
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 gennaio 2004
Auschwitz: ricordare perché non accada mai più
Paolo Salom sul Corriere della Sera
E' il 27 gennaio 1945. Le avanguardie delle truppe sovietiche arrivano ai cancelli del lager nazista di Auschwitz, in Polonia. Ad accogliere i soldati di Stalin, pochi sopravvissuti all'orrore: uomini, donne e bambini, che solo per un caso sono riusciti a evitare la "marcia della morte", ovvero il trasferimento forzato di tutti i prigionieri verso i campi di concentramento situati entro i confini del Reich. Molti di loro non riusciranno ad assaporare la libertà: moriranno nei giorni seguenti di malattie e stenti. 27 gennaio 2004: in tutta Italia si celebra la Giornata della memoria. La liberazione del Lager simbolo dell'universo concentrazionario nazista è diventata l'occasione per strappare all'oblìo della storia lo sterminio di quasi sei milioni di ebrei, oltre ai migliaia di zingari, omosessuali, oppositori politici, che Hitler aveva condannato come "Uentermenschen", sottouomini. Un'operazione non facile, tutt'altro. Ma doverosa. Come sottolinea ogni anno - questa è la quarta commemorazione - lo stesso presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. "Ricordiamo affinché l'orrore non possa ripetersi; affinché ogni manifestazione di antisemitismo, di razzismo in tutte le forme, venga condannata e messa al bando", ha detto Ciampi. Aggiungendo: "La Giornata della memoria invita a riflettere sulla Shoah, sullo sterminio degli ebrei, di un intero popolo, organizzato dal nazismo: un evento che non ha l'eguale nella storia. Ricordiamo, perché la stessa enormità di quanto accadde in quegli anni, in cui - ricorda Ciampi - vennero uccisi sistematicamente sei milioni di ebrei, ossia la maggior parte degli ebrei che allora vivevano in Europa, rende quel crimine quasi incredibile: "meditate, che questo è stato", è il monito che ci ha lasciato Primo Levi".
INIZIATIVE - Dunque ben vengano tutte le manifestazioni collegate alla Giornata della memoria. Dalla mostra organizzata dalla Camera dei deputati, alle decine e decine di iniziative di istituzioni, amministrazioni locali, scuole, televisioni, radio. "I tempi e i luoghi della memoria devono essere particolarmente diffusi, e non in un solo giorno dell'anno". Così il rabbino capo di Trieste, Umbero Piperno, durante la presentazione delle manifestazioni che si terranno nella città giuliana.
Perché non possiamo dimenticare
Elie Wiesel su la Repubblica
Undici aprile 1945: un ragazzino ebreo si svegliò e si rese conto d´esser vivo. 11 aprile 1945: era un giorno particolare per tutta quella gente - in gran parte ebrei, ma non solo - che si trovava a Buchenwald, un campo vicino Weimar. Weimar è una città famosa grazie a Goethe - e a causa di coloro che nel campo erano stati condannati a morte.
A partire dal 5 aprile, quando l'esercito americano aveva iniziato l'avvicinamento al campo, il comando delle SS iniziò, giorno dopo giorno, a eliminare migliaia di persone. Di 80mila che erano, ne erano rimasti 20mila circa, e questi dovevano essere fatti fuori proprio quell'11 aprile.
Quella mattina, quando si svegliarono, quei 20mila erano convinti d'esser rimasti gli ultimi esseri umani viventi di Buchenwald. I cancelli furono spalancati. Stava per avere inizio la marcia della morte. L'Angelo della Morte stava aspettando. All'improvviso accadde qualcosa. Ancora oggi non so di preciso cosa. Alcuni membri dei gruppi della resistenza interna al campo comparirono, imbracciando delle armi, e attaccarono i tedeschi. Due ore più tardi arrivò l'esercito americano.
Quando furono lì mi domandai chi, tra loro e me, fosse più reale. Mi domandai chi, tra loro e me, fosse più umano. Mi domandai al sogno di chi io stessi assistendo, se al loro o al mio. Il ragazzino ebreo di quell'11 aprile da quel momento in poi ha dedicato la propria vita a scrivere storie, a raccontare fatti, cercando di trovare le parole opportune per descrivere ciò che le parole non possono dire, cercando di mettere a frutto quel che sapeva e quel che ricordava.
Io ero troppo giovane ed ero troppo ebreo. Tutto ciò che i miei amici ed io finimmo col fare fu radunarci nelle nostre baracche e organizzare un minjan, una funzione religiosa. Che altro potevamo fare? Recitammo il Kaddish, la preghiera per i defunti. La recitammo in un modo che non potrò mai dimenticare. La recitammo nel modo in cui soltanto la gente squilibrata la sa declamare. Lì, sulle rovine della speranza umana, sulle rovine della civiltà, giovani e vecchi - esseri umani senza più età, spogliati di tutto ciò che dall'uomo è stato dato all'uomo - ci riunimmo per santificare e glorificare il nome del Signore eterno.
Lì. In quel momento. Questo è ciò che facemmo.
Non esecrammo nemmeno i nostri aguzzini. Fummo sopraffatti da un'indicibile tristezza - non solo per le persone care che ci eravamo lasciati alle spalle, o che si erano lasciate noi alle spalle, ma in un certo qual senso anche per il futuro, perché istintivamente, intuitivamente, avevamo già percepito la verità. Una verità che avrebbe aggiunto molte dimensioni alla nostra tragedia.
Ci rendemmo conto che per tutto quel tempo ci eravamo sbagliati. Avevamo ritenuto che il mondo non sapesse. Il mondo sapeva. Inoltre comprendemmo anche - ma soltanto molto più avanti - che gli assassini avevano messo in piedi un vero e proprio apparato. Non fu semplicemente questione di uccidere, come in un pogrom. L'ebreo è sempre stato abituato ai pogrom. Per molti secoli ha dovuto conviverci, qualche volta sopravvivendo, altre volte perendo in essi. Questa volta, invece, era stata messa in moto una vera e propria macchina e - Dio ce ne scampi! - il sistema funzionava! Più tardi ancora scoprimmo anche che gli assassini non rappresentavano la feccia della società, bensì si trattava di gente che aveva studiato, molti dei quali laureati...
Ne abbiamo apprese di cose, da quell'11 aprile! I pochi di noi che sopravvissero, sopravvissero soltanto per puro caso. E tuttavia proprio perché sopravvissuti, ritenemmo che ogni minuto delle nostre vite dovesse essere consacrato ad una sorta di missione impossibile - una vocazione, una responsabilità, un obbligo. Dovevamo fare qualcosa dei nostri ricordi, di tutto quello che sapevamo. Dovevamo farne qualcosa non tanto per amore dei nostri morti, quanto per amore dei bambini che ancora dovevano nascere, ebrei e cristiani, musulmani e buddisti, bambini di ogni dove.
E ora, abbiamo forse imparato a raccontarla quella storia? No, non ancora. Le parole sono tuttora troppo elusive, le immagini troppo sfocate. Non vogliamo raccontare storie tristi. Non vogliamo che vi rattristiate. Che cosa vogliamo da voi? Che siate più consapevoli, più schietti, più sensibili. Ecco, questa è la chiave giusta: maggiore sensibilità. Quando rievoco il passato, cercando di capire e di soppesare gli eventi che condussero a quel genocidio, ricordo insensibilità, indifferenza. Noi ebrei morimmo perché il mondo fu indifferente. Abbiamo appreso che l'indifferenza per il male è essa stessa male. Abbiamo appreso che se il male colpisce un popolo e gli altri non reagiscono, il male esacerba le proprie dinamiche. Vorrei che potessimo fermarlo.
Ore 15, l'Armata Rossa abbatte i cancelli dell'inferno
Liliana Picciotto su l'Unità
Per gli Alleati dal punto di vista logistico divenne possibile bombardare la Polonia solo nel gennaio del 1944 quando si poté disporre della base aerea di Foggia nell'Italia Meridionale liberata. Prima di allora, le basi che dovevano fornire sia i bombardieri, sia gli aerei da intercettazione necessari ad ogni raid, dislocate a Dover nel Kent a parecchie migliaia di chilometri di distanza, erano troppo lontane da Auschwitz (in polacco Oswieçim).
Il 7 agosto gli alleati effettuarono il primo pesante bombardamento aereo sulla zona durante il quale furono parzialmente distrutte la fabbrica chimica Oberschlesische Hydrierwerke a Blechhammer e la raffineria di petrolio a 12 miglia a nord ovest di Auschwitz.
Il 20 agosto, nuovamente, con condizioni atmosferiche favorevoli, 127 bombardieri e 100 aerei da caccia scaricarono le loro bombe sulla IG Farbenindustrie per 28 minuti consecutivi. Gli obiettivi colpiti furono anche: la stazione ferroviaria e i condotti dell'acqua di Tschechowitz, a circa 15 miglia dalla stazione di Auschwitz, una raffineria di petrolio, una fabbrica elettrotecnica, la fabbrica di mattoni a Bestwin. Dentro al campo di Auschwitz, e soprattutto al suo sottocampo Birkenau (o Auschwitz II) erano sistemati sei impianti di sterminio riservati ai continui convogli di deportati ebrei che vi erano mandati da tutta l'Europa occupata: due camere a gas con fosse di cremazione per la consunzione dei corpi chiamate bunker I e bunker II, più quattro camere a gas con forni crematori per la consunzione dei corpi, chiamate crematori II, III, IV e V. Nelle stesse strutture finivano anche i prigionieri del campo non ebrei che dopo un breve periodo di lavoro schiavo a favore dell'economia del Reich erano sfiniti dalla fatica e dalla sottoalimentazione. Notizie sulla politica nazista del genocidio erano già trapelate, ma allora ancora nessuno sapeva che proprio Auschwitz era il centro di tale politica. Quando iniziarono i bombardamenti sulla zona, il racconto dei massacri che proprio al suo interno venivano perpetrati, riportato da due eroici evasi, Rudolf Vrba e Alfred Wertzler, era conosciuto solo da pochissimi e non ancora reso pubblico. La regione venne dunque bombardata non già per tentare di fermare lo sterminio degli ebrei ancora ampiamente in corso, ma solo come zona industriale e quindi come obiettivo strategico.
Il 25 agosto, infatti, aerei da ricognizione fotografarono nuovamente la zona, da un'altezza di 30.000 piedi, per constatare i danni all'industria. Tra i fotogrammi, se molto ingranditi, si possono riconoscere le strutture dei campi sia di Auschwitz, sia di Auschwitz-Birkenau. Si riconosce la cosiddetta Bahnrampe (la rampa ferroviaria appositamente prolungata fino all'interno di Birkenau per facilitare le operazioni di scarico dei deportati e del loro immediato assassinio) con un convoglio di 33 vagoni fermo e una fila di persone avviate verso uno dei crematori. Molto precise sono anche le riprese del campo principale Auschwitz (Auschwitz I) nel quale si riconosce una fila di persone in attesa di essere registrata o in attesa di vestiti disinfestati (registrazione e disinfestazione avevano sede nello stesso edificio). Tutto ciò però, con il senno di poi, poiché l'analisi coeva delle fotografie aeree da parte di militari esperti, non essendo dedicata all'individuazione di strutture di sterminio ma solo di fabbriche, non portò al riconoscimento del campo di Auschwitz come luogo di assassinio di massa. Le cancellerie occidentali avevano allora già ricevuto da Edvard Benes, capo del governo slovacco in esilio, un appello ufficiale per un intervento aereo sul campo di sterminio, ma l'orientamento dei politici alleati fu quello di non distogliere forze militari per missioni aventi per obiettivo il salvataggio di civili.
L'esercito russo nel frattempo, faceva la sua parte: con una controffensiva iniziata nell'estate del 1943, alla fine dell'anno si era ormai spinto fino alle frontiere polacche e romene, raggiungendo nel gennaio del 1944 la Crimea e l'Ucraina. Il 24 luglio del 1944 liberò l'altro grande campo di concentramento e sterminio simile ad Auschwitz, Majdanek presso Lublino, trovandovi migliaia di prigionieri sfiniti dai maltrattamenti e decimati da operazioni assassine tese a liberarsi di inutili bocche da sfamare. In agosto del 1944 i sovietici raggiunsero la Romania, in settembre la Bulgaria, in autunno erano a Varsavia. L'avvicinarsi inesorabile dell'esercito russo e l'esaurimento di ebrei da sottoporre all'assassinio sistematico dentro alle strutture di sterminio di Auschwitz indussero le autorità tedesche a sospendere lo sterminio il 2 novembre 1944, dopo 19 mesi di una spaventosa ecatombe. Per la prima volta dopo mesi, il 3 novembre 1944 un convoglio carico di ebrei, anziché subire come di norma la selezione iniziale tra abili da introdurre in campo e inabili (cioè donne con bambini appresso, anziani, persone con i capelli bianchi, bimbi e adolescenti sotto i 13 anni), fu fatto entrare interamente nel campo.
Non è escluso che alla decisione della sospensione dello sterminio abbia contribuito il fatto che ormai la notizia sul genocidio degli ebrei era divenuta cosa nota in Occidente e che di lì a poco, nello stesso mese di novembre un rapporto in tale senso sarebbe stato pubblicato a Washington a cura del War Refugee Board e simultaneamente a Ginevra. Alla fine di novembre 1944 in effetti anche il grande pubblico poté leggere con orrore sul New York Times i particolari raccapriccianti delle azioni tedesche all'interno del campo di Auschwitz. Nel frattempo, sotto la pressione dell'avanzata sovietica, era iniziata l'evacuazione del campo stesso. Secondo le direttive contenute in un documento del 21 dicembre 1944 a firma Fritz Brach, Gauleiter dell'Alta Slesia, i prigionieri di guerra e i detenuti della provincia dovevano, in caso di minaccia diretta da parte del nemico, essere evacuati a piedi, almeno nella prima tappa del viaggio.
I comandanti di queste colonne di prigionieri dovevano considerare i detenuti che tentavano la fuga come colpevoli di sabotaggio, fatto che comportava l'immediata fucilazione.
Tra il 18 e il 21 gennaio 1945, 58.000 detenuti vennero fatti uscire incolonnati dal complesso Auschwitz-Birkenau-Monowitz e dai sottocampi diretti verso ovest. La strada più lunga fu percorsa da 3.200 prigionieri del sottocampo di Jaworzno fino al Konzentrationslager Gross-Rosen nella Bassa Slesia, circa 250 chilometri a piedi. Durante le marce, non a caso chiamate marce della morte, i prigionieri che avanzavano nella neve e nel fango del duro inverno slesiano, denutriti e insufficientemente vestiti, erano sorvegliati da guardie armate che uccidevano senza pietà coloro che tentavano la fuga o rimanevano indietro.
Dopo la marcia a piedi fino alle cittadine di Gliwice o di Wodzislaw Slaski, i prigionieri che riuscirono ad arrivarci, sfiniti dalla fame e dal freddo, vennero caricati su vagoni merci scoperti per essere trasportati nei campi di concentramento posti all'interno del Reich. I principali campi di destinazione furono: Gross Rosen, Buchenwald, Sachsenhausen, Ravensbrueck. Poiché non avevano diritto al cibo, la maggior parte di essi, infreddoliti, affamati, febbricitanti, morì durante quel terribile viaggio, scivolando semplicemente in mezzo ai compagni impossibilitati a muoversi per il sovraffollamento.
Le strade dove passavano le colonne in marcia, così come le vie ferroviarie erano disseminate di migliaia di corpi di prigionieri fucilati o morti di sfinimento e di freddo. In alcune località, come nei pressi della cittadina di Rybnik nella notte tra il 21 e il 22 gennaio, le SS massacrarono, senza un'apparente ragione, gruppi cospicui di prigionieri. Durante la marcia dei prigionieri dal sottocampo di Blechhammer a Gross Rosen, altri 800 detenuti furono massacrati. Il numero, non ufficialmente noto, delle vittime delle cosiddette marce della morte, è stimato tra 9000 e 15.000 persone. Il 26 gennaio 1945, le truppe russe avanzando da est attraversarono la Vistola dirigendosi decisamente verso la regione dell'Alta Slesia. Si trattava della 60ª Armata del Primo Fronte Ucraino. Tre divisioni circondarono le forze tedesche ad Auschwitz: quella che avanzava più rapidamente, la 100ª del 106° Corpo raggiunse Monowitz la mattina del 27 gennaio 1945. A mezzogiorno dello stesso giorno i russi marciavano nel mezzo della città di Oswieçim e al pomeriggio raggiunsero Birkenau e il Konzentrationslager di Auschwitz dove incontrarono una debole resistenza da parte di gruppi di tedeschi in ritirata. Alle ore 15, anche i due campi venivano liberati. Il comandante dell'Armata Rossa che liberò Auschwitz, a costo della vita di 231 soldati russi, fu il generale Pawel Kurochkin. Il totale dei prigionieri liberati in tutto il comprensorio di Auschwitz fu di 7000 persone, affamate e debilitate dalla lunga attesa, senza un briciolo di speranza di sopravvivere. Assieme ai prigionieri liberati, i soldati russi trovarono i resti dei falò di documenti bruciati dai tedeschi in ritirata. I crimini perpetrati dentro ad Auschwitz avevano però lasciato tracce dappertutto: cumuli di vestiti, di occhiali, di capelli, di protesi, di giocattoli, di valigie e di tutti gli oggetti portati colà dai poveri deportati, oltre a montagne di ceneri di corpi cremati, erano là ad accusare i nazisti. Per prima si mise al lavoro la Commissione sovietica di investigazione dei crimini nazisti, sostituita dopo un mese dalla Commissione polacca diretta dal giudice Jan Sehn. La parola era ora alla giustizia internazionale.
Sessant'anni dopo
Francesco Paolo Casavola su il Messaggero
In questi ultimi giorni si sono seguite occasioni per ricordare gli anni delle persecuzioni antisemite culminate nella tragedia dell'Olocausto, sterminio di sei milioni di ebrei. Ci ripetiamo tutti, noi che apparteniamo a generazioni anziane e che abbiamo vissuto tra infanzia e adolescenza la contemporaneità con quelle disumane vicende, che abbiamo il dovere di tramandarne la memoria alle nuove generazioni. Ma forse non siamo sempre consapevoli della natura del nostro compito. E' opportuno indugiare in qualche riflessione. Perché la storia umana è segnata da ricorrenti guerre, genocidi, esecuzioni di massa? Come è possibile che atti di tale crudeltà, pur incontrando riprovazione e disgusto, tornino ad essere commessi quasi per una maledizione ciclica?
Il dato che si presenta per imbastire una prima risposta è che la memoria dei grandi mali collettivi è labile. E lo è perché, dopo il troppo dolore e la troppa vergogna, dimenticare corrisponde al bisogno di vivere. Negli anni dell'immediato dopoguerra, tutti sembravano aver dimenticato tutto. Anzi, eravamo colti da fastidio quando qualcuno, come Eduardo in Napoli milionaria, voleva informarci delle proprie peripezie di guerra e di prigionia. Se questa smemoratezza supera la giustificazione vitalistica del ritorno agli affetti, agli interessi, alle speranze di felicità della esistenza normale degli uomini, e si consolida invece in un atteggiamento culturale di ignoranza voluta del passato, allora la storia tornerà a ripetersi nei suoi errori e nelle sue sciagure. Perciò conservare la memoria storica è il solo modo di defatalizzare la storia, di non subirla come un destino ineluttabile. La storia siamo noi canta De Gregori. La faremo responsabilmente noi, se saremo attenti a ricordarla e a impedire che si ripeta. E' un dovere di salvaguardare non solo noi stessi, ma soprattutto il futuro dei nostri figli e nipoti.
La seconda considerazione tocca direttamente l'Olocausto. Com'è stato possibile che un tale eccidio sia stato commesso legalmente, da uno Stato nazionale, non da una tribù di selvaggi? Qui non è in questione soltanto una ideologia, una aberrante politica razzista, ma soprattutto l'imparità del diritto rispetto alla politica nell'esperienza del ventesimo secolo. Il diritto alla vita è il primo dei diritti umani. Per questo l'uomo esce dallo stato di natura ed entra nello stato di società. Nella società il potere pubblico, lo Stato, trova la sua ragion d'essere nel proteggere la vita dei consociati. Lo Stato nazista è venuto meno a questo compito primordiale di proteggere la vita dei propri cittadini e sudditi. Perché quegli ebrei mandati a morire nelle camere a gas, erano anche in gran parte cittadini tedeschi. Se il diritto, oltre che sulle leggi positive, ha un fondamento universale nella natura umana, la Germania, subordinando il diritto al delirio di un capo, di un partito, di una dottrina politica, si è schierata al di fuori e contro l'umanità.
Che l'odierna giornata della Memoria non sia solo un rito collettivo, sia occasione di un severo esame interiore per ciascuno di noi.
La licenza di odiare
Fiamma Nirenstein su La Stampa
ROMA. Questa Giornata della Memoria non è come le altre. E' funestata da un'ondata di antisemitismo che ha invaso le menti e le strade d'Europa: violenza alle persone e alle cose, disprezzo, odio, violazioni, e soprattutto una marea di ripugnanti pregiudizi sono tornati a invadere gli spazi quotidiani. La memoria, per quanto sacrosanta, non è bastata; non è bastato il ricordo pietoso, le lacrime per gli ebrei uccisi nella Shoah. Su di loro non è difficile quasi a nessuno esprimere sentimenti di amore e pietà; è sugli ebrei vivi che scendono aggressività e pregiudizi. E non è un caso che i pregiudizi odierni, secondo tutti i sondaggi, si appuntino soprattutto su quanto di più vivo gli ebrei hanno prodotto, uno Stato democratico dopo tanto esilio e persecuzioni. Non ci stancheremo di ripetere che ogni critica politica che sia tale è non solo giustificata, ma anzi indispensabile, vitale; che per Israele e i palestinesi la soluzione di due Stati per due popoli è quella che la storia richiede. Ma ad Israele non sono stati applicati parametri di giudizio politico, ma i criteri che hanno a che fare con i tre stilemi classici dell'antisemitismo: il primo, il "blood libel", la falsa narrativa sul disprezzo israeliano per la vita di innocenti palestinesi, ignorando la complessa realtà della risposta al terrorismo che ormai il mondo intero deve affrontare; il secondo, il doppio registro, per cui a Israele sono applicati criteri particolari: un terzo delle risoluzioni dell'Onu sono contro Israele, e la commissione di Ginevra per i Diritti Umani ha condannato solo lo Stato ebraico in tutta la sua storia. Il terzo, della delegittimazione a vivere, motivata con falsi storici e dichiarazioni di infamità che paragonano come ha fatto il poeta laureato Saramago, Israele alla Germania nazista. E' questa volgarità concettuale, in gran parte causata dalla paura di contraddire il rampante antisemitismo proveniente dal mondo arabo, che crea l'antisemitismo d'oggi. Il permesso ad odiare gli ebrei lo fornisce la criminalizzazione dello Stato ebraico. Un gran compito dunque attende il Vecchio Continente nella sua fase nascente come entità politica, un compito drammaticamente ineludibile per la stessa definizione dell'Europa.
Il Quirinale sotto assedio
Massimo Giannini su la Repubblica
"Unto" per la seconda volta dallo Spirito Santo nel rito mistico del decennale di Forza Italia, Silvio Berlusconi inaugura la "fase due" della legislatura con un duplice obiettivo: schiantare avversari e alleati alle elezioni europee di giugno, sfiancare Ciampi per costringerlo alle dimissioni anticipate dal Quirinale nel 2006. Il primo obiettivo è palese, e quasi scontato: risponde alla fisiologia dei rapporti di forza con la quale si è forgiato l'Imprenditore d'Italia. Il secondo obiettivo è nascosto, e desta qualche inquietudine: conferma la genesi patologica del populismo berlusconiano.
Con l'attacco all'euro di venerdì scorso, malgrado la debole e solo apparente correzione di rotta nel discorso pronunciato al Palaeur, il Cavaliere rende manifesto un conflitto istituzionale che in quest'ultimo anno era solo latente. Tra il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica si è esaurita da tempo la fase della cooperazione. Ma dopo il rinvio alle Camere della legge Gasparri rischia di essere superata persino la fase della "coabitazione all'italiana" alla quale ormai si era acconciato lo stesso Ciampi. Quel rapporto "minimo" tra due entità statuali, sempre più distinte e sempre più distanti, che tuttavia conservano almeno il rispetto formale imposto dal galateo istituzionale.
Ormai non c'è neanche più questo, nelle parole risentite pronunciate dal premier la settimana scorsa, e soprattutto nei suoi fragorosi silenzi di queste ultime ore. L'offensiva di Berlusconi contro la moneta unica è eloquente: nel brandire la "clava azzurra" che bastonerà i governi dell'Ulivo per tutta la campagna elettorale, il Cavaliere non può non aver calcolato che sotto i suoi colpi sarebbe finito non solo Romano Prodi, ma prima di lui il Capo dello Stato.
Non può non aver valutato l'impatto dell'assalto orchestrato dal Carroccio. Sull'euro, dalla piazza di Milano, Bossi declina alla simpatica maniera leghista l'attacco iniziale dell'uomo di Arcore. "La rapina del millennio", la chiama. E non gli basta: "La moneta amata dai massoni", aggiunge. Berlusconi ascolta. E tace. Sulle banche e il caso Parmalat Mario Borghezio lancia il tipico anatema padano: "Il cameriere Ciampi deve imparare la lezione". Berlusconi ascolta. E tace.
Sul tricolore Alessandro Cè sibila la rituale minaccia nordista: "Ciampi deve essere il presidente di tutti, oppure ci pensiamo noi". Berlusconi ascolta. E tace.
C'è qualcosa di più, rispetto alla voglia esplicita di cavalcare un tema attuale e popolare, che anche a costo dell'ennesima manipolazione della verità può portare comunque voti al "partito personale". C'è qualcosa di più, rispetto alla volontà implicita di rafforzare, dentro la rissosa coalizione di centrodestra impegnata da oltre sette mesi in una "verifica permanente", il governo delle "due B" (Berlusconi-Bossi) contro il sub-governo delle "due F" (Fini-Follini). Quel "di più" - che se non è il movente previsto è quanto meno l'effetto prevedibile della mossa del Cavaliere - si può intuire facilmente.
Offuscare l'immagine del Quirinale. Delegittimare chi lo occupa. Metterlo sotto pressione, di qui alla fine del 2006. Per lavare l'onta della mancata promulgazione di una riforma delle tv rigorosamente incardinata sul "Sic", senza il quale Mediaset cederebbe una concessione sul mercato televisivo e perderebbe quote sul mercato pubblicitario. Per vendicare la bocciatura del Lodo Schifani da parte della Consulta, sulla cui legittimità qualche ufficio del Colle aveva forse dato qualche garanzia riservata ai consiglieri di Palazzo Grazioli.
È una sommessa "dichiarazione di guerra" al Quirinale. E postula una battaglia finale. L'elezione del prossimo presidente della Repubblica.
Per questo è tornato ad accarezzare il suo grande sogno. Succedere a Ciampi, facendosi eleggere da questo Parlamento, nel quale la coalizione che lo sostiene conta su una maggioranza totale, tra Camera e Senato, di 169 seggi rispetto all'Ulivo. Per riuscirci, il Cavaliere ha bisogno che Ciampi (volente o nolente) lasci il Colle in anticipo rispetto alla scadenza naturale del settennato.
Il rischio è che di qui alla fine della legislatura si apra una stagione di scontro sistemico. È probabile che Berlusconi usi tutti gli strumenti che ha a disposizione - dalla campagna di discredito sull'euro al super-premierato previsto nel pacchetto di Lorenzago - per indurre il presidente della Repubblica a gettare la spugna prima dell'aprile 2006 (ultimo mese della presidenza Ciampi) e prima del giugno 2006 (ultimo mese di "vita" dell'attuale Parlamento). Questo si nasconde, dietro le ultime manovre del premier. Ormai ne parlano apertamente anche i suoi alleati della Cdl.
Ancora una volta, quello che Marco Tarchi chiama "il sottofondo plebiscitario del populismo di Berlusconi" tende a far premio su tutto. Sulle maggioranze e sulle opposizioni. Sulle regole e sulle istituzioni. La sovranità del popolo, al quale il Cavaliere si rivolge senza mediazioni, non può sopportare limiti di sorta. Il fatto nuovo, e confortante, è che Ciampi non gli farà cortesie "indebite". Come ripete da mesi a chi va a trovarlo sul Colle, e come ha già annunciato sabato nella sua Livorno, resterà al suo posto "per altri due anni e tre mesi", cioè fino all'ultimo giorno del suo mandato. Nessuno glielo aveva chiesto. Il fatto che abbia sentito il bisogno di dirlo vuol dire che il Capo dello Stato non accetterà compromessi.
Verifica nel Polo, Fini pensa all'appoggio esterno
Redazione de l'Unità
Entro oggi Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi si sarebbero dovuti vedere per intavolare la cosiddetta "verifica" della maggioranza di governo. Lo aveva annunciato lo stesso leader di An all'inaugurazione dell'anno accademico dell'università di Messina: "Per noi è importante definire le priorità politiche della seconda parte della legislatura. Ci sono dei problemi reali che vanno affrontati e sono convinto che il Governo li voglia e li possa affrontare". Tra questi il vice premier aveva citato "la tutela del risparmio, la sofferenza del ceto medio, il rilancio dell'economia reale e la necessità di pensare alle giovani generazioni con un'equa riforma delle pensioni".
Oggi, quindi, potrebbe essere il giorno della verità. La verifica di governo dipende in larga parte dal rapporto tra il premier e il leader di An. Fini ha iniziato a guardare con disincanto alle "offerte" di Forza Italia. E dentro An si sta facendo largo l'ipotesi di rimandare la verifica a giugno. A dopo le elezioni europee, con i risultati delle urne alla mano, per vedere le reali forze all'interno della coalizione. Per il vicepremier, infatti, il riequilibrio nella maggioranza deve passare attraverso un intervento diretto nella politica economica. "Se questo non è possibile, tanto vale lasciar stare".
E dopo di allora, se tutto volgesse al peggio, ci sarebbe l'eventualità dell'appoggio esterno, ultima carta da giocare per Fini.
Sulla strada del rinvio, del resto, sta spingendo anche lo stesso Berlusconi, che ha iniziato già la sua campagna elettorale. Il premier punta molto sulle europee per riconfermare la sua leadership e per fare i conti con i partner della Cdl. Soprattutto vuole una competizione assolutamente bipolarizzata: lui contro Prodi. E infatti dopo l'Assemblea di sabato scorso, ha preso la decisione di candidarsi per le europee in tutte e cinque le circoscrizioni.
In una lettera inviata a Fini e a Follini, Mario Segni li esorta "a non lasciar passare il disegno scellerato di Bossi sulla devolution, anche a costo di una crisi di Governo". Segni invita Fini e Follini a riprendere il grande progetto della Assemblea Costituente, un progetto - ricorda - "che Gianfranco Fini definì la strada maestra per riscrivere la Costituzione. Sta a voi - conclude Segni - la responsabilità di impedire che Bossi con il 3% dei voti, non solo determini la politica di governo, ma detti le regole fondamentali della futura Costituzione. Su questa strada ogni maggioranza si fara' la sua Costituzione".
Canale 5 e Tg1: "Troppo spazio a Forza Italia"
Redazione del Corriere della Sera
ROMA - Silvio Berlusconi festeggia i dieci anni di Forza Italia, le televisioni seguono l'evento e i difficili equilibri all'interno di Rai e Mediaset vanno in frantumi.
E' polemica a tutto campo negli studi televisivi d'Italia. L'ultima lite, in ordine di tempo è in casa Mediaset e riguarda Canale 5, più precisamente il Tg5.
IL CASO MEDIASET - Il comitato di redazione del telegiornale ammiraglio di Mediaset liquida la questione parlando di "una scelta grave e lesiva del prestigio del Tg5". La scelta in questione riguarda la decisione aziendale di mandare in onda sabato sera, al posto del settimanale "Terra" (che sabato era dedicato alle vittime dei Gulag), lo speciale "Parlamento In" dedicato al decennale di Forza Italia. Il cdr chiede un incontro urgente perchè si arrivi alla stesura di un vero e proprio "codice di regole, chiare condivise e inderogabili, che stabilisca insomma procedure corrette e trasparenti per l'informazione nel periodo che va da ora al voto di primavera". Il cdr, che informa i colleghi di quanto accaduto, ricorda che la messa in onda di Terra "era stata annunciata con evidenza nel Tg5 delle 13 dello stesso 24 gennaio".
LA RISPOSTA DELL'AZIENDA - Mediaset non ha violato le norme sulla par condicio mandando in onda il discorso del presidente del Consiglio nelle trasmissioni "Parlamento In" e TG4: lo precisa una nota Mediaset riferita all'esposto ad Enzo Cheli (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) presentato da Falomi (Ds) e Gentiloni (Margherita). "Le norme sulla par condicio infatti - spiega Mediaset - sono valide solamente nei periodi elettorali mentre nei periodi di ordinaria trasmissione non esistono norme coercitive che limitino la libertà editoriale delle emittenti commerciali. L'accesso paritario - prosegue Mediaset - delle diverse forze politiche è imposto unicamente nei programmi di comunicazione politica e Mediaset lo rispetta puntualmente". "Tra l'altro - rileva Mediaset - la limitazione degli obblighi di accesso sulle tv commerciali al solo periodo elettorale è la ragione su cui la Corte Costituzionale ha basato la pronuncia di legittimità della legge sulla par condicio. Mediaset - conclude la nota - vista la rilevanza giornalistica e l'attualità dell'evento programmato ritiene pertanto di aver agito nel pieno rispetto delle leggi".
LA POLEMICA IN RAI - In Rai l'ora delle polemiche era scattata già domenica. Il caso scatenante, ancora una volta, i festeggiamenti per il decennale di Forza Italia. dopo gli ampi servizi, le repliche e le controrepliche sull'evento, Daniela Tagliafico, vicedirettore del Tg1, ha chiesto al direttore Clemente Mimun di "essere esonerata dall'incarico". Se n'e andata sbattendo la porta, con una lettera, consegnata anche al cdr e affissa in bacheca: la ex vicedirettrice esprime il suo "disagio" nel vedere la "pagina politica trasformato in un "panino" blindato in cui apparentemente si dà voce a tutti ma quella dell'opposizione è sistematicamente collocata in testa o in mezzo per poter chiudere con la maggioranza o il governo". Tagliafico cita come ultimo di una serie di episodi l'intervento del vicepresidente del Senato, Calderoli, sistemato nell'edizione delle 20 dell'altro ieri a chiudere in replica al presidente Ciampi dopo aver dato conto della "appassionata difesa dell'euro" del capo dello Stato. Per questo, Tagliafico scrive nella lettera a Mimun che "non ci sono più le condizioni" per svolgere le sue mansioni cone "caratteristiche" e le "garanzie" con cui Tagliafico aveva cominciato. Tagliafico era vicedirettore già nella precedente gestione del Tg1 con Albino Longhi.
La Ue pronta a stangare Microsoft
Redazione de la Repubblica
BRUXELLES - Multa milionaria in vista per Microsoft. La Commissione europea è pronta a sanzionare duramente il colosso informatico per violazione delle norme europee sulla concorrenza e abuso della propria posizione dominante nel mercato dei server di fascia bassa e dei software multimediali. Non c'è ancora nessuna comunicazione ufficiale, ma fonti vicine al commissario europeo per la Concorrenza Mario Monti confermano le indiscrezioni all'agenzia Ansa. E la stessa Commissione ammette che l'inchiesta volge al termine.
Il riferimento a una sanzione economica pesante, secondo quanto riferito all'Ansa da fonti concordanti, è contenuto nella bozza di "decisione finale" che gli uomini dell'Antitrust europeo hanno completata dopo oltre quattro anni di indagini sull'azienda fondata da Bill Gates. La multa potrebbe oscillare fra i 100 e i 500 milioni di euro. In base al regolamento comunitario l' ammenda massima che Bruxelles può infliggere a una impresa è pari al 10% del fatturato globale. Nel caso di Microsoft quindi circa 3,2 miliardi di dollari. In realtà queste sanzioni variano tra lo 0,1% e poco più dell'1%.
La condanna di Bruxelles, salvo sorprese dell'ultima ora dovrebbe arrivare entro il mese di maggio. Nella decisione finale, l'Antitrust Ue conferma che Microsoft ha violato e continua a violare le regole comunitarie in materia di concorrenza attraverso la vendita abbinata del software Media Player con il sistema operativo Windows. Microsoft, denuncia inoltre Bruxelles, ha esteso illecitamente la propria posizione dominante nel mercato dei programmi informatici al mercato dei server di fascia bassa.
Il verdetto di Bruxelles dovrebbe ricalcare le conclusioni contenute nella "dichiarazione di addebiti" inviata dall'Antitrust Ue alla Microsoft lo scorso agosto. Le "prove addizionali" raccolte dall' Antitrust Ue, accusava la scorsa estate Bruxelles, "confermano e sotto molti aspetti consolidano" il sospetto che Microsoft stia "estendendo anche al mercato dei sistemi operativi per server di fascia bassa la posizione dominante che già detiene nel mercato dei sistemi operativi".
L'indagine, era scritto nella lettera di addebito della Commissione, dimostra anche che il colosso Usa sta "praticando illegalmente la vendita abbinata del programma Media Player con il sistema operativo Windows". Abusi "tuttora in corso", grazie ai quali il gigante Usa "indebolisce la concorrenza, soffoca l'innovazione dei prodotti e, in definitiva, limita la scelta dei consumatori".
In questi mesi, la Commissione ha tentato di giungere a un compromesso chiedendo a Microsoft di accettare una serie di "rimedi" che avrebbero evitato un verdetto negativo. In particolare, per quanto riguarda i server di fascia bassa (presenti negli uffici), Bruxelles ha chiesto all'azienda di Bill Gates di rivelare ai concorrenti alcune informazioni tecniche in modo che siano in grado di competere alla pari.
Per risolvere il nodo di Media Player (il programma multimediale di Microsoft), invece, la Commissione ha proposto due soluzioni alternative: "dissociare" l'applicazione dal sistema operativo, imponendo così una versione di Windows senza Media Player, oppure obbligare Microsoft a offrire versioni concorrenti del software all'interno di Windows. Un po' la stessa cosa di quanto avvenuto a suo tempo con i browser Internet Explorer e Netscape. E' soprattutto su quest'ultimo aspetto che gli americani non hanno mostrato di voler collaborare e per questo l'Antitrust ha stretto i tempi.
27 gennaio 2004