
sulla stampa
a cura di P.C. - 24 marzo 2004
E il dialogo muore
Dai Balcani all'Iraq
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
La primavera 2004 ha ucciso le rondini. Nessuna trattativa di pace fa progressi e la violenza, la rottura dei negoziati, la guerra delle identità, la forza come sostituto brutale del dialogo, sono regole quotidiane. La prima guerra globale sceglie il motto ferino, " homo homini lupus " , del filosofo Hobbes come icona e langue la fede nella tolleranza di Voltaire. Guardate ai fatti, senza illusioni. La rappresaglia di Ariel Sharon contro lo sceicco Yassin, fondatore di Hamas, può avere mille giustificazioni nelle pratiche terroristiche del gruppo, ma non solo non avvicina la pace e la fine degli attentati, ma rompe ogni regola residua in Medio Oriente, tranne la legge del più forte. Chi è amico di Israele trema, perché tatticamente si può resistere alla rabbia palestinese, ma strategicamente una cittadella militare alla Masada è destinata alla rovina. La " Road map " per la tregua, gli sforzi del " Quartetto " Usa, Europa, Onu e Russia, sono frustrati. Tra i palestinesi le voci concilianti, raccolte negli accordi bilaterali con gli israeliani a Ginevra e nel rapporto dello studioso Sari Nusseibeh, si fanno fioche, davanti a fondamentalisti e burocrati. Un raccolto di sangue è annunciato dalla primavera senza rondini.
L a gelata delle speranze fa vittime in Kosovo, dove le pulizie etniche contrapposte tra serbi e albanesi si riaffacciano cattive non appena l'opinione pubblica internazionale si distrae. La coesistenza nei Balcani stride, come ghiaccio sotto pressione.
La diplomazia diventa obsoleta, la prospettiva più rosea è il guardarsi in cagnesco dietro reticolati stesi dalle forze di pace. In Iraq gli americani restano soli, con l'ayatollah sciita al Sistani che alza il prezzo del sì alla Costituzione e punta sul messo dell'Onu, Brahimi, per nuove concessioni. L'Europa non è in vena di disgelo: il premier spagnolo José Luis Zapatero deve sostituire alla retorica elettorale una politica internazionale se non vuole far tappezzeria come da un anno il cancelliere tedesco Schröder. Il suo nuovo ministro degli Esteri, l'esperto Miguel Angel Moratinos, forse saprà appellarsi all'Onu per evitare un " tutti a casa " che suona bandiera bianca davanti ad al Qaeda, ma occorre una nuova risoluzione entro il passaggio delle consegne, il 30 giugno, tra americani e iracheni.
È possibile? L'Onu, orfana di un robusto lavoro diplomatico euroamericano, si riduce a macchina da status quo. Lo scandalo " oil for food " , mazzette pagate a iosa durante le sanzioni a Saddam Hussein, lede la credibilità delle Nazioni Unite ed è un gran bene che il segretario generale Kofi Annan, superando le resistenze di russi e francesi, abbia deciso di far chiarezza sui fondi neri. Gli americani hanno perso credibilità di partner per la guerra unilaterale, Parigi e Berlino per non avere contribuito un centesimo in aiuti al popolo iracheno. Il dialogo è morto in questa aspra primavera: in Afghanistan i signori della guerra preferiscono le pallottole alla nuova Costituzione, i riformisti sono in difesa in Iran, i dissidenti perseguitati in Siria e arrestati senza indugi dalla decadente casa reale in Arabia Saudita. Siamo alla vigilia di tre appuntamenti che i mass media spacceranno per " storici " , il G8 in America e i vertici Nato e Usa- Unione Europea. Ci sarà un'estate del dialogo capace di riscaldare la primavera della violenza con risultati anche su commerci e dazi per non avvilire ancora i poveri? Speranze grame. Blair è alle corde, Chirac ha perduto le elezioni come il rivale Aznar e medita se liquidare il povero premier Raffarin. Che il presidente George W. Bush cambi rotta con il voto a novembre è improbabile, Putin è un dittatore vidimato dal popolo, in Cina il prodotto interno sale e i diritti scendono. La primavera 2004 vede la prima guerra globale far avvizzire dialogo e trattative, mentre la forza bruta occupa il campo. Senza leader capaci di visione rischiamo una primavera lunga e livida, come la guerra fredda della nostra gioventù.
Quanti favori ad Al Qaeda
Silvano Andriani su l'Unità
Quanti, a cominciare dall'Amministrazione statunitense e dai suoi sicofanti italiani, hanno considerato il voto spagnolo una vittoria di Al Qaeda ed un cedimento del popolo spagnolo ignorano che il dissenso tra il 90% della popolazione ed il governo spagnolo esisteva sin dall'inizio della guerra in Iraq ed è proprio perché sapeva che l'attentato avrebbe fatto emergere quel dissenso che Aznar ha commesso il tragico errore di tentare di dirottare le responsabilità sui Baschi.
Ignorano anche che il dissenso nell'Occidente non ha mai riguardato la lotta al terrorismo, che infatti Zapatero ha subito riaffermato come impegno prioritario del suo futuro governo, ma il modo di portarla avanti e se la guerra all'Iraq non fosse, per caso, come purtroppo i fatti stanno dimostrando, controproducente.
L'Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra in un recente rapporto ci informa che nell'ultimo anno il reclutamento per la jihad antiamericana è aumentato, sono stati realizzati 98 attentatati suicidi, un record storico. E, mentre le forze della coalizione erano impegnate in Iraq, Al Qaeda ha avuto la possibilità di riorganizzarsi decentrandosi, assumendo la conformazione di un network di unità autonome, molte delle quali costituitesi dopo l'inizio della guerra in Iraq, sicchè ora la stessa Condoleezza Rice deve riconoscere che anche la cattura dei leader storici dell'Organizzazione non muterebbe sostanzialmente la situazione, anche se aiuterebbe Bush nelle elezioni.
La guerra e la retorica antiterroristica, nella quale tutti i gatti- Al Qaeda Hamas, i Ceceni l'Eta l'Ira
- diventano bigi, non ci porterà lontano. Un nemico che si vuole combattere bisogna innanzitutto conoscerlo e quindi bisogna saper distinguere, anche perché il terrorismo non è un'ideologia né una politica è una forma di lotta che può essere usata per fini molto diversi. Dagli antichi Zeloti ai nostri giorni è stata prevalentemente usata da movimenti indipendentisti in lotta contro grandi potenze dominanti,e non senza successi, come dimostrano i casi dell'Irlanda, dell'Algeria, del Kenya, di Israele
L'invasione dell'Iraq è avvenuta nel quadro di una esplicita strategia generale con la quale gli Usa si riproponevano, tra l'altro, di rimodellare l'intera area mediorientale secondo la propria visione ed i propri interessi. Ora bisognerebbe rendere chiaro che l'Onu andrebbe in Iraq per aiutare le diverse componenti della società irachena a ricercare il modo di coesistere pacificamente in un unico stato ed avviare un processo di democratizzazione corrispondente alla cultura ed alla storia di quei popoli, che prenderà certamente anni per concludersi.
La sostituzione del Governatore statunitense con un uomo dell'Onu sarebbe un segnale di svolta, così come la nomina di un governo provvisorio rappresentativo al posto di quello nominato dagli statunitensi e di un'Assemblea costituente.
La vicenda irachena dice alla sinistra che tra l'idea assurda di esportare la democrazia con la guerra e la semplice real-politik, che si riduce ad accordarsi con tutti i regimi autoritari presenti nei paesi islamici magari per fare affari, va ricercata una nuova via che punti sul sostegno, con tutti i mezzi, delle forze che dall'interno di quei Paesi si battono per edificare sistemi democratici corrispondenti alla cultura ed alla storia di quei popoli.
" Abbassare i toni "
Fassino segue il consiglio di Prodi
Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera
ROMA L'altro ieri il direttore dell'Unità Furio Colombo ha minacciato le dimissioni perché il consiglio d'amministrazione del giornale voleva sconfessarlo con un comunicato in cui, nel dare solidarietà a Fassino, sottolineava di " riconoscersi pienamente nella linea dei gruppi parlamentari ds " . Nella linea della Quercia, appunto, non in quella del direttore. Dimissioni e frase incriminata sono rientrate, anche se nella riunione della segreteria ds, il giorno dopo, si è parlato dell'Unità e più d'uno ha sottolineato che il problema andrà affrontato e che non si potranno consentire altri " strappi " . In questo senso Fassino e la dirigenza della Quercia fanno affidamento sul condirettore Antonio Padellaro, giacché i rapporti con Colombo si sono notevolmente raffreddati.
E sempre l'altro ieri sembrava che la guerra ingaggiata dai ds nei confronti di verdi e pdci dovesse continuare. Invece, in segreteria, c'è stato il " contrordine compagni " . " Adesso dobbiamo tutti abbassare i toni " , ha spiegato Fassino. E a questa inversione di rotta non è estraneo Romano Prodi.
Infatti, mentre il tentativo ds era quello di spazzar via qualsiasi posizione intermedia tra la Quercia e Rifondazione, l'obiettivo del presidente della Commissione Ue non è lo stesso. Come rivelò all'ultimo congresso del Pdci Armando Cossutta. Il quale raccontò che Prodi aveva dato il proprio via libera ai comunisti italiani che non volevano entrare nel Triciclo perché comunque avrebbero potuto raccogliere quei consensi di sinistra che non sarebbero andati al listone.
" Disse che se andavano a noi ricordava ieri Cossutta era un bene perché il Pdci era unitario e stava nell'Ulivo " . Per dirla in parole povere: Prodi non ha interesse alcuno a vedere aumentare i voti di Bertinotti con cui i rapporti non sono idilliaci. E la Quercia cercherà di ricucire anche il movimento pacifista. Ossia quel movimento con cui il presidente della Commissione Ue non vuole assolutamente rompere i rapporti. In nome di Prodi e dell'unità i ds sospendono le polemiche.
Ma il presidente della Commissione Ue, in cambio, riuscirà a dare a Fassino il ruolo di portavoce del Triciclo? I rutelliani continuano a far muro. Arrivano al punto di controproporre un'esponente moderata del " correntone " come Giovanna Melandri, sostenendo che così il Triciclo non avrà più problemi con la sua sinistra interna. E Fassino? Lui continua a ripetere: " Spetta a Prodi trovare la soluzione " .
Sprint in aula per la Gasparri bis
Giovanna Casadio su la Repubblica
ROMA - Meno di tre ore. Tanto è bastato ai deputati della Casa delle libertà per votare gli articoli del disegno di legge Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo, corretto dopo lo stop del presidente Ciampi. Oggi ci sarà il voto finale. Salvo sorprese, visto che a tarda sera il numero due della Lega, Roberto Calderoli, avverte: "Si sta correndo troppo e a correre si rischia di cadere... meglio fare un gradino per volta così siamo tutti contenti di non inciampare e di approvare la legge Gasparri e le riforme". Intanto però ieri la maggioranza si è blindata, ridotta anche la quota di "franchi tiratori" nel centrodestra. "Non più di 15", minimizza Paolo Romani, il relatore forzista.
C´è suspense fino alla fine sulla tenuta della coalizione di governo; e il ministro centrista Buttiglione, poco prima di affrontare lo scoglio dell´articolo 15 (quello sul Sic, cioè il "paniere" di risorse della comunicazione a cui le aziende possono attingere) avverte: "Una richiesta di fiducia da parte del governo potrebbe, al contrario, provocare irritazione tra gli alleati...". Della fiducia non c´è stato bisogno. Il Polo ha retto l´insidia dei 160 emendamenti dell´opposizione e ha risposto all´ordine di scuderia partito da Palazzo Chigi sulla legge che al premier sta oltremodo a cuore. Il ministro Gasparri è soddisfatto: "La Cdl è coesa, ci sarà poi l´esame del Senato, ma spero nell´ok definitivo in primavera". Denuncia Piero Fassino, leader ds: "Le sole volte che c´è tutto il governo in aula è quando si votano leggi pro Berlusconi; quando si discute di leggi che interessano il paese non ci sono: un comportamento censurabile". È così affollato il banco del governo (oltre a Gasparri, ci sono i ministri Tremonti, Frattini Martino, Buttiglione, Giovanardi, Urbani, Marzano, Prestigiacomo, Pisanu, Scajola e un gran numero di sottosegretari), che Alemanno è costretto a sedere nei banchi di An. La maggioranza è al completo, ma non compatta perché a ogni voto segreto ci sono almeno trenta franchi tiratori.
Con 63 voti di scarto (296 sì e 233 no) passa il nuovo Sic così come è stato riscritto dopo il braccio di ferro tra Forza Italia e Udc. Ma delle obiezioni di Ciampi che cosa è stato accolto? Il presidente della Repubblica aveva dato l´alt sullo strapotere pubblicitario delle tv. Obiezione non accolta: le telepromozioni non sono state toccate. Il Sic ("Si rischiano posizioni dominanti", aveva avvertito il Quirinale) è stato "asciugato", riducendo in parte il calderone delle risorse su cui misurare il margine di crescita delle aziende. Ma "in modo ridicolo" per l´Ulivo. I ds Giulietti e Rognoni con Renzo Lusetti (Margherita) chiedono alla maggioranza di non mettere in ginocchio tv locali e carta stampata. Quanto all´Authority, a cui spetta accertare il pluralismo dell´informazione, sono stati accorciati i tempi (entro il 30 aprile 2004) della verifica delle condizioni per il digitale terrestre: diffusione dei decoder, quota di almeno il 50% della popolazione coperta. Protestano Fnsi, Cgil, Usigrai, girotondi. Serventi Longhi (Fnsi) parla di "pugnalata alla democrazia". Gentiloni (Margherita): "Però non è finita...". Gasparri polemizza con Fassino: "Dice fesserie piramidali, sta meglio in aula che nei cortei dove lo fischiano".
I manifesti ulivisti e quelli di Berlusconi
Mario Ajello su Il Messaggero
ROMA La guerra di carta comincia adesso. Cartellone contro cartellone. Il maxi-manifesto mio contro il maxi-manifesto tuo. E vediamo chi vincerà, nelle strade italiane, fra il Prodi 6x3 e il Berlusconi in identico formato.
Sorride l'uno, sorride l'altro. Ma proprio nelle pieghe dei due sorrisi, passa tutta la differenza politica ed esistenziale fra lo sfidante ulivista e il regnante berlusconiano. Il Professore sorride e apre le braccia come a voler rincuorare e abbracciare un Paese che non ce la fa più e che lui presuppone sia in attesa di un salvatore. Il Cavaliere sorride (in una foto non proprio di profilo, ma di tre quarti) come a voler ribadire - senza più la baldanza di altri tempi - "in hoc signo vinces": ma datemi una mano anche voi elettori, perchè i miracoli non li fa nessuno e forse (ecco la novità) nemmeno Io.
C'è in atto un ribaltamento visivo: sembra aggressivo il sorriso di Prodi, è apparentemente bonario quello di Berlusconi. O addirittura mesto. O un tantino crepuscolare. Comunque diverso dal sorriso dei famosi cartelloni della campagna per le elezioni del 2001, ossia da quello che sfiorava le orecchie e metteva trionfalmente in mostra l'intera dentatura del Cavaliere (esclusi i denti del giudizio). La posa del nuovo Berlusconi è da tranquillo premier, da statista quasi tradizionale (a parte il lifting che però non ha influito sulle visibilissime zampe di galline adiacenti all'occhio destro) o comunque da leader industrioso, come dimostrano i soldi stanziati per le grandi opere (in lire) o quelli delle tasse ridotte (il lire). L'immagine di Prodi e dei quattro leader del Listone (Fassino che applaude, Rutelli che gongola, la Sbarbati che esulta, Boselli che non riesce a dismettere la sua aria lievemente malinconica) evoca la pluralità ("Uniti nell'Ulivo") e l'Europa ("Finalmente insieme per l'Europa"). Nell'icona berlusconiana c'è l'unicità della leadership e mancano sia l'Europa sia l'euro: c'è la lira. Entrambe sono immagini calde. Il calore della gente (il clic risale alla recente convention della lista unitaria all'Eur) che manda in estasi il quintetto ulivista sul palco. Il calore personale di Berlusconi che prova a uscire dal maxi-cartellone per diventare condiviso.
I due manifesti vorrebbero trasmettere quel messaggio di freschezza che forse ormai manca a entrambi i contendenti, i quali non sono nuovi a questa sfida. I cinque paiono dei resuscitati che cercano di farsi coraggio. Mentre nel caso di Berlusconi, è lui - con il suo sorriso imprevedibilmente non di trionfo - che cerca di fare coraggio agli italiani caduti in preda del dubbio.
Fuori gioco
Tito Boeri su La Stampa
La giustificazione offerta dal governo per gli ennesimi aiuti al calcio che si stagliano all'orizzonte è il timore di reazioni della piazza: le grandi squadre non possono fallire senza che si scatenino rivoluzioni. Puntualmente, domenica sera, è arrivata la risposta dei tifosi: il blocco della partita Roma-Lazio è apparso a tutti come una prova di forza delle tifoserie organizzate. Siamo al "troppo popolari per fallire", variazione calcistica del "troppo grandi per fallire" con cui si giustificano provvedimenti ad hoc per le grandi imprese in difficoltà. Ma la nuova giustificazione è molto peggiore: sta creando, infatti, un intreccio perverso fra tifoserie e gestioni avventurose di società di calcio, a scapito del contribuente e del mondo dello sport, privato sempre più di risorse essenziali, in un paese in cui mancano impianti sportivi, perciò destinato a vedere il calcio sempre più solo in tv.
Diversi osservatori dell'industria del pallone hanno scritto che lo spalma-debiti non serve a risanare il mondo del calcio. Vero. Anzi, peggiora le cose. C'è un precedente, richiamato dall'economista Guido Ascari: la Ley del Deporte varata in Spagna nel '90, una moratoria del debito delle grandi società. Oggi il calcio spagnolo versa in condizioni peggiori di allora. Sono continuate le gestioni dissennate nella convinzione che tanto sarebbe intervenuto lo Stato a ripianare i debiti. Di questi incentivi alla cattiva gestione che la rateizzazione dei debiti finirebbe per creare bisogna tenere conto.
Ma c'è una ragione in più per il governo di ascoltare le voci di dissenso tra le stesse file della maggioranza. Un governo che oggi cedesse al ricatto della piazza, rischierebbe di risultare ancora più impopolare di un esecutivo fermo di fronte alla crisi. Lo spalma-Irpef andrebbe a beneficio soprattutto delle grandi società il cui monte salari (la base su cui si applica l'Irpef) è fino a 10 volte più elevato di quello dei club più piccoli iscritti allo stesso campionato. Si sono ormai aperti fossati incolmabili tra grandi e piccoli club, togliendo di fatto interesse a molte partite del campionato. Quindi lo spalma-debiti rischia di scatenare la ribellione dei tifosi delle piccole squadre. E di chiunque voglia più spettacolo, dunque più equilibrio fra grandi e piccole squadre.
Ma anche i tifosi delle grandi società in crisi (Lazio, Parma e Roma) scoprirebbero ben presto che lo spalma-Irpef è una trappola. I loro club hanno urgente bisogno di iniezioni di capitale fresco per sopravvivere. Il rinvio del problema, la dilazione dei debiti nei confronti dello Stato, non serve a tranquillizzare quegli investitori italiani ed esteri che possono puntare sul futuro di queste società, una volta allontanato il management attuale e trovata quella protezione dai creditori indispensabile per risanare le aziende. Qualche taglio agli ingaggi può rendere il calcio un vero e proprio business: lo prova l'esplosione dei ricavi più che raddoppiati negli ultimi dieci anni.
Meglio allora studiare un tetto agli stipendi che valga per tutta l'Europa. Oppure prendere atto che le società di calcio sono "troppo grandi per fallire", anche se hanno pochi dipendenti, sono un patrimonio di tutti i tifosi, ed estendere ad esse le procedure oggi previste per le imprese avviate in amministrazione straordinaria, cacciando le gestioni che le hanno fatte finire nel baratro e avviando un effettivo piano di risanamento che apra spazio a nuovi investitori.
Affari d'oro per Mediaset e Mediolanum
500 milioni di euro
Roberto Rossi su l'Unità
Un pieno di utili. Nel giorno dell'approdo della legge Gasparri alla Camera dei deputati, Mediaset e Mediolanum non tradiscono le aspettative del mercato e chiudono il 2003 con una crescita, rispettivamente, del 2,1 e del 58%. Un pieno di utili che farà felice anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che del gruppo televisivo possiede il 51%, mentre della società di assicurazioni, amministrata dall'amico Ennio Doris, il 35%.
In dettaglio Mediaset ha fatto registrare un utile netto di gruppo di 369,7 milioni di euro, come detto in crescita del 2,1% sul 2002, e con ricavi netti consolidati di 3.070 milioni (+32,5% rispetto all'anno precedente). Il risultato inciderà anche sulla proposta di dividendo da parte del consiglio di amministrazione che ammonterà a 0,23 euro per azione (+9,5%).
E se il 2003 è andato bene, il 2004 si preannuncia soddisfacente. La raccolta pubblicitaria in Italia nei primi 2 mesi 2004 segna, infatti, una crescita del 7,2%, mentre per la spagnola Telecinco la crescita è del 24,6%. Su tali basi, recita il comunicato dell'azienda, "è atteso nella prima parte del 2004 un miglioramento sia in termini di redditività operativa che di generazione di cassa rispetto al 2003". Su base annua "il gruppo punta attraverso il mantenimento degli obiettivi di efficienza sia a livello di costi tv sia di investimenti in diritti, a salvaguardare l'elevata redditività operativa conseguita nel 2003".
Un anno, poi, che ha visto le televisioni del presidente del Consiglio superare in prima serata la tv di stato. In prime time l'audience complessiva delle tre reti ha registrato un nuovo record, il 45% di share che consente per la prima volta al totale Mediaset di superare il totale Rai (44,6%). Canale 5, spiega una nota della società, si conferma prima rete italiana con il 23,9% (Rai 1 23,0%), Italia 1 è per la prima volta la terza rete assoluta con il 12,4% (Rai 2 11,7%) e Retequattro raggiunge il miglior risultato degli ultimi dieci anni con l'8,7%.
Il risultato globale delle reti Mediaset, la media registrata ogni giorno nelle 24 ore, ha raggiunto, invece, l'ascolto maggiore degli ultimi anni: il 44% con una crescita di 1,1 punti rispetto al 2002.
La crescita ha riguardato anche il gruppo spagnolo Telecinco. Nel corso del 2003 la raccolta pubblicitaria è salita dell'11,7% a 633,5 milioni di euro, a fronte di un incremento del 6,6% del mercato televisivo spagnolo. Gli ascolti nelle 24 ore hanno raggiunto il 21,4%, mentre in prima serata lo share è stato del 22,3%, con una crescita di 1,7% punti rispetto al 2002.
Unica nota stonata per la società di Cologno Monzese viene dall'indebitamento. La posizione finanziaria netta del gruppo è peggiorata da 170,8 milioni di fine 2002 a 199,3 milioni anche per l'esborso di 276 milioni per l'acquisto del 12% della stessa Telecinco e Publiespana.
L'altra società menzionata, Mediolanum, ha ottenuto risultati più eclatanti. Il gruppo ha chiuso il 2003 con un utile netto consolidato di 129 milioni di euro, in crescita del 58% sul 2002. Alla prossima assemblea, quindi, sarà proposto dal consiglio di amministrazione un dividendo di 0,11 euro per azione (+10%).
E il nuovo anno? "È partito bene - ha fatto sapere Doris - . Nel risparmio gestito nei primi due mesi abbiamo avuto buoni risultati soprattutto nella parte assicurativa". Tanto che la società punta a esportare il proprio modello in Europa, nell'arco di dieci anni, iniziando nel 2005 da Francia e Polonia. "Stiamo guardando - ha detto Doris - alla Francia e alla Polonia e pensiamo all'anno prossimo o al 2006". L'ingresso sui nuovi mercati dovrebbe avvenire, secondo quanto dichiarato, con delle start-up perché "non esistono realtà alle quali unirci".
Quanto alle voci di una fusione del gruppo con Banca Fideuram Doris ha fatto sapere di non avere "colloqui con l'istituto". Quanto al passaggio del testimone al figlio Massimo, che attualmente è responsabile della rete vendita in Italia, Doris ha preferito inquadrarlo in un futuro non meglio precisato perché "mi diverto troppo e credo più probabile una nostra collaborazione alla guida dell'istituto che un avvicendamento".
Il one man show di Veltroni
Fa impazzire il centrodestra
Giuseppina Piano su la Repubblica
Mentre la Milano che conta capiva e ascoltava, con i 50 imprenditori convenuti a colazione con Walter Veltroni e Gabriele Albertini, la Milano del centrodestra ha preferito starne fuori. Motivo? La due giorni di studio è diventata, per i partiti del centrodestra, la "vetrina data al sindaco di Roma". A rappresentare il Comune, ieri mattina al convegno alla Camera di commercio, non c´era nessuno. L´assessore al Commercio Roberto Predolin, An, già due giorni fa aveva obbedito al proclama del partito e neppure si era presentato all´accoglienza a Palazzo Marino. E ancora, nel pomeriggio al convegno alla Triennale sulla nuova Roma, c´è andato per dovere di competenza solo l´assessore all´Urbanistica Gianni Verga, Udc. Uomo prudente. Sempre moderato nelle dichiarazioni. Ma ieri proprio non era aria neppure per lui: "Quando andremo anche noi a Roma, ho già in mente parecchie cose per fare anche noi bella figura". Invidia? "Mah, guardi che alla serata al Piccolo sono andato, ma devo dire che ho visto cose modeste nella presentazione dei romani sulla cultura. Nessuna grandezza. Cose modeste". Forfait dal collega ai Trasporti Giorgio Goggi. E forfait anche della collega ai Servizi sociali Tiziana Maiolo: "Sono impegnata a Roma. Non è polemica, piuttosto indifferenza. La cosa non mi entusiasmava". L´assessore forzista all´Educazione, Bruno Simini, alla Triennale è arrivato e ha subito salutato: "Abbiamo ancora la partita di ritorno in trasferta, no? Lì anche noi sapremo presentare quello che facciamo a Milano". Quando ha visto che sul palco c´era lo stemma del Comune di Roma ma non c´era quello del Comune di Milano, se n´è andato. D´altronde, se da due giorni non si fa più vedere e non dice una parola pure Riccardo De Corato significa che proprio la misura è colma. Il vice sindaco è l´uomo di Palazzo Marino onnipresente e sempre loquace. Da quando ha sentito Walter Veltroni spiegare tutto quanto ha fatto Roma (compresi i 1700 milioni di euro investiti in opere pubbliche nel 2003), si è letteralmente volatilizzato. In un impenetrabile silenzio. Così come politici e amministratori della Casa delle libertà. Non sono andate giù le immagini e i numeri con cui Veltroni e i suoi assessori si sono presentati a Palazzo Marino. Non è andata giù l´efficiente operazione di marketing, quella che ha colpito prima di tutti lo stesso Albertini: "Cosa invidio al mio collega Veltroni? Loro riescono a raccontare magnificamente tutto quello che fanno".
Walter l'imperatore e Gabriele il solitario
Lina Sotis sul Corriere della Sera
Walter. Sorride come se ti avesse visto l'altro ieri e gli avessi lasciato un buon ricordo. Si ricorda nomi, facce e figli. Parla di asili nido con l'entusiasmo che riserva ai dj. Tutto ciò che lo circonda è pensato per piacere. Il suo arrivo è sempre anticipato da una telefonata. Come dire ' lui aspetta te'. Walter Veltroni non arriva mai da solo, lo precede un piccolo esercito che gli spiana la strada e preparare gli astanti al suo sorriso. Il sindaco di Roma è entrato a Milano come un imperatore romano, sessantottino, in visita ad una ricca colonia con cui è meglio avere buoni rapporti.
Gabriele.E' cortese, ma quanto mai distante. Non fa niente per piacere: né al mondo, né a te. Ha l'aria di dirti che lo prendi così com'è o cambi giro. Non gioca in squadra. Non sa cosa sia l'équipe. Avanza da solo sorridendo, lieve. Certe volte sembra abbia paura di disturbare. Preferisce essere un amministratore di un imperatore, in tutti i casi dietro di lui né legioni né anfitrioni. Lui gioca solo. Gabriele Albertini ha un sorriso che non vuole illuminare chi gli sta vicino, ma solo sfiorarlo. Gentile, cortese, distante, lui vuole amministrare non conquistare.
Onorevole presentatrice
Massimo Gramellini su La Stampa
Una ex presidente della Camera ha vinto a Sanremo l'Oscar della tv, categoria "rivelazione dell'anno". Potrà sembrare una bizzarria marginale, in un momento in cui milioni di persone stringono la cinghia, mezza Campania affoga nei rifiuti e la classe politica si occupa di calcio e degli introiti pubblicitari delle aziende del presidente del Consiglio. La vera bizzarria, a dire il vero, non è nemmeno il premio a Irene Pivetti. Ma che nessuno si sia mai indignato per il fatto che una signora che è stata la terza carica dello Stato abbia potuto riciclarsi come conduttrice (mediocre) di programmi spazzatura.
Da un incarico istituzionale ci si dimette. Ma dal rango che vi è connesso, no. Per tutta la vita. Come rimangono i privilegi, così restano le responsabilità, fra le quali quella di precludersi altri mestieri che determinino perdita di autorevolezza. Una democrazia adulta dovrebbe guardare con fastidio persino gli ex Capi dello Stato che, pur senza mettersi a condurre un quiz, restano nell'agone mediatico anziché ritirarsi in quella famosa Riserva della Repubblica che ormai è stata prosciugata dalla vanità. Invece la nostra comunità disprezza a tal punto le proprie istituzioni da trovare normale e positivo (in quanto sintomo di un carattere affabile) che una tipa passi dal trono di Montecitorio al palco di Sanremo, uscendone come l'altra sera in braccio a Vittorio Sgarbi. Pare che Pivetti si sia arrabbiata per il trattamento. Ma il circo lo ha scelto lei. E ai clown non si fa il saluto militare.
24 marzo 2004