
sulla stampa
a cura di P.C. - 27 marzo 2004
Ulivo e Iraq, il manifesto di Prodi
" Coinvolgere l'Onu e poi tutti i Paesi a Bagdad e Nassiriya "
Lettera di Romano Prodi al Corriere della Sera
Egregio direttore, le ultime settimane sono state cariche di avvenimenti e di tensione: i terribili attentati di Madrid, le elezioni spagnole con il successo del Partito socialista, le manifestazioni in Italia per la pace e contro il terrorismo con la contestazione al segretario dei Democratici di Sinistra, Piero Fassino. Il tutto sullo sfondo di un Iraq e di un Medio Oriente segnati, giorno dopo giorno, dalla violenza e dalla morte.
A questi argomenti lei ha dedicato, domenica scorsa, il suo editoriale e, mercoledì, su di essi è intervenuto Ernesto Galli della Loggia. All'Ulivo che vuole proporsi come novità politica lei ha posto tre interrogativi: che ne è, di fronte al tema della guerra e della pace, della vostra unità? Quali garanzie darebbe di una politica internazionale all'altezza delle sfide del mondo contemporaneo un futuro governo dell'Ulivo? Come reagite ai violenti che vi potete trovare come compagni di strada nel vostro cammino politico?
Troppe volte, in questi giorni, nel fuoco delle polemiche, da una parte e dall'altra, si sono date risposte appiattite sulla questione della presenza delle nostre truppe in Iraq. Come se su questa vicenda si potessero seriamente esprimere giudizi e, quando e se necessario, assumere decisioni, senza avere prima elaborato una visione generale della pace e della guerra nel mondo di oggi.
E' da qui, dunque, dalla necessità di una " dottrina " alla quale ancorare le nostre scelte, che voglio partire. Muovendo il passo da quello che mi pare sia il punto di riferimento più solido che si offre a noi italiani, la nostra Costituzione. All'articolo 11 vorrei citarlo per intero , essa stabilisce che " l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo " .
Sono parole che, in oltre cinquant'anni, non hanno perduto nulla del loro valore ma, anzi, sono andate assumendo, col tempo, un' attualità sempre più forte. Il riferimento alla libertà dei popoli è coerente con una visione delle relazioni internazionali e, più in generale, della politica, che riconosce la persona come valore supremo da tutelare. Il richiamo alle organizzazioni internazionali si adatta mirabilmente tanto ad un'Unione Europea ormai prossima a darsi una Costituzione e ad un'Italia che solo nell'Europa può costruire il proprio futuro, quanto ad un mondo il cui governo sfugge alla capacità di controllo di qualsiasi singola nazione e, per ciò stesso, richiede lo sforzo e il coinvolgimento dell'intera comunità internazionale, a partire da Europa e Stati Uniti, senza la cui alleanza non esiste pace sulla terra.
Quali sono, dunque, i principi che possiamo trarre dalla Costituzione? Credo che possano essere i seguenti: primo, che la guerra, ogni guerra portata contro un altro popolo o un altro Stato è bandita e respinta come illegittima e immorale; secondo, che le controversie internazionali devono essere risolte ricorrendo agli strumenti della politica; terzo, che l'uso della forza è consentito quando e soltanto se esso è indispensabile per portare pace e giustizia ed è approvato dalla comunità internazionale.
Si tratta di principi tutt'altro che neutri o generici. Essi richiedono, tuttavia, di essere ulteriormente precisati per definire quali siano i tipi di intervento armato che siamo pronti a considerare come giustificati dalla necessità di assicurare pace e giustizia fra le nazioni e quale approvazione da parte della comunità internazionale giudichiamo sufficiente per considerare legittimi quegli eventuali interventi.
Quanto alla sostanza, l'uso della forza potrebbe e dovrebbe essere ammesso solo in quei casi in cui essa servisse a proteggere delle popolazioni: uomini, donne, famiglie, bambini, anziani. Stiamo, dunque, parlando dei casi, e solo dei casi nei quali si tratti di offrire protezione da atti di genocidio, da una guerra civile, dall'aggressione ad uno Stato sovrano, da atti di terrorismo. In nessun modo si dovrebbe accettare come giustificato l'uso della forza qualora esso dovesse servire a risolvere una controversia internazionale o a determinare un cambio di regime in un altro Stato.
Affinché il termine protezione conservi un significato autentico, si dovrebbe, peraltro, ammettere che questo tipo di interventi possano essere attuati, quando indispensabile, anche in forma preventiva. Contrasterebbe, infatti, con ogni elementare regola di coscienza una regola che imponesse di attendere che il genocidio fosse in atto per muoversi a protezione delle popolazioni interessate.
Quanto al metodo per definire la legittimità internazionale, il criterio più ovvio è quello che la fa dipendere dall'approvazione delle Nazioni Unite.
A chi chiede, alla luce delle vicende irachene, quali sarebbero o sarebbero state in circostanze analoghe le scelte di un eventuale governo dell'Ulivo, quali le garanzie di una sua tenuta nel campo della politica internazionale, mi sento, dunque e in tutta coscienza, di dire che un governo dell'Ulivo non avrebbe né dato la propria approvazione né assicurato la propria partecipazione alla guerra in Iraq.
Perché di guerra, e non di operazione di pace, si è trattato e si tratta.
Una guerra che come sappiamo bene noi italiani che non dimentichiamo i nostri morti di Nassiriya ha lasciato e continua a lasciare una lunga scia di morte e di dolore.
Una guerra che non avrebbe dovuto essere iniziata e contro la quale si sono espressi tutti i popoli europei, quali che fossero gli orientamenti dei loro governi.
E se, per un Ulivo che si trovasse oggi, da un giorno all'altro, a dover assumere la responsabilità del governo, il problema fosse quello di decidere se continuare o interrompere la partecipazione a questa guerra, non ho esitazione a dire che la scelta sarebbe quella di porre fine all'intervento. Perché, nelle sue forme attuali, l'occupazione è la continuazione di una guerra ingiustificata e illegittima e non è visibilmente capace di riportare pace e sicurezza in Iraq.
Ma non è in questi termini che va posto il problema. Nelle condizioni di anarchia e di disordine determinate dal collasso dello Stato iracheno, le popolazioni di quelle terre sono esposte alla realtà di una violenza di massa, di una guerra civile nella quale si inseriscono e si possono inserire terrorismi di ogni tipo.
Ci troviamo, pertanto, di fronte ad una di quelle ipotesi nelle quali è pienamente giustificato e, anzi, indispensabile l'intervento della comunità internazionale. Un intervento che dovrebbe essere innanzitutto umanitario, volto alla protezione delle popolazioni e alla ricostruzione materiale e istituzionale del Paese ma che, nella situazione attuale, per essere attuato, dovrebbe necessariamente essere armato e prevedere l'uso della forza.
Condizione essenziale perché quest'intervento fosse considerato legittimo sarebbe, ovviamente, che esso fosse approvato e, poi, messo in atto sotto l'autorità dell'Onu. Mentre, per essere realmente efficace, esso richiederebbe una collaborazione la più ampia possibile, con la partecipazione di tutti i Paesi pronti all'intervento: europei ed extraeuropei, atlantici ed extratlantici. Uno sforzo particolare dovrebbe essere messo in atto per coinvolgere e mobilitare i Paesi islamici, tanto al fine di dare un volto più familiare all'opera di ricostruzione, quanto al fine di isolare i gruppi di terroristi all'interno dei loro stessi territori.
Questa è la strada stretta di fronte alla quale ci troviamo. Una strada che, com'è ovvio, prevede l'utilizzo di tutti gli strumenti politici utili a forzare il passaggio alla nuova e finalmente legittima fase dell'intervento umanitario, compresa la fissazione di date limite per il trasferimento all'Onu, come proposto dall'Unione Europea, e anche per il ritiro delle truppe.
Lungo questo cammino e con questo vengo al tema dell'unità dell'Ulivo , sono certo che si troverebbero tutti coloro, partiti, associazioni, movimenti, cittadini, che hanno raccolto l'idea e, poi, lanciato il progetto della Lista unica. E penso che, in questa prospettiva, al loro fianco si potrebbero con naturalezza ritrovare anche coloro che, con una scelta di non violenza, chiedono la fine immediata della guerra e il ritorno dei soldati, e coloro che, guardando con generosità all' enorme bisogno di protezione e assistenza della popolazione, chiedono, al contrario, che si vada tutti a Nassiriya.
Nessuno è autorizzato a leggere in queste posizioni un atteggiamento di debolezza nei confronti del terrorismo. Il terrorismo è una minaccia per tutto il mondo libero. Il nostro obiettivo non può che essere quello della completa eradicazione del terrorismo, né più né meno.
Per concludere, vorrei venire all'ultimo interrogativo relativo all'atteggiamento dell' Ulivo nei confronti dei violenti e della violenza. C'è bisogno di ripetere che nei loro confronti non c'è alcuna tolleranza, alcuna disponibilità, alcuna possibilità di dialogo? No, non credo davvero che ce ne sia bisogno.
L'Italia del lavoro dice no al governo
Felicia Masocco su l'Unità
Un milione di persone in più di cinquanta piazze e una partecipazione allo sciopero da grandi occasioni, "superiore alle aspettative". Alla fine della giornata Cgil, Cisl e Uil fanno i conti, il bilancio è positivo non tanto o non solo per la capacità di rappresentanza del sindacato italiano che in molti vorrebbero per spacciata, quanto per aver visto rinnovato un patto con una bella fetta di popolazione che non ci sta a guardare andare a rotoli l'economia italiana senza far nulla.
L'inerzia del governo basta e avanza, ed è quello che ieri è stato denunciato da un capo all'altro del paese. Dai sindacati l'impegno, finalmente unitario, di provare a costruire un futuro migliore stando in campo con la lotta se serve. Ha scioperato l'80% degli edili, il 70% degli sportelli bancari sono rimasti chiusi, alta l'adesione anche alle poste e tra i dipendenti pubblici la media è stata dell'80%. Percentuali simili di adesione tra i lavoratori del trasporto locale, e dei metalmeccanici il 75-80 % si è fermato.
"Serve una diversa politica economica - ha continuato Epifani - che rimetta al centro le politiche degli investimenti, soprattutto pubblici. E per il sud questo va moltiplicato per dieci".
Sicilia, Italia. Ma un altro esempio dello stato delle cose è venuto dalle vie di Roma, dalle donne che hanno sfilato dietro lo striscione delle lavoratrici "massaie improvvide", due aste e un filo con tanto di panni stesi. E poi grembiuli, spolverini, scolapasta per cappello e coperchi per far rumore: è quel pezzo d'Italia accusata da Silvio Berlusconi di colpevolezza per il caro-spesa e, indirettamente, di essere responsabile della caduta dei consumi, dei danni alla domanda interna. Il capo di un governo che non controlla prezzi e tariffe, che ha negato l'esistenza stessa dell'inflazione, che attacca i diritti dei lavoratori a cominciare dai salari e dalle pensioni, che ha inneggiato al lavoro nero e che poi se la prende con le "massaie".
Berlusconi: "È inutile che io vada a Nassiriya"
"Basta compatire i soldati, sono professionisti e ben pagati"
Gianluca Luzi su la Repubblica
BRUXELLES - Adesso è ufficiale: Berlusconi non andrà a Nassiriya. È stato lo stesso presidente del Consiglio ad annunciarlo durante la conferenza stampa finale del vertice europeo. "Non sento alcun bisogno di andarci", ha detto, spiegando che una visita al contingente italiano in Iraq sarebbe solo una "operazione dimostrativa e retorica". Va bene che "il saluto del governo italiano è già stato portato dal vicepresidente Fini", ma l'annuncio di Berlusconi suona inequivocabilmente come un giudizio piuttosto sprezzante per le visite che negli ultimi mesi hanno reso al contingente italiano sia il presidente della Camera Casini che il leader di An.
I militari italiani - secondo Berlusconi - non hanno bisogno del saluto del premier, visto che "il saluto del governo è già stato portato da Fini", e comunque si tratta, secondo il presidente del consiglio, di soldati di carriera che scelgono questa vita "anche per spirito di avventura, conoscendone i rischi", che "sono contenti di stare lì" e per di più "hanno anche un'utilità economica rilevante perché naturalmente i loro stipendi sono molto più alti che se restassero in Italia".
Quindi "non voglio più sentire quelle espressioni, come 'poveri ragazzi', che vengono dalla sinistra". I militari italiani "sono contenti di fare quello che fanno e sentono di stare lì non come truppe di occupazione, ma di liberazione. Per aiutare il popolo iracheno a trovare la strada della democrazia".
Per tutti questi motivi, "io non sento alcun bisogno di andare a fare una visita" a Nassiriya. Che però il Cavaliere dice di avere a suo tempo programmata. "L'avevo fissata al 31 dicembre", racconta adesso. Però "i vertici delle forze militari mi hanno sconsigliato. Mi hanno anche pregato di non andare perché la stampa aveva dato notizia di questa mia visita e quindi si poteva organizzare un'accoglienza pericolosa non solo per me, ma anche per gli altri. Poi ho domandato se c'era bisogno e mi hanno detto: 'se vuole fare un'operazione dimostrativa e retorica lo faccia pure, ma non c'è alcun bisogno'".
Anche perché, aggiunge Berlusconi, "io sono in contatto settimanale con tutti i capi che sono dovunque in giro". Le intenzioni, a parole, erano generosissime verso i soldati italiani in missione all'estero: "Io avevo anche progettato di fare un giro in Afghanistan, poi a Bagdad, a Nassiriya e poi in Kosovo, eccetera". Ma "alla fine ritengo più utile stare a lavorare a tutte le grandi cose che stiamo facendo e mandando avanti, piuttosto che fare un giro puramente di rappresentazione e di scena".
Una legge con troppi errori
Carlo Fusi su Il Messaggero
Il Quirinale tace. Perché quando è il Parlamento a parlare, il Capo dello Stato deve restare doverosamente in silenzio. E' la regola che il presidente Ciampi si è dato, e che anche stavolta, in occasione del via libera del Senato alla riforma costituzionale, intende rispettare. Tuttavia mai come in questa occasione, dietro l'obbligato riserbo che lo spinge a tacere, il mutismo del Quirinale è carico di perplessità. La diminuzione di poteri che la revisione costituzionale varata dalla Casa delle Libertà prevede per il Colle è forte, ma è tutto l'intreccio della riforma che suscita incertezza. Ha già parlato invece il presidente del Senato per evidenziare i suoi dubbi, e c'è da credere che alla prima occasione ufficiale, forse già oggi a Cernobbio, Marcello Pera chiarirà con nettezza il suo dissenso su alcune questioni di fondo. E pure il numero uno di Montecitorio dove le modifiche alla Carta fondamentale si apprestano ad approdare , Pier Ferdinando Casini, incontrando i rappresentanti delle regioni, ha lasciato intendere che nel secondo passaggio parlamentare ci sarà bisogno di approfondimenti e correzioni. Non è certo buon segno se su una legge di rilievo così massiccio e che riguarda le regole fondamentali del gioco politico, le tre principali cariche istituzionali nutrono diffidenza ed esitazione. Caso mai è la conferma che la riforma della seconda parte della Costituzione è stata incanalata su un binario che minaccia di rivelarsi fuori centro rispetto alle vere esigenze di rinnovamento del Paese.
Resta il fatto che se si imbocca quella strada bisogna avere chiari effetti e conseguenze, mentre il testo licenziato da Palazzo Madama lascia aperti ampi spazi di incertezza, in particolare per quel che concerne compiti e funzioni della cosiddetta polizia locale e nell'ambito dell'insegnamento scolastico. In generale non fuga il sospetto di voler procedere con una logica duale, con pezzi del Paese che corrono e altri che arrancano, incrinando la capacità del potere statale di svolgere adeguate funzioni di compensazione, indirizzo e controllo in alcuni settori strategici come le reti infrastrutturali. Senza dimenticare il nodo del Senato federale, punto nevralgico da molti costituzionalisti giudicato un pasticcio, che rischia di provocare sovrapposizioni di competenze e divenire infinita fonte di concorrenzialità tra poteri nazionali e locali; tra istituzioni, governo centrale ed autonomie, a scapito di un loro corretto ed equilibrato funzionamento.
Sono parecchi coloro che, nella maggioranza o anche nell'Ulivo, lasciano intendere che non vale la pena stare a preoccuparsi, visto che per arrivare in porto il pacchetto riformista deve ottenere ben quattro approvazioni parlamentari e dunque la legislatura scadrà prima che giunga il sì definitivo. Può essere, ma non è un buon modo di ragionare. Sono dieci anni che i cittadini si sentono promettere riforme che non arrivano mai. Illuderli ancora una volta sarebbe esiziale. Meglio un confronto politico anche netto e duro, poco importa se lacerante ma schietto e privo di furbizie o infingimenti. E' il minimo che si possa chiedere ad una classe politica che si pone un obiettivo riformatore di così ampio respiro.
Europa, i Tre Grandi vanno avanti da soli
Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera
BRUXELLES Il cancelliere tedesco Gerhard Schröder la butta lì, rispondendo a un giornalista, come se fosse la cosa più naturale del mondo. " Certo, ci vedremo presto con Jacques Chirac e Tony Blair. Questa volta a Londra. Discuteremo di giustizia, affari interni e diritto " . Più o meno nello stesso momento, al piano di sopra del Palazzo del Consiglio a Bruxelles, il presidente di turno della Ue, l'irlandese Bertie Ahern e il numero uno della Commissione Romano Prodi, stanno celebrando, nella conferenza stampa finale del summit, il rilancio del confronto sulla Costituzione e la ritrovata unità dei 25 Paesi sul dopo- guerra in Iraq. Il Consiglio europeo di primavera si chiude con questa specie di doppio passo. Da una parte il gruppone, la formazione ufficiale della Ue, che si rimette in cammino, mescolando prudenza e scetticismo ( Berlusconi sulla Costituzione). Dall'altra i tre " grandi " , Francia, Gran Bretagna e Germania che già un minuto dopo la fine del vertice ripartono sulla loro corsia preferenziale. L'asse, o " direttorio " che sia, tra Blair, Chirac e Schröder era cominciato a Berlino, il 20 settembre del 2003. Poi altro appuntamento, ancora nella capitale tedesca, il 18 febbraio 2004. Ora nuova messa a punto, questa volta a Londra. Tutto previsto, tutto annunciato, ha commentato ieri Schröder. Ma certo la cadenza degli incontri e la densità dell'agenda dei colloqui a tre ( dalla politica estera alla giustizia) dimostrano, se ancora non fosse chiaro, che l'Europa " a due velocità " è già in campo.
AVVISO A ISRAELE Le conclusioni ufficiali del vertice contengono giudizi di insolita durezza sul governo Sharon. Due righe per la premessa d'obbligo: l'Ue " ha ripetutamente condannato le atrocità del terrorismo contro Israele e riconosce il diritto di Israele stesso a proteggere i suoi cittadini " . Poi una pagina intera di critiche, partendo dalla " profonda preoccupazione " in seguito " all'uccisione fuorilegge del leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin " .
E ancora: " Il ciclo di violente rappresaglie ha causato diffuse sofferenze e perdite di vite umane, ha infiammato la situazione e ha contribuito ad allontanare la possibilità di arrivare a un accordo " . Infine una sequenza impressionante di " prescrizioni " . Israele " dia sollievo alle sofferenze dei palestinesi " , " smantelli gli insediamenti costruiti dopo il marzo del 2001 " , " blocchi la costruzione del cosiddetto muro di sicurezza nel territorio palestinese " . Il documento, in realtà, riflette l'ondata di irritazione sollevata dall'omicidio di Yassin e che ha investito anche i governi europei più vicini a Israele, come quelli della Gran Bretagna e della Polonia. Il motivo è semplice: dopo gli attentati di Madrid, i leader europei, sotto shock, stanno moltiplicando gli sforzi per arginare il terrorismo del fondamentalismo islamico. E che fa Sharon? Anziché rilanciare il dialogo con i palestinesi, spedisce tre missili contro la sedia a rotelle del leader di Hamas, come ha detto il presidente polacco Aleksander Kwasniewski.
Perché serve subito la Costituzione UE
Gianni Bonvicini su Il Messaggero
Il consiglio europeo di Bruxelles si è trasformato in una specie di consiglio di guerra. Il fragore delle bombe di Madrid e il riacutizzarsi del conflitto fra israeliani e palestinesi dopo l'uccisione "mirata" del leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, hanno in effetti modificato radicalmente l'agenda dei 15 capi di governo dell'Unione. Ancora una volta gli europei sono stati costretti a constatare che nella lotta al terrorismo sono in grandissimo ritardo. Malgrado le promesse solenni di azioni comuni dopo l'11 settembre di due anni e mezzo fa le novità sono scarse. Neppure il tanto discusso mandato di arresto europeo, che evita le procedure di estradizione, ha concluso il proprio iter: Austria, Germania, Grecia, Italia e Olanda non lo hanno ancora recepito nel proprio ordinamento interno. Né meglio va sul fronte dello scambio di informazioni fra servizi segreti, polizie e apparati giudiziari dei paesi membri dell'Unione. Così il Consiglio ha cercato di porre rimedio alle deficienze nominando l'olandese Gijs De Vriies coordinatore nella lotta al terrorismo, creando una cellula di intelligence, facendo un solenne appello alla solidarietà, e così via. Ma malgrado questo soprassalto di buona volontà, non è poi detto che praticamente la cosa funzioni.
L'approvazione della nuova Costituzione europea diventa quindi la vera priorità dei capi di governo, ed in questa direzione il Consiglio europeo ha preso l'impegno di accelerare i tempi del negoziato. Fra il resto, rispetto a qualche mese fa il clima politico è notevolmente cambiato; l'arrivo di Zapatero in Spagna e la sua espressa volontà di non porre eccessivi ostacoli sul tema del voto a maggioranza qualificata lascia ben sperare. Anche perché su questa partita per non rimanere isolata la Polonia, altro fiero avversario del mutamento del sistema di voto, ha dovuto fare qualche passo indietro. Ma è soprattutto l'accordo fra i tre grandi, Francia, Germania e Inghilterra, a riaprire i giochi. La prospettiva che l'ultimo Consiglio europeo della presidenza irlandese, previsto per metà giugno, subito dopo le elezioni del Parlamento europeo, si trasformi quindi in Conferenza intergovernativa per l'approvazione della Costituzione non è più una speranza remota. E' deprecabile che ci siano voluti circa 200 morti a Madrid e la minaccia di altri attacchi terroristici sul suolo europeo per smuovere acque che già prima si sapevano perigliose e a cui andava data una forte risposta politica ancora qualche mese fa.
Il Giornale manipola i sondaggi
I Ds attaccano Belpietro
Aldo Fontanarosa su la Repubblica
ROMA - Scontro sui sondaggi elettorali. Ieri il Giornale ha pubblicato un dato sulla lista unitaria dell'Ulivo, che ha innescato una dura reazione dei Ds. Fabrizio Morri, responsabile della campagna elettorale ulivista, in una lettera al direttore del quotidiano milanese Maurizio Belpietro afferma che dietro quel dato c'è un "desiderio irrefrenabile": colpire la lista unitaria dell'Ulivo, quella che schiera insieme Ds, Margherita e Sdi. Il desiderio è così forte da spingere il giornale edito da Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, a "sparare cifre di sondaggi non documentati".
Tutto nasce da un parola: "cappottata". Così, ieri, il Giornale descriveva lo stato della lista unitaria, i cui consensi sarebbero drasticamente dimagriti. Un tracollo, dal 33. 5% al 29%, effetto della contestazione che il segretario dei Ds Piero Fassino ha subito alla manifestazione pacifista di una settimana fa. Ma qual è la fonte di questi numeri? Il Giornale cita un sondaggio riservato di Ipsos, istituto francese che Nando Pagnoncelli guida in Italia. Proprio i Ds avrebbero pagato il sondaggio, in quanto abbonati a un servizio di rilevamento.
Pagnoncelli, però, smentisce e giura: "Quei dati non sono nostri. E non so neanche da dove nascano. Sfido chiunque a mostrare un documento di Ipsos, anche riservato, che riporti voti attribuiti alla lista unitaria. Non esiste. I nostri dati, rilevati dopo la manifestazione del 20 marzo, sono ancora in elaborazione e saranno consegnati ai clienti solo lunedì". Anche sulla base di queste parole, Morri annuncia ora un esposto all'Autorità per le Comunicazioni. Un regolamento della Autorità stabilisce che un giornale, quando pubblica un sondaggio, debba rendere note una serie di informazioni di garanzia (dal campione di intervistati al metodo seguito), a riprova della credibilità dell'indagine.
Pagnoncelli dice di aver inviato una lettera di precisazione anche al Messaggero, che pure ha scritto del sondaggio riservato (ma senza citare esplicitamente l'Ipsos come fonte del rilevamento). Roberto Cuillo, portavoce del segretario dei Ds Fassino, rivela di aver mandato al Messaggero i dati di un altro sondaggio (autore l'Swg) che "dà la lista unitaria ulivista in perfetta salute. Confidiamo che il quotidiano romano voglia darne notizia".
Il direttore del Giornale si difende: "Il nostro giornalista - dice Belpietro - ha pubblicato una notizia dopo averla scrupolosamente verificata". Quindi il sondaggio di Ipsos esisterebbe? "Abbiamo interpellato una molteplicità di fonti di provata attendibilità". L'Autorità, però, regola la diffusione di questi rilevamenti. "Se avessimo noi commissionato il sondaggio, avremmo dovuto rispettare i "paletti" dell'Autorità. In questo caso, abbiamo solo riportato alcuni dati di un sondaggio di altri. Come fanno tutti i quotidiani, tutti i giorni".
Insomma, Belpietro respinge il sospetto di aver voluto orchestrare una manovra ai danni dell'Ulivo: "Io faccio solo il giornalista. Pubblico cose che stimo vere perché verificate. Se poi qualcuno si dispiace, pazienza". Dalla direzione del Messaggero, invece, nessuna precisazione su quale fosse la fonte del sondaggio di cui ha parlato il quotidiano.
Tre anni dopo
Antonio Padellaro su l'Unità
Domenica 28 marzo, l'Unità compie tre anni. Più precisamente: il 28 marzo 2001, dopo aver chiuso i battenti per otto lunghi mesi a causa di una situazione finanziaria insostenibile l'Unità è ritornata nelle edicole. Non è una ricorrenza particolare (nei giorni scorsi abbiamo festeggiato gli storici 80 anni di questa gloriosa testata). Ma per chi scrive questa data rappresenta l'occasione per un bilancio. Fu in quel marzo, infatti, che insieme a Furio Colombo entrai per la prima volta nelle stanze di via Due Macelli.
Date le circostanze ero, ovviamente, piuttosto spaventato. Mi aggiravo tra scrivanie abbandonate e telefoni staccati. Ad Alessandro Dalai che mi offriva la condirezione di un giornale che ancora non c'era ricordo di aver detto, in una botta non so se di ottimismo o di disperazione: diamoci tre anni di tempo, anche se forse dureremo tre mesi...
È andata bene. Il triennio adesso si è compiuto e non starò qui a sfogliare le pagine di questa straordinaria esperienza umana e professionale. Per raccontarla tutta ci vorrebbe, come si dice, un libro.
I rendiconti, per fortuna, occupano meno spazio, e per spiegare che cos'è oggi l'Unità bastano pochi numeri. Vendita media a marzo: 67023 copie, che con gli abbonamenti diventano 70mila copie. Rispetto all'anno scorso c'è un incremento piccolo, ma c'è. Secondo i dati Audipress, l'Unità ha un rapporto copia-lettore piuttosto alto: ogni giorno sono oltre 400mila le persone che sfogliano questo giornale. Una platea piuttosto affollata in un paese che, notoriamente, frequenta poco i quotidiani.
I conti sono a posto, dice Giorgio Poidomani, il nostro amministratore delegato. Aggiunge che se ci dessero pubblicità saremmo ancora più tranquilli. L'azienda Unità paga regolarmente gli stipendi a 86 giornalisti e a 46 poligrafici. Dai giorni delle scrivanie abbandonate, dei telefoni staccati, del fallimento incombente, qualche passo avanti è stato fatto.
I protagonisti di questo risultato sono molti. Una redazione dove lavora il fior fiore del giornalismo italiano, come ha detto Emanuele Macaluso, ex direttore del l'Unità nella bella intervista a Bruno Gravagnuolo. Una proprietà costantemente impegnata a rafforzare l'impresa e l'autonomia della testata, come ha spiegato ieri su queste pagine Marialina Marcucci, presidente della Nie, società editrice de l'Unità.
Ma, soprattutto, il popolo de l'Unità: una moltitudine di lettori fedeli e appassionati quanto mai (anche nella critica) che nessun altro giornale ha la fortuna di avere. Poi c'è la direzione. Ne parleremo, ma dopo alcune inevitabili domande.
Abbiamo visto le cose che funzionano. Cos'è, invece, che non va? Perché tante tensioni intorno al giornale (non dentro al giornale)? Che futuro ci aspetta? L'Unità sarà ancora quella che è stata in questi tre anni? Diciamo subito che sulla pelle de l'Unità, si sta svolgendo, e non da oggi, un gioco per così dire mediatico-diffamatorio.
Non alludiamo, evidentemente, ai tanti giornali seri che ci dedicano la loro attenzione, e che ascoltano il nostro punto di vista insieme a quello di chi non lo condivide. Parliamo degli avvelenatori di professione. Parliamo delle operose mosche cavalline, sempre pronte a raccogliere qualsiasi spazzatura possa deturpare l'immagine di questo giornale o infangare il nostro lavoro. Parliamo degli appassionati, e variamente colorati, propagatori di notizie infondate che da tre anni, un giorno sì e l'altro pure, annunciano la cacciata del direttore e del condirettore de l'Unità e una redazione finalmente "normalizzata".
Cosa tormenti costoro è un mistero. Forse un'infanzia infelice. Forse antichi trascorsi a via Due Macelli: chissà, il rimorso di aver percepito ricche liquidazioni mentre tutto crollava. Forse la frustrazione per essere stati smentiti nelle loro profezie di sventura riguardo a un giornale che preferivano vedere morto e sepolto e che invece vive e prospera.
Inevitabile che, alla lunga, questo tam tam della denigrazione finisca per addensare sulle nostre teste un'infida nuvola di sospetti e maldicenze.
Del tutto naturale che l'annuncio periodico e bugiardo di epurazioni, sostituzioni, dimissioni finisca per creare un clima di apprensione tra coloro che a questa testata prestano la loro opera e la loro fiducia. Ed ecco che una parte del tempo che dovrebbe essere dedicato alla cura del giornale finisce per evaporare in un faticoso tentativo di parare i colpi, di limitare i danni.
È una situazione che non siamo disposti a sopportare oltre. Certo: ci sono polemiche che non nascono dal nulla. Dal 29 marzo 2001 in poi, l'Unità ha condotto un'opposizione intransigente al governo Berlusconi; ed è comprensibile che Berlusconi, e i suoi adepti, ce l'abbiano con l'Unità. No, quello che ci sorprende è il cosiddetto fuoco amico che, dispiace dirlo, troppo spesso ci arriva addosso da uomini e ambienti della Quercia.
Non è di Fassino che stiamo parlando. Il segretario ds ci sostiene, lo abbiamo sempre avuto vicino nei momenti difficili, è un amico de l'Unità. E come i veri amici, quando non è d'accordo con noi lo dice a viso aperto. Ciò che lascia perplessi sono certi spifferi gelidi e immotivati. Sentir parlare, per esempio, de l'Unità come di un organo dell'estremismo di sinistra più esagitato.
Oppure vedersi attribuire - noi che abbiamo sempre considerato la candidatura di Romano Prodi contro Berlusconi decisiva per salvare la democrazia in Italia - una sorta di malcelata freddezza nei confronti della Lista unitaria. Non tornerò infine sui nostri titoli dopo l'aggressione subita da Fassino al corteo per la pace. Furio Colombo ha scritto in proposito tutto ciò che c'era da scrivere. La nostra solidarietà al segretario dei Ds è sempre stata fuori discussione.
Sappiamo bene che nessuno vuole trasformare l'Unità in un bollettino acritico di partito; che nessuno vuole impedirci di dare voce a tutte le altre voci del centrosinistra e dell'opposizione (a quelle bene inteso che hanno a cuore l'unità della coalizione). Lo sappiamo bene perché altrimenti nè Furio Colombo nè io potremmo restare un minuto di più alla guida di questo giornale.
Ancora una parola infine su Colombo e Padellaro. Non per mania di protagonismo ma perché i colleghi degli altri giornali continuano a chiederci se ci saranno cambiamenti al vertice del l'Unità. La risposta è semplice. Non esistono direzioni eterne. Esistono direzioni che continuano ad avere la fiducia della proprietà, dei colleghi, dei lettori. Questa è la nostra bussola.
"Bush criminale, Blair spaventoso"
Intervista a Harold Pinter
Gianfranco Capitta su il Manifesto
"George Bush è un criminale: gli Stati uniti sempre di più faranno quello che vogliono, sono un regno criminale dal mio punto di vista, sostenuto purtroppo dallo spaventoso governo del mio paese presieduto da Tony Blair, e sostenuto purtroppo anche dal vostro altrettanto spaventoso governo". Non usa mezzi termini Harold Pinter per esprimere il suo stato d'animo attuale di fronte a quanto sta succedendo. Tutto ciò lo turba talmente che dichiara di non voler più scrivere testi per il teatro, o meglio "di non esserne più capace". Ne ha già scritti 29 del resto, e molti di questi risultano tra i capolavori assoluti del 900. Non nasconde che il cancro da cui è stato affetto due anni fa ha cambiato la sua vita nel profondo, oltre ai fastidiosi strascichi fisici che gli ha lasciato, ma si impegna a non negarsi mai, "fino alla morte!", all'impegno politico e civile. "Si è fatta sempre più grottesca la differenza tra i ricchi e i poveri nel mondo: come cittadini dobbiamo combattere senza sosta contro questa diseguaglianza".
Non usa mezzi termini Pinter, e la sua dichiarazione di guerra a Bush, a Blair e a Berlusconi la butta in faccia alle autorità costituite che quei governi sostengono. Nella sua breve visita milanese per assistere alla messinscena di Vecchi tempi in questi giorni al Piccolo teatro, gli è stato consegnato un diploma dell'Accademia dei Filodrammatici che gli dedica una programmazione di due mesi, e alla cerimonia le sue dichiarazioni suscitano le reazioni infastidite e la fuga conseguente dell'assessore Carrubba che gli aveva appena consegnato l'Ambrogino d'oro di milanesità a nome dell'amministrazione comunale.
A 73 anni Harold Pinter, maestro riconosciuto nel mondo (e molto rappresentato dovunque) della scrittura per il teatro e per il cinema, ha dovuto smettere da due anni di giocare a tennis, che si limita a seguire da spettatore così come il cricket, ma non allenta nemmeno per un secondo la sua passione politica. D'altra parte è diventato celebre a partire dal 1960 proprio per quei suoi testi dove protagonista è una umanità sotto la pressione di una minaccia oscura. Dapprima ambientate nel chiuso di un ambiente familiare o magari condominiale, quelle sue commedie hanno allargato la propria ambientazione, fino ad assumere dagli anni ottanta il volto dichiaratamente politico di regimi totalitari. La sua "stanza di contenzione" è divenuta così la cella degli interrogatori di qualche malcapitato oppositore da parte di un aguzzino, o il salotto dissipato dove una borghesia ingorda e violenta gestisce in maniera cinica e cruenta lo stato di cui gestisce ogni potere come fosse un club privato. Una sorta di aghiacciante visione profetica, rileggere oggi Party Time, scritto nel 1992, in cui qualcuno ha riconosciuto la morte di Carlo Giuliani al G8 di Genova.
Con naturalezza quindi risponde, a chi gli chiede come sia evoluta la "minaccia" evocata nei suoi primi lavori, di guardarsi intorno, alle condizioni di vita di tutta l'umanità: lui, ricorda, non ha scritto altro per tutta la vita. E si aspetta un futuro ancora più triste se, alle prossime elezioni presidenziali, Bush dovesse sconfiggere il candidato democratico. La sua politica è già oggi una catastrofe, vincendo sarebbe libero di bombardare dove vuole. Ma anche sui "democratici" non si fa eccessive illusioni: "Anche Blair avrebbe dovuto essere un politico progressista, in realtà la sua scelta di sottomissione a Bush si è trasformata nella sfida mancante agli Usa che avrebbe potuto costituire".
"Gli Stati uniti - spiega Pinter pensieroso - prima hanno appoggiato il regime di Saddam e gli hanno fornito le armi chimiche, poi per farlo fuori quando è risultato scomodo hanno invaso l'Iraq. Ma quella invasione non è stata umanitaria né tanto meno liberatoria: aveva come solo scopo il petrolio. Ci sono dittatori da per tutto nel nostro pianeta, ma la risposta non può essere quella di uccidere diecimila civili, per liberarli. Li hanno liberati solamente della loro vita! Con una guerra che è contro ogni legge."
Il suo sarcasmo è feroce come radicale è la sua posizione, con una unica speranza riposta nei diritti e nell'onestà dei cittadini di ogni parte del mondo. E qui fa un riferimento esplicito e commosso alla Spagna colpita dal terrorismo: "In Spagna i cittadini hanno trovato voce, e hanno buttato fuori Aznar che di quella guerra si era fatto complice". Ogni tanto torna su Blair, sulle sue iniziative sbagliate e sul suo decisionismo servile. In maniera molto inglese (e come sempre padrone impareggiabile dei tempi teatrali di una battuta e del suo effetto) sembra dispiaciuto di non aver mai avuto occasione di conoscere il signor Berlusconi. Per dichiarare subito dopo con un sorriso ineffabile: "E non vorrei neanche conoscerlo!".
Milano " capitale " dello sciopero
Più di 200 mila al corteo di Cgil, Cisl ed Uil
Rita Querzé sul Corriere della Sera
Oltre 200 mila in piazza. Per Cgil, Cisl e Uil è Milano la capitale della protesta di ieri " per lo sviluppo e contro la riforma delle pensioni " . In nessuna città d'Italia la partecipazione è stata maggiore. Ma il sindaco disapprova: " Questa manifestazione si qualifica come un attacco al governo " , valuta Gabriele Albertini. " Lo sciopero è una conquista fondamentale della nostra libertà e della democrazia continua il primo cittadino , ma vi sono ben altri mezzi per esercitare i diritti, come il voto in Parlamento e il normale procedere delle scelte e delle decisioni nelle assemblee elettive " .
NUMERI DISCORDANTI Quella con Palazzo Marino non è l'unica polemica con cui il sindacato deve fare i conti. C'è anche una vistosa divergenza di vedute con Confindustria. Materia del contendere: i dati sull'adesione allo sciopero.
Per gli industriali, a Milano si è fermato un lavoratore su quattro. Secondo i confederali, invece, in media ben otto su dieci hanno incrociato le braccia. Con percentuali che variano da settore a settore. Qualche esempio: 81 per cento di adesioni allo sciopero nel pubblico impiego, 60 per cento nelle scuole, 70 nelle università, 90 per cento nelle aziende metalmeccaniche, 80 nelle banche.
CONTESTAZIONE MANCATA A risparmiare qualche mal di pancia a Cgil, Cisl e Uil, in compenso, sono stati i collettivi studenteschi, evitando le contestazioni annunciate alla vigilia nei confronti del leader della Cisl nazionale, Savino Pezzotta. Ma i diretti interessati parlano di una scelta obbligata: " Non siamo stati accolti bene afferma una nota dei collettivi . Polizia e carabinieri hanno impedito che il nostro corteo raggiungesse lo spezzone di ReteScuole. Seguendo così le istruzioni di chi ha tentato di tenerci fuori dalla piazza fino al termine del comizio del segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta " .
LA MANIFESTAZIONE Polemiche a parte, " si è trattato di una manifestazione molto partecipata " , conferma la Questura, evitando di fare stime in contrasto con quelle del sindacato. Di certo, mentre Savino Pezzotta parlava dal palco, una buona parte del corteo non era ancora arrivato davanti al Duomo. E poi va tenuto conto che in Lombardia le manifestazioni di piazza sono state 13, le più numerose a Brescia ( 15 mila partecipanti), Bergamo e Monza ( 8 mila), Mantova ( 6 mila), Lecco, Varese e Pavia ( 5 mila).
E' altrettanto vero che la piazza milanese ha accolto il sindacato senza farsi prendere dalle passioni. Nessun fischio all'indirizzo del leader della Cisl. Ma neppure grandi applausi per chi ha parlato dal palco. E alle 11.45, spenti i riflettori della diretta televisiva, tutti a casa.
Il corteo era partito intorno alle 10 da Porta Venezia. In testa uno striscione con lo slogan " Costruiamo il futuro " . E poi le rappresentanze delle aziende in crisi, dall'Alfa Romeo alla Yomo.
Nutrita la presenza dei lavoratori Aem, in polemica per la privatizzazione annunciata da Palazzo Marino. Poi i dipendenti stessi del Comune, che contestavano la possibilità di un trasferimento in periferia in seguito alla vendita annunciata di alcuni degli immobili in cui oggi si trovano gli uffici di Palazzo Marino.
Particolarmente agguerriti i lavoratori del commercio, che protestano per il rinnovo del contratto scaduto. E quelli della scuola, che con palloncini bianchi e bandiere hanno animato gran parte del corteo.
GLI SLOGAN La questione " pensioni " è stata soltanto il punto di partenza degli interventi dal palco. I temi toccati sono stati diversi. Il carovita, per cominciare. " In una metropoli come Milano, pagare certi affitti è diventato impossibile. Salari e pensioni non bastano più, visti gli aumenti di prezzi e tariffe " , ha detto Savino Pezzotta. E poi il declino industriale. " La Regione sta a guardare ha sottolineato il segretario generale della Camera del Lavoro di Milano, Giorgio Roilo , mentre il governo non fa progetti e il Comune non trova di meglio che vendere un'altra tranche dell'Aem " . Infine, le politiche sociali. Largamente trascurate, secondo il segretario della Uil di Milano Amedeo Giuliani.
27 marzo 2004