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sulla stampa
a cura di P.C. - 24 febbraio 2004


Effetto boomerang
Michele Serra su
la Repubblica

L'altra sera, mentre la telecamera passava in rassegna i volti costernati del conduttore, degli ospiti e del pubblico della Domenica sportiva, subissati dalla interminabile e incredibile telefonata autocongratulatoria del multipresidente Silvio Berlusconi, per un attimo si è avuta la sensazione (ottima) di un colmo raggiunto. Le facce e gli sguardi esprimevano (non tutte, ma in larga prevalenza) un concetto molto semplice, molto umano, molto popolare: che due palle! Se l'indignazione politica, molto praticata a sinistra, è un atteggiamento nobile ma elitario, e richiede il supporto di una cognizione istituzionale non sempre reperibile nei mercati rionali, il "che due palle" ha invece l'invincibile volgarità, e vitalità, dei sentimenti di maggioranza.

Se a recalcitrare sotto i bastoni e le carote del premier non sono più solo gli intellettuali antipatici, ma i simpatici esperti di moviola, e il pubblico casuale e apolitico di uno studio televisivo milanese (che ha salutato l'intervento riparatorio di Lucia Annunziata con uno scrosciante applauso di liberazione), allora significa che, appunto, forse il colmo è davvero raggiunto.

Mentre Berlusconi diceva io qui, io là, io su, io giù, schierava formazioni, indicava tattiche, vantava vittorie, mulinava il libretto degli assegni (un vero signore), evocava valorose gesta giovanili, ventilava nuovi trionfi, il televisore effondeva la sensazione di un delirio finalmente percepibile anche dal famoso "ventre" del Paese al quale, dicono, Berlusconi intende rivolgersi nel tentativo di rovesciare, antipoliticamente, una partita politica ormai quasi perduta.

Siano davvero i famosi e spettrali "focus" reclutati tra la "gente comune" a orientare le parole del premier, o sia solamente il suo abnorme ego, la sortita domenicale odorava tremendamente di collasso tecnico-tattico. Non tutti, davanti al televisore, erano tenuti a sapere che parte degli ospiti non osava contraddire Berlusconi perché è alle sue dirette dipendenze (anche a queste assurdità conduce il forsennato conflitto di interessi: la chiacchiera calcistica porta la mordacchia tanto quanto quella politica).

Non tutti erano tenuti a conoscere l'atmosfera di cupo controllo che regna in Rai, e certo non facilita la spontaneità e la saldezza di conduttori e programmisti. Non tutti, facendo due più due più due, potevano calcolare sul momento da quale pazzesco cumulo di poteri (istituzionale, politico, mediatico, economico, calcistico) risuonava quella voce minacciosamente cordiale. Tutti, però, potevano benissimo percepire l'ingombro esagerato di quella presenza sussiegosa, di quella orgogliosa petulanza (interrompeva tutti, correggeva tutti), soprattutto di quella incredibile raffica di "io" che costituisce il traliccio attorno alla quale il premier appende ogni sua bandiera.

C'è uno zoccolo duro di fedelissimi che avrà sicuramente apprezzato la dottrina calcistica del presidente del Milan, e altrettanto sicuramente non avrà colto la malacreanza di un cazziatone rivolto in pubblico al suo dipendente Ancelotti (uno dei tanti, spiace dirlo, che tiene le spalle curve quando parla il principale). Ma attorno a quello zoccolo incoercibile si avverte l'erosione da sfinimento che l'assalto mediatico del premier rischia di provocare, o sta già provocando, proprio in quella "gente comune" che della propaganda berlusconiana è il target più appetito, ma anche il più volubile.

Sbucare da ogni cantone, da ogni video vantandosi di essere Berlusconi alla lunga suscita, anche nei passanti più distratti, un senso di indifferenza prima, di saturazione poi, infine di esasperazione. E tra gli ingredienti più importanti dell'umor popolare c'è quella variante primaria del buon senso che è il senso del limite. Anche il più potente dei Grandi Fratelli ci mette un attimo a diventare solo un anziano zio invadente. E tra un po', quando ci ripeterà per la miliardesima volta che lui ha vinto la Champion's League per via delle due punte, nei tinelli italiani saranno in molti a cambiare canale per via delle due palle.


“Annunziata ha fatto bene”
Intervista a Claudio Petruccioli
Natalia Lombardo su
l'Unità

ROMA "Lucia Annunziata ha fatto benissimo a fischiare il fuori gioco. Perché domenica scorsa la telefonata di Berlusconi non è stato altro che un fuori gioco grande come una casa". Resta nella metafora calcistica, Claudio Petruccioli, presidente della Commissione di Vigilanza, che appoggia l'intervento della presidente Rai. E in due lettere al direttore generale Cattaneo e al Garante per le Telecomunicazioni, Cheli, ha fatto presente come la tv pubblica non rispetti le indicazioni della Vigilanza sul fatto che i politici non siano ospiti delle trasmissioni di intrattenimento.
Petruccioli, lei apprezza l'intervento di Lucia Annunziata, mentre la direzione generale, i direttori di testata, più tutto il centrodestra accusano la presidente di aver fatto un intervento politico.
"È sbagliato prendersela con Lucia Annunziata. Se c'è una volta che una persona che è stata nominata presidente della Rai con una funzione di garanzia ha fatto bene a intervenire, è proprio questa. Altre volte si può anche discutere, ma in questo caso doveva farlo. Spero che se dovesse accadere qualcosa di simile la presidente alzi ancora il telefono e chieda la parola a chi lavora nell'azienda per dire no. Lucia Annunziata ha fischiato il fuori gioco, che era grande come una casa. E se c'è qualcuno che, invece, applaudiva perché con quel fuori gioco il giocatore aveva messo la palla in rete, è un tifoso privo di ogni consapevolezza delle regole".
Gli stessi che attaccano la presidente plaudono a quello che sarebbe stato uno scoop di "RaiSport".
"Ma quale scoop... Stiamo scherzando? Non siano ridicoli. Che c'entra lo scoop? Esiste una delibera della commissione di Vigilanza secondo la quale i personaggi politici, di norma, non devono andare nei programmi di intrattenimento. Lo scoop, semmai, l'ha costruito Berlusconi stesso quando ha detto che il Milan deve giocare con “due punte”. Allora, su qualunque cosa dica Berlusconi è uno scoop intervistarlo?".
La "Domenica sportiva", quindi, ha dimenticato uno dei tanti conflitti d'interesse?
"C'è una confusione totale di ruoli ma anche di interessi, si va oltre il conflitto d'interessi. Insomma, il presidente del Consiglio si deve dimenticare di essere il presidente del Milan. E non c'è giornalista o “scoopista” che può venirmi a raccontare una tesi diversa da questa".
Ieri tre direttori del Tg1, Tg2 e RadioRai, Mimun, Mazza e Socillo, hanno rimandato le accuse alla presidente, questa volta autorizzati dalla direzione generale. Che ne pensa?
"Sbagliano. Ho parlato con il direttore generale Cattaneo, e gli ho inviato una nota sulle presenze dei politici nelle trasmissioni non informative. E se ce n'è una di questo tipo è la “Domenica sportiva”. Ma in generale, alla Rai serve una correzione drastica su queste presenze. L'indirizzo della commissione è stato ignorato e contraddetto. Anzi, sto scrivendo una lettera anche al Garante per le Comunicazioni, Enzo Cheli".



Senza arbitri né guardalinee
Franco Ferrarotti su
Il Messaggero

Sono trascorsi oltre vent'anni da quando pubblicavo il volume All'ultimo stadio - una repubblica fondata sul pallone . Era un'intervista rilasciata al giornalista sportivo Oliviero Beha e pubblicata prontamente dall'editore Rusconi. Ci ripenso con un misto di sentimenti contraddittori. Avevo ragione ma avevo anche torto. Una conferma, non strettamente necessaria, dei limiti della scienza sociale. Sociologi, politologi, analisti sociali, e così via, soffrono di una malattia endemica. Più grave d'una semplice deformazione professionale. Soffrono di infallibilismo. Sono così professori che qualche volta, senza avvedersene, bocciano la vita. Con quel libro volevo dire che l'Italia stava per toccare il fondo. Perduta di vista la grande patria, si affermavano solo le “piccole patrie”. Si faceva strada, in nome della giusta esigenza del decentramento e della lotta contro il dispotismo burocratico, un municipalismo miope e gretto. Nel momento in cui si parlava di unione europea, veniva meno l'unione nazionale. La squadra locale assorbiva tutta la lealtà e l'attaccamento emotivo disponibili. Se la squadra di calcio del cuore rischiava di passare alla serie B si occupava l'autostrada, veniva bloccata la stazione ferroviaria. Stavamo arrivando all'ultimo stadio. Avevo dunque ragione.
In realtà, avevo torto. Quella che vedevo in pericolo, la repubblica italiana, stava ormai per essere, in senso proprio e non metaforico, fondata sul pallone. Pochi anni dopo, il suo primo ministro sarebbe stato anche il patron di una primaria squadra di calcio. Non solo. Fenomeno unico in Europa e forse nel mondo, questo patron , di cui gli analisti politici non cessano, giustamente del resto, di richiamare il conflitto di interessi, con un colpo d'ala di cui non si sa se ammirare di più l'ardire o la spericolatezza, trasforma la sua azienda in un partito e lancia un movimento politico sotto il nome di uno slogan sportivo. Gli schizzinosi analisti troveranno da ridire e concluderanno che è solo una bravata. Hanno, purtroppo, torto. Invece di discettare intorno alla crisi delle ideologie, con la prontezza di riflessi di quei viaggiatori di commercio che imparano dalla pratica della vita, l'uomo si rende conto che la scomparsa delle ideologie apre un vuoto che va riempito, che la gente vuole mangiare ma anche sognare. Dubito che abbia letto Massa e potere di Elias Canetti; non credo che abbia bisogno dell'Ortega y Gasset della Ribellione delle masse , tanto meno delle pagine profetiche che il sociologo americano Thorstein Veblen dedica alla “lealtà” sportiva, alle sportsmanlike propensities dei popoli le quali anticipano, alla lettera, lo sfruttamento politico che di questa passione e lealtà avrebbero abilmente fatto Mussolini, Hitler e Stalin.
Tutto questo sarebbe da lui considerato un peso inutile, se non ciarpame culturale, per non dire di peggio. I suoi oppositori, non importa quante solide ragioni abbiano accumulato e sviscerato dal punto di vista giuridico formale e da quello degli organismi di garanzia, che in una democrazia compiuta proteggono i diritti dell'opposizione contro i rischi di una tirannide della maggioranza, pur legittima, già denunciata da James Madison nei Federalist Papers , hanno armi spuntate, usano categorie concettuali obsolete.
Il patron del Milan e Presidente del Consiglio li ha con un solo balzo by-passati. Ha capito la sintassi del nuovo linguaggio politico. Intercetta i luoghi comuni che corrono sulla bocca di tutti. Si fa il lifting e ne dà la colpa ad un suggerimento della consorte, ma sa che più del cinquanta per cento dell'elettorato è costituito da donne. Parla per venti minuti con un giornalista sportivo. Offre consiglio sul miglior modulo d'attacco per segnare. Qualcuno (qualche ingenuo?) pensa che qualche consiglio servirebbe anche per migliorare la condizione dei pensionati. Ma è inutile scandalizzarsi. Il patron -primo ministro ha sempre la battuta pronta, si tratti dei politici con la barca o della rimonta del suo Milan. Gli si rimprovera di non limitare i suoi interventi al campo politico. Ma lui sa che c'è più politica fuori della politica, oggi, che non nella politica ufficiale. Non si scompone. È specializzato nelle invasioni di campo. Non per nulla ha inventato il partito-azienda. Dilaga. Non riconosce né guardalinee né arbitri. Niente da fare. Si può solo espellerlo dal campo. Ma non sarà uno scherzo.


L'invasione di campo
Giorgio Bocca su
la Repubblica

È opportuno o meno parlare male di Berlusconi? Si fa il suo gioco rispondendo a ogni sua provocazione, cogliendo ogni sua gaffe, rivelando ogni suo inganno? È lecito indignarsi per l'uso elettorale che fa della televisione pubblica per fare di una trasmissione sportiva una elettoralissima esaltazione di se stesso come uomo infallibile e vincente? La sinistra si divide fra coloro che lo ritengono non solo opportuno ma giusto e necessario, variamente definiti estremisti, giustizialisti, giacobini, azionisti, girotondini; e i riformisti moderati i quali sostengono che il calamento di brache, o l'attesa che sul fiume passi il cadavere del nemico sia la scelta vincente. Non è una novità.

Si tratta di una divisione quasi automatica nella storia della sinistra italiana e forse di tutte le sinistre di questo mondo: nel socialismo italiano fra Turati e Serrati fra socialdemocrazia e terza internazionale rivoluzionaria, nell'Unione Sovietica fa Trotzkij e Stalin, nella guerra partigiana fra interventisti e attesisti, per non tornare ai giacobini e ai girondini.

Ma ridurre la politica a questa scelta sul modo di arrivare al potere fa davvero parte della libertà e della necessità della politica? Stando alla situazione italiana, hanno davvero ragione quelli che di fronte a ogni violazione berlusconiana della democrazia e della libertà girano la testa dall'altra parte? È giusto pensare che il potere a cui si arriva con la politica sia il metro di tutte le azioni e speranze umane? La politica come ricerca del potere è certamente importante, può segnare il destino di generazioni ma ci sono anche l'etica, la cultura, lo stile, c'è anche il dovere di respingere le menzogne più vergognose, gli opportunismi più sfacciati.

Qualche volta dovremmo pur chiederci: per un Paese è più importante una politica abile, pragmatica, furba o tenere viva una minoranza di giusti, di resistenti pronti alla lotta e ai suoi rischi, una minoranza che salvi l'anima della società? Quale democrazia avremmo avuto in Italia se non ci fosse stato l'antifascismo delle prigioni e dell'esilio? Se la Resistenza non avesse pagato il biglietto di ritorno alla democrazia? Che democrazia sarebbe possibile in Germania o in Russia se non ci fossero stati coloro che continuarono a testimoniare, a rifiutare, a morire se necessario?

Seconda riflessione: è poi vero che il rifiuto aperto e immediato a subire la violenza altrui sia perdente e che il chinar la testa assicuri la vittoria? A forza di terzismo, di equidistanza, di completismo, di revisionismo siamo alla occupazione berlusconiana del sistema televisivo, al condizionamento della stampa, della pubblicità, alla offensiva aperta contro la magistratura e contro la Costituzione. Che deve ancora fare il nuovo padrone per convincere il riformismo disarmato e rassegnato che calare le brache non serve?

C'è in questo riformismo una presunzione senza limiti, esso non si trattiene dal teorizzare un terzismo, occupa intere pagine di grandi quotidiani per spiegare che non c'è scelta migliore che star fuori dalla mischia e scegliere volta a volta il vero dal falso, il giusto dall'errato. Ma dove? Ma come se il potere ce lo ha uno solo, se il denaro è nelle sue mani e se non scrivi e pensi quel che vuole lui ti toglie la benzina?

I totalitarismi sono imputabili ai pochi che hanno continuato a dissentire o ai molti che mano a mano sono passati dall'equidistanza all'adesione totale? Chi è per la libertà, per la democrazia, per la giustizia deve in ogni caso sottomettersi agli opportunismi della politica o battersi per i suoi principi?

Facciamo il caso della nostra partecipazione alla guerra in Iraq. Persino Henry Kissinger, il padre di tutti i falchi americani, ha ammesso che si tratta di una guerra sbagliata che durerà come il Vietnam lunghissimi anni senza venire a capo di nulla, anzi aggravando i rischi e gli errori per cui è stata fatta. Per esempio offrendo al terrorismo islamico una occasione pari a quella dell'occupazione sovietica dell'Afghanistan, cioè un terreno di lotta al terrorismo favorevole in cui dargli modo di organizzarsi, compattarsi, creare rapporti stabili con la popolazione; la prova provata che la sola forza delle armi non riesce a imporre un neo-colonialismo, un missionarismo forzato, un riscatto democratico basato sulla menzogna.

E allora perché non dire come dissero i socialisti per la guerra di Libia un basta a questa avventura? Perché, dicono i riformisti moderati, non è opportuno, perché la retorica nazionalista è ancora vincente, perché la voglia di spartirsi le ricchezze altrui è ancora diffusa e perché il prezzo non è esagerato: in fondo la guerra la fanno i poveracci, basta farli opportunamente ruotare, qualche mese ai carabinieri, qualche mese ai sardi, qualche mese agli alpini. Ma è proprio scritto che tutte le malefatte e gli scandali di questa real politik del profitto debbano essere accettati e aiutati, che i crac alla Enron o alla Parmalat continuino a spogliare i risparmiatori, che gli imbroglioni alla Cragnotti possano fabbricare impuniti migliaia di frodi finanziarie?

Il comunismo autoritario e concentrazionario è fallito, ma il capitalismo anarcoide aveva davvero vita lunga? Dobbiamo assistere alla sua progressione senza dire bah per non fare il gioco di un capo del governo che giustifica l'evasione fiscale, accusa di persecuzione la giustizia e dà la colpa di tutto ciò che non va ai comunisti che ci sono anche quando non ci sono.


Federalismo, calano i sì tra chi vota Forza Italia e Lega
Renato Mannheimer sul
Corriere della Sera

Si sente dire spesso che gli orientamenti della gente non cambiano mai. In molti casi è vero. In altri, come l'atteggiamento sull'autonomia regionale, no. Grossomodo otto anni fa, la maggioranza assoluta della popolazione italiana era favorevole (sia pure con forti differenziazioni di intensità a seconda dell'orientamento politico e, specialmente, della collocazione territoriale) al decentramento di potere alle regioni. Oggi lo ribadisce solo una minoranza, seppure molto consistente. Il mutamento di opinione è legato sia al contesto (oggi la critica verso il decentramento di poteri alle regioni è espressa in modo più diffuso ed evidente di quanto non fosse dieci anni fa), sia al fatto che molta strada in questo senso è gia stata percorsa, sia, in certi casi, ad una sorta di delusione per l'esperienza di questi anni da parte di alcuni governi regionali. Il mutamento di opinione riguarda tutta la popolazione. Ma si manifesta all'interno di quest'ultima in modo significativamente diseguale. Esso tocca un po' più intensamente proprio gli elettorati che nel 1996 sostenevano maggiormente il decentramento di poteri, quali quelli di Lega e Forza Italia. Che restano, beninteso, più favorevoli di altri: ma con una enfasi minore.
Le variazioni più interessanti sono però quelle relative alla distribuzione territoriale. Che vede una maggiore intensità del mutamento di opinione in senso negativo (o di dubbio) al Centro e al Sud, nelle zone, cioè, che già otto anni fa si esprimevano in modo più critico verso il decentramento di poteri alle regioni. E che oggi lo vedono ancora più sfavorevolmente. Un andamento in parte simile si registra in relazione al cosiddetto "solidarismo regionale", secondo cui, proprio perché più autonome anche finanziariamente, le regioni più ricche dovrebbero aiutare le più povere o arretrate. Da sempre, queste ultime, localizzate nel Centro-Sud, sono più favorevoli al principio in questione, a fronte di un maggiore scetticismo nelle regioni del Nord.
Insomma, il quadro generale è in larga misura lo stesso del 1996: il Centro-Sud è più ostile ad ulteriori passaggi di poteri alle regioni e, se proprio ci deve essere, li vorrebbe più improntati al solidarismo. Al Nord, seppure con minore diffusione del passato, l'opzione di una maggiore autonomia regionale è tuttora espressa dalla maggioranza e c'è, specie nel Nord-Ovest, molto minore disponibilità al solidarismo.
Se dunque da un verso la struttura dello scenario è la medesima, dall'altro si registrano rispetto al 1996 almeno due importanti modificazioni. 1)La "voglia" di autonomia regionale, come si è visto, si è contratta dappertutto. 2) Si è allargata al tempo stesso la frattura tra Nord e Centro-Sud. Con una accentuazione, in misura più o meno intensa, della differenza di opinioni rispetto al decentramento di poteri alle regioni. Oltre che le componenti "strutturali", la spaccatura territoriale sembra progressivamente riguardare anche gli orientamenti dei cittadini.


Bossi: via dal governo se non si vota il Senato federale
Giovanni Cerruti su
La Stampa

"E voi come la vedete?". Non capita spesso, al Consiglio Federale della Lega: di solito è Bossi che parla e gli altri domandano. Questa volta, ieri pomeriggio, il contrario. "Io sono pessimista - dice - la riforma federalista può passare nei prossimi giorni al Senato, ma chi ci garantisce che non inventino altre trappole quando arriverà alla Camera? Voi come la vedete?". In due ore, ascoltati il segretario dei leghisti lombardi Giancarlo Giorgetti e il ministro Roberto Maroni, la Lega riesce a trovare la sua soluzione: chiedere entro giugno il passaggio delle riforme alla Camera e annunciare, ben sapendo che gli alleati della Casa delle Libertà la prenderanno malissimo, che alle prossime amministrative la Lega correrà da sola dappertutto.
" Il Consiglio federale ha dato mandato pieno al segretario Bossi - riferisce il coordinatore Roberto Calderoli - Con la possibilità di uscire dal governo se si dovesse verificare un blocco del processo di riforma federalista". Messa solo così sembra la solita minestra, la Lega che alza i toni minacciosa: è dal maggio 2003 sul pratone di Pontida che lo ripetono; per Alleanza Nazionale e l'Udc di Marco Follini sarebbero i "penultimatum". Ma questa volta c'è dell'altro, a cominciare da una frase secca che non s'era mai sentita al Consiglio Federale: "Mercoledì, se non passa la riforma federalista, potrebbe essere l'ultimo giorno del governo Berlusconi". "L'ipotesi di mie dimissioni e basta non esiste - ha aggiunto Bossi- se esco io salta tutto lo stesso".
Bossi è rimasto quasi due ore ad ascoltare. "Forse la Lega è salva", ha detto alla fine, dopo una votazione all'unanimità. "La nostra decisione - spiega Maroni - è quella di andare avanti e tentare fino all'ultimo secondo di rispettare i tempi delle riforma federalista. Il percorso dev'essere completato in questa legislatura, altrimenti saremmo rimasti al governo per niente. Deve passare in questi giorni al Senato ed entro giugno alla Camera. Saranno passaggi difficili e rischiosi, ma se riuscissimo a superare l'estate dopo le elezioni europee non dovremmo incontrare altri momenti difficili". Quali potrebbero essere? "Uno scenario che già era stato ipotizzato l'estate scorsa, quando non era esclusa la possibilità di un governo "del Presidente" nel caso di una nostra uscita".

E qui viene il bello, o il brutto. Lega da sola vorrebbe dire che dove si vota per la città o la provincia il centrosinistra avrebbe buone probabilità di successo. A Milano, con il segretario provinciale ds Filippo Penati, già sindaco di Sesto San Giovanni. Oppure a Brescia con il professor Tino Bino. O a Verbania. O forse dovunque, al Nord. La decisione del Consiglio Federale ha provocato scosse già in serata. Matteo Salvini, direttore di Radio Padania e segretario dei leghisti milanesi ha annunciato l'uscita dalla giunta di Gabriele Albertini dell'unico assessore leghista, il deputato Giancarlo Pagliarini. "Rimpasti, verifiche e perdite di tempo, ma che ci stiamo a fare al governo di Milano?", si domanda Salvini. Ieri sera, a Palazzo Marino, seduta sospesa.



Il muro sotto accusa all'Aja
Alberto D'Argenzio su
il Manifesto

Il muro in Palestina è da ieri sotto giudizio, fuori e dentro il palazzo della Corte internazionale di giustizia dell'Aja. Dentro, poco prima delle 10, tocca iniziare a Nasser al Qidwa, rappresentante palestinese all'Onu, che lo fa dando fuoco alle polveri: la barriera "è contraria al diritto internazionale ed a quello umanitario", "costringe e limita i diritti fondamentali", "non serve alla sicurezza ma mira ad annettere de facto ampie aree dei territori palestinesi", vuole rendere "eterna l'occupazione" e "impossibile una soluzione al conflitto israelo-palestinese". In poche battute il riassunto di una barbarie umanitaria, giuridica e politica vista da chi la subisce, mentre chi la costruisce non si presenta all'Aja ma manda un memoriale di 150 pagine ed organizza una controffensiva di piazza in grande stile. Israele non c'è perché la questione è "politica e non giuridica". Stessa linea quella adottata da Stati uniti, Unione europea e Russia, i tre piedi del Quartetto. La Corte con tutta probabilità deciderà invece che il muro si trova nel territorio di sua competenza, con buona pace degli assenti. E mentre inizia a parlare Nasser al Qidwa, fuori dal Palazzo della pace si raggruppano i primi manifestanti. Le due battaglie, quella giuridica e quella mediatica, proseguono a braccetto per tutta la giornata, la prima prova a parlare al cervello, la seconda mira dritto al cuore ed allo stomaco. E racconta di altre barbarie.


L'obiettivo del muro, hanno ripetuto i legali palestinesi, "è quello di creare dei ghetti, separare famiglie, formare dei bantustan, è il muro dell'apartheid". Nasser al Qidwa conclude pensando al dopo, al valore di un giudizio della Corte contro il muro. Allora, se dichiarato illegale, la comunità internazionale dovrebbe chiederne la distruzione ed eventualmente sanzionare Tel Aviv. Israele risponde con il suo memoriale inviato il 30 gennaio e reso pubblico ieri.

Si va dalle accuse, "i palestinesi non sono venuti alla Corte con le mani pulite", alla materia del contendere, "è un processo contro le misure prese da Israele per combattere il terrorismo e non invece contro gli stessi terroristi". Pochi argomenti e sostanzialmente avulsi dal processo, tanto che è chiara l'intenzione di Tel Aviv di concentrare le sue energie in piazza e nelle tv, non in aula ma nella battaglia mediatica. Anche la Ue è presente a L'Aja solo con un suo rapporto, al pari della maggior parte dei 15, tra cui l'Italia. Ma se Israele e Usa hanno già detto che non riconosceranno il verdetto (e l'8 dicembre all'Onu votavano contro la decisione di incaricare la Corte, i 15 si astenevano), l'Europa decide di camminare sul filo. La linea di Bruxelles è infatti puro bizantinismo: il processo è considerato "inappropriato" ma verrà "rispettata" la decisione della Corte. All'Aja deposizioni fino a mercoledì, poi toccherà ai 15 giudici decidere.


Pakistan, si stringe il cerchio attorno a Bin Laden
Redazione del
Corriere della Sera

WANA - Il cerchio si strige attorno a Osama Bin Laden. E' scattata all'alba l'operazione delle forze pachistane, coadiuvate da membri dell'unità dell'élite americana "121", contro i militanti di al Qaeda e i talebani che si sarebbero rifugiati in alcuni villaggi al confine tra Pakistan e Afghanistan. Secondo indiscrezioni, sarebbe prossima addirittura la cattura del "ricercato numero uno": lo sceicco del terrore Osama bin Laden. Forti esplosioni si sono avvertite nei pressi del villaggio di Wana: "Abbiamo sentito 25 o 30 esplosioni, gli spari sono iniziati questa mattina e stanno ancora continuando", ha raccontato Shahzad Wazir, un residente della zona.

TRUPPE - Sabato scorso il Pakistan aveva trasferito alcune truppe in quest'area montagnosa e istituito dei posti di blocco. Il governo di Islamabad aveva ordinato alle tribù locali di consegnare entro il 20 febbraio i "combattenti stranieri" ospitati dalla fine della guerra in Afghanistan: sarebbero state consegnate finora 49 delle 82 persone ricercate. Il Pakistan ha recentemente rinnovato la promessa di collaborare con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, durante una missione riservata compiuta a Islamabad dal capo della Cia George Tenet. Domenica il periodico britannico "Sunday Express" ha riferito che Osama bin Laden si trova in Pakistan presso il confine afghano.

SOSPETTI - Lo stesso ministro delle Informazioni pachistano, Rashid Ahmed, ha citato la località di Wana come obiettivo dell'operazione. Almeno 25 presunti terroristi, tra cui una donna, sono stati arrestati e due case sono state fatte saltare in aria in un nuova offensiva condotta dall'esercito pachistano contro i militanti di Al Qaeda e talebani nell'area tribale semiautonoma del Waziristan del Sud, al confine tra l'Afghanistan ed il Pakistan. Le truppe, appoggiate da una decina di elicotteri da combattimento, sono impegnate nella regione del Waziristan, controllata dai clan tribali che riconoscono solo in parte l'autorità di Islamabad.

MINACCE IN AUDIO - Intanto il braccio destro di Osama Bin Laden, il medico egiziano Ayman Al Zawahiri ha attaccato l'Occidente in un audio trasmesso sia da Al Jazira che dalla Tv Al Arabiya. Le affermazioni di Bush, che dà per sgominata la maggior parte di al Qaeda, sono false, secondo le frasi diffuse dalla Tv satellitare del Qatar al Jazira. Il medico egiziano Ayman al-Zawahri ha anche minacciato nuovi attentati e l'invio di altri terroristi-suicidi in America. Zawahiri, che è considerato il braccio destro di Osama bin Laden, ha ricordato che al Qaeda è sempre impegnata nella "guerra santa" e nel difendere l'Islam "contro la campagna dei "crociati sionisti""



Un'italiana governatore di Nassiriya
Toni Fontana su
l'Unità

L'Italia pianta le radici in Iraq. Mentre il paese rischia di sprofondare nelle sabbie del deserto che lo coprono, minacciato da quotidiani attentati, incapace di intravedere un futuro sul quale americani e sciiti, con la mediazione per ora infruttuosa dell'Onu, non riescono a mettersi d'accordo, il governo italiano cerca un posto nella tavola della ricostruzione nella quale ha trovato finora ora solo qualche briciola. Pochi giorni fa il proconsole di Bush, Paul Bremer ha detto che i militari italiani dovranno restare almeno "fino al 2005" ed il ministro della Difesa, Antonio Martino, si è affrettato a precisare che, in effetti, la missione dei soldati "potrebbe durare a lungo", ben più dei sei mesi su quali si voterà tra breve alla Camera. E, in questo quadro, si intravede una spartizione dell'Iraq in "zone di influenza".
L'Italia punta su una presenza stabile nella provincia di Dhi Qar della quale Nassiriya è la capitale. Il fatto che un'italiana venga nominata "governatore" della regione, come ha appreso l'Unità, s'inquadra appunto nel "radicamento" in Iraq. Con un anticipo di alcuni mesi, il britannico John Bourne che finora ha guidato la Cpa (l'autorità provvisoria della Coalizione) a Nassiriya dovrebbe abbandonare l'incarico che sarà assunto dall'italiana Barbara Contini, quarantenne, esperta di volontariato e cooperazione internazionale, da alcuni mesi impegnata nella Cpa a Bassora. In tal modo l'Italia, sottoposta al comando inglese sul piano militare, assumerà la guida politica della ricostruzione nella provincia di Dhi Qar in un momento di particolare tensione.

Il governo ha insomma scelto una donna, con un lungo curriculum di cooperante, per completare il dispiegamento italiano nella regione di Nassiriya. Ai soldati tocca il compito di garantire la sicurezza, mentre Farnesina e palazzo Chigi attrezzano "task force" per farsi largo nella rissa per gli appalti che accompagna la ricostruzione. Pochi giorni fa alla Farnesina, il segretario generale Umberto Vattani ha ricevuto l'ingegner Lino Cardarelli per il quale il governo ha recentemente ottenuto la carica di vice-direttore del Program Management Office, l'organismo della Cpa guidata da Bremer che coordina le attività economiche, finanziarie ed industriali in Iraq. Nel colloquio, spiega una nota del ministero degli Esteri, si è discusso, sulla base delle indicazioni del ministro Frattini, delle "prospettive della presenza italiana in Iraq nell'ambito dell'azione di sostegno del nostro paese alla ricostruzione". La Farnesina spiega che attualmente in Iraq vi sono solo trenta civili italiani impegnati nei progetti della ricostruzione a Bassora, Baghdad e Nassiryia. Pochi, fa capire la nota del ministero, e per questo Esteri, Attività produttive, Istituto per il commercio estero, Sace e Simest hanno dato vita ad una "task force interminsteriale" che dovrà coordinare la ricostruzione curando "con particolare attenzione alle prospettive di un ulteriore potenziamento della presenza italiana di esperti civili in seno al governo provvisorio iracheno".



Mani invisibili
Rossana Rossanda su
il Manifesto

Ultima notizia di sabato: se è respinto il piano del suo amministratore delegato Mengozzi, Alitalia sarà privatizzata. Chi lo ha deciso? Il governo. Per quale ragione? Alitalia perde, si dice, un milione e trecentomila euro al giorno. Perché perde? Perché si vola poco (colpa del terrorismo) e i costi sono troppo alti (colpa del personale). Guarda. Perché un privato perderebbe di meno? La paura del terrorismo vale per tutti. Sarà perché il privato riduce i costi del lavoro con maggiore disinvoltura? Le compagnie low cost, come la britannica Easy Jet e l'irlandese Ryan Air, se ne vantano: telelavoro per prenotare, meno addetti agli sportelli, meno per imbarcare, meno in cabina. Il passeggero ci mette di suo con le code chilometriche e i posti stipatissimi, qualcosa bisogna pur pagare. Purché non paghi lo stato. E' vero che le compagnie low cost sono spesso sovvenzionate da regioni e province che la compagnia di bandiera non serve; per esempio in Francia, e nondimeno ben tre di esse hanno chiuso nel solo 2003: l'ultima la settimana scorsa Air Littoral. Apprendiamo anche che metà del loro capitale appartiene in genere alle grandi compagnie - per esempio metà di Air Littoral è della Swiss Air, Swiss Air si ritira e crolla Air Littoral. Ma i soli morti e feriti restano fra i dipendenti, messi fuori per giusta causa, quale causa più giusta che la scomparsa dell'azienda?

Sono i tribunali a vendicarci un poco delle distrazioni della mano invisibile del mercato, cui i nostri governi svendono quel che possono, così il bilancio del pubblico va in pari e il paese in malora. La verità è che il mercato è cieco come un pipistrello, se vi si possono svolgere per anni le operazioni più svergognate. Anzi, sapete perché la mano del mercato è detta invisibile? - ha chiesto Joseph Stiglitz in viaggio fra Bombay e Davos. Perché non esiste. Il mercato non solo non ha occhi ma non ha mani. Le avevano gli stati, ma gliele abbiamo entusiasticamente tolte, e addio.


   24 febbraio 2004