
sulla stampa
a cura di G.C. - 26 gennaio 2004
Rai, la rivolta del Tg1
Simone Collini su l'Unità
Il Tg1 è di nuovo al centro di una bufera. Questa volta, però, a lamentarsi del modo in cui il telegiornale diretto da Clemente Mimun faccia informazione "di parte" e filogovernativa non sono forze politiche, ma i giornalisti della stessa testata e in particolare il vicedirettore, Daniela Tagliafico, che ha chiesto di essere esonerata dall'incarico.
In una lettera, consegnata anche al Comitato di redazione e affissa in bacheca, la giornalista ha spiegato i motivi che l'hanno portata a questa decisione: il "disappunto" per il ripetersi di singoli episodi che sono rivelativi di una determinata strategia, come il caso Berlusconi-Schultz, la scelta di non utilizzare i sonori se ritenuti "scomodi", la replica sull'euro del leghista Calderoli contro il presidente Ciampi montata senza le reazioni del centrosinistra in chiusura del servizio nell'edizione serale di venerdì. Ma più in generale, il vicedirettore del Tg1 ha espresso a Mimun il proprio "disagio" nel vedere la "pagina politica trasformata in un panino blindato, in cui apparentemente si dà voce a tutti ma quella dell'opposizione, sistematicamente collocata in testa o in mezzo per poter chiudere con la maggioranza o il governo". Non è però solo questo che ha fatto ritenere a Tagliafico che "non ci siano più le condizioni" per svolgere le sue mansioni con le "caratteristiche" e le "garanzie" con cui aveva cominciato (era vicedirettore già con Albino Longhi). Nella lettera aperta scritta a Mimun, la giornalista ha infatti anche denunciato l'emarginazione di professionalità interne, e anche la tendenza a stravolgere la realtà.
Mimun si difende dicendo che il vicedirettore ha espresso "assai raramente" il suo disagio, che non condivide "in alcun modo" i giudizi espressi sul telegiornale e anzi lamentandosi del fatto che la richiesta di dimissioni arrivi in contemporanea con "attacchi violenti e volgari" nei suoi confronti.
Ma il malcontento nella redazione è tutt'altro che limitato, e la vicenda di Tagliafico sembra soltanto la punta dell'iceberg. Mentre il Comitato di redazione del Tg1 chiedeva al direttore un incontro per oggi, i giornalisti della testata hanno scritto un documento per esprimere solidarietà alla collega e per denunciare il fatto che nella redazione del Tg1 il "disagio è ormai intollerabile". A sottoscriverlo sono stati finora 30 redattori della testata diretta da Mimun, tra i quali molti volti simbolo del principale tg Rai come Lilli Gruber, Davide Sassoli, Maria Luisa Busi, Donatella Scarnati, Tiziana Ferrario, Danila Bonito e Andrea Montanari. Nel documento, nel quale si specifica che il disagio condiviso di cui si parla è puramente "di natura professionale", si legge: "Il Tg1 non può essere di una parte, ma deve essere un patrimonio comune di tutti gli italiani che pagano il canone". La questione, denunciano anche i giornalisti, riguarda "non solo la redazione del Tg1, ma anche i vertici aziendali e le istituzioni, alla vigilia di importanti scadenze elettorali".
Un riferimento alla lettera di dimissioni del vicedirettore ma anche al "caso delle immagini fornite da Forza Italia alla Rai". Viene infatti denunciato che al decennale di Fi è stato limitato l'accesso al Palazzo dei congressi alle telecamere Rai. Le immagini trasmesse nei telegiornali, fa sapere Natale, venivano da "cassette chiavi in mano" fatte avere da telecamere gestite da un service di cui non si sa bene chi fosse il responsabile (Mediaset? La stessa Forza Italia?). "Chi si è preso la responsabilità di una scelta così servile?", ha domandato il segretario Usigrai chiedendo un'indagine interna.
Non rimane insensibile alla vicenda il mondo politico. Già nei mesi scorsi, in riferimento al Tg1, i Ds avevano parlato di "giornalismo marchettaro", ma anche l'Udc di "un monumento al servilismo". Dice ora Fabrizio Morri che i vertici Rai devono ormai prendere atto che "non è possibile affrontare i mesi che verranno con una direzione del Tg1 così palesemente inadeguata e faziosa". Aggiunge il responsabile Informazione dei Ds sulle dimissioni di Tagliafico: "Penso non sia né facile né piacevole per dei giornalisti, che tengono alla loro autonomia e alla loro reputazione professionale, vedere quotidianamente il degrado politico culturale a cui il direttore Mimun ha condotto il Tg1".
Il diktat del "panino"
Sebastiano Messina su la Repubblica
Un vicedirettore che se ne va perché non vuole più stare al gioco di Mimun, con la solidarietà di trenta colleghi, non è una faccenda interna del Tg1. È il primo ingranaggio che si rompe, rumorosamente e clamorosamente, nell'oliatissima macchina blindata di un telegiornale ormai del tutto berlusconizzato. E' il primo vero segnale di dissenso che si leva dall'interno del primo tg italiano contro l'uso delle notizie come strumento di persuasione occulta del telespettatore.
Chi è abituato a leggere le vicende della Rai come un braccio di ferro quotidiano per la gestione del potere potrà trovare incomprensibile e forse autolesionista, il gesto a sorpresa di Daniela Tagliafico - cioè la rinuncia a una posizione di comando da parte dell'unico vicedirettore del Tg1 non omogeneo alla linea filo-berlusconiana di Clemente Mimun - per quella che può sembrare solo un'arida questione di impaginazione del notiziario, ovvero la tecnica del "panino".
E invece mai come in questo caso una lettera di dimissioni ha messo davanti agli occhi di tutti, anche di chi faceva finta di non vedere, una questione fondamentale per la democrazia italiana: il taroccamento dei telegiornali, ovvero l'arte di addomesticare le notizie.
Il "panino", il bersaglio principale della lucidissima lettera della Tagliafico, non è infatti un simpatico giochino dell'ora di pranzo né un divertente esempio del gergo redazionale. Il "panino" è un metodo sistematico per il confezionamento delle notizie di giornata, una tecnica scientifica per separare nettamente, senza che il telespettatore se ne accorga, le Verità del governo dalle Parole dell'opposizione.
Il suo schema è semplice come quello di un sandwich: la parte del pane spetta alla maggioranza, cioè a Berlusconi, e quella della fettina di prosciutto all'opposizione. Qualunque sia il tema del giorno, qualunque cosa abbiano detto Berlusconi o Rutelli, Bossi o D'Alema, Fini o Prodi, quando il Tg1 arriva al capitolo della politica il telespettatore si vede consegnare il suo "panino" quotidiano.
La prima fetta di pane tocca sempre al governo: è una fetta abbondante e saporita, ricca di immagini e di dichiarazioni che i ministri rilasciano a una telecamera, senza che nessun giornalista faccia mai loro uno straccio di domanda. Poi la parola passa all'opposizione: una frasetta di Fassino, una dichiarazioncina di Rutelli, una svelta citazione di Pecoraro Scanio, insomma un riassuntino insapore e incolore di un dibattito che sembra privo di senso.
A quel punto la palla torna alla maggioranza, cui tocca la seconda fetta di pane: così appaiono a turno il rubizzo Calderoli, il sardonico Nania e il curiale Sandro Bondi, lo sghignazzante Schifani, che si prendono puntualmente il compito di ribattere al centro-sinistra.
Così, dietro una distribuzione apparentemente imparziale degli spazi - un terzo al governo, un terzo all'opposizione, un terzo alla maggioranza: come se il governo e la maggioranza fossero avversari - si nasconde un subdolo metodo persuasivo che, come ha ricordato Umberto Eco, applica un'infallibile regola mediatica: "Ha ragione chi parla per ultimo".
E' solo un dettaglio che il "panino" non sia nato al Tg1, ma al Tg2, dove Mimun lo applicava già durante il governo dell'Ulivo (e già allora riusciva a dare a Berlusconi l'ultima parola: non si può dire che non sia coerente). Da quando il centro-destra ha preso il potere anche a Viale Mazzini, però, il telegiornale di RaiUno è diventato un laboratorio di taroccamento della realtà
E' un buon segno, dunque, che a Saxa Rubra ci sia ancora qualcuno che abbia il coraggio di dire "non ci sto", come ha fatto Daniela Tagliafico, così come è un buon segno che con lei si siano schierati - con la prevedibile eccezione del neopromosso Giorgino - quasi tutti coloro che oggi prestano il volto e il nome al Tg1, da Lilli Gruber a David Sassoli, da Tiziana Ferrario a Maria Luisa Busi, denunciando pubblicamente una "situazione intollerabile". Ormai non sono in gioco gli equilibri politici di una redazione - che al cittadino interessano assai poco - ma l'identità, l'autorevolezza e la credibilità del primo telegiornale italiano.
Il Csm: "Difenderemo la magistratura"
Redazione de la Repubblica
ROMA - E ora interviene il Csm. Le parole contro i magistrati pronunciate ieri da Silvio Berlusconi dal palco della convention per il decennale di Forza Italia, suscitano la reazione dell'organo di vigilanza dei giudici. Il Csm annuncia che interverrà a difesa della magistratura e dei singoli magistrati a cui ha fatto riferimento il presidente del Consiglio nel suo discorso. Tutti i 16 componenti togati e i laici di centrosinistra presenteranno infatti domani al Comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli la richiesta di apertura di una "pratica a tutela".
L'iniziativa è stata diffusa con un comunicato. "In relazione ad alcune affermazioni fatte dall'onorevole Silvio Berlusconi nell'intervento svolto in occasione della manifestazione per il decennale di Forza Italia, tutti i componenti togati del Consiglio superiore della magistratura e i componenti laici Luigi Berlinguer e Gianfranco Schietroma, presenteranno domani la richiesta di apertura di una pratica a tutela", si legge nella nota. Le pratiche a tutela sono quelle con cui il Csm interviene per difendere l'onorabilità e l'autonomia dei singoli magistrati e dell'intera magistratura.
Già ieri le reazioni delle toghe non si erano fatte attendere dopo che Berlusconi aveva definito la procura di Milano che indagò su Tangentopoli "peggio del fascismo".
E oggi i diretti interessati hanno risposto. L'ex Procuratore Capo di Milano Gerardo D'Ambrosio ha detto in un'intervista a Repubblica: "Adesso si è limitato ai procuratori che si sono occupati di lui. Prima aveva esteso l'attacco a tutti i giudici, definiti quasi 'sottospecie umana': neanche sotto il fascismo era successo. Dura da anni. Credo che in Italia non ci sia mai stato un attacco così violento nei confronti della magistratura".
Ma l'uscita del premier contro i magistrati ha creato qualche imbarazzo anche nel centrodestra. Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, sottolinea che le frasi incriminate erano dell'articolo di Baget Bozzo che Berlusconi ha letto alla kermesse azzurra e che comunque non erano rivolte a tutti i magistrati, ma solo ad una parte.
Il ministro Rocco Buttiglione giudica in ogni caso sbagliato il parallelo magistratura-fascismo: "C'è comunque una grande differenza tra gli errori che possiamo commettere nel sistema democratico e quello che è stato il regime fascista".
Anche Bossi sceglie la via dei distinguo: innanzitutto la Prima Repubblica, affondata sull'onda di Mani Pulite, "fu pessima"; e poi, oggi, dopo la vicenda Parmalat, c'è bisogno di un "giudice vendicatore" che vada fino in fondo.
"Silvio gerarca assoluto condannato a restare dov'è"
Intervista a Baget Bozzo di Antonello Caporale su la Repubblica
ROMA - "E' questa carica sovrumana che delinea il tratto spirituale del personaggio".
E' stato possente il riferimento allo Spirito Santo.
"L'energia liberata per sfidare l'impossibile".
Il segnale divino.
"La grande intuizione religiosa".
... che ammutolisce il palazzo dei congressi.
"Il tripudio vero lo conobbi però al congresso socialista, quando ufficializzai la mia candidatura al Parlamento".
Comunque sabato venivano le lacrime.
"Sono rimasto sorpreso dall'affetto e dal pensiero di Silvio".
Molti altri avrebbero esultato ad avere un millesimo dell'attenzione a lei dedicata. Che invidia!
"Forse Adornato, o Cicchitto, o Bondi. A parte che quest'ultimo qualcosina ha avuto, la scelta di Berlusconi cade su un prete di 78 anni, al di fuori da ogni carica pubblica, al di sopra di ogni conflitto interno, ogni competizione possibile. Come vede...".
Si capisce tutto.
"Sono la prova della grande saggezza del nostro Comandante".
Il Conducator.
"L'assoluto gerarca".
L'Italia lo conserverà almeno fino a quando l'incombente pericolo comunista non sarà del tutto cessato.
"E non cesserà presto".
Comunisti si nasce e si muore, nemmeno il Dottore ci può.
"Oramai è chiaro che essi nemmeno proveranno a divenire forza di governo. La loro unica ambizione sarà dimorare permanentemente all'opposizione in modo, questo l'ho già scritto naturalmente, che la loro abilità rivoluzionaria sia garantita e in qualche modo esaltata dal ruolo".
Detto in parole povere, Berlusconi sarà costretto a governare.
"Detto in parole così povere".
Anche perché c'è quel di più di sovrannaturale.
"All'Eur ho visto un grande movimento che coniuga formule religiose e politiche".
E pratica una autentica devozione.
"Berlusconi è il cuore e le gambe, la testa e la pancia. Il partito vive nella sua immagine".
Sebbene essa sia stata un po' riveduta.
"Si ripone in sintonia, affronta il nuovo inizio".
Se l'uomo è cadente.
"L'immagine è cadente".
Affronta col bisturi le rughe.
"Basta andare all'edicola e vedere quanti sono oramai i giornali che destinano alla cura del corpo la maggior parte del loro spazio".
A Craxi però mai sarebbe venuto in mente. E lei mai avrebbe accostato Craxi e lo Spirito Santo.
"Tutt'altra personalità, tutt'altra struttura e anche tutt'altra missione".
Di religioso, niente.
"In Craxi ho visto la Croce del Signore".
Quindi ha visto qualcosa!
"Vittima di una persecuzione senza ragioni".
Però Berlusconi ha sfidato l'impossibile.
"Ecco la radice della sua dimensione religiosa".
E rimarrà per anni e anni.
"Lascerà quando avrà rassettato bene".
I giudici.
"I giudici, certo".
La Costituzione.
"Avrà fatto in modo che il suo successore possa governare anche senza pari carisma".
Anni e anni.
"Tutta questa legislatura".
Solo?
"E i primi due anni dell'altra".
Tutto finito nel 2008?
"Buonasera".
Rutelli: "Non basta essere anti-berlusconiani"
Redazione del Corriere della Sera
ROMA - "E' finito il primo tempo, oggi per noi inizia il secondo tempo: se nel primo ce la siamo cavata bene, nel secondo bisogna vincere". Il leader della Margherita, Francesco Rutelli, si ispira a una metafora calcistica per rilanciare il suo appello al "cambiamento". Dal seminario nazionale del partito Rutelli ribadisce che "la lista unitaria è indispensabile per vincere", ma il centrosinistra deve avere il coraggio di una "politica di cambiamento".
SQUADRA - "Abbiamo ricostruito un gioco di squadra, abbiamo vinto alle amministrative - ha sottolineato Rutelli - ora bisogna vincere con la nostra capacità di iniziativa le tendenze a conservare lo status quo e a presentarci alle nuove elezioni come otto anni fa". Se, infatti, il "collante" del centrosinistra, "una specie di coperta di Linus" ha osservato Rutelli, "è essere antiberlusconiani", non si deve verificare la possibilità che "un minuto dopo avere vinto le elezioni" il centrosinistra "scopra allora di avere creato un cartello dei no a Berlusconi", ma non un'alleanza "di cambiamento per l'Italia capace di governare".
"Come si arriva a governare e su quali grandi innovazioni guideremo il Paese" sono, dunque, temi che l'Ulivo deve avere ben presenti, secondo Rutelli, perchè "se non fossimo pronti per il governo rischiamo di non arrivare a guidare il Paese".
Lettera aperta a Rutelli
Furio Colombo su l'Unità
Caro Presidente,
questa lettera segue la tua dichiarazione del Tg1, ore 13.30 del 25 gennaio. In quel Tg, dopo un caldo riassunto dedicato dalla redazione al decennale, appena celebrato, di Forza Italia, tu hai giustamente giudicato l'evento come merita. Hai detto, come è vero, che finora non si sono occupati di governare. Ma hai concluso con una frase che, nel montaggio di quel Tg, è apparso il pensiero finale della tua riflessione. Hai detto: "Dobbiamo incalzare il governo affinché ponga mano a quelle riforme di cui gli italiani hanno bisogno". In condizioni politiche normali, questo sarebbe un normale messaggio.
Ma questa non è una situazione politica normale. Basta soffermarsi sul discorso appena pronunciato dall'attuale primo ministro. Con quella cerimonia di stampo sovietico si è ricandidato da solo, tramite ovazioni, a restare primo ministro per sempre.
Ora la domanda inevitabile è: incalzare questo governo? con la sequenza di riforme che propone? Incalzare vuol dire spingere a fare. Lo incalzeremo sulla riforma Castelli che vuole chiudere la bocca definitivamente alla Magistratura? Sulla riforma Gasparri, che abolisce del tutto la libertà di informazione? Sul progetto di esautorare il capo dello Stato per attribuire al primo ministro e primo proprietario d'Italia poteri incompatibili con la democrazia? So che tu hai in mente ben altre riforme. Ma in questa legislatura non c'è traccia di un solo istante in cui un solo emendamento dell'opposizione abbia potuto cambiare una sola di quelle pessime leggi a cui anche tu, con tutta l'opposizione, ti sei fermamente opposto. Dunque la lista delle loro riforme non si può cambiare. E le riforme che loro propongono non si possono fare insieme. Il segnale, per gli elettori, sarebbe devastante. Possiamo chiederti, in spirito di amicizia, di chiarire quella dichiarazione disorientante, ora che stiamo iniziando uniti una difficilissima campagna elettorale?
Cordiali saluti
Giustizia in cima alla verifica
Barbara Jerkov su la Repubblica
ROMA - Un documento sottoscritto solennemente da tutti i leader della Casa delle libertà. In cui vengono indicate nero su bianco, e in ordine tassativo, le priorità del governo per la seconda parte della legislatura: al primo posto, la riforma della giustizia, a cominciare dalla separazione delle carriere, che, come mette in chiaro Sandro Bondi, "per il Dottore è la prima delle riforme necessarie, e non si discute". Al secondo posto, le riforme istituzionali, leggi elettorali incluse. Solo al terzo punto, la definizione degli interventi di politica economica, sottolineando comunque e per iscritto che "fin qui Tremonti ha fatto molto e bene". E' questa la richiesta di Forza Italia agli alleati, all'indomani del durissimo attacco pronunciato da Berlusconi contro i giudici dalla tribuna del decennale forzista. E in apertura di una settimana decisiva per la verifica di governo.
Il premier rientra a Roma oggi pomeriggio: stasera ha ospite a cena, a Villa Madama, il vicepresidente americano Cheney. Domani potrebbe vedere il vicepremier Fini per un colloquio chiarificatore. Comunque vada, con i fedelissimi Berlusconi ha già messo in chiaro che, verifica o non verifica, d'ora in poi intende dedicarsi anima e corpo alla comunicazione. Alla campagna elettorale, insomma.
Così, mercoledì o giovedì sarà nel salotto tv di Porta e porta. Intende moltiplicare conferenze stampa e uscite pubbliche. Ha già chiesto al ministro Lunardi di fargli avere un elenco di grandi opere in cantiere, obiettivo: inaugurarne personalmente una ogni 15 giorni, soprattutto al Sud.
Di fronte a tanto attivismo, le fibrillazioni degli alleati lo irritano più che mai. "Di quale rilancio parlano?", protesta dunque Bondi, interpretando alla perfezione l'insofferenza del leader. "Il governo fino a oggi ha lavorato benissimo e continuerà a farlo. Altro discorso sarebbe tracciare un primo bilancio di metà legislatura, fissando in un documento le priorità dei prossimi interventi in base alle mutate circostanze contingenti, questo sì sarebbe sensato".
Ma c'è un particolare: l'ordine delle cose da fare su cui il premier intende impegnare la Cdl, al primo posto la riforma della giustizia, non piace affatto agli alleati. "Dovremmo presentarci agli italiani annunciando che il risultato della verifica è la separazione delle carriere?", ironizza spietato un colonnello di An. Così, La Russa, con Bocchino e Briguglio, ha già respinto il documento proposto, nelle pieghe dei negoziati di queste ore, da Bondi e Cicchitto, mentre Buttiglione stigmatizza secco il parallelo tracciato sabato dal Cavaliere fra fascismo e magistratura: "Un paragone sbagliato". Bisognerà riparlarne, comunque. Perché, come confermano a Palazzo Grazioli, "quest'agenda di priorità è la nostra richiesta nella verifica, e Forza Italia è pur sempre il partito di maggioranza relativa".
Sul fronte rimpasto, intanto, in via della Scrofa crescono le pressioni dei colonnelli perché Fini accetti il ministero delle Attività produttive, magari rafforzato dalla presidenza del Cipe. E' praticamente naufragato invece il tentativo del Cavaliere di accontentare l'Udc offrendo a Follini il ministero per la Funzione pubblica.
Il leader centrista non si è lasciato sedurre dal corteggiamento degli emissari di Berlusconi ("Silvio ci tiene tanto ad averti proprio a quel posto..."), che sono passati allora ad offrire la stessa poltrona a D'Antoni, assai più sensibile a questo tipo di lusinghe.
Accade però che, da un "appunto riservato" circolato negli ultimi giorni a Palazzo Grazioli e destinato a Bondi e Cicchitto, emerga la vera natura del ministero offerto con tanto zelo. La realtà, confida chi l'ha letto, è che, dopo il trasloco di Frattini alla Farnesina la Funzione pubblica è diventata di fatto una "scatola vuota".
Il Cavaliere dovrà trovare qualcosa di meglio da offrire, magari quel ministero della Salute che Sirchia sembra proprio lì lì per lasciare.
Verifica, i pericoli del rinvio
Federico Geremicca su La Stampa
La vicenda, ormai, ha acquisito i contorni del paradosso. Non viene in mente altro termine, infatti, per definire quel che sta accadendo intorno alla cosiddetta verifica di governo, un appuntamento che da risolutore dei problemi aperti nella maggioranza si è trasformato esso stesso - rinvio dopo rinvio - in un problema ulteriore, fonte di tensioni all'interno della compagine di governo. E stupisce, in particolare, che questo sia accaduto per volontà di un leader - Silvio Berlusconi - che pure sostiene di avere nel pragmatismo e nella capacità di semplificazione le sue qualità migliori.
Intanto, andrebbe ricordato quando e da dove nasce la richiesta di verifica sollecitata al premier da Gianfranco Fini e Marco Follini: giugno dell'anno scorso, cioè all'indomani delle elezioni amministrative e del cattivo risultato ottenuto in particolare a Roma e nella regione Friuli. Sono passati sette mesi e, incredibile a dirsi, da allora ad oggi Berlusconi non ha trovato il tempo per riunire attorno a un tavolo i leader della maggioranza così da affrontare la questione posta. I numerosi rinvii - compreso l'utilizzo del semestre europeo di presidenza italiana come ragione di sospensione di ogni polemica interna - rispondevano naturalmente a una strategia o, più probabilmente, a una speranza: che il tempo raffreddasse i bollori e le pretese degli alleati di governo. Oggi è possibile apprezzare come questo non sia successo e come, al contrario, la mancata verifica sia appunto diventata essa stessa un problema: anzi, il più serio dei problemi politici che Berlusconi si ritrova di fronte.
E' possibile, considerata l'insostenibilità della situazione, che in questa settimana qualcosa si muova. E' possibile, cioè, che Berlusconi incontri i leader alleati per vedere come registrare programma e compagine di governo. E' possibile, ma nient'affatto sicuro. E se comunque, alla fine, il Grande Incontro dovesse davvero svolgersi, è evidente che il premier troverà al tavolo partner assai meno accomodanti di quanto - magari - lo sarebbero stati nel giugno scorso.
Bossi: riforme ora o andremo per conto nostro
Redazione del Corriere della Sera
MILANO - Il concetto è chiaro: "La riforma dev'essere adesso o mai più". Un ultimatum? "Non si tratta di un ultimatum ma dopo questa manifestazione se non cambia nulla noi andremo per la nostra strada perchè la libertá fa rima con indipendenza".
Parola di Umberto Bossi. Il leader della Lega, accompagnato dal ministro del Welfare Roberto Maroni, era in prima fila nel corteo della Lega Nord. I leghisti hanno manifestato per le vie di Milano a favore del federalismo. Dando il via al corteo il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli ha ricordato come "tutta la gente che è qui presente oggi è la scorta del treno per le riforme. Un treno che - sottolinea - deve partire velocemente e che rischia di essere l'ultimo".
BOSSI A RUOTA LIBERA - Il capo del Carroccio parlando delle riforme federaliste ha detto: "È l'ultima occasione per fare il federalismo in questa legislatura perchè la gente non deve essere illusa dalle chiacchiere di certi imbonitori politici. La riforma quindi deve partire adesso o mai più". E ancora: "Con manifestazioni come quella di oggi cerchiamo di ottenere il processo federalista che altrimenti non viene. Se la gente si muove le cose cambiano". Per essere più chiari: "Inizia oggi una mobilitazione che durerà tutto l' anno, perchè il federalismo ce lo danno solo se temono il peggio. Bisogna portare a casa le riforme".
LA PARMALAT - "La crisi della Parmalat è paragonabile a quella della Banca Romana del 1873" ha detto Umberto Bossi. "Chi doveva controllare non lo ha fatto". Per il leader del Carroccio di questa "gravissima crisi finanziaria va accertata la responsabilità finanziaria e criminale. Chi sono gli alleati politici di Tanzi?".
L'EURO - "L'euro è stato fondamentale per tutte le rapine che ci sono state perchè sono arrivati i bond facili senza controllo". Aprendo così il commento sull'euro, Bossi ha rivendicato di essere stato il primo a criticarlo ("adesso vedo che ci torna sopra anche Berlusconi"). Bossi sostiene: "L'euro non è amato dalla gente che fa fatica ad arrivare alla fine del mese. È amato dai massoni che lo hanno voluto e lo hanno imposto". Secondo Bossi, "il vero problema è che l'euro è fallito. Si è innescata l'inflazione e noi siamo stati travolti". Il ministro per le Riforme e leader leghista ha concluso: "Il treno dell'euro era già in corsa quando siamo arrivati e noi non abbiamo potuto fare niente".
LA MAGISTRATURA - "Non credo che si debba andare contro la magistratura: bisogna piuttosto augurarsi che la magistratura vada avanti nel suo lavoro e non si fermi come fece all' epoca di Mani Pulite": così la pensa il capo della Lega Nord.
E a proposito di magistrati e del discorso tenuto ieri da Berlusconi, Bossi ha detto: "Non l' ho sentito tutto il discorso ma mi è sembrato il solito Berlusconi. Certamente lui è in una coalizione in cui ci sono il massimo del federalismo e del nazionalismo e poi c'è il partito trasversale romano, quello dei palazzi". E a proposito dell' attacco alla magistratura? "Più che un attacco - ha risposto Bossi - bisogna fare le riforme. Ci sarà sempre un giudice che dovrà vendicare i risparmiatori truffati. All' epoca di Mani pulite il pool si fermò davanti a Botteghe Oscure. E non ebbe il coraggio di arrivare all'economia e alle banche. Ma viene il momento in cui il giudice vendicatore salta fuori. È una spinta che la gente favorirà e bisogna che questa volta sia definitiva. Bisogna salvare la gente e anche i romani da Roma ladrona, dall' intreccio di finanza e politica che ha colpito i cittadini e i risparmiatori".
Presidenziali Usa: per chi dovrebbe fare il tifo l'Europa
Aldo Rizzo su La Stampa
Domani la campagna presidenziale americana riprende con le primarie nel New Hampshire e avremo indicazioni più concrete di quelle, pur significative, di una settimana fa nello Iowa. Un europeo guarda da sempre a questa lunghissima corsa alla Casa Bianca (che si concluderà, pensate, a novembre, dopo le grandi "conventions" dell'estate) con un misto di stupore e di ammirazione. Stupore per il tempo che s'impiega, un quarto dello stesso mandato presidenziale, e ammirazione per la complessità del sondaggio elettorale, prima del giudizio finale. E poi, specie da quando l'America è un impero, di fatto se non di nome, le cui decisioni ci coinvolgono tutti, c'è un interesse reale a sapere o a prevedere chi sarà il vincitore. Insomma, in un certo senso, si fa il tifo. Ma per chi deve tifare, questa volta, l'Europa?
Domanda difficile, perché c'è già un candidato al quale tutti i pronostici assegnano il successo, ed è il presidente in carica, George W. Bush. A meno di eventi imprevedibili, come una grave crisi economica o una catastrofica evoluzione del dopoguerra in Iraq e della lotta al terrorismo, l'attuale inquilino repubblicano della Casa Bianca è atteso da un secondo mandato. E tuttavia molto dipende anche dal modo, su quali basi Bush potrà ottenere la vittoria. E questo, a sua volta, dipende, più che da lui stesso, dal tipo di sfida che gli lancerà il concorrente democratico uscito dalla lunga selezione delle primarie. Su questo particolare, specifico, terreno, l'Europa può ancora fare il tifo. Per chi?
Sul New York Times di venerdì, Thomas Friedman, il più noto commentatore di politica estera americano, ha fornito indirettamente gli elementi di una risposta. In sintesi. Se dovesse prevalere, per la sfida finale a Bush, un candidato democratico radicale (cioè troppo di sinistra, contrario senza riserve alla guerra in Iraq) tipo Howard Dean, il presidente uscente avrebbe vita facile, non solo, ma sarebbe indotto lui stesso a "radicalizzarsi" in senso opposto, lasciando ampio spazio ai falchi che lo circondano, sulla via di una politica sempre più dura e unilaterale. Se, al contrario, prevarrà uno dei candidati moderati o centristi (tipo John Kerry o John Edwards o anche il generale Wesley Clark), cioè uno che non contesta "in toto" la strategia bushiana, ivi compresa la guerra a Saddam Hussein, ma critica anche severamente il modo in cui è stata gestita, l'assenza di un serio progetto per l'Iraq post-Saddam, e su queste basi reimposta la lotta al terrorismo internazionale, accettandone le implicazioni sociopolitiche e non solo quelle militari, coinvolgendo seriamente l'Onu e così via, il discorso cambierebbe. Bush sarebbe costretto a cercare "al centro" e non "a destra" il suo decisivo consenso elettorale, il che non potrebbe non influenzare la sua politica nel secondo mandato. Senza escludere che la stessa rielezione possa essere rimessa in discussione, una volta che sia diventato decisivo l'elettorato di centro. Con quest'analisi, che ho sommariamente e liberamente riassunto, concorda sostanzialmente anche una voce influente al di qua dell'Atlantico, quella del britannico Economist.
Naturalmente, all'Europa non basta tifare per questo o quel candidato, per questa o quella linea americana. Deve o dovrebbe dare anch'essa un contributo, partecipare in un certo senso alla campagna presidenziale. Come? Trovando una base comune d'intervento, superando i vecchi schieramenti, troppo rigidamente filo o anti-Bush, pro o anti-guerra. È difficile, ma non impossibile. Si pensi a Blair, che dopo aver sostenuto a spada tratta (è il caso di dirlo) l'alleato americano, ora è parte attiva di un'intesa stretta con chi lo contrastò, cioè Chirac e Schroeder. E viceversa. Un caso discusso, ma comunque istruttivo.
26 gennaio 2004