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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 23 gennaio 2004


Il fondo dell'Iraq
apertura de
il Manifesto

Andremo fino in fondo, ha detto il presidente Bush nel discorso sullo Stato dell'Unione. Ma in fondo all'Iraq c'è la guerra civile. Lo dice un rapporto della Cia dato per «imminente» dalla stampa americana: «Sciiti e kurdi sanno che è il loro momento ed entrambi si sentono traditi» La guerriglia continua a colpire: due marines uccisi in un attacco a colpi di mortaio, un agente dell'intelligence spagnola in una sparatoria. E quattro lavandaie irachene massacrate mentre andavano a lavorare alla base americana vicino a Falluja. Civili nel mirino, e non sarà l'ultima volta.


Elezioni, l'Ulivo si fa finalmente del bene
Ninni Andriolo su
l'Unità

Tre ore di confronto tra Ds, Margherita, Di Pietro, Occhetto e quattro promotori del meeting girotondino del Testaccio: Pardi, Mascia, Bonucci e Sylos Labini. Alla fine - un occhio ai sondaggi e l'altro al sistema proporzionale - la valutazione comune «dell'opportunità» e della «maggiore efficacia» di liste «distinte» da mettere in pista per le europee. «Ferma restando la comune appartenenza al centrosinistra e all'Ulivo».
Di Pietro correrà da solo, ma senza lacerazioni e non per effetto dei «veti». «Nessuno ha vinto e nessuno ha perso», commenta l'ex pm. In realtà, ieri, ognuno ha portato a casa qualcosa di quello che voleva. Di Pietro non entrerà nella lista unitaria promossa da Ds, Margherita, Sdi e repubblicani. Un approdo in qualche modo obbligato, viste le premesse della vigilia. Meno scontate altre novità». Non scenderà in campo un «listino» Di Pietro-Occhetto-girotondi, contrapposto ad un «listone» dei partiti che «rappresentano il 90% dell'elettorato dell'Ulivo».
Il fondatore della Quercia ha annunciato che non ci sarà un'aggregazione elettorale «Occhetto-Di Pietro» perché l'esito del confronto di ieri («la lista unitaria primo passo per la formazione di un Ulivo con impianto federativo diverso dal partito riformista») lo soddisfa in pieno. I leader girotondini, da parte loro, lasceranno «libertà di voto» e «non faranno campagna elettorale per nessuna delle forze in campo».

Di Pietro, però, incassa un risultato diverso. Fassino e Rutelli, infatti, gli hanno assicurato che l'Italia dei valori farà parte - e a pieno titolo - non dell'Ulivo che verrà, ma dell'Ulivo così com'è oggi. Questo comprenderà - da subito - Ds, Dl, Sdi, Verdi, Pdci e Idv.
Quercia e Margherita sventano il pericolo di dover affrontare una campagna elettorale contrapposta a un'aggregazione che punta a monopolizzare movimenti, girotondi e associazione, giocando sui veti di Boselli. La cosiddetta «società civile» deciderà tra quattro realtà che faranno riferimento all'Ulivo (lista unitaria, verdi, Pdci, Di Pietro), Udeur-Unione Popolare e Rifondazione.
«È stata una gran bella giornata», commenta Francesco Rutelli. Forse, però, il sole sarebbe sorto prima nel cielo dell'Ulivo. I veti Sdi hanno provocato settimane di polemiche e di inutili lacerazioni.

La pazienza di Fassino
Il vertice di giovedì definisce un obiettivo comune e sancisce l'intento di mettere da parte guerre intestine. «Un grande passo in avanti - commenta Massimo D'Alema - Decisivi sono stati anche la pazienza e lo spirito unitario di Piero Fassino». Il segretario della Quercia si è speso per superare tanto i «diktat» di Di Pietro, quanto i «veti» di Boselli e per cercare di far convivere tutti dentro un'unica prospettiva. L'obiettivo: una lista unitaria più larga possibile o, in alternativa, liste diverse dell'Ulivo e del centrosinistra, non in guerra tra loro. Ieri Fassino ha lavorato dal primo all'ultimo minuto per giungere ad un risultato positivo. Alla fine ha scritto di suo pugno il comunicato, lo ha sottoposto agli altri partecipanti alla riunione, lo ha integrato sulla base delle richieste degli uni e degli altri. Tre versioni successive. Poi, quella che ha messo d'accordo tutti e che ha ottenuto anche la benedizione di Romano Prodi.

Ulivisti e riformisti
Achille Occhetto ha incassato un esplicito riferimento alla costituente e alla federazione dell'Ulivo. La lista unitaria, spiega il comunicato finale, rappresenta il «primo passo» per il rilancio dell'Ulivo e per «la formazione di un soggetto politico ulivista, di impianto federativo, al quale i partiti siano disposti a conferire quote essenziali di sovranità». E ancora: è necessario aprire «una stagione costituente di un nuovo Ulivo, anche costituendo a tal fine un comitato promotore».
Frasi che soddisfano il fondatore della Quercia, ma rilanciano la discussione sul dopo europee anche all'interno dei Ds. Il tema dello «sbocco» della lista unitaria - federazione riformista o federazione ulivista - è stato affrontato all'inizio del confronto di ieri, su richiesta esplicita di Occhetto. E il riferimento «al soggetto politico ulivista», che ha trovato l'accordo di Rutelli e Parisi, è stato inserito da Fassino nel comunicato finale. «Devo ricordarvi, per onestà, che nel mio partito c'è un dibattito aperto su questo punto», ha sottolineato il leader dei Ds.



L´intervista
Piero Fassino, segretario ds: è conveniente che Tonino corra da solo, prenderà più voti. "Insieme alla sfida con Berlusconi sui candidati né veti né paletti".
Goffredo De Marchis su
la Repubblica

ROMA - Segretario Fassino, oggi vi siete fatti del bene?
«Sì, ci siamo fatti del bene. Sono molto soddisfatto. È stata una settimana difficile, non è mancata qualche polemica di troppo. Ma non c´è parto senza travaglio, con la "t" minuscola mi raccomando...».
Ricapitoliamo: lista unica e Di Pietro, girotondi e Occhetto, fino a poche ore fa erano sul piede di guerra. Oggi, improvvisamente, stringono un patto di ferro accolto da tutti con soddisfazione. Cosa è successo?
«Improvvisamente non è la parola giusta. Perché in queste settimane, in questi mesi non abbiamo mai smarrito il filo di Arianna che era quello di conseguire contemporaneamente un doppio obbiettivo. Primo: creare un´alleanza larga di centrosinistra e abbiamo centrato il bersaglio. Alle prossime elezioni amministrative, negli oltre 5000 comuni in cui si vota, presenteremo un candidato di centrosinistra sostenuto da tutto l´Ulivo, con Di Pietro dentro la coalizione e con Rifondazione comunista. Secondo: costruire una lista unitaria che sia la guida dell´alleanza e siamo riusciti anche in questo».

L´accordo è davvero blindato?
«Sì. Siamo usciti dal vertice con Italia dei Valori, Occhetto e i movimenti nell´unità e nella chiarezza. Da oggi l´ex pm è parte integrante dell´Ulivo, insieme con lui studieremo le iniziative quotidiane di opposizione a Berlusconi ed elaboreremo il programma alternativo di governo. Abbiamo anche deciso di aprire la stagione costituente di un nuovo Ulivo che tenga insieme partiti, movimenti e società».
Nella chiarezza, perché? Come siete arrivati al risultato di marciare divisi con Di Pietro per colpire uniti?
«Abbiamo convenuto che per l´appuntamento elettorale europeo questa fosse la soluzione migliore. Di Pietro è trasversale, raccoglie consensi a sinistra, al centro e anche a destra. Questa sua qualità si riconosce più facilmente se l´ex pm mantiene un profilo distinto. Diciamo che è più conveniente. Ma è un´articolazione che, dopo la riunione di ieri, non rappresenta né una rottura né una lacerazione perché siamo tutti appartenenti al centrosinistra».
Una domanda banale: perché non ci avete pensato tre mesi fa evitando le spaccature?
«La storia non si fa con i se e con i ma. Io dico che adesso siamo nelle condizioni di far decollare la lista proposta da Romano Prodi. Promossa da Ds, Margherita, Sdi e repubblicani, sì, ma che non si limita a questi quattro partiti, è aperta alla società, alle associazioni, al volontariato, ai movimenti. Proprio ieri abbiamo incontrato 25 organizzazioni interessate al nostro progetto e che hanno deciso di partecipare alla convenzione di febbraio in cui si decideranno nome, simbolo e idee forza della lista».

All´inizio il manifesto di Prodi era rivolto a tutto l´Ulivo, adesso andrete al voto con cinque liste. È un rimpianto?
«Intanto a settembre rischiavamo di averne otto, di liste, mentre oggi siamo quasi la metà. Inoltre va detto che la lista unitaria rappresenta il 90 per cento della forza elettorale ulivista. Se la facciamo aperta alla società il consenso può essere molto largo. Il 14 giugno potremmo avere un regalo bellissimo: la lista unitaria con percentuali di molto superiori a quelle di Forza Italia. Chiunque può ben capire quali nuovi scenari aprirebbe un risultato del genere».



L'Europa ha un cappello a tre punte
L'Italia e il"direttorio" UE
Aldo Rizzo su
La Stampa

II «grandi» dell'Europa erano quattro, in base alla popolazione e alla forza delle economie nazionali: Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Ora sono diventati tre, senza l'Italia? Non sono cambiati i dati statistici, ma forse sta nascendo un vero e proprio «direttorio» dell'Unione europea, che esclude o non considera, appunto, l'Italia.

Questa sarebbe la grande e controversa novità sulla scena dell'Unione europea, all'indomani del fallimento del vertice di dicembre, che avrebbe dovuto dar vita a una storica Costituzione, buona per regolare i rapporti e le decisioni di 25, e non più 15, membri dell'Ue. Ma è una novità molto relativa, anche se è stato l'incontro di lunedì dei tre ministri degli Esteri (semisegreto o semiprivato, nella residenza di campagna dell'inglese Straw, e questo non è certamente un aspetto positivo) a suscitare definitivamente il tema sulla stampa europea. In realtà, che stesse nascendo una particolare intesa anglo-franco-tedesca, nonostante la spaccatura prodottasi sulla guerra all'Iraq, lo si era capito già in ottobre, quando i tre ministri avevano svolto una missione congiunta a Teheran, per indurre l'Iran a rinunciare ai progetti nucleari militari. E poi c'era stato l'incontro a Berlino dei tre capi di governo, poco prima del vertice conclusivo della presidenza italiana. Ora si parla di riunioni regolari, addirittura ogni sei settimane (secondo il «Financial Times» dell'altro ieri), ed è stato annunciato un nuovo summit berlinese per il 18 febbraio. Dunque la questione si è fatta più concreta, e complessa.

E l'Italia? Ha due opzioni: chiedere, platealmente, un quarto posto a tavola, oppure (da quarto «grande») lanciare un'offensiva diplomatica per la Costituzione e per le regole comunitarie, ivi compresa, se necessario, quella delle «due velocità». Ma per ora si percepiscono solo dichiarazioni generiche, nel frastuono della consueta polemica interna.


E il Cavaliere disse: "L´Italia è il paese che amo"
Giampaolo Pansa su
la Repubblica

IN PRINCIPIO fu la videocassetta. Ma che dico cassetta? Cassettona, Cassettissima. Supersupporto mediatico all´evento del decennio. Data prevista: il mercoledì 26 gennaio 1994. Protagonista unico: Silvio Berlusconi. Soggetto: messaggio alla nazione per annunciare formalmente la sua discesa nel campo della politica. A quel tempo, il Cavaliere aveva compiuto, da quattro mesi, i 57 anni. Però guai a giudicarlo sul limite della terza età. Che bestemmia pensarlo! Allora, Lui era come lo rivedremo dopo il restauro: di pelle liscia e ben distesa, niente borse sotto gli occhi, meno invasiva la calvizie, di fisico asciutto, tonico, scattoso.
Era questo il Superman della tv che mezza Italia aspettava di vedere e di sentire quel giorno. Nella massa in attesa c´ero anch´io, per mestiere s´intende. Non avendo potuto assistere al D-Day, ossia allo sbarco degli Alleati in Normandia, non volevo perdermi il B-Day, ovvero lo sbarco dell´astronave berluschista su questa penisola derelitta, in attesa di essere liberata dai cattocomunisti. Un evento storico, dunque. E una giornata davvero particolare. Ancora carica di ricordi, nella mia memoria.

E difatti guardatela la faccia bresciana di Mino innestata su un corpaccio di dinosauro. Al quale sfuggiva di mano il partito, come spiegava il cartone animato. Partito pronto a dissolversi per confluire sotto le tende di Sua Emittenza.
Poi su quel canale si cambiò film. Stavolta niente dinosauri post-democristiani, bensì l´Uomo Nuovo. Il Cavaliere in persona. Aitante, sportivo, fasciato in una supertuta da superginnastica, ai piedi due enormi scarpe da jogging nuove di zecca. Lui balzò da un elicottero, con mosse da ghepardo. Poi ne fece scendere due bimbetti, i suoi figli. Date la mano a papà! E avanti così lungo un prato perfetto, tagliato con rasoio bilama. Verso dove? Ma che domanda! Verso l´Italia da salvare. E da rendere appagata e felice, come da spot successivo.
Il terzo film iniziò subito, senza pause. Ritmato da quell´inno ormai ossessionante, «Forza Italia...». L´avevo imparato anch´io, ancorché stonato e refrattario agli inni d´ogni colore. Un film perfetto nell´illustrare il paese in attesa di Sua Emittenza. Apertura su Roma, la città non da conquistare, bensì da sedurre. Una folla di quiriti che avanza tranquilla. Torino. Giovanotti e ragazze in biciclette. Innamorati sorpresi nel bacio. Venezia. Mare. Di nuovo Roma. Operai. Napoli. Pisa. Un italiano dall´eleganza smagliante al telefono. Faraglioni di Capri. Bologna la rossa (ancora per poco). Vesuvio. Firenze. Altri ventenni felici. Milano. Duomo di Milano.
Madonnina sul Duomo. Monte Bianco. Computer. Trattori al lavoro sulla buona terra da strappare ai neocomunisti. Parchi. Saldatore in officina. Lanterna di Genova, con relativo porto e navi su navi. Nonni & nipoti. Famigliola felice nel soggiorno con tivù, il cuore della casa...
Su, cantiamo insieme. Su, marciamo insieme. Su, entriamo insieme nel futuro che dobbiamo costruire insieme. Con chi? Eccolo il chi. Apparve di colpo alle 17.30, nell´area più protetta, il Tg4 di Emilio Fede, voglioso di mandare in onda per primo la cassetta, e di dare un buco alle altre reti Fininvest, e alla Rai naturalmente. Una cassetta dalla durata perfetta, otto minuti, 480 secondi. Studiata e ristudiata, girata e rigirata un´infinità di volte. Con un messaggio siderale, quasi divino, solitario, senza contraddittori, senza domande. Che iniziò così: «L´Italia è il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo perché...». E che terminava con queste ventun parole: «Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano!» .
Tuttavia, la perfezione aveva un difetto. E riguardava il profeta parlante della montagna. Sì, Lui, proprio Lui. La memoria mi spinge alla schiettezza: mi sembrò orribile il Cavaliere nel suo primo giorno da capopartito. Meglio, molto meglio, più umano, più vivo il Berlusconi delle ultime apparizioni televisive. Quello con il maglione e le coppe del Milan sullo sfondo. Quello balzante dall´elicottero, già descritto. Persino quello che, davanti alla stampa estera raccolta a Roma, inveiva al limite dell´infarto contro il comunismo che aveva fatto milioni di morti.
Il Cavaliere Incassettato, invece, anche lui sembrava un morto. Un defunto riportato in vita in qualche laboratorio segreto di Arcore. Dopo l´assassinio compiuto dal suo gemello, Fedele Confalonieri, contrario alla discesa in campo di quell´incontentabile Silvio. Un Berlusconi smagrito, la faccia scavata.
Dove s´intravedevano, sotto l´abbronzatura di giornata, la cosmesi e la calza di nailon sulla telecamera, le rughe profonde della tensione. Lo sguardo dalla fissità quasi robotica. Le mani artiglianti, la sinistra a serrare la destra in una morsa ferrea, quasi a impedirle scatti incontrollabili.
Anche i paramenti mi parvero di una banalità lugubre: doppiopetto blu scuro, camicia azzurra, cravatta antracite. Il tutto emergente da una scrivania enorme, quella dello studio in villa, dominata da un grande tagliacarte di ebano e argento, quasi un pugnale per gli avversari, pensai da carogna. Il Cavaliere non vi sembrava seduto, bensì appostato. E rigido, come se avesse ingoiato una scopa. Con piccoli movimenti concessi alle spalle, scrisse Vittorio Testa su "Repubblica", per sottolineare le parole più amate (libertà, profitto, mercato) e quelle più odiate (comunisti, illiberalità, odio di classe).
Che errore, aver visto così il Discendente in Campo! Ma del mio abbaglio dirò fra un istante. Prima bisogna rammentare che il Cavaliere Incassettato trionfò in tutti i tigì della giornata, per intero o a durata ridotta. Il più generoso fu Fede. Lui, anche allora, non dirigeva un telegiornale: celebrava ogni dì una funzione religiosa.

Che profumo di soldi e di vittoria nei lindi uffici forzisti. Centralini intasati dalla folla di aspiranti salvatori d´Italia. Batteria di computer per schedare la marea di supporter. Toh, ecco Angelo Codignoni, l´organizzatore del partito berlusconiano. Naso pendulo, occhioni golosamente umidi, tricolore all´occhiello. Giurò: «Ci paghiamo tutto noi. Aderire costa una miseria!». Poi comparve un tipo con la testa rapata alla naziskin. Era Gianni Pilo, il sondaggista della Diakron, allora in auge. A sentir lui, le elezioni erano già vinte: «Siamo al 16 per cento in tutta Italia. E con un consenso potenziale ancora più ampio».
E adesso vengo al mio errore fantozziano. Il tutto mi sembrò un costoso fuoco di paglia. Scrissi sull´"Espresso" che con la discesa in campo e la relativa cassetta, Berlusconi ci aveva fatto un grande favore: ci aveva regalato un avversario da battere. Sino al giorno prima, l´avevamo guatato da lontano, ben protetto dalle mura della fortezza Fininvest. Ma adesso era sceso fra noi. Fra i tartari che non volevano morire berlusconizzati. E poteva capitargli di essere sbranato. Pacificamente, s´intende. Da milioni di voti contrari. Conclusi: «Dunque, si prepari a perdere, o impopolare miliardario di Arcore. Ha presente il suo amichetto Bettino Craxi? Temo che a lei andrà peggio. Molto peggio» .
Stavo sbagliando di grosso. E come me, sbagliarono un po´ di vip della sinistra. Per citarne uno, Achille Occhetto, che stava già allestendo la sua gioiosa macchina da guerra, bollò il messaggio berlusconiano come «risibile, drammatico, inaccettabile». E aggiunse: «Ne salverei solo le parti comiche» .
Sfigato più di me fu il verde Mauro Paissan, che lanciò tre frecce spuntate: «Un pallone gonfiato, un vuoto pneumatico, una ridicola messa in scena». Ben più cauto Massimo D´Alema, allora presidente dei deputati Ds: «Sento l´alito della Prima Repubblica. Quel discorso è un incitamento all´odio». E gli imprenditori? Quasi tutti super-cauti. A parte un big oggi di tetra attualità, Calisto Tanzi; «Ritengo molto positivo che un imprenditore del calibro di Berlusconi scenda in campo direttamente. E gli faccio i migliori auguri!» .
Trascorsero undici giorni e arrivò la domenica 6 febbraio, festa dell´Apparizione. Quella del Cavaliere, in carne, ossa e coccardone tricolore, al Palafiera di Roma. Mattinata di pioggia battente. Freddo umido e fanghiglia per terra. Bolgia di cinquemila adepti forzisti alla loro prima convention.

Il Cavaliere apparve alle 12.35. Un balzo sul palco. Il microfono elettronico stretto fra entrambe le mani. Un maxi-sorriso a sessantaquattro denti. L´avvio del primo discorso a una folla. Era abbacinante, il leader forzista. Percorreva l´altare azzurro con falcate da ginnasta ben allenato.
Sembrava un altro, rispetto al robot della cassetta. Scoccava tutt´intorno occhiate ammalianti da star televisiva. Sostava qualche secondo, ora qua ora là, per salutare un tifoso. O per stringere, magnanimo, qualcuna delle cento e cento mani che si protendevano, entusiaste e imploranti, verso la Sua Persona.
Fu ascoltando l´esordio che cominciai a pensare di aver sbagliato i miei pronostici. Berlusconi scelse un incipit che non sarebbe mai venuto in mente a nessuno dei leader politici vogliosi di sbarrargli il passo: «Mentre arrivavo qui, ho pensato di essere un matto che stava andando a incontrare altri matti... Quanti siete! La follia ci ha contagiato, sì! Diceva il grande Erasmo da Rotterdam che la vera saggezza non scaturisce dal cervello e dal ragionamento, ma da una lungimirante, straordinaria follia...» .
E quella fu davvero una domenica folle. Un´ora di discorso, prima deambulando sull´altare e poi dal podio. Tutto a braccio. Senza leggere un appunto. Con un solo obiettivo: presentarsi come il Demiurgo della Seconda Repubblica, l´uomo del nuovo miracolo italiano. Alla fine, una tempesta di applausi liberatori, quasi feroci. L´inno del partito a tutto volume.

Dietro lo schermo, invisibili ma presenti, le ombre dei nuovi alleati: Gianfranco Fini e Umberto Bossi. Fu allora che pensai, e poi lo scrissi: «Questa Santissima Trinità ha già vinto le elezioni? Ma no, che non ha vinto un tubo! A una condizione: che i protagonisti smettano di fare i cacadubbi. E non puntino la pistola (elettorale) contro la propria nuca. In un delirio suicida, che accidenti!, non gli perdoneremo». Sembra la fotografia di oggi.


Bossi a scuola non in tribunale
Francesco Merlo su
la Repubblica

Non c´è giudice che possa mettere in prigione una metafora, e «Roma Ladrona» vale quanto «piove governo ladro», è uno slogan politico sulla dissipazione, ed è pure una vecchia pulsione vandeana e semplificatoria, la stessa che spingeva il qualunquista Giannini a proporre un ragioniere a capo del governo, ma anche quella demagogica che a sinistra divenne «capitale corrotta / nazione infetta», sino al sicilianismo antimafia del cardinale Pappalardo ai funerali del generale Dalla Chiesa: «Dum Romae consulitur... Saguntum expugnatur», mentre Roma discute... Sagunto viene espugnata.
È insomma un grave errore, di quelli che vagolano nel cielo delle buone intenzioni, la decisione di Veltroni di querelare Bossi a nome della città di Roma, che non è ladrona così come l´Europa non è «Forcolandia» e come i neri, gli arabi e i "terroni" non sono «Bingo Bongo». Ma non è certo con un mandato di cattura che si può arrestare la sguaiataggine, non si processano gli slogan della politica, neppure quelli di Bossi: i «musi di porco», le «pallottole», le «teste scarnificate» e «il Tricolore nel cesso»; o le più recenti indecenze contro gli immigrati «da prendere a cannonate» e contro i tedeschi che «vengono in Italia a fare gare di rutti nelle birrerie»; o infine le insolenze di oggi contro Prodi «che presto prenderemo a calci».

La verità è che l´errore di Veltroni troppo si presta alla burla e alla satira, troppo somiglia all´ingenuità per non rimandare a qualcosa d´altro, a un nodo che ormai ci prende tutti alla gola, a un malessere che non è solo della sinistra, perché è il disagio dell´Italia attenta, irritata e confusa non dinanzi a un ministro degenerato in cafone, bensì ad un cafone promosso ministro. In questo senso l´ingenuità di Veltroni, altrimenti imperdonabile, alla fine suona come una preghiera del mattino, un appello accorato, un sos da naufrago, e non certo per consentire a Bossi, sul quotidiano La Padania o in tribunale, di enfatizzare ancora una volta le origini agrigentine della moglie e avallare la propria generosità razziale, ma per rimettere al centro della politica una nozione bipartisan, che è la qualità della lingua, le buone letture, le antiche scuole dove si imparavano la storia e la geografia e dove i Bossi venivano dirozzatti e spulciati o inesorabilmente bocciati.

Dunque c´è, nell´annuncio accorato di una improvvida querela, il rilancio della lotta di liberazione da Bossi e dai suoi squadroni della volgarità che, ormai ministeriale, sporca e immiserisce non Roma ma Milano, la Milano dei Moratti, della Scala, del Corriere, ma anche degli Albertini e persino dei dané dei Berlusconi. Altro che querela. Lasciarli in un angolo a sbraitare indecenze, isolare il loro veleno di sguaiataggine e di eversione, sarebbe la vera grande riforma verso la civiltà, molto più importante del maggioritario e del presidenzialismo, molto più significativa del federalismo e persino della lotta al conflitto di interessi, il quale ancora rimane nella civiltà giuridica. Veltroni è il leader che lo ha capito per primo, e lo va dicendo da qualche anno: il bossismo, pur sconfitto alle elezioni e con un consenso ridotto ai minimi termini, è la cosa più sconcia della politica italiana. E legittimare Bossi è stato il più grave delitto commesso contro la politica, la cultura, la grammatica, l´educazione.

Ecco cosa esprime l´inadeguata politica della querela: Veltroni, come noi, desidera una classe dirigente che non rida più di Bossi. Ma Veltroni, più di noi, al di là del malessere dovrebbe indicare la soluzione politica. Qualche giorno fa, in consiglio dei minstri, per sdrammatizzare il naturale contrasto tra Lega e An Berlusconi ha raccontato la seguente barzelletta: «Sapete come Bossi fa l´amore con sua moglie?». Poi, guardando Bossi in faccia: «La... Lega». E tutti si sono messi a ridere. Ebbene, la querela di Veltroni ci ricorda che non c´è più nulla da ridere. Da sempre Bossi vuole sfasciare l´Italia e da sempre il suo pensiero politico è un misto di astruserie, come il dio Po, e di incitamenti alla violenza contro lo Stato, con l´ideale di non pagare le tasse, di cacciare via i negri. Insomma non esiste un Bossi per male e un Bossi per bene, un Bossi di prima e un Bossi di dopo, e non è lecito che Berlusconi e Fini, Follini e Buttiglione fingano di sorprendersi ogni volta che Bossi mette nei guai la coalizione di governo e avvelena il clima politico, ogni volta che esprime idee eversive. Fini, per esempio, ha sempre avuto disgusto per Bossi che rompe il suo valore più forte, quello di nazione.

Forza Veltroni, dunque, anche se non in tribunale deve trascinare Bossi, bensì a scuola. Veltroni lo ha già detto: basterebbe istituire, con la più modesta delle leggi ad personam, un esame per accedere ai vertici delle Istituzioni, una prova facilissima e al tempo stesso difficilissima di cultura generale e di educazione civica. State certi che mai Bossi potrebbe superarla. Ma forse la politica recupererebbe alla civiltà anche la Lega e i suoi interessi regionali, che sono certo discutibili posti nella loro assolutezza, ma che vanno appunto discussi e non ruttati. Insomma, mandiamo Bossi alla scuola dell´obbligo, chiudiamolo in un recinto linguistico e salviamo così anche la Lega, ma con la forza della politica, senza mettere le manette ad uno slogan che alla fine è la sciocchezza più ovvia di Bossi, l´espressione più innocua di quel qualunquismo impolitico che sonnecchia dentro ciascuno di noi.


Sotto la toga niente
I pericoli della riforma della giustizia
Mario Chiavario su
La Stampa

«Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d'iscriversi ai partiti politici per i magistrati», come per i militari, i poliziotti, i diplomatici: è l'art. 98 della Costituzione a dirlo, affidando così al Parlamento, in sede di legislazione ordinaria, la valutazione sull'opportunità delle limitazioni. Su tali premesse il testo di riforma dell'ordinamento giudiziario, appena votato dal Senato, definisce illeciti disciplinari «l'iscrizione, l'adesione o la partecipazione sotto qualsiasi forma a partiti o movimenti politici», al pari di «ogni altro comportamento tale da compromettere l'indipendenza, la terzietà e l'imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell'apparenza».

La Corte costituzionale insegna che l'eguaglianza, anche nell'esercizio dei diritti e delle libertà, non vuol sempre dire trattamento uniforme. Anzi, per situazioni che presentino aspetti di rilevante diversità, è vero il contrario. Né può negarsi che per giudici e pubblici ministeri, ancor più che per altri titolari di funzioni pubbliche, anche solo il pronunciare certe parole (di appoggio o di censura per questa o quella forza politica, seppur non organizzata in partito) o il compiere certi gesti (come il partecipare attivamente a una determinata manifestazione) possono gettare ombre sul «come» i delicatissimi poteri loro affidati siano o siano stati esercitati. Donde l'esigenza che i singoli magistrati - e la categoria nel suo complesso - avvertano come fondamentale uno scrupolo di riserbo non meramente formale ma specchio di autentica imparzialità.

Lo fanno sempre? Lecito il dubitarne, anche da chi ammette che essi sono spesso provocati da atteggiamenti al limite dell'ingiuria ad opera di esponenti delle istituzioni politiche. Che fare, allora? Come dicevo, non è la strada giusta quella d'imporre divieti assoluti e minacciare reprimende intimidatorie, che scoraggerebbero, insieme alle scorrettezze, ogni voce di legittimo dissenso, per quanto non fazioso né «collaterale» ad altri interessi. Piuttosto, perché non si varano norme più rigorose delle attuali in tema di candidature elettorali di giudici e p.m. (escludendole per anni dal momento della sospensione o della cessazione dalle funzioni giudiziarie) e in tema di «ritorno» alla toga una volta esaurito il mandato parlamentare (così da esorcizzare anche sotto questo profilo il sospetto che l'attività del magistrato subisca condizionamenti da legami politici, passati, presenti o futuri)?


Il volto nuovo del premier
Edmondo Berselli su
la Repubblica

Finisce una telenovela e ne comincia un´altra. Si conclude il feuilleton del Capo che scompare avvolto in un alone di leggende, amichevoli e infauste, e comincia un´altra soap con Berlusconi rimesso a nuovo, anzi, rifatto, ridisegnato, trasfigurato. Ma perché l´epopea del "reaparecido" potesse svolgersi con un sovrano controllo non soltanto degli avvenimenti, ma anche delle emozioni popolari e delle reazioni mediatiche, occorreva una prova generale, un primo bagno di folla virtuale fra le telecamere e i cronisti. Prima di consegnarsi al calore della convention di domani per il decennale di Forza Italia, ci voleva un esordio leggero, una cantatina non impegnativa, quasi un´uscita a sorpresa.
C´è stata, la prova generale, in via dei Coronari. Teleguidata, programmata con la consueta cura, presumibilmente pensata mille volte senza lasciare nulla a un´improvvisazione che non fosse finta. Occorreva consegnare la faccia nuova alle televisioni, misurare lo choc nel pubblico, sottoporre alle telecamere la fronte spianata, gli zigomi lustri, le gote smagrite, la gola asciugata. Non si poteva sbagliare nulla, perché il lifting di Berlusconi è stato la più colossale trasgressione allo stile politico della consuetudine occidentale, un azzardo che non ammetteva errori.
Si è trattato di un´operazione (in tutti i sensi, chirurgica, comunicativa, manipolatoria) gestita in modo insieme raffinatissimo e sfrontato. Veniva naturale chiedersi perché la notizia della plastica facciale è stata lasciata filtrare proprio dagli ambienti di Berlusconi, dai "suoi" giornali, fra smentite ammiccanti e civetterie neanche dissimulate. Ma la risposta sfiora l´ovvio: la faccia rifatta implicava una preparazione dell´opinione pubblica, un accumularsi di particolari su diete asiatiche, entità dell´intervento, esegesi dei possibili inconvenienti chirurgici. Era un vero-non-vero che slittava giorno dopo giorno nella verità indiscutibile. Una storia italiana che finiva nell´iper-realtà, il Berlusconi reale proiettato e reincarnato in un ultracorpo.

Silvio cambia se stesso perché non riesce a cambiare l´Italia, affinché non scatti la sensazione che il tempo passa senza risultati. Nell´impossibilità di realizzare il paese dei balocchi, o nell´incapacità di dare vita al paese delle riforme, stampa su di sé l´immagine della ricchezza promessa e della bellezza disponibile per tutti: e non importa se quell´immagine è quella del paese dei ritocchi.


«Ho soltanto fatto un tagliando ma non ho smesso di lavorare»
Il Cavaliere ai cronisti: ho già presieduto un Consiglio dei ministri, eravate voi ancora in vacanza
Maria Latella sul
Corriere della Sera

ROMA - La tecnica dello spiazzamento. Ancora una volta. Tutti lo aspettavano nella solenne liturgia della messa laica di ringraziamento, sabato, all'Eur, e invece, con una di quelle mosse a sorpresa che ha sparso qua e là in dieci anni di politica, Silvio Berlusconi anticipa. Che cosa? Inutile girarci attorno: il giudizio sul suo lifting. Alle 19.40, in quella via dei Coronari che è il tradizionale sfondo per le passeggiate private e le dichiarazioni in apparenza fuori dal protocollo, il nuovo Silvio Berlusconi si materializza ad uso delle telecamere dei telegiornali e dei registratori dei cronisti d'agenzia. «Si è aggiunto un ospite alla cena col mio amico Aznàr, questa sera, e son venuto a cercare un regalo». Un gioiello, si capisce: per Anita Aznár.

Il cappotto blu col colletto di velluto è lo stesso, come da tradizione ci sono la camicia celestina e la cravatta a piccoli pois. Di diverso c'è la faccia e tutti, mentre gli chiedono di Fini, della verifica, del caso Parmalat è a quella che guardano. Quante rughe sono sparite, lo stato attuale del mento, di quanto si è assottigliato il viso che fino a un mese fa appariva piuttosto arrotondato. I cronisti non sono esperti di lifting e, nella calca convulsa del momento, si possono perdere dettagli, ma l'impressione è che Silvio Berlusconi sia andato a cercarsi il Van Basten della chirurgia estetica. Perchè, a guardarlo a pochi centimetri di distanza, l'effetto ringiovanimento è lì, sotto gli occhi di tutti. Per i dieci anni di Forza Italia, il Cavaliere si è regalato il volto che, dieci anni fa, campeggiava su tutti i manifesti. I cronisti lo scrutano, lui dice: «Ho fatto un tagliando». Eccola, la frase lungamente meditata per smitizzare gli ultimi quindici giorni di internazionale concentrazione sul suo lifting. «Ho fatto un tagliando». Da quanto avevano deciso che l'avrebbe liquidata così, tutta la storia? Paolo Bonaiuti non lo dice, ma sembra di capire che tutto fosse stato preparato, già qualche giorno fa.

Per ora, Silvio Berlusconi si offre al pubblico esame del ristretto numero di cronisti un po' con l'aria di chi non poteva farne a meno e un po' con la soddisfazione di chi controlla l'effetto che fa. «Mi sono preso del tempo per me» dice, utilizzando, chissà quanto casualmente, quella che è la dichiarazione di guerra di tutta una generazione di baby boomers. Quante madri di famiglia quarantenni si riconosceranno in quella frase? C'è, nella metafora della dieta, il senso del bagno di purificazione nel quale Silvio Berlusconi, dieci anni dopo la discesa in campo, ha deciso di ritrovare se stesso. Il volto del '94, i simboli che l'hanno accompagnato per un decennio e, sabato, il rito che, nelle intenzioni, dovrebbe sacralizzare l'icona. Qualche prova era già stata fatta, in questo senso. Alla vigilia delle amministrative, Forza Italia riunì gli adepti in tante piazze italiane e a loro, collegato in diretta, Berlusconi parlò come da una sorta di altare elettronico, in una sottospecie di Angelus laico, a mezzogiorno di una domenica d'inizio primavera

Questo è lo scenario che verrà riproposto sabato. Adesso, qui, in via dei Coronari, il premier che in trenta giorni ha perso dieci anni e forse, almeno al momento, anche un poco della sua disinvoltura, subisce l'esame dei cronisti, quello impietoso delle telecamere. Non si sente in vena di battute e anzi sente il bisogno di bilanciare la frivolezza di un intervento estetico, autconcesso in un momento assai delicato per l'Italia. Per molto meno, per un paio di scarpe da un milione di vecchie lire, D'Alema continua ad avere un sacco di fastidi.



Come ridere di un Hobbit
in libreria la parodia di Tolkien. In contemporanea con l'uscita nelle sale del "Ritorno del re"
esce "Lo sghorbit”. Tra le novità … un diario dal lager …
Dario Olivero su
la Repubblica

Si può ridere dei mostri sacri. Si può ridere di Tolkien. Due anni fa uscì in Italia Il signore dei tranelli, parodia della trilogia del maestro scritta a ridosso della prima edizione del Signore degli anelli alla fine degli anni Sessanta. La scrisse un gruppo di studenti di Harvard, appassionati tolkeniani, che si firmarono The Harvard lampoon. Il libro fu un successo. Gli ideatori, gente poliedrica e geniale, fondarono una società che produsse tra gli altri, anche il film Animal House di John Belushi. Nel libro non c'erano Frodo e Gandalf, c'erano Brodo e Goodgulf. C'erano draghi su pattini a rotelle e bellissime e conturbanti elfe. Una parodia, appunto, di cui lo stesso Tolkien non si ebbe a male. Semplicemente la ignorò dicendo di non capire questo tipo di ironia. Questa settimana, perfettamente sincronizzata con l'uscita nelle sale del terzo capitolo della saga cinematografica tratta dal Signore degli anelli, Fanucci manda in libreria Lo sghorbit (12,50) di A. R. R. R. Roberts, meglio noto come Adam Roberts, scrittore di fantascienza. Stavolta viene messo in mezzo Bilbo Baggins, protagonista del romanzo Lo hobbit, che racconta vicende precedenti la saga dell'anello. Non si chiama Bilbo, ma Dildo, fuma la pipa ma ci mette dentro non proprio tabacco e così via. Gli appassionati di Tolkien lo leggeranno per cultura professionale. Il resto dei lettori probabilmente non lo compreranno.

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L'inferno si manifesta con presagi, segni che ancora non affiorano alla coscienza. Che lasciano intuire che qualcosa di terribile sta arrivando. Una famiglia di ebrei di origine napoletana emigrati a Genova, commercianti che vivono come tanti le alterne fortune di questo mestiere. Che d'un tratto vedono arrivare a casa loro di passaggio decine, centinaia di ebrei in fuga dalla Germania. Poi così come sono incominciate, quelle visite cessano. La parte cosciente dice che la situazione è tornata normale. Qualcosa di profondo suggerisce invece che in Germania sta succedendo quello che il mondo scoprirà molto più tardi. I presagi prendono corpo e diventano certezze in un anno preciso: 1938, leggi razziali. Subito dopo la gente smette di essere gentile, il grande mercato nero della delazione si mette in moto, le due dittature si alleano, una decisa a portare a termine il grande sterminio l'altra complice e zerbino, la burocrazia diventa contabilità della morte. Una famiglia sterminata nei campi di concentramento, un'unica sopravvissuta, Piera Sonnino. Un manoscritto che racconta tutto quello che è stato. Quel diario è diventato un libro. Si intitola Questo è stato. Una famiglia italiana nei lager a cura di Giacomo Papi, prefazione di Enrico Deaglio (Il Saggiatore, 10).



Traffico di cadaveri per il "dottor morte"
L´artista von Hagens ha costruito la sua fama creando sculture con corpi di cinesi giustiziati. 13 milioni di visitatori
Andrea Tarquini su
la Repubblica

maternità
  
Berlino - È grazie all´acquisto a buon mercato dei cadaveri dei condannati a morte cinesi che Guenther von Hagens, il discusso "Dottor Morte" tedesco, ha potuto mettere insieme le sue macabre ma visitatissime esposizioni di salme plastificate. Koerperwelten - il mondo del corpo umano - si chiamano le mostre che hanno riscosso trionfale e morboso successo nella civile Vecchia Europa da Amburgo a Londra, da Basilea a Bruxelles, e che ora sono esposte a Francoforte. La denuncia è nel servizio-scoop del settimanale tedesco Der Spiegel, che agli «orrendi affari del Dottor Morte» ha dedicato la storia di copertina.
Le foto che accompagnano il servizio sono agghiaccianti. Alcune sono immagini già viste delle mostre di Guenther von Hagens: cadaveri sezionati ripresi a fianco di splendide fotomodelle nude (e vive), un uomo scuoiato col cranio aperto seduto davanti a una scacchiera, teschi sorridenti con gli occhi nelle orbite. Altre immagini sono inedite: giovani operai cinesi lavorano come alla catena di montaggio davanti a strisce di pelle umana, sezionano cadaveri, scuoiano il cranio di una salma ancora intera.
Tutto è meticolosamente registrato, rivela Der Spiegel. Anche l´inventario totale dei capi da esporre e delle "scorte": 647 cadaveri interi e lavorati di adulti, 3909 membra tra peni, mani, gambe, uteri eccetera, 182 embrioni, feti e neonati. «Von Hagens lavora secondo le migliori regole del capitalismo», narrano i reporters del settimanale. «Acquista merci al costo più basso possibile, ne cura il marketing realizzando i massimi utili». È un bel giro d´affari: quasi 13 milioni di persone in tutta Europa hanno già visitato la mostra, pagando biglietti dal prezzo medio di 13 euro e cinquanta. Per i ricchi che vogliono comprarle, una salma plastificata costa anche 75mila euro.
La fabbrica della morte di von Hagens è a Dalian, Repubblica popolare cinese. È in una zona speciale per lo sviluppo dell´alta tecnologia piena di lager dove finiscono dissidenti, attivisti del Falun Gong, militanti per i diritti umani, misti a criminali comuni. Secondo Amnesty International, l´anno scorso le esecuzioni in Cina sono state almeno 2468. Con un colpo alla nuca perché costa meno, come facevano anche i nazisti. Lager, ospedali, commissariati forniscono la "materia prima" alla fabbrica di cadaveri plasticati di Dalian dove un enorme poster in stile maoista esalta von Hagens, «il caro Fuehrer». Si lavora in bunker sotterranei.



  23 gennaio 2004