
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 22 gennaio 2004
Bush sfida i democratici: «Devo finire il lavoro»
Il presidente scende in campo per la rielezione e rivendica i successi della lotta al terrorismo. «L'America non farà passi indietro»
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON - Sulle ali del suo ottimistico messaggio sullo «stato dell'Unione», un'Unione «fiduciosa e forte» ribadisce, il candidato George Bush vola nell'Ohio, uno dei grandi Stati dal voto fluttuante, lanciandosi a capofitto nella campagna elettorale. Il suo discorso al Congresso non è stato quello conciliante, programmatico, d'inizio d'anno, in cui l'inquilino della Casa Bianca dimostra alla nazione di essere il presidente di tutti gli americani. E' stato un manifesto unilateralista, come nota il New York Times , una sfida ai democratici che aggrava la spaccatura dell'America in due e ostacola il dialogo con gli alleati, e che secondo il sondaggio Gallup , Cnn e Usa Today suscita soltanto l'entusiasmo del 45 per cento del pubblico, un terzo in meno degli scorsi anni. Ma nell'Ohio, Bush non dà segno di considerarlo un errore. Il suo slogan è «mantenere la rotta», impedire ai democratici di far fare «passi indietro» all'America. E' chiaro che il presidente vede nella guerra al terrorismo la sua carta vincente.
L'America ha ancora negli occhi la scena di martedì sera al Congresso. Bush che entra firmando autografi, che bacia la nipotina nera del tribuno Jesse Jackson, tutta trecce, che saluta da lontano con la mano il leader iracheno Adnan Pachachi, assiso tra il pubblico con la first Laura e Lynn Cheney, la moglie del vicepresidente. Appena il presidente apre bocca: «Il Paese è degno del compito affidatogli dalla storia! Non lasceremo il nostro lavoro a metà» - è un'ovazione che si ripeterà decine di volte. Ma un'ovazione a senso unico. Nei '54 minuti del discorso, le telecamere inquadrano i democratici che non si alzano né applaudono, il loro leader storico Ted Kennedy che scuote il capo, la senatrice ed ex first lady Hillary Clinton che stringe i denti. Non si sono mai viste reazioni del genere a un messaggio sullo stato dell'Unione.
Nella prima mezz'ora, il discorso è un pugnace rapporto del presidente sulla guerra in Iraq. Non contiene la minima concessione agli alleati più critici e all'Onu, riafferma la validità dell'unilateralismo americano e della dottrina della guerra preventiva. Aggiunge che la guerra al terrorismo continua, che chiederà il rinnovo del «Patriot act» le leggi speciali, e mette in evidenza i suoi successi, la cattura di Saddam Hussein, l'appoggio di una trentina di Paesi tra cui l'Italia. E avverte l'Onu e gli alleati che «l'America non chiederà mai permessi scritti per la propria sicurezza». Rivendica il merito di avere costretto la Libia al disarmo, ma non menziona l'asse del male, Bin Laden, Israele.
Bush il fondamentalista
La guerra preventiva all'Iraq è «giusta» e «paga»; nuove spese belliche; silenzio su: smoking gun, bin Laden, ex ministro O'Neill e soldati Usa morti
Franco Santarelli su il Manifesto
NEW YORK - Un George Bush fondamentalista e quasi surreale quello uscito martedì sera dal discorso sullo Stato dell'Unione pronunciato di fronte all'intero Congresso, al corpo diplomatico, agli «invitati speciali» fra cui il presidente di turno del Consiglio di Governo iracheno e a una audience televisiva calcolata in 60 milioni di persone. Di tutte le cose che ogni giorno popolano le pagine dei giornali che Bush afferma fieramente di non leggere e che i cittadini si trovano invece ad affrontare, non c'era praticamente nulla. Osama bin Laden? Non esiste, non lo ha neanche nominato. Le rivelazioni del suo ex ministro Paul O'Neall sull'Iraq come «primo obiettivo» di Bush già all'indomani dell'insediamento alla Casa Bianca? Non meritano una risposta, solo un accenno indiretto quando Bush dice che «gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l'Australia, la Polonia e altri Paesi hanno risposto alle richieste dell'Onu e hanno posto fine al governo di Saddam Hussein». Perfino sulle discussioni in corso proprio in questi giorni all'Onu per vedere come rendere un po' più «legittimo» ciò che è stato fatto in Iraq, Bush ha tagliato corto dicendo: «Qualcuno dice che la nostra azione dovrebbe essere internazionalizzata. E' un concetto difficile da capire per i nostri tanti alleati che si sono uniti a noi», il che in pratica richiama la famosa distinzione fra nuova e vecchia Europa di Donald Rumsfeld. Poi, quella che il New York Times ha chiamato «una revisione di ciò che lui ha fatto per darsi un alto voto», è continuata allegramente. La situazione finanziaria creata dal regalo fiscale fatto ai ricchi che casualmente sono stati e sono anche i suoi maggiori «donatori»? E' stata un'ottima cosa, tanto che l'esortazione al Congresso è stata di rendere quel regalo permanente. E poi, l'Iraq sta diventando di giorno in giorno più libero e democratico; l'Afghanistan è ormai un Paese «libero, fiero e impegnato a combattere il terrorismo»; l'ambiente è un problema tanto trascurabile da richiedere meno spazio di quello dedicato all'uso di steroidi da parte degli atleti (sul quale comunque Bush non ha proposto nulla, lo ha solo deplorato), o di quello dedicato alla necessità di «difendere la santità del matrimonio» minacciata da alcuni «giudici attivisti» che stanno tentando di «ridefinire il matrimonio con le loro sentenze».
Una battaglia che potrebbe costituire un grosso collante per le sue truppe cammellate costituite dai fondamentalisti religiosi, un po' scossi dalle proposte di Bush di legalizzare con permessi di lavoro temporanei gli immigrati illegali (in modo che non debbano più lavorare in condizioni di semi-schiavitù sotto la minaccia dell'espulsione), che agli occhi dei fondamentalisti è apparsa una roba da bolscevichi o giù di lì.
le truppe cammellate di cui sopra avranno avuto modo di sciogliersi in lacrime per qualcosa di meno fastidioso della solidarietà con le famiglie degli oltre 500 soldati morti in Iraq che Bush si è ben guardato da menzionare e per le quali, si è scoperto proprio ieri, è previsto un «compenso» di 12.000 dollari e niente più.
Sono state cose come queste a far dire all'indignato editorialista del New York Times che «di solito, quando il presidente pronuncia il discorso sullo Stato dell'Unione ci piace ascoltare rispettosamente e rispondere educatamente», ma «questa volta è impossibile», e giù con una lunga filippica sui «disastri» da lui causati. Più o meno sulla stessa linea i democratici, nel senso dei loro leader alla Camera (Nancy Pelosi) e al Senato (Tom Daschle), le cui risposte sono state trasmesse dalle tv subito dopo il discorso di Bush, e nel senso dei candidati alla nomination per la corsa alla Casa Bianca di novembre. Howard Dean : «Lo stato dell'Unione - ha detto Howard Dean - potrà pure sembrare roseo dal balcone della Casa Bianca o dalle dimore dei donatori di Bush, ma per chi lavora è un altro discorso». John Kerry: «Mi pare che ci siano due mondi ben distinti: uno è quello di cui il presidente parla, l'altro è quello in cui i cittadini americani vivono». Wesley Clark: «Ormai c'è un nuovo asse del male: quello costituito dalla politica fiscale di Bush che minaccia il futuro, la sua politica estera che minaccia la nostra sicurezza e la sua politica interna che lascia le famiglie all'ultimo posto».
Iraq, cluster sulle città: Blair all'Aja
Otto prestigiosi legali e scienziati europei accusano il governo inglese per l'uso delle bombe a grappolo e lo denunciano al Tribunale penale internazionale
O. C. su il Manifesto
LONDRA - Ci sono sufficienti motivi e prove affinché il nuovo Tribunale penale internazionale chiami a rispondere membri del governo britannico di crimini contro l'umanità e/o di crimini di guerra commessi durante il conflitto e l'occupazione dell'Iraq nel 2003? La risposta è sì. Secondo otto prestigiosi legali ed accademici il Tribunale penale internazionale ha tutti gli elementi per aprire un'inchiesta contro il governo inglese. La commissione (composta da britannici, irlandesi, francesi e canadesi) cita l'uso di cluster bombs - bombe gialle che liberano centinaia di piccole, micidiali bomblets, alcune esplodono aprendosi con un paracadute altre minano per sempre il territorio - in aree popolate da civili in Iraq da parte dell'esercito inglese, ma accusa anche la Gran Bretagna di essere stata complice di molte azioni compiute dagli Stati uniti tra cui l'assassinio di giornalisti. Quello redatto dalla commissione è un rapporto durissimo, ed è stato inviato martedì oltre che al Tribunale Internazionale dell'Aja, anche all'attorney general Lord Goldsmith. Tra i redattori del rapporto c'è anche Bill Bowring, professore di diritti umani e legge internazionale alla London Metropolitan University. Secondo Bowring, la Raf ha sganciato le famigerate bombe cluster a Baghdad e che l'esercito inglese ha sparato le cluster anche attorno a Basra. Bowring spiega che questo tipo di bombe non sono armi accurate in grado di colpire senza margine di errore il bersaglio: al contrario molte sono esplose in aree abitate da civili. Inoltre il professore sottolinea con preoccupazione gli attacchi americani risultati nella morte di giornalisti, in particolare quello contro gli uffici della televisione Al Jazeera a Baghdad e quello contro l'hotel Palestine, sempre nella capitale irachena. La commissione ha anche indagato sull'uso di uranio impoverito, sui danni alle infrastrutture civili (in particolare le forniture elettriche), sulla condotta delle forze di occupazione inglesi e statunitensi, sulla conservazione dell'eredità culturale irachena, ma i risultati sono stati non conclusivi.
Sharia, resistono le donne di Baghdad
Le donne protestano contro l'abolizione del Codice della famiglia, uno dei più avanzati del mondo islamico, che introduce di fatto la legge islamica. Si apre così lo scontro tra i fautori dello stato teocratico e quelli della divisione tra religione e potere
Giuliana Sgrena su il Manifesto
«Ho lottato per tutta la vita per l'uguaglianza dei sessi, ho molto sperato nella caduta di Saddam Hussein, ma devo constatare che tutte le promesse sono state tradite», afferma Zakya Khalifa, fondatrice dell'Organizzazione per l'emancipazione delle donne irachene, riferendosi alla decisione del Consiglio governativo che, alla fine di dicembre, sotto la presidenza del leader sciita dello Sciri (Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq) Abdelaziz al Hakim, ha deciso l'abrogazione del Codice della famiglia in vigore dal 1959 e considerato uno dei più progressisti del mondo arabo e islamico (rendeva la poligamia difficile, dava alla donna il diritto alla custodia dei figli in caso di divorzio, vietava il ripudio e il matrimonio prima dei 16 anni). Un consiglio governativo che non ha nessuna legittimità, perché nominato dagli americani, guarda a caso comincia a demolire quel che resta di uno stato che alle sue origini era laico proprio a partire dal Codice di famiglia, andando ad intaccare soprattutto i diritti delle donne. Perché con l'abrogazione del codice le questioni relative alla famiglia e allo statuto personale vengono rinviate alle istituzioni religiose, ovvero entra in vigore la legge islamica, la sharia. I matrimoni saranno celebrati in base alla religione e c'è da immaginare anche una ulteriore separazione tra le confessioni.
Non sorprende il fatto che a prendere la decisione sia stato proprio uno dei leader sciiti che vuole instaurare uno stato islamico in Iraq. Caso mai dovrebbe sorprendere che mentre in piazza chiede le elezioni del prossimo governo in nome della democrazia, all'interno del palazzo con un colpo di mano elimina uno dei pilastri della democrazia basato sulla parità dei sessi e il riconoscimento dei diritti delle donne. Pare che ancora una volta saranno proprio i diritti delle donne la merce di scambio per altri compromessi.
Il venire meno del Codice è un duro colpo per le donne, anche se Saddam dopo la prima guerra del Golfo, nel 1991, aveva lanciato una campagna di islamizzazione che andava ad intaccare anche i diritti delle donne. «E' vero che Saddam aveva iniziato progressivamente a rivedere queste misure, ma se il codice è stato abrogato ora saranno i religiosi a gestire tutte le questioni legate al diritto di famiglia. Nonostante tutte le sue malvagità il regime di Saddam garantiva un codice della famiglia del quale le donne erano soddisfatte», sostiene Zakya Khalifa.
Quando in settembre avevamo incontrato Zakya Khalifa, ex attrice teatrale finita nelle carceri prima ai tempi della monarchia e poi con Saddam - dieci anni - con l'accusa di essere comunista perché militava nella Lega delle donne irachene, aveva appena fondato la sua nuova Organizzazione per l'emancipazione delle donne irachene. Era soddisfatta della caduta di Saddam, la fine di un incubo, ed era ottimista. E non temeva gli effetti dell'islamizzazione crescente: «noi chiediamo la separazione tra religione e politica, vogliamo uno stato laico, non religioso ma dipenderà dalla costituzione, che tutti ora dicono di voler rispettare ... anche gli islamisti». Ma ora ha dovuto ricredersi. La costituzione non c'è ancora, ma la sharia è già in vigore. L'incubo non è ancora finito. Anzi.
Senza tregua
Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera
ROMA - Dopo l'abolizione del Lodo Schifani da parte della Corte costituzionale salutata dai magistrati come una vittoria, puntuale è arrivata la mossa successiva: il Senato ha approvato ieri la riforma dell'ordinamento giudiziario disegnata dal governo, contestatissima dalle toghe. Quasi tutte, e di qualunque colore le si voglia immaginare; non solo «rosse», insomma. La coincidenza può forse essere casuale, ma la rapida successione dei due eventi è un fatto.
Contro quella riforma i giudici italiani hanno già scioperato quando fu annunciata, nel giugno 2002, e adesso sono sulla soglia di un'altra protesta. Perché - accusano - non aiuta in nessun modo l'«efficienza del sistema giustizia», a cominciare dalla lentezza dei processi da tutti lamentata. Semmai interviene sull'altra «priorità» recentemente ribadita dal Guardasigilli, e cioè il «riequilibrio» tra potere politico e potere giudiziario, sul presupposto che quest'ultimo abbia sconfinato. Presupposto negato dai protagonisti che al contrario denunciano la volontà della politica di imbrigliare la giustizia.
Nel testo approvato si possono trovare anche modifiche che non dispiacciono ai magistrati: per esempio la temporaneità degli incarichi direttivi, le indennità per chi lavora in Cassazione o l'introduzione della figura dell'assistente del giudice.
Ma sono piccoli pezzi di una grande riforma che governo e maggioranza enfatizzano come «epocale» mentre i giudici, prima ancora dell'opposizione, considerano pericolosa al pari di una controriforma.
L'annosa questione della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri - o delle funzioni con tali e tanti sbarramenti, come quelli previsti dalla riforma, da non cambiare la sostanza della cesura tra i due corpi - è solo la più antica e pubblicizzata. Altri cambiamenti fanno gridare alla rivalsa della politica sulla giustizia, come lo straordinario aumento dei poteri del procuratore della Repubblica che passa (tra l'altro) dall'abolizione dei procuratori aggiunti nominati dal Consiglio superiore della magistratura. Sarà il capo dell'ufficio a scegliere, eventualmente, i suoi vice attraverso le deleghe attribuite a uno o più sostituti, realizzando quella che viene denunciata come «gerarchizzazione» delle Procure. Dalle quali - è il sospetto - non ci si devono più aspettare le sorprese giunte nell'ultimo, contestato decennio di inchieste giudiziarie.
L'introduzione di continui concorsi per progredire in carriera dà il senso del giudice dotto più gradito rispetto a quello un po' troppo intraprendente che magari interpreta la legge in maniera eccessivamente «creativa». Quest'ultima questione è stata introdotta da un emendamento già oggetto di polemiche, e contro il quale sono arrivate anche le parole del più alto rappresentante della pubblica accusa, il procuratore generale della Cassazione, all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Certe riforme rischiano di trasformarsi «in una limitazione dell'autonomo esercizio della funzione giurisdizionale garantito dalla Costituzione» ha avvertito l'alto magistrato, ma ieri l'emendamento è passato. Al pari di quello che insieme all'iscrizione delle toghe ai partiti sancisce il divieto di «adesione e partecipazione in qualsiasi forma a partiti o movimenti politici»; chissà come potrà interpretarsi quel «qualsiasi forma», o il concetto di «movimenti».
Alla soddisfazione del Guardasigilli e della maggioranza governativa per il «sì» ottenuto ieri al Senato s'è sovrapposto il «vivo allarme» dell'Anm, l'Associazione magistrati guidata dal presidente Edmondo Bruti Liberati che con gli altri componenti della giunta esecutiva ha lamentato come nessun dialogo o confronto sia stato possibile con chi «non ha preso in considerazione alcuna» le critiche avanzate dalle toghe, cioè ministro e maggioranza.
Giustizia, la riforma di Castelli mette i giudici sotto il piede del governo
Susanna Ripamonti su l'Unità
La controriforma dell'ordinamento giudiziario è passata mercoledì al Senato e presto sarà legge. Questo significa che all'indomani della pubblicazione delle nuove norme sulla Gazzetta Ufficiale, tutte le fondamentali regole che governano la giustizia verranno stravolte.
Oggi il giudice deve rispondere solo alla legge, come dice l'articolo 101 della Costituzione. Ma con la riforma dell'ordinamento giudiziario si introduce la gerarchizzazione della magistratura, nelle procure il procuratore diventa il dominus che può decidere le sorti di un'inchiesta, avrà il potere di nominare e revocare procuratori aggiunti di sua fiducia, dovrà convalidare tutti gli arresti chiesti dai suoi sottoposti, e sarà lui solo (o un suo delegato) a tenere i rapporti con la stampa. Il procuratore generale avrà un diritto generalizzato di avocazione e il ministro si riserva il diritto di indicare una rosa di candidati per collocare ai vertici della magistratura persone gradite al governo, con poteri di controllo e di censura che tendenzialmente potrebbero trasformare tutte le procure d'Italia in un indifferenziato porto delle nebbie.
Non basta: di fatto si introduce la separazione delle carriere, con concorsi differenziati per pm e giudici e con una serie di sbarramenti che trasformeranno in una corsa ad ostacoli il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa. Ogni progressione di carriera, attualmente regolata da automatismi, sarà soggetta a una serie infinita di concorsi: ottimo sistema per penalizzare i magistrati che sprecano il loro tempo in lunghe indagini invece di studiare per ottenere una promozione. Si è anche introdotto un emendamento che provocherà una specie di lobotomia dei giudici. Proibite le sentenze creative, dice la nuova legge. Che significa che il giudice deve diventare il portavoce del legislatore e astenersi dall'interpretazione della legge.
Facciamo un'esempio: il parlamento ha votato una legge illegale sulle rogatorie. Illegale perchè contraddiceva palesemente norme di collaborazione internazionale, sottoscritte dall'Italia. I giudici di tutt'Italia non hanno applicato questa legge, appellandosi al diritto internazionale e la Cassazione, tutte le volte che è stata chiamata ad esprimersi sul punto ha confermato le interpretazioni dei tribunali. La stessa cosa accade per mille ordinanze emesse nel corso di un processo e per le stesse sentenze. Bene, adesso con un emendamento komeinista, che trasforma la giurisprudenza in una serie di fatwe dettate direttamente da un'autorità suprema, solo il ministro, nella fattispecie l'ingegner Castelli, può stabilire se una legge è stata interpretata più o meno correttamente. E se ritiene che il giudice abbia sbagliato può promuovere l'azione disciplinare nei suoi confronti, deferirlo al Csm che a sua volta, sostituendosi alla Cassazione, interverrà nel merito delle sentenze per punire o assolvere il magistrato ribelle. In altri termini si è trasformata in legge la possibilità di intimidire i giudici e di minare la loro autonomia e serenità di giudizio. E ancora, come la ciliegia sulla torta, si è introdotto il divieto di iscrizione a partiti o movimenti politici da parte di giudici e pm, che diventano così cittadini privati dei diritti politici che la Costituzione garantisce a tutti.
I magistrati hanno ovviamente dissotterrato l'ascia di guerra, che a dire il vero era stata solo momentaneamente riposta. Nino Condorelli e Armando Spataro, rispettivamente presidente e segretario del Movimento per la Giustizia, annunciano «proteste senza precedenti». E aggiungono: «La incredibile rapidità con cui la maggioranza ha voluto approvare al Senato la controriforma ordinamentale dà la misura della sua indisponibilità ad ogni forma di dialogo. Alcuni emendamenti approvati hanno solo il sapore della beffa e sono del tutto irrilevanti. Da oggi, come magistrati, riacquistiamo il diritto di organizzeremo forme di protesta senza precedenti perchè i cittadini comprendano quanto grave è la situazione». Allarme anche nell'Anm: «una riforma dell'ordinamento giudiziario è necessaria, ma occorre una buona riforma e non una controriforma».
Bce: "Il patto di stabilità va rispettato integralmente"
Dalla Banca centrale europea un severo richiamo ai governi. "Necessario rafforzare credibilità per agganciare la ripresa"
su la Repubblica
FRANCOFORTE - "Il patto di stabilità ha importanza cruciale e deve essere rispettato integralmente". La Bce stampa sul suo bollettino mensile questo richiamo ai governi ed entra nel confronto aperto fra Commissione ed Ecofin. Per la Banca centrale il rispetto dei parametri di Maastricht è essenziale per rafforzare "la credibilità delle finanze pubbliche" dei Paesi europei in un anno in cui si potrebbe concretizzare la ripresa economica più volte promessa.
"Il Consiglio direttivo della Bce - è scritto nel Bollettino di gennaio - esorta vivamente i governi e il Consiglio Ecofin a farsi carico delle proprie responsabilità e a onorare gli impegni assunti lo scorso novembre". Secondo i banchieri di Francoforte, "l'anno in corso sarà fondamentale per il rafforzamento della credibilità dell'assetto istituzionale e della fiducia nelle solidità delle finanze pubbliche di tutti i paesi membri dell'area dell'euro".
Da qui la considerazione che nessuna deroga è ammessa: "Insieme alle disposizioni del Trattato, il quadro di riferimento complessivo per le politiche fiscali definito dal Patto di stabilità e crescita resta di importanza cruciale e deve essere rispettato integralmente. Queste sono le fondamenta su cui poggia la fiducia nell'Unione economica e monetaria.
Esse non sono essenziali soltanto per la stabilità ma anche per la crescita e costituiscono un presupposto per il mantenimento di premi al rischio contenuti nei mercati finanziari".
Una crescita che la Banca centrale vede vicina. "Gli indicatori recentemente disponibili - dicono a Francoforte - confermano il procedere dell'espansione economica mondiale" e, anche per l'area euro, "gli ultimi dati sulla produzione e sul clima di fiducia sono coerenti con una ripresa in corso delle attività". La crescita, osserva ancora l'Istituto centrale, dovrebbe inoltre "acquistare vigore nel corso del 2004".
Sull'inflazione le notizie sono invece rassicuranti. L'andamento dei prezzi secondo Bce è sotto controllo, ma è importante tenere sotto "attenta osservazione" l'andamento della massa monetaria, che al momento "eccede considerevolmente" il livello necessario a finanziare una crescita non inflazionistica.
Eurispes: due italiani su tre bocciano il governo. Crolla la fiducia dei consumatori
sommari de l'Unità
Due statistiche quasi contemporanee, lo stesso risultato: gli italiani stanno perdendo fiducia nell'economia. E nella capacità del governo di affrontare e risolvere i problemi. Per primo arriva il dato di Eurispes. Due italiani su tre giudicano la politica economica del centrodestra «fallimentare e densa di promesse non mantenute» o «non corrispondente ai bisogni del paese». Ma c'è anche la rilevazione di Isae sulla fiducia dei consumatori che, dopo gli scandali degli ultimi mesi, è giunta al minimo degli ultimi dieci anni.
Ventidue milioni di semianalfabeti. L'Italia agli ultimi posti nel mondo
su l'Unità
Ventidue milioni di analfabeti, semianalfabeti e persone in possesso della sola licenza elementare. Il dato diffuso dall'Unione nazionale per la lotta contro l'analfabetismo e ricavato da un'indagine Istat, è impressionante. Soprattutto se pensiamo a quale scuola, a quale Italia si sta costruendo in questi giorni in Parlamento. La straordinaria innovazione didattica annunciata da Berlusconi e dalla Moratti si basa sullo slogan delle tre I: internet, inglese e... italiano? No: impresa. L'italiano, la quarta indispensabile I, è dimenticato, accantonato insieme ad altre lettere, come la S di Storia. Roba che sa di vecchio.
E invece scopriamo che il tuffo spericolato nella modernità che ci viene offerto dalla riforma dell'istruzione, deve fare ancora i conti con un problema antico come l'unità d'Italia. Ventidue milioni di analfabeti o semianalfabeti. E non solo: il 39,2% dei nostri concittadini è fuori della Costituzione che, come si sa, prevede l'obbligo del possesso di almeno otto anni di scolarità. Dati che, se confrontati a livello mondiale, ci pongono agli ultimi posti delle classifiche redatte dall'Ocse. Su trenta paesi considerati che rilevano le conoscenze medie nella popolazione oltre i 25 anni, il nostro Paese figura al sest'ultimo posto: ci seguono soltanto Spagna, Polonia, Portogallo, Turchia e Messico. Quanto a percentuale di popolazione con titolo universitario, l'Italia si colloca al terz'ultimo posto. Dopo di noi la Repubblica Ceca e la Turchia.
L'università (con solo 3.699.000 persone che possiedono un dottorato di ricerca, una laurea o una laurea breve) è l'altro problema che ci differenza dai paesi più sviluppati. Considerando la consistenza del capitale umano più sofisticato, i ricercatori, l'Italia si colloca all'ultimo posto della classifica, con un numero di ricercatori per 1000 unità di lavoro pari a 2,78. Al primo posto troviamo il Giappone con 9,72 seguito da Finlandia (9,61) e Svezia (9,10). Immediatamente davanti a noi troviamo Portogallo (3,11), Grecia (3,32), Spagna (3,77).
L'insieme di questi dati, presentati nel corso di un convegno organizzato dallo Spi-Cgil, ha un'evidente risvolto pratico: una riduzione di competitività del sistema Italia. L'anno scorso, secondo quanto riportato nell'indagine, il nostro paese dal 18mo al 23mo posto. Nella graduatoria dei paesi che l'Imd (International Institute for Management Development) compila periodicamente sulla competitività economica mondiale.
Le Germanie di Margarethe
Intervista a cura di Gabriella Gallozzi su l'Unità
ROMA «Tutto il nostro secolo soffre di Alzheimer. Ed è la peggior malattia: perdere la memoria significa perdere l'identità. E non ci può essere futuro senza passato». Per Margarethe von Trotta la memoria è una sorta di ossessione. L'ha dimostrato col suo cinema del passato - Anni di piombo, Rosa L. - e continua ancora oggi, col suo ultimo film premiato allo scorso festival di Venezia, Rosenstrasse, in uscita il prossimo martedì 27 gennaio, non a caso nel «giorno della memoria». Sì perché Rosenstrasse racconta una insolita pagina del nazismo. O meglio di opposizione al nazismo, anzi di resistenza: quella di un gruppo di mogli ariane che, dopo giorni e giorni di protesta, ottennero la liberazione dei loro mariti ebrei, detenuti, appunto, in Rosenstrasse a Berlino.
Eppure Margarethe von Trotta di fronte alla ricorrenza del 27 gennaio esprime qualche incertezza. «Tutti i giorni - dice la regista tedesca - dovrebbero essere i giorni della memoria. Poiché troppo spesso si tende a delegare tutto alle ricorrenze stabilite per scaricarsi la coscienza. D'altro canto però, in un'epoca come la nostra in cui tutto è così veloce da essere dimenticato il giorno dopo, trovo che sia giustissimo aver dedicato un giorno alla memoria della Shoah».
Lei, del resto, l'ha fatto col suo film...
Ed è stato anche difficile. Ho impiegato dieci anni prima di trovare i finanziamenti per Rosenstrasse. Negli anni Novanta si facevano soltanto commedie, si doveva ridere e basta. Ora, per fortuna, sembra che il vento sia un po' cambiato. C'è stato il Pianista di Polanski, Volker Schlondorff sta lavorando ad un film sul campo di concentramento di Dachau. Eppure in Germania temevo che questa pellicola non fosse presa di buon grado. Temevo che i giovani la snobassero. Da noi i ragazzi fin dalle prime classi sono bombardati con la storia del nazismo, con gli orrori dell'Olocausto. E, invece, a parte la polemica privata di uno storico che mi ha accusato di aver romanzato troppo la vicenda, c'è stata un'accoglienza molto calorosa nei confronti del film. Anche da parte degli ultimi testimoni di Rosenstrasse. Questo a dimostrazione che nei confronti dell'Olocausto non si può dire basta, ora non serve più parlarne. È come l'Inquisizione, una cicatrice talmente profonda dentro di noi che non si può cancellare in nessun modo. Lo abbiamo visto anche con la guerra in Iraq. In quell'occasione tutta la popolazione europea, dalla Francia all'Italia, è scesa in piazza per manifestare contro. E credo che sia avvenuto perché abbiamo ormai nel nostro dna la memoria dell'orrore della seconda guerra mondiale.
Eppure assistiamo in tutta Europa a recrudescenze neonaziste e antisemite...
È vero, purtroppo. E ancor peggio non credo che il fenomeno neonazista dipenda soltanto da condizioni sociali di povertà e sottocultura. In Germania, per esempio, temo che per molti giovani assuma il valore di una forma estrema di ribellione, come se si trattasse di infrangere l'ultimo tabù. Nel Sessantotto ribellarsi significava essere di sinistra, oggi la sinistra ce l'abbiamo al governo. Però non è certo con la repressione che si può arrestare certi fenomeni.
Pochi mesi fa c'è stato quel sondaggio della Ue che ha causato accese polemiche. La maggior parte dei cittadini europei ha risposto che considerava Israele tra le principali cause dell'assenza di pace nel mondo. Lei che ne pensa?
Credo che troppo spesso gli ebrei prendano le critiche contro lo stato di Israele come espressioni di antisemitismo. Per carità, con questo non voglio dire che l'antisemitismo non esista. Ma è ben diverso da chi critica la politica di Sharon, un'obiezione che, al contrario, secondo me punta alla salvezza del popolo ebraico.
C'è anche chi accusa la sinistra di una tendenza antisemita...
Trotskij e Rosa Luxembourg erano ebrei e direi che erano anche di sinistra...La verità, forse, che anche a sinistra non si è ribadito abbastanza chiaramente la differenza che c'è tra lo stato di Israele e la sua politica, non solo nei confronti dei palestinesi, e l'essere ebrei.
22 gennaio 2004