prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di P.C. - 25 febbraio 2004


Una credibilità da salvare
Massimo Gaggi sul
Corriere della Sera

Appare sempre più evidente che negli anni scorsi la Banca d'Italia ha sottovalutato alcuni aspetti della tutela del risparmio che avrebbero meritato maggiore attenzione e polso fermo nel richiamare diversi istituti bancari ad un comportamento più trasparente nei rapporti con la clientela. L'iscrizione del Governatore Antonio Fazio nel registro degli indagati della procura di Trani suscita però forte inquietudine, non certo la sensazione dell'inizio di un processo - doloroso ma necessario - di correzione di una serie di patologie che stanno infettando una parte significativa, anche se minoritaria, del sistema finanziario.

In un passato ormai lontano la Banca centrale ha subito attacchi alla sua autonomia a sfondo politico, esercitati anche attraverso iniziative giudiziarie. Si arrivò al punto di decapitare l'Istituto. Nessuno può pensare che le stimmate di quella stagione oscura abbiano procurato alla Banca d'Italia una qualche forma di immunità. Non lo pensa nemmeno l'Istituto che ieri ha manifestato fiducia nei giudici, accogliendo la spiegazione dell'avviso come "atto dovuto" fornito dagli stessi magistrati inquirenti. E tuttavia lascia perplessi il modo in cui si è verificato il salto di qualità di un'indagine che va avanti da molto tempo.

È vero che l'iniziativa dei magistrati nasce da esposti recenti di due risparmiatori che solo qualche settimana fa si sono resi conto dei gravi danni subiti in seguito agli investimenti che erano stati indotti a sottoscrivere nel 1999 dall'allora Banca 121. Ma è anche vero che la decisione di indagare la più alta autorità indipendente del nostro sistema economico e la gestione del caso dovrebbero essere caratterizzate da grande cautela e discrezione. Invece i magistrati hanno fatto trapelare la notizia quasi con nonchalance , hanno parlato di "atto dovuto" ma non hanno spiegato perché si indagherà non per omessa vigilanza ma per un reato ben più grave (e infamante), il "favoreggiamento reale in truffa aggravata". Né è chiaro perché la conferma sia venuta non dal destinatario dell'avviso (Fazio è stato informato dalle agenzie di stampa) ma, irritualmente, dall'avvocato Scamarcio, che nei giorni scorsi aveva presentato una raffica di esposti. Nei quali il medesimo avvocato ha accusato Fazio di non aver mosso un dito sul caso della Banca 121 e dei fondi "My way" e "4 you" anche dopo che, nel maggio del 2003, il ministro Tremonti lo aveva invitato ad attivarsi su questo fronte. Un'accusa che non tiene conto dell'attività ispettiva svolta dalla Banca d'Italia nel 2002 e di cui lo stesso Fazio aveva informato Tremonti, sempre nel maggio scorso, in una lettera di risposta i cui contenuti sono pubblici da tempo.

Ritrovarsi con la Banca d'Italia indagata nel bel mezzo della peggior bufera finanziaria degli ultimi decenni non è certo positivo. Non lo è per la nostra vacillante credibilità internazionale, né per il processo di riforma del sistema finanziario che sta per essere esaminato dal Parlamento: servirebbe più serenità e invece deputati e senatori rischiano di lavorare in un clima sempre più surriscaldato. Probabilmente alla fine l'Istituto di via Nazionale riuscirà a dimostrare di non aver violato le leggi, ma difficilmente si sottrarrà all'accusa politica di aver ignorato (o assecondato) errori e taluni eccessi di una parte del sistema bancario. Speriamo che, almeno sul piano giudiziario, sia fatta chiarezza quanto prima.


Il giudice e il governatore
Giulio Anselmi su
la Repubblica

È la botta più dura che Antonio Fazio, da mesi sottoposto a un ininterrotto cannoneggiamento, abbia ricevuto. Perché un conto sono gli attacchi politici, anche se gonfiati dall'indignazione popolare per la mancata difesa dei risparmiatori, e un altro l'apertura di un procedimento penale per aver in qualche modo favorito una truffa ai danni di migliaia di investitori. Si tratta di "atto dovuto", precisa la procura della Repubblica di Trani, dopo la presentazione di una denuncia; la Banca d'Italia, chiamata direttamente in causa dall'iscrizione nel registro degli indagati del suo governatore, esprime solo un ottimistico "si chiarirà tutto".

Ed è auspicabile che sia così perché un provvedimento del genere, dopo i casi Cirio e Parmalat, può avere serie conseguenze sul sistema finanziario italiano e sulla sua credibilità.

Ancora una volta al centro delle polemiche è la Vigilanza della banca centrale, un nodo del potere di Fazio a lui così vicino da indurlo a trattenere in servizio, oltre la pensione, il suo fedelissimo capo: fino a esporsi all'umiliazione di vedersi annullare la proroga dal magistrato. Ma in questo caso la Vigilanza non aveva dormito, e aveva avvertito i vertici del Monte dei Paschi di Siena che alcuni loro prodotti erano troppo rischiosi. Si tratta dei titoli "My Way", "4 You" ed altri, inizialmente emessi dalla Banca 121 (ex Banca del Salento), poi fusa nel Monte: in sintesi il risparmiatore si impegnava a pagare, in rate mensili, il prestito fattogli dalla banca per acquistare suoi prodotti finanziari; peccato che, con la caduta delle Borse, gli investimenti avessero perso gran parte del loro valore (in molti casi fino alla metà), mentre le rate continuavano a correre invariate. Gli ispettori di Fazio avevano concluso la loro ispezione, sostenendo che non erano state valutate "le possibili ricadute sui rapporti di lungo periodo con la clientela, i riflessi di reputazione sul marchio e financo i rischi legali impliciti".

Ma, secondo quanto la banca toscana ha comunicato, l'iter istruttorio aperto quasi due anni fa si concluse senza alcun provvedimento punitivo. Sta qui il nocciolo delle accuse. Resta il fatto che il gran pasticcio, cominciato in alcuni centri del Salento, dove gli unici sportelli erano quelli della banca locale, e dilatato dall'acquisizione (di cui assai si è favoleggiato) da parte dell'istituto toscano, ha lasciato sul terreno molte vittime: i collocamenti di My Way e surrogati, lungi dal finire, si sono moltiplicati, fino a superare quota centomila, con un impegno finanziario, da parte dei clienti, di miliardi di euro. Un po' più dei "quattro soldi" maldestramente citati da Fazio nel corso della sua recente audizione parlamentare sui danni subiti dai risparmiatori.

Un altro governatore, Paolo Baffi, un quarto di secolo fa, fu accusato di favoreggiamento: allora si trattò di un complotto, manovrato dalla P2, che aveva come obiettivo proprio quello di costringerlo alle dimissioni. Oggi nessuno parla di complotto, ma solo di risparmio tradito. Il procedimento, come si usa dire, farà il suo corso: senza produrre, ce lo auguriamo sinceramente, conseguenze penali per il governatore e per i suoi collaboratori. Ma i danni politici e d'immagine sono devastanti.

Gli avversari di Fazio, Lega in testa, stanno già preparando i falò per bruciarvi la strega che secondo loro ha attossicato la finanza italiana. In via Nazionale sicuramente non c'è un governatore dimezzato, ma è innegabile che sia avvenuta quella che, ancora pochi mesi fa, sarebbe apparsa una inammissibile profanazione: Fazio rischia di dover dire addio alle sue ambizioni politiche. Ma non vorremmo che ora venisse scalfito anche il prestigio dell'Istituto centrale.

Oggi la maggioranza dei commenti esprime "fiducia nella magistratura" e auspica che si faccia presto chiarezza. Ma certo la strada di Fazio diventa accidentata quasi quanto quella dei risparmiatori che hanno creduto ai titoli della 121. E' improbabile, dopo l'intervento della magistratura, che Tremonti non approfitti della difficoltà del suo avversario al quale aveva chiesto notizie proprio di "My way" e "4 You", ricevendo un secco rifiuto. Ed è fin troppo facile prevedere che, nel prossimo dibattito in Parlamento per approvare la legge sulle Autorità e la difesa del risparmio, qualcuno proverà a ridiscutere il fragile compromesso raggiunto tre settimane fa. A tutto svantaggio della Banca d'Italia.


Processo al sistema
Mario Deaglio su
La Stampa

Non si curano i mali delle banche distruggendo la credibilità dei banchieri così come non si curano i mali della giustizia distruggendo la credibilità dei giudici. L'invio di un avviso di garanzia al Governatore della Banca d'Italia da parte della procura di Trani rischia di ridurre la fiducia in entrambi questi organi dello Stato e determinare un danno collettivo che potrebbe essere di grave entità.
Non si vuole naturalmente sostenere che le alte cariche dello Stato debbano essere sottratte all'indagine penale ma piuttosto che un atto di questo peso deve essere spiegato e giustificato in maniera adeguata. E' infatti prassi normale, per i grandi casi giudiziari che possono in vario modo turbare l'opinione pubblica, che i magistrati inquirenti informino adeguatamente i cittadini.

In altre parole, non si scodella la notizia bollente alle sei di sera, in tempo per avere la massima visibilità sui telegiornali di grande ascolto, con poche o nessuna riga di spiegazione; e ciò è tanto più vero quando la notizia può suscitare sentimenti di smarrimento tra il pubblico dei risparmiatori e provocare ripercussioni negative, di portata imprevedibile, sui mercati finanziari. In questo modo, un'azione nata per tutelare giustamente un numero non piccolo di risparmiatori può provocare conseguenze dannose per tutto il mondo del risparmio.
Una maggior cautela sarebbe in ogni caso risultata consigliabile per la natura, altamente tecnica, dell'oggetto di quest'indagine penale, ossia strumenti finanziari dalle caratteristiche assai particolari. E va sottolineato che il Governatore viene chiamato in causa non per qualche reato che egli abbia personalmente commesso ma per un'eventuale disfunzione o comportamento contrario alle leggi della struttura della quale si trova a capo.

Nelle vicende giudiziarie in corso che coinvolgono istituzioni creditizie, occorre procedere con una speciale attenzione proprio per evitare di trasformare la difesa, altamente giustificabile, di diritti di singoli o talora di intere categorie nella crisi dell'intero sistema. Dando corso ad azioni generiche e poco documentate si compie la stessa imprudenza di chi, senza neanche accorgersi del pericolo, si mette a fumare in una polveriera.


Non si ferma l'onda lunga della “finanza creativa”
Rossella Lama su
Il Messaggero

ROMA La finanza creativa ha fatto molte vittime, migliaia di consumatori cui sono stati appioppati prodotti diversi e ben più rischiosi dalla loro apparenza. Vincenzo De Bustis, ex Banca del Salento, poi Banca 121, ne è stato uno dei precursori. E nella sua corsa si è portato dietro anche il Monte dei Paschi di Siena, che li ha venduti, e, è notizia di ieri, il governatore della Banca d'Italia, che ha il compito di vigilare. Da metà degli anni '90 in pieno delirio da new economy la banca pugliese aveva conquistato l'attenzione generale grazie allo sviluppo dell'home banking, e le patinate campagne pubblicitarie affidate a Sharone Stone. Nel 2000 il Monte dei Paschi solida banca dalle antichissime tradizioni, pensando di fare un salto nella modernità ci punta gli occhi sopra, e spiazzando il San Paolo di Torino, che pure era in corsa per aggiudicarsela, mette sul tavolo la bella cifra di 2.500 miliardi di lire e la ingloba nel suo gruppo. De Bustis viene promosso direttore generale, in vetta all'istituto toscano, e vende ai clienti quei prodotti My Way e 4You che si sono rivelati un bidone. Un danno d'immagine incalcolabile per il Montepaschi, che per cercare di aggiustare la situazione ha cominciato a risarcire i 90 mila malcapitati clienti.

E qui entra in campo il governatore Fazio. Un articolo pubblicato sull'ultimo numero dell'”Espresso”, rivela che a seguito di un'ispezione condotta a Siena nel 2001, gli ispettori della Banca d'Italia si erano accorti che la Banca 121 stava vendendo prodotti che non andavano. E il 9 gennaio del 2002 la Vigilanza di Bankitalia lo aveva messo nero su bianco nel rapporto inviato ai dirigenti del Montepaschi, al presidente Pierluigi Fabrizi, e al direttore generale De Bustis. Gli ispettori di Fazio avvertivano che vendendo prodotti tanto rischiosi la banca "non valutava le possibili ricadute sui rapporti di lungo periodo con la clientela, i riflessi reputazionali sul marchio e financo i rischi legali impliciti".
Cosa è successo poi? Praticamente niente. Lo scrive lo stesso Montepaschi in una nota in risposta all'articolo del settimanale. Il consiglio di amministrazione della banca ha analizzato le risultanze delle ispezioni di Bankitalia, e "ha mandato le controdeduzioni relative alle constatazioni formulate. Successivamente, il 3 giugno 2002 la Banca d'Italia comunicò al Montepaschi la chiusura dell'iter istruttorio, e in particolare che, valutate le controdeduzioni presentate dai soggetti interessati e tenuto conto del complesso delle informazioni raccolte, lo stesso iter istruttorio doveva ritenersi concluso senza l'adozione di alcun tipo di provvedimento". Detto in chiari, tutto il fascicolo è finito nel cassetto. Fino a ieri.


La pace ha bisogno di tutti
Oreste Pivetta su
l'Unità

Nell'eterna, o quasi, corsa a farsi del male non si capisce bene chi sia più avanti dell'altro e probabilmente non interessa neppure saperlo. Arrivati a un certo punto, ad esempio agli schiaffi umanitari promessi dai no global Casarini e Caruso a chiunque dell'Ulivo unito si presenterà alla manifestazione per la pace del 20 marzo, viene solo voglia di dire "basta". Continuiamo con le discussioni, i confronti, i dibattiti persino con le liti.
Esaltiamo le differenze come un valore aggiunto, una ricchezza contro l'opportunismo di certe unanimità. Ma di fronte all'ombra o alla speranza di un comune denominatore, esitiamo un attimo e magari fermiamoci, se appena si riesce a intravvedere l'unità e a comprenderne appena appena il valore.
C'era una vecchia regola della politica, che indicava, in qualsiasi battaglia e per qualsiasi obiettivo, la necessità di allargare il fronte, di costruire le alleanze, di estendere il consenso. Erano parole che si usavano nel senso di una raccomandazione pedagogica. Di fronte al teatrino delle divisioni e dei nuovi e sparuti “integralismi”, viene da domandarsi banalmente se al comune scopo della pace convenga di più un plotone di mille no global in ordine serrato o un corteo di diecimila persone, che senza pensarla esattamente allo stesso modo vogliano cercare insieme onestamente la stessa cosa: cioè la pace.
Non tutti ci piaceranno, ma restiamo accanto se non proprio uniti. Cerchiamo di raggiungere con il nostro esempio (anche con l'esempio di un dialettica aperta, sincera, manifesta, cioè di un interrogarsi severo alla luce di tante responsabilità) qualcun altro, altri cuori, altri pensieri, altre intelligenze.
Agli "schiaffi umanitari" hanno già risposto persone che la guerra la conoscono per averla vissuta. Hanno risposto Alex Zanotelli e Gino Strada: "Chiunque può partecipare a una manifestazione, pretese di esclusione sono incomprensibili...". Ha risposto Fausto Bertinotti: "Noi siamo per la nonviolenza, figuriamoci se ammettiamo ceffoni umanitari".
Ma a qualcosa dovrebbe servire anche la memoria: la memoria cioè di quell'immenso movimento che in Italia si costruì un anno fa. Chi c'era alla testa di quel movimento? Tanti... Anche Piero Fassino, ad esempio, con Bertinotti o Cofferati, tanti ulivisti, divisi, separati, litiganti, ma in strada insieme con le bandiere arcobaleno... Chi ha sventolato milioni di bandiere della pace dalle finestre di tre quarti d'Italia? Gente normale, famiglie normali, ispirazioni diverse: non è detto che la pensassero esattamente allo stesso modo, ma volevano tutti la pace.
Un contorto passaggio parlamentare, criticabile e criticato, non può sconvolgere la storia di un anno: non significa approvare l'anno dopo una guerra in Iraq contro la quale con tanta passione ci si è battuti. Chi vuole la pace deve sentire anche la responsabilità di metter forza alle proprie azioni. E la forza viene da tanti e buoni argomenti e da tante coscienze. La bocciatura di questo o quello è solo un autogol, un fallimento persino nei confronti di chi adesso si critica.


Il cda Rai schiera le due punte
Micaela Bongi su
il Manifesto

Un clima "sostanzialmente sereno" o, se non altro, "senza spargimenti di sangue". Uscendo dalla riunione del cda dedicata all'intervento-fiume di Silvio Berlusconi alla Domenica sportiva, il dg Flavio Cattaneo e il consigliere Giorgio Rumi descrivono così l'aria al settimo piano di viale Mazzini. Ma la polemica riesplode subito. Perché Lucia Annunziata, di fronte alle ricostruzioni fatte filtrare dai piani alti, che parlano di un mea culpa della presidente, s'infuria. Marcello Veneziani esce dalla riunione e riferisce che tutti, in cda, compresa Annunziata, di fronte alla relazione di Cattaneo hanno preso atto che il comportamento del direttore di Rai Sport Fabrizio Maffei e dei giornalisti è stato "ineccepibile e anzi hanno fatto un buon colpo". E Cattaneo aggiunge che Annunziata è rimasta "sulle sue posizioni di netta contrarietà circa l'opportunità della presenza in audio del presidente Berlusconi". Nel frattempo l'agenzia Adnkrons ricostruisce così la vicenda: Annunziata, "consapevole di andare incontro a una censura per il suo intervento" nei confronti di Maffei, "prima del consiglio aveva provveduto a rassicurare il direttore generale e gli altri consiglieri che le sue parole erano state male interpretate, e che solo la concitazione del momento aveva provocato l'equivoco per cui si era risentito" il direttore di Rai sport (che tra l'altro aveva riferito di una telefonata in cui la presidente aveva minacciato sanzioni). Poi l'agenzia dice che in consiglio la relazione di Cattaneo è "scivolata via senza problemi", che Annunziata non ha avuto nulla da ridire sulla conferma del "metodo Zaccaria" (la divisione degli spazi un terzo al governo, un terzo alla maggioranza, un terzo all'opposizione, che il dg vuole estendere anche ai programmi) né su Maffei, e che le "uniche riserve" hanno riguardato la telefonata del premier.
... La presidente lette le agenzie si attacca al telefono. E spiega che il problema da lei sollevato riguardava il conflitto d'interessi del premier e non il comportamento dei giornalisti e di Maffei; di aver difeso, in cda, il suo intervento in trasmissione, "duramente criticato da alcuni presenti", e che "su questa divisione siamo rimasti". Quanto al cosiddetto "metodo Zaccaria", Annunziata riferisce che la discussione è stata rinviata. Conclusione: "Altre valutazioni o ricostruzioni, come quelle riportate dall'Adnkrons, sono semplicemente inventate, Quanto affermo sarà facilmente verificabile attraverso i verbali". Nel frattempo, però, la Casa berlusconiana sposa e anzi esalta la versione della "marcia indietro" della presidente. E l'Adn riporta la rettifica sotto il titolo: "Annunziata conferma: mie critiche a Berlusconi, non a Maffei". La presidente "di garanzia" si arrabbia ancora di più. Pretende una smentita da viale Mazzini sulla riunione informale, quella delle presunte scuse che, scrive l'agenzia di stampa, non possono risultare sul verbale del cda.


Giustizia, disgelo tra Anm e governo
Francesco Grignetti su
La Stampa

I magistrati vanno in Parlamento. E improvvisamente il clima tra giudici e centrodestra sembra rasserenarsi. Evidentemente l'appello di Pier Ferdinando Casini ha ottenuto l'effetto di una migliore predisposizione reciproca. Anche se Berlusconi ieri ha voluto precisare, rispondendo ad una domanda dei giornaslisti, che "nessuno ha mai pensato di fare una riforma della giustizia contro chicchessia".
I vertici dell'Anm espongono le loro posizioni registrando aperture, al punto che il presidente dell'associazione, Edmondo Bruti Liberati, apre la via a una sospensione dello sciopero: "Siamo stati ascoltati con attenzione. Se vi saranno aperture al confronto, naturalmente non chiediamo che vengano accolte tutte le nostre proposte, ma se lo fosse anche solo qualcuna, allora rivaluteremo le nostre decisioni".

Si delineano intanto i punti su cui si potrebbe arrivare a qualche compromesso. L'Anm ha infatti spiegato, nel corso dell'audizione, che è d'accordo nel rivedere il sistema della valutazione di professionalità dei magistrati, togliendo poteri al Csm a beneficio dei Consigli forensi (dove siedono anche gli avvocati, integrati da un rappresentante del ministero della Giustizia). E per quei magistrati che non superino i controlli sulla professionalità, niente aumenti di stipendio e persino la rimozione in casi gravi.
" Il relatore - assicura ancora Pecorella - sta già pensando ad alcuni interventi. Sul disciplinare non si stanno creando quei grandi problemi come sembrava dalle polemiche iniziali. Sui concorsi per l'accesso alla Cassazione e la valutazione periodica terremo conto delle osservazioni dell'Anm. Penso inoltre che non sia necessario un concorso iniziale separato per giudici e pm".
In definitiva, se è "impossibile", come dicono all'unisono sia Pecorella che Nitto Palma, arrivare a un testo di legge che sia integralmente concordato con i magistrati, sono possibili diversi compromessi. "Importante è che non ci sia una guerra di religione e che ci sia un accordo sui principi generali della riforma". E Nitto Palma: "Quando dico che vi è convergenza di obiettivi, dico che adesso di tratta di stabilire in che modo raggiungerli".
Tutto per evitare uno sciopero. "Che oggi sarebbe contro i fantasmi, visto che il testo di legge è ancora oggetto di possibili e probabili modifiche", conclude Pecorella.


Vola nel 2003 l'Irpef comunale
Barbara Fiammeri su
Il Sole 24 Ore

Aumentano le imposte locali. Nei primi 11 mesi del 2003 l'Irpef comunale e l'addizionale regionale hanno prodotto un aumento del gettito pari, rispettivamente al 46,7% e al 20,6 per cento. È quanto risulta dai dati elaborati dal dipartimento per le Politiche fiscali del ministero dell'Economia nel periodo gennaio-novembre 2003. Un vero e proprio boom prima del blocco delle addizionali deciso dal Governo. Le entrate locali lo scorso anno - ovvero le due Irpef (comunale e regionale) e l'Irap - hanno pesato sulle tasche dei contribuenti per un +8,2% rispetto all'anno precedente, pari a 2,3 miliardi. Complessivamente, dai dati del dipartimento per le Politiche fiscali emerge chiaramente che il gettito prodotto dai tributi locali, tra gennaio e novembre 2003, ha raggiunto i 30,5 miliardi contro i 28,2 che erano stati incassati l'anno prima. A determinare l'aumento della pressione fiscale sui contribuenti sono state, anzitutto, le scelte attuate dalle amministrazioni locali. Sono stati 599 i Comuni che hanno introdotto l'addizionale Irpef. A questi, ovviamente, si sommano i 4.641 municipi che avevano già operato la stessa scelta l'anno precedente. Inoltre, ben 1.549 sono state le giunte che hanno elevato l'aliquota addizionale all'Irpef contro le 42 che l'hanno invece soppressa o ne hanno ridotto l'entità. Non a caso è stata proprio l'Irpef a produrre il maggior incremento (+46,7%) passando da 993 milioni del 2002 a 1.457 milioni di gettito in 11 mesi, con una crescita di 464 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dell'anno prima. Da sottolineare, peraltro, che nel solo mese di novembre il gettito è stato di 131 milioni (+57 milioni di euro) ovvero il 77% in più. Una scelta che ha pesato in generale su tutti i contribuenti anche se gli effetti non sono stati omogenei sull'intero territorio nazionale. Il ricorso all'addizionale Irpef, secondo i Comuni, è stato un male necessario per compensare il calo dei trasferimenti statali. Più contenuto, ma comunque molto sensibile, anche l'aumento dell'Irpef regionale che ha fatto segnare un +20,6%: 5.387 milioni di euro contro i 4.467 del 2002 con una differenza di 920 milioni di euro che è sostanzialmente analoga (in valori assoluti) a quella prodotta dalla lievitazione dell'Irap.



Nozze gay il bando di Bush
Franco Pantarelli su
il Manifesto

George Bush lo aveva annunciato durante il discorso sullo Stato dell'Unione di due settimane fa, rispondendo alla sentenza della Corte suprema del Massachusetts che dichiarava "incostituzionale perché discriminatoria" la proibizione ai gay di sposarsi; poi lo aveva ribadito l'altro giorno dicendosi "turbato" da ciò che stava avvenendo nel comune di San Francisco (oltre tremila licenze di matrimonio concesse a coppie gay, in una specie di grande festa nella piazza principale della città più "liberal" d'America). Ieri lo ha ufficializzato: vuole un emendamento alla Costituzione degli Stati uniti che metta al bando in modo inequivocabile il matrimonio fra persone dello stesso sesso. "Mi rivolgo al Congresso - ha detto Bush ieri mattina nella sala Roosevelt della Casa bianca (cui di solito si ricorre per dare particolare solennità agli annunci presidenziali) - affinché passi prontamente e spedisca agli stati un emendamento alla nostra Costituzione che definisca e protegga il matriminio come un'unione fra uomo e donna, un marito e una moglie... L'istituzione fondante della nostra civiltà va protetta".

Insomma quella "confusione" cui Bush ha detto di voler porre fine con l'emendamento sembra destinata a salire. Che succederà, per esempio, alle coppie sposate nel Massachusetts che si trasferiscono in un altro stato? E che succederà con i cittadini americani sposati in Canada, dove i matrimoni gay sono stati riconosciuti in due importanti province? "La verità vera - diceva giorni fa il New York Times - è che l'opposizione ai matrimoni fra gay nasce dalla paura che si dimostri nei fatti che quei matrimoni non costituiscono un pericolo per nessuno".

Il paese intanto reagisce spaccandosi. Durissime, ovviamente, le organizzazioni gay: per la National Gay and Lesbian Task Force, uno dei movimenti di punta, l'annuncio di Bush "è una dichiarazione di guerra all'America omosessuale... un insulto alle nostre famiglie, alla nostra dignità, al nostro contributo alla vita di questa nazione". Protestano anche i (pochi) gay del partito repubblicano, riuniti nel gruppo Log Cabin Republicans: "Con l'annuncio di oggi il presidente ha messo a rischio il voto di omosessuali che nel 2000 si erano schierati per lui". Di contro, veementi applausi dagli iperconservatori come il reverendo Louis Sheldon della Traditional Values Coalition: "Matrimoni gay, unioni civili, partnership domestiche sono tutte parti dello stesso piano per dare una parvenza di normalità al comportamento omosessuale, ma Bush lo smaschererà".


Pintus e Volpe, massoni internazionali
Enrico Fierro su
l'Unità

C'è sempre un filo che lega la Corte dei miracoli che per mesi ha inquinato la Commissione Telekom-Serbia con dossier, carte e rivelazioni esplosive. E' il filo della grande massoneria internazionale a tenere uniti, ad esempio, Antonio Volpe e Curio Pintus. Entrambi - come vedremo più avanti - in buoni rapporti con i servizi segreti italiani.
Di Volpe, si è detto e scritto, personaggio che da sempre coltiva rapporti con il mondo politico (negli anni Novanta è stato strettissimo collaboratore dell'onorevole Dc Gaetano Vairo), entra nella Commissione Telekom-Serbia grazie a ben tre incontri con Alfredo Vito, tangentista pentito e parlamentare di Forza Italia. Il nome di Pintus, invece, viene fatto per la prima volta in Commissione il 14 gennaio scorso, durante l'interrogatorio dell'avvocato romano Fabrizio Paoletti. E' il parlamentare-avvocato Carlo Taormina a chiedere a Paoletti se conosceva Pintus. Otto mesi dopo, Pintus viene ascoltato dalla Commissione nella sua cella del carcere di La Spezia. Il faccendiere di origini sarde è la chiave per incastrare Donatella Dini. I due, infatti, hanno avuto affari in comune e insieme sono stati rinviati a giudizio dal gip di Lucca per corruzione.

Interrogato il 30 maggio dello stesso anno, Pintus riferisce dei rapporti di una sua collaboratrice, Angela Malvicini, con Paolo Berlusconi. In una intercettazione telefonica, la Malvicini dice che "questa sera sono a cena con Paolo Berlusconi e il suo braccio destro...alle otto e mezza, nove". Secondo il racconto di Pintus, nel '93 il fratello del premier era interessato "all'emissione di garanzie presso una banca russa" a suo favore, la Malvicini voleva consigli su come impostare le "negoziazioni".
Ma il cuore dell'impero finaziario dell'audace faccendiere sardo è la "Soliman finance sa", grazie alla quale entra in rapporti con un altro personaggio evocato dai commissari della Commissione Telekom-Serbia, l'avvocato Vittore Pascucci , l'uomo che nel '96 tenta di screditare Stefania Ariosto, teste omega nei processi Previti-Berlusconi, con l'accusa di avergli consegnato titoli falsi. Pascucci, insieme a Pintus è socio, con i pregiudicati Michele Amandini e Nino Leonardo Sanna, della "Eurotrust Bank", con sede ad Anguilla, nelle Antille olandesi, una "instant bank" capace di compiere le più incredibili azioni di lavaggio del denaro. Nel '94 Pintus ha avuto un rapporto con tal Ciocca, ex collaboratore di Licio Gelli, e sempre per attività finanziarie di riciclaggio. In quanto al suo legame con il "Parlamento mondiale", Pintus (interrogatorio del 7 giugno 1996) non ha problemi a definire l'organizzazione una "associazione massonica internazionale, attraverso la quale è possibile stringere legami e fare affari".
Il sistema, è sempre Pintus a parlare, "è più che ottimo, grazie ai rapporti tra gli affiliati, per spostare i soldi nel mondo". Anche tangenti, se necesario. Nel '96, il faccendiere parla di un gruppo che voleva negoziare titoli del credito sportivo per un valore di 40 miliardi di lire, i titoli erano stati ceduti da un gruppo di politici in cambio di danaro liquido. Poi parla del riciclaggio di dinari libici e del Kuwait frutto del traffico di armi. Un personaggio, insomma, che ha sempre avuto legami stretti con la massoneria. Il 1 luglio '97, il pentito Francesco Elmo lo indica come affiliato alla loggia segreta "P7". Un'altra loggia, altre associazioni segrete. Fili che legano i personaggi del trappolone costruito attorno all'affaire Telekom.-Serbia.


   25 febbraio 2004