
sulla stampa
a cura di G.C. - 30 gennaio 2004
Verifica, Berlusconi vede Follini e "frena" Tremonti
Redazione de la Repubblica
ROMA - La verifica va avanti con una certa fatica: ma Silvio Berlusconi vuole imprimere una accelerazione e chiudere al più presto facendo una sintesi delle esigenze di tutti gli alleati. Oggi il premier ha avuto il terzo 'bilaterale' in tre giorni, quello con Marco Follini, ma, in Consiglio dei ministri ha anche "frenato" Tremonti sul tema della tutela del risparmio. Così, per la prima volta ha dato a Udc e An la sensazione che qualcosa è cambiato o potrebbe cambiare e che il premier intende fare sul serio a proposito di gestione della coalizione e di frenare lo strapotere del superministro dell'Economia appoggiato dalla Lega.
Follini gli ha ripetuto quanto ormai va dicendo da oltre un mese, ossia che all'Udc, e in particolare al leader del partito non interessano poltrone, e soprattutto che la 'vera' verifica per i centristi dovrà avvenire all'indomani delle europee. Ciò non toglie che resta l'interesse del partito di Follini a confrontarsi con gli alleati sui punti programmatici del documento in fase di elaborazione.
Il documento come è noto, è suddiviso per temi: Forza Italia 'cura' quello relativo alla giustizia, ad An è affidato l'argomento famiglia-economia-sicurezza. Follini, per parte sua, avrebbe chiesto oggi al premier di inserire in questa bozza una "istituzionalizzazione" della maggioranza ossia la difesa, a chiare lettere, del Quirinale, della Cei e dell'Euro. Come si vede tutti temi tutt'altro che cari alla Lega.
In un faccia a faccia definito "interlocutorio" (e che ha avuto una 'coda' di pochi minuti a tre Berlusconi-Follini-Fini) il premier avrebbe preso atto della posizione dell'Udc non rinunciando però a far presente quanto sia importante per la maggioranza mostrarsi coesa e unita.
La novità della giornata è comunque avvenuta nel Consiglio dei ministri che ha affrontato di petto il provvedimento sulla tutela del risparmio messo a punto da Tremonti. Berlusconi, secondo quanto è trapelato, avrebbe chiesto approfondimenti su quel testo rimandandolo al prossimo Cdm dopo una valutazione collettiva, la cui sintesi verrà fatta dallo stesso presidente del consiglio. Una doppia novità (leggi 'vittoria') come è stato sottolineato in ambienti di An e dell'Udc: per la prima volta, infatti, si sottolinea, Berlusconi ha sancito il principio che sui provvedimenti particolarmente delicati l'ultima parola spetta al premier facendo così intendere che sono finiti i tempi in cui Tremonti faceva il buono e il cattivo tempo sui provvedimenti economici.
Intanto, come si diceva, la verifica cammina va avanti: se l'Udc ne prende in qualche modo le distanze, An, che ha riunito stasera il coordinamento, presente Fini, sollecita tempi brevi.
Nell'ambito della richiesta di una maggiore collegialità e di un rilancio dell'azione del governo, si ragiona sempre attorno alla ipotesi di una rinascita del consiglio di gabinetto coordinato dal vicepremier. Resta anche l'ipotesi della guida del Cipe, della promozione di Adolfo Urso al Commercio con l'Estero e l'attribuzione di alcuni posti vacanti a livello di sottosegretari. Per questi ultimi incarichi gira voce che Fini tenga particolarmente a un ruolo per Silvano Moffa, ex presidente della Provincia di Roma. Nuove indiscrezioni sono giunte oggi da Cossiga che sotto lo pseudonimo di Franco Mauri, ha ipotizzato un valzer di poltrone con un Fini destinato alla Difesa. La trattativa è in corso, e dopo i 'bilaterali' di questi giorni si ipotizza a breve un vertice 'collegiale' dei leader.
Più passa il tempo, però e più la verifica va a intrecciarsi con altri nodi. Con le riforme che la Lega considera cartina di tornasole della reale volontà di cambiamento che anima la maggioranza. E che usa come grimaldello all'interno della stessa verifica. Ecco perchè le valigie sono sempre pronte ma non vengono mai chiuse. Ed ecco perchè oggi Calderoli ha rilanciato una 'provocazione' o 'birichinata', ossia la proposta di trasferire a Milano il Senato delle Regioni. Alla fine però Calderoli ha fatto sapere che l'accordo nella maggioranza c'è e che la Cdl deciderà d'amore e d'accordo su eventuali modifiche.
Sul cammino della verifica si trova anche la legge Gasparri: l'Udc non ha nascosto riserve sul Sic. Sul tema della giustizia è intervenuto Casini per dire che tutti devono fare "un passo indietro" perchè "nessuno è in condizione di scagliare la prima pietra". Troppa "conflittualita", l'atto d'accusa del presidente della Camera.
La Lega: a Milano la sede del Senato federale
Redazione del Corriere della Sera
MILANO - La Lega torna a gettare scompiglio nella maggioranza proponendo di trasferire a Milano il Senato federale. E' uno degli emendamenti presentati dal coordinatore del Carroccio Roberto Calderoli al ddl sulle riforme costituzionali in discussione a Palazzo Madama. "Se a Roma c'è una Camera che rappresenta lo Stato, è giusto che la Camera che rappresenta il territorio si trovi in un'altra città, a Milano o a Torino, purchè non ci sia coincidenza" ha spiegato Roberto Calderoli. Alla domanda se ci sia al riguardo un accordo con gli alleati Calderoli ha risposto: "Questa non è una questione di governo; io porto le sensibilità della Lega e dei cittadini del Nord, che non vedono perché tutto debba stare a Roma". In ogni caso, ha precisato Calderoli, tutte le modifiche apportate al ddl di riforme costituzionali verranno approvate all'unanimità. "Sostanzialmente - ha detto Calderoli - le mediazioni che avevamo trovato anche l'altra settimana sono state mantenute. Quindi, se non succederanno eventi, al di fuori della discussione sulle riforme, credo che non ci sarà alcun problema perchè l'accordo c'è".
DINI: UNA PROVOCAZIONE - L'ultima proposta della Lega è "una provocazione" che "non passerà" dice il vicepresidente del Senato, Lamberto Dini. "Sarebbe un riconoscimento alla regione più ricca d'Italia - ha osservato Dini - ma si tratta, appunto, di una regione e non di uno Stato a sé".
"MEGLIO A LAMPEDUSA" - "Il Senato federale da Roma a Milano? E perchè non a Lampedusa?" replica Nuccio Cusumano, presidente dei deputati di ap-udeur, all'emendamento della Lega. "E' questo- si chiede Cusumano- il risultato della verifica nella casa delle libertà? Ad An e Udc, se ci sono, chiediamo di battere un colpo".
MUSSOLINI: "UNA BARZELLETTA" - "Se non fosse che si tratta di argomenti seri ci sarebbe da ridere. Milano come sede del Senato è una barzelletta, così come altri passi delle riforme dei sedicenti saggi della Cdl" sostiene Alessandra Mussolini leaderdi Libertá di Azione. "Se le riforme della sinistra -prosegue Mussolini- furono giudicate terribili, queste sembrano comiche. A quando l'elezione di un somaro a presidente della Repubblica? I leader della Cdl avranno un bel da fare a tentare di spiegare a tutti gli italiani il senso di riforme che porteranno solo guasti al paese. In particolare sono ansiosa di sentire cosa dirá uno di loro a proposito dell'unitá nazionale. Non bastano i lamenti isolati di qualcuno per coprire la svendita dell'unitá nazionale a favore di qualche poltrona in più".
Occhetto e Di Pietro si candidano insieme.
Nasce la lista "aperta"
Redazione de l'Unità
Non vuole essere concorrenziale con la lista Prodi, e tutti, probabilmente, negheranno nei prossimi mesi ogni rivalità o livore. Fatto sta che la nascita di una lista "aperta" Di Pietro Occhetto è destinata a suscitare qualche imbarazzo a sinistra. È inevitabile. Soprattutto perché è passata solo una settimana dalla riunione che ha dato il via a una nuova stagione di pace nel centrosinistra. Cosa si era deciso in quell'incontro? Che Di Pietro si sarebbe presentato da solo alle elezioni europee, con il suo partito, l'Italia dei Valori, aperto però ai girotondi; che Achille Occhetto, soddisfatto per l'accordo e per il rilancio della costituente dell'Ulivo, lasciava cadere l'ipotesi di candidarsi con l'ex pm di Mani pulite; che l'Italia dei Valori sarebbe entrata a pieno diritto nell'Ulivo.
I problemi che si erano trascinati stancamente per due mesi sembravano improvvisamente risolti. Occhetto in un'intervista a l'Unità dichiarava: "Il problema della mia possibile candidatura era nato nell'ipotesi in cui, rimanendo in piedi l'idea del partito riformista, si apriva uno spazio enorme che andava ricoperto tra partito riformista e Rifondazione comunista. Il modo in cui si è risolta la questione Di Pietro non pone neanche lontanamente l'idea di una mia candidatura nell'Italia dei valori, perché sono un uomo di sinistra".
Cosa è cambiato oggi? Tutto, secondo il fondatore del Pds: "Nel comunicato - ha spiegato - era stato detto esplicitamente che la lista unitaria sarebbe stata un primo passo per una coalizione sempre più forte. E che non sarebbe stato in nessun modo l'abbozzo di un partito riformista. Nei giorni successivi invece è stato detto tutto il contrario. Si è parlato apertamente di partito riformista e oggi il segretario dei Ds è stato inequivocabile nella sua intervista: "La lista unitaria è il primo passo verso il partito riformista"".
Occhetto si riferisce a una risposta in cui Fassino ribadisce ancora una volta che all'orizzonte "c'è la costruzione di un grande soggetto riformista-progressista che sarà la forza principale dice - di un centrosinistra largo. La lista unitaria è il primo passo in questa direzione". Ma, aggiunge ancora Occhetto, "se a questo si aggiunge il rischio di profonde divisioni programmatiche ci si rende conto di quello che sta avvenendo...".
Fra la lista a quattro e Rifondazione comunista, sostiene sempre Occhetto contrariamente a una settimana fa, si sta creando "un grande vuoto che dobbiamo riempire per evitare che forze elettorali soprattutto giovanili si rifugino nell'astensione". Un concetto che, nel corso dell'assemblea romana dei Girotondi al teatro Vittoria era stato sostenuto con convinzione anche da Francesco Pardi, che oggi, non a caso, è all'incontro con Di Pietro insieme a Gian Franco Mascia e a Paolo Sylos Labini.
La lista Occhetto Di Pietro nascerà ufficialmente la prossima settimana, quando si riunirà il "comitato per la nuova lista aperta" che "approverà una carta di intenti politica e chiederà formalmente all'Italia dei Valori di Di Pietro di dar vita ad una nuova lista comune". Nella stessa riunione sarà "deciso nome e simbolo della lista e si apriranno forme moderne di consultazione per definire le candidature espressione della società civile".
Per Di Pietro, comunque, "Romano Prodi rimane il punto di riferimento". Non a caso Elio Veltri, nel chiudere l'incontro con la stampa, ha annunciato che il comitato promotore della lista aperta "chiederà a Romano Prodi di dare l'adesione" pur riconoscendo la sua impossibilità a una partecipazione diretta all'iniziativa.
Rai, ancora scontro sull'informazione
Redazione de la Repubblica
ROMA - La ricerca di un nome per sostituire Enzo Biagi alla striscia informativa di prima serata su RaiUno infuoca i vertici di viale Mazzini. La polemica non si ferma, e oggi il presidente della Rai, Lucia Annunziata, è tornata sull'argomento con l'ennesima replica. Quella di Ferruccio De Bortoli era stata una "proposta equilibrata", dice Annunziata, che afferma di essersi rifiutata di prendere in esame altri candidati "per non dar luogo a uno 'shopping' di professionisti".
Nella polemica interviene anche Piero Fassino: "Penso che nell'informazione televisiva siamo in una situazione di emergenza critica" dice il segretario dei Democratici di sinistra, secondo il quale quanto emerso dal consiglio d'amministrazione Rai che si è tenuto ieri sarebbe ''l'ennesima dimostrazione di come questa destra abbia una concezione proprietaria di un bene pubblico degli italiani, che è la Rai''.
L'intervento di Lucia Annunziata prende le mosse da un'intervista rilasciata dal consigliere Marcello Veneziani al quotidiano Il Messaggero, nella quale veniva detto che il presidente Rai avrebbe bocciato il nome di Giovanni Minoli "sostenendo - osserva Veneziani - che non sarebbe abbastanza di sinistra".
Annunziata replica chiarendo dunque che dietro la scelta del nome non c'è "alcun giallo", ribadisce l'intenzione di non voler mercanteggiare su nomi di professionisti "che non meritano di essere sottoposti all'esame del loro Dna politico". "Se il giallo continuasse potremmo sempre ricorrere alla costituzione ad hoc di un'apposita Commissione Hutton", conclude la presidente, riferendosi ironicamente all'indagine sul caso dello scienziato inglese David Kelly.
La vendetta di Tanzi
Bruno Perini su il Manifesto
Una potentissima lobby fatta da politici corrotti e banchieri collusi della prima e della seconda Repubblica che foraggiava l'ex imperatore di Collecchio. Un meccanismo micidiale che attraverso il classico sistema delle tangenti ai partiti otteneva in cambio dai banchieri amici, fideiussioni, linee di credito e tutte quelle coperture finanziarie che servivano a dare ossigeno alla Parmalat. Ma non solo. Dai verbali di Fausto Tonna, a Parma, vengono chiamati in causa Francesco Cossiga e Calogero Mannino che avrebbero fatto affari con Parmalat. Accusa immediatamente respinta dai due uomini politici. Lo scenario tracciato da Calisto Tanzi nel corso dei suoi interrogatori è a dir poco sconcertante. Talmente inquietante da apparire inverosimile. Eppure durante le sue "confessioni" davanti ai magistrati della Procura di Milano, Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino, il fondatore della Parmalat ha tirato fuori le unghie, svelando agli inquirenti un quadro, talvolta poco credibile, che va molto al di là dell'ipotesi di aggiotaggio. Nonostante l'interrogatorio fosse secretato pare che l'ex patron di Parmalat abbia spiegato nel dettaglio l'originale sistema banca-impresa che stava alla base della gigantesca macchina da corruzione e truffa che aveva sede a Collecchio. Tanzi è stato interrogato anche ieri dai magistrati Fusco e Nocerino e non si sa se le sue rivelazioni sulle complicità politiche e finanziarie continueranno con lo stesso ritmo e con la stessa pesantezza. Pare comunque che quello che ha già detto nei giorni scorsi sia sufficiente ad aprire le porte di una tangentopoli ben più consistente. Come ha detto Sergio Cusani: "Il caso Parmalat è la testa non la coda di tangentopoli".
Secondo le indiscrezioni circolate ieri Tanzi avrebbe fatto anche nomi e cognomi dei politici corrotti, (circa una trentina), spiegando poi in che relazione stavano con quei banchieri che sulla base di relazioni politiche erogavano crediti alle imprese, magari a tassi di favore.
Quanto c'è di vero in quello che ha detto Tanzi? Negli ambienti finanziari e bancari la fuga di notizie e la conseguente caccia al nome del politico di sinistra o di destra ha provocato durissime polemiche. Tanto da spingere il procuratore aggiunto a delle precisazioni. "L'unico filone investigativo a Milano e l'aggiotaggio", ha detto il procuratore aggiunto di Milano, Angelo Curto, nell'ambito dell'inchiesta sul crack Parmalat. "Il falso in bilancio è un reato ormai conclamato, ma è chiaro che tutti quelli che istituzionalmente dovevano controllare non lo hanno fatto. Noi dobbiamo individuare chi colposamente o dolosamente abbia contribuito a tenere il titolo sul mercato". Il procuratore, rispondendo a una domanda sul ruolo delle banche nella vicenda, dice: "Dobbiamo vedere se i falsi macroscopici dovevano insospettire, ma i controlli spettavano ad altri come al collegio sindacale e ai revisori". Riferendosi poi a indiscrezioni di stampa su una lista di nomi di politici che Tanzi avrebbe fatto durante l'interrogatorio, Curto dice di non poter "né confermare né smentire". Il magistrato si è limitato a parlare di "relazioni tipiche" esistenti in certi ambiti, "ma bisogna capire - spiega - se hanno un rilievo penale oppure no".
Intanto anche i legali di Tanzi passano alla controffensiva chiedendo di unificare il processo a Parma.
Il Vaticano: "Il genocidio per Aids, colpa dei prezzi dei medicinali"
Redazione de l'Unità
"Questi bambini muoiono perchè non hanno le medicine. Bisogna fare una pressione pubblica per convincere le case farmaceutiche ad abbassare i prezzi dei farmaci per curare le vittime dell'Aids". Questo l'appello lanciato da Paul Cordes, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, alle case farmaceutiche. L'occasione è stata la presentazione in Vaticano del Messaggio del Papa per la Quaresima, dedicato quest'anno all'infanzia violata o in difficoltà.
L'arcivescovo ha quindi rivendicato l'azione svolta da tempo dalla Santa Sede per ottenere l'abbassamento dei prezzi dei medicinali anti-Aids. "Interventi in questo senso - ha ricordato - sono stati pronunciati in passato in occasione delle riunioni del Wto e davanti all'assemblea Onu". Il vero problema è costituito dal monopolio delle grandi multinazionali farmaceutiche, che come, ricorda Cordes, detengono i brevetti dei medicinali, controllandone i costi, assolutamente inaccessibili per i paesi in via di sviluppo.
"Perchè questa differenza? - si è chiesto il religioso - È per l'azione di genocidio dei cartelli farmaceutici che rifiutano di abbassare i prezzi per l'Africa, nonostante abbiano realizzato profitti per 517 miliardi di dollari nel 2002".
Drammatici i dati riportati da padre Angelo D'Agostino, fondatore e direttore medico di un villaggio in Kenya : "Oggi circa 400 persone muoiono ogni giorno in Kenya per Aids. Eppure, in Europa e in America del Nord" la malattia sta diventando sempre meno mortale e sempre più cronica: "Perchè questa differenza?"
Cor Unum ha anche lanciato un'iniziativa concreta: la vendita di un francobollo dedicato ai bambini vittime dell'Aids d parte delle Poste vaticane e una raccolta di fondi per un centro dedicato ai piccoli malati. La speranza è di raccogliere 500 mila euro solo dalla vendita del francobollo (che sarà emesso a maggio con il valore di 0.45 euro) il cui ricavato andrà al Papa per la realizzazione del progetto di aiuti per i bambini orfani in Kenya. La raccolta di fondi (in Italia è stato attivato un conto corrente postale dove versare le offerte n. 603035) servirà per realizzare il Nyumbany Village per bambini orfani di Aids nella diocesi di Nairobi, il quale servirà da modello per villaggi simili in Africa.
Israele, poliziotto-kamikaze su bus: 10 morti
Redazione del Corriere della Sera
GERUSALEMME - Un poliziotto palestinese è diventato kamikaze. L'uomo si è fatto saltare in aria di primo mattino a bordo di un autobus in piena Gerusalemme, vicino alla residenza ufficiale del primo ministro israeliano Ariel Sharon. Numerosi i morti - almeno 10 secondo le prime stime, che contano anche una quarantina di feriti. Al momento dell'esplosione Sharon non si sarebbe peraltro trovato nella propria residenza.
Il kamikaze che si è fatto esplodere era un membro della polizia palestinese della città cisgiordana di Betlemme. Lo hanno annunciato funzionari della sicurezza palestinese.
CONDANNA PALESTINESE - Il capo dei negoziatori palestinesi, Saeb Erekat, ha però condannato l'attentato di questa mattina a Gerusalemme che ha provocato la morte di almeno 10 persone. Erekat ha detto che "questo circolo vizioso può solo essere interrotto dalla ripresa di un significativo processo di pace". "Altrimenti - ha aggiunto - la violenza genererà altra violenza, i proiettili porteranno altri proiettili".
RIVENDICAZIONE DI AL AQSA - Le Brigate dei martiri di Al Aqsa hanno rivendicato la responsabilità dell'attentato a Gerusalemme. Lo ha detto la televisione dell'Hezbollah.
HAMAS: "ISRAELE CAPISCE SOLO LA FORZA" - L'attentato a Gerusalemme era nell'aria "dato che Israele capisce solo il linguaggio della forza": lo ha dichiarato alla stampa il leader di Hamas, sceicco Ahmed Yassin. Secondo Yassin l'attentato è la risposta dei palestinesi agli scontri di mercoledì nel rione al-Zaitun di Gaza dove almeno otto palestinesi fra cui alcuni civili sono stati uccisi dal fuoco di militari israeliani impegnati in un raid. "Il sangue dei palestinesi non è certo diverso da quello degli israeliani" ha insistito Yassin. Analoghe dichiarazioni sono state rilasciate da un esponente politico di Hamas, Abdel Aziz Rantisi, secondo cui "il vero terrorista è Sharon", ossia il primo ministro israeliano. I due esponenti di Hamas, pur giustificando l'attentato, si sono astenuti dal rivendicarne la responsabilità diretta.
Tutto tranquillo
Zvi Schuldiner su il Manifesto
Non è stato nemmeno necessario il giornale radio. L'esplosione è stata violenta, impossibile non sentirla, pochi minuti dopo le sirene hanno confermato i miei sospetti. A poche centinaia di metri da casa mia è esploso un autobus. Un nuovo attentato suicida, altri dieci israeliani hanno pagato con la vita il sanguinoso conflitto a cui ci condannano ostinatamente i nostri leader. Sì, erano stati mesi tranquilli. La maggior parte dei media non ha neanche sfiorato il nostro sanguinoso conflitto israelo-palestinese. Tutto tranquillo, nulla da registrare per un periodo relativamente lungo, nessun attentato suicida nel quale abbiano perso la vita cittadini israeliani. Tutto tranquillo. Solo che questo tutto copriva la morte quotidiana. Difficile ricordare giorni in cui le "forze dell'ordine" israeliane non abbiano ucciso qualcuno. La tranquillità di cui abbiamo goduto è la menzogna di ogni giorno, che copre con l'indifferenza e l'oblio i crimini dell'occupazione.
Solo ventiquattrore prima dell'esplosione l'esercito israeliano era entrato in azione a Gaza. Entrato in azione. Significa che otto o nove palestinesi sono stati ammazzati dalle "forze dell'ordine" nella lotta contro il terrorismo. Tutto tranquillo. Solo palestinesi terroristi muoiono. O i bambini che si trovano nelle vicinanze. O chiunque che per qualche dubbiosa ragione abbia risvegliato i sospetti delle sempre attive e sospettosissime forze dell'ordine. Tutto tranquillo, e perciò c'è stato il tempo per cercare altri passaggi sotterranei, quelli da cui i palestinesi contrabbandano armi, droghe e generi di consumo. E a Rafah per cercarli l'esercito ha distrutto decine di case, ma questi ostinati palestinesi sempre pieni di cattive intenzioni e disposti a diffamare Israele non li avevano nemmeno, i passaggi sotterranei. Certo non li hanno costruiti per trovare un altro modo di diffamare l'esercito israeliano che, come ben dicono generali e politici, è il più morale del mondo.
L'esercito più morale del mondo uccide palestinesi tutti i giorni. Alcuni sono terroristi e altri sono semplicemente malintenzionati di ogni età che si ostinano a denigrarci e si interpongono con ostinazione sulla traiettoria delle pallottole dell'esercito più morale del mondo. I mezzi di comunicazione internazionale coprono con il silenzio i crimini dell'occupazione. La verità è terribile.
Dopo l'attentato che ha ucciso quattro soldati israeliani al passo di Erez alla televisione si sono viste alcune delle immagini che più violentemente riflettono la disperazione. Al passo di Erez, circa 14mila palestinesi cercavano di andare a lavorare, sapendo che soltanto 1400 circa sarebbero stati autorizzati a farlo. Uno dei migliori corrispondenti della tv israeliana ha mostrato il corridoio in cui si ammucchiavano migliaia di lavoratori ansiosi di guadagnarsi il pane. Alcuni salivano sulle spalle di quelli più avanti per cercare un po' di ossigeno, altri restavano sotto asfissiati, una trentina sono stati ricoverati in ospedale. Un tragico, autentico quadro dell'occupazione. Trattati peggio che bestie, senza i diritti che hanno persino gli animali. Occhi di fame e disperazione, occhi senza futuro. Le immagini del passo di Erez sono state la migliore esemplificazione dei "giorni tranquilli". L'esercito più morale del mondo castigava una popolazione intera per il crimine di fondamentalisti accecati, che da parte loro proseguono nel cammino verso la liberazione della donna, questa volta è stata la madre di due figli a farsi esplodere a Erez, e lo sceicco Yassin se ne gloriava.
Di fronte alla possibilità di costruire un futuro di pace, il fondamentalismo oltranzista del governo israeliano continua a distruggere ogni possibilità, aiutato in alcune occasioni da un fondamentalismo islamico ugualmente cieco e criminale. Tutti i giorni continua l'espansione israeliana nei territori occupati e i massacri dell'esercito più morale del mondo sono pura, incontenibile routine. Sparano già anche contro gli israeliani e questa è solo una prova in più del confine che ha ormai attraversato questo esercito "morale".
Israele-Hezbollah, concluso lo scambio dei prigionieri
Redazione de la Repubblica
TEL AVIV - L'attentato avvenuto questa mattina nel centro di Gerusalemme, dove un kamikaze si è fatto esplodere su un autobus affollato, non ha interrotto lo scambio di prigionieri concordato tra Israele e i guerriglieri libanesi di Hezbollah, grazie anche alla mediazione del governo di Berlino.
Il primo ad atterrare all'aeroporto militare di Colonia-Wahn, alle 6.55, è stato l'aereo dell'Aviazione tedesca con a bordo il discusso uomo d'affari israeliano Elhanan Tannenbaum, ex colonnello della riserva in odore di spionaggio, prigioniero a Beirut dell'Hezbollah da 40 mesi. Sull'aereo c'erano anche i resti di tre soldati israeliani, rapiti nel Libano meridionale nell'ottobre 2000.
Qualche minuto più tardi è stata la volta del secondo velivolo, un aereo militare israeliano proveniente da Tel Aviv, che trasportava una trentina degli oltre quattrocento arabi già detenuti nella carceri israeliane i quali, in base all'intesa, debbono essere rilasciati; con i primi trenta anche il tedesco Stefan Smyrnek, accusato di terrorismo anti-ebraico.
Ambedue gli aerei si sono subito diretti verso il medesimo hangar. Esperti di medicina legale giunti dallo Stato ebraico subito dopo l'arrivo delle salme hanno avviato un esame di riconoscimento e confermato ufficialmente l'identità dei tre soldati israeliani uccisi in Libano. I medici hanno anche controllato anche l'identità e le condizioni di salute di Tannenbaum.
Subito dopo Israele ha cominciato a liberare i primi palestinesi sui quattrocento di cui è stato concordato il rilascio. Gli ex detenuti sono stati lasciati andare ad alcuni valichi di frontiera con la Cisgiordania settentrionale, dove erano stati condotti qualche ora prima a bordo di pullman che li avevano prelevati dalle rispettive carceri. Nel frattempo alla frontiera con il Libano di Rosh Hanikra le forze israeliane hanno iniziato a consegnare all'Hezbollah, tramite la Croce Rossa Internazionale, i resti di 59 libanesi morti sul territorio israeliano.
L'accordo, negoziato con la mediazione tedesca, prevede che Israele liberi complessivamente 436 prigionieri. Sono oltre settemila i palestinesi attualmente in carcere.
30 gennaio 2004