
sulla stampa
a cura di P.C. - 22 marzo 2004
I picconatori del riformismo
Massimo Giannini su la Repubblica
Ai disobbedienti che hanno insultato e spintonato Piero Fassino al corteo pacifista di Roma si potrebbe applicare lo stesso metro di giudizio che spesso i commentatori della domenica usano per liquidare i gruppuscoli ultrà sempre pronti a prendersi a coltellate o a esporre striscioni razzisti e antisemiti nelle curve degli stadi. Sono solo delinquenti, non c´entrano niente con il tifo. Così i no global che hanno contestato il leader dei Ds: sono teppisti, non c´entrano niente con la politica. Troppo facile. Troppo consolatorio.
Purtroppo, questi teppisti c´entrano eccome con la politica, quanto quei delinquenti c´entrano con il tifo.
Intanto, portano il peso di una responsabilità enorme. La loro intolleranza "senza se e senza ma" rischia di far calare un´ombra sinistra sulla grande manifestazione che, sabato scorso, ha visto sfilare milioni di persone in tutto il mondo. I loro gesti esagitati rischiano di far scendere una cortina fumogena su un movimento per la pace che attraversa il pianeta. Non è ancora e non sarà mai un "partito". Ma è energia positiva. E come dimostra il trionfo del partito socialista spagnolo (che El Pais ha definito "Il voto esemplare") esprime una forza d´urto che, se opportunamente rappresentata, può far cambiare davvero il corso della politica estera occidentale nell´area mesopotamica. Può ricostituire davvero una vasta alleanza di governi d´Europa che, in nome delle Nazioni Unite, costringano gli Stati Uniti a rinunciare a quella che Amartya Sen, nel suo ultimo saggio, chiama "l´appropriazione indebita dell´idea di democrazia". Il danno compiuto da quei sedicenti no global è dunque doppio, un danno contro se stessi, prima di tutto.
Ma c´è anche un motivo personale, che fa di Fassino la "vittima" designata di certe contestazioni. Fassino, più di ogni altro tra i suoi "colleghi" del listone, si fa carico di promuoverlo, andando a testimoniare la validità del progetto politico che lo sostiene anche nelle sedi più ostili e nelle occasioni più scomode. Fassino, più di ogni altro tra i suoi "colleghi" del listone, pedala su un triciclo che non porta il suo nome ma quello di Prodi, scalando i tornanti dell´ostilità degli altri partner del centrosinistra e le montagne della diffidenza dei movimenti. Talvolta il leader diessino eccede, in questa prodiga dissipazione di risorse politiche. Chi lo obbligava a sfilare in corteo, sabato scorso, dopo che Strada lo aveva bollato come delinquente e Caruso gli aveva promesso gli schiaffi? Poteva dire: "Non posso, ho un impegno a Bruxelles". Poteva dire: "No grazie, me ne sto a casa". Poteva dire: "Mi dispiace, ho una bronchite". Invece ha corso il rischio. E ha pagato. Ma dov´erano allora, e dove sono adesso i suoi "colleghi" del listone? Dov´erano allora, e dove sono adesso Prodi e D´Alema, Rutelli e Boselli, Bassolino e Veltroni? Qualcuno ha fatto telefonato di solidarietà. Qualcun altro ha balbettato parole di circostanza. Non dovevano, tutti insieme, sentire il bisogno di sfilare in corteo insieme al segretario della Quercia, dopo che lui, e solo lui, era stato indicato come il "colpevole" del tradimento consumato con il mancato "no" al rifinanziamento della missione in Iraq? Non dovevano, tutti insieme, sentire l´esigenza di rivendicare la forza di un riformismo che, come ha detto efficacemente Giuliano Amato, non è la "destra della sinistra"? Non dovevano, tutti insieme, sentire il dovere di affermare l´orgoglio di un centrosinistra che vuole simboleggiare cultura di governo e assunzione di responsabilità, ma sa anche esprimere radicalità sui principi, dal no congiunto alla guerra e al terrorismo fino alla difesa del welfare e della Costituzione? Non solo sul piano politico, ma persino sul piano personale, il centrosinistra palesa un deficit di generosità che, mai come questa volta, colpisce e impressiona. La novità è che il leader diessino l´ha capito, e ha risposto puntando a sua volta il dito contro gli alleati che non lo hanno difeso. Anche in questo, un bel segnale di modernità, che cancella la vecchia tradizione massimalista del "pas de enemi a la gauche": ovvero, "mai nessun nemico a sinistra". Nell´attacco a Fassino si consuma la resistenza a un progetto politico che, per la prima volta dopo un secolo, può portare il riformismo italiano a un approdo democratico compiuto e finalmente riconosciuto. Una "casa comune" che se non può vincere le elezioni chiamandosi con il suo nome storico (come ha fatto il Psoe in Spagna) può comunque valicare i confini politico-culturali delle sigle che, nel ?900 italiano, ne hanno ineluttabilmente imprigionato le forze: il comunismo, risucchiato nell´ombra della tragedia totalitaria sovietica, e il socialismo, degenerato nella deriva tangentocratica craxiana. Anche l´estremismo esasperato di Berlusconi spinge i partiti della Lista Prodi a convergere, oltre l´orizzonte delle europee. Chi, dentro la stessa Lista, non capisce questo, commette un errore esiziale. Chi, dentro la stessa Lista, non fa argine alle spallate dei Pecoraro Scanio e dei Diliberto, dei Di Pietro e degli Occhetto, commette un suicidio politico. Per salvare se stesso, amplifica con il suo silenzio i ceffoni umanitari delle tute bianche. In nome di un obiettivo miserevole (un pugno di voti, per un pugno di poltrone) abdica al dovere dei riformisti di riprendersi una piazza che, per definizione, è di tutti. Nega il diritto dei riformisti di stare in mezzo alla società civile, gridando no alla guerra e no al terrorismo, ma per canalizzare le passioni e trasformarle in politiche. Se questo non accade, il popolo della pace resterà una straordinaria testimonianza di partecipazione civile. Ma non vincerà la sfida di quella che Colin Crouch ha chiamato la "postdemocrazia".
Alleati, basta calcoli di bottega
Intervista a Piero Fassino
Massimo Franco sul Corriere della Sera
ROMA " Lo vede questo telefonino? Ha trillato senza sosta, da sabato pomeriggio. Mi sono arrivati centinaia di fax e di email, e non solo da diessini. Mi esprimevano solidarietà. E sa qual era la formula più ricorrente? ' Adesso basta'. Si è prodotto un evento che spero obbligherà il centrosinistra a un'assunzione collettiva di responsabilità " . Ventiquattr'ore dopo il tentativo di aggressione subito da alcune frange violente del movimento pacifista, a Roma, Piero Fassino, segretario dei Ds, rivive mentalmente quella scena " con grande preoccupazione ma anche con serenità " . E in questa intervista spiega il suo manifesto contro i violenti che usano il pacifismo.
Una parte della sinistra sostiene che ad insultarla siano state poche persone.
E' così?
" Sì, in sé l'episodio è stato di entità limitata. Ma il problema non può essere liquidato così, e va oltre la mia persona. Quanto è accaduto arriva dopo mesi di intossicazione e avvelenamento del dibattito politico. I diessini e i partiti della lista unitaria sono stati additati come traditori del movimento per la pace. Vede, io non ho la vocazione al martirio. San Sebastiano, a cui vengo qualche volta associato, è un santo col quale sono solidale, ma senza identificarmi con lui. Il problema vero è se il centrosinistra è capace di essere un punto di riferimento credibile per l'Italia, alla vigilia di elezioni europee da cui può uscire una nuova maggioranza.
Se sa parlare ad un Paese come coalizione di persone diverse ma tolleranti " .
Lei è capitato per sfortuna proprio nel mezzo di una minoranza malintenzionata, oppure c'erano gruppi organizzati decisi a contestarla?
" No, non sono stato sfortunato. Erano organizzati. Saranno stati alcune migliaia. Pochissime, rispetto al novantanove per cento dei manifestanti. Perché al di là dell'amarezza personale, è stata una manifestazione straordinaria: davvero c'era quello che nel lessico politico si chiama il popolo della pace. Ma dentro il grande corteo pacifico c'era un nucleo duro. Militarizzato, composto da gruppi estremistici che non si trovavano lì né per manifestare contro Bush, né contro il governo italiano che ne sostiene la politica: erano lì per attaccare la lista unitaria e noi diessini " .
Veramente, lei è stato l'unico dirigente contestato e minacciato così platealmente. A Francesco Rutelli e a Walter Veltroni è andata meglio.
" Perché sono il segretario dei Ds. E perché siamo noi diessini ad avere voluto di più la lista unitaria. Agli occhi di questi estremisti, siamo il perno da abbattere.
' Colpevoli' di avere detto, dopo la strage di Madrid, che la lotta al terrorismo è la priorità; e che non ci si può fare scudo degli errori di Bush per giustificare l'eversione. E' colpevoli' di non condividere la proposta del ritiro immediato, per noi pericoloso e irresponsabile " .
Ha temuto di essere aggredito?
" Ho avuto senso di responsabilità, non paura. Non siamo stati cacciati fuori dal corteo: siamo andati via per evitare fatti che potevano offuscare il carattere pacifico della manifestazione. Se il nostro servizio d'ordine avesse voluto, in 10 minuti si risolveva tutto, e non abbiamo voluto.
Ma l'episodio impone a tutti di fare chiarezza e assumersi le responsabilità " .
Ha ripensato alla contestazione del segretario della Cgil Luciano Lama nel 1977, all'università di Roma?
" Il contesto oggi è molto diverso. Il movimento pacifista che ha sfilato sabato era composto al 99 per cento da gente non solo pacifica, ma pronta a respingere la violenza e l'intolleranza. Trent'anni fa il clima era peggiore. In ogni caso, la minoranza che mi ha attaccato sabato non conterebbe nulla, se non fosse stato alimentato per mesi un clima avvelenato e fazioso contro di noi " .
Rivendica la partecipazione alla manifestazione del 18 marzo in Campidoglio, con tutti i partiti schierati contro il terrorismo?
" Certo che la rivendico. E' stata montata una contrapposizione artificiosa, che solo uno sciocco può sostenere. Era chiaro che di giovedì, alle cinque del pomeriggio, si poteva compiere soprattutto un atto simbolico. Era un'iniziativa dei sindaci per attestare l'unità delle istituzioni del Paese contro le stragi di Madrid. D'altronde, quando due anni fa Cgil, Cisl e Uil chiamarono tutti a raccolta a Bologna dopo l'assassinio del professor Marco Biagi, ero sul palco accanto ad un sottosegretario di An. E in piazza c'era anche il sindacato vicino ad An, l'Ugl. Ma nessuno ha considerato traditori i leader sindacali " .
Rivendica anche il no al ritiro immediato dei nostri soldati dall'Iraq?
" L'ho detto e lo ripeto: credo che la svolta in Iraq passi per un ruolo centrale dell'Onu e non per il ritiro immediato delle truppe occidentali. Come non lo crede Josè Rodriguez Zapatero. Vorrei essere chiaro. Il neopremier spagnolo non dice: il 30 giugno me ne vado. Zapatero avverte: così non va, e se la situazione non cambia, se gli Usa insistono con una politica sbagliata che ha peggiorato e non migliorato la situazione, vengo via. Il suo obiettivo è cambiare la politica occidentale in Iraq, non ritirarsi il prima possibile. E' la stessa clausola del 30 giugno che avevo posto quattro giorni prima di lui. Solo che per alcuni, se l'avanza Zapatero è un punto di riferimento, se lo faccio io, a sinistra vengo accusato di cedimento alla politica di George Bush " Lo dicono alcuni dei vostri alleati.
" Lo so bene: per questo sono irritato.
Per mesi, sull'Iraq si è cercato di far credere che soprattutto i Ds e la lista unitaria, non fossero contro la guerra. Agli alleati dico: comprendo le ragioni di ciascuno, ma non si può giocare cinicamente con la pace per avere uno 0,5 per cento in più alle elezioni. Perché in queste settimane non si è polemizzato contro le Acli o la Cisl che avevano la stessa nostra posizione? Perché non sono concorrenti elettorali. Ma gli alleati ricordino che dovremo governare insieme. Abbiamo il dovere di spiegare all'opinione pubblica se siamo un centrosinistra in preda alle velleità estremistiche e ai calcoli di bottega, o se sappiamo guidare in modo credibile il Paese, e restituire speranza ad un Paese incerto e smarrito " .
I Ds hanno puntato il dito contro la campagna del Pdci di Oliviero Diliberto. E vi è stato risposto di guardare anche in casa vostra. Lo ha fatto, segretario?
" La necessità di comportamenti coerenti, di una solidarietà autentica tra forze del centrosinistra vale ancora di più per chi è nello stesso partito. E mi conforta che Fabio Mussi e Cesare Salvi ieri abbiano pronunciato parole chiare di solidarietà e di condanna " .
Non erano scontate?
" E' bene che ci siano state. Ma vorrei anche dire a persone come Gino Strada, che ci ha bollato come ' delinquenti politici', o a padre Alex Zanotelli: come pensate di risolverla la transizione irachena? Il problema è venire via per salvarsi l'anima? E poi? Dobbiamo spegnere anche la televisione, però, per non vedere ogni sera le immagini della tragedia.
Guardiamo a quanto accade in Kosovo, dove da quattro anni ci sono soldati europei, fra i quali molti italiani, che presidiano la zona per impedire la guerra.
Che facciamo anche lì? Veniamo via e lasciamo che si sgozzino fra loro serbi e kosovari? Sia chiaro, non ho certezze. Dopo la manifestazione di sabato, chiederò un incontro al Tavolo della Pace: voglio discutere con loro su come, insieme, diamo una prospettiva a tutta la gente che sabato era in piazza " .
Pensa che i Paesi che partecipano alla missione in Iraq siano in pericolo, e chi ne resta fuori sia salvo?
" No, non lo penso affatto. E aggiungo che, oltre che vile, mi sembra un calcolo illusorio. Il terrorismo colpisce dovunque. E se uccide a New York, Madrid o Gerusalemme, mi sento colpito. Penso che il terrorismo sia una nuova forma di guerra. Senza divise, né bandiere, né territorio. Oggi è il principale pericolo per la sicurezza del mondo e, come dice Bill Clinton, ci fa vedere la faccia oscura e marcia della globalizzazione. Per questo occorre una strategia adeguata, diversa da quella americana che considero sbagliata e inefficace; di più, controproducente " .
C'è anche chi ha detto che bisognerebbe tentare di dialogare con Al Qaeda.
" Sono in totale disaccordo. Un conto è capire e rimuovere le ragioni del risentimento antioccidentale che cresce nel mondo arabo e musulmano anche per responsabilità della politica di Bush. Altra cosa è riconoscere il terrorismo. Secondo me, non si può né si deve dare nessun riconoscimento all'eversione, ma aiutare le classi dirigenti democratiche e moderate dei Paesi islamici a liberarsi dall'ipoteca del terrorismo fondamentalista " .
Non teme che in Italia la sua politica le faccia perdere voti?
" Al contrario. E voglio sapere da alcuni alleati se giochiamo per vincere insieme, o per perdere con una manciata di voti in più per qualcuno. In ogni caso, sia chiaro: non tollereremo più l'uso strumentale e violento del pacifismo. Che colpisca noi o altri " .
"Mai più in piazza con i violenti"
Intervista a Francesco Rutelli
Federico Geremicca su La Stampa
Francesco Rutelli apre una cartellina che è in bella vista lì, sulla scrivania. Ne estrae un foglio. Dice: "Questo è il documento preparatorio del congresso che abbiamo appena tenuto a Rimini". Legge: "Se tutti hanno il diritto di definirsi pacifisti, è giusto accettare politicamente che alcuni si facciano scudo dietro questa definizione mentre portano avanti scelte inaccettabili?". Volta pagina e legge ancora: "Oggi è il tempo di contrastare culturalmente chi si definisce pacifista ma non sconfessa il terrorismo mediorientale, non contrasta regimi dittatoriali e chiude gli occhi sui crimini e le violazioni dei diritti umani, a Cuba come in Cecenia". Rutelli ripone il dattiloscritto e dice: "In ragione di queste affermazioni, anche noi della Margherita siamo stati definiti da qualche mestatore "amici di Bush". Bene. Dopo quel che è accaduto sabato a Roma, mi pare sia giunto il momento di un definitivo chiarimento. Per quanto ci riguarda, dico che non sono più accettabili manifestazioni nelle quali vengono innalzati striscioni che inneggiano alla presunta resistenza irachena e cortei con gente in passamontagna e il volto mascherato".
Sono le cinque del pomeriggio di una domenica che chiude una settimana gonfia di tensioni e di paure. Una settimana, diciamola tutta, che pur essendo iniziata con la vittoria socialista a Madrid, non è stata proprio felicissima per il centrosinistra. Prima le polemiche velenose sulla partecipazione alla manifestazione bipartisan del Campidoglio; poi l'assalto a Piero Fassino ed ai militanti ds che sabato hanno sfilato per le vie di Roma; infine le dichiarazioni e i documenti con i quali, dopo l'aggressione subita, il leader della Quercia ha aperto una esplicita polemica nei confronti dell'ala sinistra dell'Ulivo. Dice Rutelli: "E' stata una decisione sua, di Piero, ma io concordo con la scelta di non minimizzare l'accaduto e gli confermo la totale solidarietà. Forze organizzate erano lì per impedirgli di marciare e di esprimere il suo pensiero. Inaudito. E allora ripeto: basta a striscioni politicamente inaccettabili, basta agli incappucciati nelle manifestazioni in cui siamo presenti. E questo lo dico pensando non solo alle sorti del centrosinistra, ma anche ai destini e al futuro del movimento pacifista".
Che c'entra, scusi, il movimento pacifista?
" Letture estreme e unilaterali della realtà, accompagnate da spranghe, passamontagna e violenze, hanno già inquinato e in fondo arrestato il grande movimento critico verso la globalizzazione che andò in piazza a Genova per il G8. La forte spinta per uno sviluppo economico democratico ed equo, fu strumentalizzata da professionisti della guerriglia urbana: ed abbiamo visto quanto tempo è occorso per tentare di smontare il sillogismo "no global uguale violenza". E' da irresponsabili esporre il grande movimento per la pace e contro il terrorismo allo stesso rischio".
Dopo gli incidenti di sabato Fassino ha attaccato e richiamato alle proprie responsabilità alcuni partiti e alcuni leader del centrosinistra. Pensa anche lei che Diliberto e Rizzo, per fare due nomi, abbiano soffiato sul fuoco delle violenze?
" Ho letto dichiarazioni che definivano la partecipazione al corteo della lista unitaria e delle altre forze del centrosinistra "su curve contrapposte", come tifoserie avversarie in uno stadio. Qualcuno ha definito arrogante la presenza organizzata dei Ds alla manifestazione. Altri, dopo gli insulti a Fassino, hanno detto che "se l'è cercata". L'intera lista unitaria è stata definita una lista di traditori. Ecco, tanto queste affermazioni tanto quel che è poi successo, rendono necessario un esplicito chiarimento nel centrosinistra. Un chiarimento non più rinviabile".
Resta il fatto che ancora una volta, e dopo aver portato centinaia di migliaia di persone in piazza a Roma, l'opposizione - dividendosi - ha permesso alla maggioranza di governo di cantar vittoria...
" Il governo, ormai, è al massimo dell'irresponsabilità. Cosa fanno per cambiare le cose, oltre a rilasciare dichiarazioni contro il centrosinistra? Cosa hanno in mente? Siamo il terzo Paese per presenza militare in Iraq: cosa propongono? La vicenda spagnola fa risaltare l'inerzia del governo italiano, da sempre su posizioni povere e subalterne. Noi del centrosinistra abbiamo il problema di chiarire alcune cose serie al nostro interno. Loro della maggioranza hanno un dovere assai più grande: dimostrare di essere in grado di esercitare un'influenza in Europa e a livello internazionale. Cosa che fino ad ora non è accaduta affatto".
L'Ulivo chiama in causa Prodi
"Deve farsi carico dei problemi"
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA Da più di un anno i leader del centrosinistra dicono che " il governo del centrodestra non regge più " . Da più di un anno ripetono che " bisogna costruire una credibile alternativa di governo " . Ma quanto è accaduto sabato alla manifestazione pacifista è parso un voto di sfiducia al progetto che punta a unire l'opposizione nella sfida al Polo. Su un tema cruciale come la politica estera, i fragili equilibri che avevano retto in Parlamento sono crollati in piazza. Così, dopo le condanne per gli atti di intolleranza e la solidarietà a Piero Fassino, l'Ulivo si trova a dover affrontare il vero nodo politico che non è stato ancora sciolto: l'assenza di un programma comune.
E il problema chiama direttamente in causa Romano Prodi. Nei colloqui riservati è da tempo che i maggiorenti della lista unitaria ne discutono. Ora la questione verrà inserita in cima all'agenda e sottoposta all'attenzione del Professore, " perché come spiegava ieri il leader della Quercia ai suoi anche chi si candida alla guida dell'alleanza deve farsi carico del problema ".
Sottoposti a una guerra di logoramento, costretti a sopportare un assedio dal centro e da sinistra, " i Ds - avvisa un importante esponente del partito - ritengono sia giunto il momento di riflettere sulla coesione politica e programmatica della coalizione, così come sull'affidabilità della leadership. Noi di sicuro ci rifletteremo " .
E' vero che mancano ancora due anni alle elezioni politiche, ed è vero come fanno notare autorevoli dirigenti dell'Ulivo che " dal punto di vista tattico non è opportuno chiamare subito in causa Prodi, impegnato per ora Europa " .
Ma Fassino non ha intenzione di attendere l'autunno. Eppoi c'è il rischio di danneggiare il triciclo. Per impedire ripercussioni sulla lista e per evitare danni di credibilità all'immagine del centro- sinistra, anche Francesco Rutelli ritiene opportuno muoversi subito: " Servono regole condivise nella coalizione. Nei prossimi giorni ci muoveremo, e lo faremo insieme " . Il riferimento è agli altri leader del cartello elettorale, che si apprestano a una serie di vertici con gli alleati: " Bisogna esser chiari con gli elettori.
Anche perché negli anni a venire i temi del terrorismo e della sicurezza saranno centrali nell'azione di governo. E noi dovremo essere affidabili al cospetto del Paese " .
C'è una netta differenza tra chi - come Enrico Boselli - ricorda che " l'Italia ha vincoli e impegni internazionali a cui non può venir meno " , e chi sabato esponeva cartelli che Rutelli definisce " inaccettabili " : " Un conto è l'impegno per trovare soluzioni pacifiche alle crisi, ben altra cosa è manifestare insieme a chi sfila inneggiando alla resistenza irachena. Ma quale resistenza, quelli sono terroristi. No, non potrà più avvenire una simile cosa " . Il fatto è che nel centro- sinistra tutti sanno di dover fare i conti con quella parte di elettorato, visto che anche quella parte serve per battere il Polo. E d'un tratto s'intuisce che il problema vero non è legato ai rapporti con i Comunisti italiani e con i Verdi.
" Il problema più complicato - sottolinea un esponente della Margherita - è il rapporto con Rifondazione. Il clima con loro è buono, ma sotto il profilo programmatico è ancora tutto per aria " .
Il segretario dello Sdi ammette che " sulla politica estera la difficoltà è oggettiva. Ma dovremo sforzarci per trovare una linea comune " . Rutelli, alla vigilia del voto parlamentare sulle missioni militari, aveva tentato di porre la questione: " C'è un problema di credibilità per chi si candida a governare. Per questo motivo andrà messo nero su bianco nell'accordo di programma tra il centrosinistra e il Prc che, in presenza di interventi sotto l'egida delle Nazioni Unite, l'Italia dovrà impegnare uomini e risorse " . Peccato che il giorno dopo Fausto Bertinotti abbia risposto picche. Nella Margherita c'è chi non accetta il modo in cui finora si è dialogato con Rifondazione, " perché è stato evidente a un certo punto che si volesse spostare nel tempo la soluzione del problema.
Una tentazione legata magari al sogno che nel 2006 i voti del Prc non siano necessari per governare. Ma già nel ' 96 sperammo nella stessa cosa. E invece... " .
Se oggi è evidente la distanza sulla politica estera, non è da meno la distanza sulla politica economica. Lo scorso autunno, quando fu chiaro che il centrodestra avrebbe puntato alla riforma delle pensioni, Enrico Letta incoraggiò tra il serio e il faceto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti: " Andate avanti voi, così quando arriveremo noi a Palazzo Chigi, non dovremo affrontare la questione " . Tremonti, sorridendo, pose un interrogativo al responsabile economico della Margherita: " A parte il fatto che rimarremo dove siamo, pensate davvero che tutto si possa risolvere con la riforma della previdenza? Vorrei vedervi al governo: nel 2007 dovreste porre mano alla spesa sanitaria, che corre a ritmi vertiginosi. Riuscireste a farlo " ?
Ucciso da un razzo lo sceicco Yassin
Hamas minaccia Israele: "Faremo centinaia di morti"
Redazione de l'Unità
Forze dell'esercito di Israele hanno ucciso questa mattina a Gaza lo sceicco Ahmed Yassin, il leader di Hamas, il movimento fondamentalista responsabile di numerosi attentati contro la popolazione civile israeliana.
Secondo le prime testimonianze disponibili lo sceicco aveva appena completato presto mattina presto le preghiere nella moschea Sabra, vicino alla sua residenza, quando uno o più elicotteri israeliani sono comparsi nelle vicinanze e hanno sparato tre missili contro la jeep con la quale era solito spostarsi. Con Yassin sono rimaste uccise anche le sue guardie del corpo.
Il leader di Hamas era miracolosamente sfuggito sei mesi fa a un analogo tentativo di eliminazione da parte della aviazione israeliana. La casa in cui si trovava fu bombardata da un aereo israeliano, ma lo sceicco, tetraplegico e costretto a spostarsi in una sedia a rotelle, riuscì allora a cavarsela con una ferita alla spalla.
L'annuncio della morte di Yassin è stato dato poco dopo dai minareti di Gaza. Migliaia di palestinesi si sono riversati nelle strade della città al grido di 'Allah hu-Akhbar' (Dio è grande). Subito un dirigente dell'altra organizzazione fondamentalista di Gaza, Khaled el-Batash, della Jihad Islamica, ha giurato che la morte di Yassin sarà vendicata: "La nostra guerra (con Israele) entra oggi in una nuova fase" ha detto. E anche
Hamas ha annunciato "una vendetta senza precedenti".
Stando alla stampa israeliana l'ordine di eliminare i dirigenti delle organizzazioni fondamentaliste di Gaza responsabili degli attentati kamikaze contro la popolazione civile israeliana è stato dato la settimana scorsa all'esercito dal premier Ariel Sharon dopo l'attentato di Ashdod, costato la vita a 10 persone, ma che avrebbe potuto avere conseguenze ancora più devastanti se fosse stato colpito un vicino deposito di bromo.
L'uccisione di Yassin è stata condannata dall'Autorità nazionale palestinese che in un primo commento l'ha definita "una operazione codarda e pericolosa". L'Anp ha anche proclamato tre giorni di lutto nei territori palestinesi.
Per timore di ritorsioni da parte dei gruppi del terrorismo palestinese, Israele ha proclamato lo stato di massima allerta su tutto il territorio, e ha deciso la chiusura dei punti di passaggio con la Cisgiordania e con Gaza. Tutti gli obiettivi sensibili nelle principali città israeliane, locali pubblici, scuole, centri commerciali sono ora presidiati dalla polizia. Unità anti-sommossa inoltre sono state messe in stato di allerta nel timore di possibili dimostrazioni da parte della popolazione araba israeliana. Massima allerta anche nelle carceri dove sono reclusi migliaia di miliziani palestinesi.
Uno dei dirigenti di Hamas, Abdel Aziz Rantisi (lui stesso scampato l'anno scorso a un tentativo di assassinio da parte di Israele) si è recato nell'ospedale al-Shifa di Gaza per visitare i feriti e per rincuorare i seguaci di Hamas.
Rantisi ha detto all'Ansa che da tempo Hamas aveva previsto la uccisione di Yassin e che per questa ragione aveva organizzato una leadership parallela, segreta e clandestina: tale leadership - ha aggiunto - ha avuto ordine di prendere in pugno la situazione e di organizzare la ritorsione contro Israele. Stando alla radio israeliana sarebbe stato lo stesso premier Sharon a seguire personalmente l'operazione.
Francia, un colpo a Chirac
Nel voto regionale vince la sinistra, avanza Le Pen
Giampiero Martinotti su la Repubblica
PARIGI - Soffia un vento spagnolo sulla Francia delusa dal tandem Chirac-Raffarin, un inatteso effetto Zapatero esce dal voto per le regionali e premia la sinistra riformista, ma il Fronte Nazionale, con il 17 per cento dei voti, conferma il suo ruolo di terza forza politica del paese. Per una volta, il risultato delle urne è limpido, senza possibilità di contestazioni: secondo gli exit poll, la sinistra ottiene il 40,5 per cento e supera nettamente il centrodestra, fermo al 34 per cento, uno dei suoi peggiori risultati, seguito dal Fronte nazionale, che oscilla attorno al 17-17,5 per cento, mentre i trotzkisti non vanno al di là di un modesto 5 per cento. Un avvertimento chiarissimo al governo e in particolare al primo ministro, Jean-Pierre Raffarin: nel Poitou-Charente, la regione governata per 14 anni dal primo ministro, la sinistra ha sfondato ed è in vantaggio di 15 punti. Gli equilibri regionali si decideranno nei ballottaggi di domenica prossima, ma la vittoria politica della sinistra è incontestabile.
L´elettorato francese, fedele a se stesso, ha ancora una volta sorpreso politologi, giornalisti e istituti demoscopici. I risultati di ieri sera non erano stati previsti da nessuno, anche se i sondaggi mostravano il crescente malumore verso il governo. Tre dati spiccano con chiarezza. Il primo riguarda la partecipazione: contrariamente alle aspettative, si è votato più del previsto (l´astensione dovrebbe situarsi al 39 per cento contro il 42 delle regionali 1998), segno che il malcontento può esprimersi anche con una scheda elettorale e non solo con l´astensionismo. Secondo elemento: il netto vantaggio della sinistra riformista. In qualche modo, la gauche è riuscita a cancellare il trauma di due anni fa, quando Lionel Jospin fu eliminato al primo turno delle presidenziali. I socialisti sono riusciti a evitare la moltiplicazione delle candidature concorrenti e hanno raccolto i frutti delle proteste. Infine, terzo elemento, l´estrema destra francese si conferma come la più radicata e la più forte d´Europa. Il movimento di Jean-Marie Le Pen ottiene quasi lo stesso risultato che alle presidenziali, un fenomeno nuovo: di solito, l´Fn è più forte quando il suo leader è in lizza, perde voti nelle elezioni politiche e amministrative. Questa volta non è successo: i voti ottenuti da Le Pen nel 2002 sembrano ormai entrati stabilmente nel patrimonio dell´estrema destra. La politica repressiva del ministro dell´Interno, Nicolas Sarkozy, non ha portato nessun frutto alla destra moderata in termini di suffragi.
La vittoria netta della sinistra sul piano nazionale dovrebbe tradursi domenica prossima nella conquista di numerose regioni. Non bisogna però dimenticare che le elezioni a due turni possono presentare volti diversi e che l´elettorato di centrodestra potrebbe mobilitarsi per tentare di raddrizzare la situazione: in una regione simbolo come l´Ile-de-France, la più popolosa del paese, controllata dalla sinistra, si annuncia un testa a testa. Per il momento, i moderati hanno una sola consolazione: il rinnovo parziale dei consigli generali (provinciali) è più favorevole alla destra, che non perde voti. Bernadette Chirac, moglie del presidente della Repubblica, è stata rieletta al primo turno nel consiglio della Corrèze e si conferma così come l´unica first lady occidentale con un mandato elettivo.
Se il calcio finisce in mano agli ultras
Gianni Mura su la Repubblica
Allucinante quel che è successo all'Olimpico. Senza precedenti, ma la sospensione del derby è già un precedente. Nell'intervallo di Lazio-Roma si sparge la voce che un bambino è morto, travolto da un'auto della polizia, negli incidenti del prepartita. I tifosi delle curve, all'inizio del secondo tempo, invocano la sospensione. L'arbitro ferma il gioco. Qualche capotifoso entra in campo a parlare coi giocatori. Una parte dello stadio grida "assassini". Un portavoce della questura all'altoparlante smentisce la notizia: non è successo niente di grave, non è morto nessuno.
Ma i conciliaboli sul campo continuano per una ventina di minuti. Rosetti parla al telefonino con la Lega (col presidente Galliani) ed è autorizzato alla sospensione. Di sfuggita, ci si può chiedere dove fossero quelli della Federcalcio, o i dirigenti arbitrali, e perché Rosetti parli con Galliani. Poi uno si dà la risposta che vuole. Sky fa un buon servizio di copertura, molto responsabile. Si sente Cassano dire all'arbitro "facciamo una figura di merda" (continuando a giocare). E quindi tutti a casa, e adesso parliamo di una sospensione (allucinante, ripeto) per voce incontrollata.
Basta questo? Purtroppo sì, questo è bastato. Strano contrappasso: il calcio non s'è fermato per le stragi, nemmeno l'ultima di Madrid. Il calcio non s'è fermato con decine di morti dentro lo stadio, all'Heysel, né con un morto ammazzato dentro lo stadio o appena fuori (Paparelli, Spagnolo). Il calcio si ferma per una notizia falsa, per un bambino mai morto, per una leggenda metropolitana fatta circolare. Da chi e perché, il vero punto è questo, e non è il solo. I giocatori (più quelli della Roma che quelli della Lazio, è parso in tv) hanno deciso di non giocare e, a quel punto, era una decisione logica, perché la partita non aveva più senso, era stata sequestrata, chi si ricordava più del palo di Fiore e del palo di Totti.
Il calcio si scopre estremamente fragile. È in ostaggio. Lo stadio è un luogo di svago, nel migliore dei casi, ma è anche un luogo pericoloso. I calciatori non sono criticabili, questo va detto. Con le informazioni che avevano (un misto di sommarie, ufficiali, urlate, contrastanti) non potevano fare diversamente. Tante volte sono stati accusati di insensibilità, di vivere sulla torre d'avorio, di ignorare la realtà che li circonda. Non l'hanno ignorata e non era la realtà, ma non è colpa loro.
Sono stati minuti lunghissimi, tesi, aspri. E hanno portato alla sospensione per volontà popolare. Ma si può definire volontà popolare un'isteria collettiva? Chi era a casa ha vissuto la situazione come quelli che erano alla stadio. Sarà morto o no il bambino? Sarà vera la smentita o lo dicono per motivi di ordine pubblico? Col tempo si è capito che la smentita era vera. Ma restano altre preoccupazioni. Nei brutti tempi che viviamo, col terrorismo che colpisce ovunque, si è al riparo da una voce incontrollata che parla di una bomba in uno stadio o si dovranno contare le vittime della reazione a una bomba che non c'è? Dopo la partita ci sono stati scontri, per le strade di Roma, e già allo stadio si respirava non un clima non di violenza (non autorizzato da una partita corretta, finché è durata) ma di voglia di violenza, fatta o subìta non importa. Come se un morto, non già un gol, fosse il valore aggiunto della serata. E poi ci sono altre possibile conseguenzi: quanti avranno voglia di portare un bambino allo stadio, dopo quei minuti d'angoscia?
È andata bene, dicono quelli della polizia, poteva andar peggio.
Probabilmente è così, poteva andar peggio. Per un difetto di comunicazione, un equivoco, una voce fatta circolare ad arte (e se sì, con quale obiettivo?). È già stata aperta un'inchiesta. Non occorre un'inchiesta invece per dire che il nostro calcio (l'immagine ma anche la sostanza) ne esce più fragile, sporco e malato. Si è tanto parlato, e giustamente, di bilanci. Si è parlato meno, però, di una violenza che c'era e continua a esserci, anzi è ancora molto forte e incontrollata. Talmente forte da autogiustificarsi col nulla.
Il calcio elettorale
Massimo Gramellini su La Stampa
Il terrorismo fa paura, ma meno della serie C. Così il pallone in bancarotta diventa argomento di campagna elettorale e preoccupazione per l'ordine pubblico. Milioni di voti romanisti e laziali, ma anche il timore di sommosse di popolo, spingono Berlusconi e Fini a promettere l'ennesimo intervento salvifico. E non è difficile immaginare di cosa si tratti: un condono fiscale che estenderà alle squadre di calcio la legge del più furbo già applicata agli individui. Fai pure debiti per scritturare campioni e inseguire scudetti, mentre gli altri vivono di stenti, vendendo i giocatori migliori o rinunciando a comprarli. Tanto poi arriverà il governo a salvarti e anche l'opposizione chiuderà un occhio, come ha già cominciato a fare Veltroni, sindaco di Roma.
Solo la Lega Nord si oppone all'idea che l'intero popolo italiano debba pagare lo stipendio di Emerson e Stam. Ma è l'unica che può permetterselo: la sua curva vota per Atalanta, Brescia e Chievo. Il colmo della beffa è che avrà pure un finale edificante. La politica darà il suo aiutino in cambio della promessa solenne a rigare diritti: dimezzando gli ingaggi dei fuoriclasse o, meglio ancora, cedendoli alla squadra del presidente del Consiglio, che sta all'origine di questo scempio fin dai tempi in cui strappò Lentini al Toro, riempiendolo d'oro neanche fosse Pelé. E quegli italiani che non tifano Juvemilaninter né le Romane, ma che esistono ancora nonostante la televisione faccia finta di no, si sentiranno presi in giro ancora una volta.
Albertini e Veltroni a confronto
Appuntamento a Palazzo Marino
Laura Asnaghi su la Repubblica
Si apre stamattina la due giorni di confronto tra il sindaco Gabriele Albertini e il suo collega romano Walter Veltroni, ospite in città con una delegazione di sette assessori. Teatro di questo storico incontro, mirato ad una alleanza strategica tra le due capitali accomunate da molti problemi, sarà Palazzo Marino. Ma in vista di questo confronto non mancano le polemiche. A sollevarle è la Lega. Matteo Salvini, il capogruppo del Carroccio in consiglio comunale, critica il sindaco che ha definito Veltroni "un amico". "Ma quale amico - dice Salvini -. Da Roma sono arrivate solo fregature. Due casi per tutti: Rai e Malpensa, significano un mare di soldi negati ai milanesi". Interviene anche la presidente della Provincia Ombretta Colli, che invita a parlare di "temi concreti, come il sistema aeroportuale", e avverte che occorre anche il coinvolgimento di Provincia e Regione
Polemiche a parte, i primi cittadini di Milano e Roma hanno deciso di mettersi intorno a un tavolo e fare i conti con i problemi più caldi delle due città: dal traffico sempre più caotico e ingestibile a quello dell´inquinamento che rende l´aria irrespirabile. Dal problema degli anziani e dei bambini a quello della vivibilità di una città, più, naturalmente tutti i grandi temi legati al lavoro e alla disoccupazione crescente, i servizi da garantire ai cittadini, così come i programmi culturali e di intrattenimento.
Lo spirito di questa iniziativa è basato sulla collaborazione reciproca. Basta, dunque, con le rivalità, con le sfide che non portano a nulla e sì "a una alleanza nell´interesse dei cittadini" come ha ricordato, nei giorni scorsi, Veltroni.
Oggi per tutta la giornata i due sindaci discuteranno a Palazzo Marino ma, in serata, li attende un dibattito al teatro Strehler. Il sindaco di Roma, il suo vice, Maria Pia Garavaglia e l´assessore alla Cultura Gianni Borgna saranno i protagonisti dello "Spettacolo della cultura". E qui, sul palco dedicato a Giorgio Strehler, si esibiranno alcuni artisti, attualmente in tournée a Roma, come Massimo Ghini, Serena Autieri, Fiorella Mannoia, Nicola Piovani, Massimo Popolizio, Alessia Marcuzzi, Stefano Di Battista e Nicky Nicolai.
Per domani, seconda giornata del confronto, saranno l´economia, la finanza, l´architettura e l´urbanistica a tenere banco. In mattinata l´appuntamento è alla Camera di commercio, in via Meravigli. Andrea Mondello, il presidente dei commercianti romani e gli assessori economici della giunta capitolina, affronteranno le questioni legate alla gestione delle aziende municipalizzate, discuteranno del problema del reperimento delle risorse economiche e degli investimenti infrastrutturali per i prossimi anni.
Nel pomeriggio, altra tappa. La delegazione si trasferisce alla Triennale, per parlare degli "spazi urbani e la comunità". Verranno passati ai "raggi X" tutti i progetti che porteranno significativi cambiamenti, sia dal punto di vista architettonico che urbanistico, della capitale. Si parte del nuovo piano regolatore a quello che definisce i nuovi interventi di carattere sociale per sostenere le fasce deboli della popolazione.
Contro la cultura del lamento
Il nuovo milanese
Guido Martinotti sul Corriere della Sera
La lunga esplorazione alla ricerca della perduta identità di Milano, che lascia cadere periodiche note di viaggio sulle pagine del Corriere,
non ha dato a mio avviso risultati entusiasmanti. Molte persone me compreso, soprattutto agli inizi hanno dato il loro contributo volonteroso, ma il fatto stesso che si continui a cercare dice che quest'oggetto non si trova. Si continua a cercare, forse anche perché in questo viaggio, come nel famoso logo della Cunard Line, " Going there is half of the fun " ( siamo già alla metà del divertimento). Ma ogni bel gioco dura poco e non vorrei che finissimo per trovarci, come nel proverbio russo, in una cantina buia, senza lampada a cercare un gatto nero che non c'è.
Voglio dire che il catalogo delle analisi e delle proposte, alcune del tutto estemporanee e persino decisamente bizzarre, appare a chi legge assai più come segno di disorientamento che di avanzamento verso la meta.
E così mi è venuto il sospetto che l'identità perduta non sia quella della città, ma quella di chi la sta cercando. In questi ultimi decenni Milano è cambiata molto, ovviamente, ma così è accaduto a molte altre città e non mi risulta che, per chi la vede dall'esterno, Milano risulti molto diversa dalla sua immagine tradizionale diffusa in tutto il mondo. Quella di una città attiva, con uno stile di vita produttivo e pragmatico, spendacciona ma non scialona, e con una intensa attività culturale.
Anche il ricorrente refrain del confronto con Roma, mi sembra assai più un rovello dei milanesi che non dei romani. I miei amici americani giudicano positivamente Milano come " a regular town " . Così le lamentele sulla perduta identità non vengono da fuori, ma da chi ci vive; e a guardarne bene il contenuto appaiono molto auto- referenziali. Più che non riconoscere la città, chi si lamenta non vi si riconosce più.
Ci sono esempi sui quali vale la pena soffermarci ( e lo faremo in un prossimo articolo sui circoli culturali), ma leggendo e ascoltando lamentele e denunce appare a tutti evidente che alcuni dei settori maggiormente attenti della classe dirigente milanese non si ritrovano più nel loro ruolo. Anche da questo punto di vista, però, penso che i cambiamenti, spesso additati come origine di tanti guai, non siano stati gran cosa.
Se mi guardo intorno, nei luoghi deputati, ai concerti, nel mondo culturale, dello spettacolo o delle professioni vedo molte delle firme e facce di trenta o quarant'anni fa. Sono invecchiate, questo è inevitabile, e molte purtroppo non l e vediamo più, ma in vari casi sono state sostituite da figli o parenti. E se il problema di Milano fosse che c'è stato troppo poco, invece che troppo, rinnovamento? Forse più che cercarla, l'identità andrebbe rinnovata: l'identità non si scopre, ma si costruisce.
22 marzo 2004