
sulla stampa
a cura di P.C. - 27 febbraio 2004
Telekom, l'Ulivo lascia la commissione
"Va sciolta e vogliamo le scuse"
Claudia Terracina su Il Messaggero
ROMA I 17 deputati e senatori delle opposizioni, dall'Ulivo a Rifondazione comunista, si sono dimessi dalla commissione Telekom Serbia dopo l'arresto del faccendiere Antonio Volpe, che il deputato azzurro Alfredo Vito accompagnò a palazzo San Macuto per consegnare un dossier che avvalorasse le accuse di Igor Marini contro Prodi, Dini e Fassino, e, in una lettera, hanno chiesto ai presidenti delle Camere Casini e Pera di azzerarla e al presidente Enzo Trantino di An di dimettersi. Ma il centrodestra dichiara di avere assolutamente intenzione di andare avanti, nonostante il presidente Trantino abbia ammesso che "esiste una centrale di depistaggio". Solo il leghista Calderoli chiede che si dimettano "coloro che, anche involontariamente, hanno avuto a che fare con i depistaggi". E scende in campo anche il premier Berlusconi che difende a spada tratta l'operato della Commissione definendolo "corretto e lineare".
Da parte loro, Fassino e Prodi hanno confermato che non andranno più a rispondere alle domande dei commissari, perché ritengono l'arresto del testimone Volpe, dopo quello di Igor Marini, un episodio che delegittima del tutto la credibilità della Commissione. Per il segretario dei Ds, "la vicenda Telekom Serbia è stata usata come una clava dal centrodestra contro l'opposizione. Sono state messe in campo montature, sono comparsi uomini loschi e oscuri che oggi la stessa magistratura indaga per calunnia. Fin dall'inizio mi sono chiesto e continuo a chiedermi chi sono questi signori - insiste Fassino - perché hanno detto falsità e soprattutto chi l'ha spinti a dire queste calunnie. E mi chiedo anche perché la destra non abbia preso le distanze dalle calunnie ed anzi le abbia ampiamente avallate. Perciò oggi la commissione ha perso credibilità".
Ma per il premier Berlusconi "l'operato della commissione Telekom-Serbia appare tutto sommato corretto e lineare". E, anzi, punta il dito contro i governi dell'Ulivo che "hanno sovvenzionato un dittatore con i soldi pubblici dei cittadini italiani. E' questo il fatto principale al quale non vedo cosa i vari testimoni potessero aggiungere". Immediata la replica di Fassino: "Non rispondo alle provocazioni di Berlusconi. È la destra che deve rendere conto di una montatura ai danni della sinistra". Il centrodestra si allinea, con l'eccezione del leghista Roberto Calderoli, che si è detto favorevole alle dimissioni di chi si rivelerà un depistatore. per il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi "Prodi e Fassino voglio solo alzare un polverone per mascherare le loro responsabilità, che non riguardano solo Telekom Serbia, ma anche la Banca 121".
Il presidente della Commissione, Enzo Trantino, ha indetto una conferenza stampa per respingere le accuse e per accreditare la tesi secondo la quale esisterebbe "una centrale di depistaggio anarchica che danneggia sia il centrosinistra che il centrodestra fornendo elementi poi rivelatisi falsi".
Il pallone nella rete della Finanza
Vittorio Emiliani su l'Unità
Una giornata nera per lo sport più popolare - quello della pedata - coi finanzieri spediti dalla Procura di Roma in tutte le società di A e di B, in Lega e in altri uffici a raccogliere documenti sul doping amministrativo, cioè sulle tante compravendite con plusvalenze di fantasia atte a drogare i bilanci.
Una giornata per altro verso epocale (non si sa bene in quale direzione). Una giornata nella quale si dà per certo il subentro di misteriosi neo-paperoni russi direttamente in una delle big del campionato, l'A.S. Roma. Che passa dalle mani bonarie, de noantri, del vecchio Franco Sensi, petroliere, immobiliarista, area dc, a quelle dei titolari della Nafta Moskva. Disposti a sborsare 400 milioni di euro per aggiudicarsi Totti e compagni sanando debiti, pagando stipendi arretrati, promettendo nuovi mirabolanti arrivi (Davids, Vieri, chissà). Ma il calcio dei paperoni non stava morendo sotto la montagna di quasi 1.800 milioni di euro di indebitamento lordo? sotto le due inchieste promosse dall'Unione Europea, sul decreto spalma-debiti (di cui tutti hanno usufruito, Milan incluso, salvo la Juve) e sulla contabilità societaria? sotto operazioni alla Parmalat o alla Cirio volte ad usare un football sempre più milionario e mercenario come schermo per tutt'altri giri?
Il disagio dei vecchi patron del calcio - al di là delle chiacchiere da Bar Sport di Berlusconi sulle due punte - è stato determinato soprattutto dal costo-giocatori più alto d'Europa, pari al 75 per cento dei ricavi. Addirittura superati col possesso giocatori e con l'ammortamento degli acquisti. Il caro-calciatori vede in testa proprio il Milan con 157 milioni di euro (il dato è del giugno scorso), seguito da Juve (132), Inter (124) , Lazio (106) e Roma (94). Lontane le altre. Ebbene, in questo turbinare di milioni di euro - più in uscita che in entrata - in questa tempesta giudiziaria imminente, dal cielo della capitale scende la Nafta Moskva della quale pochissimo si sa, un po' come di tutto il capitalismo recente della Russia di Putin. Vicina, si dice, al trentenne finanziere Abramovich che si è preso lo storico Chelsea dei Blues, ma che danno in pericolo per indagini giudiziarie al suo Paese. In freddo, questa Nafta Moskva, con lo stesso presidente Putin, il quale non può amare chi investe all'estero cifre colossali. Un cavaliere bianco, o meglio nero visto che di nafta e petrolio si tratta, per salvare la seconda squadra del campionato in corso e per non farle disertare l'Europa? Nel momento in cui tutto il calcio nostrano è sotto inchiesta per un deficit di trasparenza (oltre che per un surplus di megalomania), il salvatore viene dall'economia meno trasparente, dal capitalismo più primordiale d'Europa: è un bel paradosso. L'euforia ha sempre fragili basi. Poi, a volte, ne restano al suolo macerie.
"Se serve metto la fiducia"
Il premier sulla Gasparri
Claudio Tito su la Repubblica
ROMA - Due ore di faccia a faccia per fare il punto della situazione sui lavori parlamentari. Ma soprattutto per affrontare uno dei nodi più complicati per il governo e la maggioranza: la legge Gasparri. Il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ha invitato ieri a pranzo il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Una ventina di giorni fa era stato Casini, con un piccolo strappo al cerimoniale istituzionale, a far visita al premier a Palazzo Chigi.
"Sulla Gasparri - ha poi raccomandato il presidente del Consiglio ai "suoi" - non voglio più scherzi. C´è anche nel documento della verifica e non vorrei che qualcuno nella maggioranza, magari tra le fila dell´Udc, stia pensando a qualche trabocchetto". In realtà Casini ha cercato di rassicurare il suo interlocutore e di sdrammatizzare l´approdo del provvedimento in aula. Tentativo che verrebbe reso vano dalla questione fiducia cui il centrosinistra risponderebbe con un ferreo ostruzionismo e con un clima da barricate che proprio il presidente della Camera sarebbe chiamato a gestire. In più, la questione di fiducia sulla Gasparri darebbe l´immagine di una maggioranza poco compatta. Garanzie specifiche, comunque, non le ha potute fornire ricordando che al momento il regolamento di Montecitorio parla chiaro e sul voto finale, anche in presenza della fiducia, ci sarà lo scrutinio segreto.
Nassiriya di male in peggio
Marco Calamai su l'Unità
Oggi John Bourne, governatore inglese di Nassiriya, lascia il suo incarico alla CPA (Coalition Provisional Authority) dopo circa cinque mesi e viene sostituito da una italiana, Barbara Contini. Non si tratta, come ha detto qualcuno, di un normale avvicendamento ma, al contrario di un cambio - anticipato rispetto alla scadenza prevista (fine marzo) - che suscita non pochi interrogativi sulla situazione della provincia, Dhi Qar, nella quale opera il nostro contingente. È un tema sul quale vale la pena ragionare, anche alla luce delle prime dichiarazioni rilasciate alla stampa dalla stessa Contini .
Il cambio di guardia alla Cpa di Nassiriya È avvenuto all'improvviso. A quanto pare la decisione è stata presa in pochi giorni - anzi, sostiene la Contini, in poche ore - dal Foreign Office britannico il quale ha approvato la nomina proposta dagli anglo-americani in Iraq. La Farnesina si sarebbe limitata ad esprimere soddisfazione per la scelta di una italiana, un esperto civile che operava da qualche mese a Bassora, a un incarico di tale rilevanza. Non quindi una proposta avanzata dall'Italia agli alleati della coalizione bensì una decisione presa da Paul Bremer, il proconsole Usa a Baghdad, insieme al governatore inglese delle quattro provincie del Sud Iraq, che sarebbe stata comunicata all'ultimo momento al nostro governo.
Un fatto non solo singolare ma anche preoccupante, se si pensa alle gravissime incognite che pesano sulla evoluzione della drammatica vicenda irachena e alla estrema complessità della situazione sociale e politica a Nassiriya. Una decisione, la nomina della Contini, che a prima vista, nella logica della coalizione, "premia" lo sforzo italiano in Iraq e i prezzi drammatici (i morti del 12 novembre) che il nostro Paese ha già pagato per partecipare all'occupazione militare del paese, ma che in realtà rivela la posizione subalterna, priva di reale autonomia, del governo Berlusconi alla strategia dell'Amministrazione Bush. Ora, più che mai, l'Italia è in prima fila nel pantano iracheno, totalmente identificata con i britannici e gli americani che hanno deciso la guerra, esposta ai rischi della protesta che cresce nella popolazione e alle minacce del terrorismo.
Il governatore inglese Perché John Bourne - un funzionario britannico intelligente e preparato, profondo conoscitore del mondo musulmano (tra l'altro parla l'arabo molto bene), che ha lavorato giorno e notte con passione e intelligenza - lascia di colpo Nassiriya senza neanche avere il tempo di passare le consegne al suo successore che certo poco sa, come dimostrano le sue prime dichiarazioni, della situazione politica, a dir poco complicata, della provincia? Da quanto dice la stessa Contini, si intuisce un giudizio critico nei riguardi della gestione Cpa degli ultimi mesi. Pochi progetti, scarso impegno per la ricostruzione. Una affermazione vera ma le cui cause di fondo non vanno certo ricercate a Nassiriya. Chi scrive è convinto che non è certo colpa del solo John Bourne - il quale non poteva fare altro che eseguire gli ordini che venivano dall'alto - se le cose non vanno bene a Nassiriya (come nel resto del tormentato Iraq), bensì della strategia americana che ben poco ha fatto per avviare la ricostruzione civile e dunque per affrontare i problemi spaventosi che assillano la popolazione (disoccupazione, mercato nero, mancanza di acqua potabile, fognature a cielo aperto, degrado delle scuole e ospedali, mancanza di sicurezza a tutti i livelli...) e soprattutto nulla ha fatto, fino a questo momento, per avviare una vera transizione verso la democrazia tanto conclamata da Bush e dai suoi consiglieri.
Il ruolo dell'Italia Appare logico chiedersi, a questo punto, se per caso, dietro il cambio di guardia a Nassiriya, non ci sia anche, in realtà, l'intenzione, da parte anglo-americana, di coinvolgere ulteriormente gli italiani nella gestione politica e militare della provincia, in un momento denso di gravi incognite. Cosa dice la Contini a questo proposito? Nelle sue dichiarazioni si limita a parlare di impegno per la ricostruzione ma tace sul tema politico, ovvero la transizione verso la piena sovranità irachena, che è poi il problema dei problemi. Ed è inoltre singolare che nulla dica, il nuovo governatore, degli sforzi fin qui portati avanti da Bourne e dai civili della Cpa nel coordinamento delle elezioni locali che pure, richieste dalla popolazione, si sono tenute in diversi municipi. Un riconoscimento doveroso se non altro per le condizioni ambientali di estrema difficoltà (anche dal punto di vista della sicurezza, come hanno dimostrato i colpi di mortaio - per puro miracolo privi di conseguenze - di qualche settimana fa) in cui hanno lavorato i pochi civili a Nassiriya, soprattutto dopo il terribile 12 novembre. Il fatto vero è che l'Italia si trova ora, più che mai, invischiata in un contesto dove praticamente nulli sono gli spazi di iniziativa autonoma del governatore e dove al contrario altissimi sono i rischi, politici ed umani, che corrono sia i civili che i militari che operano nella provincia.
Di questi rischi era ben consapevole John Bourne il quale, ne sono convinto, si rendeva chiaramente conto dei disastri provocati dagli ordini che venivano da Baghdad. Cito un episodio: la sciagurata decisione di Bremer, presa all'inizio di novembre, di licenziare migliaia di lavoratori assunti dopo la guerra (tra cui, proprio a Nassiriya, anche tante persone perseguitate da Saddam) al solo scopo di limitare il deficit del bilancio iracheno secondo la logica classica del Fondo Monetario Internazionale. Un episodio emblematico che, guarda caso, provocò una acuta tensione nella provincia "italiana" proprio alla vigilia del terribile attentato del 12 novembre e che, lo ricordo bene, mise in grave imbarazzo proprio Bourne.
Il grande orecchio
Giulietto Chiesa su il Manifesto
Taci. L'amico ti ascolta! Il governo di quel tale che avrebbe dovuto guidare il centro-sinistra mondiale, è di nuovo nei guai per l'Iraq. Il suo ex ministro Claire Short gli ha messo tra le gambe la notizia che i servizi segreti britannici e americani avevano riempito di "pulci" nientemeno che il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan. Tony non smentisce e non conferma, perché - dice - non può. Ma non può nemmeno chiamare in giudizio la signora Short. Troppo rischioso, mica è la Bbc. E poi il suo governo poche ore prima aveva lasciato cadere l'accusa contro miss Khatarine Gun. La quale aveva rivelato, via fax al The London Observer, che i servizi segreti statunitensi ordinarono a quelli britannici di spiare, per conto loro, un certo numero di diplomatici stranieri delle Nazioni unite. Perché? Per Kofi Annan come per la storia rivelata da miss Gun, si trattava semplicemente di raccogliere quello che i russi chiamano "kompromat", materiali compromettenti. Si voleva sapere, probabilmente tutto della loro vita, anche privata, in modo tale da poter influenzare i loro comportamenti nel consiglio di sicurezza sulla faccenda della guerra irachena.
Per la precisione, oltre al segretario generale, gli oggetti di tante cure erano i diplomatici dei "paesi di mezzo" del consiglio di sicurezza - Angola, Bulgaria, Camerun, Cile, Guinea, Pakistan - quelli che sarebbero stati decisivi per raggiungere la maggioranza dei voti, e così costringere la Francia e la Russia a cedere, o a usare il diritto di veto, o a rimanere isolati.
Scopriamo così che Blair e Bush stavano compromettendo l'intero processo democratico delle Nazioni unite, torcevano il braccio a paesi sovrani, agivano al di fuori delle leggi internazionali per preparare un atto a sua volta illegale. E forse è solo un piccolo spaccato di un agire gangsteristico che pare essere diventato la norma.
Quindi è d'obbligo un avvertimento a tutti. Usate poco le comunicazioni elettroniche e fate come si faceva a Mosca ai bei tempi del socialismo reale sovietico. Cioè, se dovete dire qualche cosa a qualcuno/a, invitatela/o a fare una passeggiata nella via più rumorosa della città.
Così vorrei chiedere a quelli che non hanno votato per il ritiro dei nostri da Nassiriya, ma come si fa a stare laggiù in quella compagnia? Non vi accorgete che in questo modo, dimostrate - tra l'altro - un solenne disprezzo per l'intelligenza degli iracheni? Non vi passa per l'anticamera del cervello che loro ci percepiscono laggiù esattamente per quello che Berlusconi e Bush hanno voluto che fossimo? Cioè degli aggressori?
Non vi viene voglia, una volta ogni tanto, di fare qualche cosa neanche "di sinistra" (perché quelli che vi chiedono di votare no sono molti di più di quelli "di sinistra"), ma semplicemente qualche cosa che indichi che siete attenti ai sentimenti di una parte preponderante del vostro stesso elettorato?
Alitalia ancora nel caos
Lo schiaffo della Klm
Edoardo Borriello su la Repubblica
ROMA - Alitalia, è ancora caos. Sui nuovi vertici e sul piano industriale non c´è ancora accordo. Ieri sera c´è stata una nuova fumata nera, al termine di un lungo vertice notturno a casa di Berlusconi che però non ha sciolto il nodo dei vertici e del piano. Mentre dalla Klm è arrivato un sonoro schiaffo alla compagnia di bandiera: nessuna fusione senza la privatizzazione. E sta saltando anche il matrimonio con Air France, perché, ha detto il ministro Pietro Lunardi, "la sposa è ammalata". Lo stesso amministratore delegato Francesco Mengozzi è stato costretto a rinviare le dimissioni, perché il governo non ha ancora scelto il successore.
Lo farà oggi. Così ha promesso il "presidente pilota" Silvio Berlusconi, che ieri sera per ben due ore ha affrontato il problema in un vertice a Palazzo Grazioli con il vice premier Gianfranco Fini, i ministri Giulio Tremonti (Economia), Pietro Lunardi (Infrastrutture), Roberto Maroni (Welfare), Rocco Buttiglione (Politiche Ue) e Domenico Siniscalco direttore generale del Tesoro. Alla riunione è intervenuto il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta che ha illustrato ai presenti le linee guida generali del nuovo piano industriale della compagnia.
Per la compagnia di bandiera, come si vede, le sorprese non finiscono mai, mentre le perdite crescono di giorno in giorno e gli oltre 22 mila dipendenti del gruppo si interrogano ancora sul loro destino. Da sindacati e politici si moltiplicano gli appelli ad agire, ma dal governo non giunge ancora una proposta concreta.
Lo spiraglio della giustizia
Vittorio Grevi sul Corriere della Sera
Da qualche settimana lo scenario si è rasserenato sul versante dei rapporti tra politica e giustizia, in relazione alla progettata riforma dell'ordinamento giudiziario. Già erano stati apprezzati, nei giorni del congresso veneziano dell'Associazione nazionale magistrati, il tentativo del ministro Castelli di non approfondire la frattura e le aperture del sottosegretario Vietti; poi, negli ultimi giorni, è sopravvenuta l'importante presa di posizione del presidente della Camera Casini, volta a sottolineare come una riforma del genere non possa farsi "contro i magistrati" (sull'ovvio presupposto che questi ultimi non siano né "mentalmente disturbati" né "antropologicamente diversi"). C'erano tutte le premesse, dunque, perché l'audizione del presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Bruti Liberati, presso la Commissione giustizia della Camera potesse propiziare ulteriori segnali positivi, anche in rapporto allo sciopero previsto per il prossimo 11 marzo. E così, a quanto pare, è stato. Il confronto pacato delle idee, più volte auspicato anche dal presidente Ciampi, giova molto di più dello scontro frontale. Naturalmente occorre non irrigidirsi, a meno che si tratti di questioni di principio o di valori di fondo. Lungo questa direzione è innegabile che l'Anm abbia compiuto notevoli passi avanti, non solo riconoscendo la necessità della riforma, ma anche concordando su alcuni punti qualificanti.
Se tutti questi buoni propositi venissero confermati, ce ne sarebbe abbastanza per giustificare almeno un rinvio del preannunciato sciopero dei magistrati. Certo, le nubi all'orizzonte non mancano, come dimostrano alcune molto discutibili proposte contenute nel recente documento programmatico di governo (basti pensare alla ventilata attenuante per i condannati incensurati, con diretta incidenza sui termini di prescrizione del reato), ma il clima più sereno che si è determinato sul fronte dell'ordinamento giudiziario merita affidamento. Nella speranza che qualche malaugurato colpo di coda non venga improvvisamente a turbarlo, dall'una o dall'altra parte.
Avviso di condanna
Mario Chavario su La Stampa
Registro degli indagati, avviso di garanzia, atto dovuto... Nella ridda di parole, talora ripetute come formule liturgiche, il disorientamento è grande: chissà se un loro uso un po' più corretto contribuirebbe a svelenire il clima?
Cominciamo dall'iscrizione di un nome nel "registro delle notizie di reato". Di per sé vuol solo dire che contro quella persona è pervenuta a una Procura della Repubblica una denuncia o comunque qualcosa che ipotizza - sottolineo, ipotizza - la commissione di un reato. In questo senso, è in effetti un "atto dovuto"; né ci sarebbe nulla di scandaloso nel consentirne, nei limiti dello stretto significato che si è appena illustrato, la divulgazione. Del resto, e non a torto, il codice garantisce al denunciante di sapere se l'iniziativa di cui egli si assume tutta la responsabilità è stata protocollata senza arbitrarie "cestinazioni", così come riconosce, a chi supponga l'esistenza di denunce a proprio carico, il diritto - almeno di regola - di sapere tempestivamente se agli atti c'è qualcosa che lo riguarda.
Potrebbe andar tutto bene se i tempi della giustizia fossero sufficientemente rapidi e se pertanto, nel giro di pochi giorni, ogni "notizia" pretestuosa venisse archiviata con i crismi di legge: senza sotterfugi e senza spazi, però, per speculazioni. Non è così: donde l'ennesimo motivo di disagio per quanto è filtrato circa il coinvolgimento di Antonio Fazio nell'inchiesta aperta a Trani, anche per l'ambigua contestualità fra dichiarazioni che parevano sottolineare come contro di lui non ci fosse se non la registrazione di una denuncia, e accenni, invece, a indagini già avviate anche nei suoi confronti: cosa, almeno quest'ultima, su cui il riserbo sarebbe invece stato d'obbligo. Se infatti la trasparenza della giustizia, nei suoi tratti davvero rilevanti, è un valore sacrosanto, è però altrettanto certo che un'estrema prudenza dovrebbe imporsi ai magistrati e all'intero entourage dell'apparato giudiziario per evitare di fuorviare l'opinione pubblica e di agevolare oscure manovre, in spregio della presunzione d'innocenza che assiste ogni persona e - in un caso come questo - anche con gravi ripercussioni sulla fiducia dei cittadini in istituzioni essenziali.
Processate i poliziotti della Diaz
Marco Imarisio sul Corriere della Sera
Il finale di partita arriva 940 giorni dopo quella sera del 21 luglio 2001, l'irruzione alla scuola "Diaz", le botte ai dimostranti che dormivano all'interno dell'edificio.
Oggi verranno depositate le richieste di rinvio a giudizio contro funzionari di polizia e agenti che presero parte alla disgraziatissima irruzione. La Procura di Genova chiederà il processo per 29 delle 30 persone indagate che lo scorso 12 settembre avevano ricevuto l'avviso di chiusura dell'indagine con la contestazione dei reati.
C'è qualche novità. I magistrati hanno deciso di chiedere l'archiviazione per l'allora vicequestore di Bologna, Lorenzo Murgolo, oggi numero due del Sismi. Il suo ruolo durante il blitz non è mai stato chiarito. Non era inserito nella "catena di comando" operativa di quella notte, non ha firmato alcun atto relativo all'irruzione. E' risultato impossibile attribuirgli responsabilità precise, questo il motivo alla base della sua uscita dall'inchiesta.
Sono confermate invece le accuse di falso e calunnia nei confronti dei tredici funzionari che misero la loro firma su una serie di atti ritenuti falsi dai magistrati, dai verbali di arresto ai rapporti sulla perquisizione nella scuola, fino alle relazioni di servizio. Quei documenti non vennero firmati da Francesco Gratteri, all'epoca direttore del Servizio centrale operativo e Giovanni Luperi, numero due dell'Antiterrorismo. Ma essendo i più alti in grado nella catena di comando - questa è l'interpretazione data dai magistrati -, entrambi sono stati ritenuti "l'inevitabile punto di riferimento" delle strutture (Sco e Antiterrorismo, appunto) che entrarono in azione alla Diaz.
La "spiegazione" delle richieste di rinvio a giudizio verrà affidata a una memoria scritta dai pm che sarà consegnata al giudice per l'udienza preliminare. Scelta consentita dal codice, ma non proprio rispondente al "galateo" processuale. Gesto poco carino nei confronti degli indagati e dei loro difensori, insomma. Il probabile strascico di una vicenda giudiziaria dove i toni sono stati spesso roventi.
La richiesta di spostamento del processo a Torino, fatta dalle difese dei principali indagati, era stata respinta due settimane fa.
E' in arrivo un altro esposto, annunciato dagli avvocati di Giovanni Luperi. Si contestano alcune presunte irregolarità nell'indagine, come la trascrizione di un interrogatorio che sarebbe stata trasmessa agli atti prima dell'effettivo conferimento di incarico alla segretaria che aveva il compito di "sbobinare" la cassetta con le parole dell'indagato. Finale di partita, dunque, ma non si esclude l'ennesimo tempo supplementare.Il finale di partita arriva 940 giorni dopo quella sera del 21 luglio 2001, l'irruzione alla scuola "Diaz", le botte ai dimostranti che dormivano all'interno dell'edificio.
Ricchi scemi e furbi poveri
Roberto Beccantini su La Stampa
Da quando il tema "globalizzazione" è entrato nell'orecchio del grande pubblico, la competitività italiana è calata di un altro 10%. L'autistico dibattito politico dovrebbe aprire una finestra sulla realtà e guardare finalmente quello che succede nel mondo. Le polemiche sul declino acquisterebbero sostanza.
In questi giorni gli Stati Uniti si stanno accorgendo che la globalizzazione non riguarda più solo le produzioni industriali sostituite da quelle cinesi. A fuggire sono anche i servizi e i posti di lavoro dei colletti bianchi. Programmatori di software o fornitori di servizi bancari o telefonici costano un decimo in India rispetto a San Francisco. In Germania le banche si servono di consulenti nei Paesi dell'Est a metà costo.
Per i sostenitori del libero mercato si tratta di uno choc. La teoria del commercio, che garantiva benefici globali, si basava sulla divisione delle economie industriali in due segmenti: quello dei beni commerciabili, per esempio i computer, e quello dei beni non commerciabili, per esempio servizi e assistenza ai computer. I beni non-commerciabili rimanevano al riparo dalla competizione globale, offrendo rifugio all'80% dei lavoratori in America e al 75% in Europa. Così, man mano che la concorrenza riduceva i prezzi dei beni commerciabili, il resto dell'economia beneficiava di un aumento del potere d'acquisto. Ora i servizi non saranno più un riparo dalla globalizzazione, anzi ne accentueranno la pressione. Europa e Usa non potranno compensare i costi della concorrenza nell'industria perché tutto è esposto a concorrenza e quasi tutto è meno conveniente che in Asia.
Dal punto di vista politico, l'Occidente non è preparato. Negli ultimi 200 anni al centro delle divisioni c'erano i lavoratori dell'industria. Socialisti e liberali hanno fondato visioni e identità su mercati del lavoro nazionali. La caratterizzazione di classe è così forte che ne risentono anche i dibattiti sulla globalizzazione o sulle distinzioni tra capitalismo europeo o Usa. Tra lavoro e capitale, tra flessibilità e protezione sociale, si è creata una divisione politica "interna" alla società. Attorno a essa si sono cristallizzate destra e sinistra, la cui dialettica ci sopraffà quotidianamente in forme che spesso perdono contatto con la realtà.
Ora che l'intera economia - non solo la parte industriale - è vulnerabile, la linea divisoria non passa più all'interno dei Paesi, ma li separa l'uno dall'altro. I dati sono forse esagerati, ma se alla ripresa Usa mancano 8 milioni di posti di lavoro, il 60% è finito in Asia. Ciò solletica istinti isterici di protezione nazionale, già forti negli Usa, eppure velleitari: grazie a Internet, fortunatamente, non è possibile chiudere le connessioni in tempo reale tra un radiologo di Nuova Delhi e un ospedale di New York e ciò crea vantaggi per entrambi.
L'impatto della nuova concorrenza sui servizi non sarà affatto annichilente per i Paesi che non chiudono gli occhi e non alzano barriere. Quando la produzione di computer si è spostata in Asia, gli Stati Uniti hanno sfruttato il calo dei costi per il boom mondiale delle tecnologie. L'Europa non ha visto quello che succedeva e ha perso il boom degli Anni 90. Anche i servizi asiatici saranno un'opportunità per chi saprà riposizionarsi.
Per farlo bisogna avere personale in grado di anticipare l'evoluzione informatica. Governi che incoraggiano l'istruzione e rendono disponibili apparecchiature e autostrade informatiche al largo pubblico. Pur rafforzando la sicurezza sociale, la flessibilità del lavoro deve aumentare per consentire un rapido passaggio da attività vecchie a quelle innovative. Allo stesso modo i capitalisti incapaci devono essere sostituiti da quelli capaci grazie a un sistema finanziario più efficace.
Già ora l'Italia è cinque volte più esposta alla concorrenza commerciale cinese della Germania e tre volte più della Francia. Ma come possano entrare questi temi decisivi in un dibattito pubblico reso cieco dalla propria ferocia, è del tutto ignoto.
27 febbraio 2004