
La follia apparente di Berlusconi, ammiratore di Erasmo e forse addirittura lettore, ha sempre avuto in passato una logica nascosta. Qui o è molto ben nascosta o non esiste. La reazione corale degli alleati, di scherno o scandalo, è significativa. Per la prima volta Fini e Follini, Buttiglione e la Lega condividono lo stesso atteggiamento fra lo scettico e l'infastidito di fronte alle mirabolanti e continue sortite del capo. È finito il gioco a premi per cui se un alleato criticava il premier, l'altro correva a difenderlo. Dall'ultimo Berlusconi prendono le distanze tutti.
Il più duro è Gianfranco Fini che ha lanciato in tv un gelido "invito a riflettere". Nei giorni scorsi il vice premier aveva impallinato al volo il piano economico berlusconiano e ironizzato sulla trovata dell'abolizione dei ponti (ma non doveva costruirli?). Ieri ha disertato il consiglio dei ministri e s'è messo a spiegare a Berlusconi via etere, come si fa con i bambini, che prima di parlare di tagli fiscali bisogna stabilire quali tasse (Irap o Irpef?), quali redditi (alti o bassi?), con quali risorse. La Lega per non sbagliare seguita a minacciare crisi di governo, anche in assenza di Bossi. Il ministro Buttiglione sbugiarda Berlusconi che in televisione aveva parlato di misure già pronte "per la prossima settimana", mentre a lui ha confessato che si tratta soltanto di buoni propositi, generica "volontà politica", insomma balle elettorali. Delle due l'una. O prende in giro Buttiglione, e pazienza, oppure prende in giro milioni di spettatori. Alla lunga, come insegna l'amico Aznar, il gioco è rischioso.
È evidente che Berlusconi ha perso il dono del comunicare. È un attore che non sente più gli umori del pubblico e cerca un nuovo successo con un vecchio numero replicato all'infinito. Finora la mole gigantesca di trovate, volta a compensare la qualità, non ha ottenuto il risultato di schiodare i sondaggi di Forza Italia da un misero 21 per cento. È mancato il salto da genio populista a grande statista, nonostante gli elogi della vasta corte e l'occasione del semestre europeo.
Gli alleati l'hanno capito e tentano di sottrarsi, ciascuno a suo modo, dal prevedibile crollo. Perso il talento, a Berlusconi rimangono due potenti armi, la televisione e i soldi. Le userà senza scrupoli, lo sta facendo. Può spendere per una campagna elettorale più di Bush e Kerry messi assieme e apparire in televisione più del segnale orario. Basterà a vendere un'altra favola?
Le promesse vanno mantenute
Federico Geremicca su La Stampa
Non si può, in verità, definire particolarmente rassicurante lo spettacolo di un presidente del Consiglio contraddetto, quasi ad ogni uscita, ora da questo ora da quel partito della sua stessa maggioranza. Eppure sarebbe errato ridurre il confronto apertosi nel governo sull'ipotizzata riduzione delle tasse, a mero scontro pre-elettorale. La ricerca di visibilità e la caccia al voto, in queste ore staranno magari esasperando qualche tono: ma è immaginabile che il premier ed il suo ministro dell'Economia siano mossi, in questa discussione, da una consapevolezza che è stata loro probabilmente rafforzata perfino dal recente voto regionale francese. La consapevolezza è - o dovrebbe essere - che un governo che annuncia grandi riforme o queste riforme poi le vara davvero oppure rischia di andare a picco.
E' da questa convinzione, par di capire, che nasce l'intenzione del premier di provare a dare una scossa non tanto alla propria maggioranza, quanto all'economia del Paese: e la scossa, stando agli ultimi annunci, consisterebbe appunto nel tentativo di anticipare all'anno prossimo quel progetto di riorganizzazione delle aliquote fiscali e di riduzione delle tasse promesso agli italiani per il 2006. Realizzare quanto annunciato, per altro, risponde ad una necessità ed offre - secondo il premier - una opportunità.
La necessità sta nel rispondere alle aspettative del mondo imprenditoriale e del cosiddetto "popolo delle partite Iva", che tanto pesarono nel successo elettorale della Casa delle libertà; l'opportunità starebbe, invece, nella previsione che una riduzione del prelievo fiscale sia in grado di rilanciare i consumi e fare da volano alla ripresa dell'economia.
Il problema è cominciare. Ed è appunto sul come cominciare - ammesso che la situazione di cassa lo permetta - che la disputa tra alleati va facendosi serrata e aspra.
Ognuna delle scelte, come è chiaro, premia o punisce un ceto sociale rispetto ad un altro: e poiché i ceti di riferimento non sono certo gli stessi per i diversi partiti della maggioranza, ecco le fughe in avanti, gli stop ed i ritorni indietro. Quindi, lo stallo. Che è il pericolo maggiore che grava oggi sul governo. Perché, ed è una banalità, meglio un avvio di riforma, meglio una mezza riforma piuttosto che una riforma promessa e poi del tutto disattesa.
An anello debole del Polo
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Gianfranco Fini è arrabbiato, ma non può farlo vedere troppo. La sua irritazione dopo le parole di Silvio Berlusconi a Cernobbio rimane intatta, assicurano. Ma ancora una volta, dentro An sono emerse controspinte destinate a moderare la sua frustrazione per le decisioni prese a sua insaputa dal premier e da Giulio Tremonti. Lo spettacolo offerto ieri dal suo partito è stato caotico, da "vorrei ma non posso". Con Fini e due ministri, Gianni Alemanno e Altero Matteoli, che non hanno partecipato al Consiglio dei ministri "per precedenti impegni". E due, Maurizio Gasparri e Mirko Tremaglia, presenti regolarmente alla riunione di Palazzo Chigi. Ma il dettaglio rivelatore sono le contorsioni lessicali con le quali An ha voluto cancellare il sospetto di una specie di ritirata simbolica dal governo. "Gasparri ha parlato con Fini che gli ha confermato che non c'è alcuna decisione da parte di An di non far partecipare i suoi ministri al Consiglio" ha spiegato il portavoce del dicastero delle Comunicazioni. E' stato come se il primo fosse andato a chiedere al vicepremier lumi sul comportamento da tenere; e avesse voluto rassicurare che non era in atto nessuna ritorsione polemica.
Fini s'è limitato a dire che doveva presentare un libro in Toscana: non poteva spostare la data. Matteoli ha confermato: "Non rientra nello stile di An non presentarsi al Cdm per protesta". Insomma, dopo aver attaccato, la seconda forza della coalizione ha dovuto giustificare un comportamento che stava aumentando il disappunto di palazzo Chigi; e forse dei settori di An inclini ad assecondare Berlusconi. La cosa colpisce di più, perché Udc e Lega, che lunedì avevano criticato il premier, non hanno fatto marcia indietro.
Sandro Bondi, interprete dell'ortodossia berlusconiana, parla di "un frutto avvelenato che nasce per non avere optato per la lista unica alle Europee. Tutti, tranne il capo del governo, pensano solo al proprio particulare ". Nessuna concessione alla collegialità violata. Quanto alle deleghe sull'economia promesse ma non date a Fini, ieri sembravano in arrivo. Bondi prevedeva la loro approvazione in Consiglio dei ministri. Ma è stato solo prorogato il condono.
Non solo. Alemanno ha deviato dalla versione ufficiale di An, ripetendo: "Niente è irreversibile. Ma bisogna smetterla con la politica dei fatti compiuti". Significa che la questione cova sotto la cenere, irrisolta.
"Giù le tasse, e niente tagli di spesa"
Roberto Mania su la Repubblica
ROMA - Le tasse scenderanno. Come? E´ ancora presto per dirlo. Questo era il copione che il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, aveva in mente quando ieri sera si è presentato in televisione, ospite di Ballarò. Lo ha spiazzato il premier Silvio Berlusconi che, poco prima, ha svelato il piano preelettorale: 24 mila miliardi di vecchie lire (circa 12 miliardi di euro) per il secondo modulo della riforma fiscale con due sole aliquote, al 22 e al 33%. Ipotesi - che Tremonti in diretta tv - ammette come "fattibili e credibili". Perché - spiega - all´interno della maggioranza "è in atto una discussione corretta e civile". Quindi il vicepremier, Gianfranco Fini, si rassicuri: il suo "contributo e anche le sue critiche sono molto utili".
A parte i tempi sfalsati, Berlusconi e Tremonti marciano nella medesima direzione: quella della riduzione della pressione fiscale. E´ l´unica strada per dare una "scossa" all´economia; pena il rischio - dice il ministro in tv - di "andarci a piantare". E precisa, riferendosi all´obiettivo di portare l´aliquota massima dell´Irpef dall´attuale 45% al 33%: "Certamente dentro questa legislatura ci sarà un effetto molto forte". "Non ci sono alternative - ripete - . Se non calano le tasse e non si mettono un po´ di soldi nelle tasche degli italiani, non partono i consumi e l´economia non riprende". Prima il governo scommetteva sulla ripresa dell´economia; ora - senza ripresa - scommette tutto sulla discesa delle tasse. Intanto, Tremonti rivendica di aver realizzato "la più grande riduzione di Irpef, da 5, 5 miliardi di euro, che sia mai stata fatta. Senza contraccolpi nei conti pubblici". In pochi - dice Pierluigi Bersani, responsabile dell´Economia dei Ds, anch´egli in studio - se ne sono accorti.
E proprio a Bersani che chiede dove il governo pensa di prendere "questi soldi", Tremonti risponde che sarà lo sviluppo dell´economia a finanziare la riduzione fiscale. "Nel bilancio dello stato - spiega - c´è una quantità notevolissima di trasferimenti che può essere ridotta. Stiamo discutendo - aggiunge -, ci sono molte ipotesi". Certo - assicura il responsabile di Via XX settembre - non si taglierà la spesa sociale, la sanità, le pensioni e gli stipendi. "Gli italiani - dice - possono stare tranquilli". Il condono si spiega così. O così lo spiega il ministro dell´Economia. "Ho dovuto fare il condono fiscale - dice - perché era l´unico modo per tirare su soldi in un periodo non di vacche grasse. Era meglio chiedere soldi in questo modo che tagliare sanità e pensioni. Era lo strumento meno peggio".
Prodi a Rutelli: il portavoce sarà Fassino
Sommario sul Corriere della Sera
ROMA - L'investitura non ci sarà prima di lunedì, quando Romano Prodi terrà a battesimo il comitato nazionale del Triciclo. Ma il leader dell'Ulivo sembra proprio aver scelto in Piero Fassino il portavoce della lista unitaria. Prospettiva, quella di uno "spostamento a sinistra" del listone, che Francesco Rutelli cercherà di scongiurare fino all'ultimo. Un'ora di faccia a faccia a Strasburgo non è però bastata a convincere il Professore che meglio sarebbe per l'alleanza riformista liberare i leader da ogni ruolo gerarchico, offrendo l'incarico a una figura più giovane. Chi ha parlato con Prodi assicura che "il Professore non arretra, il portavoce sarà Fassino". Eppure Rutelli si mostra soddisfatto: Prodi si farà "garante delle esigenze di tutti". Le smentite incrociate non allentano la tensione tra Fassino e Rutelli su chi sarà capolista nel Centro. "Il problema esiste - ammette un esponente dei dielle -. Ma non è mai stato discusso. Forse Fassino ha paura di rinunciare ai serbatoi rossi dell'Italia centrale...".
Quel kamikaze della porta accanto
Magdi Allam sul Corriere della Sera
Per fortuna non c'è stata la strage. A causa del dilettantismo dell'aspirante kamikaze e grazie al tempestivo intervento dei vigili del fuoco. Ma ora è chiaro che l'intenzione del marocchino Mostafà Chaouki era di mietere il maggior numero di vittime tra gli avventori del McDrive alle porte di Brescia domenica scorsa. La lettera inviata alla Questura di Brescia con cui legittima l'estremo sacrificio come una protesta contro la presenza militare italiana in Iraq conferma ciò che lasciavano supporre un insieme di indizi sulla modalità dell'attentato e la tipologia del bersaglio. Sin dalle prime ore è emerso il comprensibile orientamento delle autorità di pubblica sicurezza a tenere basso il profilo dell'evento. Perché è prioritario salvaguardare la tranquillità e la stabilità del fronte interno. Così come da parte dei magistrati inquirenti si tende a porre in evidenza il quadro psichico dell'attentatore. Arrivando a sostenere che l'allarmismo sarebbe ingiustificato perché ci troviamo di fronte a una "situazione psicologica anomala", che ha prodotto una "azione isolatissima e non facilmente ripetibile".
Ovviamente questo è l'auspicio di tutti. Tuttavia dal momento che stiamo parlando di un terrorismo suicida che massacra indiscriminatamente gli "infedeli" e gli "apostati", è fondamentale calarci nella mente e nell'animo dei suoi autori. Per capirne la realtà così come loro la percepiscono, non come ce la immaginiamo noi con i nostri parametri logici.
Ebbene dall'identikit tracciato dagli inquirenti e dai familiari, che fa emergere la realtà di un attentatore sostanzialmente laico, si conferma come il "martirio" non sia affatto una prerogativa dei gruppi terroristici islamici, ma sia stato elevato a un valore trasversale che raccoglie proseliti anche in ambienti non tradizionalmente religiosi. È una realtà affermatasi in Palestina sin dall'inizio del 2001 e che ha avuto il suo momento culminante con le stragi dell'11 settembre in America. Il capo del commando di 19 dirottatori kamikaze, Mohammad Atta, è l'emblema del laico che sposa l'integralismo islamico attraverso la fede nel "martirio".
Alla base di questa conversione c'è la crisi di identità degli immigrati che si sentono esclusi o rifiutano il sistema di valori dell'Occidente. Anche la situazione di Chaouki presenta un cocktail di emarginazione sociale, precarietà affettiva e crisi di identità. Non è un caso che i burattinai del terrore vengano ad arruolare gli aspiranti combattenti e i kamikaze islamici in Europa. Il nostro continente si sta rivelando un florido terreno di coltura dell'estremismo sia religioso sia laico, dando vita a una ideologia trasversale i cui capisaldi sono l'antiamericanismo e l'antiebraismo. Ciò che importante comprendere che Chaouki e Atta non sono dei casi singoli. Bensì il sintomo di una realtà più diffusa.
L'Occidente senza forza e l'esercito del terrore
Pietro Citati su la Repubblica
Quando pensiamo ai terroristi che da quasi tre anni insanguinano l´America, l´Islam e l´Europa, li chiamiamo fondamentalisti religiosi. Pensiamo che in un mondo minacciato dalla volgarità e dal danaro (dal danaro e dalla volgarità occidentali), Osama Bin Laden, Ayman Al Zawahiri e i loro compagni vogliano far rivivere l´Antico Islam. Gli anni in cui l´angelo Gabriele dettava a Maometto i versetti del Corano, sorsero le prime moschee di mattoni essiccati e di rami di palma, cominciarono i pellegrinaggi verso la Mecca, le truppe arabe conquistarono rapidissimamente la Persia, la Siria, l´Africa settentrionale, la Spagna, i primi asceti si raccolsero vicino al deserto, nacque una nuova teologia, vennero decorati meravigliosi Corani e costruite le grandi moschee di Damasco e di Gerusalemme. Era il fondamento: un tempo ardente, austero, guerriero, mobilissimo, genialissimo; un oceano di fuoco, che in pochi anni arse e trasformò il mondo. Milletrecento anni dopo, per recuperare questo fondamento, i terroristi (così pretendono) salgono sugli aerei, distruggono i grattacieli di New York, si uccidono, sconvolgono Costantinopoli, Casablanca e Madrid. È un sacrificio immane: un massacro illimitato di sé e degli altri; ma alla fine del massacro dovrebbe rinascere il profumo del settimo secolo ? Maometto che, in un attimo senza tempo, lascia il suolo di Gerusalemme e raggiunge il cielo con la sua cavalcatura volante.
Niente potrebbe essere meno vero. Il settimo secolo non ritorna. Maometto non sale verso il cielo. I terroristi del 2001, del 2002, del 2003, del 2004 e degli anni futuri hanno spezzato violentemente qualsiasi rapporto col Corano. La guerra che essi combattono contraddice in tutti i punti le parole della tradizione islamica.
Quelle parole avevano prescritto la tolleranza religiosa: raccomandato di proteggere le vedove e gli orfani: proibito l´assassinio, il suicidio, il terrore, la violazione dei patti: imposto una legge scrupolosa persino alla guerra santa; mentre tutto, intorno, era Bibbia, fantasia, tappeti magici, lettura dei filosofi greci, invenzione d´automi, lettere d´oro dei Corani. Quello che accade nel 2004 non ha precedenti nemmeno negli anni più tenebrosi della storia islamica, quando i berberi invasero il califfato di Córdoba. Negli ultimi trent´anni è nata nel Medio Oriente una nuova religione: una religione empia ed iconoclastica, che col Corano e Maometto ha lo stesso rapporto che il nazismo aveva col romanticismo tedesco.
Essi sono figli dell´Occidente: figli dei nichilisti e di Hitler, di Lenin e di Stalin, e dell´immondezza ideologica che, nell´ultimo secolo, l´Europa ha rovesciato sull´universo.
Non so dove abitino: se in Afghanistan o in Pakistan, o in Iraq o a corso Venezia a Milano o a place de la Concorde, o all´Hotel Plaza, a Manhattan, nelle più eleganti abitazioni e nei più lussuosi alberghi europei, dove sono di casa. Ma so, cosa fanno. Ridono di noi. Quanto devono essersi divertiti l´11 settembre 2001. Pensavano: "Vedete, noi vi offriamo un film vero, come le vostre televisioni non hanno ancora saputo offrirvi. Tutto è spettacolo, come voi, nella vostra vita quotidiana, amate: tutto è effetto speciale, come nei film di Spielberg: ma gli aerei sono veri, i grattacieli veri, il fuoco vero, le rovine vere, le migliaia di morti sono veri morti. Speriamo che ci ammiriate. Confessatelo, non vi siete mai divertiti tanto. Non godrete mai più uno spettacolo così grandioso - fino a quando noi, forse molto presto, ve ne offriremo un altro". Quanto devono divertirsi in questi giorni, dopo l´attentato di Madrid - davanti ai cortei contro il terrorismo o per la pace, ai litigi fra i nostri uomini politici, ai nostri interminabili convegni televisivi - alla nube di chiacchiere e di stupidità che avvolge amorosamente l´Europa e l´America.
* * *
Un tempo, in Occidente, esisteva quella qualità atroce e incomunicabile, che Simone Weil chiamava la "forza". Amava incarnarsi nel volto di Giulio Cesare: nel viso, stranamente femmineo, di Augusto: nelle piccole membra adipose di Napoleone; e nella massiccia e fintamente bonaria figura di Stalin. La forza si proponeva dei fini; e li conseguiva con qualsiasi mezzo, a costo di costruire i propri altari sopra mucchi di cadaveri e fiumi di sangue. Quando giungeva in alto, dove nulla riusciva più a contrastarla, assumeva una maestà grandiosa e terribile; e lasciava cadere un sorriso mitissimo e benigno sopra gli uomini che, giù in basso, innalzavano a lei i loro pianti, i loro inni e le loro preghiere. Nessuna qualità esercitava sugli uomini più fascino della forza: nessuna suscitava una mescolanza così ripugnante di terrore e di attrazione; tanto desiderio di adorazione, di umiliazione e di sacrificio.
Oggi, per nostra fortuna, nella civiltà occidentale la forza non esiste più. La forza è realistica: afferra oggetti, stritola corpi, conquista paesi; mentre il mondo europeo del ventunesimo secolo è irreale, teatrale, illusionistico, televisivo, spettacolare. Così nessun occidentale sa più usare la forza; e quando vi ricorre, l´usa con inesperienza, goffaggine, eccesso, oppure con un tale accompagnamento di cautele e di riguardi e di scuse e di precauzioni da renderla totalmente inefficace e dannosa. Così ci hanno insegnato gli ultimi trent´anni di storia politica degli Stati Uniti d´America.
Mentre è morta la forza, sono morti i potenti. I grandi della terra sono scomparsi da qualche decennio, come una famiglia di animali travolta da una glaciazione. L´ultimo degli antichi potenti fu Stalin, l´uomo che adorava Shakespeare e il balletto: quando Malenkov, Berja, Molotov, Kaganovic lo trasportarono a spalla verso la tomba - era un freddissimo e grigio giorno d´inverno del 1953 - non sapevano di seppellire l´ultimo rappresentante di una razza ormai estinta
Ora, ogni sera, vediamo gli uomini politici tutti lì, sugli schermi televisivi, seduti su poltroncine rosé o celesti, mentre chiacchierano volubilmente di questo o di quello, con una sviscerata passione per le frasi banali e i luoghi comuni. Amano farsi fotografare in pubblico, seduti ai tavoli da pranzo ufficiali con le mani decorosamente disposte accanto alle forchette o ai coltelli: o mentre si baciano fervidamente sulle guance o sulla bocca, o mentre si danno pacche sulla schiena o in fondo alla schiena, in segno di solidarietà, complicità, amore, - queste pacche affettuose sono il loro modo preferito di parlare. In compenso, hanno perduto qualsiasi intuizione della realtà. Non vedono cosa accade. Non sanno immaginare cosa accadrà, sebbene Osama bin Laden lo sappia benissimo.
Tra gli episodi della storia, ce n´è uno verso il quale sento un´immensa venerazione, come se appartenesse a una condizione superiore a quella storica. L´Inghilterra, negli anni tra il 1939 e il 1941. I nazisti conquistavano la Polonia, la Norvegia, la Danimarca, il Belgio, l´Olanda, la Francia: poi i Balcani e Creta: si alleavano con l´Unione Sovietica; per un anno l´Inghilterra fu quasi priva di esercito, con poche centinaia di aerei, poche truppe in Egitto, una flotta, una classe dirigente non compatta, - e Churchill. Le speranze non erano grandi. Le bombe tedesche distruggevano, anzi, "coventrizzavano", come diceva elegantemente Mussolini, le città inglesi: Leonard e Virginia Woolf avevano preparato il veleno per uccidersi, nel caso che i nazisti fossero sbarcati nel paese. Allora il popolo inglese ebbe un´immensa forza di pazienza e di sopportazione: tollerò la sconfitta e la morte, non perse coraggio, protese lo sguardo oltre un futuro oscurissimo. Pochi aerei inglesi abbatterono sulla Manica gli aerei tedeschi: navi inglesi affondarono nel Mediterraneo le navi italiane. Se noi, oggi, siamo qui, se parliamo, scriviamo, passeggiamo, andiamo in vacanza, diciamo sciocchezze - tutto questo è esclusivamente dovuto alla pazienza, al coraggio e alla sopportazione di quel popolo fedele.
Oggi sarà bene convincerci che la civiltà occidentale corre pericoli appena meno gravi di quelli corsi nel 1939 e nel 1940. I nemici sono intelligentissimi, senza scrupoli, senza incertezze, e posseggono una straordinaria forza di volontà. Difendersi dal terrorismo elevato a sistema è, per una democrazia, difficilissimo o quasi impossibile. Altri attentati scoppieranno in tutti i paesi dell´Europa e dell´Islam, perché la prima meta di Osama bin Laden e dei suoi compagni è distruggere l´Islam: l´Islam di Maometto, di Córdoba, del Saladino, di Rumi e delle Mille e una notte.
La civiltà occidentale ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere, da almeno duemilacinquecento anni, da quando gli orafi greci lavoravano per gli Sciti, tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani. Li capisce o cerca di capirli, impara da loro, insegna loro, e poi, molto lentamente, modella una nuova creazione, che è tanto occidentale che orientale. Quante parole abbiamo assimilato! Quante immagini abbiamo ammirato! Quante persone sono diventate "romane"! Questo dono è così grande e incalcolabile, che forse vale la pena di sacrificarsi, pro aris et focis, per il diritto di passeggiare e fantasticare davanti alla cattedrale di Chartres, nel grande prato dell´Università di Cambridge, presso le colonne tortili della reggia di Granada.
Bush cede, Rice testimonierà sotto giuramento
Bruno Marolo su l'Unità
Washington. Il governo di George Bush ha rinunciato a combattere una battaglia che non poteva vincere. La consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice ha accettato di testimoniare in pubblico e sotto giuramento davanti alla commissione d'inchiesta sull'11 settembre. In cambio, la Casa Bianca ha ottenuto la garanzia scritta che nessun altro suo funzionario sarà citato come testimone. "Le nostre condizioni ha annunciato Scott McClellan, portavoce del presidente sono state accettate all'unanimità dai presidenti della commissione".
Condolezza Rice aveva già risposto alle domande della commissione in febbraio, in un incontro a porte chiuse durato quattro ore. Non aveva prestato giuramento e le risposte non erano state registrate. Il nuovo interrogatorio è diventato necessario perché la versione della consigliera per la sicurezza nazionale è in contrasto con quella di un suo ex subordinato, Richard Clarke, zar dell'antiterrorismo del governo di Bill Clinton e nei primi 18 mesi dell'amministrazione Bush. Sostiene Clarke: "Bill Clinton ha fatto qualcosa per eliminare la rete terrorista di Al Qaeda, e George Bush non ha fatto nulla. Nessuno dei due ha fatto abbastanza".
Nel gennaio 2001, Clarke presentò a Condoleezza Rice un rapporto con una serie di proposte operative contro Al Qaeda. Il gabinetto venne convocato per esaminare una versione leggermente ritoccata del piano soltanto il 4 settembre, quando era troppo tardi. Sette giorni dopo i terroristi attaccarono le torri gemelle e il Pentagono.
Clarke ha lanciato le sue accuse in un libro che ha venduto 150 mila copie nella prima settimana e le ha ripetute sotto giuramento davanti alla commissione di inchiesta. La sua testimonianza è stata trasmessa in diretta dalla televisione. Il presidente della commissione Thomas Kean, un repubblicano nominato da George Bush, ha insistito perché Condoleezza Rice rinunciasse ai privilegi della sua carica. "La consigliera del presidente ha ribadito lunedì deve essere esposta come gli altri alle conseguenze penali di una eventuale falsa testimonianza".
George Bush e la sua consigliera si erano dimostrati irremovibili di fronte a un sondaggio che domenica indicava un crollo della fiducia in loro degli elettori. Hanno cambiato atteggiamento anche per effetto di un nuovo sondaggio. Messi in un contesto elettorale più ampio, i danni alla credibilità del presidente provocati dalla controversia tra Richard Clarke e Condoleezza Rice appaiono limitati. Bush ha preferito esporsi adesso al rischio di una brutta figura, con la speranza che l'inchiesta sull'11 settembre sia chiusa prima delle elezioni con un giudizio non troppo negativo sul suo operato. La personalità dei commissari, scelti con cura dalla Casa Bianca, lascia prevedere il risultato che egli vuole e l'impegno a non interrogare altri funzionari del governo è una ulteriore garanzia.
Karl Rove, lo stratega elettorale di Bush, faceva pressione da vari giorni perché Condoleezza Rice rinunciasse all'immunità. Un suo collaboratore ha spiegato al New York Times: George Bush non uscirebbe vincente da una polemica sulle armi di sterminio dell'Iraq, sui fiaschi dei servizi segreti o sulla caccia a Osama Bin Laden. Dobbiamo fare in modo che gli elettori, invece di impostare il dibattito in questi termini, si domandino quale candidato li fa sentire più sicuri.
Per ottenere questo risultato il partito repubblicano ha bombardato gli elettori di spot televisivi in cui John Kerry, il candidato del partito democratico, viene presentato come una banderuola che ha votato in favore dell'uso della forza contro l'Iraq e contro i finanziamenti per la ricostruzione. L'ultimo sondaggio dell'istituto Gallup ha riscontrato i vantaggi di questa strategia.
Il risultato è un vantaggio sempre più netto per Bush, che se si votasse oggi vincerebbe con il 49 per cento, mentre Kerry otterrebbe il 45 per cento e il candidato di disturbo Ralph Nader il 4 per cento. Il resto dei voti andrebbe disperso. Il presidente si sente abbastanza forte da lasciare che la sua consigliera sia bersagliata di domande per qualche ora. Meglio adesso che a ridosso delle elezioni.
Alla conquista dell'est
La Nato arriva alle porte di Mosca
Michelangelo Cocco su il Manifesto
Con l'adesione ufficiale di altri sette stati ieri l'Alleanza atlantica ha compiuto il suo quinto allargamento e, soprattutto, sottratto anche formalmente sette paesi all'influenza della Russia. Alla Casa Bianca i capi di governo di Bulgaria, Romania, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia e Slovenia hanno firmato i trattati di adesione alla Nato, col presidente americano George W. Bush a fare da gran cerimoniere. E così dopo l'ingresso, cinque anni fa, di Polonia, Ungheria e Repubblica ceca, anche questi sette stati che il ministro della difesa statunitense, Donald Rumsfeld, definirebbe orgogliosamente della "nuova Europa", sono entrati a pieno titolo nell'orbita di Washington. Per tre delle sette "new entries" poi il passaggio è davvero storico: Lituania, Lettonia ed Estonia infatti - a differenza degli altri paesi che aderivano semplicemente al Patto di Varsavia - fino al 1991 erano parte integrante dell'Unione sovietica.
Ma la Nato che si spinge sempre più a est (adesso bussano alle sue porte Croazia, Albania e Macedonia) è un'organizzazione molto diversa da quella cui - il 4 aprile 1949 a Washington - i rappresentanti di 12 paesi avevano dato vita per fronteggiare la "minaccia comunista". L'Alleanza del trattato nordatlantico infatti ha varcato i confini europei e opera oggi in Afghanistan, dove guida le truppe internazionali dell'Isaf, mentre le sue navi da guerra pattugliano il Mediterraneo in operazioni "antiterrorismo". Aspettando il vertice di Istanbul del prossimo giugno, dove si potrebbe decidere di intervenire in soccorso dei soldati americani sempre più impantanati nell'avventura irachena.
Con un'Alleanza atlantica che, estendendosi dal Baltico al Mar Nero "abbraccia" l'ex nemico russo, si capisce che le reazioni dei diplomatici di Mosca, almeno quelle ufficiali, non potevano essere di soddisfazione. La Russia valuta "con la massima serietà" questo ulteriore allargamento della Nato, perché quest'ultimo tocca i suoi "interessi politici, militari e in una certa misura anche economici", ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli esteri Aleksandr Iakovenko. Ed è proprio l'adesione delle tre repubbliche baltiche ad irritare di più Mosca in quanto "l'attuale fase dell'allargamento - ha concluso Iakovenko - è caratterizzata dal fatto che i paesi baltici aderiscono all'alleanza sullo sfondo di una serie di questioni tuttora irrisolte nei loro rapporti con la Russia". La " discriminazione della minoranza russofona" in Lettonia ed Estonia e i problemi relativi al transito delle truppe russe schierate nell'enclave di Kaliningrad.
Molto diverso il clima nei paesi "neo-promossi", con Romania e Bulgaria che si segnalano come i più entusiasti.
Lituania, Lettonia ed Estonia hanno invece degli eserciti di gran lunga più piccoli che saranno costretti a rinnovare, un ammodernamento che potrebbe incidere negativamente sulle economie di questi tre paesi, con tagli alle spese sociali. Della difesa aerea delle ex repubbliche sovietiche invece sarà responsabilità direttamente la Nato, con quattro jet F-16 che verranno spostati dal Belgio in una base in Lituania. Proprio la decisione di affidare il pattugliamento di questi tre paesi agli aerei della Nato è stata tra le più sgradite alla Russia: il rappresentante del comitato parlamentare per le relazioni estere, Konstantin Kosachev, l'ha definita una mossa "scortese".
31 marzo 2004