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sulla stampa
a cura di P.C. - 26 marzo 2004


Voci di speranza
Guglielmo Epifani su
l'Unità

Al centro dello sciopero generale c'è la condanna della politica fallimentare seguita dal governo e la richiesta di una svolta radicale nella politica industriale, fiscale e sociale del Paese. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti.
Attraversiamo la più lunga fase di stagnazione della storia di questo dopoguerra: da trentasei mesi la produzione industriale è ferma e anche gli ultimissimi dati confermano (gennaio 2004 su gennaio 2003) un calo del fatturato industriale del 6%. Circa 1500 sono le aziende attraversate e interessate da processi in crisi e quasi 200mila i lavoratori coinvolti. Le nostre esportazioni non vanno sia nel resto del mondo, sia all'interno dell'Europa. E il mezzogiorno si è fermato dopo anni che avevano visto ripartire una prospettiva di sviluppo.
La cosa più inaccettabile di questa situazione è la distanza che aumenta fra l'acuirsi e l'aggravarsi della crisi nella condizione sociale delle persone, delle famiglie, dei lavoratori, giovani e anziani e l'assenza di risposte da parte del governo. Un governo pronto ad inventarsi in quarantotto ore una soluzione per provare a salvare le squadre di calcio e che da oltre un anno non ha avuto neanche un minuto di tempo da dedicare all'accordo firmato da Cgil, Cisl e Uil e Confindustria per quanto attiene alle politiche di sviluppo. La piattaforma, assunta con la grande manifestazione dei delegati dell'Eur, offre - insieme alla condanna dell'azione di governo - anche le proposte, le uniche secondo noi in grado di far uscire il paese da questa situazione in cui si trova. Politiche industriali che puntino ad incentivare gli investimenti in formazione, ricerca e innovazione; un nuovo patto fiscale che consenta di reperire risorse per un diverso ruolo dell'agire pubblico nel governo dell'economia, basato sul principio di far pagare di più coloro che in questi anni si sono avvantaggiati e arricchiti dalle scelte del governo. E infine una politica di welfare in grado di rappresentare di per sé un fattore di sviluppo ed un grande legame di coesione sociale. La scuola, la formazione, la sanità, l'assistenza, la casa rappresentano per milioni di cittadini di questo paese un costo sempre più alto e un servizio sempre più a rischio, come si conferma nella politica di tagli indiscriminati seguita dal governo in direzione degli enti locali e dalla scelta di aumentare ticket su beni e prestazioni che riguardano la condizione di vita di tante persone.
Le assemblee che abbiamo tenuto e che si stanno svolgendo in questi giorni, anche in preparazione dello sciopero, confermano che su questa impostazione c'è una adesione molto forte e molto convinta delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. A partire da quei settori e da quei lavoratori che allo sciopero generale di quattro ore uniscono motivi più propri di iniziative di lotta. Penso a tutta l'area dei lavoratori del Pubblico Impiego, verso i quali il governo non intende - fino ad oggi- rispettare le regole contrattuali e stanziare le risorse necessarie per il nuovo biennio contrattuale, per arrivare al settore - dove ci sono altri problemi contrattuali -del commercio, per finire con la situazione della scuola dove, tra le ragioni di una lotta che valorizzasse la specificità e l'esigenza di stare nel movimento generale, ha prevalso correttamente la seconda strada, anche perché il tema della scuola, della sua riforma, del no alla riforma Moratti, della formazione e dei saperi è pezzo essenziale e centrale della piattaforma unitaria. Scioperano otto ore, infine, due Regioni in cui, alle ragioni generali dello sciopero generale nazionale, si uniscono il bisogno di riposta e di protesta nei confronti delle politiche dei relativi governi regionali: il Lazio e la Sicilia.
Dopo questa giornata, tanto più se essa - come pensiamo - avrà il successo che stiamo raccogliendo e che sta maturando, le iniziative del sindacato non si fermeranno. Il 3 aprile, mezzo milione di anziani e pensionati sarà a Roma per protestare contro le condizioni di vita e di reddito di milioni di persone. Proseguiremo con una grande iniziativa dedicata al tema della povertà e dell'Africa, il 17 aprile sempre a Roma.
Infine con il 25 aprile e la celebrazione del 1 maggio ricorderemo ancora una volta che la lotta per la libertà e le ragioni del lavoro fanno parte di un comune valore e di un comune fondamento di cittadinanza.


Riforma grande solo nei difetti
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

È stata una corsa frenetica contro il tempo. Vittoriosa ( la corsa). Bossi aveva stabilito motu proprio che la riforma costituzionale che include la sua bramatissima devolution doveva essere approvata " incontaminata " al Senato entro e non oltre giovedì 25 marzo ( sennò guai). E così ieri è stato. Tutti al galoppo, minuti contati, per accontentare la Lega.
Ma, leghisti a parte, nessuna persona seria e sensata dovrebbe essere contenta. Sul federalismo bossiano una larghissima maggioranza di costituzionalisti ha sempre espresso montagne di perplessità e di riserve. Vedi, per esempio, l'indagine conoscitiva effettuata al Senato tra l'ottobre e il dicembre 2001; indagine della quale il Bossismo si è fatto un baffo. Di baffo in baffo, l'altro giorno, il 22, Sabino Cassese ha scritto sul Corriere che " la questione del federalismo si sta caricando di una gran quantità di contraddizioni " , che poi elenca perché si deve sapere " in quale ginepraio ci stiamo andando a ficcare " . È il minimo che si possa dire. E persino la ferrea disciplina di maggioranza imposta da Berlusconi in questa occasione non riesce a impedire che il vice- presidente del Senato Fisichella, di An, continui a esprimere il suo dissenso ( di studioso), e che il ministro della Difesa Martino ( che nasce economista) scriva che le proposte federaliste " produrranno con ogni probabilità l'aumento della fiscalità, della spesa pubblica e della complessità burocratica, amministrativa e istituzionale " . Paolo Mieli commenta: " Stiamo freschi " . Sì, freschissimi. Stiamo sfasciando un Paese che di sfascio costituzionale non ha certo bisogno.
Ma è ancora peggio di così. Perché la riforma della Costituzione approvata ieri dal Senato non verte soltanto sulla forma di Stato ( il federalismo), ma investe anche la forma di governo, e cioè la trasformazione di un sistema parlamentare in un diversissimo sistema di premierato elettivo, e pertanto di premierato di tipo israeliano ( già defunto in Israele ma che a Berlusconi piace lo stesso). Il relatore D'Onofrio ( Udc) si affanna a smentire che il disegno di legge affidato alle sue cure sia di tipo israeliano. Se lo era — argomenta — nel testo di iniziativa governativa, ora non lo è più nel testo da lui riproposto.
Davvero? Anche a costo di tediare il lettore, questo è un punto che deve essere chiarito perché ne dipende tutta la interpretazione del nuovo sistema di governo. Il testo di partenza, articolo 26, conteneva questo disposto: che la candidatura alla carica di primo ministro è assicurata dalla " pubblicazione del nome del candidato primo ministro sulla scheda elettorale " . Il che ammetteva senza infingimenti che eravamo al cospetto di una elezione diretta; ma perciò stesso esponeva il progetto a un diluvio di cr i t i c h e .
D'Onofrio, che è un ex dc di lunga navigazione, capisce che se cancella queste due righe tutto si annebbia; e quindi tutto va a posto.
Abracadabra.
Ma no. Rileggiamo assieme tutto il testo residuo dell'articolo 26: " La candidatura alla carica di primo ministro avviene mediante il collegamento con i candidati alla elezione della Camera dei deputati secondo modalità stabilite dalla legge. La legge disciplina l'elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza collegata al candidato alla carica di primo ministro. Il presidente della Repubblica, sulla base dei risultati delle elezioni alla Camera dei deputati, nomina il primo ministro " . Il trucco è di rinviare e far dire alla legge ordinaria quel che non si dice più nella legge costituzionale.
Ma la sostanza ( annebbiata) resta che ci viene propinato un premierato diretto di tipo israeliano ingigantito nei suoi difetti. Chi lo vota deve capire che cosa sta votando.


Il baratto delle istituzioni
Andrea Manzella su
la Repubblica

L'11 marzo 1947 all´Assemblea costituente Benedetto Croce parlò sul progetto di Costituzione. E pronunciò la famosa esortazione: "Ciascuno di noi si ritiri nella sua profonda coscienza e procuri di non prepararsi, col suo voto poco meditato, un pungente e vergognoso rimorso". Chissà quanti dei 156 senatori che ieri hanno votato la greve revisione di quella stessa Costituzione sentiranno un "rimorso" di quel tipo. Pochi, è da credere. Perché il dato forse più grave di questa decisione di maggioranza è stata la banalizzazione della Costituzione. La sua riduzione a oggetto di un baratto esclusivo al gruppo di governo. Un mercanteggiamento con poste che non erano idee e tesi sul costituzionalismo, ma assestamenti interni alla coalizione prevalente: con un fortissimo potere di ricatto da parte del piccolo partito di "governo e di secessione".

L´attuale rapporto maggioranza-opposizione, il cui sbandamento è stato il più vistoso effetto della nuova legge elettorale, non è stato minimamente corretto. Sono state respinte tutte le proposte che cercavano di sottrarre, al dominio incontrollato della maggioranza le decisioni: sulle incompatibilità elettorali, sulle commissioni d´inchiesta, sulla stessa composizione delle Assemblee. Né sono state accolte le proposte sulla possibilità di ricorso di minoranze parlamentari alla Corte costituzionale, sulle garanzie ai pubblici impiegati oggetto di spoils system, sulla costituzionalizzazione di grandi aree "non maggioritarie" da affidare ad Autorità indipendenti. Tutto questo mentre, nell´altro ramo del Parlamento, s´approvava la legge di sistema radiotelevisivo che consacra la condizione di disuguaglianza dell´attuale opposizione nell´accesso alla comunicazione di massa, determinante nelle campagne elettorali.
Il riequilibrio istituzionale del rapporto maggioranza-opposizione è, insomma, ancora affidato a quello stesso regolamento parlamentare che ha consentito, a maggioranza, il "contingentamento" dei tempi di parola per una revisione costituzionale di questo tipo...
È in questo squilibrio assoluto che si devono leggere e interpretare le norme che trasformano il nostro regime parlamentare in regime elettorale del primo ministro. Qui non è la prevalenza del premier in Consiglio dei ministri il punto decisivo (anche se la formula di cipiglio adoperata per descrivere la sua funzione ha un lessico rivelatore: "determina" la politica nazionale, anziché "dirige"...). Il punto è che il sistema parlamentare è svuotato d´ogni flessibilità e viene consegnato, letteralmente, nelle mani del primo ministro. Il passaggio del potere di scioglimento della Camera dalle mani del presidente della Repubblica a quelle del premier, in un contesto di delegittimazione di contropoteri e d´assoluto sovranismo elettorale, non è tanto un rafforzamento e una stabilizzazione dei poteri di governo, quanto un impoverimento delle risorse e delle garanzie istituzionali del sistema. La lacrimosa mistica contro i "ribaltoni" è stata adoperata in eccesso: per impedire, tra un´elezione e l´altra, il potere di moderazione, di discussione, di confronto, di controllo in cui è la perdurante necessità dei parlamenti. Il capo dello Stato è ristretto "espressamente" (è detto proprio così) a un piccolo catalogo di competenze, proprio per vietargli la specifica missione - che la nostra storia costituzionale da sempre gli assegna - di alto arbitrato politico costituzionale tra governo, Parlamento, corpo elettorale.



La Devolution passa in Senato
Un colpo al cuore della Repubblica
Pasquale Cascella su
l'Unità

Il ricatto ha funzionato: si colpisce al cuore la Repubblica, si fa a pezzi l'Italia per occultare una maggioranza a brandelli. All'ora cruciale della scadenza dell'ultimatum, fissata da Umberto Bossi prima di ritrovarsi immobilizzato in un letto d'ospedale (cosa che ha poi impedito ogni margine di movimento ai suoi colonnelli, al premier e agli alleati), la maggioranza del Senato ha detto sì al più sconclusionato testo di riforma costituzionale elaborato da 20 anni a questa parte: 156 voti a favore, 110 contrari, 1 astenuto al Senato.
Dunque, la minacciata crisi è stata evitata sul filo di lana. "Fino al 13 giugno rimane questo governo", ha sancito furbescamente il ministro Roberto Maroni. La malizia non sta tanto nell'implicito avvertimento che il tiro alla fune riprenderà all'indomani delle elezioni europee, ma proprio nell'esplicita rassicurazione che, intanto, alla Lega basta e avanza quel che ha già "preso" al Senato. Anche per non rischiare di pregiudicare, riproponendo nel passaggio del testo alla Camera la stessa intimazione che ha strangolato il confronto a palazzo Madama, la "vittoria" che vale una campagna elettorale.
Alleluia. Non solo Silvio Berlusconi, ma anche Gianfranco Fini e Marco Follini, che in materia hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco, possono tirare il fatidico sospiro di sollievo. Del resto, sono tutti in campagna elettorale e ognuno ha la sua convenienza a mettere un coperchio sulla pentola in ebollizione. Anzitutto il premier che proprio negli stessi frangenti ha dovuto rinunciare al più berlusconiano dei decreti sottoposti al placet del Consiglio dei ministri: quello per spalmare i debiti delle società di calcio. Ci ha speso fiato e tempo (tanto da rinunciare al proposito di un atto di presenza a palazzo Madama) ma invano. E s'è uscito mogio mogio da palazzo Chigi: "Allo stato attuale non vedo soluzioni". Una confessione di impotenza (e di instabilità della sua maggioranza) malamente rimossa al suo arrivo a Meis, in Belgio, con la propaganda della maggioranza "stabile, solida, che ha sempre, sempre, sempre, senza eccezione alcuna, trovato l'accordo su tutte le grandi riforme". È come se Berlusconi abbia voluto confortare se stesso, prima che i suoi, tanto retorica, ridondante ed eccessiva è suonata l'assicurazione di non aver "mai dubitato della compattezza della coalizione". Si sarà esaltato, il premier-tycoon, a immaginare come avrebbe vissuto la prima parte della giornata se fosse stata in vigore la forma di governo che il disegno di legge di revisione istituzionale ha ritagliato su misura delle sue ambizioni.
Dunque, si sarebbe presentato a palazzo Chigi con il suo bel decreto salvacalcio e avrebbe potuto zittire i dissenzienti ricordando loro di avere il potere di revoca dei ministri. Men che meno avrebbe avuto da temere l'obiezione degli alleati su possibili difficoltà sull'iter parlamentare del provvedimento, visto che con l'ipotizzato nuovo articolo 26 della Costituzione sarebbe nella sua facoltà di chiedere alla Camera dei deputati di esprimersi, con priorità su ogni altra proposta, con voto conforme alla proposta del governo, e questa sarebbe costretta a farlo, perché in caso contrario il primo ministro potrebbe rassegnare le dimissioni e chiedere lo scioglimento della legislatura, che solo un voto di sfiducia accompagnato dall'indicazione di un nuovo premier potrebbe evitare. Questa ricostruzione fatta "come se" dal diessino Franco Bassanini la dice lunga sul guazzabuglio combinato ieri ai danni del delicato equilibrio che in ogni democrazia liberale regola i rapporti tra i poteri dello Stato. Ma non sono solo mortificati i poteri di garanzia del presidente della Repubblica e conculcata l'autonomia legislativa del Parlamento, ma si altera la stessa identità unitaria dello Stato senza che le Regioni possano adeguatamente far valere le prerogative proprie di un ordinamento federale.



Un sondaggio dopo il corteo agita il Listone
Nino Bertoni Meli su
Il Messaggero

ROMA Un sondaggio, e soprattutto una cifra, hanno spento tutti i sorrisi dalle parti del listone. Un rilevamento compiuto lunedì scorso, due giorni dopo la manifestazione per la pace segnata dalla contestazione a Piero Fassino e dalle polemiche furibonde delle ore seguenti, ha fatto perdere il sonno ai dirigenti di Ds-Margherita-Sdi. Il sondaggio inchioda la lista unitaria voluta da Romano Prodi al 29 per cento. Una cifra da Caporetto. Una percentuale che segnerebbe la Waterloo del gruppo dirigente riformista che ha dato vita al listone.
Il rilevamento del lunedì 22 marzo, fatto da una società collegata a una francese, è negativo per tutto lo schieramento di opposizione e catastrofico per il listone. Paragonato al penultimo rilevamento del 18 marzo, gli scostamenti sono significativi. A quella data prima della manifestazione, il listone era dato al 33,5 per cento, i Verdi al 4; Occhetto-Di Pietro al 3,5; il Pdci al 3,4. Quattro giorni dopo, con in mezzo la contesa pacifista, il listone subisce il salasso maggiore toccando la quota-rischio del 29 per cento, mentre scendono anche gli altri: i Verdi al 3,4, il Pdci al 3,2, Occhetto-Di Pietro intorno al 3. Va male pure Rifondazione. Facile l'insegnamento politico: la rissa non paga, lo scontro dentro il centrosinistra allontana elettori e consensi, moderati e non.
Il sondaggio circola in maniera ultrariservata tra pochi dirigenti del listone, che hanno già cominciato a riflettere per correre ai ripari. E' su Fassino ovviamente che si addensa l'onere maggiore della risposta, se non della riscossa. Gli alleati hanno cercato di suggerirgliela, una prima via d'uscita. "Dovremmo associare nella cabina di regia della lista anche il correntone", è stata una proposta avanzata in punta di piedi dalla Margherita, ma il leader Ds è saltato su: "Delle questioni interne al mio partito mi occupo io". Il nodo principale è lì: la strada da seguire è lo scontro a sinistra o, come Fassino ha mostrato di saper fare in questi due anni, il dialogo finanche con i girotondi, il dialogo con la sinistra interna, la rinuncia allo scontro frontale? Anche Romano Prodi, a quel che raccontano, avrebbe invitato alla ricucitura: "C'è bisogno anche di quei voti". Un primo segnale di aggiustamento è stata la segreteria Ds di martedì, dove il leader in persona ha aggiustato la linea: abbiamo fatto bene a reagire, ma ora basta con le polemiche e le ritorsioni a sinistra.



Industria, gennaio nero
La peggiore caduta dal 2001
Giancarlo Radice sul
Corriere della Sera

Un inizio d'anno nero per l'industria italiana. I dati di gennaio, diffusi ieri dall'Istat, descrivono uno scenario di crisi: dopo il calo del 2,8% appena registrato sul fronte della produzione, ecco la discesa del 6,5% del fatturato, lo choc più consistente dal 2001. E peggio ancora, perché spia di prospettive future, la flessione del 6,1% degli ordinativi.
Una raffica di numeri che sono precipitati come un macigno negli ambienti imprenditoriali. Dovunque si respira forte preoccupazione. " Innovare, reagire, concentrarsi sulle priorità, recuperando lo spirito del Dopoguerra per rimettere l'impresa al centro del Paese " , sollecita il presidente designato di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. E Marco Tronchetti Provera, leader del gruppo Telecom- Pirelli, punta l'indice verso la necessità di " ricostruire il clima di fiducia per poter invertire rotta " . Analogo clima d'allarme fra i sindacati e gli esponenti delle altre categorie produttive.
Con la Cgil che invita a " rimboccarsi le maniche " , altrimenti " avremo dati sempre peggiori " . Con Cisl e Cna che rilanciano la concertazione come strumento " per uscire dal tunnel " . Con la Confesercenti che sollecita al governo un " intervento forte " per rilanciare i consumi.
" Le indicazioni sulla situazione economica non sono positive e confermano il ristagno della produzione industriale da noi previsto per i primi mesi dell'anno " , ammette, laconico, il Centro studi di Confindustria. Unica consolazione: " Sia i dati di febbraio sulle esportazioni verso i Paesi extra Ue, che indicano un aumento dell' 8,5% congiunturale, sia l'apparente stabilizzazione del cambio euro- dollaro inducono a grande prudenza nel valutare le prospettive a breve " .
Di certo, niente sembra per il momento deporre in favore di un miglioramento dell'economia nazionale.
Tanto che anche il presidente della Corte dei Conti, Francesco Staderini, ammette di ritenere " un po' ottimistiche " le previsioni del governo per una crescita del pil 2004 pari all' 1,9%. " Negli Usa e in Asia l'economia è già ripartita — osserva — .
Da noi invece rallenta " . Quasi a rafforzare le sue considerazioni ecco infatti che, sempre ieri, dall'America è arrivata la conferma che nel terzo trimestre del 2003 il prodotto interno lordo è aumentato del 4,1% su base annua, mentre i profitti delle aziende sono segnalati in crescita del 29%.
Niente del genere per le imprese italiane. La discesa del 6,5% del fatturato industriale si riflette in una difficoltà evidente sia sul mercato interno sia, ancor più, all'estero: meno 5,3% per il fatturato nazionale, addirittura meno 9,5% fuori dai confini.



E la crescita è vicina allo zero
Enrico Cisnetto su
Il Messaggero

Una duplice conferma. I dati Istat sul fatturato e sugli ordinativi dell'industria, crollati entrambi di oltre il 6% sull'anno scorso, che sommati alla flessione del 2,8% della produzione industriale fanno di gennaio 2004 un mese nerissimo per l'economia italiana, da un lato certificano che siamo di fronte ad una crisi di gravissime proporzioni, e dall'altro valorizzano la scelta del sindacato di trasformare lo sciopero generale di oggi da una protesta per la riforma delle pensioni (che peraltro ancora non c'è, dopo due anni di penoso tira e molla) in un grido d'allarme sul declino del Paese. Certo l'arma dello sciopero appare vecchia e spuntata, di fronte ad una "stagnazione permanente" pronta persino a diventare recessione, se continuerà l'inerzia che non ha motivi congiunturali, ma affonda le sue radici (solide, purtroppo) nella caduta strutturale di competitività del nostro capitalismo. Ma pur sempre comprensibile, visto che Cgil, ma soprattutto Cisl e Uil, paradossalmente sono state "scavalcate a sinistra" dal governo di centro-destra nel gioco di rassicurazione dei cittadini che nessuno "metterà le mani nelle loro tasche".
Sta di fatto che il mix tra l'ottimismo immotivato del governo, la facile demagogia di una buona fetta dell'opposizione, la forte tendenza autoassolutoria di imprenditori e banchieri e l'alto tasso di conservazione del sindacato, ha costituito una vera e propria miscela letale per l'economia italiana e i suoi mai avviati processi di modernizzazione. Anzi, il gioco di scaricabarile sulle responsabilità di una crisi che invece, proprio perché strutturale, le coinvolge tutte senza esenzioni, ha finito per vanificare le energie e per bruciare quelle occasioni che avrebbero potuto contribuire ad arginare il declino. In questa situazione, far proprio il motto "aspettare e pregare", sperando che "passi la nottata" pratica che sembra prevalere in un sistema politico che già da settimane si dedica solo ad una campagna elettorale per un voto che ci sarà soltanto a metà giugno è criminale per il Paese e stupido tanto per la maggioranza (che rischia la sanzione dei cittadini) quanto per l'opposizione (che rischia di ritornare al governo nella peggiore delle condizioni). Né l'attesa inerme può essere utile a Confindustria e sindacati.
Al contrario, occorre prendere subito l'iniziativa. Se si analizzano nel dettaglio i dati sulla congiuntura, si capisce che anche nel 2004 terzo anno consecutivo si rischia la crescita quasi zero. D'altra parte, con i consumi interni che stagnano per il crollo della fiducia e delle aspettative e per l'impoverimento delle fasce più deboli del ceto medio, e con l'export che si riduce per la progressiva erosione di spazi competitivi da parte dei paesi emergenti (a gennaio il fatturato estero è sceso del 9,3% e gli ordinativi del 7,5%), non si capisce da che parte possa venire la ripresa, visto che quella americana è autoreferenziale e quella europea non esiste, e dunque mancano locomotive cui attaccarsi. Insomma, senza una grande mobilitazione non solo quella di piazza, che serve solo se crea consapevolezza "buona", cioè non viziata dall'idea che dovrà essere qualcun altro a pagare la crisi dell'industria diventerà irreversibile. Già ora c'è la fila di imprenditori che bussano a Palazzo Chigi per accedere alla legge Marzano (ex Prodi). La lista delle aziende in difficoltà è drammaticamente lunga. Ma tamponare le emorragie, ammesso che ci si riesca, non basta. Più che salvare l'esistente occorre inventarsi il futuro, e per far questo ci vogliono progetti, teste, competenze e soldi. Ergo, strumenti, pubblici e privati, di politica industriale e un forte coordinamento politico. Non sarebbe ora di prendere il toro per le corna?


Gli elettori traditi del Mugello
" Basta, i bischeri si ribellano "
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

BORGO SAN LORENZO ( Firenze) — Raccontava Antonio Di Pietro di aver superato le diffidenze dei compagni del Mugello, un po' troppo rossi per un molisano un po' troppo bianco qual era lui, un giorno che gli avevan messo davanti una tavolata di ortaggi e prodotti locali: " Volete fregarmi — disse lui afferrando trionfante due uova tra le tante — . Ma queste non sono uova di gallina mugellese: sono uova di papera giovane! " . L'occhio del segugio, avrebbe narrato la leggenda, colpì al cuore i bravi contadini che esclamarono in coro: " Oibò! Ma allora è dei nostri! " .
Macché: una delusione. Come una delusione era stato il precedente parlamentare paracadutato qui dal partito, quel Pino Arlacchi esperto di cocaina ed estratti del papavero ma del tutto a digiuno della quantità di semi che vanno aggiunti alla finocchiona di maiale " per non dire degli altri salumi e dei problemi della zona " . Potete dunque capire perché, la sera dell' imboscata a Fassino in cui si son sentiti traditi per la terza volta dal loro terzo paracadutato, il cossuttiano Marco Rizzo, ai diessini locali, custodi del collegio blindato più blindato d'Italia, siano girati quelli che Giacomo Leopardi chiamava i tommasei.
Come non bastasse, al comunicato dei segretari della Quercia locale che domenica sera sbuffava contro di lui accusandolo di aver fatto dichiarazioni " così gravi " che " sin ceramente, ci sembra difficile continuare a considerarlo come il rappresentante del nostro territorio in Parlamento, per ora e per il futuro " , il Kojak del Pdci, da non confondere col Kojak rifondarolo Sandro Curzi che proprio qui venne stracciato da Di Pietro, aveva risposto: " Non mi vogliono più? Ne faccio un baffo. Ho ricevuto centinaia di e- mail da elettori ds che mi chiedevano di votare no alla guerra, chiaro e netto. Non so se quei segretari diessini hanno parlato con la loro base elettorale " . Un baffo! Ma come: si piglia i voti e se ne fa un baffo! Già la tensione era alle stelle quando sul Foglio è uscito infine un perfido corsivo di Andrea Marcenaro. Che chiudeva così: " Gli elettori del Mugello non sono elettori, non sono uomini, non sono donne, forse non sono neanche del Mugello. Sono degli alieni.
Visitors. Dissero loro di votare Pino Arlacchi. Votarono compatti. Ma Arlacchi li deluse. Poi dissero loro di votare Antonio Di Pietro. Calarono sulle urne come una valanga.
Ma Di Pietro li deluse. Poi di votare Rizzo.
Una muraglia di voti per Rizzo. Adesso sono delusi. Gli elettori del Mugello sono di nuovo delusi. Ma non sarà che questa razza di trucidi e di bischeri non merita nessuno dei tre? " .
Mazziati e pure bischeri! " Beh, diciamo che qualche barlume di verità c'è — ridacchia sdrammatizzando Stefano Prosperi, il segretario diessino della Val di Sieve — . Mettiamola così: siamo consapevoli che esiste una visione più generale della politica che può spingere il partito o l'Ulivo a chiederci di garantire una certa cosa. Solo che stavolta ci siamo arrabbiati. Sia chiaro che il Rizzo resta ancora il ' nostro' deputato perché non vogliamo rotture a sinistra. Fino alla fine del mandato, però. Quando si rivota, stavolta, vogliamo dire la nostra " . Traduzione: meglio un candidato di qua, spiega con vegliarda passione il compagno Sandro Landi, 82 anni rossi- rossi, " ché almeno lo possiamo mandare a farsi friggere guardandolo in faccia " .
Che le passioni mugellesi siano violente ma instabili, si sa. Basti ricordare l'amore che divampò incendiario tra Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana, che proprio qui a Borgo San Lorenzo si videro per la prima volta, dopo un rovente epistolario, in un non meno rovente agosto del 1916. Un fuoco. Crepitato per quattro giorni insaziabili, annoterà la grande scrittrice, di sesso e di desiderio: " L'amore divampò in un delirio selvaggio " .
Con il sociologo calabrese Pino Arlacchi, per carità, l'approccio non fu così caloroso.
Ma con Di Pietro, che a quei tempi secondo Prodi si tirava dietro i voti " come la lumaca il guscio " , la passione fu forte almeno quanto sarebbe poi stata la delusione. Piaceva di Tonino la sua esuberanza caciarona, certe idee estrose come quella di passare una giornata facendo l'autostop, il suo disinteresse per i congiuntivi perché, come scrisse Massimo Gramellini, " è la prima volta che il partito fa votare uno che ci assomiglia e li sbaglia " . Gli perdonavano tutto, perfino la brutalità boriosa, come quando l'inviato d'una radio locale che ansimava dettando la cronaca al cellulare ( " Il senatore sorride e saluta la folla, sembra stanco ma felice... " ) si vide strappare il telefonino: " Il vostro inviato sta dicendo una marea di puttanate! " . Altri l'avrebbero mandato a spasso. Qui no: " Ascoltatoriiii! Quella che avete sentito era la voce di Di Pietro in diretta in esclusiva per noi! " .
Giuliano Ferrara, che si era candidato contro l'ex- pm " per fare una malandrinata " , trovò nei mugellani un muro. Per settimane diede la caccia all'avversario che non lo voleva vedere: " C'è Di Pietro? " . " No " . " Posso lasciargli un messaggio? " . " No " . " Ha una penna? " " No " . Per settimane fu respinto. " Salverò il Mugello dallo stalinismo! " , promise messianico Berlusconi sventagliando il suo sorriso più suadente. Risultato: 16% contro 67%.
Una catastrofe. Che il Cavaliere commentò suggerendo un nuovo logo: " Mugello, falce, manette e martello " .
Dopo tre delusioni in fila, alla Casa del Popolo di Borgo San Lorenzo non hanno voglia di parlare dell'ultima e cioè di quel Rizzo che si è preso del " mascalzone " per avere accusato Fassino di aver ordito la manifestazione unitaria in Campidoglio per " sabotare " quella della pace. Meglio il tressette. " Uffa! Tanto sono tutti uguali.
Sono solo giochi politici. E intanto mia moglie deve tirare avanti con 450 euro al mese " , dice il vecchio Piero Bassi facendo spallucce.
" Forse un po' bischeri lo siamo davvero — scherza Sauro Vigani — . Ma con le idee chiare. Qui siamo tutti dell'Ulivo. E non vogliamo far regali alla destra. La visione d'insieme ce l'hanno a Roma. E può essere anche giusto chiederci di votare qualcuno perché è giusto così " .
" Io sono diessina ma Rizzo non se l'è mica inventato che tanti compagni erano per un no secco e meno ambiguo alla guerra — sbotta Alessia Ballini, sindaco di San Piero a Sieve — .
E poi parliamoci chiaro: a me sta bene che un deputato conservi la sua libertà di giudizio. Certo, Rizzo la battuta sul ' baffo' se la poteva risparmiare, però... " . " Quella sera di domenica eravamo furenti — chiude Marco Semplici, il segretario diessino del Mugello — . Rizzo ha sbagliato, glielo dovevamo dire e glielo abbiamo detto. Ed è vero che la prossima volta vogliamo dire la nostra. Ma ora chiudiamola con le polemiche. C'è da battere le destre " .
Vogliamo scommettere? La prossima volta, se il partito chiederà un nuovo sacrificio, il Mugello " rosso e bischero " dirà ancora sì.
Anche a chi non riconoscesse le uova di papera giovane.


Quell'Olimpico deserto
Andrea Di Nicola su
la Repubblica

ROMA -
Niente striscioni in curva, poche bandiere, poca gente. Il ritorno del calcio all'Olimpico dopo la notte del grande complotto (versione polizia) o del grande equivoco (versione ultrà) avviene così. Partita importante, fondamentale, da tutto esaurito in tempi normali. Ma questa non è una sera normale e così in tanti, dopo l'esperienza di domenica scorsa sugli spalti o via tv non se la sono sentita di presentarsi, di portare i bambini su quelle gradinate che, dopo domenica, possono dire di aver visto veramente tutto. E così sugli spalti ampi spazi sono rimasti vuoti, 29 mila gli spettatori, con la curva Nord praticamente deserta.

L'accordo, ferreo, fra le varie fazioni del tifo organizzato ha retto fino alla fine. I Boys, l'Asr, i Fedayn, l'Opposta fazione, nessuno ha esposto lo striscioni, tutti insieme in curva, questa volta, senza distinzioni e senza il bisogno di farsi riconoscere . Protesta ma anche un messaggio di unità lanciato al mondo esterno. Anche i discorsi nel cuore della tifoseria giallorossa, la curva sud che secondo la polizia custodisce le verità sulla notte delle violenze e degli arresti, tornano tutti a domenica scorsa.

C'è chi racconta come un reduce da una grande battaglia. "Nun se capiva niente - dice un ragazzotto alla fidanzata con atteggiamento da macho - poi alla fine sò scappato, caricavano come matti". Una ragazza, invece, la mette sul dietrologico: "Se so inventati tutto per una cosa politica, pè bloccà il decreto salvacalcio" prendendo, inconsapevolmente, la stessa anche se opposta posizione del ministro Maroni che, questa sera all'Olimpico non ha nemmeno un amico.

Ma la voce che girava di bocca in bocca, vera questa volta, è quella della scarcerazione dei tre capetti della curva arrestati dopo che avevano chiesto a Totti di bloccare la partita. "Non c'avevano niente contro di loro" dice un ragazzo con bardatura da stadio, improvvisato avvocato. "Siamo andati a prenderli racconta un altro", "Se li tenevano dentro era na vergogna" aggiunge un terzo prima di passare il controllo di polizia ai cancelli della Sud.

Già la polizia. Presenza discreta, controlli tranquilli senza atteggiamenti aggressivi. Ma la rabbia della Sud non è smaltita e così il coro "mestiere di merda carabiniere" si alza un paio di volte verso i reparti, per la verità poco visibili, schierati all'interno dell'Olimpico.

Poi è tornato il calcio e la notte del derby è stata esorcizzata. Le squadre in campo, l'inno della Roma. Al gol di Emerson, al 10 del primo tempo l'Olimpico, pur senza striscioni e con poca gente è tornato quello di sempre. La preoccupazione per la qualificazione alle semifinali della Uefa ha avuto la meglio su ogni altro sentimento.


Coppa Munnezza
Massimo Gramellini su
La Stampa

Napoli, la sede scartata della Coppa America, ospita dall'altra notte quaranta camionate di rifiuti solidi senza fissa dimora, scaricate a luci spente come fossero refurtiva, affinché fraternizzino con le scorie d'amianto che risiedono in zona fin dai tempi dell'Italsider. Il quartiere di Bagnoli è uno dei tanti emblemi del declino italiano e ne indica con chiarezza il responsabile principale: la mediocrità tragicomica delle classi dirigenti. Era uno degli scorci di mare più belli di Napoli, quindi del mondo. Poi intervenne la politica, con il suo contorno di tribuni retorici e sociologi presuntuosi, e invece degli stabilimenti balneari si costruirono quelli siderurgici, che non portarono ricchezza ma tumori.

Ora che finalmente ci si è decisi ad assecondare la natura, i fondi stanziati per estirpare i cascami tossici non arrivano e i progetti di riconversione turistica, già mortificati dalla decisione svizzera di puntare le vele su Valencia, si piegano alla scelta irridente di usare il futuro paradiso come una discarica, sia pure provvisoria: aggettivo che da noi ha il respiro dell'eternità.

Il sindaco Iervolino ha detto ai cittadini in trincea di non preoccuparsi: per i rifiuti Bagnoli è solo "un sito di trasferenza". Non ne saremmo così sicuri. Mentre è certo che, dopo questa pubblicità-progresso, lo diventerà per i potenziali turisti. Un "sito di trasferenza" verso altre sponde del Mediterraneo, meno incantevoli ma amministrate con più decenza.


   26 marzo 2004