
sulla stampa
a cura di G.C. - 20 febbraio 2004
Berlusconi: politici ladri
"Se hanno la seconda casa e la barca hanno rubato"
Gianluca Luzi su la Repubblica
ATENE - Attacca l´opposizione "animata solo da odio viscerale contro di me", torna a giustificare chi non paga le tasse quando sono troppo alte, ammette che l´aliquota massima del 33 per cento non sarà questione di breve periodo ma per arrivarci serviranno un paio di legislature. Annuncia che sulla legge Gasparri il governo metterà la fiducia e soprattutto lancia un violentissimo attacco ai politici che "hanno la casa e la barca" e che quindi sono - senza giri di parole - "ladri". Anche la riunione del Ppe con i colleghi europei è per Silvio Berlusconi l´occasione per fare campagna elettorale. Appena sceso dalla macchina e salutato sbrigativamente l´ospite greco Karamanlis, si butta letteralmente verso le telecamere ed esterna per quasi mezz´ora.
Ecco quindi che i politici italiani "che non hanno mai messo piede in un´azienda, e non hanno mai lavorato", sono iscritti d´ufficio nella categoria dei "ladri", al contrario di se stesso che ha "creato un´azienda che dà lavoro a decine di migliaia di persone", oltre ad aver "vinto il monopolio della Rai con spettacoli confortevoli per gli italiani". Il pretesto per l´attacco è la critica dell´opposizione alla sempre rinviata riforma fiscale del governo definita "semplicistica". Berlusconi parte a testa bassa: "Io credo che tutto mi si possa dire ma non semplicistico. Intanto - comincia - questi semplicisti, loro, sono persone che non hanno mai messo piede in una azienda e nel mondo del lavoro. Sono persone che hanno soltanto chiacchierato nella loro vita e che non hanno combinato niente altro che prendere i soldi dai cittadini. E poi - aggiunge in un crescendo di indignazione elettoralistica che ogni tanto forza un po´ la sintassi - sento che ci sono anche tanti signori che vanno, hanno la casa al mare, la casa in città, che hanno la casa ai monti, che hanno la barca. Guardando a quel che guadagnano questi signori ogni mese - e a quello che qualcuno di loro deve dare al partito - dico: ma come hanno fatto a farsi tutte queste proprietà? Sono soldi rubati. - è la risposta di Berlusconi - Soldi rubati".
Ma a chi si riferisce il presidente del consiglio con questa accusa gravissima? Nomi non ne fa, anche se non è difficile immaginare chi ha in mente quando parla di un politico che ha la barca, e certamente non milita in Forza Italia. Comunque i bersagli sono "tutti coloro che hanno proprietà varie e che da sempre hanno solo fatto il mestiere della politica con i soldi rubati ai cittadini. Perché - incalza il premier - avranno combinato tutta una serie di cose, facendo lobby, facendo affari anche meno puliti di una lobby, e a tutti i cittadini - continua rivolgendosi direttamente agli elettori come in uno spot televisivo per additare al pubblico ludibrio i nemici - dico: fate i conti in tasca a questi signori che non hanno mai lavorato, che non sanno che cos´è una azienda, che cos´è un bilancio e che vengono a dare del semplicista al presidente del consiglio, che da zero ha montato in piedi una grande azienda che versa centinaia di milioni nelle casse dell´erario e dà lavoro a decine di migliaia di persone. Ma mi facciano il piacere!", è l´esclamazione finale, parodiata da Totò.
Ritorno ai bei tempi: "Manette, manette!"
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Manette! Manette! Dopo anni di messianiche battaglie garantiste dovute alle grane giudiziarie sue e di amici, Silvio Berlusconi ha riscoperto in questi giorni i bei tempi in cui metteva le sue tivù "a disposizione di Di Pietro", plaudiva a Gianfranco Fini scatenato contro il "governissimo dei ladroni, il ladronissimo Dc-Psi-Pds" e chiedeva agli aspiranti candidati di Forza Italia di sottoscrivere una impegnativa dichiarazione.
Il testo era il seguente: "Dichiaro:
1) di non avere carichi pendenti
2) di non aver ricevuto avvisi di garanzia
3) di non essere stato e di non essere sottoposto a misure di prevenzione e di non essere a conoscenza dell'esistenza a mio carico di procedimenti in corso...".
Provvisoriamente accantonati i reucci del cavillo che a lungo l'hanno assistito nelle aule giudiziarie, ha dunque deciso coi "Cavalieri Azzurri" di Milano e ieri ad Atene di sparare tre colpi.
Primo: "Fermate i vecchi politici! L'imperativo categorico di Forza Italia è sempre stato la moralità".
Secondo: basta con quelli "che non hanno mai messo piede in una vera azienda, nel mondo del lavoro, persone che hanno soltanto chiacchierato nella loro vita, che non hanno combinato nient'altro che prendere i soldi dei cittadini".
Terzo: "Ci sono tanti signori che hanno la casa al mare, la casa in città, la casa ai monti, la barca... Guardando a quel che guadagnano questi signori e quello che a volte devono anche dare ai loro partiti, mi chiedo: ma come hanno fatto a farsi tutte queste proprietà? Sono soldi rubati. Soldi rubati ai cittadini".
FOLLINI - Mentre salivano gli applausi dei fedelissimi e le polemiche anche intestine aperte da Marco Follini, tuttavia, tra le sue file si avvertivano vistosi sbandamenti accompagnati dalla domanda che cadde all'ultima cena: "Sono forse io, Signore?"
Al primo colpo si è accasciato Gianstefano Frigerio, vecchia talpa democristiana milanese, condannato a diversi anni di carcere in vari processi di Tangentopoli e nonostante ciò non solo eletto tra gli azzurri in Puglia col nome d'arte di Carlo Frigerio (lifting anagrafico), non solo salvato dalla galera dopo la conferma in via definitiva delle pene ma promosso due mesi fa a coordinatore dei dipartimenti. Al mancamento seguiva una catena di pesantissime emicranie. Prima Alfredo Vito, l'ex diccì tornato alla Camera come berlusconiano nonostante Paolo Cirino Pomicino gli rinfacci 22 condanne per corruzione. Poi Gaspare Giudice, per il quale i giudici di Palermo hanno chiesto inutilmente l'arresto considerandolo "a disposizione" del presunto boss di Caccamo Giuseppe Panzeca. E via via altri deputati e senatori condannati, inquisiti o miracolati dalla prescrizione: "Sono forse io, Signore?".
I "FANIGUTTÙN" - Al secondo colpo, nei dintorni sono impalliditi ancor più numerosi. Chi saranno mai questi politici che non hanno "mai messo piede in una vera azienda" e quindi nell'ottica berlusconiana sono "faniguttùn", fannulloni che "hanno solo chiacchierato nella loro vita" senza "combinare nient'altro che prendere i soldi dei cittadini"? Il vicepremier Gianfranco Fini, che in gioventù passò del tempo al Secolo d'Italia per darsi poi alla politica a tempo pieno 27 anni fa o Umberto Bossi, di cui si ricordano tre feste di laurea senza laurea e 10 mesi di lavoro all'Aci prima che entrasse al Senato 17 anni fa o il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini che masticava politica con le merendine ed è parlamentare da 21 anni? O il ministro azzurro Enrico La Loggia, chiamato a svecchiare la vecchia politica nella scia di un fratello del bisnonno ministro borbonico, di un nonno senatore del Regno e di un padre deputato diccì e presidente della Regione Siciliana? Per non dire di Beppe Pisanu che fa il parlamentare da 32 anni e Claudio Scajola che ebbe in dote dalla Balena Bianca di papà sindaco la sua prima presidenza di un'Asl quando aveva 28 anni e tanti tanti altri azzurri che solo quello hanno sempre fatto: politica. "Sono forse io, Signore?".
I REDUCI DEL PSI - Quanto al terzo colpo, il vice-coordinatore Fabrizio Cicchitto e la sotto-segretaria Margherita Boniver e il cappellano di corte Gianni Baget Bozzo e l'amato consigliori Gianni De Michelis e insomma tutti i reduci del Psi si sono sentiti fischiare le orecchie.
Tema: come dire agli elettori, dopo anni di battaglie contro le inchieste e i Robespierre del sospetto, che oggi sì, oggi basta una casa o una barca perché siano frutto di "soldi rubati ai cittadini"?
E poi, il Cavaliere ce l'aveva con la barca del "faniguttùn" D'Alema o con la villa principesca dietro piazza del Popolo del "faniguttùn" azzurro Angelo Sanza, villa avuta in "comodato d'uso" e dotata di campi da tennis, parco, ascensore, sala fitness, vasca in mosaico pompeiano accanto al letto e garage con tetto trasparente sotto la piscina con grande soddisfazione di Angiolino, figlio d'un impiegato Inam? O forse ce l'aveva con tanti altri del suo giro visto che lui stesso ebbe a dire: "Erano zucche e li ho trasformati in principi"? Ah, saperlo! Saperlo! "Sono forse io, Signore?". E il Signore, quello vero, rispose: "Forse no, ma di' al tuo capo che chi è senza peccato...".
Così cominciò il fascismo
Bruno Gravagnuolo su l'Unità
Verrebbe voglia di liquidare l'ennesima esternazione del Premier - e il suo reiterato attacco al comune senso del pudore democratico - con le parole di Luca Volonté, capogruppo Udc e non sospetto di antiberlusconismo pregiudiziale: "Campagna da basso ventre". Definizione aurea, ammettiamolo. Quantomeno chiara e onesta, al confronto dei patetici distinguo del solito La Russa. Che rischia il trauma cranico scivolando dagli specchi, nell'inane tentativo di spiegare che il j'accuse di Berlusconi ai "politici ladri" non si riferiva a tutti i politici di professione, ma soltanto a "chi professa finta indigenza".
E tuttavia le cose sono maledettamente più serie. Perché nel vergognoso attacco del Premier alla "politica come professione" - parassitaria e ladra per definizione - si compendiano non solo la barbarie dell'attacco intollerante contro il ruolo democratico dell'opposizione. Bensì i tratti di una concezione reazionaria a tutto tondo. La stessa che ha sempre connotato il populismo conservatore, il conservatorismo autoritario di destra, e più in generale la cultura politica dei totalitarismi. Riascoltiamole, le parole di Berlusconi ad Atene. Per fissarle bene a mente, e intendere a che soglia di regressione è ormai giunto il discorso pubblico in Italia. "I leader dell'opposizione - ha detto dinanzi a una platea sbigottita di giornalisti - hanno preso i soldi dai cittadini, e coloro che fanno politica di professione sono riusciti ad avere delle proprietà solo rubando".
Intanto è agevole ribattere che i tre quarti di Forza Italia, nonché della Cdl, è composto da politici di professione: dai Pisanu, agli Scajola, agli Schifani, ai Cicchitto, ai Vito. Per non dire degli ideologi piccoli e grandi di complemento, da Baget Bozzo ad Adornato, due ex espertissimi in migrazioni trasversali. E tanto basti per Forza Italia, partito-azienda nato dal matrimonio di una finanziaria privata (ben protetta dal ceto politico di un tempo) con pezzi stagionati della classe politica democristiana e craxiana. Quanto al resto del centrodestra - rude razza padana a parte anch'essa ibridata di passato - sia l'Udc che An sono tutt'altro che associazioni rampanti della società civile. Sono invece la propaggine moderata e di destra della vecchia politica di professione del dopoguerra, passata armi e bagagli al Cavaliere "polarizzante" e "sdoganante" (e perciò un po' si adontano). Né è inutile soggiungere che proprio il Cavaliere - spratichitosi in quanto lobby all'ombra di Bettino - è ormai diventato lui stesso il "politico di professione di nuovo conio" dell'ultimo decennio. Laddove il conio è quello populista e censitario di una ricchezza non estranea ai paradisi della vecchia politica nella "prima repubblica". E nemmeno estranea ai paradisi della "nuova repubblica". Se è vero che le aziende del premier - nonché non sfavorite dalla perfidia "comunista" al governo - sono oggi gratificate da plusvalenze e afflussi pubblicitari come mai in passato. In condizioni di oligopolio acclarato e ben protetto dalla legge. Senza antitrust. E con polizza di "riassicurazione Gasparri".
Son cose ovvie, ma è giocoforza ricordarle, per contrastare il mobbing a cui Berlusconi e Forza Italia hanno deciso di sottoporre il paese nella lunga campagna elettorale ormai avviata. E che vede il premier in affanno, mobilitarsi e dare il peggio di sé.
Già il liberale Croce, nel primo novecento, svelava che tutta questa cantilena null'altro era che la maschera di una "certa politica". E non già la verità di una nobile "antipolitica", sempre impossibile e bugiarda nell'agone pubblico e sempre destinata a contraddirsi platealmente, a beneficio dei politici spregiatori della politica. Eppure il ritornello torna ancora. Intatto, per non andar lontani, dai tempi in cui gli antisemiti nella Francia di Dreyfuss aggredivano il Parlamento dei "perdigiorno e dei parassiti", avulso dalla concretezza di "mestieri", "tradizioni" e "competenze". Mentre analogo motivetto suonavano i conservatori inglesi e tedeschi contro il suffragio allargato anche ai piccolo-borghesi, in quanto privi di ricchezza propria e quindi destinati a malversare. Stessa musica contro il "ceto politico", si udì poco prima del fascismo e durante. Allorché la vulgata reazionaria divenne esaltazione della rappresentanza corporativa, disciplinata da uno stato ostile alla "politica politicante" e ai "ludi cartacei" dei partiti.
Infine identico refrain si udì nell'immediato dopoguerra nelle filippiche di Guglielmo Giannini. Per il quale i politici erano solo dei "rompicoglioni" decisi a stritolare "l'uomo qualunque" nella morsa di tasse, ruberie e ideologie. Anche Giannini, in questo come Mussolini, invocava uno stato puramente "amministrativo" e al disopra dei partiti, in grado di fare a meno dei politici. Laddove il mito di uno stato neutro e senza politica - privo di politici di professione - fascinò anche Lenin che dapprincipio auspicava "la cuoca al potere". Con i noti risultati che sappiamo. Morale, col suo mobbing Berlusconi riassume tutto questo. Vale a dire, "l'autobiografia della nazione" forcaiola e antipolitica. E le peggiori pulsioni del Novecento. Vuole stressare il paese. Ridurlo al disgusto di se stesso e all'autodisprezzo qualunquista, che confida solo nei miracoli dei finti "non-politici" come lui.
Il Medioevo con la TV
Edmondo Berselli su la Repubblica
Lasciamo perdere il dio dell´antipolitica che ispirerebbe Silvio Berlusconi, lo spirito della demagogia che lo rende irrefrenabile, la sua sicurezza sovrumana che lo induce a ergersi come l´unico capo che può reclamare l´unione mistica con il popolo. Storie. Ieri si è assistito a una prova sperimentale di populismo scientifico. Guarda caso, la performance esagerata di Atene è stata sottolineata da una mimica suadente, con l´intenzione di segnalare la semplice normalità delle asserzioni. Berlusconi vuole far capire che dice quello che pensano "tutti", e che tutti tacciono per ipocrisia o convenienza.
C´è stato un calcolo, quindi. I politici di professione, compresi quelli della sua parte, li aveva già definiti buoni a nulla, "fanagottoni", gente che non ha mai lavorato. Adesso forza le tinte: ladri, gente che comunque si è messa in tasca i soldi con limacciosi lavori di lobbying, trescando nei luoghi istituzionali, approfittando del proprio potere di mediazione. Da una parte dunque la classe politica, dall´altra l´estraneità assoluta ai giochi di potere, alle manovre di corridoio, alle tortuosità della mediazione, e l´identificazione con la gente.
Non c´è bisogno di dire che si tratta di un inganno plateale, dato che il leader di Forza Italia è in politica da dieci anni, e alla politica, a Craxi, al Caf, deve la sua fortuna. Ciò nonostante, "sono soldi rubati" è una frase che passerà negli archivi, se non proprio alla storia. Diranno poi gli storici se c´è qualche antecedente adeguato stilisticamente a Berlusconi. Se è un giocoliere uscito dal ventre anarcoide della "plebe borghese" di Gramsci, oppure se è l´Uomo qualunque proiettato nella società dell´iperspettacolo.
Certo che trovarsi monsieur Poujade alla guida di una democrazia avanzata fa ancora una certa impressione. Ma non poi troppa: lo stesso umore di Marco Follini, informato dell´exploit greco di Berlusconi, sembrava quello di un signore perbene costretto a rispondere delle bizzarrie di un congiunto ricco, potente e notoriamente imprevedibile. Ci vuole umana sopportazione, cristiana fermezza, democristiana rassegnazione.
Ma non basta. Non è in gioco solo la psicologia del Cavaliere. È vero che Berlusconi è l´outsider diventato supremo protagonista, il sovrano, l´imperatore, e che gli è concesso tutto: dire che siamo tutti più ricchi, che evadere le tasse non è peccato, che la Corte costituzionale è un covo di bolscevichi, che non ha voglia di fare la ruotina del triciclo Chirac-Schröder-Blair. Tutte ottime interpretazioni dello stesso personaggio: il patron venuto dalla "trincea del lavoro" a raddrizzare le gambe alla politica. Oppure l´uomo della provincia profonda, e non importa che venga dalla grande Milano, che con la sua apparizione ha offerto un simbolo antropologico e una leadership politica ai suoi colleghi dell´hinterland, nonché all´alta-bassa-media borghesia eternamente scocciata da Roma, dai ludi sterili di Montecitorio, e soprattutto da una quantità di regole intese come vessazioni. Tutto risaputo.
Eppure adesso qualcosa cambia. Prima Berlusconi era il fenomeno a cui era riuscita l´impresa di trasformare una maschera italiana arcaica, il Padrone, in un´icona ultramoderna. Ora invece il capo del governo sembra buttarsi di nuovo in una dimensione pre-moderna. Si reincarna nel "sun chi mi", sono qui ed esisto solo io. Racconta l´antica favola reazionaria dei politicanti ladri, nella certezza di trovare consensi istintivi in quella parte di società cresciuta nella malevolenza verso la politica.
Siamo in campagna elettorale, è in gioco la "roba". Ossia il patrimonio di voti, la dote di Forza Italia. Berlusconi sa che i sondaggi del suo partito sono brutti, e il giudizio sul suo governo è scettico anche nel suo elettorato: quindi non conosce altra tattica se non quella di offrirsi come carne e sangue della prossima ordalia di giugno. Di là i nemici, il Prodi burocraticamente indecente, gli statalisti, i comunisti, i giudici, le tasse; di qua, lui. Lui solo, senza nemmeno gli alleati, che gli hanno avvelenato la vita con verifiche e rimpasti.
È una scommessa non priva di rischi, perché forse Berlusconi è in grado di spostare voti, con uno sforzo erculeo, presentando la propria surreale candidatura "di bandiera", arroventando l´etere; ma se riesce a mantenere il capitale, magari svuotando le tasche ai soci, si troverà i "ladri" Casini, Follini e Fini che la verifica post-elettorale la faranno con i coltelli sguainati.
Ma lo strappo dei "soldi rubati", nonostante il plauso dei laudatores di servizio, sembra sovrabbondante anche per una personalità straripante come la sua. Ci vuole infatti un eccesso di fantasia per poter immaginare un´Italia politica in cui da una parte c´è un´oscura torma di maneggioni, e dall´altra lo splendore fantastico di Berlusconi. E sembra tecnicamente impossibile che un paese evoluto possa riassumersi nella formula dell´Uno avvinto alla moltitudine anonima dei suoi acclamatori.
L´immagine è medievale, ma non è del tutto anacronistica: perché è medievale anche un Parlamento messo alla frusta per votare le leggi che tutelano il patrimonio del sovrano. È un´ovvietà avvisare che il vincolo populista verrà stretto dai nodi delle reti televisive. Ma dopo avere straparlato della modernizzazione, del mercato, dell´impresa, della concorrenza, delle riforme, non è un po´ sconfortante, in seguito al marketing del Cavaliere sugli istinti malevoli dell´elettorato, trovarsi nella vecchia e infelice storia del medioevo più la televisione?
Iraq: Ds in cerca di un no
Giulia Bianchi su il Manifesto
ROMA. Tirarla per le lunghe in modo che il governo ponga la fiducia su cui votare no. Questa l'ultima trovata degli stati maggiori diessini per trarsi dall'impaccio generato dal non voto dei senatori sul decreto che finanzia la missione militare italiana in Iraq. Il decreto approderà infatti in commissione a Montecitorio la prossima settimana, e il gruppo parlamentare della Quercia spera di riuscire a allungare i tempi in modo che il voto finale giunga a ridosso della scadenza, il prossimo 22 marzo, obbligando il governo a porre la fiducia. Un modo per dire no; anche se poi c'è il voto finale su cui Ds, triciclo, Ulivo e opposizione per intero dovranno esprimersi. Certo è che all'indomani del voto al senato la pressione sul vertice della Quercia si è fatta molto più forte. E di conseguenza anche il nervosismo, come dimostrano le polemiche di Livia Turco e Gianni Cuperlo nei confronti del manifesto, reo di aver giocato nel titolo di ieri con il voto "responsabile" perorato da Fassino e Rutelli e la conseguente responsabilità rispetto alla vicenda irachena. Cosa "ignobile" et "vergognosa", sentenzia Turco. "Sbagliata, grave, allarmante", conferma Cuperlo.
E' chiaro che se le chiome della Quercia accusano il manifesto di rispolverare "il costume di additare al popolo i nemici del popolo" - come scrive Cuperlo - non è perché temono un giornale che di quel costume invalso nel Pci si ricorda solo come vittima: ciò che li preoccupa è piuttosto il malumore della base elettorale e dei dirigenti locali. Un disagio dovuto anche al fatto che nessuno è ancora riuscito a capire la posizione del partito. Sull'Iraq, infatti, finora i Ds hanno detto e fatto tutto e il suo contrario: votate la pregiudiziale costituzionale e l'emendamento soppressivo della missione "Antica Babilonia", scritto un ordine del giorno accolto dal governo per il passaggio dei militari sotto il controllo Onu, non votato il decreto che finanzia la missione. Per dire cosa? Fassino lo spiega in una lettera aperta al ministro Frattini: che l'Italia deve impegnarsi nel segno di un coinvolgimento dell'Onu in "tempi certi". Solo in quel caso i Ds saranno ben lieti anche di aumentare il contingente "di pace".
Questo non sembra però il primo pensiero del governo. Per questo i Ds la prendono di lontano: pronti a dare adito a tutti gli strumenti parlamentari per lo scorporo della missione in Iraq, annunciano solenni Marina Sereni e Vannino Chiti. Cosicché, dopo settimane di passione come saranno le prossime, alla fine si possa anche dire: "Siamo stati responsabili, il governo ci ha sbattuto la porta in faccia, e allora votiamo no", come ipotizza qualche deputato dalemiano.
La sola ipotesi, però, fa imbestialire i senatori. Tanto che un gruppo di 30 diessini ieri ha scritto a Fassino per chiedergli di "sgombrare il campo da illazioni" circa un diverso atteggiamento dei deputati, che a loro avviso rappresenterebbe un fatto di "inaudita gravità" che minerebbe il rapporti di "lealtà e fiducia reciproca" tra i due gruppi.
Ecco allora giungere il dalemiano Michele Ventura con l'estintore. Stigmatizzate di nuovo le critiche alla leadership del triciclo e ribadito che il "no alla guerra" non riguarda la missione italiana, "ai compagni senatori" Ventura manda a dire "con serenità che riprenderemo alla camera la battaglia che loro hanno condotto in senato. Sappiamo coltivare il dubbio e decidere con saggezza. Consapevoli di far parte dello stesso progetto politico". Come dire che i giochi in effetti si riaprono.
La lezione di Modigliani ai manager di ventura
Giuliano Amato su la Repubblica
Il tema che negli ultimi anni mi ha messo più di frequente in contatto con Franco Modigliani è stato quello del risparmio in relazione all´assetto del sistema pensionistico. Su di esso da lui ho imparato moltissimo, ma alla fine, sia in un mio libro sia nel lavoro di governo, sono arrivato a un parziale dissenso dalle sue conclusioni. E quel dissenso ha costituito una ragione di amarezza per entrambi, un´amarezza che ancora mi porto dentro.
Io tutto avrei voluto fuorché trovarmi in disaccordo con lui, mentre lui non si capacitava che una persona intelligente come Amato, diceva, non accogliesse fino in fondo la sua soluzione. Ai primi di ottobre dello scorso anno, lui era scomparso da pochissimi giorni, andai a trovare sua moglie Serena nella loro casa di Cambridge. Neanche a farlo apposta,ma quasi me lo aspettavo, la prima cosa che mi chiese fu: "Ma perché non eravate d´accordo sulle pensioni?".
L´attenzione di Modigliani (era) per i sistemi pensionistici contributivi, con i quali non trasferimenti intergenerazionali, ma l´accumulazione di ogni generazione possa essere poi consumata dalla medesima entro il termine della vita (sempre che, ricordiamocelo oggi, vi siano condizioni di certezza tali da mantenere un rapporto fra ricchezza e reddito che lo consenta).
Dove io non l´ho seguito è nella sua ipotesi di un fondo pubblico unico e centralizzato per la gestione della nuova previdenza, con la garanzia dello Stato per un determinato livello di rendimento, atto ad assicurare benefici definiti: temevo da un lato i rischi imposti alla finanza pubblica in caso di prolungati rendimenti bassi o addirittura negativi, dall´altro il rischio di concentrazione finanziaria in un´unica entità, per di più pericolosamente vicina alle sedi politiche. E sono rimasto fermo all´idea di un sistema misto, con da una parte una previdenza obbligatoria con forti connotati redistributivi a beneficio di chi si trovi a non accumulare risparmio, dall´altro una previdenza privata affidata a una pluralità di gestori.
Quando vidi sua moglie Serena nello scorso ottobre, mi disse che il corso che Franco stava facendo prima di morire aveva per tema "How to disprove Modigliani", come provare se Modigliani sbagliava. Aveva detto a lei: così o mi tolgono il Nobel, o me ne danno un altro per la critiche che ora mi faccio. So che ciò riguardava altri temi, ma se fosse passato anche a quello delle pensioni, avrei tanto voluto ridiscutere con lui le nostre rispettive tesi, e ritrovarmi magari a mezza strada d´accordo con lui, in un contesto storico di crescente incertezza delle generazioni giovani e quindi della loro capacità di accumulazione di risparmio.
La fama di Modigliani, non meno che alla sua teoria del risparmio e del ciclo vitale, è dovuta alla sua rilettura dell´equilibrio keynesiano della sotto-occupazione e al ruolo conseguente delle politiche macro-economiche, e al teorema chiamato Mo.Mi. (Momigliano-Miller) in tema di finanza di impresa. È un tema, questo, che meno degli altri è arrivato alle pagine dei nostri giornali (anche se è proprio quello del suo premio Nobel), ma su di esse dovrebbe starci proprio oggi, in tempi scossi da più di un caso di finanza d´impresa che appare tanto più allegra e allegramente gestita, finanziata e controllata, quanto più è, ma solo apparentemente, complicata. Il famoso Mo-Mi, come sanno gli economisti, diceva che in un mercato dei capitali perfetto il valore di mercato dell´impresa è indipendente dalla sua struttura finanziaria.
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Esso discende dalla media ponderata dei costi dei due strumenti di finanziamento utilizzati, quello azionario e l´indebitamento; essendo evidente, fa notare Modigliani, che l´indebitamento obbligazionario può incidere sul flusso dei guadagni azionari e quindi sul valore di mercato dell´impresa. Con l´approccio tradizionale si concludeva che, siccome il costo del prestito è di solito minore del rendimento delle azioni, fare prestiti è meglio che emettere azioni. Ma, obietta Modigliani, mentre gli azionisti si dividono il profitto e le perdite, quali che essi siano, il debito deve essere rimborsato con gli interessi, anche a rischio di bancarotta e perdita totale del capitale azionario. Come si può affermare allora, sono sempre parole sue, che un aumento di profitto atteso, in cambio di questo maggior rischio, è davvero vantaggioso per gli azionisti? Quindi l´unica regola operativa per i dirigenti d´impresa non è la massimizzazione del profitto, ma la massimizzazione del valore di mercato dell´impresa.
Mi sono chiesto nei giorni scorsi se i tanti italiani consiglieri, finanzieri e controllori, che hanno avuto un ruolo rispetto alle vicende finanziarie che ci angustiano, abbiano davvero mai letto Mo-Mi. E se, per prevenire guai che sono invece accaduti, non fosse bastata una minima e tempestiva riflessione sugli insegnamenti che ne venivano ai fini del valore di mercato di talune imprese segnate da crescenti emissioni obbligazionarie.
Le pensioni vanno "a fondo"
Sommario de il Manifesto
Via alle pensioni private, riduzione inesorabile della previdenza pubblica: il governo lancia in grande stile la riforma Maroni, che, assicura lo stesso ministro del welfare, diverrà legge entro giugno. I sindacati sono contrari: un'assemblea dei delegati di Cgil, Cisl e Uil si riunirà il 10 marzo per decidere la prossima mobilitazione. E' stato fissato uno zoccolo duro sotto il quale non si potrà scendere, qualsiasi sia la somma degli anni di contribuzione: niente pensione prima dei 60 anni di età. In ogni caso, saranno necessari un minimo di 35 anni di contributi. E non basta. Confermato lo spartiacque del 2008, anno fino al quale sono previsti gli incentivi, viene reintrodotto il cosiddetto "doppio canale", vale a dire la somma tra età anagrafica e anni di contribuzione. Nel 2008 è fissata a quota 95, successivamente la quota viene innalzata, e dal 2010 l'età necessaria passerà da 60 a 61 anni. E' prevista una verifica nel 2013 e, qualora si dovesse evidenziare uno sfasamento della spesa, l'età necessaria potrebbe essere ulteriormente innalzata a 62 anni. Per i lavoratori autonomi viene introdotto il principio di equità: le prestazioni verranno commisurate ai contributi versati, come per i dipendenti. E non basta ancora.
Un altro dei punti molto controversi, ma l'unico digerito bene dai sindacati, è il meccanismo del silenzio-assenso sul trasferimento del trattamento di fine rapporto ai fondi pensione. In pratica, si gettano le basi per la sostituzione della pensione privata al sistema pubblico: anziché affidarci a un sistema garantito dallo Stato, la nostra vecchiaia sarà insomma messa in mano agli Enron e alle Parmalat. Con tutti i rischi già sperimentati dai pensionati americani, ridotti in mutande dopo i crack finanziari degli ultimi anni.
Il punto più contestato da parte dei sindacati resta l'innalzamento dell'età: a esprimere contrarietà è il leader Cisl Pezzotta, come il segretario della Cgil Guglielmo Epifani, secondo il quale "il risparmio dello 0,7% sul Pil" viene scaricato tutto sul lavoro dipendente. Dal fronte degli imprenditori, Confindustria è insoddisfatta per l'accantonamento della decontribuzione, misura su cui puntava molto per abbassare gli oneri a carico delle imprese. Rimane comunque in campo l'ipotesi di studiare una forma alternativa di riduzione del costo del lavoro.
Contrarietà viene anche dal fronte della Margherita, nonostante le recenti aperture di Rutelli. "La proposta del governo resta inaccettabile - commenta Tiziano Treu - Taglia la spesa sociale, non dà risposte ai bisogni urgenti di precari, giovani, anziani non autosufficienti e pensionati poveri, mantiene un innalzamento dell'età obbligatorio e ingiustificato". No anche dai Ds, secondo i quali "si aggrava la situazione delle casse previdenziali provocando instabilità, preoccupazione e dunque fuga, per chi può, verso la pensione".
I costi di una scelta
Mario Deaglio su La Stampa
Quando cominciarono a lavorare 30-35 anni fa, coloro che stanno andando in pensione in questi anni avevano la ragionevole speranza di vivere in media una decina d'anni oltre la data fatidica dell'abbandono del lavoro. La vita probabile di chi va in pensione oggi è di 15-16 anni, il che costituisce un "bonus" di 5-6 anni rispetto alle aspettative iniziali.
Quanto vale questo "bonus"? Un anno di lavoro in più di un lavoratore medio prossimo alla pensione fa migliorare la situazione delle finanze pubbliche di circa 15 mila euro, ovvero quasi 30 milioni delle vecchie lire. Durante quell'anno, infatti, gli istituti previdenziali incasseranno mediamente contributi sociali per circa 6-7 mila euro e risparmieranno per un anno il pagamento di una pensione (di tredici mensilità) pari a circa 7-8 mila euro.
Per conseguenza, il ritardato pensionamento di circa 300 mila lavoratori implica un miglioramento dei conti pubblici di quasi 10 mila miliardi di vecchie lire. Il che può consentire, al limite, uno sgravio fiscale di circa 250 euro per famiglia, o alla creazione di 70-100 mila posti di lavoro stabili con investimenti pubblici o una qualche combinazione intermedia.
Ci si deve domandare se questo "bonus" sia un diritto insindacabile di ciascun neo-pensionato; oppure se debba in parte, sia pur piccola, essere "restituito" alla collettività sotto forma di maggior lavoro, ossia di un ritardo nell'età di pensionamento. Quella pensionistica è quindi una difficile decisione tra due costi: il costo considerevole, sopportato dai molti che sarebbero costretti a rivedere il proprio piano di vita e continuare a lavorare, e quello, complessivamente importante nel quadro dello sviluppo del Paese, sopportato da tutta la collettività in termini di minor reddito e di minore crescita economica.
La proposta pensionistica del governo va collocata in questo schema generale. Essa appare più blanda della precedente, caratterizzata da un chiaro sforzo di limitarne l'impopolarità presso coloro che ne sarebbero colpiti, ma tesa comunque a stabilire il principio che si debba addossare ai futuri pensionati una parte dell'onere collettivo.
Operazioni economico-sociali di queste dimensioni e di questa incisività non si fanno soltanto con le maggioranze parlamentari: è necessario un consenso, o per lo meno un non dissenso, di una larghissima parte del Paese.
Non c'è spazio per l'odio
dal discorso di Romano Prodi al Seminario sull'Europa Contro l'antisemitismo su l'Unità
La storia europea ha molte pagine gloriose. Penso ai principi della democrazia ereditati dalla civiltà greca. Penso al fiorire del Rinascimento e all'Illuminismo.
Ma il passato dell'Europa ha anche molti capitoli bui e terribili. Capitoli da mettere in relazione agli aspetti peggiori della crudeltà dell'uomo verso i suoi simili.
L'Europa ha visto persecuzioni e pogrom. Ha visto l'Inquisizione e le guerre di religione. Ha visto condanne al rogo, autodafè, esecuzioni mediante annegamento e purghe.
Ma nella mia generazione la cosa più terribile sono stati i campi di concentramento, gli stermini di massa, il genocidio e l'orrore unico della Shoah.
Spesso queste cose sono state definite con eufemismi quali la soluzione finale e la parimenti oscena pulizia etnica.
Ci sono teatri di massacri anche altrove, ma ciò non riduce il notevole peso della colpa che gli europei portano per il passato. Non è questa la sede per giudicare altre nazioni o continenti per i loro crimini. Siamo qui per parlare dell'Europa. Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e di chiamare le cose con il loro nome.
Non siamo qui per batterci il petto in pubblico per poi non far seguire alle parole i fatti. Desidero quindi avanzare alcune proposte pratiche.
Sono convinto che possiamo imparare molto dalla storia degli ebrei d'Europa. Per molti aspetti sono i primi, i più vecchi europei.
Noi, i nuovi europei, stiamo appena imparando ad apprendere la complessa arte di vivere con molte lealtà la lealtà alla nostra città natale, alla nostra regione, al nostro Paese ed ora all'Unione Europea. Gli ebrei sono stati costretti fin dall'antichità a padroneggiare questa arte. Erano al contempo ebrei ed italiani, oppure ebrei e francesi, ebrei e spagnoli, ebrei e polacchi, ebrei e tedeschi. Fieri dei loro legami con le comunità ebraiche di tutto il continente ed ugualmente fieri dei loro legami con il loro Paese. In Germania e nell'est europeo il mezzo che impiegavano per esprimere questo complesso legame era la lingua yiddish, mentre nei Balcani e nel Mediterraneo si usava il giudeo-spagnolo o Ladino. Storicamente e culturalmente gli ebrei sono la minoranza archetipica d'Europa. Furono privati dei diritti di cui gli altri godevano e furono perseguitati in tutta Europa.
È stato detto che le civiltà si possono giudicare dal modo in cui trattano le loro minoranze; che il modo in cui una società si comporta nei confronti delle sue minoranze rivela molto dei suoi sottostanti valori e della sua cultura. Per cui il modo in cui gli ebrei furono trattati è una sorta di cartina di tornasole della civiltà. E noi tutti sappiamo che negli ultimi due millenni i risultati in Europa sono stati spesso vergognosi. E non di meno gli ebrei d'Europa, qualunque fosse la loro nazionalità belgi, britannici, francesi, tedeschi, italiani, polacchi, portoghesi o spagnoli hanno fornito un immenso contributo alla cultura europea come artisti, come scienziati, come pensatori e scrittori. Non solo come individui ma anche come comunità hanno contribuito enormemente all'Europa.
I valori che li hanno guidati attraverso i secoli ci hanno fornito un punto di riferimento. Hanno svolto una parte importante nel dar vita all'ethos europeo e alle nostre diverse culture e storie. La Shoah è stato il crimine più orrendo mai commesso sul suolo d'Europa. Le immense sofferenze che ha causato hanno segnato per sempre i sopravvissuti e il popolo ebraico nel suo complesso. La Shoah ha lasciato anche un segno su tutti quegli europei che hanno afferrato appieno l'ordine di grandezza di quel crimine. L'orrore della Shoah e la terribile perdita di vite umane causata dalla seconda guerra mondiale hanno anche profondamente segnato i padri fondatori dell'Europa. Per questo hanno deciso di garantire che l'Europa degli anni '30 e '40 non potesse mai più tornare.
L'idea europea si fondava sulla ferma determinazione di garantire che l'Europa del futuro sarebbe stata diversa una Europa di pace, tolleranza e rispetto dei diritti umani. Una Unione di diversità nella quale le differenze sono accettate e percepite come un momento di arricchimento.
Le diversità culturali ed etniche dell'Europa sono uno dei suoi punti di forza. E unitamente ai valori fondanti dell'Europa, le nostre diversità culturali e il carattere multi-etnico possono vaccinarci contro risorgenti manifestazioni di antisemitismo e nuove forme di pregiudizio.
Sono inoltre fermamente convinto che sia cruciale una consapevolezza del passato cruciale se vogliano estirpare ogni sintomo di intolleranza e di rifiuto della diversità nelle scuole, sui luoghi di lavoro e nella vita politica. Vediamo di essere chiari. Sentiamo espressioni di pregiudizio antisemita. Vediamo le vestigia dell'antisemitismo storico un tempo diffuso in Europa. Vediamo gli attacchi contro le sinagoghe, la dissacrazione dei cimiteri ebraici e le aggressioni fisiche contro gli ebrei. Ma vediamo di essere onesti e di vedere le cose nella giusta prospettiva. L'Europa di oggi non è l'Europa degli anni '30 e '40 e sarebbe falso affermarlo. Non credo che sia viva oggi in Europa alcuna forma organizzata di antisemitismo paragonabile all'antisemitismo degli anni '30 e '40.
Non abbiamo il diritto di insultare la memoria di milioni di vittime della Shoah mettendo le loro sofferenze sullo stesso piano delle manifestazioni odierne, per quanto gravi possano essere. Oggi l'Europa ha condannato senza riserve l'antisemitismo degli anni '30 e '40 e continua a condannare qualunque nuova manifestazione di antisemitismo. Questo atteggiamento è condiviso dalla stragrande maggioranza dei cittadini e dei leader europei. In numerose occasioni le istituzioni dell'Unione hanno ribadito la loro determinazione nella difesa dei diritti umani e hanno condannato tutte le forme di intolleranza, razzismo e xenofobia. I Trattati europei e le leggi nazionali degli Stati Membri, ai quali spetta la principale responsabilità di iniziative pratiche, forniscono strumenti per combattere qualunque violazione di questi principi.
La tutela dei diritti umani e in particolare dei diritti delle minoranze è un criterio chiave per entrare nell'Unione e per rimanere membri della Ue. L'Europa ha oggi posto in essere una serie di salvaguardie e misure preventive per evitare il ripetersi dei terribili avvenimenti del passato. C'è anche un altro contesto in cui una forma di antisemitismo può svilupparsi e che trae alimento dall'irrisolto conflitto in Medio Oriente. In Europa vediamo che questo conflitto alimenta le frustrazioni sociali delle nuove minoranze insediatesi in molti Stati Membri dell'Unione a seguito dell'immigrazione.
Tali frustrazioni importate in Europa si traducono a volte in atti antisemiti, in alcuni paesi più che in altri. Questi atti vanno affrontati con severità. Questo tipo di antisemitismo rappresenta una nuova sfida per l'Unione. Dobbiamo ricorrere a tutti gli strumenti disponibili per affrontare l'antisemitismo di questo genere, dalle iniziative di polizia e giudiziarie alle misure educative e sociali.
Il processo dell'integrazione europea e dell'allargamento ha portato la pace nella sicurezza in un continente nel quale i confini hanno perso gran parte del loro significato in quanto condividiamo gli stessi valori, applichiamo le stesse regole e proteggiamo le minoranze allo stesso modo.
Il desiderio di promuovere questi valori nel mondo intero è il principale motore della politica di buon vicinato che abbiamo avviato con l'Europa orientale e il Mediterraneo.
La Politica Europea di Buon Vicinato cerca di creare intorno all'Unione un anello di amici che va dalla Russia al Marocco sulla base di valori condivisi e di comuni o convergenti interessi. Oltre ai vicini orientali questa nuova Politica abbraccia tutti i paesi del Mediterraneo e naturalmente include Israele. E Israele è un paese con il quale noi europei abbiamo stretti e antichi legami culturali, storici e personali. È anche una palpitante manifestazione di pratica democratica.
Ai sensi della Politica di Buon Vicinato offriamo ai nostri partner la possibilità di condividere la pace, la stabilità e la prosperità di cui abbiamo goduto nell'Unione Europea. In questo contesto debbo accennare al processo di pace in Medio Oriente: l'Unione è fermamente impegnata a favore del chiaro obiettivo dei due Stati Israele e uno Stato palestinese democratico - che vivano l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza senza che sia lasciato spazio alcuno al terrorismo e alla violenza di qualunque tipo nel quadro di una pace esaustiva in Medio Oriente, cosi come delineato dalla Road Map.
Pace e sicurezza sono per gli europei concetti di primaria importanza.
Quando gli europei indicano un particolare Paese come una minaccia per la pace, mi piace pensare che ciò rappresenti la preoccupazione per la mancanza di progressi del processo di pace e per l'infernale ciclo della violenza. Analogamente quando la critica è rivolta a specifiche politiche del governo israeliano, mi piace pensare che sia la normale manifestazione del dissenso democratico. E il diritto al dissenso democratico viene praticato con passione dagli israeliani. Ma sono consapevole e non posso negare che alcune critiche nei confronti di Israele sono ispirate da sentimenti e pregiudizi antisemiti. Bisogna riconoscere questo fenomeno per quello che è e bisogna affrontarlo adeguatamente.
I sindacati e Soros appoggiano Kerry
Redazione del Corriere della Sera
WASHINGTON - Il più importante sindacato americano, l'Afl-Cio, ha dato il proprio appoggio alla candidatura di John Kerry alla nomination democratica alla Casa Bianca. Lo ha annunciato il presidente John Sweeney dopo una riunione di tutti i presidenti dei 64 sindacati affiliati e sul sito internet del sindacato compare l'immagine di Kerry. Per essere attribuito a un candidato, l'appoggio Afl-Cio deve essere condiviso da sindacati che rappresentino i due terzi dei 13 milioni di lavoratori affiliati. Se Kerry è scaramantico, non deve aver preso la cosa con grande entusiasmo. In passato l'Afl-Cio ha dato un appoggio formale soltanto a due candidati:Walter Mondale nel 1984 e Al Gore nel 2000. Entrambi furono sconfitti: il primo da Reagan e il secondo da George W. Bush. Nei mesi scorsi l'Afl-Cio non aveva trovato un consenso per dare il proprio avallo a Dick Gephardt, deputato del Missouri vicino ai sindacati, il quale poi dopo essersi ritirato dalla corsa alla nomination ha dato il suo appoggio a Kerry. Dopo il successo nel Wisconsin Kerry può ora contare su 608 delegati, Howard Dean (che non farà più campagna elettorale anche se non si è formalmente ritirato) su 201 e John Edwards su 190. Per ottenere la nomination occorrono 2.161 delegati.
LE PROSSIME DATE - Adesso cresce l'attesa per il super martedì del 2 marzo quando ci saranno le primarie in dieci grandi Stati tra cui New York, Ohio e California (1.151 delegati in tutto). Prima però (24 febbraio) si voterà in tre Stati: Utah (primarie semichiuse, 23 delegati), Hawaii (caucus chiuso, 20 delegati), e Idaho (caucus aperto, 18 delegati).
L'APPOGGIO DI SOROS - Il miliardario George Soros mercoledì sera a New York ha confermato di essere pronto ad assicurare il suo sostegno a chiunque sfiderà Bush. "Ero entusiasta della candidatura di Dean e sono amico di Wesley Clark dai tempi del Kosovo, ma sono felice della campagna di Kerry", ha detto Soros al Council on Foreign Relations in occasione della presentazione del suo ultimo libro. "Kerry ha saputo riunire i democratici". Soros ha già stanziato 12,5 milioni di dollari (9,85 milioni di euro) a favore di Americans Coming Together e Moveon.org, due dei movimenti di opposizione a Bush. , Secondo la rivista "Forbes", tra i sostenitori e finanziatori della campagna elettorale di Kerry ci sono anche alcuni dipendenti e top manager di alcune delle principali banche degli Stati Uniti, fra cui Fleet Boston Financial, Time Warner, Citigroup e Goldman Sachs.
20 febbraio 2004