
sulla stampa
a cura di G.C. - 29 marzo 2004
La ricetta di Berlusconi: meno tasse e meno ferie
Roberto Rossi su l'Unità
Il clima di suspense era stato creato dal ministro Giulio Tremonti il giorno prima. Silvio Berlusconi era atteso a Cernobbio, sulle riva del lago di Como dove si svolgeva il sesto Forum della Confcommercio, per annunciare riforme in grado di dare la scossa a una economia italiana dal fiato corto. E ieri, "il rivoluzionario liberale", secondo una sua autodefinizione, le ha rese note.
Quali? Queste: riduzione della pressione fiscale, con l'Irpef che scenderà dal 46 al 33%, lotta agli sprechi statali, riforma delle pensioni, sforamento del tetto del 3% del rapporto deficit-Pil imposto dal Patto di stabilità e, dulcis in fundo, meno ferie per gli italiani.
La platea, quella dei commercianti, che solo due giorni prima aveva invocato riforme shock per evitare una deriva argentina, sembra apprezzare. Si inizia da quella più attesa: la riduzione delle tasse con l'abbassamento dell'Irpef al 33%. "Una riforma giusta", un impegno, preso all'inizio del mandato e non ancora rispettato, che servirà anche a combattere "l'evasione fiscale". "Se lo Stato ti chiede il 62% - ha detto Berlusconi - è chiaro che il cittadino fa tutto il possibile per non pagare. Se ti chiede invece il 33% è giusto invece pagare". "E che nessuno pensi che la riduzione dell'Irpef al 33% la faccio per me. Vi posso garantire che quello che risparmio sull'imposta lo darò tutto in beneficenza".
La riforma, assicura il premier, sarà pronta prima delle elezioni europee. "Solo così i consumi torneranno a crescere, lasciando più soldi nelle tasche dei cittadini". Con la gente che consuma di più e che, finalmente, paga tutte le tasse ("confidiamo nell'etica dei cittadini"), lo Stato recupererà il 50-60% dei mancati introiti generati dalla riduzione dell'aliquota. E il restante 40%? "Bisogna lavorare di fantasia", ha sostenuto ancora Berlusconi, "bisogna ridurre gli sprechi". Come quelli nella pubblica amministrazione, dove il 40% dei dipendenti non è produttivo.
Ma non solo. Si dovrà, ed ecco la vera novità, lavorare di più sull'esempio dello stesso presidente che "lavora fino alle due di notte, sabato e domeniche comprese". "Ci sono molte festività in eccesso, dovremo far lavorare di più gli italiani. Ci sono troppi ponti festivi" fa sapere Berlusconi. Un taglio dei giorni di vacanza produrrà, giura il premier, questa volta risparmiando le teste dei figli, "un benefico effetto sul pil".
Una ricetta per vivere peggio
Luciano Gallino su la Repubblica
Con la proposta di sopprimere alcune festività al fine di rilanciare la produzione il presidente del Consiglio dimostra di essere un fine economista; ovvero di essere, in tema di economia, ben consigliato. Un ponte in meno, ha detto, produce un incremento sensibile sul prodotto nazionale. Non c'è dubbio che le cifre gli diano ragione. Il Pil viene prodotto con poco più di 200 giornate lavorative, corrispondenti a 1620 ore effettivamente lavorate in media per occupato.
Una media che combina gli orari più lunghi dell'industria e quelli un po' più brevi del pubblico impiego, gli impieghi a tempo pieno e quelli a tempo parziale. In una giornata di lavoro si produce dunque un mezzo punto percentuale di Pil. Basterebbe allora sopprimere, per dire, sei giornate festive l'anno per incrementare di colpo la crescita del Pil del 3 per cento annuo.
Ci avessimo soltanto pensato prima, l'economia del paese non si troverebbe nella situazione critica che molti lamentano. O forse no. Perché nel ragionamento che suggerisce di lavorare di più per arricchirsi tutti c'è una piccola crepa. Esso implica infatti che l'intera produzione addizionale di beni e servizi eventualmente ottenuta con alcune giornate lavorative in più sia interamente venduta. Il che non sembra davvero realistico.
Moltissime imprese faticano oggi a vendere le quantità di beni che producono con le giornate di lavoro attualmente effettuate. È la radice della crisi che le minaccia. In molti settori industriali esiste un eccesso di capacità produttiva: le aziende potrebbero produrre cento, ma dato che riescono sì e no a vendere settanta, quello producono. È proprio per questo motivo che hanno chiesto, e prontamente ottenuto dal governo con la legge 30 e il relativo decreto attuativo dell'ottobre scorso, nuovi tipi di contratto che permettono di occupare forza lavoro in maniera discontinua, come il lavoro in affitto (detto anche, pudicamente, "in somministrazione") e il lavoro intermittente. In modo da adattare l'occupazione in azienda all'andamento del proprio mercato.
A fronte di queste situazioni, l'aggiunta di alcuni giorni lavorativi al calendario annuo genererebbe presumibilmente più disoccupazione, e più precarietà.
Con le sue 1620 ore l'anno l'Italia supera di circa 50 ore la Francia - nonostante le riduzioni d'orario realizzate in essa con la legge sulle 35 ore, che ha avuto indubbi effetti positivi sull'occupazione - di 100 ore il Belgio, di 170 ore la Germania. Non siamo insomma i più pigri tra gli europei.
Ancora, è la riduzione degli orari di lavoro, non già il loro aumento, che ha permesso di superare crisi aziendali gravissime, come quella della Volkswagen alcuni anni fa. Per tacere di altri dati che possono lasciare indifferenti i fini economisti, ma ai quali i milioni di persone che svolgono altri ordinari mestieri attribuiscono una certa importanza.
Nel 1970, quando in Italia si lavorava 1900 ore l'anno, si viveva quasi 10 anni di meno. Più precisamente, la età mediana dei morti era inferiore a quella odierna di circa 10 anni. Altri fattori hanno sicuramente contribuito a questo straordinario risultato, in primo luogo il sistema sanitario nazionale.
Ma un fattore determinante sono stati l'aumento delle giornate di vacanza, degli svaghi, del riposo, delle cure per la persona, delle attività culturali, delle relazioni sociali, del tempo dedicato ai figli, reso possibile dalla riduzione di oltre 250 ore dell'orario annuo di lavoro.
Proporre oggi di ricominciare a lavorare di più, significa quindi prospettare la possibilità - quali che siano le buone intenzioni del proponente - di ricominciare a vivere peggio, e forse anche meno a lungo.
Il salario basso obbliga a fare gli straordinari, a cercarsi due lavori, a lavorare in due in famiglia anche se l'onere per la famiglia è grave. Spinge anche, ovviamente, a fare meno giorni di vacanza e di riposo. Anche questo modello di lavoro e di vita non sembra, in verità, particolarmente attraente.
Quella scossa che ancora non c'e'
Dario Di Vico sul Corriere della Sera
Il segnale che arriva da Cernobbio non va sottovalutato. C'è al capezzale un malato grave, l'economia italiana e il medico, alias il governo, ha deciso di intervenire annunciando un pacchetto di provvedimenti per dare ossigeno al paziente ed evitargli ulteriori complicazioni. Se fino a qualche mese fa la maggioranza confidava che i meccanismi spontanei del mercato, l'auspicata ripresa, potessero ridare smalto alle attività produttive, oggi i responsabili dell'economia si sono resi conto che non è così. O si rintraccia un profilo convincente di politica economica o ci si rassegna a seguire sui monitor la serie di statistiche che ormai con frequenza giornaliera segnala vuoi la "morte" del made in Italy vuoi il crollo del fatturato industriale. Sappiamo tutti come il centrodestra dopo aver trionfato nel 2001 si sia trovato a fronteggiare una serie impressionante di discontinuità, dalle Twin Towers all'euro forte. E non stupisce che davanti a queste turbolenze abbia perso il filo del proprio ragionamento. Non è accaduto solo a noi. Ora Berlusconi e Tremonti ripartono dal taglio delle tasse e anche simbolicamente si ricollegano al programma che li aveva portati a vincere e ad aggregare un largo blocco sociale. Tocca ai tecnici verificare se la seconda tranche della riduzione fiscale favorisca gli strati più o meno disponibili al consumo, ma comunque la parola d'ordine "meno tasse" è di quelle che tradizionalmente possono dar fiato all'economia. E non è un caso che Zapatero abbia voluto nel suo programma elettorale, primo tra i leader socialisti d'Europa, impadronirsi di questo tema. A Cernobbio, poi, Berlusconi ha anche annunciato di voler ridurre il numero delle festività con l'obiettivo di far crescere il Pil.
Accertato che la variazione statistica per un paio di feste in meno sarà solo di qualche decimale di punto, resta difficile catalogare il taglio delle festività tra i provvedimenti per la ripresa.
Ma sicuramente il taglio dei giorni di festa - che equivale a un mero allungamento dell'orario lavorativo - non fungerà da sostegno alla domanda. I prodotti sugli scaffali ci sono, il problema è che pochi li comprano.
Ergo per rilanciare i consumi forse sarebbe più efficace aumentare stipendi e salari, ipotesi ventilata di recente dal chief economist della Confindustria Paolo Garonna e ben vista anche dai più brillanti economisti del centrodestra. A Cernobbio, dunque, Berlusconi ha preso atto che qualcosa bisogna fare. Ha illustrato la sua ricetta. Ma non si è sentita la scossa.
Francia, alle regionali "cappotto" dei socialisti
Gianni Marsilli su l'Unità
La sinistra al di là di ogni più rosea previsione. Jean Pierre Raffarin sull'orlo del licenziamento. Jacques Chirac molto seriamente azzoppato. Le percentuali riportano in mente date storiche, come quel 1981 che vide Mitterrand accedere all'Eliseo. Alla sinistra va qualcosa come il 49,9 per cento dei consensi, quasi dieci punti in più di domenica scorsa (40, 3). La destra si ferma al 37 per cento, aveva il 34 una settimana fa e quel tre per cento in più le viene dal riporto di una parte dei voti lepenisti, fermatisi stavolta al 12,5 per cento. La sinistra fa cappotto sulle regioni: solo l'Alsazia resta alla destra, le altre venti regioni metropolitane ieri sera erano acquisite alla sinistra, come peraltro le quattro regioni d'oltremare. La Corsica fa storia a sé, essendo una collettività territoriale più che una regione: la sua sorte politica si deciderà nei prossimi giorni con i negoziati tra i partiti in lizza. Fino a ieri sera la destra governava quattordici regioni, gliene resta una. La sinistra era alla testa di otto regioni, da oggi ne guida venti. Un maremoto politico. Persino l'astensione, che normalmente al secondo turno è più alta che al primo, è ulteriormente retrocessa. Era stata del 37,7 percento domenica scorsa, ieri si è ridotta al 34,5. Come se i francesi avessero voluto riparare al terribile sfregio inferto alla sinistra due anni fa, quando Le Pen rimpiazzò Jospin nella corsa finale per le presidenziali.
In una giornata come ieri i simboli si sprecano. Ne citeremo due. Quello dell'Auvergne, dove da diciotto anni regnava incontrastato - reduce dall'Eliseo - Valery Giscard d'Estaing. Non sarà più presidente di quella regione, avendo riportato il 47 per cento contro il 52 dello sfidante socialista. Per Giscard, a 78 anni, è una vera e propria uscita di scena. Ma l'altro luogo simbolo è Poitiers, città capoluogo del Poitou-Charentes, dove ha trionfato Ségolène Royal, già ministro socialista nonché compagna del segretario del Ps François Hollande, e madre dei loro quattro figli. Ha vinto con uno schiacciante 55 per cento contro la presidente uscente Elisabeth Morin, per la quale si era freneticamente impegnato lo stesso primo ministro Jean Pierre Raffarin, che aveva governato il Poitou per quattordici anni. Ségolène Royal resterà l'icona di questa tornata elettorale: è nella sua regione che la vittoria era più difficile, è nella sua regione che è stata più stentorea.
Potremmo citare anche l'Ile de France, la regione parigina, dove il socialista Jean Paul Huchon era ieri sera confermato alla presidenza con più del 49 per cento dei voti. In questa regione erano scesi in campo i massimi tenori della destra, a cominciare da Nicolas Sarkozy, ministro degli Interni, e dallo stesso Raffarin. Per la destra nel corso di questa ultima settimana l'Ile de France era diventata una zattera di salvataggio. Se l'avessero spuntata, vista la sua importanza, avrebbero potuto utilizzarla per dare legittimità al governo in carica. E invece no, è stato naufragio anche a Parigi. Il governo nazionale resta in carica, ma svuotato, spettacolarmente privato della fiducia popolare.
Gli uomini della destra al governo non hanno nascosto l'ampiezza del disastro. François Fillon, numero due del governo, non ha esitato ad ammettere un "21 aprile alla rovescia". Jean Pierre Raffarin ha detto di "aver capito la lezione", ribadendo nel contempo la necessità di quelle riforme (servizi pubblici, previdenza sanitaria, pensioni) che i francesi hanno seccamente bocciato nelle urne. Quale sorte riserverà Jacques Chirac al suo primo ministro? Non erano in molti ieri sera a scommettere sulla sua permanenza a palazzo Matignon. Ma nello stesso tempo la sconfitta appare di proporzioni troppo grandi per farne una semplice questione di uomini. Un rimpasto di governo appare inevitabile, un cambio al vertice piuttosto probabile.
Ma perché la sinistra ha ritrovato tutti i suoi colori, dopo l'abisso nel quale era caduta solo due anni fa? Laurent Fabius ha la sua idea: "Primo: è una sinistra che ascolta. Secondo: è una sinistra più concreta di quanto lo fosse. Terzo: è una sinistra più unitaria. Quarto: è una sinistra che guarda al futuro, e le regioni appartengono al futuro". Ségolène Royal sembra pensarla nello stesso modo: "La Francia delle regioni è nata oggi!", diceva ieri sotto una valanga di applausi. L'indicazione è chiara, e va nel senso del decentramento, di una svolta storica rispetto al tradizionale centralismo giacobino. I socialisti ieri sera parlavano volentieri di una "gauche nouvelle", per tracciare una linea di confine con la coalizione alquanto rissosa, spocchiosa e tecnocratica che aveva accompagnato Jospin nella sua caduta agli inferi due anni fa.
Raffarin al capolinea
Massimo Nava sul Corriere della Sera
PARIGI - Sembrava orfana e nostalgica la sinistra francese che, da ieri sera, canta vittoria come ai tempi di Mitterrand. Unita, sulle ali dell'entusiasmo popolare e dei brindisi nelle sedi dei partiti, il socialista, il verde e persino il comunista, dato per condannato all'estinzione anche nelle roccheforti operaie. Orgogliosa, dopo il purgatorio del 21 aprile 2002, quando venne umiliata dall'eliminazione del suo leader, Lionel Jospin, al primo turno delle presidenziali e costretta a dare il sangue a Chirac per salvare i valori repubblicani dall'onda nera di Le Pen.
Sembrava anche povera di idee e guida, in bilico fra il "gauchismo" massimalista e il riformismo liberista, aggredita dall'estrema sinistra e dalla delusione della Francia popolare e impoverita, che votava Le Pen o si rifugiava nell'astensione.
Molti, per salvare la barca, invocavano il ritorno di Jospin alla politica, studiavano l'Ulivo italiano, costruivano a tavolino la ricetta per contrastare la formidabile macchina del consenso di Jacques Chirac, l'uomo di destra con il cuore a sinistra che, almeno a parole, occupa anche lo spazio del pacifismo, dell'ecologia, del terzomondismo, della solidarietà sociale.
Sembrava infine marginalizzata dalla geografia del potere, tutto nelle mani della destra: Eliseo, governo, Assemblea nazionale, Senato e organi istituzionali. Il voto di ieri non cambia per ora i rapporti di forza a livello nazionale, ma la conquista di quasi tutte le regioni inverte completamente tendenza e equilibri.
Per il presidente e per il governo di Jean Pierre Raffarin è una disfatta. I francesi hanno bocciato la politica sociale, l'avvio di riforme dolorose come quella delle pensioni, i tagli della spesa pubblica. Ma i francesi hanno anche sanzionato un potere centrale vissuto come distante, sordo, immobile, anche come immagine, attorno alla trentennale carriera di Jacques Chirac.
Il miracolo della gauche resuscitata ha un nome, François Hollande, il fido delfino di Jospin, ritenuto, anche dai militanti, un funzionario di transizione rispetto ai bei nomi della sinistra francese, da Lang a Kouchner, da Fabius a Strass Kahn, tutti i corsa per l'Eliseo. Ma il segretario socialista, dal congresso di Digione dell'anno scorso, ha messo in pratica, alla lettera, la più semplice delle ricette in un sistema bipartitico e in tempi di crisi economica: niente nemici a sinistra, lotte sociali, attacco frontale al governo, una buona dose di demagogia mediatica, qualche strizzata d'occhio un po' disinvolta al "gauchismo" intellettuale, come la visita in carcere del "nostro" Battisti.
Non potendo cavalcare il pacifismo (dato che tutti i francesi sono contro la guerra in Iraq e abbastanza antiamericani), Hollande, dietro le lenti del professorino, ha sfoderato le parole giuste per galvanizzare le truppe, scaldare i cuori, ridare qualche speranza.
Ha portato lo scontro tutto sul terreno sociale nella difesa dei capisaldi del modello francese: "sicurezza sociale, servizio pubblico, diritto al lavoro", come ha ripetuto ancora ieri sera chiedendo al governo di cambiare strada. Il vento spagnolo, gli scandali e le divisioni del centrodestra, la tradizionale tendenza dei francesi a bocciare sempre e comunque alla prima occasione il governo in carica (capitò anche alla Francia felix di Jospin in tempi di crescita e di generosa apertura delle casse pubbliche) hanno contribuito al miracolo.
E' un messaggio che vale per la Francia, che in quanto a conservazione del proprio modello statalista non teme confronti nel mondo. E' anche un messaggio per l'Europa, quando, fra due mesi, non solo i francesi dovranno dire che cosa conservare rispetto alle sfide della competitività internazionale e dei deficit pubblici.
Soffia il vento del cambiamento
Andrea Bonanni su la Repubblica
L'Europa scopre il gusto del cambiamento. E manda apparentemente in pensione la vecchia massima andreottiana secondo cui "il potere logora chi non ce l'ha". Dopo la Spagna, la Francia. Il clamoroso successo delle sinistre alle elezioni regionali francesi segue a distanza di poche settimane l'inattesa vittoria dei socialisti spagnoli di Zapatero che hanno scalzato il governo Aznar. Ora, per Jacques Chirac, tutto diventa più difficile nel timore che le elezioni europee di giugno confermino la punizione elettorale.
La sinistra ha ragione di rallegrarsi per questi due successi. Ma avrebbe, soprattutto, motivo di riflettere, evitando di cantare vittoria e di invocare una inversione di tendenza rispetto all'onda lunga conservatrice che ha portato le destre al governo in gran parte dei Paesi europei.
Sia nel caso francese sia nel caso spagnolo, infatti, più che una vittoria delle idee e dei programmi socialisti, gli elettori hanno decretato una punizione dei governi in carica.
E un po' in tutta Europa i governi nazionali in carica navigano in cattive acque, a prescindere dal loro orientamento politico.
In Germania i socialdemocratici di Schroeder perdono un'elezione regionale dopo l'altra e vengono regolarmente castigati dai sondaggi. In Polonia il primo ministro socialista è dimissionario e il suo partito virtualmente cancellato dagli indici di popolarità. In Gran Bretagna Tony Blair è in affanno, e si prepara a pagare un prezzo altissimo alle elezioni europee, dove il sistema proporzionale premierà i liberaldemocratici e la loro opposizione all'intervento in Iraq.
In Danimarca il premier conservatore, Rasmussen, protagonista di una brillante presidenza dell'Unione europea, è in piena perdita di velocità. Perfino in Italia il governo Berlusconi viene penalizzato dai sondaggi nonostante il monopolio dell'informazione televisiva che non ha riscontri nel mondo Occidentale.
Il risultato paradossale e gattopardesco di questa epidemia di scontentezza che sembra percorrere l'elettorato europeo è che, se i sondaggi verranno rispettati, le elezioni per il Parlamento di Strasburgo a giugno rischiano di cambiare tutto senza che nulla cambi: quel che uno perde in Spagna lo riguadagna in Germania, i voti negati in Polonia vengono riconquistati in Italia, la batosta inglese viene compensata dal successo francese.
Alla fine gli attuali equilibri tra i tre grandi partiti, popolare, socialista e liberale, rischiano di essere sostanzialmente riconfermati sia pure magari con proporzioni diverse. Se dunque è azzardato cogliere un filo politico nella voglia di cambiamento degli elettori europei, è però chiaro che questa è agevolata proprio dal quadro di stabilità garantito dall'esistenza dell'Unione.
Che il governo di un Paese vada a destra o a sinistra, il cambiamento che ne deriva è infatti attutito dall'esistenza di un'Europa che produce ormai più del cinquanta per cento delle normative nazionali e che riduce drasticamente i margini di manovra finanziari delle capitali. Le stesse riforme dello stato sociale, che rischiano di costare così care oggi a Chirac e domani a Schroeder, sono in qualche modo imposte dall'esistenza di un mercato unico europeo all'intero del quale la concorrenza tra sistemi-paese si fa sempre più spietata.
E i periodici lamenti di Berlusconi contro i vincoli europei, che fortunatamente gli impediscono di svendere la moneta o il bilancio dello Stato per acquisire consensi elettorali, sono la riprova che il vero potere della politica si sta sempre più trasferendo dal piano nazionale a quello comunitario.
E dunque, forse, nonostante le apparenze, Andreotti non aveva poi torto: il sistematico logoramento elettorale dei governi nazionali corrisponde alla loro progressiva perdita di potere reale. Il gap di democrazia che proprio quegli stessi governi nazionali perpetuano rifiutandosi di accettare un potere comunitario sottoposto alla verifica elettorale finisce per ritorcersi contro di loro.
La voglia di cambiamento degli elettori continuerà a travolgerli con oscillazioni periodiche fino a che ai cittadini non sarà restituito il diritto di scegliere il proprio governo anche a livello europeo.
Una Lega senza Bossi
Francesco Merlo su la Repubblica
Anche nella malattia la Lega straparla e stravede, è definitivamente eversiva e reazionaria, sta idolatrando il corpo malato come fosse una reliquia, e difatti ieri a Bergamo mille slogan e mille manifesti e mille urli ritmati di guerra incitavano Bossi, come se non fosse in coma da 18 giorni ma solo nascosto da qualche parte, il corpo dell´imam o dello sciamano o del re Sebastiano del Portogallo, un corpo "in attesa": del ritorno in sella, dell´assalto finale, della riapparizione sterminatrice.
"Tornerà già domani per guidare la campagna elettorale" promette il ministro Maroni; e comincerà "il trionfo" profetizza il ministro Castelli; "sarà la fine della facce di merda" spiega Borghezio. Insomma "a quelli gli faremo fare un bel salto in padella" precisa Calderoli. Non avendo né San Gennaro né Sant´Agata né Santa Rosalia, la Lega si inventa una devozione che ha l´aspetto della religione ma la sostanza del tribalismo pagano. C´è la processione a Varese e ci sono stati questi tre giorni di venerazione a Bergamo. C´è pure l´ineffabilità, l´afasia, il black out sanitario: "Così percossa e attonita / la Lega al nunzio sta... ". C´è persino la terapia del risveglio, con la diffusione accanto al comatoso della registrazione degli applausi, che nelle tribù sono schiaffi a due mani, e sempre sulla faccia del nemico immaginato. È una musicoterapia di schiaffi, dirige l´orchestra il maestro Maroni: "Vi prometto che la Lega sarà più dura e cattiva di prima, se questo e possibile". Il che significa che ce l´avranno più duro, che la malattia di Bossi sarà il loro Viagra.
Mai era risultato così chiaro che la politica e l´elaborazione intellettuale della Lega sono distillato corporale e fisicità: il celodurismo, la mimica, la riduzione del nemico a mostro schifoso, Segni fu "lumaca bavosa", Bassolino è "la spazzatura del Sud", e alla fine i conti si saldano con i proiettili, l´ordine si ristabilisce con i cazzotti delle ronde verdi, la prostituzione si combatte disinfettando i treni delle nigeriane...
Pensateci: oggi nessun conservatore inglese, e neppure un francese seguace di Le Pen riuscirebbero compiutamente a capire l´organicismo della Lega né il fatto che la politica di un Paese civile "devolva" l´unità dello Stato come omaggio terapeutico ad un ministro che da diciotto giorni è in coma, ma viene celebrato e nascosto come l´imam degli sciiti, nell´imperscrutabile disegno di un dio, del dio padano. Il dovuto disagio dinanzi al malessere, anche quello tributato da un numero ben più grande di militanti o da un intero "popolo", le lacrime per Berlinguer per esempio o la trepidazione per il Papa ferito dal lupo turco, non hanno nulla a che fare con questa sorta di idolatria pagana che non è politica, perché la Lega non è stata mai politica. È, ancora una volta, roba da meridione, non nel senso geofisico ma nel senso antropologico dei fenomeni di margine, i tarantolati studiati da De Martino, gli indiani "Sioux", i "nez percés". Meridione come forma dell´anima marginale, che è appunto la vera essenza della Lega: piazze di paese, inconsistenza culturale, ricatto eversivo subito minimizzato quando le cose si mettono male, e dunque alla fine falso ricatto, patacca. "Usciremo dal governo se davvero salveranno il calcio ladrone di Roma ladrona" ha ieri gridato tra le ovazioni Maroni ma è anche questo un finto ricatto perché Maroni sa bene che il governo non può "salvare" il calcio per motivi di dignità europea e non certo per coerenza, perché non si può essere statalisti nei confronti del pallone e liberisti nei confronti della scuola. Insomma lo Stato italiano non può permettersi di assistere i piedi dei calciatori e allo stesso tempo abbandonare al mercato la testa dei professori, perché l´unità europea non lo consente. Il ricatto è falso. I pataccari della Lega gridano ai propri militanti creduloni che sono loro gli artefici dell´ovvietà: "L´Atalanta la paga i tasse, Roma e Lazio i se arda de pagale".
È dunque cominciato così il bossismo senza Bossi, la patacca senza il pataccaro, vedremo quanto durerà. Di sicuro la Lega non sparisce perché Bossi sta male. È invece vero, come ci ha spiegato ieri Ilvo Diamanti, radiologo della questione settentrionale, che da tempo la Lega non aveva appeal elettorale, e Bossi, che è stato per tutta la vita più avanti della Lega, ha sempre percepito prima il proprio destino. Del resto nella malattia del tribuno, di qualsiasi tribuno, c´è sempre la stanchezza della spinta vitale.
C´è l´esaurimento, che ci auguriamo momentaneo, di un uomo che si è svuotato nel trasfondere sangue a un organismo anemico. E chi, come ora i capitribù leghisti, si attacca al corpo del malato potrebbe forse averne un beneficio elettorale momentaneo ma sa bene di essere coinvolto dentro quella malattia.
Ecco perché nelle celebrazioni tribali attorno a Bossi si percepisce l´eroicizzazione finale di un´esperienza passata, la santificazione dei ricordi, i pellegrinaggi, l´illuminazione di una crisi.
Anche l´ingresso della moglie, la simpatica e appassionata Manuela, nella successione alla direzione politica fa risuonare quegli arcaici sentimenti familistici del mammo-donnismo meridionale. Nessuno fa infatti notare che questa successione del coniuge non era prevista nemmeno nelle monarchie bizantine e neppure da Maometto. Se si ammala un grande attore, la moglie, in attesa che il marito guarisca, non reciterà Amleto al suo posto. E, quando si infortunò Totti, non scese in campo la bella Ylari. Che la politica della Lega possa essere un patrimonio di famiglia è molto al di qua della logica del cognome, è un arretramento anche rispetto alle peggiori abitudini italiane della trasmissione familiare del mestiere e della funzione, è appunto tribalismo.
È vero che molti italiani, quasi tutti i giornali e anche noi stessi tendiamo, dinanzi alla malattia, ad assolvere l´insania dell´uomo sano, come se i colpi polemici a segnare la distanza tra noi e lui fossero responsabili di quel malaugurato colpo al cuore. Ci dispiace, sinceramente e senza ipocrisie di maniera, che Bossi stia male perché in politica è un simpatico patacarro, un meridionale del nord. Ma nessuna malattia del corpo può guarire o assolvere le malattie dell´anima: il razzismo, il plebeismo, la violenza e la volgarità del linguaggio contro i neri, i meridionali, gli omosessuali e i mussulmani; e poi i corporativismi, gli egoismi, la voglia di non pagare le tasse spacciata per ideale, e tutte quelle ruvidezze e maleducazioni che troppi intellettuali e giornalisti, di ogni schieramento, per qualche tempo ammirarono e blandirono come una risorsa politica del paese, grandi penne che hanno avuto il loro periodo leghista come Picasso ebbe il suo periodo blu.
In politica estera l'Italia è divisa in tre
Aldo Rizzo su La Stampa
Come la Gallia di Giulio Cesare, la politica estera italiana è "divisa in partes tres". Il famoso inizio del De bello gallico mi è tornato alla mente negli ultimi giorni ascoltando le dichiarazioni del presidente del Consiglio, prima a Bruxelles e poi a Palermo, e quelle del capo dello Stato a Budapest, e leggendo sul Corriere della sera la lettera-manifesto del presidente della Commissione europea, nonché leader italiano dell'Ulivo. Berlusconi, Ciampi e Prodi hanno espresso tre distinte visioni di quella che dovrebbe essere, appunto, la politica estera dell'Italia sui due grandi temi del momento: il varo della Costituzione europea e il drammatico dopoguerra in Iraq.
Partiamo dal primo. Come si sa, dotare finalmente l'Unione europea di una Costituzione appare ora possibile, in tempi relativamente brevi, dopo il fallimento del primo tentativo, sotto la presidenza di turno italiana. Questa "finestra" che si è aperta non va naturalmente a demerito del governo di Roma, che a suo tempo si trovò di fronte a un muro, composto dalle opposte posizioni di Spagna e Polonia da una parte e di Francia e Germania dall'altra. E' invece l'effetto del risultato elettorale spagnolo, che ha rimosso la rigidità del vecchio governo e ha, come si dice, riaperto i giochi, influenzando nettamente la Polonia e in conseguenza ammorbidendo anche l'atteggiamento franco-tedesco.
Questo nuovo quadro non sembra convincere Berlusconi e il ministro degli Esteri Frattini. Essi tendono piuttosto a sottolineare le difficoltà che ancora si frappongono all'accordo costituzionale e si dicono scettici sulla possibilità di un loro superamento a breve termine. Al di là di eventuali e comprensibili risentimenti di parte, essi hanno, formalmente, ragione. L'accordo è possibile, ma è ancora da definire. Però, appunto, ora è possibile, perché Spagna e Polonia sembrano accettare quello che prima avevano fermamente respinto, cioè il sistema di voto della "doppia maggioranza" (numero di Stati e popolazione complessiva). E questo è un grosso fatto nuovo. Sul quale si è basato il Presidente Ciampi, uno dei padri del progetto costituzionale, per dire in pratica il contrario di Berlusconi, e cioè che, per serie che possano essere le difficoltà residue, bisogna rapidamente superarle, con un qualche ragionevole compromesso, per non perdere un'occasione storica per l'Europa, che potrebbe non ripresentarsi. Su questo punto, Prodi è addirittura più categorico, vede nel varo della Costituzione un quasi certo sigillo della sua Presidenza europea e una delle basi di lancio del suo definitivo ed esplicito rientro nella politica italiana (che già influenza non poco).
Poi c'è l'Iraq. Dopo la caduta del suo alleato spagnolo, Aznar, Berlusconi resta convinto di quanto fosse e sia giusto stare comunque con Bush nel conflitto iracheno, contro il terrorismo e per la democrazia. E qui il contrasto con Prodi non potrebbe essere maggiore. Secondo il presidente italiano della Commissione europea, la guerra in Iraq è stata un grave errore, perché il regime di Saddam, per spietato che fosse, non aveva legami col fondamentalismo islamico di Al Qaeda e non disponeva di armi di sterminio. Di più, Prodi afferma l'illiceità di ogni guerra che non abbia motivazioni drammaticamente visibili e non sia comunque autorizzata dall'Onu.
Una posizione al limite (solo al limite) del pacifismo. In questo autentico scontro, Ciampi si colloca in qualche modo al centro, evitando critiche esplicite all'alleato americano, ma richiamando la necessità di una nuova risoluzione dell'Onu, che dia il via a un'autentica forza multinazionale, per un'uscita internazionalmente garantita, e nel segno della democrazia, dalla tragica situazione irachena; e anche rammentando che il terrorismo, per essere battuto, ha bisogno di politiche lungimiranti, in primo luogo per porre fine ai massacri israelo-palestinesi. Al che Berlusconi ribatte che, di risoluzioni dell'Onu, ce ne sono già state tante.
Dunque "Gallia est omnis divisa in partes tres"...
Annan: una forza multinazionale in Iraq con comando unificato
Intervista a Kofi Annan
Giovanni Russo sul Corriere della Sera
NEW YORK - "Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si sta impegnando per avere in Iraq una forza multinazionale sotto un comando unificato che dovrebbe collaborare con il governo iracheno e contribuire al mantenimento della sicurezza nel Paese". Così parla il segretario generale dell'Onu Kofi Annan nell'intervista che ha concesso al Corriere della Sera a New York. Annan sottolinea il grande apprezzamento delle Nazioni Unite per il contributo dell'Italia all'attività di peacekeeping , di mantenimento della pace. E tocca i temi principali del dibattito in corso: il ruolo dell'Onu in Iraq, la permanenza delle truppe spagnole, la questione della guerra preventiva "la cui logica - ha detto - rappresenta una grande sfida ai principi sui quali la pace e la stabilità del mondo si sono basati negli ultimi 55 anni".
Emerge un crescente consenso nella comunità internazionale verso un significativo ruolo dell'Onu nella stabilizzazione e ricostruzione dell'Iraq. Quali caratteristiche concrete questo ruolo dovrebbe avere?
"La cosa essenziale del ruolo dell'Onu in Iraq è che esso ottenga un largo consenso da parte del popolo iracheno. Per questo motivo intendo inviare il mio consigliere speciale, Lakhdar Brahimi, nuovamente in Iraq per dare consiglio e assistenza nella formazione di un governo iracheno ad interim , come richiesto dal Consiglio governativo dell'Iraq. Brahimi cercherà di dialogare con un ampio numero di esponenti iracheni, in modo che si possa stabilire quali forme di assistenza vengono richieste dagli stessi iracheni. Certamente, come ho sempre detto chiaramente, è necessario che vi sia un adeguato livello di sicurezza al fine di poter inviare il personale Onu a svolgere il proprio lavoro".
Che cosa pensa della posizione del primier eletto a Madrid, José Luis Rodríguez Zapatero, a proposito della permanenza delle truppe spagnole in Iraq?
"E' una questione su cui dovrà decidere la Spagna. Spero che entro il primo luglio avremo una situazione più chiara, nella quale sarà evidente che tutti i rimanenti contingenti militari stranieri sono presenti su invito di un governo iracheno sovrano nonché l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza".
Sarebbero in corso trattative al Consiglio di sicurezza per approvare una nuova risoluzione che accompagni in Iraq la fase politica successiva al passaggio dei poteri. In che modo dovrebbero regolare, secondo lei, la questione della forza multinazionale presente nel Paese e la sua catena di comando?
"Non credo che i membri del Consiglio di sicurezza stiano contemplando l'istituzione di una forza di pace Onu in Iraq. La mia impressione è che si stiano impegnando per una forza multinazionale, sotto un comando unificato, che dovrebbe collaborare con il governo sovrano dell'Iraq e contribuire al mantenimento della sicurezza nel Paese
Quale valutazione dà del contributo italiano?
"Le Nazioni Unite apprezzano molto il contributo offerto dall'Italia alle attività di peacekeeping dell'Onu sia in termini di personale che di sostegno al bilancio delle operazioni di pace. Il ruolo che l'Italia ha svolto, a partire da operazioni come la missione di pace Onu in Mozambico di dieci anni fa fino a oggi, dimostra ampiamente il suo forte contributo alla pace e alla stabilità nel mondo. Sono infatti sicuro che anche gli altri Stati membri apprezzano l'impegno dell'Italia in questo campo".
Quali sono i principali ostacoli sulla riforma del Consiglio di sicurezza Onu? Non ritiene che sia necessario risolvere i nodi politici, emersi anche a seguito della teoria americana della guerra preventiva, che si frappongono a un "multilateralismo efficace" prima di considerare una riforma "strutturale" delle Nazioni Unite e dei suoi principali organi?
"Mentre è vero che esistono differenze fra le varie posizioni nazionali sulla riforma, spero di poter presentare alla prossima riunione dell'Assemblea generale idee innovative per rivitalizzare il sistema delle Nazioni Unite e metterlo in grado di far fronte ad alcune delle maggiori minacce del nostro tempo, incluse il terrorismo e le armi di distruzione di massa. Il gruppo di consulenti composto da eminenti personalità, che ho istituito lo scorso anno, si sta riunendo in questi giorni per elaborare raccomandazioni su tali questioni: attendo di conoscere gli esiti. Per quanto riguarda il dibattito su guerra preventiva e "multilaterismo efficace", l'anno scorso ho detto chiaramente che la logica della guerra preventiva rappresenta una grande sfida ai princìpi sui quali, anche se in modo imperfetto, la pace e la stabilità del mondo si sono basate negli ultimi 55 anni. La mia preoccupazione è che, qualora una tale impostazione venisse adottata, potrebbe costituire un precedente per una conseguente proliferazione dell'uso unilaterale e illegale della forza, con o senza giustificazione. Allo stesso tempo, non è sufficiente denunciare l'unilateralismo, a meno che noi non affrontiamo in modo deciso le preoccupazioni di alcuni Stati che si sentono individualmente più vulnerabili, dato che sono tali preoccupazioni a spingerli all'opzione unilaterale. Io ho sollecitato gli Stati membri a cogliere questa sfida, che sono sicuro prenderanno seriamente in considerazione".
29 marzo 2004