
sulla stampa
a cura di G.C. - 30 marzo 2004
Tasse e feste: Berlusconi resta solo
Natalia Lombardo su l'Unità
Silvio Berlusconi è stato messo sotto un "ponte" dalle reazioni degli alleati furiosi, in ordine An, Udc e Lega, tanto da costringere il portavoce Bonaiuti a una raffica di arzigogolate smentite: il premier parlava solo di "razionalizzare le festività" quando ha detto a Cernobbio che "un ponte in meno fa bene agli italiani", pensava solo di "riunificare le festività su scala europea" (spostando di domenica la Befana, Ognissanti o il 25 aprile?). La clamorosa marcia indietro arriva da Palazzo Chigi nel pomeriggio: "Il valore della collegialità non è stato affatto violato", si affanna a riassicurare Bonaiuti confermando però proprio quel lavoro in proprio Berlusconi-Tremonti sulle scelte economiche: "La riduzione delle aliquote, alla quale sta lavorando il ministero dell'Economia su direttiva del presidente Berlusconi, riguarda naturalmente tutte le categorie di contribuenti e non soltanto, è ovvio e evidente, i più abbienti". Tanto ovvio non era, a giudicare dalle reazioni nella Casa. Meno tasse per tutti, assicura Bonaiuti, esclusa quella "non tax area" più povera, già esentata. Anche questo è un parametro variabile a seconda dell'inflazione, in ogni caso. Tanto forte è stato l'allarme che il portavoce indica i luoghi in cui trovare la copertura finanziaria alla riduzione delle aliquote Irpef al 33 per cento: dal tavolo delle forze politiche al redivivo (e mai riunito) Consiglio di Gabinetto, prima ancora che nel Consiglio dei ministri. Per altro questo è stato anticipato da venerdì ad oggi, "solo per prolungare il condono edilizio" (rimpiazzando così il decreto "salva-calcio", che si sarebbe dovuto discutere oggi).
Frenata d'un colpo la "fantasia" del premier, così felice di sbandierare le ricette per salvare l'economia in crisi (insieme ai sondaggi negativi). Una rapida successione di stoccate: il vicepremier Gianfranco Fini ieri mattina ha spostato l'ordine delle priorità: la prima, per An è "tutelare il potere d'acquisto di salari e pensioni ed evitare l'impoverimento del ceto medio", semmai abolire l'Irap, (promessa finora mancata). Tagliare ponti e festività? "Un aspetto minimale rispetto al resto". Simili le priorità anche per il segretario Udc, Marco Follini: "Tutelare le famiglie, i redditi più bassi e accelerare le riforme strutturali". Solo così "si rilanciano i consumi e l'economia; tutto il resto, meno tasse per i benestanti e due giorni di lavoro in più, sono argomenti che vengono dopo, molto dopo".
Per tutta la mattinata è un fuoco di fila: per il ministro Udc, Rocco Buttiglione "gli italiani non lavorano poco, semmai lavorano pochi italiani", e "tagliare le feste non è un salvagente", né si possono fare ancora tagli alla pubblica amministrazione. Preoccupato anche dalla disinvoltura del premier nell'ipotizzare uno sfondamento del Patto di stabilità europeo, Buttiglione va al cuore del problema: "Se esistesse già un piano non discusso con gli alleati e presentato alla pubblica opinione ci sarebbe una violazione dei corretti principi dell'alleanza". Attacca anche la Lega, con Alessandro Cè che invita "Berlusconi a riflettere prima di parlare" e il ministro Roberto Maroni che spera sia solo "una battuta infelice" quella sulle feste di troppo, e lamenta di non essere stato consultato. Insomma, "gli italiani già lavorano abbastanza", semmai da ridurre sono "le spese folli e le false pensioni di invalidità".
Per dirla con il presidente Ds, Massimo D'Alema, "dopo tre anni che sta lì, ridursi a dire che per rilanciare l'economia bisogna tagliare la Befana mi pare sinceramente triste".
Berlusconi sarà pure fantasioso, ma l'equazione: meno feste, più lavoro e più Pil, l'ha copiata dalla proposta francese dell'economista Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa: rinunciare a una settimana di ferie non abolendole, ma lavorando "8 minuti in più al giorno" il che farebbe aumentare il Pil di 1,2 punti percentuali. "Ci vuole coraggio ad invitare gli italiani a farsi meno ferie quando Berlusconi, unico premier al mondo, se ne è fatti 41 giorni in cinque mesi, tra agosto e gennaio scorso", fa i conti Beppe Fioroni, della Margherita.
Il boomerang del cavaliere
Massimo Riva su la Repubblica
La Costituzione affida la vita del governo al rapporto di fiducia con il Parlamento. Non è prevista (né sarebbe prevedibile) altra procedura specifica di rimozione del presidente del Consiglio per il caso che questi perda il contatto con la realtà e si metta a parlare a vanvera. Ma quel che ha detto ieri il vicepresidente Gianfranco Fini nei confronti di Silvio Berlusconi appare, nella sostanza, una vera e propria iniziativa di destituzione di un comandante in preda al vaniloquio da parte del suo più immediato sottoposto, come si fa sulle navi in pericolo.
Per rendersene conto basta mettere in ordine quanto accaduto nelle ultime quarantott´ore. Tutto comincia con un annuncio del ministro Tremonti il quale, ammettendo che l´economia del paese sta pericolosamente degradando, fa sapere che il governo ha pronto un piano-shock di rilancio, i cui dettagli saranno resi noti dal presidente del Consiglio.
L´indomani l´intero paese pende dalle labbra di Silvio Berlusconi e questi se ne esce con due annunci davvero scioccanti, ma soltanto per la loro intrinseca banalità. Il primo ripropone, dopo quasi tre anni di governo, la finora vana promessa elettorale di un drastico taglio alle aliquote più alte dell´imposta sui redditi. Il secondo è, invece, una novità grottesca: a un paese nel quale le merci non si vendono perché i consumi ristagnano, il presidente del Consiglio propone impavido di aumentare la produzione cancellando dal calendario un paio di festività infrasettimanali. Così, chiosa, avremo anche un rialzo statistico positivo del Pil, il prodotto interno lordo.
Passano poche ore da questa sconcertante sortita e lo scontato sarcasmo delle opposizioni è superato, in quantità e in qualità, dalle reazioni dei principali soci della maggioranza. Il ministro Maroni è lapidario: gli italiani lavorano già a sufficienza. Un altro ministro, Buttiglione, si chiede "a quale governo" appartengano le misure annunciate da Berlusconi. Il segretario dell´Udc, Follini, dice che al suo partito interessa la tutela dei redditi più bassi e che la riduzione delle tasse per i benestanti come i due giorni di lavoro in più sono argomenti che vengono dopo e precisa: "Molto dopo". Il leghista Ce´ si spinge a raccomandare che "prima di dire certe cose bisognerebbe riflettere di più".
Ma chi, per tono e per durezza, sopravanza tutti è proprio il numero due del governo: Fini è drastico e ultimativo. Le festività? Una questione minimale. Meno tasse? La priorità va data alla tutela del potere d´acquisto di salari e pensioni. Non pago di aver così azzerato il fantomatico "piano" di Berlusconi, il vicepresidente del Consiglio fa partire altri due siluri politici contro il Cavaliere e il suo ministro dell´Economia. Al primo, che sembra voler ereditare il ruolo frenante di Aznar sulla firma della Costituzione europea, replica con forza: "Prima ci diamo una costituzione Ue e meglio è per tutti". Al secondo (Tremonti) manda a dire che lui è arcistufo di assistere a un ping-pong quasi quotidiano con il governatore della Banca d´Italia.
Non è la prima volta che dentro la coalizione di centrodestra affiorano contrasti anche duri sulla linea da seguire: sulla riforma delle pensioni, per esempio, è successo di tutto e forse ancora di tutto succederà. Ma mai come stavolta una proposta del presidente del Consiglio era stata così seccamente impallinata ancor prima di toccare terra, né lo stesso Berlusconi era stato apertamente trattato come uno sprovveduto che parla da dilettante allo sbaraglio. Insomma, mai s´erano visti soci della maggioranza usare un linguaggio che pare mutuato da quelli che il Cavaliere bolla come gli "insulti" dell´opposizione. Naturalmente, sarebbe da sciocchi pensare che questo pesante interdetto di Fini e C. possa preludere a una scomunica con conseguente crisi di governo: quello che muove i ribelli della Casa delle libertà è un istinto di conservazione più che di suicidio collettivo, anche perché il voto europeo e amministrativo incombe.
Il fatto è che dentro le menti politicamente più avvertite del centrodestra sono ormai maturate tre precise consapevolezze. Prima, la situazione economica del paese è davvero seria con riflessi sociali pesanti, come confermano i dati Istat su una crescita delle retribuzioni di fatto 2003 di oltre mezzo punto inferiore a un indice d´inflazione già poco rappresentativo della effettiva perdita di potere d´acquisto. Seconda: condoni e invenzioni finanziarie del ministro Tremonti hanno rinviato la resa dei conti con le difficoltà del bilancio pubblico, ma le hanno anche aggravate e certo ora non c´è spazio per ridurre le tasse a meno che non si vogliano chiudere scuole e ospedali ovvero sciogliere l´arma dei carabinieri. Terza e politicamente più complessa: di fronte a tutti questi problemi, Silvio Berlusconi non fa il capo del governo ma continua ad agire come fosse in perenne campagna elettorale, sforna slogan tanto appariscenti quanto infondati, lancia promesse che restano sempre appese nell´aria, parla di un´Italia opulenta che esiste solo nella sua fantasia (o forse nel suo portafoglio)
Peccato che il paese non possa attendere serenamente di vedere come andrà a finire: l´economia ristagna, i prezzi crescono più dei salari e aumenta il numero delle famiglie che fanno fatica a tirare la fatidica fine del mese...
La crociata contro i "faniguttùn"
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Vuol fare un ponte (a Messina) e l'attaccano, vuol disfare qualche ponte (festivo) e l'attaccano, accumula un po' di ponti (consecutivi) per farsi sei settimane in panciolle in Sardegna e l'attaccano come fosse Tiberio a Capri: dura governare, per Silvio Berlusconi. Aveva giurato a se stesso di far come zia Marina che "siccome nessuno le dice che è bella un giorno si è messa davanti allo specchio con un vestito a fiori e si diceva: Mariiina, cume te se bela!".
E invece anche ieri ha dovuto arginare un diluvio di critiche che, andando dalla destra sociale ai vescovi ai comunisti, gli si presenta largo e schiumante come le cascate di Iguazù. Giù le mani dai ponti, ammoniscono gli uomini di Chiesa ricordando che occorre "tener conto delle sensibilità religiose" e temendo per decine di feste patronali dedicate a San Rocco, Sant'Agata o Sant'Ambrogio. Giù le mani dai ponti, tuonano a sinistra dove già sentivano odore di bruciato intorno a certe date simbolo come il 25 aprile o il 1° maggio. Giù le mani dai ponti, intimano perfino nei dintorni di An dove alla freddezza di Fini si accompagnano parole di fuoco del sindacato Ugl per bocca del vicesegretario generale Renata Polverini: "Il potere di acquisto di salari e pensioni è sceso negli ultimi due anni, secondo l'Eurispes, del 20%. Tagliare qualche festività o addirittura ridurre i giorni di ferie non servirà certo alle famiglie e ai lavoratori italiani per avere un reddito più alto". Sintesi: se il premier aveva in mente la strategia cesarista del divide et impera, ha compiuto un capolavoro.
UN POPOLO DI FANIGUTTUN - Sarà perché questi anni hanno insegnato che i tagli si vedono subito e le promesse dopodomani. Sarà perché anche gli albergatori hanno spiegato conti alla mano che in un Paese che già consuma poco non è poi così astuto segare il turismo. Sarà perché a Parigi lavorano 157 ore l'anno meno che a Milano e in Finlandia fanno nove giorni di riposo in più senza che Francia e Finlandia siano finite nell'abisso. O sarà perché in Giappone hanno il problema esattamente opposto e per spingere la gente a spendere han deciso anni fa di creare qualche ponte supplementare stabilendo che 4 delle 14 feste nazionali (noi ne abbiamo 10) cadano sempre di lunedì, fatto è che l'idea berlusconiana non pare avere raccolto tanti consensi. Anzi. Siamo un popolo di faniguttùn, per usare quella parola milanese così amata dal presidente per descrivere quanti non avendo "mai lavorato in un'azienda", considera più o meno come dei fannulloni? Forse il tema è un po' più complesso. Ed è un peccato aver perso un uomo come Lucio Colletti che, con tutta l'amicizia che sentiva per il Cavaliere, avrebbe potuto punzecchiarlo (lui che andò perfino a morire in un calidarium alle Terme di Venturina da spiritoso teorico del lavoro da combinare al riposo) sul come esistano delle vie di mezzo tra l'ozio sibaritico e il produttivismo spiritato e stravolto di certe aree che, nello sforzo sovrumano di fare concorrenza ai cinesi sul piano delle ore di lavoro e delle notti sui macchinari e delle domeniche in fabbrica si sono spompate perdendo via via tutti i treni della ricerca, dell'eccellenza, dell'alta tecnologia...
"UN LAURÀ DE LA MADONA" - Finché uno come Federico Faggin, il vicentino inventore del microchip e del touch-pad, è sbottato a dirci in faccia: "Non hanno coraggio, non credono nella cultura, vogliono tutto subito, non mettono i soldi per scommettere sul dopodomani come gli americani o i cinesi di Taiwan. Per carità: scelte. Ci sarà sempre bisogno di pasta, maglioni e sellini. Ma io resto in California". Certo, uno come Sua Emittenza che lasciò il mattone con cui aveva fatto i soldi per buttarsi in un settore nuovo com'era quello della tivù privata, non ha un'idea così limitata e vecchia del lavoro. Ma è anche vero che non perde occasione, da anni, per indulgere nella retorica del "laura', laura', laura'", come se mai nessuno al mondo abbia lavorato quanto ha lavorato lui.
"CONFINDUSTRIA: UN COVO DI LAZZARONI" - E bolla Confindustria che diffida di lui come "un covo di lazzaroni: c'è un'aria rarefatta, non di trincea, di lavoro". E promette: "Quando vinceremo le elezioni, noi spariremo del tutto, perché saremo troppo impegnati a lavorare". E il giorno che un ragazzo all'uscita dal ristorante gli grida "anche mio papà ha lavorato tutta la vita ma non può andare al Savini" gli risponde brusco: "Si vede che il tuo papà ha lavorato meno di quel che ho lavorato io". E non c'è volta che non ricordi, ridicolizzando tutti i fannulloni della politica di tutti i tempi, di avere incontrato 987 capi di Stato e partecipato a 718 vertici e di aver fatto 312 telefonate in un'ora e prodotto 4.627 nuove leggi in una settimana e insomma non può mica perdere tempo in tribunale con tutto quel che ha da fare. E si compiace se il suo medico Umberto Scapagnini (che ha piazzato a fare il sindaco di Catania) giura che "gli basta dormire tre o quattro ore a notte" e gongola se Pietro Lunardi lo liscia (ricavandone da Mattia Feltri il nomignolo di "ministro del trasporto") dicendo che "corre come Schumacher". Ma perché non gli riconoscono tutti quanto sgobba, sgobba e sgobba? Meno male che ogni tanto si delizia a leggere le cronache del Giornale di famiglia: "Segretarie e collaboratori si alternano, con diversi turni, mentre il Cavaliere sembra l'omino delle pile Duracell: chi scrive riesce a stento a girare lo zucchero nella tazzina del caffè nello stesso tempo in cui il presidente fa almeno tre cose...". Averne! Averne!
Stipendi sotto l'inflazione: ogni operaio perde 220 euro
Riccardo De Gennaro su la Repubblica
ROMA - Le buste paga non riescono a stare dietro all'inflazione, i lavoratori perdono potere d'acquisto a vista d'occhio. L'anno scorso, per il quinto anno consecutivo se si eccettua il 2001, l'indice delle retribuzioni è risultato inferiore al tasso d'inflazione. Nel 2003, stima l'Istat, gli stipendi lordi sono aumentati in media del 2,1 per cento, mentre i prezzi sono aumentati del 2,6 per cento. Nel quarto trimestre c'è stato un leggero recupero: le retribuzioni sono aumentate del 2,4 per cento sullo stesso trimestre dell'anno precedente, ma l'aumento non è stato sufficiente per coprire l'inflazione reale.
La Cgil, che giovedì presenterà uno studio sul rapporto salari-inflazione e l'aumento della pressione fiscale, sostiene che la situazione è ancora più drammatica. L'inflazione reale di cui bisogna tenere conto non è del 2,6 per cento, ma del 3,1-3,2 per cento, dice il presidente dell'Ires-Cgil, Agostino Megale. Il quale si riferisce all'indice dei prezzi dei consumi delle famiglie e propone che sia questo l'indice di inflazione da adottare nella politica dei redditi. Il differenziale tra prezzi e salari non sarebbe dunque dello 0,5, ma dell'uno per cento. Questo significa che uno stipendio medio lordo annuo pari a 22mila euro (1.235 euro netti al mese) nel 2003 ha lasciato sul terreno 220 euro. Soldi gettati dalla finestra.
La Confindustria giunge a conclusioni opposte: "Nel secondo semestre 2003 - dice - i salari nell'industria sono cresciuti del 3,4 per cento. Questo dato rappresenta una significativa crescita delle retribuzioni (più di mezzo punto superiore al tasso di inflazione) e si accompagna ad una variazione negativa della produttività (-0,3%), in un quadro economico congiunturale di relativa stagnazione dell'attività economica".
Per i sindacati, però, la questione salariale va messa immediatamente al centro del confronto. L'Ires-Cgil, infatti, stima che tre milioni di lavoratori vanno avanti con 600-800 euro al mese e altri tre milioni con una cifra che non supera i mille euro. In tutto sono sei milioni di persone vicine alla soglia di povertà. La presenza di una massa così imponente di lavoratori poveri spiega il calo dei consumi e il rallentamento dell'economia. Per Berlusconi, invece, tutto dipende dal fatto che gli italiani lavorano poco: di qui la proposta di tagliare festività. Meno salario e più orario, dunque? "Qualcuno dovrà spiegarci come faranno i lavoratori con quei salari ad acquistare quello che produrranno con l'allungamento dell'orario di lavoro", ribatte Marigia Maulucci, Cgil.
In fuga dall'Italia, siamo ancora terra di emigranti
Renato Rizzo su La Stampa
Siamo stati terra da dove, agli inizi del '900, legioni di "uomini senza donne" migravano verso Paesi lontani, pronti a offrire gli unici loro beni: "Braccia per sollevare pesi e spalle per portarli. La mente no: quella - come ricorda Bruno Ramirez, storico dell'Università di Montreal - rimaneva altrove: dalla famiglia lasciata a casa nella speranza di rivederla, un giorno". L'Italia del 2000 è ancora, in parte, terra d'emigranti: in media dall'87 al '99 sono stati 46 mila i nostri connazionali che hanno deciso di trasferirsi all'estero, cancellando il proprio nome dall'anagrafe. Leggiamo le statistiche con l'aiuto di Maddalena Tirabassi, direttrice della rivista "Altreitalie": 6,4 su 100 sono laureati, 14,8 hanno un diploma di media superiore, 36,7 di media inferiore, 32,7 hanno chiuso gli studi con le elementari, 9,4 non hanno conseguito alcun titolo.
Ecco le mete di questi viaggi di sola andata alla ricerca d'una nuova vita: il 74,2% degli espatri è verso l'Europa (53,8% negli Stati Ue) il 15,5 verso Usa e America Latina. Cifre definite quasi "fisiologiche" ma quasi emblematiche: nella stagione in cui l'Italia è punto d'approdo di altri "nomadi del lavoro" aiutano a comprendere il presente, perchè - osserva Marco Demarie, direttore della Fondazione - "una riconsiderazione della storia delle migrazioni è importante anche sul piano politico che registra una positiva ripresa di dibattito intorno al posizionamento internazionale del nostro Paese e all'importante ruolo di relazione che possono svolgere gli italiani nel mondo".
Le valutazioni di Demarie acquistano peso di fronte alla "voglia d'Italia" che si manifesta in questi tempi.
Persone che da Usa, Argentina e Brasile frugano nell'elenco di oltre un milione d'italiani sbarcati a New York, Buenos Aires e Vitoria fra il XIX e il XX secolo. Cercano tracce dei nonni o bisnonni italiani grazie alle schede che riportano nomi, cognomi, città d'origine, professione, religione, stato civile degli emigranti.
La parte del leone in questo viaggio incontro alle proprie radici la fanno gli argentini con quasi la metà dei contatti, seguiti dagli italobrasiliani e dagli italoamericani. "Per questi ultimi - spiega Demarie - si tratta, forse, più d'una curiosità simile a quella che, in Europa, spinge la gente a ordinare studi d'araldica sul proprio nome". Per brasiliani, uruguaiani e, soprattutto, argentini, invece, sono bisogno di dare risposta a quelli che Fernando Devoto, docente di storiografia all'Università di Buenos Aires, definisce "livello preventivo e livello catastrofico". Traduzione: il primo caso riguarda persone a reddito medio-alto che cercano di ottenere la cittadinanza italiana per avere un passaporto da usare se necessario; il secondo, piccoli borghesi dal reddito falcidiato, pronti a servirsi del documento per fuggire da un Paese in crisi. Oggi che la recessione non è più così accesa anche le code di fronte ai consolati per conquistare il libretto amaranto sono diminuite, ma il desiderio d'essere vicini alla prima patria si esprime comunque: alle porte c'è il voto per le europee e in Argentina la campagna elettorale è già cominciata. "Sono chiamati alle urne - spiega Devoto - i 300 mila italiani di prima generazione orientati prevalentemente su posizioni di centrodestra e i 6-700 mila, tra intellettuali e liberi professionisti, per la maggior parte d'ispirazione socialista, che vivono a Buenos Aires, Rosario e Mar del Plata. Sorride: "Con questo intendo dire che i conservatori saranno sconfitti, ma sono previsioni da storico e gli storici, si sa, sbagliano spesso quando parlano di futuro".
"Un bambino, un voto. Cambierà la democrazia"
Gabriela Jacomella sul Corriere della Sera
Se il progetto dovesse andare in porto, l'Italia guadagnerebbe di colpo 10 milioni di elettori. "Per procura", certo, ma pur sempre di voti si parla. Per la precisione, uno per ogni bambino. Dopo aver conquistato politici e pensatori di tutta Europa, la proposta di mandare alle urne anche i minorenni sbarca nel nostro Paese, con il motto "Un bambino, un voto". L'idea in sé è semplice: elaborare una modifica costituzionale che prenda alla lettera il concetto di "suffragio universale", allargando la piattaforma degli elettori fino a comprendere i minorenni. Spetterebbe ai genitori, in particolare alle madri, esprimere le preferenze dei propri figli sino al diciottesimo anno d'età. Questo, in sintesi, il senso della proposta fatta propria dalle Acli, che la presenteranno al loro convegno nazionale, in calendario a Torino dal 1° al 4 aprile. Non un progetto utopico, bensì il tentativo di dar rilievo politico e istituzionale al mondo dell'infanzia, troppo spesso trascurato dalle "agende" dei partiti. L'idea del suffragio ai più piccoli in realtà parte da lontano. Si potrebbe addirittura risalire al 1848, quando il sacerdote e filosofo Antonio Rosmini, nell'elaborare la sua proposta di costituzione, affermò che il diritto di voto avrebbe dovuto essere esteso a ogni cittadino di sesso maschile, al quale sarebbe spettato pure il compito di votare per moglie e figli. Un voto per ogni bocca da sfamare. Nell'Europa di oggi il dibattito è rinato nei Paesi che più di altri soffrono il gap generazionale derivante dal crollo demografico, Germania e Austria in testa: sono 47 i deputati tedeschi che lo scorso autunno hanno sottoscritto una mozione al Bundestag per concedere il voto anche ai bambini e, in Austria, la piattaforma Kinderwahlrecht jetzt! , "Diritto di voto ai bambini subito|", riunisce militanti di varia estrazione politica. "Mentre il politologo Philippe Schmitter - aggiunge Luigi Campiglio, prorettore della Cattolica di Milano, tra gli ideatori della proposta - ha elaborato un progetto di costituzione europea che estende il diritto di voto ai minorenni in tutti i Paesi dell'Unione, un'idea condivisa anche dal filosofo Philippe Van Parijs".
"In futuro si potrebbe anche ipotizzare l'abbassamento dell'età del voto a 16 anni, come già avviene in Gran Bretagna per le amministrative locali - riflette il presidente delle Acli Luigi Bobba -. Per ora vogliamo solo attirare l'attenzione sul principio". Ma perché la delega alla madre? "In caso di separazione, nella maggioranza dei casi, è a lei che sono affidati i figli. E poi, specialmente quando i bambini sono piccoli, è la mamma a decidere per loro...". Di certo una proposta del genere avrebbe una conseguenza immediata nella ridefinizione del corpo elettorale: le regioni con un forte calo demografico, come Liguria, Toscana e buona parte del Centro-Nord, dovrebbero confrontarsi con un Mezzogiorno più "forte". Sulla bilancia del dibattito, c'è da scommettere, non peseranno soltanto i diritti dei bambini.
Francia: Sarkozy il duro scomoda alternativa
Francesco Merlo su la Repubblica
PARIGI - C´è un gioco di carte, un gioco rovesciato che si chiama "Vinciperdi": vinci con le carte deboli; perdi con le carte forti. Ebbene, in Francia, dove la destra ha certamente e platealmente perso, insieme e forse più dei socialisti ha vinto il ministro degli Interni della destra Nicolas Sarkozy, il politico più popolare di Francia, l´uomo che, statistiche alla mano, ha battuto il crimine senza ledere né i diritti né la vita dolce dei francesi, il "primo poliziotto di Francia" come si autodefinisce, il figlio ribelle che vola nei sondaggi ma che "papà" Chirac si ostina a non far crescere, l´alleato-ossessione del vecchio presidente, il quale nei socialisti vede ancora se stesso, li considera gli avversari in cui si riconosce, mentre in Sarkozy vede il suo scacco, il suo tramonto definitivo. Sarkozy dice di Chirac: "Non è vero che mi odia; è molto peggio, mi teme". E Chirac dice di lui: "Quello bisogna calpestarlo, pare che renda allegri". E infatti ancora ieri Chirac, sfidando il sentimento e la ragione del suo popolo, gli ha camminato di sopra e non ha voluto nominarlo primo ministro, perché, come diceva Gramsci, "il re non emette per decreto la repubblica socialista che lo seppellirà", ed è dunque persino ingenuo che i francesi sino a tarda sera ancora pensassero che Chirac avrebbe fieramente firmato il proprio congedo.
Sarkozy è convinto che la destra del futuro sia "rigore e fantasia", ed è infatti popolarissimo a sinistra perché è la trasmutazione della destra in qualcosa di molto ambiguo, di finalmente moderno: "Se dicessi che sono di destra, dovrei subito scusarmi". La sua destra è meticcia come lui, che è francese di origine ungherese: "Se non fosse stata approvata la legge sulla nazionalità io non sarei francese, e sarebbe un peccato non solo per me, ma per tutti". La sua destra è di madre ebrea, come appunto mamma Andrée, che tuttavia è molto amica degli islamici, al punto che si deve proprio a questo ungherese la creazione del primo Consiglio francese del culto musulmano. Insomma Sarkozy è la destra del semita che è tanto ebreo quanto è arabo.
Nel gioco a "Vinciperdi", Sarkozy ha dunque vinto perché la carta forte della destra è stata scartata, ha vinto perché ha perso il capo del suo partito, ha vinto perché ha perso Chirac, il suo doppio. Nel gioco a "Vinciperdi" ha vinto il futuro della destra contro il passato della destra, ha vinto la destra sorprendente, l´uomo di polizia che articola e mitiga le pene contro gli immigrati, il laico che si è battuto contro l´illaicità dell´oltranzismo laico di Chirac. Secondo Sarkozy, Chirac ha voluto una legge di sostanziale intolleranza proibendo i simboli religiosi nelle scuole, anche quelli più innocui come il velo sulla testa, lo stesso velo che, ha ricordato, portano in Chiesa le donne cattoliche, "le vostre donne, le nostre donne".
Ma attenzione alle troppo facili suggestioni: la battaglia sul velo tra Chirac e Sarkozy è una battaglia tutta dentro la cultura laica e non ha nulla a che vedere con la medesima battaglia sul velo che si sta combattendo in Italia, dove, salvo qualche significativa eccezione, c´è un´unica cultura clericale, o lassista o rigorosa. In Italia c´è il clericale che si sente forte e dunque diventa accondiscendente, e c´è il clericale impaurito e dunque intollerante. Al contrario, Sarkozy non pensa che Chirac sia intollerante ma che la sua laicità sia "monocorde". Il presidente ha voluto difendere la libertà impedendo la libertà dei simboli, mentre l´ungherese, che ha un rapporto meticcio con la libertà, accusa Chirac di non avere fatto i conti con la drammaticità della dimensione simbolica. Da un lato c´è dunque la difesa responsabile della proibizione che si spinge sino a sfiorare l´estremismo, e dall´altro c´è l´ebreo meticcio ungherese che, da solo nel governo di destra, ha ricordato "che solo gli animali non portano simboli", e che l´estrema proibizione rende i simboli non più mezzi di definizione ma mezzi di esclusione e dunque di provocazione e di intolleranza. "Proibirli - ha spiegato - significa militarizzarli: un velo vietato è laico quanto un burqa ostentato".
Sarkozy dice: "Hanno paura di me" e sfrontatamente ammette di puntare all´Eliseo, di volere sfidare Chirac alle prossime presidenziali: "E´ vero, ci penso ogni mattina". Persino durante questa campagna elettorale ha sbeffeggiato Chirac, insistendo un po´ troppo sulla vecchiaia, ma non per volgarità né perché la giovinezza è un cavallo di battaglia della destra di tutto il mondo, ma solo perché i francesi ridono della gerontocrazia che qui somiglia all´eternità del potere italiano prima di Tangentopoli: "Nessuno dovrebbe dilatare troppo se stesso, e non bisognerebbe consentire più di due mandati presidenziali". Di Chirac ha pure deriso la sua passione per il sumo, la lotta giapponese "che non è certo roba da intellettuali". Sarkozy invece sforna libri che ovviamente nessuno legge, ma di cui tutti parlano.
E, contro la tradizione dei grand commis, è un avvocato, come la madre che si laureò tardi e per disperazione, subito dopo il divorzio dal marito, con tre figli a casa, tra cui Nicolas che aveva appena cinque anni: "La prima cosa che davvero vorrei eliminare dalla Francia sono le umiliazioni dell´infanzia. Io non ho nostalgia dell´infanzia, perché da bambino non sono stato mai felice". Il padre Paul si sposò una seconda volta, poi una terza e poi una quarta: "Della famiglia ho un´idea grande e larga, come la Francia". Il suo maestro nell´avvocatura dice di lui: "Se un cliente colpevole restava mezz´ora con lui, si convinceva di essere innocente". Anche in questo Sarkozy è una novità. E anzi la rivincita degli avvocati contro gli enarchi, gli allievi della famosa scuola di amministrazione, è la metafora della nuova destra di Sarkozy: la norma coniugata con l´azzardo contro chi ha avuto la pretesa di normare la Francia, l´avvocato che riesce a ricreare il pensiero con l´antica arte della parola: "Se è questa la destra, allora io sono di destra".
Il diritto nei tempi
Guido Rossi sul Corriere della Sera
I tragici fatti dell'11 marzo a Madrid hanno riproposto l'urgenza di trovare un nuovo e diverso modello di ordinamento internazionale nella lotta contro il terrorismo. Se è vero che alla globalizzazione economica non ha corrisposto una globalizzazione giuridica, è altrettanto indiscutibile che il terrorismo abbia sconvolto ogni regola di diritto interno e internazionale ed abbia messo in discussione il ruolo delle Nazioni Unite, insieme con i principi politici di molti Stati democratici, come ha dimostrato la recente decisione del nuovo governo spagnolo di rimpatriare i propri militari dall'Iraq. Il terrorismo attuale, la più tragica delle violenze globalizzate, ha dunque abbattuto gli steccati degli Stati-nazione. Il vero problema dell'Occidente è allora quello di stabilire se si tratta di combattere una "lotta" o una "guerra" al terrorismo, come è appunto avvenuto in Afghanistan e in Iraq: Paesi nei quali si sono svolte guerre classiche tra forze militari organizzate. Bisogna poi non dimenticare che lo Statuto delle Nazioni Unite (articolo 2, n.4), col divieto generale dell'uso o della minaccia della forza, interdice ogni forma di guerra, con la sola eccezione dell'autodifesa individuale e collettiva contro un attacco armato (art. 51). Resta ovviamente aperto il problema se le guerre in Iraq e in Afghanistan rientrino pienamente in questa eccezione.
Insomma lo jus ad bellum , soprattutto nelle sue più ambigue versioni, della "guerra come strumento di politica nazionale", di "guerra di aggressione" o di "guerra preventiva", risulta del tutto degradato, se non soppresso dall'Onu. Ma la violenza terroristica ha assunto oggi aspetti assolutamente nuovi rispetto all'ordine internazionale. Troppe voci autorevoli si sono già levate negli Stati Uniti per sostenere che il diritto di guerra non è applicabile ai terroristi e che la situazione della base di Guantanamo è del tutto illegale, poiché non vi è alcuna garanzia né dell' habeas corpus né dei diritti umani e anzi è praticata la tortura, ingiustificata sia moralmente sia secondo le Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri.
Quella alla quale noi stiamo assistendo - è inutile negarlo - ha molto l'aspetto di una guerra di religione senza limiti né di spazio, né di tempo. E' evidente comunque che il fondamentalismo islamico ha messo in crisi completa gli ordinamenti giuridici occidentali. Anche la dottrina giuridico-religiosa islamica ha invero il suo diritto di guerra (nella più vasta nozione di lotta: jihad). La guerra si giustifica solo quando i nemici minacciano seriamente l'Islam o la comunità musulmana. Strumento e arma fondamentale di questa guerra è il martirio, raggiunto attraverso l'autodistruzione. Autodistruzione e suicidio sono ormai accettati come valido adempimento dei doveri religiosi, secondo i maggiori giuristi musulmani, Sunniti e Sciiti, sia pur con qualche differenza fra loro. Il martirio è stato infine considerato una valida ideologia da contrapporre alle sfide del colonialismo, del nazionalismo e dell'umiliazione del popolo palestinese.
Al Qaeda e i terroristi hanno abbracciato pienamente la dottrina militare della jihad. Di guerra dunque si tratta. Guerra, tuttavia, che è fuori dello schema del tradizionale diritto internazionale e del diritto penale dei singoli Stati. Guerra che esige il ripensamento sia delle Convenzioni di Ginevra sia dello Statuto delle Nazioni Unite, sia dell'intero ordinamento giuridico internazionale. Grave e imperdonabile errore sarebbe, tuttavia, quello delle democrazie occidentali di tradire se stesse, violando i diritti umani come a Guantanamo e trascurando i diritti fondamentali delle persone; diritti che da almeno cinque secoli sono alla base della civiltà occidentale. Questa sarebbe la vera vittoria dei terroristi e della sola parte che combatte una guerra di religione.
11 settembre, Bush sotto pressione
Bruno Marolo su l'Unità
La penna è più forte della spada. Il libro di Richard Clarke, ex zar dell'antiterrorismo, sta creando al governo di George Bush più problemi della guerriglia in Iraq. La consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice, incalzata dalla commissione d'inchiesta sull'11 settembre, rifiuta di testimoniare sotto giuramento ma cade in continue contraddizioni. Questa volta ha ammesso che un giorno dopo le stragi a New York e a Washington il presidente ordinò di cercare prove contro il dittatore iracheno Saddam Hussein. Finora la Casa Bianca aveva cercato di smentire Richard Clarke su questo punto.
Il libro contiene due cariche di esplosivo, che potrebbero avere effetti elettorali devastanti per il presidente di guerra. Prima accusa: Bush e i suoi ministri non diedero retta allo zar dell'antiterrorismo che li avvertiva del rischio imminente di un attacco di Al Qaeda in America. Le misure di prevenzione proposte da Clarke nel gennaio 2001 vennero esaminate dal governo soltanto il 4 settembre, quando era troppo tardi. Seconda accusa: il presidente non si rendeva conto dell'urgenza di combattere i terroristi di Osama Bin Laden e cercava invece di regolare i conti con Saddam Hussein, l'eterno nemico della sua famiglia.
La sera del 12 settembre 2001, racconta Clarke, Bush convocò i responsabili della sicurezza nazionale nella "Situation Room" dove vengono prese le decisioni di emergenza, e ordinò: "Verificate se è stato Saddam. Controllate se c'è qualche collegamento tra lui e gli attentatori". Lo zar dell'antiterrorismo non credeva alle sue orecchie. "Ma, signor presidente obiettò è stata Al Qaeda ad attaccarci". Bush continuò a insistere: "Lo so, lo so. Ma controllate se Saddam è coinvolto. Indagate. Voglio conoscere ogni minuzia". Prima di lasciare la stanza, il presidente ribadì per la terza volta: "Indagate su Saddam Hussein".
In un primo tempo la Casa Bianca aveva sostenuto: "Non risulta che quel giorno il presidente sia stato nella Situation Room, e abbia pronunciato le frasi che gli sono attribuite". Ora Condoleezza Rice cambia versione. "Il presidente ha ammesso voleva sapere se l'Iraq fosse complice dell'attacco. Era del tutto ragionevole chiedere che si indagasse su un paese contro il quale eravamo stati in guerra".
In febbraio, Condoleezza Rice ha incontrato la commissione per un'ora a porte chiuse, senza registratori. Non ha voluto giurare di dire la verità come gli altri testimoni. Ora sollecita un nuovo incontro alle stesse condizioni. "Non chiederei di meglio che testimoniare in pubblico si giustifica ma devo difendere un principio importante: i consiglieri per la sicurezza nazionale in carica non possono essere citati come testimoni dal Congresso". Due suoi predecessori hanno rinunciato all'immunità: Zbigniev Brzesinsky, consigliere di Jimmy Carter, e Sandy Berger, consigliere di Bill Clinton.
"Vorrei incontrare le famiglie delle vittime ha proposto la consigliera di Bush e spiegare loro i motivi del mio atteggiamento". Le ha risposto con ironia Kristen Breitweiser, che ha perso il marito Ronald nel crollo delle torri gemelle: "Sarei felice di incontrarla davanti alle telecamere, se giurasse di dire la verità". Un'altra vedova, Lorie Van Auken, incalza: "La signora Rice deve spiegarci cosa sapeva, e quali informazioni ha trasmesso al presidente Bush".
Richard Clarke venne bloccato da Condoleezza Rice quando nel gennaio 2001 chiese di informare il gabinetto dei ministri sulla rete terrorista di Al Qaeda. Nel libro "Bush in guerra", Bob Woodward cita un'ammissione dello stesso presidente: "Non avevo esitazioni nell'agire contro Osama Bin Laden, ma non provavo un senso di urgenza, non mi bolliva il sangue".
30 marzo 2004