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sulla stampa
a cura di P.C. - 23 febbraio 2004


I politici ladri e i misteri del premier
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Si ha un bel tentare di parlar d'altro, della qualità della vita, della dignità della morte, della felicità del corpo e delle malinconie dell'anima. Si ha un bel voler analizzare i problemi che il presente ci propone nelle loro oggettività e senza pregiudizi. Sforzi frustrati, tentativi falliti perché rispunta sempre quel qualcuno che ti riporta in fondo, ti obbliga a riconsiderare per l'ennesima volta il fondo del pozzo nel quale il Paese è stato precipitato.

Un tempo si diceva: viviamo un'epoca di basso impero, ma oggi è più appropriato definirla un'epoca di basso ventre. Che disgrazia. E che offesa quotidiana. Dovremmo tutti poterci querelare contro quell'offesa se fosse contemplata dal Codice come reato, ma purtroppo non è un reato penale, è molto di peggio: è un crimine etico-politico, attuato con dolosa consapevolezza da chi del basso ventre ha una conoscenza precisa e la utilizza con una mancanza di scrupoli da far paura.

La storia dell'Italia moderna ha già conosciuto parecchi personaggi che, avendo esperienza degli istinti promananti dal basso ventre, li ha utilizzati per conquistare e mantenere il potere; ma nessuno c'è stato così identificabile come quello che oggi ne è il più pervicace rappresentante. Vorrei dire il prototipo, del quale quelli che si sono manifestati prima di lui non furono che abbozzi o precursori in attesa dell'"Unico". Ora l'"Unico" è arrivato, anche - dice Lui - per virtù dello Spirito Santo. Perciò è ancora di Lui che siamo costretti a parlare perché tra i tanti problemi proprio Lui è il problema e non è dato di eluderlo.

Lui cominciò a lavorare da giovane, poco più che ragazzo. Era pieno di voglia di fare e di guadagnarsi onestamente quanto gli serviva. A scuola s'era specializzato nella stesura dei compiti, li vendeva ai compagni a prezzi onesti e quella era la sua paghetta. Un frugolo così sarebbe una benedizione in ogni famiglia.

Poi scoprì d'avere una discreta voce intonata e insieme ad un compare ch'è rimasto poi inseparabile fino ad oggi ed oltre, mise su un duo pianistico-vocale. Fu scritturato da varie orchestrine in lidi turistici a cominciare da Beirut che era ancora la Svizzera del Levante (ah, il Levante!) e poi su navi da crociera dove faceva anche ballare le signore anziane.

Il tempo passava e le ambizioni crescevano. Il papà era un onesto impiegato d'una banchetta di Milano che disponeva di un solo sportello. Ciò nonostante era molto nota a Lugano, a Vaduz, a Montecarlo. Se non indovinate il perché non sarò certo io a dirvelo.
Lui intanto lavorava sodo, non so bene a che cosa, le cronache su quel punto sono avare. Si sa soltanto che aveva buone entrate al Comune di Milano all'assessorato dell'Urbanistica e nella commissione Edilizia. Com'è, come non è, trova i soldi per costruire una palazzina. Poi un'altra. Poi un'altra ancora. Alla fine non ti viene fuori che costruisce un intero quartiere, una quasi città dotata di tutti i servizi possibili e immaginabili e siccome è grandioso nelle immagini e nello spirito non te la va a chiamare Milano 2? Gli domandi: ma i soldi per costruire quella roba lì, roba da miliardi, a te chi te li ha dati? Lui ti risponde puntuto: erano gli utili derivanti dalle palazzine. Ma va. Beh, risponde, le banche, colpite dal buon affare delle palazzine. Incredibile, le banche quando prestano centinaia di milioni o addirittura miliardi chiedono garanzie. Quali garanzie poteva dare lui? Risponde: la fiducia nel mio talento.

Se sei stanco di domandare ti fermi lì e fai finta di credergli. Altrimenti continui e gli chiedi: quando hai dovuto intestare i tuoi affari improvvisamente diventati miliardari perché li hai messi al nome di una ventina di società fiduciarie, 23 per l'esattezza, ognuna delle quali possedeva una fetta delle quote sociali? Perché questo giochino? Chi c'era dietro quelle società senza nome tanto che le avevi chiamate con i numeri da uno a 23? Risponde, ci sono io e la mia famiglia. Oggi forse, ma allora, a quei tempi, chi c'era? La questione ha incuriosito parecchia gente nel corso del tempo, Procure della Repubblica incluse. Ma non se n'è mai venuti a capo. C'è ancora qualche processo pendente ma chissà che fine farà. Chi ci ha provato del resto è stato, metaforicamente parlando, linciato, sicché per non incorrere nella stessa sorte qui mi fermo. Quel che si dice sull'origine delle sue fortune non oso neppure riferirlo ma sta scritto in libri pubblicati e ristampati più volte e anche in atti della magistratura inquirente.

Personalmente non credo a quelle dicerie. Però resta una zona oscura. Ecco perché dico giù il cappello di fronte al coraggio di quest'uomo: con quella zona d'ombra ancora non chiarita alle spalle ha avuto il fegato d'accusare di furto mezzo Parlamento, poi limitato alla sola opposizione, poi alla sola sinistra dell'opposizione, infine soltanto a tre o quattro senza nome ma provvisti dell'identikit da lui fornito. Di lui invece si dice che. Ma fatemi il piacere. Uno così ce l'invidiano dovunque e dovunque lo temono. Infatti lo coprono di complimenti e di pacche sulle spalle ma quando debbono parlare di cose serie si riuniscono tra di loro e Lui lo tengono fuor dalla porta. Per paura. Perché se Lui entra in quelle segrete stanze surclassa tutti gli altri e se n'è vista la prova durante il famoso semestre. Ci invidiano e ci temono. Ma noi niente, dritti come fusi, nudi alla meta, come si dice.
Nudi? In verità ci manca poco.


Il tattico (elettorale)
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA - "Ora voglio sapere chi si è permesso di schierare i rincalzi". Mercoledì, undici febbraio: la semifinale di coppa Italia è terminata da pochi minuti, il Milan ha appena subìto all'Olimpico un pesante quattro a zero dalla Lazio ed è stato eliminato dalla competizione. Spenta la tivvù, Berlusconi si attacca al telefono: "Cercatemi Galliani". Il cellulare del vicepresidente rossonero risulta "non raggiungibile". "Allora trovatemi Braida". Per sua sfortuna il direttore generale del Milan risponde alla chiamata. La voce del premier è alterata. Molto alterata: "Mi dovete una spiegazione, pretendo una spiegazione per una simile figuraccia. Chi si è permesso di mandare in campo le riserve?". Il Cavaliere ringhia manco fosse Gattuso, Braida prova a reggere al pressing, spiega che i dirigenti non possono intromettersi nelle scelte tecniche, che sono competenze dell'allenatore. Berlusconi decide allora di affondare i tacchetti: "È intollerabile che davanti a milioni di italiani, in diretta televisiva, sia stata offerta un'immagine desolante del Milan".
...
IN TV - C'era chi scommetteva sul fatto che ieri avrebbe proseguito, partecipando alle trasmissioni sportive in tv. È accaduto, ed è scoppiato un pandemonio. D'altronde il calcio è una vetrina che a vario titolo stuzzica sogni e desideri dei politici. All'indomani dello scudetto conquistato dalla Roma, D'Alema raccontò ad alcuni deputati Ds la festa a cui aveva partecipato la sera prima, insieme alla squadra giallorossa: "A parte Totti, il più applaudito sono stato io, diciamo". Quanto a Berlusconi, il suo modo di accostarsi al pallone risale a un periodo remoto, quando nemmeno lui pensava di "scendere in campo" nel Palazz o, quando presiedeva, allenava e addirittura giocava in una società dilettantistica "che vinse, modestamente, tutti i campionati a cui partecipò". La passione lo trascina ancora oggi, e lo fa tracimare anche durante i vertici della Cdl. Dicono che tra una baruffa e l'altra con gli alleati esponga tesi tattiche ardite, "come se avesse frequentato il corso di allenatore a Coverciano".
Nei giorni scorsi, mentre si giocavano gli ultimi minuti della verifica, provocato da un alleato nerazzurro, ha ficcato il naso nei problemi dei "cugini". Anche loro erano stati eliminati in Coppa Italia, "ma non solo dalla Juventus, Silvio...". "Consentimi, non è giusto scaricare tutto sull'arbitro" ha commentato Berlusconi: "È che siete un po' sfigati e poi in quella società manca lo spirito giusto. È inutile, per esempio, comprare dei grandissimi attaccanti, se non gli arrivano palloni per segnare". Sarà, ma persino nel suo partito quei pochi tifosi interisti che non hanno abiurato per compiacerlo, sussurrano che "quando Moratti diventerà premier vinceremo lo scudetto".
Ora bisognerà attendere giugno prima di sapere se i successi dei rossoneri avranno un'influenza sull'esito delle Europee. Anche perché Enrico Letta, che divide solo la fede calcistica con il Cavaliere, ricorda come finora "quando il Milan ha vinto lo scudetto, Berlusconi ha sempre perso le elezioni". Fosse costretto a scegliere, a cosa rinuncerebbe il Cavaliere?


I neoliberali alla Casa Bianca
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

Thomas Friedman, uno dei più autorevoli giornalisti americani, ha dato un consiglio a John Kerry, il cosiddetto nuovo Kennedy: non essere mai ambiguo circa la presenza militare in Iraq; collegala a un obiettivo (la rinascita di un potere locale), dai spazio all'Onu e agli organismi internazionali, ma non cedere al terrorismo e non farti tentare dal ritiro unilaterale perché l'America non capirebbe.

È plausibile che Kerry seguirà il consiglio. Ma a sua volta egli deve guardarsi da un concorrente insidioso: l'altro John, cioè Edwards. Il quale è più giovane, ma soprattutto più moderno di Kerry. Più capace, così sembra, di parlare al cuore dell'America profonda, di cogliere il disagio di un Paese che resta refrattario agli estremismi e tuttavia ha bisogno di sognare. Edwards, dicono i sondaggi, non potrà afferrare la coda di Kerry e superarlo sul traguardo, ma ha dimostrato di saper leggere le linee di contrasto e di contraddizione tra due Americhe non conciliate e forse non in grado di comprendersi.

Qualcuno ha osservato che i primi passi della campagna elettorale negli Stati Uniti segnano la sostanziale sconfitta dei "neoconservatori" di Bush, Cheney e Rumsfeld. Ipotesi verosimile, ma prematura. Di sicuro, la dottrina della guerra preventiva era fondata sul presupposto di una minaccia estesa e incombente. Quando si è visto che le armi di distruzione di massa nell'Iraq di Saddam esistevano, sì, per annichilire e gassare gli oppositori, ma non erano quelle descritte e temute dalla Casa Bianca, il quadro è cambiato. Con conseguenze politico-elettorali di non poco conto. In fondo, è la dottrina Bush a sgretolarsi perdendo credibilità, nonostante che il terrorismo sia tuttora un veleno tanto rarefatto quanto letale.

Il "presidente di guerra", come egli ama definirsi dall'11 settembre 2001 in poi, ha bisogno della guerra per esercitare la dovuta pressione sull'elettorato. Se cambia la percezione degli americani, può cambiare anche l'identikit dell'uomo che la nazione vuole nello Studio Ovale.

Oggi, a otto mesi dalle elezioni, i "neoconservatori" giocano senza dubbio in difesa. E i liberali cominciano a uscire dagli armadi in cui si erano rinchiusi negli ultimi tre anni. Ma sono liberali diversi da quelli che gli osservatori della vecchia Europa possono immaginare. La sconfitta del radicale Dean giustifica l'avvertimento di Friedman a Kerry sull'Iraq. Ma è Edwards, più del candidato favorito, a incarnare una nuova sintesi, in gran parte inedita, di economia e visione internazionale. Una ricetta "neoliberale" per ridurre il divario tra le due Americhe e sconfiggere i conservatori senza paura di usare alcuni dei loro argomenti.

Ne derivano per gli europei una serie di problemi. Che riguardano le sinistre, in particolare. L'Ulivo italiano che spera di ricevere da un'eventuale vittoria democratica in novembre la spinta giusta per le prossime elezioni politiche. In realtà da una Casa Bianca neoliberale, con Kerry ed Edwards, potrebbe venire una scossa superiore a quella causata a suo tempo dal neolaburismo di Blair, dopo gli anni della Thatcher. Per ora Bush è il nemico, lo è a tutto tondo: il che risulta quasi rassicurante. Si può essere contrari alla permanenza della missione militare in Iraq, ovvero rifugiarsi nella linea del "né sì, né no, né astensione". L'attuale presidente è un comodo alibi per le ambiguità della sinistra, compresa quella che cerca la sua anima moderato-riformista.

Ma cosa accadrebbe se l'approccio aggressivo e unilaterale di Bush fosse sostituito dalla più avvolgente visione multilaterale dei nuovi democratici? L'Europa sarebbe coinvolta, certo, ma crescerebbero di molto le sue responsabilità (anche militari) nel nuovo ordine mondiale. Alla stessa Italia si chiederebbe di più, non di meno. Merita rifletterci, in vista del voto alla Camera sull'Iraq.


Elogio del conflitto
Polo e Ulivo, tutti contro tutti
Enzo Bettiza su
La Stampa

E' ormai luogo comune la diffusa convinzione che nell'Italia del maggioritario la lotta politica abbia raggiunto una soglia insopportabile di conflittualità permanente e generalizzata. Rivive e ulula sempre più nelle risse quotidiane l'homo homini lupus di hobbesiana memoria.
Si usa affermare che la politica è ormai un'arena di scontri fomentati dalle manovre più scorrette e dagli istinti più ferini degli attori di prima e di seconda linea. Le coalizioni del Polo e dell'Ulivo si azzuffano fra loro e si frammentano contemporaneamente all'interno di se stesse: scelte d'urto nelle questioni che toccano la magistratura, votazioni parlamentari contraddittorie sulla presenza italiana in Iraq, polemiche e ricatti per il predominio nella televisione pubblica, sussurri e grida sulla riforma scolastica, su pensioni, costo della vita, inflazione da euro, orientamenti futuri dell'Italia nell'Unione dei 25. La seconda repubblica starebbe insomma sprofondando in una sorta di guerra civile fredda che non risparmia nessuno e coinvolge tutti contro tutti. Liberisti di centrodestra contro statalisti di destra sociale, riformisti di centrosinistra contro massimalisti e movimentisti di sinistra, sindacalisti istituzionali contro anarcosindacalisti selvaggi, con strascico di corporazioni varie in subbuglio continuo.

La conflittualità per se stessa non dovrebbe metterci comunque a disagio. La quiete era un tempo contrassegno cimiteriale dell'Europa comunista. Si sa invece che le società aperte sono anche società conflittuali e che il conflitto, temperato da uno scrupoloso equilibrio dei poteri, è il sale della democrazia liberale. Quello che dovrebbe metterci a disagio non è dunque lo scontro fisiologico di interessi e politiche contrastanti; dovrebbe preoccuparci piuttosto la retorica gratuita dello scontro, la conflittualità che s'avvita a vuoto su se stessa, generando fisime, ansie, nevrosi visionarie e, fra le altre cose, anche amnesie riguardanti la più recente storia italiana.

Certamente l'Italia, con la svolta giudiziaria e giustizialista dei primi Anni 90, con l'avvento di un maggioritario imperfetto, nato non da una riforma costituzionale bensì da una crisi autodistruttiva, ha subito nel rapporto fra i poteri uno squilibrio tale da scatenare pulsioni di un conflittualismo spesso brado e intemperante. Ma, senza scomodare la storia delle rissose tradizioni comunali, basterà soffermarsi su alcune vicende politiche e di tecnica elettorale della prima repubblica per rendersi conto di un dato essenziale: per imperfetto e confusionario che possa apparire il maggioritario di oggi, tuttavia il sistema proporzionale di ieri, che sta suscitando rigurgiti di nostalgia, non era affatto un eldorado privo di contrasti, d'imboscate e di cattiverie come tanti smemorati veri o finti amano immaginare a posteriori. Tutt'altro. Il gioco furbesco e sotterraneo delle preferenze, l'alchimia maligna dei numeri, le mafie e le perfidie correntizie favorivano non solo una lotta spietata tra i partiti, ma soprattutto tra le fazioni intestine e i candidati di uno stesso partito.

Ricordo che il Montanelli degli Anni 70, deluso dalla lezione federativa che invano aveva tentato d'impartire ai laici, prese poi il gusto d'avvoltolarsi nelle paludi della "diccì" favorendo a seconda dell'umore e del fiuto l'una o l'altra corrente. Mi diceva all'incirca quello che ha già registrato su queste pagine Filippo Ceccarelli: "La lotta politica in Italia si restringe di fatto a quella di un solo partito che ne vale centinaia: la Dc". "Divisi si vince", gli faceva eco Franco Evangelisti. Il mercato dei pacchetti di voti sparigliava sociologicamente il consenso facendolo rifluire per più canali alla casa matrigna.

Il veleno di conflitti asperrimi, blocchi e controblocchi clientelari, disfide personali, baruffe familiari, spesso quasi tribali allorché si spostavano a Napoli o in Sicilia, intossicavano una scena politica sulla quale fra l'altro gravava il grigio coperchio della guerra fredda. I comunisti erano ossessionati dal colpo di Stato e tenevano sempre pronto un aereo per un'eventuale fuga di Togliatti. Il generale De Lorenzo tesseva i suoi giochi ambiziosi tra Segni e Saragat. Da una recente intervista di Andreotti apprendiamo che probabilmente il presidente Gronchi faceva controllare tutti i compagni di partito che andavano a far visita a Don Sturzo. Era questo il paradiso perduto della proporzionale.
Sotto molti aspetti, la conflittualità era più presente, più reale e perfino più pericolosa ieri che oggi. Il passaggio dalla prima alla seconda repubblica ha poi cambiato molte cose per il meglio e per il peggio. L'attuale maggioritario slogato ha prodotto comunque, accanto ad alcuni scontri veri e duri, una troppo grande nube fumogena di scontri immaginari, retorici e spesso del tutto incomprensibili. In definitiva, facilmente smontabili se ricorriamo all'uso della buona memoria e del buon senso.


Ha detto Violante
Vincenzo Vasile su
l'Unità

Danilo Dolci era un sociologo-profeta-agitatore. Si battè contro la miseria, la mafia, per la fratellanza dei popoli. A lui molti ultracinquantenni di oggi debbono la "scoperta" negli anni Cinquanta e Sessanta della bandiera iridata della pace. Danilo sosteneva che la violenza doveva essere bandita dalle nostre manifestazioni, ma che le parole dovevano essere nette e chiare. Oggi è raro nella politica italiana ascoltare frasi nette e chiare. Luciano Violante, capogruppo ds alla Camera, ne ha pronunciata una, che condividiamo: "Il governo è responsabile dell'invio dei nostri soldati in Iraq. Senza sufficiente copertura, come dicono i morti di Nassiriya. C'è una responsabilità precisa". La destra ha risposto nella maniera scomposta e aggressiva che il suo leader ha indicato inaugurando una campagna elettorale all'insegna dell'insulto e dello scontro. Ma Violante ha ragione. Per almeno quattro motivi:
1) La missione in Iraq nella quale i nostri soldati sono stati coinvolti non è - non lo è mai stata, non lo è, e in queste condizioni non lo sarà - una missione di pace. È guerra. Chi ha voluto guesta missione, chi ha scatenato questa avventura tragica e disastrosa, è il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. E Bush l'ha detto con parole, da parte sua, assai nette e chiare, appena due settimane fa: "Mi sento un presidente di guerra".
2) Questa guerra è sbagliata e ingiusta. Si è basata su un falso - il possesso di armi di distruzione che Saddam non aveva -ed è stata scatenata per interessi economici e per una politica di controllo e di egemonia globale che non hanno nulla a che fare con le nostre scelte di politica internazionale.
3) Questa guerra è un'avventura senza fine.
Il governatore americano in Iraq, Paul Bremer ha detto che secondo lui "è necessario che le truppe della coalizione, italiani compresi, rimangano in Iraq almeno fino a dicembre 2005". Almeno. E ha confessato di aspettarsi che il terrorismo "si intensifichi nel prossimo futuro". Il comandante delle truppe americane in Iraq, generale Sanchez, solo pochi giorni fa aveva previsto che gli italiani resteranno fino al 2009. 4) Questa guerra è destinata a provocare altra guerra. Civile. E a coinvolgere sempre di più il nostro contingente in una spirale di violenza. Proprio a Nassiriya, come ha raccontato ieri su questo giornale Marco Calamai, ex consigliere della cooperazione internazionale in Iraq, l'autorità civile irachena nominata dal governatore inglese della provincia chiede la protezione armata dei nostri soldati di fronte alla crescente spinta popolare per elezioni dirette degli organi di governo locale. Accade in queste ore. Carabinieri contro libere elezioni? Scelta pericolosa per la sicurezza dei nostri militari. Scelta che farebbe a pugni con il proclamato carattere di pace e di costruzione democratica della missione. Contro la quale è, dunque, più che mai giusto pronunciare parole nette e chiare come quelle di Luciano Violante.


La sindrome dei penultimi
Il Paese che si è fermato
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

La sfiducia nelle prospettive economiche. La convinzione che il reddito sia divenuto inadeguato a sostenere la vita e i suoi costi (crescenti); e il lavoro più incerto, rispetto a qualche anno addietro. È possibile si tratti di percezioni distorte, che non trovano conferma nella statistica. E nella realtà. È possibile. Ma riflettono, comunque, un sentimento diffuso e radicato. Come mostra l'indagine trimestrale sul "capitale sociale degli italiani", condotta da Demos, nei giorni scorsi. Disegna, l'indagine, uno scenario noto. Pervaso da un pessimismo cronico.

Alimentato ad arte, secondo alcuni, per calcolo di propaganda politica o mediatica. È possibile. In fondo, pochi anni fa l'immigrazione era percepita (e descritta) come un'invasione; la criminalità come una minaccia incombente sull'incolumità personale di tutti. Oggi l'allarme è stato ridimensionato. Anche se le statistiche giudiziarie denunciano un nuovo aumento dei reati, dopo anni di flessione. E i flussi migratori sono cresciuti allo stesso ritmo di un tempo. Le logiche mediatiche, il rumore della polemica politica, allora, possono aver contribuito anche oggi. Ma non riescono a spiegare, per intero, il collasso delle aspettative sociali. Che altri fattori, molto significativi, concorrono a precisare.

1. Il primo è il confronto con il passato. Un tempo agiva da meccanismo propulsivo. Ogni decennio una sfida. La ricostruzione, il boom, il welfare, il capitalismo di piccola impresa, il benessere diffuso. Infine, nell'ultimo decennio, il risanamento pubblico, l'ingresso nell'unione monetaria europea. Ogni decennio una prova. Puntualmente superata. Ora non più. Il passato causa frustrazione comparativa. L'indagine Demos ne offre un esempio chiaro. Secondo le persone intervistate, infatti, gran parte delle categorie professionali, negli ultimi anni, hanno peggiorato la loro condizione sociale e di vita. Non solo quelle più periferiche: i pensionati, gli operai. Anche i protagonisti della grande espansione degli ultimi vent'anni - artigiani e piccoli imprenditori - sono percepiti in declino. Come, d'altronde, le figure professionali ritenute, non troppo tempo fa, garantite e degne di considerazione sociale: gli impiegati, i tecnici del settore privato; gli insegnanti, i professori. I ceti medi, emergenti e tradizionali, pubblici e privati, agli occhi degli italiani hanno, quindi, perso ruolo e prestigio. È, peraltro, significativo osservare come il senso di frustrazione emerga soprattutto nei confronti dell'attività professionale svolta da ciascuno. Per cui gli artigiani, più degli altri, ritengono peggiorata la loro condizione. E così i professori, i piccoli imprenditori, e via proseguendo. E' come se vedessero frustrate le aspettative maturate nel passato e temessero, al contempo, di misurarsi con il futuro.

2. Il secondo fattore di insoddisfazione sociale riguarda le attese di cambiamento intergenerazionale. Nel corso del dopoguerra ogni giovane generazione è stata mossa dalla convinzione che avrebbe realizzato un destino migliore rispetto a quello degli adulti. Oggi non è così. Un giovane su due pensa che ad attenderlo vi sia una prospettiva meno gratificante di quella raggiunta dai suoi genitori. E i suoi genitori, i suoi nonni, al proposito, appaiono ancor più pessimisti. D'altronde, le politiche sociali, del lavoro, dell'educazione, non danno molti motivi di speranza ai giovani.

3. Il terzo fattore riguarda la struttura e la mobilità sociale. Gli atteggiamenti degli italiani delineano una scala sociale caratterizzata da una grande concentrazione nelle posizioni "intermedie". Quasi sei persone su dieci, infatti, definiscono la loro famiglia di classe sociale "media". Una su dieci si definisce di classe sociale alta o medio-alta. Il terzo che rimane, infine, si colloca al di sotto dell'Italia media. Il 22% degli intervistati si sente di classe sociale "medio-bassa". Il 10%, bassa. Racchiude, quest'ultima posizione, gli "ultimi". Coloro, almeno, che si sentono tali. In maggioranza donne, di età matura e anziana, di basso livello di istruzione. Casalinghe (sole), pensionate (e pensionati). Oppure operai (e operaie), del privato. Hanno poche e deboli relazioni sociali. Guardano il futuro economico con sfiducia e pessimismo. Consumano poco, risparmiano ancora meno, non vanno praticamente in ferie, né al ristorante. Magari esagerano i media, o le cassandre mosse da intenti propagandistici. Ma non sembra poi tanto azzardato pensare che gli "ultimi" ritengano faticoso il mestiere di vivere. E si accontentino di sopravvivere.



Strage sul bus, terrore a Gerusalemme
Eric Salerno su
Il Messaggero

GERUSALEMME - Mai, forse, in passato un attentato in Israele era finito per fare parte dei giochi politici e propagandistici così rapidamente come quello di ieri mattina. Il boato sordo dell'esplosione, seguito due o tre minuti dopo dall'ululato delle sirene, ha avvertito l'intera città della nuova strage in una zona centrale della parte ebraica di Gerusalemme. Otto morti oltre al kamikaze, sessantacinque feriti, sette ancora gravi, molti bambini perché era l'ora in cui si stanno per aprire le scuole. Le cifre sono state comunicate dal capo della polizia mentre ancora prima i portavoce del governo e alcuni ministri hanno lanciato il loro messaggio. Se il "muro", quella barriera controversa che Israele sta costruendo in territorio palestinese, fosse stato completato probabilmente il "terrorista non sarebbe riuscito a colpire".
Mohammed Zahun, 22 anni, moglie e due figli, muratore piuttosto disoccupato da quando le autorità israeliane impedivano a lui e a decine di migliaia di altri operai di recarsi in Israele, era un attivista delle Brigate martiri di Al-Aqsa, organizzazione che fa capo a Fatah ma che non risponde agli ordini del suo capo Arafat. In un comunicato letto alla televisione di Hezbollah in Libano l'organizzazione ha rivendicato l'azione del kamikaze, una risposta - dice - agli attacchi israeliani della settimana scorsa a Gaza dove negli scontri sono morti una quindicina di palestinesi. Molti erano militanti di Hamas, alcuni erano civili. Anche Hamas si è fatto sentire per dire che il terrorista agiva per conto dei fondamentalisti e per mettere in chiaro che il "muro razzista" non "è la soluzione dei problemi, non porterà sicurezza a Israele".
Poche ore dopo, le truppe israeliane sono entrate nel villaggio di Husan, non distante da Betlemme e hanno portato via alcuni parenti di Mohammed che appena avevano saputo che l'attentato era stato compiuto dal loro congiunto si erano allontanati da casa. Sanno che prima o poi, come succede sempre in questi casi, l'edificio sarà demolito. La filosofia è chiara, non si può più punire il terrorista, dunque si agisce contro la sua famiglia. E' un avvertimento, servito a poco in passato a quanto pare, ai futuri kamikaze. La zona di Betlemme è tornata qualche mese fa sotto controllo dell'Autorità palestinese e a compiere l'ultimo attentato a Gerusalemme a fine febbraio era stato un agente della polizia palestinese proveniente da un campo profughi a ridosso di Betlemme. Il "muro", qui, non è stato ancora terminato perché la Corte suprema israeliana sta esaminando i ricorsi contro il suo percorso presentati sia dai palestinesi che da gruppi di estremisti israeliani.



La strage degli innocenti
Igor Man su
La Stampa

Alla vigilia del solenne banchetto di luoghi comuni, nobili intenti, dichiarazioni di principio allestito dalla Corte internazionale dell'Aja, l'ambizioso menù viene brutalmente incenerito dal fedayn suicida Mohammed Zael, delle Brigate al-Aqsa. Il terrorista (o martire?) si è fatto saltare in aria sull'autobus numero 14 affollato di operai e studenti, in piena Gerusalemme, a un passo dall'Hotel King David, teatro dello storico attentato dell'Irgun Zwei Leumi contro gli inglesi accusati dai terroristi (o sionisti combattenti?) di parteggiare per gli arabi. Dopo oltre mezzo secolo, la strage degli innocenti continua in Terra Santa. Con somma tristezza il Santo Padre condanna il "brutale attentato" esortando gli israeliani a "non lasciarsi trascinare dalla dinamica assurda della violenza". Con tutto il rispetto, è come pregare la luna di anticipare l'ora in cui spalma fiabesca luce su San Pietro.
Grazie all'aiuto dell'Urss in concorrenza (politica) con gli Stati Uniti, anch'essi, ancorché per motivi diversi, ansiosi di ridimensionare il grande impero colonialista britannico, i patriarchi sionisti e i reduci dei lager osarono l'inosabile proclamando lo Stato (sovrano) di Israele. Da qui la prima guerra arabo-israeliana, malamente conclusasi con l'armistizio di Rodi. Dopo quel compromesso diplomatico la pianta dell'odio prese a crescere impetuosamente, innaffiata dal sangue della guerra ripetuta e sempre vinta da Israele, mai tuttavia col trionfo della pace. Bush-padre, dopo la prima Guerra del Golfo, impose la conferenza di Madrid che aprì la via agli accordi di Oslo. A dispetto d'un draft abborracciato, in forza della inimmaginabile "sacra alleanza" stretta da Rabin e da Arafat, gli accordi di Oslo avrebbero infine portato a una pace sperimentale. Ma un pio giovinetto studioso della Torah' uccise Rabin, in circostanze torbide.

Da quell'infausto giorno, il Medio Oriente ha visto incarognirsi una situazione già infernale. La seconda intifada non si placa e non vale affannarsi a stabilire se fu Sharon a provocarla ovvero gli apprendisti stregoni di Hamas. Certo si è che il terrorismo (o resistenza?) suicida palestinese ha sparigliato le già pallide carte del destino: col sangue degli innocenti. Ma è persino derisorio che la Corte internazionale dell'Aja debba stabilire se l'opera muraria voluta da Sharon per drenare gli attentati suicidi sia una "barriera difensiva" ovvero "un muro" che annetterebbe a Israele il 43% della Cisgiordania, stabilendo così un "confine illegale" teso a impedire quello Stato palestinese rivendicato da Arafat e sventolato da Sharon come una fetta di lardo a un lupo nello zoo.

Il vento giallo dell'odio che divide due grandi popoli di Dio può spegnersi solo con la pace. Ma la pace ha bisogno di sponsor autorevoli, decisi. Insomma, di uomini di buona volontà. In attesa che appaiano, la strage degli innocenti continua.


Bin Laden senza più via di fuga
Stefano Trinca su
Il Messaggero

NEW YORK - Dopo Saddam, Osama. E' questa la grande scommessa della Casa Bianca in vista delle elezioni presidenziali di novembre. L'effetto cattura dell'ex dittatore iracheno si è rapidamente dissolto nelle polemiche interne su guerra ed economia. Per arrivare alle urne in novembre con uno straordinario colpo di immagine e di sostanza, George Bush deve mettere la mani sullo sceicco del terrore. Ed ha per questo ordinato una massiccia mobilitazione di truppe e di intelligence per stanarlo insieme al suo vice, il medico egiziano Al Zawahri ed al leader dei Talebani, il Mullah Omar. Secondo fonti di intelligence citate dal quotidiano britannico Sunday Express , l'arresto di Osama Bin laden potrebbe essere questione di giorni, se non di ore. Un evento che per la verità, fin dai tempi della presidenza Clinton, è stato più volte promesso e puntualmente smentito dai fatti.
L'assedio al principe del terrore . Osama, scrive il Sunday Express , sarebbe addirittura circondato e non avrebbe più possibilità di fuga. Asserragliato in una caverna in una zona montagnosa del Pakistan, a ridosso delle città di Khanozai e di Quetta, lo sceicco sarebbe difeso da 50 pretoriani della sua guardia, i guerriglieri più fanatici di Al Qaeda. Insieme a lui nel rifugio ci sarebbe il Mullah Omar ed altri leader dell'organizzazione, fra cui l'egiziano Al Zawahiri. Le forze speciali anglo-americane terrebbero sotto controllo i suoi movimenti 24 ore su 24 con elicotteri, mentre le comunicazioni via cellulare dello sceicco verrebbero regolamente intercettate. Secondo le fonti citate dal giornale inglese, per la cattura di Osama si attende solo il via di Bush. Lo sceicco verrebbe prelevato da un elicottero dal suo nasconsiglio ad oltre 3000 metri di quota e trasportato in una località sconociuta per essere interrogato.
La caccia grossa pachistana. Una conferma alle rivelazioni del Sunday Express viene dal governo pachistano che sta preparando una massiccia operazione di guerra al terrorismo nella regione meridionale del Waziristan, a ridosso del confine con l'Afghanistan. Per ordine del presidente pachistano generale Musharraff, circa 8000 paramilitari stanno raggiungendo la zona delle operazioni dove è già attiva una brigata delle forze armate. In previsione della battaglia che dovrebbe consentire di ”ripulire la zona” dai talebani e di consentire quindi la cattura di Osama, i soldati pachistani stanno già scavando trincee. Per diverse settimane le autorità locali hanno inviato appelli ai capi delle tribù affinché smettano di dare rifugio agli uomini di Al Qaeda ed ai Talebani.



"Riprendiamoci Milano"
Intervista a Filippo Penati
Carlo Brambilla su
l'Unità

MILANO La Regione Lombardia, il Comune di Milano e la Provincia sono un po' come il triangolo delle Bermuda. Da queste parti sono ormai parecchi anni che le navicelle del centrosinistra scompaiono regolarmente. Regione, Comune e Provincia sono diventati una specie di bunker inespugnabile del superpolo berlusconiano. Il governatore Roberto Formigoni, il sindaco Gabriele Albertini e la presidente Ombretta Colli: la triade che governa. I tre hanno litigato furiosamente su tutto. E continuano a litigare. Così il centrosinistra, tutto unito, intravede lo spiraglio buono per la riscossa. Alle amministrative di giugno tenterà l'assalto alla Provincia. Candidato presidente è l'attuale segretario dei Ds milanesi ed ex sindaco di Sesto San Giovanni, Filippo Penati.
Penati, lei è un politico di professione?
"Nooo. Vengo dalla scuola. Ho insegnato per anni applicazioni tecniche alle superiori. Poi ho fatto l'assicuratore. Poi il sindaco di Sesto San Giovanni. Ecco la vocazione politica è cominciata lì".
Il cardinale Tettamanzi ha esortato tutti a una nuova politica, di alto impegno civile e morale. Chi ha le carte in regola per raccogliere l'appello?
"Le sue parole sono state una benifica frustata. Noi vogliamo raccogliere la sfida. Stiamo preparando un programma in modo, credo, molto originale".
Cioè?
"Cioè abbiamo previsto un percorso intenso di ascolto, che vuol dire decine e decine di assemblee sul territorio provinciale. Cerchiamo così di raccogliere tutte le priorità sentite dalla società, oltre che dalle amministrazioni della provincia milanese. Vogliamo capire il comune denominatore che unisce quasi 4 milioni di persone".
Sta dicendo che bisogna recuperare una specie di identità territoriale metropolitana?
"Esattamente. È la premessa indispensabile, un'esigenza addirittura culturale per costruire programmi credibili, efficaci in un clima di assoluta collaborazione fra istituzioni e società. Dobbiamo rovesciare il risultato negativo di questa lunga permanenza al governo del centrodestra, che ha diviso e frantumato quell'identità. Hanno litigato su tutto. Ognuno difende il suo specifico settore, non solo in concorrenza con gli altri, ma addiritura contro. Ma se litigano Regione, Provincia e Comune non esiste più nessun clima di collaborazione con il resto".
Il problema più grosso dell'area milanese?
"La mobilità. Il trasporto pubblico urbano e interurbano è decaduto a livelli intollerabili. Ma tutto il sistema della mobilità è al collasso. La qualità della vita è peggiorata. Chi viene a lavorare per otto ore a Milano sta in ballo per undici. C'è un danno sociale ma anche uno economico che riguarda i costi aggiuntivi delle imprese. Gli esempi che hanno dato le amministrazioni del centrodestra sono fallimentari. Milano ha la nuova Fiera decentrata, ma non c'è il collegamento autostradale. Senza rivangare le manovre della Colli per il controllo della società autostradale ex Serravalle".
A proposito della Colli. Che campagna elettorale sarà?
"Io l'ho invitata, anche con una lettera, al confronto pubblico. Non mi ha risposto. Mi ha fatto sapere che lei non può perdere tempo perchè lavora. Un atteggiamento che si commenta da solo. Tuttavia le rinnovo l'invito. Milano non merita chiusure. Ha voglia di ripartire".
Albertini si lamenta, “Milano è abbandonata, Roma non manda soldi” e poi chiede sedi di istituzioni. Concorda?
"Se lo dice Albertini che Milano è lasciata sola dal governo, sarà vero. Lui conosce bene Berlusconi. Per le sedi dico che la Consob deve stare a Milano. Per la Rai più che le bandierette dei tg vorrei il ritorno di un centro di produzione".
L'Ulivo è unito, ma dicono che non c'è ancora accordo sulla squadra . È vero?
"No, abbiamo già indicato il vicepresidente (Alberto Mattioli, della Margherita ndr). A ridosso del voto formeremo tutta la squadra. Per gli incarichi penso a competenze specifiche anche della società civile. Competenze per portare a compimento piani settore precisi. Due per tutti che fanno parte della nostra concezione di un nuovo welfare: la casa, legata al problema delle giovani coppie; gli anziani, legato al problema dell'assistenza. Penso a una sorta di “telefono amico” per l'assistenza domicilire. Comunque insisto: bisogna rilanciare lo spirito meneghino e lombardo di grande collaborazione. Senza retorica".


   23 febbraio 2004