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sulla stampa
a cura di G.C. - 29 gennaio 2004


La Corte dei conti critica il ministro Tremonti
Redazione del
Corriere della Sera

ROMA - Durissimo attacco della Corte dei conti al ministro dell'Economia Giulio Tremonti e alla politica finanziaria del governo Berlusconi negli allegati alla relazione del procuratore generale,
Vincenzo Apicella, all'inaugurazione dell'anno giudiziario.
"Alla fine del 2002 il decreto legge 'taglia-spese' ha spostato l'asse decisionale dal Parlamento al governo e alla Ragioneria, indebolendo la resistenza della decisione parlamentare del bilancio e delle leggi di spesa e di entrata, con l'attribuzione di una discrezionalità al ministro dell'Economia che non ha riscontro nelle democrazie occidentali".

TRAVOLTA PROCEDURA PARLAMENTARE - "La sessione di bilancio per il 2004 ha travolto la procedura parlamentare condivisa, seguita dall'inizio degli anni Novanta, affidando la manovra, fuori dalla disciplina della sessione di bilancio, a un decreto legge". Quanto ai contenuti, afferma la magistratura contabile, "si è proseguito sulla strada delle misure temporanee, dell'estensione delle voci escluse dai conti pubblici, della provvista mediante cartolarizzazioni e condoni".

TRASPARENZA - "Le ultime relazioni annuali e le audizioni rese dalla Corte sui provvedimenti di riforma del bilancio, sul Dpef e sul disegno di legge finanziaria - si legge dall'attività delle sezioni riunite della Corte dei Conti in sede di controllo - pongono in rilievo seri problemi di trasparenza e significatività dei conti pubblici".

"SOSPETTO DI FAVORITISMI" - La Pubblica amministrazione abusa nel ricorso alle consulenze: "Siamo di fronte a un vero e proprio nuovo sistema di 'fare amministrazione' che determina spesso l'inutilizzazione di pur valide strutture amministrative esistenti, e della stessa Avvocatura dello Stato, il che contribuisce di conseguenza ad aggravare i costi di gestione, a mortificare la professionalità di pubblici dipendenti e a far sorgere il sospetto di favoritismi".

INCONSISTENTE COPERTURA DI RIFORME FISCO E WELFARE - "Nel 2003 l'approdo, di per sé positivo, dell'iter parlamentare di grandi leggi di riforma del Fisco e del Welfare (lavoro, istruzione e, ancora in itinere, previdenza) si è caratterizzato per formule di copertura nuove e inconsistenti, fondate su quantificazioni 'manifesto' degli oneri e sul mero rinvio alle successive decisioni di bilancio (Finanziaria e Bilancio)".

EMERSIONE SOMMERSO SENZA SUCCESSO - I programmi del governo per sconfiggere il sommerso "non sembrano aver avuto molto successo".

Secondo la magistratura contabile, "la quota sul Pil dell'economia sommersa sarebbe in Italia del 26,2%".

CONDONI E SANATORIE - Le entrate straordinarie da condoni fiscali sembrerebbero avere "un ruolo solo in parte aggiuntivo rispetto alle entrate ordinarie". La magistratura contabile sottolinea anche che l'importo complessivamente atteso per l'esercizio finanziario 2003 da condoni e sanatorie è di 12,6 miliardi di euro. La Corte rileva anche che, oltre a quantificare l'impatto finanziario dei condoni fiscali, "andrebbero tuttavia valutati anche gli effetti che più in generale un condono può avere sulle varie categorie di contribuenti".


E la commissione Ue smaschera i trucchi di Tremonti
R. T. su
il Manifesto

L'ottimismo di Tremonti è sbarcato a Bruxelles, ma la Commissione Ue l'ha messo in quarantena. Ovvero ha deciso che i conti dell'Italia saranno monitorati con grande attenzione, perché le previsioni e gli obiettivi del Patto di stabilità presentato dal governo italiano appaiono eccessivamente ottimistici. In sintesi, la Comissione presieduta da Prodi ha approvato l'opinione sui conti dell'Italia presentata da Pedro Solbes sottolineando che, sulla base delle politiche attuali, ci sono "rischi sulla sostenibilità di lungo termine delle finanze pubbliche". Alla base del giudizio della Commissione (che dovrà passare al vaglio di Ecofin) c'è la constatazione che le previsioni macroeconomiche del governo sono eccessivamente ottimistiche. D'altra parte la tecnica del governo Berlusconi dal 2001 è sempre la stessa: prevedere tassi di crescita del prodotto lordo molto alti, anche contro l'opinione di tutti i centri di previsione internazionali. E questo per poter dimostrare che il rapporto deficit/pil è sotto controllo (cioè al di sotto del tetto del 3 per cento) e che il debito dell'Italia (ancora al 105 per cento del prodotto) si riduce progressivamente. Tutto falso ovviamente, come dimostrano i consuntivi che alla fine di ogni anno evidenziano le divergenze con le fantasiose previsioni.

Consuntivi che, oltretutto, risentono di manovre una-tantum che negli anni si sono moltiplicate e che a Bruxelles non piacciono assolutamente, perché rinvia nel tempo i tagli strutturali. In particolare la relazione di Sobes sottolinea come "dato l'obiettivo del governo di ridurre le imposte e il carico della sicurezza sociale l'aggiustamento richiederebbe una sostanziale riduzione della spesa primari in rapporto al pil". E questo dovrebbe essere raggiunto "con un progressivo rimpiazzo delle misure una tantum che hanno sostenuto i risultati di bilancio degli anni precedenti".

Invece di misure di rimpiazzo non si vede ombra. Tanto che la Commissione accusa di opacità i conti italiani per quanto riguarda gli anni successivi al 2004.

Per quanto riguarda l'annunciata riforma delle pensioni, il giudizio di Bruxelles è relativamente positivo: "Pur attenuando parzialmente il previsto aumento del rapporto spesa pensionistica-pil nei prossimi venti anni, la riforma delle pensioni è soggetta a rischi non trascurabili dato che, tra l'altro, gli interventi sul contenimento della spesa sono rimandati al 2008".



Doppio avviso al ministro
Andrea Bonanni su
la Repubblica

I conti pubblici italiani non sono credibili. Ancora una volta gli organismi di controllo nazionali e internazionali mettono sott'accusa il governo. Da Roma e da Bruxelles arriva un doppio schiaffo che contesta la trasparenza e l'attendibilità delle finanze dello Stato. La relazione annuale della Corte dei Conti e la valutazione della Commissione europea sul programma di stabilità mettono il dito sulla stessa piaga, anche se lo fanno con due prospettive diverse, ciascuna pertinente ai propri compiti istituzionali.

La magistratura contabile concentra il proprio esame sullo stato attuale delle finanze pubbliche, fotografando la situazione esistente e indicando le cause del dissesto. La Commissione valuta piuttosto la sostenibilità futura dei programmi su cui si è impegnato il governo per risanare i conti dello Stato. Il fatto che, attraverso percorsi diversi, i due organi di garanzia giungano a conclusioni analoghe è dunque ancora più preoccupante.

La Corte dei Conti denuncia sprechi, abusi e inadempienze (nella lotta contro l'economia sommersa, per esempio), e punta il dito sulla discrezionalità che Tremonti s'è attribuito sottraendo al Parlamento il controllo della spesa in misura "che non ha riscontro nel panorama delle democrazie dell'Occidente".

Ma dove la relazione annuale dei controllori diventa davvero allarmante è nella denuncia della poca trasparenza e della scarsa credibilità dell'operato del governo. Nel bilancio 2004 "s'è proseguito sulla strada delle misure temporanee, dell'estensione delle voci escluse dai conti pubblici, della provvista mediante cartolarizzazione e condoni": una pratica che "ha trasferito gli oneri sulle future gestioni".


Un tono più distaccato, ma ugualmente critico, è quello usato dalla Commissione di Bruxelles per sostenere sostanzialmente le stesse accuse. Nonostante l'ultima revisione del programma di stabilità presentata dal governo italiano abbia rinviato di due anni, dal 2005 al 2007, il raggiungimento del pareggio di bilancio e la discesa del debito pubblico sotto il 100 per cento del Pil, Bruxelles continua a giudicare esageratamente ottimistiche le previsioni del governo italiano. Le stime sulla crescita economica nel 2004, anche se ridotte dal 2,9 all'1,9, rimangono eccessive, basate su "aumenti degli investimenti a livelli storicamente elevatissimi e su una crescita sostenuta delle esportazioni nonostante la forza dell'euro e la sfavorevole specializzazione nel settore commerciale dell'Italia".

Anche il piano di risanamento, visto da Bruxelles, non si regge in piedi.

Conclusione: "considerate le politiche attuali, vi sono rischi relativi alla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche". Anche perché, insiste la Commissione riecheggiando la Corte dei Conti, "persistono operazioni non dichiarate che appesantiscono il debito e provocano disavanzi di tesoreria sempre più elevati rispetto alla definizione del Trattato di Maastricht".

Insomma, se i conti di Francia e Germania restano, sulla carta, peggiori dei nostri, quelli dell'Italia dimostrano un deficit di credibilità che è certamente più inquietante. L'unico risultato certo di questo continuo gioco delle tre tavolette con il denaro dei contribuenti è infatti una perdita della fiducia internazionale nel nostro paese. Quella fiducia che, come ha ricordato ieri il procuratore generale della Corte dei Conti rifacendosi a Ciampi, "va meritata, presidiata e molte volte conquistata".


"Critiche a Tremonti oscurate"
Mimun di nuovo nella bufera
Redazione de
la Repubblica

ROMA - Il Tg1 è di nuovo nella bufera. Stavolta è la Federazione nazionale della stampa a criticare il telegiornale diretto da Clemente Mimun. Con una nota il segretario del sindacato dei giornalisti attacca "l'assurdo modo di concepire l'informazione" del direttore. A finire sotto accusa è il modo con cui il Tg1 ha dato la notizia delle critiche che la Corte dei Conti ha mosso all'operato del governo e in particolare all'operato del ministro dell'Economia Giulio Tremonti.

"La commissione parlamentare di vigilanza - dice Paolo Serventi Longhi - nell'audizione prevista per la prossima settimana, potrà chiedere al direttore del Tg1 Clemente Mimun perché nella serata di oggi la notizia delle critiche del procuratore generale della Corte dei Conti alla politica economica del governo non sia stata fornita agli italiani dal maggiore telegiornale".

"E' incredibile - continua Serventi - quanto sta accadendo al Tg1: tutti i telegiornali, anche del concorrente privato, hanno sottolineato le critiche di Apicella a Tremonti, mentre il telegiornale di Mimun si è limitato a generiche osservazioni su aspetti marginali della relazione. La commissione di vigilanza - conclude il segretario - potrà chiedere e ottenere facilmente la cassetta che dimostra l'assurdo modo di concepire l'informazione da parte di Mimun".

Insomma, per il direttore del Tg1 è un periodo di fuoco.




L'Annunziata: "Rai, mattatoio di professionalità"
Natalia Lombardo su
l'Unità

"La Rai sta diventando il mattatoio delle professionalità". Una denuncia forte, quella che la presidente Rai, Lucia Annunziata, ha fatto ieri a Viale Mazzini durante la presentazione dei dati Auditel del 2003. Nell'attuale "regime di conflitto d'interessi" ha denunciato l'interferenza di "pressioni esterne" sul veto ad "uno dei nomi" da lei proposti per la striscia informativa dopo il Tg1 delle 20. Il nome Lucia Annunziata non lo fa, ma è Ferruccio De Bortoli, ex direttore del "Corriere della Sera". Fino alla sera prima c'era "un accordo", è scritto nei verbali, precisa la presidente, quindi "dev'essere successo qualcosa". È successo, infatti: il consigliere più organico a Forza Italia, Angelo Maria Petroni, ha chiamato Silvio Berlusconi, il quale ha posto il suo veto. Così Petroni ha trascinato facilmente Alberoni e strappato ai suoi dubbi l'Amleto della Nuova Destra, Veneziani (Rumi era assente): De Bortoli? È una provocazione per il presidente del Consiglio. Fuori. A quel punto Lucia Annunziata si è rifiutata di mercanteggiare nello "shopping" delle professionalità: "Su una fascia oraria di questo tipo, soprattutto in campagna elettorale, ci deve essere il massimo degli accordi". E l'accordo c'era, sull'alternanza Vespa-De Bortoli. "Una volta tanto abbiamo deciso 5 a zero e non 4 a 1". Sulla striscia informativa (che poi è quella de "Il Fatto" di Enzo Biagi, sei minuti alle 20,30 a partire da febbraio), Annunziata voleva una "esplorazione sui conduttori; tentare, per non far esplodere tensioni in campagna elettorale, di incanalare le dinamiche fra i poli in uno spazio esplicativo, moderato, non militante, autorevole". Ma dopo il veto a De Bortoli, racconta, "sono uscita, anche perché il Polo ha detto che le polemiche del Tg1 sono pressioni esterne, ma io ho altri esempi da fare... Ho fatto una scorrettezza? Sì. L'ho fatto apposta? Sì. Qui sono stati mandati gli ispettori al Tg3, mentre sul disagio al Tg1 non si discute, anzi si dà la solidarietà al direttore Mimun". L'hanno data i consiglieri. Il direttore generale, Flavio Cattaneo, imbarazzato, ha detto solo: "Spero di trovare un accordo" sui conduttori, "non voglio rotture, si vedrà.

Ascolti
I dati Auditel (29 dicembre 2002, 3 gennaio 2004), vedono un recupero Rai nell'autunno, con uno stacco su Mediaset del 2,95% nell'intera giornata e di 2,40% nel prime time. Nel 2003 la Rai è sopra nell'intera giornata con il 45,15% di share contro il 43,88% di Mediaset. In prime time però, vince il Biscione al 44,90, Rai 44,66; va meglio in prima serata (21-23): 45,09% Rai, 44 Mediaset, ma crolla in terza serata (22,30-2): Rai 39,74%, Mediaset zompa al 45,07. Migliorati anche i conti, spiega Cattaneo: "Ad aprile perdevamo il 9% in pubblicità, in sei mesi recuperati 6 punti e oltre 144 milioni di euro fra minori costi e maggiori entrate". I buoni ascolti rendono la Rai "più autonoma", commenta Annunziata, ma a "qualche alto dirigente Mediaset che mi ha detto non fate servizio pubblico" risponde che "se la Rai deve stare al 30% trasmettendo Stravinsky e loro al 70 facendo quello che vogliono, non è questo che intendo. Stiamo sul mercato".

Ruffini sotto tiro
Ieri il direttore di RaiTre, Paolo Ruffini, è stato ascoltato in commissione di Vigilanza: messo sotto accusa dal centrodestra per l'intervista di Deaglio al direttore dell'Economist, Ruffini ha quasi spiazzato la maggioranza. Nella sua relazione ha citato i messaggi di Ciampi sul pluralismo (come giornalista ha "sempre cercato di rispondere soltanto alla mia coscienza"), o sulle sentenze della Corte Costituzionale. E precisa: "Non sono mai stato candidato alle elezioni nelle liste di alcun partito". Del Noce e Marano, direttori di RaiUno e RaiDue, sì, l'uno per Fi, l'altro per la Lega. E sulla vicenda "RaiOt" Ruffini spiega di aver voluto "spostare" la prima puntata perché era la vigilia dei funerali delle vittime di Nassiriya. RaiTre è premiata nella qualità, è l'unica rete che batte la concorrente Rete4. La destra attacca: è "un militante di sinistra", ma il seguito dell'audizione perde peso: sarà fra due settimane, martedì ci andrà Mimun. Nel frattempo Marano lavora per il trasloco di RaiDue a Milano, "lo faremo, lo faremo". Cattaneo, però, esclude l'ipotesi di un centro Rai a Busto Arsizio che il sindacato Libersind aveva annunciato.


Niente da ridere e neppure da ignorare
Lietta Tornabuoni su
La Stampa

Le cassette di Forza Italia condensano una doppia lezione. Prima lezione, per gli uomini di Berlusconi, televisivi e non: il loro zelo oltreché penoso è inutile, perché ci sarà sempre qualcuno più zelante di loro pronto a espellerli, perché nulla (nessuno sforzo né adulazione né spirito di servizio) basterà mai all'insaziabile egolatria del leader. Seconda lezione, per tutti noi: nella testa di alcuni degli attuali governanti non c'è differenza tra informazione e propaganda, i mass media valgono non per le notizie obiettive che debbono dare ma per l'esaltazione che possono fare, il giornalismo non conta per le realtà su cui riferisce ma per le verità spiacevoli che occulta.

Si capisce che ogni leadership al mondo, oggi e ieri, ha sempre tentato di condizionare o almeno influenzare i mezzi di informazione a proprio favore, attraverso convinzione, pressioni economiche, giornalisti di fiducia, favori, anche ricatti: ma da noi adesso ci riesce, e si sta andando oltre. Si sa cosa è accaduto in occasione della cerimonia romana di sabato 24 gennaio per il decennale della nascita di Forza Italia: per incarico dei festeggiati, un'agenzia specialmente fedele ha fornito videocassette di riprese televisive apologetiche preconfezionate alle televisioni pubblica e privata, che le hanno mandate in onda tra i servizi giornalistici dedicati all'avvenimento (Tg1, Canale 5).

Evidentemente il leader non si fida neppure dei suoi, non ha considerazione per il lavoro altrui nelle proprie reti o nelle reti televisive pubbliche, vuol decidere da sé come apparire e quando e come manipolare la propria immagine: così ecco tornare alle videocassette già circolate nel passato in occasione di discorsi, dichiarazioni, messaggi alla Nazione ecc.

Quanto alla libertà d'informazione e di parola, ne sappiamo già abbastanza: Enzo Biagi e Michele Santoro messi al bando dalla tv e alcuni giornalisti impeccabili scartati ora perché non abbastanza favorevoli al governo; i satirici Daniele Luttazzi, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi cancellati dal teleschermo; il testo teatrale del Premio Nobel Dario Fo andato in onda (su Sky, figuriamoci) senza parole, ammutolito. Su queste storie nauseanti di mass media, propaganda e censura, le reazioni sono diverse.

L'avvilimento umiliato dei telegiornalisti si può immaginare anche se e quando viene taciuto.



Il virus dell'estremismo tra destra e sinistra
Francesco Merlo su
la Repubblica

Al netto della vignetta di Staino, che dava a Rutelli dell'ubriaco, e al netto degli insulti personali che, con cadenza ormai quotidiana si scambiano il Riformista di Antonio Polito e l'Unità di Furio Colombo, c'è a sinistra uno scontro politico di stile e di sostanza che diabolicamente somiglia a quell'altro scontro politico di stile e di sostanza che si sta consumando a destra, certificato dalle imprendibili alchimie della sempre più misteriosa "verifica" di governo e dalle giornaliere insolenze di Bossi.

Insomma, dentro la destra e dentro la sinistra si combatte e si perde la medesima battaglia, tra l'estremismo e la cultura di governo. E' il nostro scontro di civiltà, ultracenteneraio come la storia d'Italia, che è fatta, a destra, di marce su Roma, futurismi, marinettismi... fino all'occupazione fantozzesca dei leghisti a piazza san Marco, e a sinistra è fatta di cortei e processioni che sono piazze ideologiche e mobili, protesta senza governo, e senza neppure la voglia di vincere, con la sconfitta che diventa festa, conflitto effimero che si consuma nell'atto dell'apparizione, appaga la coscienza ma ovviamente non basta mai, non lascia traccia, non cambia l'Italia.

Ebbene oggi anche a destra, e ben al di là dell'inutile "verifica", Fini inutilmente oppone a Berlusconi la stessa compostezza cavouriana che il radicalismo intransigente di sinistra rimprovera a Rutelli come fosse un cedimento, un compromesso, una resa, perché "non si deve incalzare questo governo", e il nemico si abbatte e non si cambia. Rutelli e altri propongono, ripetono che "l'antiberlusconismo unisce ma non basta" perché ci vogliono progetti, ristrutturazioni e riqualificazioni. Ieri sera Enzo Bianco ha parlato dei servizi segreti e della guerra al terrorismo come un leale ministro ombra inglese, e Bianco è dispostissimo a dare tutte e due le mani a Pisanu per l'efficienza dello Stato, perché si sta all'opposizione per migliorare il Paese e non per sgovernarlo ulteriormente.

Ma a sinistra, come si sa, i massimalisti oppongo la poesia alla prosa di Rutelli, e anche di Fassino, o se volete il romanticismo alla classicità, l'intransigenza alla moderazione, il situazionismo al metodo, lo sberleffo al ragionamento, i nervi e il sentimento alla gravità e alla ponderazione. Ebbene, allo stesso modo, a destra oggi c'è la Patria di Fini contro i macro-egoismi delle micro-regioni di Bossi, il meridionalismo dei quartieri marginali di An contro il settentrionalismo bauscia di Bossi e Berlusconi, l'assistenzialismo statalista di Fini contro la lesina occhiuta di Tremonti, il rispetto, sia pur furbo, delle forme istituzionali di Casini contro la a-istituzionale sbracatezza, sia pure imbellettata, di Forza Italia.

Alla fine, i massimalisti di sinistra e quelli di Forza Italia rimangono moralmente lontani e politicamente molto diversi, ma fanno entrambi politica-spettacolo, tutti e due puntano sull'estetica dell'estremismo mediatico, fanno teatro, si combattono a colpi di festival e di controfestival di Sanremo, con una politica dell'antipolitica non per governanti, ma per fanciulli guasconi e gagliardi, o per artisti e per attori, la politica dell'etere e quella della strada, tutti e due solidali nell'antipolitica, come un unico ariete lanciato contro il palazzo, che è il Parlamento, sono i partiti, è lo Stato. Entrambi fanno politica esibendo il vezzo di non farla, Berlusconi standoci sopra, e gli altri standoci sotto. Il primo usa e mortifica il Parlamento per farsi vidimare interessi privati.

I secondi, a cui resta in mano un povero Parlamento mortificato, si sentono moralmente costretti a dileggiarlo attraverso insulti, sberleffi, balletti, ironie, satire. Un Parlamento svuotato delle sue prerogative dovrebbe, secondo loro, essere riempito dalle piazze. E' l'ennesimo, benché più difficile, gioco di specchi italiano: Berlusconi ha reso larvale, ha cioè popolato di larve il Parlamento, e dunque l'opposizione si disorienta e si smarrisce e sente l'impellenza morale di sostituire le larve con i contestatori di strada, la società civile, le bandiere, i cortei.


Certo i Girotondi sono infinitamente meglio della Lega anche perché ricchi di giovani generosi che sognano, come sempre a vent'anni, di cambiare il mondo, ma la fusione di generosità e di ingenuità rodomontesca finisce purtroppo col fare il gioco dell'arroganza e della furbizia dei berluscones che sbandierano proclami e catechismi. Sono radicalismi molto diversi e tuttavia anche simili, come il budino e la panna. Ed è d'altra parte vero che Fini assorbe umori della sinistra, e somiglia un po' a Fassino, a Veltroni e a D'Alema, e non solo perché hanno la stessa età, la stessa formazione epocale, lo stesso senso forte della politica, con robuste radici nella tradizione, e dietro di loro ci sono Almirante e Togliatti, e c'è anche lo strappo, la concitata e vischiosa complessità italiana alla quale sono ovviamente indifferenti tanto la geniale celluloide di un regista come Moretti quanto gli schizzi di umor nero dell'imprenditore di "Striscia la notizia", e dell'informazione-trattenimento.

La politica della barzelletta di Berlusconi e la politica della satira di una certa sinistra si cibano alla fine della stessa sostanza, e non solo perché ormai agli insulti infantili e alle censure sguaiate si risponde con insulti infantili e sguaiati, ma perché, anche quando divertono, i massimilisti sempre mettono all'angolo i politici veri, vale a dire i Fassino e i Fini e tutti i professionisti della politica già combattuti e disprezzati da Berlusconi.

Ecco dunque il senso del paradosso di Fini che piace alla sinistra, genialmente riassunto ieri da Jena sulla prima pagina del manifesto: "La situazione è questa: se Fini esce dal governo, il governo si sposta a destra". Ebbene, qui c'è molto di più del solito gioco della vecchia sinistra che cerca di dividere gli avversari trovando tatticamente amici tra i nemici. C'è invece, tra Fini e una certa sinistra, una vera solidarietà metodologica, c'è la solidezza della prosa contro la truffa dei falsi poeti, ed è la solidarietà di chi vuol difendere la decenza della politica. Persi gli orizzonti apocalittici e teleologici del socialismo e del corporativismo, rimane la decenza della politica, che di sicuro non è un valore solo di sinistra.
Certo, mantenere la decenza diverte meno che spararla grossa. E' piacevole sfogarsi ogni tanto, ma la sparata grossa non attiene alla politica né al governo, né all'amministrazione né alle riforme, ma solo all'ironia. Insomma uno, mentre la spara grossa, se non è isterico, deve avere consapevolezza di quel che fa, e dunque deve sentirsi come annichilito dalla propria sparata.



Caso Kelly, Il giudice dà ragione a Blair
Si dimette il presidente della Bbc
Redazione de
la Repubblica

LONDRA - "Le accuse della BBC secondo cui il governo di Tony Blair avrebbe manipolato volontariamente il dossier di prove contro l'Iraq erano infondate". Il giudice lord Hutton dirime il duello fra il governo laburista e l'emittente di Stato britannica dando ragione su tutta la linea al premier. Decisione che ha portato il presidente della Bbc Gavyn Davies alle dimissioni mentre l'emittente ha chiesto scusa pubblicamente in diretta tv.

Secondo il giudice, infatti, Downing Street, a differenza di quanto sostenuto dalla Bbc, non era al corrente delle esagerazioni contenute nel rapporto presentato in parlamento il 24 settembre. In particolare per quanto riguarda "l'informazione dei 45 minuti" secondo la quale il regime di Saddam sarebbe stato in grado di sferrare un attacco con armi di distruzione di massa in meno di un'ora. Una vittoria totale per Tony Blair che, appena saputa la decisione del giudice ha commentato: "Una vera bugia le accuse della Bbc".

Unico "rimprovero" fatto dal giudice al governo è stato di non aver protetto il microbiologo David Kelly. Lord Hutton ha ritenuto che Blair non ha avuto un comportamento disonorevole su questo caso: "Il premier non ha usato strategie disonorevoli, ambigue o scorrette", ha dichiarato il giudice riferendo pubblicamente l'esito della propria inchiesta. Ma Kelly non è stato tutelato adeguatamente: in particolare, Lord Hutton ha accusato il ministero della Difesa di Londra di non aver comunicato al microbiologo la strategia adottata sulla pubblicazione del suo nome.

Comunque il giudice è arrivato alla conclusione che "David Kelly si è suicidato tagliandosi le vene del polso sinistro e la sua morte è stata accelerata dal fatto che aveva preso degli antidolorifici (co-proxamol)". E "nessuno - ha aggiunto lord Hutton - può esser ritenuto colpevole per non aver previsto che avrebbe potuto farlo". "Ho potuto appurare - prosegue il giudice - inoltre che non c'è stato il coinvolgimento di nessun altro nella sua morte".



Informazione-regole. Chi minaccia il giornalismo?
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

Gli "Atti relativi alla morte del dottor David Kelly", il rapporto pubblicato ieri dal commissario speciale Lord Hutton, scagionano il primo ministro inglese Tony Blair dalle accuse di avere falsificato i dossier sulla guerra in Iraq e condannano la tv pubblica Bbc per scarsa professionalità e spirito fazioso. Gli Atti completi sono disponibili sul sito www.the-hutton-inquiry.org.uk e sarebbe opportuno che cittadini, politici e giornalisti li leggessero perché il futuro dell'informazione sarà a lungo influenzato dalla sentenza che premia il carismatico leader britannico umiliando la leggendaria British Broadcasting Corporation.

Il povero dottor Kelly, esperto di tecnologia militare, aveva dato un'intervista riservata al reporter della Bbc Andrew Gilligan. Il cronista, ansioso di impartire una lezione al detestato Blair, aveva sostenuto che il governo avrebbe falsificato i dossier contro Saddam Hussein. Scoperto come fonte di Gilligan, Kelly s'era ucciso, tagliandosi le vene. Sembrava una storia da Hollywood, il cronista coraggioso che denuncia le malefatte del governo infingardo, lo scienziato innocente che paga con la vita, l'arroganza del premier che insabbia la verità.

Un'intera generazione è cresciuta nel mito di Carl Bernstein e Bob Woodward, i cronisti del Washington Post , che svelano gli intrighi della Casa Bianca nello scandalo Watergate e costringono il presidente Richard Nixon alle dimissioni nel 1974. O il caso dei "Pentagon Papers", le carte riservate della Difesa che provavano le menzogne sulla guerra in Vietnam, grande scoop del New York Times , grazie alla soffiata dell'agente Cia Daniel Ellsberg.
Gilligan si atteggia a reincarnazione di quei maestri, ma dura poco. Quando Blair chiede al rispettato Lord Hutton di indagare sulla morte di Kelly e i servizi della Bbc sa di mettere a rischio la propria carriera. Se gli Atti daranno ragione alla Bbc per lui è finita. Invece ieri s'è dimesso Gavyn Davies, presidente della Bbc, mentre Gilligan annuncia, petulante, un libro e altre rivelazioni.

L'anglosassone Bbc ha abbandonato la propria tradizione, capace di rincuorare l'Europa antinazista con le note della sigla storica da Beethoven, "Boom boom boom", per assumere la secolare consuetudine italiana, parlare bene degli amici e male degli avversari, e se i fatti non ci danno ragione distorcerli quanto basta.

Il rigore, la "cucina", l 'editing , sono mancati alla Bbc, nella foga di mandare in onda le notizie gonfiate. A leggere gli Atti la situazione si rivela anche peggiore. Davies diffida del servizio di Gilligan, ma decide di non controllarlo o sottoporlo a successive verifiche, temendo di passare per lacché del governo e censore della libera stampa. Qui Lord Hutton è tagliente: "L'informazione è una parte vitale della vita in una società democratica... ma il diritto all'informazione è soggetto alla riserva (garanzia e beneficio della stessa società democratica) che le accuse false a proposito di vicende che ledano l'integrità degli individui, politici inclusi, non sono legittime".


Né in Inghilterra, né in Francia o negli Usa, per tacere dell'Italia lottizzata e con il conflitto di interessi, la stampa vive una stagione di vibrante protagonismo. Anche da noi i cronisti sono stati popolari, quando rivoltavano le verità di stato su Piazza Fontana, controllavano le bugie dei generali su Ustica, cercavano, magari tra errori e cantonate, i colpevoli degli scandali. Non è più così. Nella classifica delle istituzioni che ispirano fiducia ai cittadini i giornalisti vengono sbattuti in Italia al penultimo posto, ultima la Confindustria. In America ormai più gente si fida dei politici che non della stampa, e sotto i 35 anni, i giovani dichiarano di informarsi dalle battute dei comici tv non da giornali e telegiornali. E' la vendetta postuma di Nixon, il patrimonio di credibilità è stato disperso da scoop interessati, polemiche artificiose, denunce faziose.

L'alternativa al giornalismo urlato non è il sussiegoso tartufismo conformista dei nostri Anni 50, "Dal canto suo il presidente del Consiglio...". E' un giornalismo rigoroso e equilibrato, che non cerchi audience o vendite drogate caricaturando la verità, ma cerchi la verità. Il sindacato dei giornalisti inglesi, la National Union of Journalists , attacca gli Atti di Lord Hutton "rapporto a senso unico che minaccia il futuro del giornalismo di inchiesta". I colleghi inglesi sbagliano. Il futuro del giornalismo è minacciato dai politici intriganti e dalle lobbies quanto dalle smanie narcisiste alla Gilligan.
Se i giovani non credono più nei giornali non è solo colpa dei governi ma anche di una stampa vanitosa, superficiale e interessata.


Battaglia a Gaza, otto palestinesi uccisi
Umberto De Giovannangeli su
l'Unità

La battaglia di Gaza ha inizio all'alba. Un'alba di sangue. Gli scontri divampano quando un'unità israeliana - che dà la caccia a gruppi terroristi responsabili di numerosi attacchi nell'area dell'insediamento di Netzarim - vede avvicinarsi nella sua direzione un gruppo di una decina di palestinesi in armi. Comincia una sparatoria nel corso della quale diversi palestinesi vengono colpiti. Successivamente, secondo fonti di Gaza, un certo numero di tank, di gipponi dell'esercito e almeno un bulldozer, irrompono nel quartiere di Zaitun, alla periferia di Gaza City, che confina con l'area dell'insediamento di Netzarim, con l'intento di sradicare alberi e spianare il terreno.
È il momento più cruento della battaglia. Alle forze di Tsahal si contrappongono altri gruppi armati. Un razzo anticarro colpisce un tank israeliano. Le pallottole volano in tutte le direzioni mentre i passanti cercano di rifugiarsi nelle case. Le truppe israeliane - racconta un testimone degli scontri, Abu Mohammed, di 68 anni - sono entrate nell'area protette da una pesante copertura di fuoco e "cecchini israeliani sono saliti sui tetti delle case più alte e hanno cominciato a sparare su ogni persona in movimento".
Tra gli uccisi ci sono tre civili e un ragazzo di 11 anni, che a quanto pare si sono trovati per caso nel mezzo della battaglia. Un medico dell'ospedale Al Shifa di Gaza, il dottor Baker Abu Safia, dichiara che a conclusione degli scontri sono stati uccisi 8 palestinesi, 5 dei quali risultavano colpiti alla testa con una sola pallottola. Un altro medico, Jomàa Assaq, stima in decine il numero dei feriti, alcuni dei quali sarebbero in condizioni molto gravi. Alcune fonti palestinesi sostengono che i cadaveri dei cinque sono stati trovati dentro un'autofficina e uno stabilimento per la lavorazione del marmo, insinuando che erano stati uccisi a sangue freddo dai soldati. Una versione smentita categoricamente da un portavoce militare. "I soldati - dice - hanno risposto al fuoco diretto contro di loro e tutti i palestinesi colpiti erano armati". I palestinesi, aggiunge, hanno anche sparato alcuni razzi anticarro.
La battaglia di Gaza, afferma il portavoce di Tsahal, "è una conseguenza dell'aumento delle attività terroristiche provenienti dal quartiere Zaitun di Gaza contro le nostre truppe. L'obiettivo dell'operazione era di dimostrare ai terroristi che non siamo disposti a subire i loro attacchi".

"Il sanguinoso messaggio è stato recepito e il popolo palestinese saprà come rispondere", avverte minaccioso Mohammed Al Hindi, uno dei leader della Jihad islamica, reagendo all'uccisione di 4 dei suoi uomini.
Il nuovo scoppio di violenze, che avviene alla vigilia del discusso scambio di prigionieri tra Israele e gli Hezbollah libanesi, coincide con i colloqui che i due inviati del Dipartimento di Stato americano in Medio Oriente, John Wolf e David Satterfield, hanno avuto a Ramallah col premier palestinese Ahmed Qrei (Abu Ala). Quest'ultimo ha definito l'uccisione degli otto palestinesi "un crimine feroce che dimostra la malafede di Israele". Un concetto ribadito da Yasser Abed Rabbo, l'ex ministro dell'Anp promotore, assieme all'israeliano Yossi Beilin, dell'Intesa di Ginevra: "L'invasione di Gaza in questo momento e nelle circostanze attuali - sostiene Rabbo - avviene nel contesto dei tentativi di Sharon di far fallire sia gli sforzi di mediatori regionali e internazionale per calmare gli animi sia gli sforzi di pacifisti palestinesi e israeliani".


  29 gennaio 2004