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sulla stampa
a cura di P.C. - 23 marzo 2004


Il conto alla rovescia del terrore
Sandro Viola su
la Repubblica

Quel che m'aveva impressionato, nei giorni scorsi, è che nessun israeliano pronuncia più la parola pace. Le pochissime, residue speranze d'una svolta che fermi o almeno riduca la carneficina, appaiono infatti svanite. E le attese si sono ormai ridotte a due: l'attesa snervante delle bombe, e poi, sugli schermi della tv, le immagini delle rappresaglie israeliane. "Dovessi riassumere il momento psicologico in Israele", m'aveva detto l'altro giorno il filosofo Avishai Margalit, uno dei più prestigiosi intellettuali israeliani, "userei la parola scoramento. Oppure disperazione. Ma non la disperazione "attiva" di cui parla Kant, che bene o male contiene ancora una volontà, una capacità di reagire. No, qui si tratta ormai d'una cupa rassegnazione al peggio".

Il peggio ha preso forma ieri mattina a Gaza, attorno alle 6, quando un elicottero dell'esercito ha indirizzato tre missili sullo sceicco Ahmed Yassin, il capo religioso e politico di Hamas, facendolo a pezzi. Con quei tre missili il governo Sharon ha intrapreso un'"escalation" senza più freni o cautele, di cui saranno in molti a pagare il prezzo. In Israele, nella Palestina occupata, e forse in tutto il Medio Oriente. Il peggio, appunto, che poteva succedere. Perché l'omicidio dello sceicco Yassin è un altro calcio nel termitaio del terrorismo islamico, un altro fiammifero acceso di fianco allo zolfo del fanatismo fondamentalista. L'apertura dissennata d'un altro varco alle offensive della Jihad.

Il silenzio che gravava nelle strade di Gerusalemme ieri sera (pochissime automobili in giro, caffè deserti, saracinesche abbassate nella parte araba della città, famiglie riunite attorno all'apparecchio televisivo per seguire i notiziari), era quello dei momenti di maggior tensione nella storia del conflitto israelo-palestinese.

Ricordava le ore in cui ventun anni fa giunsero le notizie della strage di Sabra e Shatila, o le sere successive all'assassinio di Rabin.
Nessuno in Israele ignora, infatti, che i tre missili di Gaza provocheranno una risposta terroristica sanguinosa. Che è una questione di giorni, forse di ore: ma che il conto alla rovescia è già cominciato.
È vero, gran parte degli israeliani (tra cui gli autisti dei due taxi che ho preso nel pomeriggio) sono convinti che Sharon abbia fatto bene: che con i palestinesi si può trattare soltanto con la forza. E infatti un sondaggio di pochi giorni fa rivelava che il 68 per cento degli intervistati era favorevole all'eliminazione "mirata" dei leader della rivolta, "anche quando vi viene coinvolta la popolazione civile". Mentre soltanto una parte minoritaria, se non si deve dire elitaria, della società israeliana pensa che l'omicidio dello sceicco Yassin sia stato un errore.

Ma c'è una cosa che gli uni e gli altri sanno bene. Sanno che a Gaza decine di giovani bussano ogni settimana alla porta di Hamas, chiedendo che venga loro affidata una spedizione suicida. Quelli che vengono rimandati indietro si rifanno vivi, di nuovo imploranti, dopo pochi giorni, e di nuovo vengono respinti. Ognuno di loro potrà essere richiamato, tuttavia, al momento opportuno. E ormai i tempi tra il reclutamento e l'attentato si sono fatti stretti. Il periodo di preparazione mistico-religiosa, i giorni d'isolamento che il "martire" doveva vivere prima di farsi esplodere in una città israeliana, sono cose dei primordi del terrorismo suicida. Adesso basta un pomeriggio per insegnare allo shaid come s'innesca la cintura esplosiva, e dove dovrà andare a innescarla. Poche, semplici, terribili istruzioni che nei prossimi pomeriggi verranno impartite a una schiera di giovani aspiranti al martirio.

Che cosa potrebbe esserci quindi, nelle strade di Gerusalemme, se non l'ansioso silenzio di stasera? Chi può illudersi che i lunghi tratti del Muro già eretti, i reticolati percorsi dalla corrente elettrica, i posti di blocco dell'esercito, gli elicotteri in ricognizione riescano a fermare gli shaid e il loro carico di odio e dinamite? Gli "omicidi mirati" dei capi delle organizzazioni terroristiche palestinesi vanno avanti ormai da anni, ma non hanno impedito che in questi anni centinaia d'attentati facessero scorrere una quantità di sangue israeliano: 377 morti e più di 2000 feriti tra la sola popolazione civile.

Del resto non erano soltanto l'Unione europea per bocca di Javier Solana, o gli editoriali di Haaretz e della stampa liberal di mezzo mondo, o i pacifisti israeliani, a dire che la politica della pura repressione condotta da Sharon, "omicidi mirati" compresi, non stava servendo a niente. C'erano ben quattro ex capi dello Shin Bet, il famoso servizio segreto - uno dei vanti d'Israele - , che tre mesi fa l'avevano dichiarato in modo esplicito: in assenza di qualsiasi iniziativa politica, la repressione può portare soltanto alla catastrofe. Uno di loro, Ami Ayalin, aveva avvertito: ci sono le prove, i numeri: più s'ammazzano i capi e più aumentano gli attentatori-suicidi. Sinché l'altro giorno, durante la seduta del governo che ha deciso la condanna a morte dello sceicco Yassin, non s'è alzato a parlare l'attuale capo dei servizi, Avi Dichter. Se volete farlo, ha detto Dichter, fatelo. Ma io sono contrario, perché i vantaggi che ne possono venire sono assai inferiori ai guai cui andremo incontro.

Perciò è difficile capire quale calcolo abbia spinto Sharon a volere l'eliminazione del capo di Hamas. Perché Sharon conosce gli arabi, sa sino a che punto si sia andata islamizzando negli ultimi anni Gaza. E non poteva quindi ignorare l'effetto sconvolgente che avrebbe avuto tra i palestinesi di Gaza l'omicidio d'un vecchio paralitico in sedia a rotelle, all'uscita dalla moschea dopo la preghiera del mattino. Non poteva aver trascurato che proprio quei simboli, la vecchiaia, l'invalidità, l'uscita dalla moschea, avrebbero reso la morte dello sceicco Yassin un evento incancellabile, gravido di nuovo e tremendo odio, nella rivolta palestinese contro l'occupazione israeliana.

Certo, Ahmed Yassin era il responsabile della morte di centinaia d'israeliani: nei caffè dove parlavano con gli amici, negli autobus con cui andavano al lavoro, nelle strade mentre facevano la spesa. È stato lui a seminare Gaza e in parte anche la Cisgiordania, di quella cultura della morte da cui sono emersi gli shaid, i terroristi suicidi che con le loro bombe hanno modificato per la prima volta il rapporto di forze tra occupati e occupanti, togliendo a quest'ultimi la totale capacità di sopraffazione che avevano sempre avuto. È stato lui a inserire nell'atto costitutivo di Hamas quella frase impressionante: "Dio è la meta, il Profeta la guida, il Corano la costituzione, la guerra santa indica la strada, e morire per Dio è il più profondo, nobile desiderio".

Ma il punto che più interessa, stasera, non è la malvagità dello sceicco: è quello della valutazione politica con cui è stata decisa la sua morte, l'opportunità della decisione, il fatto di non aver esitato dinanzi alle gravi conseguenze che essa non può non comportare. In due parole, quel che Sharon aveva e ha in mente. Dove pensa di portare Israele, lui che nel gennaio 2001 s'era fatto eleggere promettendo: "Datemi cento giorni, e schiaccerò l'Intifada".

A occhio, Ariel Sharon peserà ormai ben più d'un quintale. Il passo è ancora energico, perché dopo una vita trascorsa più sui trattori della sua fattoria e sui campi di battaglia che non negli uffici ministeriali, la muscolatura dev'essergli rimasta soda. Ma con tutto quel grasso, con lo stomaco che gli si protende enorme dalla cintola, il fiato s'è fatto corto. E non è solo per questo, la condizione fisica d'un vecchio di 76 anni, che Sharon dà un'impressione d'affanno. C'è altro, infatti. Il turbine di due scandali finanziari che investe da mesi lui e i suoi figli, le indagini della magistratura, le richieste di dimissioni che vengono dai partiti della sinistra. E se tutto questo non bastasse, c'è il bilancio di tre anni di governo. Fine d'ogni dialogo con i palestinesi, attentati spaventosi, crisi economica, rovina dell'immagine d'Israele nel mondo.

Sì, questo è il punto. La difficoltà di capire a che cosa miri, cosa intenda fare per tenere il suo paese al riparo d'altre sventure, Sharon. E la difficoltà di capire perché la maggioranza degli israeliani continui a dargli fiducia.


L'America è " turbata "
L'Europa: un omicidio
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON — Alle 8 del mattino locali, Condoleezza Rice, il consigliere per la sicurezza della Casa Bianca, fa il giro delle tv americane per smentire che il presidente Bush fosse stato preavvertito del piano israeliano di assassinare lo sceicco Yassin: " No, naturalmente no! " dichiara. Ma non condanna l'uccisione del leader di Hamas, anzi ricorda che " Hamas è una organizzazione terroristica e lo sceicco partecipò di persona alla pianificazione di attentati " . Invita tutti " a fare un passo indietro e a non perdere la calma, perché in Medio Oriente c'è sempre la possibilità di giorni migliori " . Solo più tardi Richard Boucher, il portavoce del Dipartimento di Stato, esprime " profondo turbamento " per l'omicidio.
Quella della Rice è una difesa d'ufficio, non dissipa il sospetto che il premier israeliano Sharon e il presidente Bush si siano tenuti in contatto. Quale possa essere il livello delle consultazioni lo segnala un articolo del 22 agosto del 2003 di Shimon Shiffer e Nahum Barnea, due commentatori del giornale israeliano Yedioth Ahnronoth.
Racconta di una telefonata di Bush a Sharon, che prepara un attacco mortale ad Hamas: " Sharon teme che Bush gli dica di aspettare. Ma il presidente non conferma le sue paure: i terroristi vanno distrutti, proclama, e conclude la conversazione dicendo ' non voglio trattenerti'. Sharon lo considera un via libera, vuole agire prima che gli americani cambino idea " .
La reazione dell'Europa, i cui ministri degli esteri sono riuniti a Bruxelles, è diversa da quella degli Usa. Il britannico Jack Straw denuncia " l' assassinio illegittimo, inaccettabile e ingiustificato, che molto difficilmente raggiungerà i suoi obbiettivi " .
Aggiunge che " il desiderio di Israele di difendersi dal terrorismo è comprensibile, ma nell'ambito del diritto internazionale " . L'italiano Franco Frattini condanna l'operato israeliano e " gli attentati agli israeliani rivendicati da Hamas " , ammonendo che " sarebbe un grave errore rinunciare a una strategia globale di lotta al terrorismo a causa di un episodio che non impedisce il dialogo con il mondo arabo " .
In Italia, il presidente del Senato Marcello Pera ha sottolineato che Israele ha diritto alla propria sicurezza ma ha aggiunto che " il problema non si risolve mirando ad uccidere singoli personaggi, questo è inaccettabile " . " La road map prevedeva un percorso che iniziava proprio con la cessazione di atti di terrorismo da una parte e dall'altra " , ha proseguito. Secondo il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica l'eliminazione dello sceicco " si può definire tranquillamente un assassinio politico " . Il ministro delle politiche comunitarie Rocco Buttiglione ha rilevato che questa operazione indebolisce come interlocutore il premier palestinese Abu Ala.
A Parigi, il presidente francese Jacques Chirac si scaglia contro il terrorismo " senza riserve " ma critica " gli atti di violenza extragiudiziari " .
Josckha Fischer, ministro degli Esteri e vicecancelliere tedesco, gli fa eco: " Siamo preoccupati da questi eventi: noi e l'Unione Europea abbiamo sempre rifiutato queste uccisioni che abbiamo sempre definito inaccettabili " .
Si aggiunge al coro il segretario dell'Onu, Kofi Annan, da New York. L'omicidio mirato, sostiene, " è contrario al diritto internazionale e non agevola la mediazione di pace " . Tutti devono evitare di aggravare le tensioni.


Il pericolo globale
Luigi Bonanate su
l'Unità

La morte di Ahmad Yassin è un omicidio, una vendetta, o un atto di guerra, forse addirittura “santa”? E l'inevitabile replica di Hamas, a quale di queste categorie andrà assegnata? Andrà commisurata al numero delle vittime fatte per colpire Yassin oppure prevarrà l'importanza del bersaglio principale, quasi che gli esseri umani non avessero tutti lo stesso valore?
Dovremo contabilizzare la circostanza che Yassin fosse un profeta di morte, istigatore delle azioni dei kamikaze, oppure considereremo che egli, a sua volta, avesse imboccato la via mistica del sacrificio, destinato forse alla sconfitta (militare), ma alla gloria (politica) e religiosa?
Si potrebbero riassumere questi dubbi con una alternativa secca e semplice, ma tanto esplicita da impedirci di nascondere la risposta: tra Israele e l'Autorità nazionale autonoma palestinese è in corso una guerra, oppure stiamo assistendo a un'escalation terroristica bilaterale?
Proviamo a chiederci: gli “omicidi mirati” decisi dal governo israeliano hanno la funzione di eliminare i leader dell'Intifada palestinese e sono quindi assimilabili ad azioni di guerra preventiva oppure risultano a loro volta operazioni terroristiche dato che, tecnicamente parlando, nella maggior parte dei casi non colpiscono combattenti (che il diritto bellico potrebbe considerare “legittimi”) ma dei civili, quindi sempre protetti dalla legislazione internazionale? Israele non ha diritto di colpire Gaza se non è in guerra; ma da Gaza, secondo Israele, partono azioni di guerra.
Benché ciascuno di noi possa dare, in perfetta buona fede, delle sue personali risposte, perché è la coscienza di tutti noi a esser chiamata a giudizio di fronte a eventi come questi (nessuno può “chiamarsi fuori”), non è tanto quale sia la più corretta che oggi importa discutere, perché molto più importante è chiedersi: dove andremo a finire? Quale sarà la prossima mossa e su che cosa stiamo apprestandoci a piangere?
Dall'11 settembre 2001 ci siamo abituati a un nefasto riflesso condizionato: una dura e inflessibile risposta al terrorismo avrebbe definitivamente risolto il problema e rimesso tutto a posto e purtroppo le cose sono andate esattamente al contrario.

Il mondo sta affrontando un momento di crisi eccezionale e senza precedenti: non c'è nulla di male nel riconoscerlo se abbiamo la dignità di interrogarci serenamente sui passati errori e se ci disponiamo a utilizzare quella virtù nascosta della democrazia che è il dialogo.
E così, speriamo che invece di chiosare chi questo chi quell'aspetto polemico trasportandone le tossine nel dibattito politico interno, ci rendiamo conto che abbiamo innanzi tutto un dovere verso il futuro: di conservarne la speranza. Ne hanno diritto tanto i giovani israeliani quanto i giovani palestinesi: tocca a noi, visto che da soli non ci riescono, garantirlo loro: incominciamo a “metterci in mezzo”, convinciamoli a deporre le armi. Poi discuteremo.


Prodi difende Fassino e frena Rutelli
Maria Teresa Meli sul
Corriere della Sera

ROMA — Prima una lite telefonica con Gino Strada, poi il " veto " alla presenza, nella trasmissione tv a cui doveva prender parte, del pdci Marco Rizzo. È stata una mattinata intensa, quella di ieri per Piero Fassino. Il leader di Emergency lo ha chiamato per protestare contro una dichiarazione del ds Mimmo Lucà che lo assimilava ai " pacifisti manganellatori " .
Ma il segretario ds gli ha replicato così: " E che dovrei dire io a te che mi hai definito un delinquente politico? " . Dieci minuti di colloquio molto duro, poi il telefono è stato appeso. Quindi la preparazione di
Batti e ribatti, condotta da Pierluigi Battista: Fassino si è opposto all'idea che venisse mandato in onda un breve intervento di Rizzo. Di più: non ha voluto nemmeno che gli fosse posta una domanda diretta sulle esternazioni dell'esponente del Pdci.
TENSIONI
— Sono due episodi che la dicono lunga sulla tensione che si respira nel centrosinistra. Tensione che preoccupa Romano Prodi. Tant'è che il presidente della Commissione Ue ha deciso di intervenire. " Quello della politica estera — ha spiegato il prodiano Giulio Santagata — è un nodo ineludibile per una coalizione che si candida a governare, perciò un chiarimento è necessario ed è giusto che sia Romano a farlo " . Lo farà a modo suo, cioè senza entrare nelle beghe di casa nostra. Sarà un intervento — probabilmente una lettera pubblica — in cui illustrerà le sue posizioni sulla politica internazionale, perfettamente coincidenti con quelle del Triciclo. In sostanza, secondo Prodi, l'uso della forza è legittimo in un quadro di multilateralismo ( Onu, Nato, Europa) e a questo l'Italia non può sottrarsi. Ciò detto, il presidente della Commissione Ue tiene a mantenere comunque un rapporto con il movimento pacifista che, ha sottolineato, " è una grande risorsa " . Ma quello che è accaduto sabato ha spinto Prodi a fare anche di più. Nei suoi colloqui di questi ultimi giorni con gli esponenti ds, il leader del Triciclo ha insistito su questo punto: " Quanto è successo a Fassino alla manifestazione — è stato il suo ragionamento — dimostra che c'è un attacco alla lista unitaria che passa attraverso l'indebolimento dei Ds, quindi ritengo che tanto più adesso sia necessario che Piero abbia il ruolo di portavoce. Il segretario ds si è speso moltissimo per la lista. Rutelli deve capire che se si oppone dice di ' no' a me, non a Fassino " . E per sollecitare questa soluzione Prodi ha anche inviato una lettera al presidente della Margherita.
LIVELLO DI GUARDIA — Nel centrosinistra, comunque, la situazione è giunta al livello di guardia. Fassino, che ieri ha annunciato di essere pronto ad andare a Nassiriya, ha polemizzato nuovamente con i suoi critici: " Non ci sto — ha ribadito — a passare per un traditore della pace " . I segretari ds del collegio di Scandiano, dove è eletto Oliviero Diliberto, hanno minacciato di togliere il sostegno al leader del Pdci. Mauro Zani ha ventilato una cosa simile nei confronti di Paolo Cento, eletto nella sua zona.
Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani ha annunciato che chiederà un chiarimento all'interno del comitato " fermiamo la guerra " . Nerio Nesi ha ufficializzato il suo addio a Cossutta. I girotondini filo ds hanno difeso Fassino. Ma Verdi, Pdci, Occhetto e di Pietro sono passati al contrattacco. Diliberto ha chiesto " le scuse " ai Ds per la " loro aggressione a freddo " . Il verde Pecoraro Scanio ha bollato come " un'inaccettabile strategia elettoralistica " l'offensiva diessina. Occhetto e Di Pietro hanno accusato Fassino di voler " demonizzare gli alleati " . Dall'una parte e dall'altra si invoca ormai un " chiarimento politico " . Che, ovviamente, non ci sarà perché, come spiegava ieri uno dei leader del Triciclo, " tenere un vertice dell'Ulivo in queste condizioni sarebbe un suicidio " .


Ultrà a comando
Ronaldo Pergolini su
l'Unità

A pensar male si fa peccato... Beh, davanti a quello che è successo l'altra notte all'Olimpico e pensando a quello che sarebbe potuto accadere pensare male è un dovere. Che sul terreno di gioco c'erano capitifosi che dettavano legge è un fatto, testimoniato dalle immagini televisive. Che il presidente di un'associazione privata come la Lega calcio si sia arrogato il diritto di prendere una decisione di ordine pubblico sulla pelle di ottantamila persone è un altro inquietante aspetto di quella notte di follia.
Galliani nel suo delirio di onnipotenza berlusconiana non può sostituirsi ad un prefetto, che non ha sentito neanche il bisogno di interpellare. Esiste ancora uno Stato, esistono ancora persone che istituzionalmente devono provvedere all'incolumità dei cittadini oppure siamo al fai da te?. E Galliani non può consolarsi con il fatto che non c'è scappato il morto. L'altra notte è stato dato un inquietante segnale: è la violenza che detta legge.
L'inchiesta giudiziaria deve svilupparsi nella maniera più decisa e approfondita senza fermarsi davanti a qualsivoglia “santuario”. Un capo di governo, per blandire il suo potenziale elettorato, arriva a dichiarare che il decreto spalma-debiti è necessario per salvare Roma e Lazio ("altrimenti in quella città può scoppiare la rivoluzione"). All'interno della sua maggioranza di governo ci sono partiti che si dichiarano nettamente contrari a questa soluzione.
Il messaggio non ha bisogno di essere decriptato. E chi con il calcio ha costruito le sue fortune personali capisce al volo. Se Roma e Lazio dovessero naufragare nel mare melmoso dei loro debiti che fine farebbero i professionisti del tifo? Quelli che sulla passione del tifoso hanno costruito un'industria. Catene di negozi, locali, radio e tv che a Roma in maniera gigantesca veicolano consensi e camionate di pubblicità: sono milioni di euro che girano. E se Roma e Lazio dovessero sparire dalla scena calcistica per loro sarebbe il tracollo. Ed ecco allora la drammatica sceneggiata della notte scorsa. Possono anche giurare sulle loro madri che non c'era nulla di preordinato, ma è davvero difficile credergli di fronte alla geometrica potenza che gli ultrà hanno messo in mostra. Una sorta di prova generale dei “timori paventati” dal presidente del Consiglio: ecco quello che potrebbe succedere se Roma e Lazio non vengono salvate.

La tragedia sfiorata l'altra notte ha ottime chance di essere centrata alla prossima occasione. Il futuro di un club che ha evaso il fisco, che non ha i mezzi per proseguire la sua attività deve obbedire a leggi e regolamenti. Nessuno sconto. E non si tratta di sciocco moralismo. Se alcuni club vengono graziati, cosa potrà mai succedere con i sostenitori di altre società che invece vengono gestite con responsabile senso amministrativo?
La metastasi del cancro-pallone è già diffusa e chi pensa di intervenire con degli impacchi è un folle, non meno responsabile di quelli che hanno organizzato i fattacci dell'Olimpico.
C'è rimasto solo il bisturi


Non mi fido di te
Massimo Gramellini su
La Stampa

Gli ultras onnipotenti, certo, ma la notte romana del calcio segnala un fenomeno di portata ben più generale: la mancanza di fiducia nell'Autorità Costituita. Finché era una prerogativa delle minoranze non rappresentava una novità. Ma all'Olimpico tutto lo stadio ha applaudito la decisione di sospendere la partita. Significa che 70.000 persone di ogni ceto ed età non hanno creduto alle rassicurazioni della polizia, nonostante fossero state ripetute più volte dall'altoparlante dello stadio. Ma era pensabile che il prefetto potesse mentire in mondovisione su un morto? L'indomani sarebbe stato costretto a dimettersi.

Eppure la maggioranza degli spettatori, sbagliando, non gli ha creduto. Come la maggioranza degli spagnoli, sbagliando un po' meno, non aveva creduto ad Aznar dopo la strage. E come la maggioranza degli angloamericani, non sbagliando per niente, fa spallucce ogni volta che sente Bush e Blair dire di essere andati a Baghdad per la democrazia invece che per il petrolio.

Questa diffidenza di massa verso il potere è uno dei segnali della disgregazione in atto, preludio a un nuovo medioevo. La rottura di un patto fiduciario che non rende la gente più saggia, ma solo più esposta alle fregature di chi ha la furbizia di presentarsi come un estraneo o un perseguitato. Ci si affida alla maga o al venditore di tappeti. Ma nelle istituzioni non ci crede più nessuno. Nemmeno Galliani, che per decidere la sospensione non si è consultato col prefetto ma con Capello, che essendo un suo ex dipendente gli ispirava più fiducia.


Per Microsoft multa record
Monti propone 497 milioni
Aldo Fontanarosa su
la Repubblica

ROMA - La multa richiesta sarà da record, un record inaspettato. Microsoft, accusata da Bruxelles di abuso di posizione dominante va incontro ad una super sanzione di 497 milioni di euro: a tanto ammonterebbe infatti la proposta fatta da Mario Monti, commissario Ue per la concorrenza. La cifra, non ancora confermata dal portavoce di Monti, ma che di fatto sarebbe già stata approvata in sede tecnica, sarebbe di oltre due volte superiore ai pronostici effettuati alla vigilia dagli esperti di diritto comunitario, secondo i quali la sanzione si doveva aggirare intorno ai 200 milioni di euro.
L´ammontare sarebbe anche superiore alla multa più alta mai inflitta dall´Antitrust Ue: i 462 milioni di euro imposti nel 1999 al gruppo Hoffmann-La Roche. In quel caso inoltre l´accusa era di appartenere ad un cartello, mentre per abuso di posizione dominante - di cui è accusata Microsoft - la multa maggiore è stata quella da 75 milioni di euro inflitta al gruppo Tetra Pak nel 1991. Ora , per arrivare alla decisione definitiva riguardo all´ammontare della multa da comminare al colosso americano, bisognerà attendere l´esito della riunione dei capi di gabinetto prevista per oggi e quello della Commissione in calendario per domani. In teoria si sa che, per casi di questo genere Bruxelles potrebbe proporre sanzioni fino al 10 per cento della quota d´affari del gruppo accusato, ma in nessun caso sono stati raggiunti tetti di questo genere. I 497 milioni di euro, pur essendo ben sotto la soglia sarebbero comunque da considerarsi un caso record.
Per quanto riguarda invece le telecomunicazioni italiane il commissario Ue ha fatto un appello per tutelare le nuove società dal potere degli ex monopoli. La vela della telefonia, infatti, torna a gonfiarsi. Enzo Cheli, presidente dell´Autorità per le Comunicazioni, pronostica una crescita del 3,8% nel 2004. Lo stesso Monti, parla addirittura di "margini del 35% nei prossimi tre anni". Ma questi numeri, avverte, sono la prova della solidità delle società ex monopoliste, sui cui comportamenti "bisogna ora vigilare". Insomma: è anche legittimo che siano forti, purché non schiaccino le nuove. Monti vuole aiutare le società nuove, oggi più gracili, a farsi reti proprie ("nel medio periodo"). Altra risorsa poi sono le novità commerciali. Il vantaggio dei colossi, dei big, a volte più innovativi, deve essere "temporaneo", non certo definitivo. Ben venga - dice Pompei di Wind - un controllo europeo costante. Anzi: servirebbe una autorità europea capace di operare in modo davvero stabile.



Il simbolo e la lezione sbagliata
La maestra d'asilo col velo
Maria Laura Rodotà su
La Stampa

A Samone, vicino a Ivrea, potevano dar lezione di pragmatismo a Chirac: avevano convinto una musulmana a togliersi il velo a scuola, senza scontri e senza polemiche. Invece sono stati più cocciuti di lui (di Jacques Chirac, sostenitore della legge anti-velo e anti-segni religiosi ostentati negli istituti pubblici) e non hanno fatto una gran figura. Perché a Samone c'è l'asilo nido "Miele Cri-Cri", al quale era stata assegnata, scopo tirocinio, una diplomanda maestra marocchina che porta l'hijab. Le signore che gestiscono l'asilo privato non l'hanno voluta, "col velo spaventa i bambini", hanno detto. Lei era disposta a lavorare senza velo, loro non si sono fidate. Ora la quasi-maestra forse andrà in un'altra scuola; la questione velo (velo, non pregiudizio anti-islamico: prima di sapere che girava velata, erano disposte a darle uno spazio per pregare), a Samone e fuori, rimane.

In Francia, dove ci sono più musulmani che nel resto d'Europa, la legge sul velo continua a dividere. L'8 marzo donne e ragazze - quasi tutte di origine nordafricana - del movimento "Ni putes ni soumises" non hanno voluto sfilate con le velate; spiegando che la loro lotta è proprio contro le costrizioni subite dalle donne islamiche. In Italia, dove le studentesse con l'hijab sono ancora rarissime, il caso "Miele Cri-Cri" può - ancora - insegnare qualcosa. Che il velo fa giustamente orrore a molte, che a molte non va di affidare la propria bambina a una donna che indossa un simbolo di sottomissione femminile. E poi che molte donne velate hanno voglia di uscire, di vivere normalmente; e che il lavoro è spesso l'unico modo per farlo. E che pur di farlo, in caso, una volta lì, possono cominciare a toglierlo. Tra l'altro: poco tempo fa a Torino alle studentesse con hijab di un corso di ristorazione era stato negato uno stage nei ristoranti perché "tanto col velo nessuno vi prende"; e sono state riammesse dopo complesse trattative. Tra l'altro: storicamente, è attraverso il lavoro che le donne si sono emancipate; notoriamente, nelle cucine dei ristoranti bisogna tenere i capelli coperti; sicuramente, i bambini del nido giocando con la nuova maestra le strapperanno il velo.


Il gioco di squadra
L'asse Milano-Roma
Marco Vitale sul
Corriere della Sera

Pochi giorni fa ho ricevuto, come altri milanesi, una cosa sorprendente e gradita: un invito a un incontro a Milano con il Sindaco di Roma per parlare delle attività e strategie economiche della capitale. Questo invito presuppone un'idea e un progetto di città, una squadra che in esso si identifichi, la fondata convinzione che quello che si fa a Roma può interessare anche i milanesi consapevoli che tra due grandi città, come Milano e Roma, in molte cose si può fare squadra. Ieri sera due esponenti di un settore industriale di punta per l'Italia mi intrattenevano sul fatto che i temi cruciali del loro settore vengono rappresentati da una molteplicità di soggetti diversi con una minima interazione tra loro: " Bisogna fare squadra " , dicevano entrambi. Scrivo queste note da Caltagirone ( Sicilia), l'affascinante città di don Sturzo, della ceramica, e di tante altre cose. Sono appena tornato da una lunga riunione di lavoro con il sindaco e con lo staff dirigente del Comune e tra i tanti temi interessanti emersi nella discussione, il più ricorrente è: bisogna fare squadra. Nell'interno del Comune, fra il Comune e la città e fra il Comune e altri soggetti pubblici vicini o lontani.
Mai come oggi, che l'Italia è in crisi profonda, serpeggia, negli ambienti più diversi, il bisogno di fare squadra.
Ed è un buon segno. Ma ritorniamo alla domanda: cosa vuol dire in concreto fare squadra? Innanzi tutto significa sentirsi parte di un disegno, di una strategia. E dunque il primo presupposto è che ci sia un disegno. Il secondo presupposto è che ci siano magari dei campioni ma non delle primedonne e che ci sia un ordine, una regola secondo la quale sia possibile fare squadra. Un ordine e una regola presuppongono che tutti siano al servizio della squadra, al di là di personalismi, egoismi, lacerazioni, e nessuno si serva della squadra per obiettivi suoi personalistici.
Fare squadra non presuppone di essere tutti ' buoni', simpatici, amici.
Ma presuppone certamente di essere tutti leali e proiettati verso i comuni obiettivi indicati dal disegno. Su questi presupposti, poi, bisogna sviluppare un metodo per addestrarsi al lavoro comune. Si tratta di una disciplina non facile e non spontanea, ma frutto di lavoro e approfondimento.
Perché Pirlo e Seedorf sono campioni fondamentali nel Milan e scarti nell'Inter? La risposta non la si trova nella tecnica calcistica ma nella teoria delle organizzazioni e nella dottrina del management. A Milano ci sono tanti temi importanti per un nuovo sviluppo, ma stentano a emergere proprio perché non c'è squadra, né tra le istituzioni al loro interno ( dove i portaborse di partito aspirano a dettare le giunte), né tra le istituzioni tra di loro ( lo scontro tra il sindaco e la presidente della Provincia non è stato edificante, anche per come è finita la questione della presidenza della ex Serravalle). Per fare più squadra a Milano è necessario un grande lavoro e il sindaco dovrà continuare a rimboccarsi le maniche. Ma ce la faremo, perché è necessario.


Gabriele fa il Papa e Walter il giornalista
Diversi in tutto meno che negli occhiali
Paolo Berizzi su
la Repubblica

Veltroni è felpato e sornione tipo Gatto Felix (soprannome affibbiatogli da Cossiga). Veltroni vorrebbe che qualcuno gli dicesse sei un kennediano a Milano. Albertini è solo un milanese a Milano. Veltroni fa il politico (essendo ospite si prende 40 minuti producendosi in uno spottone sulla rinnovata Roma capitale, snocciola numeri e nuovi primati; "nelle nostre scuole si mangiano solo alimenti biologici"), Albertini fa il Papa (in romanesco: "Semo sindaci, volemose bene, damose da fa´"). Veltroni è amico di Benigni e dell´Africa, Albertini è nemico dei tranvieri. Uno è stato vice premier e ministro, organico al partito e alla coalizione; l´altro, ex capitano di industria e presidente di Federmeccanica, è in perenne sospensione tra le beghe con gli alleati (Colli, Formigoni) e le amicizie intermittenti (Berlusconi). Albertini alza il calice esclamando "compétition" (alla francese), Veltroni brinda dicendo sono astemio. In viso, a mezzogiorno, quando a braccetto dal portone affrescato si materializzano nell´enorme sala Alessi, nel ventre di palazzo Marino, sono tutti e due palliducci. L´"amico Walter", l´"amico Gabriele". Si chiameranno sempre così, per tutto il giorno: una prova anche linguistica della fresca amicizia sulla quale dovrebbe poggiare l´asse tra le due capitali.
Ma siamo qui solo all´inizio: c´è prima da sciogliere il nodo delle antiche rivalità. Cotoletta-abbacchio scottadito, smog-ponentino, Duomo-Colosseo. Tocca a Gabriele precisare come da ora in avanti Roma e Milano prenderanno ad amarsi: "Una collaborazione competitiva, ecco". A sentire il suo collega - "Milano si sta romanizzando, Roma si sta milanesizzando", proprio come accade oggi ai due sindaci - non dovrebbe essere difficile. De Corato in prima fila si tormenta le unghie, Gianni Rivera in panciotto studia le pareti affrescate. Cecchi Paone, presentatore non di sinistra, ascolta e carica il suo fondamentale momento: "Io sono l´esempio che questo gemellaggio può funzionare: sono romano e vivo a Milano". Segue stretta di mano bipartisan. Platea tendenzialmente divisa in due: sulla sinistra i milanesi, sulla destra i romani. Da una parte Carrubba, Goggi, Scarselli, dall´altra Maria Pia Garavaglia vice sindaca e Gianni Borgna assessore alla cultura. Emanuele Fiano, consigliere comunale Ds, tra i romani. Il più abbronzato è Raffaele Ranucci, presidente Sipra. Temperatura estiva, Valentina Cortese in colbacco di pelliccia. Garavaglia in tailleur viola come i fiori scelti da Albertini.
La prima giornata di Roma-Milano, al di là dei contenuti, è anche una varietà di sfumature fisico-antropologiche: l´alta percentuale di chewingum da´ lavoro alle mascelle degli assessori forzisti; si vede che sotto elezioni torna a imperare il vecchio diktat berlusconiano sull´alito fresco. Veltroni non è proprio sintetico nel suo intervento, soprattutto pronuncia solo due volte la parola Milano. Risultato: in sala qualche palpebra si abbassa. Ben sveglio, in fondo al salone, quasi defilato, Fedele Confalonieri. Forse è qui per studiare. "Mannò - sorride Fidel - sono un cittadino milanese, e poi volevo salutare Veltroni". Tutti vogliono salutare Veltroni: Beppe Modenese, elegantissimo, Milly Moratti con fascia arcobaleno della pace. Ottavia Piccolo e Dori Ghezzi, coccolatissime. Tanti romani nomadi convenuti per l´occasione. Gli chiedono del derby della follia, Lazio-Roma, le botte, i tifosi in campo, "la sospensione assurda", dice lui. Il sindaco era allo stadio: "È stata una cosa allucinante, poteva essere una tragedia".
E fare un bel tg Rai economico a Milano? Perché no. L´amico Walter e l´amico Gabriele convengono sulla bontà dell´idea. Importante, però, è smetterla con la guerra degli aeroporti, Malpensa contro Fiumicino. "Altrimenti Parigi e Francoforte ci fregano". Nel cortile di palazzo Marino non soffia il ponentino, eppure il sole si adegua, diventa romano. Walter non si sbottona la giacca, Gabriele sì: la sfida dell´addome la vince lui, palestrato e sempre attento alla forma.
Insieme alle tartine e ai vassoi colmi di sushi irrompe Salvini, segretario cittadino leghista: "Il tg economico è un´altra fregatura", rivolto ad Albertini, "altro che bella idea". Poi tutti a pranzo, tavolo per quindici, sala dell´Orologio: quattro assessori per parte, un´ora e poi via, che qui c´è da lavorare. Albertini, riappropriatosi del rinomato efficientismo lombardo, si tuffa in consiglio comunale. Già direttore dell´Unità, Veltroni inizia un tour intensivo nelle redazioni dei giornali milanesi. Un lungo pomeriggio nel quale incontrerà, tra gli altri, Enzo Biagi e Cesare Romiti. A sera, sul lunedì milanese dell´"amico Walter", cala il sipario del teatro Strehler. Qui, tra un Massimo Ghini, una Fiorella Mannoia e un´Alessia Marcuzzi, si tornerà a sentir parlare in romanesco. Milano-Roma solo andata. La partita di ritorno a fine maggio.


   23 marzo 2004