prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di P.C. - 25 marzo 2004


Carta europea forse ora si puo'
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

Lo spostamento politico spagnolo ha rovesciato l'onere della sorpresa: stupefacente e fuori da ogni logica, oggi, sarebbe che l'Europa non raggiungesse entro giugno un accordo costituzionale, che già all'odierno vertice di Bruxelles non si registrassero progressi nella giusta direzione, che davanti alla strage di Madrid e alle complicanze del dopoguerra iracheno l'Unione non percepisse una nuova urgenza identitaria.
Ben sapendo che le istituzioni sono una premessa — seppure non sufficiente — della credibilità politica, i tentativi di porre rimedio entro giugno al fallimento dello scorso dicembre erano in corso già da molte settimane ( questo giornale ne dette notizia alla fine di gennaio). Inoltre, le aperture negoziali tedesche che faranno ora da trampolino per l'auspicato compromesso risalgono a prima della carneficina di Madrid. Ma nuova, interamente nuova, è la concorde volontà politica che oggi anima gli europei: il vento di Atocha ha trasformato i passi diplomatici in corsa contro il calendario, tutti capiscono che non è più tempo di tatticismi, per tutti arrivare " diversi " alle scadenze di giugno ( con una intesa costituzionale e con una idea sul che fare in Iraq) è diventato imperativo.
La Costituzione è il primo passo da compiere, tanto più irrinunciabile in quanto " questione interna " dell'Europa allargata. Si può contare sulla nuova posizione spagnola. La Polonia non rappresenta più un ostacolo pregiudiziale. Germania, Francia e Gran Bretagna potrebbero rialzare la posta, ma lo spirito della loro intesa strategica ( quel " direttorio " inconfessabile che turba tanti sonni europei e non solo) vieta di disertare sul più bello.
Insomma, adesso o mai più. Lo scenario ottimale prevede che già oggi si decida di resuscitare la Cig ( cioè la conferenza sul progetto costituzionale), che possa esserci sull'argomento un vertice europeo straordinario, e che un accordo sulle clausole costituzionali venga annunciato prima dell'allargamento del primo maggio, meglio se prima del vertice europeo del 17 giugno, e ancor meglio se prima delle elezioni europee del 12 giugno.

Tutto vero, eppure oggi non si troverebbe più nessuno disposto a scommettere sul fallimento del progetto costituzionale europeo. Il sangue di Madrid ha suonato la sveglia, portando con sé una nuova consapevolezza delle intricate sfide internazionali che attendono l'Unione e anche ognuno dei suoi principali protagonisti. Che si cominci partendo dalle fondamenta della casa comune, allora, più che saggio è necessario.


La cultura della morte che arruola i fanciulli
Sandro Viola su
la Repubblica

GERUSALEMME
- Una maglietta rossa un po' troppo larga, gli immancabili jeans, lo sguardo ansioso. Era questa l'apparenza del ragazzo palestinese che ieri s'è presentato al posto di blocco di Hawara, poco fuori Nablus, in Cisgiordania. Un ragazzo, non fosse stato per quell'espressione agitata, come tanti altri. Ma dalla rivolta nella Palestina occupata, dalla faida che si dipana ininterrotta tra israeliani e palestinesi, non escono più, ormai, ragazzi come gli altri. Escono bombe che camminano.

E infatti il ragazzo, Hussam Hussani, portava attorno al petto una cintura esplosiva. Se i soldati non si fossero insospettiti, se non gli avessero dato l'alt tenendolo sotto tiro con i mitra, avrebbe innescato la bomba e sul terreno sarebbero rimasti chi sa quanti morti e feriti.

C'è una presenza che rivela immediatamente, senza un'ombra di dubbio, la cattiva letteratura. La presenza del fanciullo-eroe che si sacrifica per la patria. Piccole vedette lombarde, tamburini sardi, piccoli alpini. Ma quel che accade nella Palestina occupata, tra Gaza e la Cisgiordania, non è letteratura. È l'inarrestabile imbarbarimento d'un conflitto che un anno dopo l'altro ha prodotto una cultura della morte di cui tutti, su ambedue i versanti dello scontro, sono ormai impregnati.

E' questo che dà ormai al conflitto israelo-palestinese il suo volto folle, infernale: l'affermarsi d'una cultura della morte. Essa s'afferma tra i palestinesi, dove l'esaltazione nazionalista, mischiata al fondamentalismo religioso, spinge decine di giovani a implorare gli attivisti di Hamas e della Jihad islamica perché li provvedano d'una cintura esplosiva con cui immolarsi davanti a un caffè, in un autobus, in una strada affollata delle città d'Israele. E s'afferma tra gli israeliani, svuotandoli d'ogni remora e razionalità. Questo va tenuto presente. Ci sono in Israele uomini politici che propongono d'ammazzare tutti i familiari degli attentatori. Ci sono religiosi, come il rabbino Josef Alkenave dell'insediamento di Gush Katif a Gaza, che due anni fa ha riaperto la tomba d'un kamikaze per infilarvi grasso e carne di maiale, così che la presenza dell'animale impuro impedisse al morto l'approdo nel paradiso islamico.

Il fatto è che tutti sono cambiati, in quella che assurdamente chiamiamo ancora Terrasanta. Nessuno è più come prima. E' questo di cui quasi sempre, guardando il quadro della contesa per la Palestina, non ci rendiamo conto. Diciassette anni fa, quando ebbe inizio la prima Intifada, l'arma dei ragazzi palestinesi erano le pietre. I lanci di pietre contro i carri armati d'Israele. Oggi quei ragazzi sono i capi terroristi (non tutti, si capisce: quelli che allora non rimasero stroppiati dalle pallottole di plastica o dalle pallottole vere degli israeliani) ai quali si rivolgono gli aspiranti martiri per ottenere le cinture esplosive.

E allo stesso tempo è cambiato l'esercito israeliano. Allora, durante la prima Intifada, si ebbero alcuni brutti episodi di braccia spezzate con i bastoni o i calci dei fucili, ma i soldati sparavano solo dietro ordine degli ufficiali nei casi in cui era a rischio la loro sicurezza. Adesso sparano senza pensarci su un momento: "senza avvertire", dice lo storico israeliano Zeev Sternhell, "un minimo soprassalto della coscienza". Le cifre, infatti, lasciano sgomenti. In poco più di tre anni ci sono stati tra i civili palestinesi quasi diciassettemila feriti. I morti sono oltre tremila. E di questi morti e feriti, solo seicentocinquanta erano terroristi o fiancheggiatori dei terroristi. Intanto il rapporto tra esercito e coloni si fa sempre più stretto, più esplicita la solidarietà con il loro estremismo e il loro rifiuto di prendere in considerazione l'ipotesi d'un abbandono degli insediamenti in Palestina.

Sì, tutti sono cambiati. Quando alla metà dei Novanta comparvero nelle strade d'Israele, a seminarvi la morte, i primi kamikaze, nell'università palestinese di Birzeit gli studenti scuotevano la testa. La lotta per i propri diritti, per la fine dell'occupazione - dicevano - è giusta e va portata avanti: ma la bomba umana è inaccettabile. Oggi a Birzeit le mura sono ricoperte di ritratti dei "martiri", e una studentessa può dichiarare: "Se un mio amico morisse da martire, la cosa mi rattristerebbe. Ma sarei fiera di lui, molto fiera. Perché anch'io penso a volte che vorrei farlo".

"C'è un aspetto del terrorismo palestinese", mi diceva l'altro giorno Martin Van Creveld, il maggiore storico militare israeliano, "cui non s'è dato il necessario rilievo. Le donne che si sono fatte esplodere in quest'ultimo anno. In tutte le società, e soprattutto in quelle più tradizionali, il sangue delle donne ha più valore di quello degli uomini. Perché sono loro a procreare. Così, il fatto che sia stato consentito anche alle donne di morire per uccidere quanti più israeliani possibile, dimostra a che punto sia giunta la determinazione dei palestinesi. Il misto terribile di debolezza e volontà di reazione che ha impedito al nostro esercito, uno dei meglio armati del mondo, di domare la rivolta".

Certo, la comparsa dei kamikaze adolescenti (oltre a quello di ieri ce n'era stato un altro, quasi un bambino, bloccato una settimana fa con una borsa piena d'esplosivo) costituisce l'ennesima caduta del conflitto israelo-palestinese nel buio d'una mattanza senza misericordia né soluzione. Ci dice come i veleni usciti dal fondamentalismo islamico, veleni di cui Hamas porta la responsabilità maggiore, alimentino ormai un disegno di lineamenti sostanzialmente criminali. Ma quel su cui bisogna riflettere è il contesto in cui il nuovo fenomeno ha preso forma. Da una parte la disperazione palestinese: dall'altra la perdita di senso della misura, l'incredibile violenza delle reazioni, l'ottusità politica di chi ha guidato Israele in tanto disastro. Chi guardi a tale contesto, ormai vi vede soltanto la cultura della morte.


Hussam, martire ragazzino
Era stato pagato 18 euro
Francesco Barristini sul
Corriere della Sera

GERUSALEMME — Prima cosa, era troppo infagottato: quando i soldati del check- point hanno visto Hussam uscire rapido rapido dalla coda delle quattro del pomeriggio, fra i pendolari accaldati che vengono a piedi da Nablus, hanno capito che quel giaccone gonfio era eccessivo, puntando subito i fucili. Secondo errore, era nel punto sbagliato: troppo distante dagli israeliani per ucciderli tutti, troppo vicino ai duecento palestinesi per non ucciderne nessuno.
Terzo intoppo, s'era deciso al sacrificio nel momento peggiore: due giorni dopo l'uccisione dello sceicco Yassin, in un Paese che perquisisce anche i bambini e aspetta terrorizzato la rappresaglia che verrà. Appena Hussam s'è visto perduto, s'è arreso prima di schiacciare il pulsante: " Non voglio morire! Non voglio esplodere! " , ha urlato a braccia levate. Pronto a disfarsi del corpetto, d'un destino segnato, di chi l'aveva mandato fino lì.
L'ha fregato, o meglio l'ha salvato, la paura. La sacrosanta paura di diventare un altro martire bambino. Pagato 100 shekel ( 18 euro), imbottito d'otto chili d'esplosivo, spedito a farsi saltare vicino ai soldati di Hawara, sud di Nablus, al posto di blocco dei ragazzini dove la settimana scorsa era già stato preso un bimbo- bomba di 10 anni e stavolta toccava a lui, a Hussam Mahmud Bilal Abdu: 16 anni all'anagrafe, qualcuno di meno nell'aspetto fisico, " un ritardato mentale — secondo i familiari — che ragiona come un dodicenne " . Le immagini, le foto di Hussam che crolla e non ce la fa più sono riprese da una troupe lì per caso: l'adolescente che si blocca, alza le mani, accetta tutte le condizioni. " Togliti piano il giaccone e poi il giubbotto rosso! " , gli gridano a mitra spianati. Lo fa. " Prendi le cesoie che ti mandiamo con questo robot giallo e taglia il corpetto esplosivo! " , continuano. Lo fa. " Levati la maglietta bianca e i jeans! " , è l'ultima intimazione. Lo fa.
Hussam fa tutto. Ripete la sola cosa che sa per certo, " non voglio morire! " , finché la bomba non viene fatta brillare e lui non è portato via. Poteva ammazzare un bel po' di gente, dice il colonnello Guy che l'ha arrestato: " Ha capito però che sarebbero morti più palestinesi che soldati " .
Per evitargli il carcere, che in Israele è vietato ai minori di 12 anni, amici e parenti hanno provato a farlo passare perfino per un bambino di otto. Hussam è nato il 5 dicembre 1987, da dieci giorni s'era fatto la carta d'identità, in casa dicono che un po' simpatizza per Hamas, un po' ha manifestato col Fronte di liberazione della Palestina, ma soprattutto è uno sciocco manipolato. A dargli l'esplosivo sarebbero state le Brigate Al Aqsa vicine al Fatah di Arafat.
Le stesse che a Tubas, un mese fa, furono accusate dal padre d'avergli plagiato il figlio tredicenne, perché diventasse un kamikaze. Le stesse che secondo uno psichiatra di Gaza, Eyad Sarraj, hanno ormai convinto a trasformarsi in martiri il 35% dei ragazzini palestinesi sui 12- 13 anni, il 17% delle ragazzine.



Lezione di tolleranza
Michele Serra su
la Repubblica

In quel ginepraio etico, culturale e giuridico che è l'incontro con l'Islam, dobbiamo essere grati alle madri di Samone, circondario di Ivrea, che hanno dato l'ostracismo a un'insegnante velata, la signora Fatima, marocchina: ci sono passi indietro che chiariscono il cammino più di tanti passi in avanti. Dobbiamo essere grati perché l'intolleranza, specie se espressa con tanta ingenua spontaneità ("il velo spaventa i nostri bambini") è più indicativa e pedagogica della tolleranza.

Ci dice che cosa non fare, ci insegna che cosa non dire, articola il meccanismo oscuro e afasico dell'ansia collettiva che ci opprime, lo trasforma in atti e in linguaggio. E rinsalda la convinzione che la tolleranza, per quanto vaghe e faticose siano le sue strade, è l'unico antidoto al veleno quotidiano della paura.

Adesso, sentendo parlare la mite e giustamente offesa signora Fatima. Vedendo le sue foto che la ritraggono quasi identica alle nostre pie nonne quando andavano alla Messa velate, e molto meno "paurosa", allo sguardo, di tante brave suore nere appena beneficate dalla riforma "modernista" della nostra scuola. Sentendo le irriducibili non-ragioni di quelle madri, che scaricano sui loro figli pregiudizi tutti loro. Condividendo, e non succede spesso, il punto di vista di un ministro di questo governo, il cattolico Pisanu, che parla di "ingiuste proteste" e loda "la civilissima compostezza" di Fatima.

Beh, adesso sappiamo con assoluta certezza che no, la presenza in una scuola materna di un'insegnante islamica che indossa il velo (e non insegna l'Islam, anzi è lì per frequentare un corso di aggiornamento che la renderà più italiana) non è scandalosa né inopportuna. È solamente "nuova", e come tale ci chiede la fatica, ma anche la vitalità, del confronto.

Che sia un confronto difficile e duro, nell'ostico ma vitale gomito a gomito con un'immigrazione sempre più massiccia, non può essere un alibi. Neppure dev'essere un alibi la cognizione che la classe dirigente, su questi temi, è (e sarà sempre più spesso) destinata a esprimere linee di condotta e indirizzi che il "popolo" accoglie come cervellotici e cedevoli: il terreno dell'accoglienza non è elettoralmente redditizio, specie adesso che la dicitura "terrorismo islamico" accosta con implacabile semplificazione il nucleo sopraffattore del fondamentalismo alla seconda religione del mondo, e in ogni velo, in ogni volto magrebino o pachistano l'uomo della strada vede l'ombra del nemico.

Proprio per questo anche la minuta prassi quotidiana diventa vitale non solo per la questione del rispetto dei diritti delle persone qui e ora, ma soprattutto per impostare il futuro. Diffidare di un velo, come hanno fatto per istinto e per ignoranza i genitori di Samone, significa restringere il campo della convivenza possibile, e allargare quello dell'ostilità reciproca, nel quale seminano gli estremisti religiosi e gli xenofobi locali.

La tolleranza si impara, e si impara soprattutto misurando l'intolleranza. In proposito, ci sono anche le buone notizie. Proprio ieri il vicepresidente del Consiglio Fini si è allineato con le posizioni di apertura di Pisanu. È lo stesso Fini che, poco tempo fa, dichiarò in televisione che nella scuola non dovrebbero trovare posto gli insegnanti omosessuali. Probabile e deplorevole confusione tra omosessuali e pedofili che oggi, probabilmente, Fini non ripeterebbe più. Allo stesso modo, è sperabile che un velo non venga confuso con lo stendardo di un nemico invasore.


Mediaset pigliatutto
Vittorio Emiliani su
l'Unità

Per Silvio Berlusconi, per i suoi cari, per i suoi collaboratori più stretti, aziendali e politici (distinzione pressoché impossibile), da Confalonieri al ministro Gasparri, al relatore Romani, antichi e nuovi volteggiatori d'antenna, è un giorno di gioia, un giorno veramente grasso. Grasso che cola dal video per Mediaset che, dopo il sì della Camera alla versione appena riverniciata della legge Gasparri, fa un bel balzo in Borsa avendo annunciato il giorno avanti una raccolta pubblicitaria da sballo.
Gasparri è così euforico da scambiare se stesso per Schumacher e Montecitorio per una pista da Formula 1, autoproclamandosi vincitore del Gran Premio della Camera. Il ridicolo non ha mai fine. Il prezzo del voto favorevole della Lega Nord? L accelerazione al Senato della prima approvazione della riforma istituzionale voluta da Bossi e dai suoi fazzoletti verdi, che trasformerà l Italia in un pressoché ingovernabile spezzatino regionale e municipale. Cioè, vada pure in discarica il Paese, tanto noi ci siamo portati a casa una cosiddetta legge di sistema che : 1) rafforza ancor più la posizione egemone di Mediaset e di Publitalia smagrendo di poco il contestatissimo SIC ; 2) dissangua ulteriormente la carta stampata col drenaggio privilegiato delle telepromozioni che, per riguardo alla famiglia Berlusconi, non verranno (soltanto per loro, ovviamente) conteggiate negli affollamenti pubblicitari ; 3) stringe ancor più la catena che già tiene avvinta una Rai indebolita ai partiti e soprattutto al governo, con un prossimo Consiglio di Amministrazione designato per sette noni dalla Commissione di Vigilanza e per due dal proprietario unico della Rai SpA, cioè dal ministro dell Economia, uno dei quali sarà poi il presidente.

C'è il terzo punto : lo sviluppo del digitale terrestre, fattore di nuovo pluralismo, ma in realtà pretesto per salvare Rete 4 dall'andata sul satellite (come aveva sancito la Consulta). Tocca all Authority per le Comunicazioni accertarne lo sviluppo reale e assumere decisioni in merito, anche sanzionatorie. Sarà. Essa dovrà verificare la fruizione reale della nuova tecnologia o limitarsi a constatare l accesso potenziale alla stessa? Se sarà quest ultimo il criterio (come in parte è già stato anticipato), la beffa si può già considerare consumata. Fare gli Italiani è un mestiere difficile, diceva Ennio Flaiano. Nel terzo millennio, nell èra berlusconiana è diventato difficilissimo. E però, poiché non vogliamo dimetterci da Italiani, bisogna continuare a battersi per una democrazia parlamentare piena che somigli a quelle dei Paesi che con noi fondarono l'Europa e non a quella dell amico Putin verso il quale Berlusconi e i suoi guardano invece con grande interesse. Economico anzitutto : proprio ieri il direttore finanziario di Mediaset, Marco Giordani, ha annunciato che l azienda del capo del governo guarda alle televisioni dell Est e della Turchia per eventuali acquisizioni. Guardiamo a Paesi dove possiamo guadagnare molti soldi, ha precisato prontamente onde evitare malintesi. Pensate dove sarebbe arrivato Berlusconi, se non avesse dovuto sacrificarsi per il bene dell Italia.


Digitale terrestre e mercato fantasma
Roberto Zaccaria su
l'Unità

Dopo aver approvato a colpi di fiducia il decreto “salva Rete 4” (legge n.43 del 24 febbraio 2004), la maggioranza ha riportato in Aula alla Camera la legge Gasparri che elude sostanzialmente le indicazioni del Capo dello Stato. In attesa di sapere come reagirà il Parlamento di fronte a questo ennesimo tentativo di regolare gli affari privati del presidente del Consiglio, ritengo che una partita non meno importante si stia giocando, in questi stessi giorni, sul tavolo dell'Autorità delle Comunicazioni. Questo non è un paradosso ma è la diretta conseguenza di una "partita doppia" che si tenta di giocare cercando disinvoltamente di piegare le Istituzioni per eludere la Costituzione. Nessuno compirà atti "clamorosamente" illegittimi, ma alla fine di questa partita, il principio pluralistico ne uscirà demolito.

Noi che abbiamo criticato l'Autorità delle comunicazioni in più di un'occasione, per i suoi ritardi ad accertare negli anni il rispetto dei limiti antitrust, per i controlli saltuari sul rispetto dei limiti in materia di pubblicità e di telepromozioni, per l'insufficiente applicazione delle regole sulla “par condicio” di fronte alle devastanti esternazioni radiotelevisive del presidente del Consiglio, saremmo disposti a ricrederci di fronte a un atto di responsabilità dell'Autorità in questa delicatissima circostanza.
Responsabilità che non è attenuata ma è aggravata dalla consapevolezza della “partita doppia” che si sta giocando in Parlamento e sul tavolo dell'Autorità. La maggioranza cercherà infatti, in ogni modo, di levare alcune castagne dal fuoco dell'Autorità e di elevare il tetto antitrust (da tre a sei miliardi di euro) per rendere vano il risultato dell'indagine sulle risorse.
Noi ci auguriamo che chi ha per legge il compito di garantire i diritti fondamentali dei cittadini non si presti a questa elusione clamorosa della Costituzione e ci venga a dire con chiarezza e tempestivamente che un mercato si deve inevitabilmente valutare sul duplice profilo della domanda e dell'offerta e non come il "Visconte dimezzato" di Italo Calvino. Ci auguriamo che non si ritardino i tempi per aspettare i risultati dell'"altro tavolo".
Una sola alternativa è possibile. Se proprio l'Autorità dovesse, non senza un velo di ipocrisia, venirci a dire, alla fine di aprile, che in Italia esiste un mercato virtuale del digitale terrestre, allora compia un atto di estrema coerenza e accertando, alla stessa scadenza, che Mediaset ha superato i limiti di posizione dominante (più del 30 per cento del mercato), decida di inviare Rete 4, anziché sul satellite, sul nuovo fiorente mercato del “digitale terrestre”.


Slitta il decreto salvacalcio
Amedeo Cortese su
Il Messaggero

ROMA Slitta il decreto salvacalcio, che avrebbe dovuto ”spalmare” i debiti delle società in crisi nei prossimi cinque anni, prorogando una facilitazione che, come ha notato il ministro leghista Maroni, "già è in atto". Lo ha confermato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti. "Dispiace dirlo - ha detto - ma dopo gli ultimi avvenimenti pare proprio che non ci siano le condizioni politiche per un intervento del governo questa settimana". La questione non è archiviata, se ne riparlerà per cercare una soluzione entro il 31 marzo, termine entro il quale le squadre, purchè non abbiano i conti in disordine, devono iscriversi alla coppa Uefa. Ma non è alle viste un accordo nè all'interno della maggioranza, nè con le opposizioni. "Allo stato attuale non mi sembra che ci siano le condizioni, anche politiche, per arrivare a una facile soluzione", ha spiegato il ministro per i Beni culturali Giuliano Urbani. E Maroni ha ribadito: "Il nostro no è senza se e senza ma. In Parlamento voteremo no e basta".
Il decreto si è arenato sui veti incrociati lanciati all'interno del centrodestra da Lega Nord e Udc e anche dall'opposizione, Ds e Margherita in testa. "Se il governo non modifica le proprie intenzioni noi votiamo contro il ”Salvacalcio-bis”. Questo provvedimento sarebbe una vera e propria rapina ordita, tra l'altro, dalla solita ”Roma ladrona”, visto che riguarda soprattutto le due squadre della capitale e il Parma", ribadisce il capogruppo del Carroccio alla Camera, Alessandro Cè. E il leader dell'Udc Marco Follini spiega la sua contrarietà all'intervento dello Stato, lasciando però aperto uno spiraglio. "Le società - spiega - non dovrebbero pagare più del 60% delle loro risorse per i compensi dei calciatori e ritengo che questi ultimi debbano dare una mano per ripianare i debiti. Inoltre , le società che sono indebitate non possono partecipare alle follie del calcio mercato. Queste sono condizioni minime senza le quali parlare di agevolazioni fiscali al mondo del calcio sarebbe immorale".
Dall'opposizione approva il rinvio Enrico Letta, responsabile economico della Margherita. "E' una scelta saggia. Varare subito questo decreto sarebbe stato come cedere ai ricatti", sottolinea, lanciando una provocazione. "Credo che l'idea di fare una discriminazione tra l'industria delle società del calcio e quelle normali non sia compatibile con la situazione drammatica dell'economia italiana. Allora - si chiede - cosa dovrebbero dire quelle aziende che soffrono la concorrenza dei cinesi senza aver pagato salari altissimi e con i conti a posto?".



Per quale motivo tu spendi, io pago
Lietta Tornabuoni su
La Stampa

Quante volte non abbiamo sentito questi governanti e i loro colleghi tempestare contro la statalizzazione, l'intrusione dello Stato negli affari privati, i "lacci e lacciuoli" imposti dallo Stato alle imprese? Quante volte non li abbiamo sentiti invocare autonomia, liberazione dal peso insoffribile delle tasse? Ma naturalmente le chiacchiere e l'ideologia sono una cosa, la pratica è un'altra cosa: appena si ritrovano nei guai (per colpa propria, di nessun altro) eccoli subito con la mano tesa a chiedere l'elemosina allo Stato, a pretendere che lo Stato gli salvi l'azienda, gli ripiani i debiti, gli abboni tasse che non hanno pagato, gli rateizzi il dovuto nell'arco di un secolo.

Pare che molti nostri capitalisti e imprenditori siano tanto incapaci (o ladri, nel sottrarre soldi alle proprie aziende per intascarli personalmente) quanto privi di orgoglio personale. Cragnotti o Tanzi non sono diversi da altri proprietari di squadre di calcio: se i primi chiedono soldi allo Stato ricattando i politici con la prospettiva di fabbriche chiuse e operai senza più lavoro, di scontri sociali e di perdita di competitività internazionale, i secondi li intimidiscono con l'eventualità di rivolte in piazza, di tifosi di calcio pronti alla vendetta anche elettorale. I governanti, che come Cuor di Leone valgono poco, si spaventano e perlopiù cedono: tirando fuori provvedimenti tanto duplici e arruffati da non poter essere capiti con chiarezza ma da dover essere comunque applicati.

A questo punto si inseriscono i contribuenti onesti, con le loro sacrosante proteste, i loro interrogativi: per quale motivo al mondo quegli imprenditori del latte, del pomodoro o del calcio debbono superspendere, indebitarsi col fisco, buttare i soldi dalla finestra o nei propri conti bancari segreti all'estero,e i contribuenti onesti debbono pagarne le sregolatezze? Perché le tasse che i contribuenti onesti pagano in misura esagerata con tanto sacrificio debbono servire, mentre manca tutto per tutti, a risolvere i problemi di miliardari in bancarotta (certo non impoveriti)? Finti falliti e politici impauriti possono anche pensare che si giusto: ma chi paga sa che è una porcheria.



Ultras
Gianni Minà su
il Manifesto

Silvio Berlusconi lo aveva detto "Se non variamo il decreto che spalma in cinque anni i debiti del calcio professionista italiano col fisco e l'Enpals, può scoppiare la rivoluzione". Il cavaliere, che oltre a essere un presidente operaio, un affarista, un posteggiatore e un tecnico di calcio è anche un indovino, evidentemente lo prevedeva e puntualmente domenica scorsa, a Roma, è scoppiato l'inferno all'Olimpico, a metà del derby cittadino, e alcuni pretoriani del tifo sono scesi in campo indisturbati per ingiungere a Totti e compagni di andarsene a casa "...se non volevano che succedesse qualcosa". A quel punto Adriano Galliani, vicepresidente esecutivo del Milan e presidente della Lega, Confindustria del calcio, si è autonominato ministro dell'interno ed esautorando tutti insieme, in un attimo, il prefetto di Roma Achille Serra, il questore Cavaliere e il colonnello dei carabinieri di zona, oltre alla Federcalcio, ha consigliato, via cellulare, all'arbitro Rosetti, di accettare il ricatto. Ora passi per il giovane direttore di gara le cui decisioni in campo, per regolamento non avrebbero dovuto però essere influenzate da nessuno, meno che mai dal vice presidente del club che contende alla Roma (ma, per ora, anche alla Lazio) lo scudetto. E' inaudito invece che una decisione d'ordine pubblico riguardante settantamila persone sia stata presa per telefono, in due minuti, da un signore che non ha nessuna autorità per farlo e non ha nemmeno la sensibilità di consigliare all'arbitro turbato di chiedere almeno consiglio alle autorità di pubblica sicurezza preposte a tutela di quell'evento.



“Nel Polo sono un extraterrestre”
Albertini dopo la visita di Veltroni
Rossella Verga sul
Corriere della Sera

Adesso può andare in Europa.
Forse. Ma la buona notizia che arriva da Roma non stempera i disagi e le difficoltà degli ultimi tempi. La Casa delle libertà per il sindaco è diventata come una doccia scozzese e tra una sofferenza e l'altra Albertini si sente sempre più solo.
" Per il centrodestra sono un extraterrestre " , ammette a malincuore dopo essere stato investito dalle proteste per aver accolto con troppa generosità Veltroni.
Ma della due giorni di confronti e dibattiti è soddisfatto: le basi per l'alleanza tra le due grandi città ci sono e il suo ruolo è stato rinsaldato. Una boccata d'ossigeno in un momento duro. La storia degli ultimi anni, del resto, parla chiaro. Prima l'Angelicum e la promessa di Berlusconi dei soldi per le infrastrutture, con conseguente tira- molla con il governo e questua per un assegno mai arrivato. Poi le Farmacie, con il rischio che la privatizzazione resti al palo perché i parlamentari amici non erano in aula a votare il decreto salva- vendita. E ora l'Europa: alla fine ( ieri con il voto della Camera) la legge sull'incompatibilità è arrivata senza le norme sui sindaci. Gran festa: Albertini può andare dunque all'europarlamento? Ancora una volta non è una certezza assoluta. Allo stato delle cose sembrerebbe di sì, ma da Roma c'è chi s'affretta a far notare che la faccenda non è chiusa. C'è sempre quella parte del disegno di legge stralciata già al Senato che potrebbe chiudere la strada anche ai primi cittadini, e che a dispetto di Albertini continua il suo iter pur se i tempi sono stretti e le possibilità di successo minime.
Per il sindaco però è un'altalena continua. Non fa in tempo a tirare il fiato che si trova una grana nuova. La Lega, infuriata per l'arrivo di Veltroni e per i progetti di " collaborazione competitiva " , minaccia di non votare il bilancio. FI e An fanno fatica ad assicurare il quorum e in consiglio comunale salta il numero legale. Albertini di fronte alle assenze del Polo glissa. Quanto agli slogan padani, capisce che i leghisti " cercano la loro vetrina " . Ma almeno vorrebbe " neutralità, non sempre conflittualità " . " Per il sistema sono una minaccia " , riflette cercando di parare i colpi che arrivano da tutte le parti. Un dato è certo: il modello Milano è a dir poco appannato. " Prima faceva comodo perché era funzionale anche a un disegno di governo. Oggi, a volte, ho quasi la sensazione di rappresentare un fastidio " . Di più: " Adesso forse non vogliono che la siepe cresca " , azzarda Albertini. Così come sia a destra che a sinistra non gradiscono il decollo di un'alleanza Milano- Roma: hanno mostrato preoccupazione anche i colleghi sindaci delle altre città, temendo un'Italia dei comuni a due velocità. " Che i Comuni italiani viaggino a velocità differenti è una realtà — replica — . Ma non è rallentando chi va più veloce che si aiuta chi è più lento, semmai il contrario. Le risorse che possono essere create da una sinergia tra Milano e Roma si moltiplicano e si traducono in vantaggi per tutti. Vale anche per le aziende, che competono aspramente ma al momento giusto sanno collaborare " . Il palcoscenico di Palazzo Marino tuttavia è servito a promuovere l'amministrazione Veltroni più efficacemente di uno spot televisivo. Albertini non ci gira tanto intorno: " Veltroni è bravo e ha una grande carica umana " . E lui, il sindaco di Milano? E' uno che preferisce il profilo basso. Un marziano in politica. Un " extraterrestre " . Appunto.


   25 marzo 2004