
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 26 dicembre 2004
Nota introduttiva
Le immagini della Natività sono tratte dalla Web Gallery of Art.
p.c.
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La nuova potenza Eurasia
Barbara Spinelli su La Stampa 19 dicembre
Anche se l'allargamento dell'Unione europea alla Turchia avverrà fra 10-15 anni, come prospettato venerdì a Bruxelles, è fin da ora che l'Europa dovrà prepararsi a quello che probabilmente diverrà il suo nuovo volto, la sua nuova ragion d'essere, a meno di fallimento del negoziato. È un volto che muterà noi e il popolo turco in tre modi. Primo, l'allargamento potrebbe spezzare le tante paure che ci paralizzano, e invogliarci a divenire finalmente una potenza globale. Secondo, l'adesione potrebbe condurre Ankara, come è avvenuto in Germania dopo il '45, a riconoscere che crimini come il genocidio (degli ebrei nel caso tedesco, degli armeni in quello turco) sono precisamente la ragione per cui nel dopoguerra nacque un'Unione fondata sulla rinuncia a sovranità nazionali inviolabili. Terzo: la difesa dello stato di diritto e l'equilibrio dei poteri democratici sono qualcosa che l'Unione dovrà chiedere a Ankara ma anche a se stessa, nel momento in cui le democrazie sono prese d'assalto dal terrorismo. L'Europa potenza, in primo luogo. L'Unione non cesserà d'essere Europa, perché la storia turca è connessa a quella del vecchio continente, ma incorporerà una porzione consistente dell'Asia, visto che la più gran parte del territorio turco si colloca nell'altra metà del pianeta. Avrà frontiere non solo nuove ma difficili, non collaudate, perché un'Unione che inglobi la Turchia confinerà con il Caucaso del Sud (Armenia, Georgia, Azerbaigian) e con Siria, Iran e Iraq. Tutte queste zone turbolente diverranno il nostro diretto vicinato, e non è male che sia così, a meno di non voler restare un'Unione dipendente, inerte. La nuova Unione dovrà per forza di cose occuparsi in proprio delle mutate frontiere, stabilire rapporti che non sfocino ineluttabilmente nell'adesione, senza più delegare diplomazia e sicurezza ad alleati tendenzialmente egemoni come gli Stati
Uniti. In fondo, già oggi bisogna pensare l'Europa come potenza mondiale, alleata dell'America ma per molti versi autonoma da essa: una potenza che continuerà a chiamarsi Europa ma che di fatto, incorporando zone cospicue del proprio Oriente, potrebbe esser ridenominata, dagli esperti in geopolitica, Eurasia.
Siccome non sono tuttavia questi esperti a determinare il futuro dell'Unione, è la vecchia Europa che dovrà decidere cosa vuol salvaguardare della propria identità e che tipo di potenza vuol divenire, a partire dal giorno in cui si trasformerà geograficamente in Eurasia. Da questo punto di vista il lungo negoziato con Ankara costituirà una prova formidabile per i turchi ma soprattutto per noi. Non solo loro dovranno dimostrare di esser democratici, rispettosi dei valori europei di convivenza ci
vile, desiderosi di delegare a istanze sovrannazionali la sovranità nominalmente assoluta del vecchio Stato nazione.
Anche gli europei, man mano che negozieranno, saranno spinti a riflettere su quel che vogliono divenire entro 10 anni, e a costruire quelle istituzioni forti che consentiranno di digerire l'ingresso d'una grande nazione come la Turchia, e di proporsi al mondo come potenza che amministra confini e vicinati nuovi. Ratificata o no, la Costituzione firmata a Roma non sarà sufficiente, perché l'Unione non può assolutamente permettersi di inglobare un Paese che mantenga, in questioni diplomatiche e militari essenziali, il diritto di veto ancora a disposizione degli Stati. Dovranno anche domandarsi come mai stanno divenendo un punto di riferimento esemplare, per Turchia come per Ucraina, per Moldavia come per Georgia e Nord Africa, nel momento in cui l'antiamericanismo s'aggrava e s'estende nel pianeta. Da un numero sempre maggiore di Paesi, infatti, l'Europa è vista oggi come un'alternativa agli Stati Uniti. Proprio le trattative con Ankara sull'avvio dei colloqui, e i negoziati d'adesione con gli europei ex comunisti, hanno accentuato tale preferenza: in Turchia come in Ucraina, le forze filoeuropee vedono oggi nell'Unione un modello d'estensione della democrazia non solo più pacifico, ma più efficace del modello Usa. Non è escluso che con l'andare del tempo anche Mosca prediliga simile modo d'esercitare influenza globale (fondato sull'Europa-potenza civile più che militare o, come è stato detto, sull'Europa forza gentile) e cerchi forme d'associazione con essa, una volta che s'accorgerà dello scempio causato in Cecenia dai propri dirigenti e del fallimento dell'investimento su un'Ucraina satellite, corrotta e dispotica.
Secondo, l'Unione come metodo per assorbire le tragedie storiche nate da una sovranità nazionale esercitata in maniera assoluta. Anche in questo caso il negoziato euro-turco costituirà un test cruciale - ben più delle trattative per l'adesione di dieci piccoli Stati. Eurasia, infatti, non significa annacquamento dei valori molto particolari su cui è edificata l'unificazione europea a seguito delle due liberazioni del '900: liberazione dai totalitarismi nazi-fascisti dopo il '45, liberazione dal totalitarismo comunista nell'89. L'ingresso della Turchia significa adesione a un preciso modo di ricordare il passato e assorbirlo, e ai valori specifici che hanno permesso a tale memoria, non ingabbiante ma vigile, di radicarsi. In questo l'Europa non somiglia alla Nato, e non solo perché è un'unione anziché un'alleanza. Quando si costituì, la Nato passò la spugna sui passati nazionali, perché lottare contro il nemico rosso pareva più importante. Non così l'Europa unita, che non è patto d'oblio ma memoria tenuta in vita dei crimini commessi dai vecchi Stati nazione. Che è memoria condivisa e sormontata grazie al drastico ridimensionamento delle sovranità statali e al prevalere del diritto internazionale sui diritti dei singoli Stati.
Questo vuol dire che la Turchia, per entrare, non potrà fare a meno di riconoscere il crimine contro l'umanità che è stato, nel 1915, il genocidio programmato degli armeni cristiani. Non è una condizione astrusa avanzata da Chirac e dalla diaspora armena (circa 6 milioni, di cui più di 350.000 in Francia) ed è un vero peccato che la commissione Prodi, nelle raccomandazioni del 6 ottobre, abbia omesso la parola genocidio, accennando, ambiguamente, alle "sofferenze umane" patite dagli armeni nel '15-'16. Il riconoscimento di quel crimine è una condizione che interessa tutti gli europei, e che sarà vitale per la definizione stessa che noi diamo della nostra forma di democrazia. Esso mette in luce un elemento sostanziale: non sono in realtà le diversità religiose e neppure l'imperfetta laicità, a rappresentare oggi l'ostacolo preminente. Il principale nodo turco riguarda un evento - il genocidio degli armeni, appunto - che non è imputabile né all'Islam né all'impero ottomano ma a un regime - quello dei Giovani Turchi che prese il potere nel 1908 e fu poi soppiantato dall'ala nazionalista del movimento, nel '13 - che coscientemente volle rompere col passato imperiale e puntare su valori progressisti e moderni appresi in Europa: la laicità ideologicamente vissuta e antireligiosa, il nazionalismo espansivo, l'identificazione ottocentesca fra cultura, lingua, razza, nazione, Stato.
In altre parole, non solo i turchi ma anche l'Unione saranno indotti prima o poi a riconoscere cose indispensabili per il divenire europeo di Ankara e per il radicamento della democrazia in Eurasia: il genocidio del 1915, l'equivoca natura di una laicità che ha sovrapposto lo Stato sull'Islam ma ha anche represso religioni (compresi i dissidenti musulmani) e il fatto che il crimine supremo dello Stato turco sia avvenuto nel momento più europeo della sua storia. Non si possono applicare, alla Turchia, criteri diversi da quelli applicati alla Germania. Non si può accettare che la Turchia onori ancora i responsabili del genocidio e difenda posizioni negazioniste, quando questi atteggiamenti sono vietati ai tedeschi. Continuare a negare il genocidio degli armeni significa dare, a Hitler, una vittoria postuma. Fu proprio lui a dire nell'agosto '39, quando fu ammonito contro l'invasione della Polonia e lo sterminio di popoli: "Chi si ricorda più del massacro degli armeni?".
Terzo: la difesa dello stato di diritto nonostante i vincoli dell'antiterrorismo. La questione dello sterminio armeno (attuato dal regime turco contro l'avversario russo) non è disgiunta dall'idea che l'Unione europea si fa delle minacce cui deve far fronte, e dalla volontà o meno di dare preminenza a tutto quel che può salvaguardare le istituzioni base dello Stato liberale. Ai turchi, ma anche a noi stessi e fin d'ora, l'Europa che ambisce a divenire potenza dovrà ricordare che nessuna lotta a nemici esterni può giustificare il sacrificio di valori fondamentali come lo stato di diritto, il rispetto delle minoranze etniche e politiche, la separazione dei poteri dello Stato e della politica dalla religione, il principio dell'habeas corpus ("il tuo corpo t'appartiene", principio medievale formalizzato in Inghilterra nel 1679, in base a cui il sospetto va portato davanti alla corte per un giusto processo). Un principio che noi stessi violiamo, di questi tempi, nello stesso attimo in cui imponiamo a Ankara l'approvazione di nostri costumi e leggi. Con la Turchia ci uniamo per difendere la democrazia che noi stessi rischiamo di minacciare esistenzialmente, come a Guantanamo, a seguito di strategie contro terroristi cui non andrebbe attribuito l'immenso potere di distruggere civiltà. In questo senso s'è pronunciata l'Alta Corte dei Lord in Inghilterra, denunciando le leggi antiterrorismo varate da Blair dopo l'11 settembre. Ha detto un rappresentante della Corte, Leonard Hoffman: "La minaccia vera all'esistenza della nazione, se per nazione s'intende un popolo che vive in conformità con le sue leggi tradizionali e i suoi valori politici, non viene dal terrorismo ma da leggi come queste" (il corsivo è nostro).
Nell'ora in cui apriamo alla Turchia dobbiamo saperlo: quel che chiediamo loro - il rifiuto di diventar dei mostri nel combattere i nemici, l'habeas corpus, il rispetto delle minoranze - non riguarda solo la Turchia e la sua religione dominante, ma anche le nazioni europee con radici cristiane. Ambedue devono ricordare che l'inferno è quasi sempre partito da casa nostra. È questa consapevolezza, ed è l'autolimitazione di sovranità risultante da tale consapevolezza, che rendono oggi l'Europa tanto più attraente, elastica, affidabile degli Stati Uniti. È questa sua volontà di integrare, della millenaria storia turca, il destino di Troia rasa al suolo da Agamennone e il destino degli armeni turchi. La Turchia salverà se stessa, se riconoscerà questa duplice eredità di vittima e di boia, di figlia dell'Iliade e di iniziatrice dei genocidi novecenteschi. Ma anche l'Europa salverà se stessa, perché nell'estendersi a Ankara non avrà rinunciato al patto di memoria viva che fondò fin da principio il suo nascere.
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La Tortuga giudiziaria
Franco Cordero su la Repubblica 21 dicembre
Ad ogni inizio d´anno giudiziario la legge delega sulla riforma del relativo ordinamento contempla un proclama camerale del ministro. Supponiamo che sia l´attuale: in dialetto padano racconta l´accaduto; e fissa le linee d´una "politica giudiziaria", ossia detta priorità penali, stabilendo ad esempio che la compravendita delle sentenze costituisca colpa veniale rispetto ai reati d´opinione e parola, specie quando toccano l´augusta persona del premier. Dove l´avevamo letto? Ventitré anni fa, nel "Piano di rinascita democratica", autore Licio Gelli.
La giustizia ministeriale aveva un nome nelle monarchie assolute, Kabinettsjustiz: in mano ai sovrani riformatori era utile contro i torpori radicati nel passato; nascevano Stati moderni. Riesumata nell´anno morente 2004, è figura macabra da museo delle cere. Siccome esiste ancora una Carta, il Quirinale rinvia l´insigne pastiche alle Camere, notando (sul punto de quo) come vìoli quattro regole fondamentali (artt. 101, 104, 110, 112 Costituzione): i giudici non prendono ordini dal governo o altri poteri; ubbidiscono solo alla legge; il ministro non s´immischi nel lavoro inteso ad applicarla; il pubblico ministero deve agire, salvo che un giudice lo esima qualificando "non sostenibile" l´accusa.
Nessun dubbio sull´albero genetico. Tra i rampanti che salivano all´Excelsior, inginocchiandosi con un pantalone rimboccato davanti al maestro della P2, c´era un verboso cultore d´affari, ancora ignoto: l´ascesa scatta pochi anni dopo quando allegri governanti gli vendono privilegi sull´etere; sotto l´ombrello politico diventa monarca delle televisioni commerciali dalle quali invade lo spazio psichico degl´italiani. Se fosse un pittore, ecco l´autoritratto: "detesto le regole, dalla grammatica alle norme su bilanci, concorrenza, fisco, tutela del bene pubblico; mi disturbano le verità storiche; il passato è fluido; lo reinvento all´infinito, purché i cervelli siano frolli al punto giusto; al diavolo chi pensa e quei ridicoli valori; i miei concorrenti non sanno che risorsa sia la volgarità; la formula vincente è schiamazzo, urlo, rissa, turpiloquio, agonismo da trivio, più tanto fumo ipnotico". I protettori vanno in malora e lui, ormai ricchissimo, salta nell´arena politica. Due volte sbanca le urne fingendosi uomo nuovo. Vi arricchirete tutti, blatera. Dopo 43 mesi d´un malgoverno da farsa, vanta due soli miracoli a suo esclusivo profitto: ha costosamente schivato gravi condanne; e figura al quarto posto nel Gotha dei più ricchi al mondo. L´Italia geme, pelle e ossa, ma le sonde lo dicono in rimonta, forse perché al suo pubblico piacciono i gesti forti. Non glieli lesina: s´assolve dal conflitto d´interessi; devasta i codici; impone un erculeo stallo alla povera dea Dike; vuol cambiare le regole del voto; abolirà i limiti alla propaganda elettorale affinché il monopolio mediatico sprigioni l´effetto massimo; con questa delega al governo diventava signore della giustizia. Il Quirinale gliela rinvia? Tre battute dipingono l´uomo: "non era la mia riforma"; l´hanno combinata dei "cretini" timidi; affonderà il coltello scindendo la magistratura in due. Nel solito stile (cucirsi addosso leggi comode) provvede al sodale, suo ex ministro, sotto accusa d´avere corrotto alcuni giudici romani. Caso disperato: inutilmente mani servizievoli riscrivono la disciplina delle rogatorie; parlano troppo chiaro le carte bancarie estere; e invano s´affattura l´articolo sul legittimo sospetto nel tentativo d´una fuga da Milano. L´amico incassa due secche condanne. Bisogna salvarlo in attesa del "confugio": nome napoletano dell´asilo offerto al reo dai luoghi santi; la forma moderna era l´immunità parlamentare; vergognandosene, tanto ignobile era l´uso, le Camere l´avevano abolita 11 anni fa; la risusciteranno ma ci vuol tempo e qui i tempi stringono. Perciò deputati ubbidienti rimodulano i termini della prescrizione: nella fattispecie erano 15 anni; li abbassano a 10, ormai decorsi, sicché in appello l´onorevole collega sarà prosciolto, risultando estinti dal tempo i reati de quibus. Dalla stessa via era uscito indenne tre anni fa l´augusto committente e la ricalca su uno dei capi d´accusa. A dibattimento chiuso sentenze simili presuppongono dei colpevoli: non è un epilogo glorioso ma sotterra l´affare aprendo larghi spazi d´impunità; paga lo Stato; tempi corti della prescrizione favoriscono i più accorti nel delinquere.
Era conversatore spiritoso Benedetto Croce (il meglio della sua prosa appartiene a tale genere): essendosi sbagliato sul primo fascismo, poi resisteva al regime nero; lo definiva regno d´asini temperato dalla corruzione. Cosa sia il regime blu, è presto detto: una signoria plutocratica sguaiatamente fondata sul monopolio dei media; al padrone serve bestiame umano poco pensante, meglio se monco del relativo organo; ignora i rudimenti della cultura politica; inghiotte chiunque gli venga a tiro; s´inscrive la res publica nell´azienda; effimero presidente del consiglio, leader dell´opposizione, pseudostatista, in pochi anni moltiplica l´enorme patrimonio. Sembra una favola livida da film espressionista tedesco (Fritz Lang ante Hitler) ma succede, sotto maschera italianamente lepida. M´ero permesso un trisillabo: Tor-tu-ga, l´isola dei pirati, ma siamo equi; nelle Antille fiorivano società politiche; né Morgan né l´Olonese erano padroni assoluti, mentre qui regna un autocrate della non-politica. Viene da ridere quando i suoi adepti maledicono e oppositori gentiluomini biasimano chi chiama mercenari i mille evangelisti cursori che annuncia d´avere assunto a libro paga. Sono catari pauperisti (katarós significa "puro", campioni d´una moralità eretica sterminati otto secoli fa)? O stiliti (quegli asceti che passavano una vita sulle colonne in pose assurde)? O uomini del no? La merce è categoria capitale della filosofia berlusconiana. Hanno mercato anche gli organi umani, eccome. Sua Maestà compra scatole craniche con o senza cervello, ugole, mani da coltello o turibolo, schiene pronte all´inchino, ginocchia flessibili. I voti compatti sulle sue leggi infami tolgono ogni dubbio.
Insomma, appare lanciato nella lunghissima campagna elettorale, dopo un fraudolento ritocco alle aliquote Irpef: abolirà la par condicio imperversando sulle reti televisive, sue o controllate; e particolare influente, oppositori morbidi l´accreditano avversario normale o addirittura interlocutore possibile, quando anche gli orbi vedono chi sia. Il centrosinistra ha due compiti: ritrovi gli elettori nauseati dall´idillio bicamerale; ai delusi offra un´alternativa seria, cominciando dalle questioni morali (nient´affatto obsolete, come raccontano cabale tecnicoidi dell´umore collettivo); altrimenti incassa la terza batosta in 12 anni. Nonostante la delusione, molti rivoteranno blu se scialbi antagonisti gli prestano ossequio tentando d´imitarlo senza averne i soldi né le reti televisive né gli spiriti animali. Costretto a scegliere tra l´Olonese e i bicameristi, voterei Tortuga anch´io.
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La leadership mancata della sinistra
Gian Enrico Rusconi su La Stampa 23 dicembre 2004
Il leader non è un semplice federatore. Lo è soltanto nella retorica politica della sinistra italiana. Il leader deve guidare, imporre linee politiche, eventualmente assumere rischi a nome di tutti; non può sempre mediare, comporre, far rientrare dissidenze. Il dramma di Romano Prodi è tutto qui. Non è un problema di carattere personale o di tattica politica. E' in gioco il senso della leadership - questione essenziale per la vita politica.
Non so se Prodi sia lucido su questo punto. Soprattutto se voglia trarre le conseguenze dalla paralisi del centrosinistra di questi giorni. Dovrebbe infatti compiere un gesto radicale: sparigliare tutto il gioco dell'ex Ulivo, riproponendo una sua lista, con il suo nome e con il suo programma. Chi ci sta, ci sta.
Immagino i commenti di orrore dei sostenitori dell'attuale situazione. Ma è soltanto con un atto risoluto, che mira a creare una nuova base di appoggio solida, univoca, autonoma, che Prodi potrà rilanciare la sua leadership. Se è vero che gode del consenso della grande maggioranza del potenziale elettorato di centro-sinistra, l'operazione riuscirà quanto basta per ricostruire le premesse di una coalizione seria.
Occorre partire da un dato di fatto. L'ipotesi strategica con cui Prodi è rientrato nella politica italiana, dopo Bruxelles, è clamorosamente fallita. In poche settimane ha bruciato tutte le sue chances. Ha perso la partita nel peggiore dei modi: con la presunzione di avere già acquisito il consenso dei suoi partner di coalizione, quasi si trattasse soltanto di perfezionarlo tecnicamente. E' bastata la farsa dei nomi (Gad, Fed) per capire che il consenso dei vertici dei partiti federabili era solo strumentale al condizionamento della sua leadership. Ma una leadership condivisa è un controsenso.
Qui viene a galla l'altro errore di Prodi. Sembra convinto che la situazione odierna sia analoga, se non addirittura più favorevole di quella del 1996. Che basti orientare verso il suo nome tutte le forze di opposizione - e il resto verrà da sé. No. La congiuntura è cambiata. In particolare il centrosinistra si inganna grossolanamente sulla natura e gli effetti dirompenti delle divisioni interne al centrodestra, che puntualmente trovano la loro soluzione nel ruolo di leader di Berlusconi.
Prodi sbaglia se pensa di contrastare la consolidata leadership berlusconiana come negli Anni Novanta, contrapponendo immagine e programmi in un mercato politico ancora aperto. La dinamica politica si è indurita e incattivita. Una semplice federazione dei partiti non basta per affrontarla. Occorre una formazione compatta con una leadership risoluta che disponga anche di risorse politiche proprie, non semplicemente della graziosa delega dei partiti federati.
Temo che non accadrà così. Prodi non oserà intraprendere un'iniziativa radicale, eppure necessaria per la sua leadership. Probabilmente ne teme i contraccolpi negativi sul resto della coalizione. Si lascerà convincere dai buoni propositi, dalle promesse e dalle adulazioni dei suoi partner.
Ma una leadership soltanto delegata non sarà all'altezza della sfida.
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La Grande Babele Democratica
Ilvo Diamanti su la Repubblica 24 dicembre
Il conflitto fra Prodi e Rutelli è un segno, ulteriore, del malessere che accompagna l´impresa di "fare il centrosinistra" in Italia. Di fornirgli una "identità". Il che significa sapere - e comunicare - con chiarezza "chi siamo": chi sono i partiti, i gruppi e i soggetti politici, le associazioni che "stanno dalla nostra parte". Significa, inoltre, avere un nome noto. Agli altri e ancor prima a noi stessi. Per sapere come ci chiamiamo. Perché gli altri ci possano chiamare. Come possiamo, altrimenti, essere riconosciuti dagli altri? E come possiamo, noi stessi, riconoscerci? In alternativa - o a complemento - possiamo ricorrere a un volto, a una persona, che ci offra un riferimento comune. Tutto ciò al centrosinistra manca.
Per comprenderlo, basta ricostruire la complessa e contorta vicenda del "nome" e delle sigle che hanno accompagnato l´alleanza tra le forze di centrosinistra nel corso della seconda Repubblica. A partire dall´Ulivo, il marchio suggerito a Prodi da Arturo Parisi in vista delle elezioni politiche del 1996. Il nome che, più di ogni altro, continua a garantire riconoscimento, agli elettori e ai militanti di centrosinistra. Perché ha una storia di successo, per quanto breve. Non a caso, molti comitati e molti gruppi sparsi nel paese utilizzano questo marchio. Questa, peraltro, è la ragione delle resistenze che incontra. Evoca autonomia dai partiti. Suggerisce l´integrazione più dell´intesa; l´unificazione più della coalizione. Per questo, ad alcuni leader non piace. E, per questo, nessuno è disposto a cedere ad altri il diritto di usarlo.
Il territorio dell´Ulivo, peraltro, non comprende l´intero centrosinistra. Ne esorbitano la sinistra radicale come alcune formazioni di centro. Come Rc e l´Udeur, che non accettano la prospettiva di partecipare al "centrosinistra", senza trattini. Preferiscono un accordo fra centro e sinistra. Il centro-sinistra. La questione del nome e del progetto politico-organizzativo è divenuta più rilevante dopo il voto del 2001, quando, nonostante la sconfitta, il centrosinistra ha dimostrato maggiore capacità competitiva nel maggioritario, dove si presentava unito. Così, in vista delle elezioni europee dell´anno successivo, Prodi promuove la lista "Uniti per l´Ulivo", cui partecipano i partiti maggiori dell´area: i Ds e la Margherita. Soggetti dotati di identità specifica e di tradizioni solide. Come, d´altronde, lo SdI, anch´esso associato all´iniziativa. Strano esempio di unità. Una lista comune, con una unica sigla. Senza le etichette né i leader dei partiti. Tuttavia, ogni partito continua ad agire e a fare campagna, perlopiù, per proprio conto. Nonostante ciò, fra i leader si diffonde l´aspettativa di un risultato molto superiore alla somma dei voti ottenuti dai singoli partiti alle elezioni politiche precedenti. Il che fa apparire l´esito reale deludente. A torto. Perché la lista "Uniti per l´Ulivo" ottiene più del 30% dei voti validi. Un soggetto politico comparabile, per taglia, ai maggiori partiti europei. Il primo, per peso elettorale, in 84 province su 103. Anche il prezzo dell´incertezza sull´identità è evidente. Significative componenti di elettori, fedeli alle tradizioni di partito più radicate, si trovano disorientate di fronte a una novità non adeguatamente promossa. Elettori Ds (già provati da un decennio di cambiamenti di nome e di fatto: dal Pci al Pds), ma anche della Margherita (anch´essa cornice di sigle diverse, con storie più o meno importanti, perlopiù post-dc: Popolari, Democratici, diniani) o dei Socialisti Democratici, al momento del voto cercano invano il loro marchio, il loro simbolo di riferimento. E alla fine - in numero tutt´altro che trascurabile - rinunciano. Annullano la scheda. Oppure votano per altre forze politiche. Vicine, per denominazione o etichetta, a quella cui sono "affezionati". Anche così si spiegano le performance del Pdci, di Rc; degli stessi Socialisti di De Michelis. Come riflesso dell´incertezza identitaria. La delusione, infondata, spinge a liquidare l´esperienza della lista unitaria. In modo ancor più informale ed episodico di com´era stata avviata. Senza riflessione, senza dibattito. Come un soggetto nato per caso. Che può venire "dimesso" senza atti formali. Nonostante otto elettori di centrosinistra su dieci ne ritengano positiva l´esperienza e sostengano che sia utile proseguirla, allargandola ad altri partiti. Nel vuoto lasciato dalla "lista unitaria" si inseriscono due ulteriori iniziative. a) La "Federazione dell´Ulivo". Riunisce le sigle che avevano aderito alla lista unitaria e alcune altre, ad esse vicine. Mira a costruire una sede di decisione comune; b) La Grande Alleanza Democratica. Tavolo di confronto fra la "federazione" e gli altri partiti di sinistra e di centro, che si pongono all´opposizione della CdL. Per praticità vengono riassunte con due sigle: Fed e Gad. E come tali entrano nel linguaggio comune. Al centro di queste iniziative e di queste formule c´è Prodi. Leader pre-designato. Ma senza fondamento e senza legittimazione. Perché non ha (più) un partito. Perché la Fed e la Gad non hanno organismi e procedure formali. Perché le primarie, (che gli dovrebbero garantire l´investitura degli elettori, dei partiti e dei comitati di centrosinistra) in effetti, vengono continuamente annunciate e puntualmente rinviate. Il che fa del centrosinistra un´area senza identità. Priva di nomi, leader, confini. Stabili, condivisi e legittimati.
Per contrasto, basta guardare ciò che avviene sull´altra sponda. Dove c´è un leader. Contestato, contrastato per quanto si voglia. Ma lo stesso, da dieci anni. Inoltre, c´è una coalizione, che ha cambiato composizione e nome una sola volta. Mantenendo fermo il riferimento alla parola "libertà". La "Casa delle Libertà". Riassume partiti che, a loro volta, da dieci anni hanno lo stesso nome e gli stessi leader. Il che, semmai, solleva il problema opposto: la compatibilità fra identità molto, troppo distinte. Ma, certamente, non crea problemi di riconoscimento agli elettori. Quando Berlusconi traduce la politica in marketing e i soggetti politici in prodotti da imporre sul mercato, peraltro, agisce in modo assolutamente coerente. Ha inventato la, Coca Cola, del mercato politico. Oggi si preoccupa di continuare a venderla, con successo; garantendosi spazi pubblicitari adeguati e sguinzagliando sul territorio una schiera di agenti commerciali efficienti. Ma non gli passa minimamente per la testa di cambiare nome, marchio e testimonial al suo prodotto. Disorientando i "consumatori".
Invece, gli elettori di centrosinistra oggi non sanno da che parte volgersi. I "testimonial" del loro prodotto politico di riferimento sono volatili e conflittuali. Impegnati a delegittimarsi reciprocamente. Inoltre, non sanno come si chiami, il loro "prodotto". Ulivo? Gad? Fed? Perché, di conseguenza, essi stessi non sanno come "chiamarsi". L´identità incerta del centrosinistra. È un problema grave, se lo si considera dal punto di vista del marketing. Non si vende un prodotto quando cambia nome continuamente. Ma lo è di più dal punto di vista politico. Perché un soggetto politico senza nome, o con troppi nomi; senza un volto, o con troppi volti; senza confini, o con diversi confini sovrapposti: lascia gli elettori disorientati. Senza mappe. Senza bussole. Senza parole. Oppure con parole in-dicibili. A chi non vuole "morire berlusconiano" com´è possibile proporre di diventare FEDele? O meglio (peggio) GADdiano?
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Bravi, così perderemo sempre
Intervista a Massimo Cacciari
su La Stampa 21 dicembre
Prima ancora della conclusione del vertice romano che ha "profondamente amareggiato" Prodi, Massimo Cacciari aveva diffuso un suo commento negativo sul sito Internet "Affari italiani", con un titolo significativo: "Spettacolo incredibile offerto dalla Gad". Al rientro in serata da un'assemblea a Mestre organizzata per ufficializzare il metodo delle primarie per il candidato sindaco a Venezia, il professore di estetica all'Università San Raffaele ha potuto constatare d'aver avuto doti profetiche. E così Cacciari rincara la dose e chiede a Prodi, autentico "capitale della coalizione di centrosinistra", di tirare fuori le unghie, decidere anziché riflettere, proprio in un momento in cui Berlusconi è in rimonta.
Professor Cacciari, aveva indovinato il tono delle dichiarazioni del mattino...
"Purtroppo ci voleva poco, si capiva come sarebbe andata a finire".
Cosa sta succedendo
"Ci sono responsabilità diverse, ma se andiamo avanti così ci prepariamo a perdere le regionali per poi avere buone possibilità di ripetere il risultato alle politiche del 2006. Vede, non solo non si fa la federazione che aveva proposto Prodi, dettandone anche le regole e impegnandosi personalmente, ma non si riescono a fare le liste unitarie nelle Regioni. Tutto ciò getta un'ombra inquietante su tutto".
Eppure alle Europee si era fatto il primo passo.
"Già, ma i leader del centrosinistra non si rendono conto che una volta fatta quella scelta non si può tornare indietro. La decisione di non fare la lista tutti insieme ci penalizzerà ovunque, soprattutto al Nord".
Uno spettacolo incredibile, lei ha detto, prima della recita serale. Conferma
"Qui si sta rovinando il patrimonio maggiore che abbiamo, la leadership di Prodi. E' un campo di capre pazze, non so più come dirlo. Oltretutto, continuano a fare riunioni su riunioni senza lo straccio di un programma. E sa cosa le dico".
La prego, professore.
"Dico che la responsabilità è anche di Prodi, che dovrebbe tirare fuori la grinta e imporre anche la lista Unitaria. Così si vede: chi ci sta, ci sta; chi non ci sta, faccia altro".
Prodi ha detto che vuole riflettere. Fa bene
"Ah sì Ma se è un anno che va avanti. Dopo l'Ulivo, per questa Fed c'era la sua firma: questo è il fatto più grave. Qui c'è da prendere delle de-ci-sio-ni. E poi c'è un'altra cosa da dire: piaccia o no, attraverso varie operazioni mediatiche e con tutto il suo peso finanziario, dall'altra parte Berlusconi è di nuovo in sella. Noi abbiamo perso due anni a inseguire i vari Casini, Fini, Follini. Loro hanno una capacità di metabolizzare le contraddizioni più devastanti: noi saremmo andati in tilt cento volte, di fronte alle provocazioni che lancia tutti i giorni la Lega a Berlusconi. Di fronte alla sua rimonta, stiamo rovinando l'atout fondamentale, Prodi. Le riserve del farsi male del centrosinistra sono inesauribili".
Magari c'è qualcuno che pensa di logorare Prodi per poi sostituirlo, non crede
"Ma chi può essere così pazzo Con chi vuole che vada alle elezioni, il centrosinistra, sulle ceneri di Prodi Sulle sue ceneri, in questa stagione, non cresce più erba. E' come la leggenda dei romani che rasero al suolo Cartagine e poi vi sparsero il sale. E tutto questo su cosa si celebra".
Lo dica, lo dica.
"Sull'altare di micro-egoismi partitici, di personalismi del c..., di una mancanza di cultura politica e di responsabilità. Ci stiamo giocando tutto".
Di chi è la colpa
"Ma di tutti. Certo, ci si è messo anche Bertinotti a voler imporre Vendola in Puglia. Per lui ho simpatia, ma è assurdo candidarlo in quella Regione, vuol dire perdere. E dopo aver fatto discorsi altisonanti, dopo aver detto che si sarebbe andati alle regionali con il candidato più forte, a prescindere dalle questioni di partito, ora lo spettacolo che stanno dando è esattamente l'opposto".
Pentito di aver lasciato la politica attiva
"E cosa sto facendo La politica non si fa solo nelle segreterie. Questi hanno un modo arcaico di concepire la politica: non è mediatico fino in fondo, alla Berlusconi, ma ci ammicca soltanto. E non è di partecipazione e mobilitazione popolare, perché è fatto tutto di nomenclatura auto-referenziale. Si decidano. Se vogliono fare come negli Stati Uniti, si accomodino. Altrimenti investano su giovani, associazioni, categorie".
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Tutto sbagliato a partire dal nome
Intervista a Riccardo Illy
su La Stampa 21 dicembre
Nel suo sito personale si definisce un "anticipatore", essendo stato eletto sindaco di Trieste, la sua città, fin dal 1993 con una coalizione di Ulivo ante litteram. Poi l'8 giugno di dieci anni dopo (2003) ha fatto "tris" conquistando la Regione Friuli Venezia Giulia con una larga alleanza e battendo a mani basse l'avversaria di centrodestra Alessandra Guerra, pur sostenuta da un buon "battage" mediatico. Così Riccardo Illy, che ha fatto anche una breve apparizione in Parlamento da ulivista puro, ha buone ragioni per commentare la delusione di Prodi. E gli consiglia due cose. Primo, cambiare il nome della coalizione di centrosinistra, magari copiando il suo, "Intesa democratica". Secondo, non mollare. Mai.
Presidente Illy, Prodi ha espresso una profonda delusione. Condivide
"Certo, per due buone ragioni: perché la lista unitaria non decolla per le elezioni del 2005 e perché la coalizione dimostra di avere ancora forti divisioni interne. Lo capisco, credo sia un momento di scoraggiamento passeggero, ma sono sicuro che potrà riprendere presto grazie alla sua proverbiale tenacia".
Un consiglio
"Bisogna avere pazienza. Ad aprile vanno al voto quasi tutte le Regioni a statuto ordinario: perciò la pazienza va moltiplicata per quattordici...".
Lei ha una storia politica simile a quella di Prodi. E' riuscito a mettere d'accordo i partiti sul suo nome venendo dalla società civile. Qual è il suo giudizio su come stanno andando le cose a livello nazionale
"Ho visto situazioni di difficoltà e anche scelte che non sono state ponderate a lungo".
Cioè
"Partiamo dal nome della coalizione. L'idea di chiamarla Gad, Grande alleanza democratica, onestamente non mi è piaciuta fin dall'inizio. Quel grande è un auto-incensamento. E poi, perché usare il termine alleanza In primo luogo, c'era già stata Alleanza Democratica, quella in cui accanto a Bordon è passato anche Adornato: e già questo non mi sembra di buon auspicio. In secondo luogo, esiste An, che non è un partito di secondo piano nel centrodestra".
Ha una proposta
"Beh, c'è la coalizione di centro-centrosinistra con la quale abbiamo vinto le elezioni in Friuli. Si chiama Intesa democratica. La parola democratica ci vuole, perché connota quali sono i suoi valori: e dopo lunghi studi abbiamo usato intesa invece di alleanza. Gli elettori ci hanno premiato. Se trovano una sigla meglio della nostra, si accomodino. Ma non vedo perché usarne una peggiore, solo per averla diversa".
E la lista unitaria
"Capisco l'obiettivo di prepararsi alle politiche del 2006. Ma per le Europee la lista unitaria non era il miglior strumento possibile, così come non lo è per le regionali. Il poter dire soltanto che siamo il partito di maggioranza relativa, quando la somma delle due importanti forze politiche del centrodestra ci supera, non mi pare fondamentale. Mi concentrerei invece sul nome, sulla necessità di avere liste civiche alle regionali. Potrebbero dare, in ogni Regione, un contributo rilevante alla vittoria, come è successo da noi in Friuli".
Ha qualche altra indicazione da offrire a Prodi
"Serve un programma. E nel negoziato si deve essere molto fermi".
Senta, Illy, ma non pensa che in realtà vogliano logorare proprio il Professore
"Secondo me, no. Se qualcuno ritenesse che Prodi non è più il candidato ideale per il 2006, credo lo direbbe apertamente. E poi mi risulta che abbia rapporti di profonda stima con tutti gli esponenti dei partiti del centrosinistra. Semmai, tutto questo è colpa dei partiti, che cercano di conseguire i benefici maggiori".
Le segreterie pesano troppo
"Purtroppo a volte emerge anche l'atteggiamento del tanto peggio tanto meglio. Qualche gruppo vorrebbe avere una posizione di maggior prestigio anche a costo di perdere le elezioni, piuttosto che ottenere una collocazione meno rilevante in caso di vittoria. Qui invece deve prevalere l'interesse dei cittadini, del Paese".
Lei governa da un anno e mezzo con Rifondazione. Tutto bene
"Problemi nelle coalizioni ci sono sempre. Nessuno si illude che i rapporti siano idilliaci, dopo aver vinto le elezioni. Ma se c'è un programma dettagliato, con la disponibilità ad ascoltare, le difficoltà si possono superare. Finora ci siamo riusciti. Guardi, il punto di partenza deve essere il programma, con un accordo firmato da tutti: l'ho siglato io, ma ci sono stati anche i partiti".
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Una banda di farabutti
Il "Baldus" capolavoro maccheronico
Luigi Malerba su la Repubblica 24 dicembre
L´arte come imitazione della natura o come parodia? Secondo la retorica bizantina imitazione è soltanto un eufemismo e sono parodia della inafferrabile natura anche i poemi epici e le tragedie della Grecia classica. I poemi cavallereschi da Ariosto a Tasso a loro volta sono parodia dei poemi epici, ma ancora capaci di mettere sulla strada delle avventure "cavalleresche" el ingenioso hidalgo Don Chisciotte della Mancia. E finalmente sono parodia della parodia i poemi burleschi: Pulci, Tassoni e, caso estremo, il Baldus di Teofilo Folengo. Caso estremo in quanto la parodia si raddoppia coinvolgendo la lingua, un impasto abnorme di latino e dialetto padano, una mistura derivata direttamente dal latino maccheronico inventato alla fine del Quattrocento dai goliardi della antica Università di Padova per la redazione dei "papiri" e dei "codicilli" assegnati alle "matricole" dagli studenti anziani all´inizio di ogni nuovo anno accademico. Folengo aveva frequentato l´Università di Padova dove aveva preso un primo contatto con il latino maccheronico della goliardia.
Il poema eroicomico Baldus di Teofilo Folengo (che firmò la sua opera Merlin Cocai) nobilita il latino maccheronico dei goliardi impegnandolo in un testo picaresco sulle mille avventure di un allegro lestofante, capace di ogni spavalderia ma di animo nobile e generoso, nato da Baldovina figlia del re di Francia e da Guidone lontano discendente di Rinaldo. Già la prima figura di Baldo così come compare nel poema lo fa idoneo a tutte le imprese più spericolate: "due spalle belle larghe, il petto rilevato e possente, ma ai fianchi così sottile che una breve cintura lo cinghia. Tutto nervi nelle gambe, corto di piede, asciutto di stinche, diritto come un fuso quando cammina e di passo lieve..." Il poema di Folengo venne pubblicato da Feltrinelli nel 1958 in una edizione memorabile in quanto per la prima volta il testo cinquecentesco in latino maccheronico aveva a fronte una traduzione integrale. Giuseppe Tonna, autore della impegnativa traduzione, l´aveva arricchita con espressioni gergali o dialettali che in qualche modo richiamavano il sapore burlesco dell´originale latino maccheronico. Non si trattava insomma di una traduzione neutra ma di una vera e propria interpretazione di forte coloritura espressiva. Se si pensa che in Francia l´opera di Folengo, nominato come ispiratore di François Rabelais, era stata tradotta nel 1606, ci si rende conto di quanto dobbiamo essere riconoscenti all´opera di Giuseppe Tonna che in questo lavoro aveva impegnato, insieme alla conoscenza diretta dell´area dialettale padana, la propria esperienza filologica di normalista e allievo di Giorgio Pasquali.
La traduzione del poema di Folengo, pubblicata ora come opera autonoma (Teofilo Folengo, Il Baldo tradotto da Giuseppe Tonna, Ed. Diabasis, pagg.334, euro 25,80), sollecita il confronto con la prima traduzione del 1958 in quanto l´editore ha tenuto conto delle numerose correzioni riportate a mano dallo stesso Tonna sulla prima traduzione fino al 1979, anno della sua scomparsa. Appare subito evidente che il traduttore ha privilegiato con le nuove correzioni una redazione più scorrevole a costo di rinunciare a qualche espressione gergale o dialettale che poteva essere apprezzata da chi come il sottoscritto appartiene alla stessa area dialettale di Tonna, ma che in altri avrebbe forse intralciato la lettura. Per chi volesse fare un riscontro con l´originale folenghiano esiste un´ottima edizione del testo con una traduzione letterale, non letteraria come quella di Tonna, nelle Edizioni del Poligrafico dello Stato nella collana Cento Libri per Mille Anni diretta da Walter Pedullà. Oltre a una intensa prefazione di Giulio Ferroni, la ristampa del 1997 è accompagnata da una scelta di giudizi che offrono una grandiosa dimensione critica di questo capolavoro sconosciuto.
Difficile riferire le innumerevoli avventure del protagonista e dei suoi soci, soprattutto di Cingar, maestro di imbrogli e di beffe ingegnose. Il mondo contadino è il palcoscenico sul quale si svolge l´azione della banda di teppisti con a capo il Baldo: un mondo di concretezze, di rapporti corporali, grandiose magnate, senza mai un cedimento alla lusinga dei sentimenti. Il poema di Folengo passa da una avventura all´altra senza segno di necessità ma con una totale disinvolta aggregazione che in qualche modo rende più spedita e allegra la lettura. A parte l´originale scelta di una lingua artificiale come il latino maccheronico, l´andamento destrutturato del Baldus in qualche modo lo apparenta al Morgante di Luigi Pulci in una stagione felice che produsse una serie di opere giocose o eroicomiche con frequenti contaminazioni linguistiche. Lo conferma lo stesso Luigi Pulci il quale raccolse una serie di espressioni dialettali e gergali in un Vocabolarietto della lingua furbesca (pubblicato da poco all´interno della nuova edizione Garzanti del Libro dei vagabondi di Piero Camporesi).
Travolto proprio come Don Chisciotte dalle favolose avventure dei romanzi cavallereschi, Baldo forma insieme a Fracasso, Cingar e Falchetto una banda di farabutti che procede di passo in passo trasformando ogni incontro in occasione di nuove invenzioni truffaldine. Che continuano anche quando Baldo viene imprigionato con l´accusa di avere ammazzato il caporione di Cipada, suo paese natale, da dove partono tutte le avventure del protagonista e della sua banda. Finalmente Cingar riesce con un imbroglio a liberare Baldo dalla prigione e con lui ripartono le avventure, sempre più fantastiche, della seconda parte del poema.
Un imbarco a Chioggia finisce con un naufragio e l´approdo su uno nero scoglio dove Baldo si inoltra in una grotta profonda, una specie di antro infernale dove, agli ordini di Mercurio un manipolo di schiavi lavora con alambicchi e crogioli alla trasmutazione di materie vili in oro e argento. Qui Baldo incontra una gran dama, "bella grave e leggiadra" di nome Manta, da cui il nome di Mantova (una graziosa etimologia maccheronica per la città natale di Folengo), la quale lo lusinga dichiarandolo il più prode guerriero del mondo (e qui il Folengo coglie l´occasione per lodare anche i Gonzaga signori della sua città natale). Alla fine del suo sproloquio, la dama definisce i termini della saggezza: "Avere sempre la borsa gonfia di ducati, la qual cosa più importa e reca più alto onore che star lì a rompersi la testa sui libri e a perdere il cervello a studiare le stelle". Una idea diciamo così libertaria in chiara polemica con gli statuti di armonia culturale del Rinascimento.
Altre avventure proiettano il nostro Baldo in una evocazione diabolica notturna in piena regola, con il cerchio di fuoco e la mediazione di una strega. Arriva finalmente una frotta di diavoli e diavoletti capaci soprattutto di fare un bel po´ di confusione. Del resto già dai loro nomi, salvo alcune eccezioni, si capisce che gran parte sono diavoli da burla: Astarotte, Belzebù, Asmodeo sono diavoli patentati di prima scelta, poi Alchino, Molcana, Zaffo e Taratar, Ciriel, Melloniel, Zaccara, Scarmilio, Paimone, Bombarda e Ciriatto. Un´area dove si scatena la fantasia di Folengo è nella invenzione dei nomi. Già in una prima riunione dei saggi di Cipada ("Soloni" li definisce Folengo) troviamo riuniti intorno a un tavolo Bertazzo, Mengo, il Gobbo, Cagnana, Gurasso, Zanardone, Garapino, Slanzafoiada. E´ facile immaginare quali sagge decisioni potranno sortire da questi Soloni.
A forza di agitarsi in ogni direzione Baldo precipita in un Inferno quasi dantesco popolato da "tante streghe quante sono le nere mosche che genera l´arida Puglia", e una squadra di prostitute alle quali, ora in veste di moralista, Baldo perdona gli amori furtivi "ché una colpa è mezzo perdonata se sotto coltre si mantien celata". L´avventura infernale di Baldo si conclude con l´ingresso in una grande zucca vuota dove si trova in compagnia di "poeti, cantastorie e astrologhi, che inventano, cantano, indovinano i sogni alla gente e hanno empito i loro libri di fole e cose vane". Proprio come Teofilo Folengo che infatti si trova anche lui dentro la zucca, "zucca mihi patria est", come autore di questa lunga fola maccheronica così in linea con l´Italia maccheronica di questi anni.
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Nababbi e paria
Giuliano Boccali su Golem l'Indispensabile
Sede di grandi contrasti e di situazioni estreme, stratificazione al tempo stesso di ogni condizione umana, oltre che geografica, anche dal punto di vista economico la società indiana offre una forbice di inconcepibile divaricazione. Con la sua storia millenaria fornisce infatti due degli emblemi forse più immediati delle opposte condizioni di ricchezza e di povertà: il nababbo e il paria. Il primo era il governatore di un distretto dell'India dei Mughal, talora di fatto un viceré del tutto autonomo, poi per estensione del termine anche il funzionario della Compagnia delle Indie, entrambi arricchitisi in misura tale da sfiorare (qualche secolo dopo...) una grottesca antonomasia, il secondo era invece privo per legge (sacra!) di tutto, anche di una qualsiasi speranza di poter modificare da vivo la propria condizione economica, oltre che ovviamente castale.
Poco nota è una componente di sensibilità sociale verso il problema della povertà, non solo nell'India del Novecento, ovviamente, ma anche nell'antichità. Due poesie classiche offrono l'esempio di un'attitudine forse inattesa nell'India tradizionale:
"Spesso i bambini poveri, i corpi appiccicati
premendo le ditina alle porte dei palazzi degli altri,
le voci coperte dalla vergogna - ahimè - affamati di cibo
chi di cibo si rimpinza a mezzo sguardo fissano".
"All'istante andrebbe in pezzi
la gabbia del corpo dei poveri
se non fosse tenuta stretta
dallo spago dei sogni".
Anche se si deve oggi considerare - e non per sistemarsi la coscienza - che il più miserabile mendicante indiano dal punto di vista sociale era ed è in una condizione forse migliore di quanto non appaia dalla prospettiva occidentale: la millenaria tradizione che schiaccia ancora oggi gli indiani di infima casta, in virtù della stessa logica castale ne fa dei componenti, sia pure svantaggiatissimi, della società. In altre parole, anche il mendicante è accettato e inserito in una fitta rete di rapporti, laddove il fruitore in Italia di una pensione sociale (monetariamente pari allo stipendio di un professore universitario indiano), soprattutto se privo o isolato dai parenti, è sovente in uno stato drammatico di solitudine e di abbandono.
Non solo nel passato, però, ma anche nell'attualità e in prospettiva le due opposte condizioni di ricchezza e povertà non sembrano in India facilmente riavvicinabili. Certo, sul piano politico-sociale i risultati ottenuti dall'indipendenza a oggi sono incalcolabili e il punto di forza dello sviluppo della società indiana si può ravvisare - a me sembra - nell'instaurarsi e consolidarsi della pratica democratica. Nelle ultime tornate elettorali ha votato infatti circa il 65% degli aventi diritto: una proporzione straordinaria, perfino, se si considerano le situazioni complesse e potenzialmente (o effettivamente) molto pericolose rappresentate dalla molteplicità di lingue e di religioni, dalle forti spinte subnazionalistiche intrecciate con queste (Kashmir, Pañjab, Tamil Nadu) e appunto dalla tradizione castale che è, almeno in teoria, l'antitesi della democrazia.
Il punto debole nello sviluppo della società indiana, sia attualmente sia per il futuro, è dunque proprio il permanere di una condizione di povertà molto drammatica ed estesa in relazione, diretta e non, con le proiezioni demografiche. Poco più di cinquant'anni or sono, quando nel 1947 l'India divenne indipendente, gli abitanti della neonata repubblica ammontavano a circa 350 milioni. Oggi sono più o meno triplicati, superando il miliardo (1,037 secondo il censimento decennale del 2001). La cosa in sé non è sorprendente ed è nota agli esperti di demografia: anche i paesi occidentali, nei periodi passati socialmente ed economicamente confrontabili con quello indiano attuale, hanno conosciuto un incremento demografico simile. Ma se le percentuali del fenomeno sono "normali", i numeri assoluti sono impressionanti! Tanto più se si considera che degli abitanti attuali quasi un terzo vive in condizioni di povertà rispetto agli standard di valutazione, già bassissimi, stabiliti nello stesso Paese: per l'esattezza i poveri sarebbero il 26,1% collocando la soglia di povertà a 80 $ all'anno (un livello che fa rabbrividire), ma addirittura il 44% (19 % per la Cina) collocandola a 1 $ al giorno, cioè al livello comunque tragico che funge da riferimento standard internazionale. E' di due mesi or sono la notizia del suicidio per debiti di un contadino del Tamil Nadu; secondo stime ufficiali, da maggio a ottobre i casi analoghi sarebbero stati più di mille, ma l'Istituto di Studi per lo Sviluppo di Chennai parla di "epidemia".
Ancora più impressionanti sono le previsioni: aumentando come ora di circa 17 milioni all'anno (25/26 milioni di nuovi nati a fronte di 8 milioni di deceduti o poco più), anche se si prevede quasi certamente una discesa a 15 milioni circa, nel 2025 gli indiani saranno 1 miliardo e 400 milioni. Non solo: del miliardo di abitanti attuali, meno di un terzo circa vive nelle aree urbane. Le città molto popolate sono infatti, per ora, relativamente poco numerose: meno di 40 superano il milione di abitanti, incluse naturalmente le quattro megalopoli di Mumbai (Bombay), Kolkata (Calcutta), Dilli (Delhi) e Chennai (Madras) o altre città comunque con diversi milioni di abitanti (Ahmedabad, 4 e ½, Bangalore più di 5 come Hyderabad, Pune quasi 4 e così via). Eppure l'ambiente urbano e la qualità della vita nelle grandi città sono già in condizioni gravissime di degrado. Con l'incremento previsto per il prossimo quarto di secolo, la popolazione urbana dovrebbe raggiungere il 50% del totale, cioè quasi 700 milioni. I problemi sono enormi, anche se le risorse del Paese offrirebbero buone prospettive di superare la fase critica.
Le iniziative per contrastare l'incremento demografico sono promosse e finanziate dal governo centrale e realizzate dai singoli stati. Naturalmente, la loro efficacia è correlata a diversi fattori, innanzi tutto il grado di alfabetizzazione e di istruzione. Vi sono così stati come Goa, il Tamil Nadu o il Kerala dove l'istruzione e la qualità della vita sono migliori e dove conseguentemente il tasso di crescita della popolazione è assestato su valori non troppo lontani da quelli europei (poco più dell' 1%; il tasso di fertilità, cioè il numero di figli per donna è qui inferiore al 2,1 %, che rappresenta il cosiddetto livello di sostituzione; l'incremento della popolazione avviene per diminuzione della mortalità). Vi sono invece stati dove i valori possono giungere al 3,5% e dove si giocherà in realtà la partita decisiva, per tutta l'India, del calo demografico: il Rajasthan, l'Uttar Pradesh, il Madhya Pradesh e il Bihar. A frenare la politica di controllo delle nascite sono spesso motivi di fede, eventualmente connessi a considerazioni politiche: dove una casta o una comunità religiosa si sente svantaggiata, gli appartenenti istintivamente vedono come un rischio, o addirittura un'aggressione, ogni ipotesi di diminuzione numerica.
Meno problematica, a differenza di quanto si potrebbe forse pensare, è la necessità di garantire alla crescente popolazione la sicurezza alimentare. L'India ha da tempo raggiunto l'autonomia, anzi, è attualmente fra i Paesi che esportano cereali e si calcola che, adeguatamente sfruttati, i soli territori delle piane indo-gangetiche potrebbero coprire il fabbisogno di 1 miliardo e 800 milioni di abitanti! A destare l'allarme sono quindi piuttosto le ripercussioni sull'ambiente: i suoli avvelenati da fertilizzanti chimici e pesticidi, le infiltrazioni d'acqua o viceversa le desertificazioni, il diboscamento in montagna e quindi le inondazioni sono fra le conseguenze più gravi, già oggi, del crescente fabbisogno di produzioni agricole. Infine la qualità della vita: la produzione alimentare è sufficiente, anzi perfino esuberante, ma insufficienti sono le cure sanitarie e soprattutto i molti, troppi indiani con un reddito bassissimo sono inevitabilmente malnutriti: si calcola il 23% rispetto, per esempio, al 9% sempre della Cina.
Questo dipende, fra l'altro, dal problema dell'istruzione: istruzione, lavoro, reddito sono tre fattori strettamente connessi. In India come altrove, è qui il terreno dove soprattutto ci si misurerà con i problemi dell'aumento della popolazione: molto si è fatto, una percentuale significativa delle risorse del Paese è destinato ai servizi per l'istruzione, tuttavia quasi metà della popolazione oltre i 15 anni è ancora analfabeta e purtroppo si arriva al 60% se si tratta delle femmine.
Questi in sintesi i gravissimi problemi economici imposti dall'incremento demografico; non bisogna però dimenticare che essi vanno anche commisurati all'enorme potenziale del Paese: l'economia indiana è infatti cresciuta del 6,5 % all'anno circa nell'ultimo decennio, quando in Europa una crescita del 2,5 rappresenta già un successo notevole (come ben sappiamo in questi anni...) Anzi, agli inizi di dicembre, il Ministro delle Finanze dell'Unione Indiana Mr. P. Chidambaram, parlando nel corso dell'India Economic Summit alla presenza degli industriali del Paese e dei delegati di 33 nazioni, ha previsto nei prossimi dieci anni una grande crescita economica, dell'ordine del 7/8 % all'anno. L'India "sta cavalcando un'onda di sviluppo economico sostenuto" - egli ha dichiarato - dovuta in buona parte all'incremento delle esportazioni. Se la previsione si realizzerà, l'economia indiana raddoppierà in dieci anni.
Se i problemi di sovrappopolamento saranno a loro volta affrontati con energia, come già in parte si sta facendo, pur costituendo un freno allo sviluppo dell'India, non lo fermeranno. L'aspettativa è che intorno al 2015 l'incremento demografico sia sceso a tassi analoghi a quelli occidentali e che si inneschi allora il circolo positivo destinato a fare dell'India nel 2020 la quarta potenza economica del mondo. L'auspicio, naturalmente, è che all'incremento del PIL si accompagni un'efficace redistribuzione del reddito.
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Personalità confusa
Natività 14 dicembre
"Giuseppe, mi sa che stanno arrivando le contrazioni" disse Maria al suo sposo in una notte di dicembre.
"Portami all'ospedale, Giusè" - aggiunse Maria - "sbrighiamoci".
"Ma quale ospedale, Maria, ti posso solo portare in una grotta con la paglia al posto dei materassi, e un bovino in vece delle ostetriche."
"Sei sempre stato un pezzente, Giusè."
"Giuseppe, il dolore è troppo forte, voglio l'epidurale."
"Maria, l'epidurale verrà inventata tra venti secoli. Posso provare a chiedere conforto a questi tuoi amici angeli che da ore ci svolazzano sulla testa."
"Non mi servono angeli, mi servono degli anestesisti, Giusè."
"Ma forse il tuo ginecologo non era un angelo, Maria?"
"Che dici?"
"Ma sì, quel tizio con le ali, quello che veniva a casa tua all'improvviso."
"Ahhhhhhhhhhh!"
"Forza, Maria, spingi più forte."
"Sono confusa, Giusè, dove siamo? Nella sala travaglio di un ospedale pediatrico?"
"No, Maria, siamo in una grotta al freddo e al gelo."
"Mia madre mi aveva avvertito di non sposarti, Giusè."
"Ma che dici, Maria?"
"Solo tu potevi trovare una grotta con la neve qui in Medio Oriente."
"Avanti Maria, ancora una spinta, dai."
"Sì, fai presto a parlare, tu. Vorrei vederti al mio posto, Giusè."
"Ecco, o Maria, ecco. Sta uscendo! Che bellezza, che felicità!"
"Adesso occorre tagliarmi il cordone ombelicale, Giusè, e darmi i punti di sutura. Chiama gli infermieri."
"Infermieri, Maria? Qui oltre a me, te e il bovino c'e solo un somaro, e temo che non sia diplomato."
"Hai fatto fare il bagnetto alla creatura, Giusè? Gli hai messo il pannolino?"
"No, Maria, però l'ho coricata nella mangiatoia."
"Nella mangiatoia? Ma che schifo. E' sterilizzata, almeno?"
"Sterilicosa?"
"Lascia perdere. Dio mio, come nasce male, 'sto poverino."
"Poverina, casomai."
"Poverina?"
"Questa creatura mi par femmina, Maria."
"Come femmina? L'angelo ginecologo quando vide le sante ecografie disse maschio, ricordo bene!"
"A me sembra donna, o Maria."
"Sei sicuro? Fammi guardare, che scusa se te lo dico ma di sesso tu non ci hai mai capito molto, Giusè."
"Maria, qui ci sono dei pastori: domandan di veder il neonato."
"Dei pastori? E chi li conosce?".
"Ma hanno portato dei doni: pecore, agnelli e capre".
"Non ho fame, Giusè. Lasciami dormire. E poi i pastori puzzano. Mandali via, son stanca, Giusè"
"Maria, non ti pare che il pargolo mi assomigli?"
"Ancora con 'sta storia, Giusè?"
"Ma sì, guarda, ha il naso uguale al mio."
"Giusè, l'angelo ginecologo fu preciso: il padre, mi spiace, non sei tu bensì una persona molto ma molto importante. Mica un falegname morto di fame."
"Ah."
"Ma io voglio bene solo a te, Giusè. Almeno tu sei qui con me, e mi tieni la mano. Questo signore così importante, invece, stanotte non si è manco fatto vedere..."
Nostradamus 21 dicembre
E adesso, in anteprima assoluta, ti anticipo le notizie del telegiornale di stasera.
Son cose, eh? O anche quello di domani sera. O di dopodomani, vedi un po' tu. Attenzione che parto con la profezia.
Solo un secondo per la necessaria concentrazione - sì, ecco, ci sono. Dunque, vado? Vado.
- Servizio di apertura: E' natale e tutti son più felici. Servizio sulle luminarie e gli alberi di natale dalle piazze più famose del mondo.
- Economia. I consumi calano, ma poco poco. Non c'è di che preoccuparsi, suvvia. Immagini di repertorio: vetrine decorate, cassiere festanti, signori carichi di pacchetti, babbi natale con il carello pieno al supermercato. Sottofondo: Bing Crosby esegue White Christmas.
- Società e Cose di Tutti i Giorni. Grande inchiesta: Natale e i bambini costretti dalle madri a recitare la poesia a fine pasto (interviste raccolte per strada a bambini e mamme. Il parere dello psicologo infantile: "sì, però.")
- Economia. Il consiglio del ministro: "Quando comprate un regalo conservate lo scontrino e non buttatelo via così chi riceve il dono se non gli piace può andar a cambiarlo!". Soundtrack: White Christmas feat. Bing Crosby.
- Società (di nuovo). Inchiesta: pandoro o panettone? Con canditi o senza? Meglio il mandorlato o il farcito? (il parere del pasticcere + interviste tematiche a personaggi della tv e parlamentari: il pandoro è di destra?)
- Politica: gli auguri delle più alte cariche dello stato: "Vi vogliamo tanto bene, non mangiate troppo."
- Politica estera: in luoghi lontani, morti e feriti. Ma poca roba, sempre quella. E ora passiamo ad un argomento più allegro:
- Costume. Grande dilemmi: lo scambio dei regali, prima o dopo cena? Pro e contro. Interviste ad alcuni passanti. Al sud dopo, al nord prima, ma dipende: a volte non è così. Colonna sonora: Bing Crosby canta White Christmas.
- Tradizioni. Servizio sui presepi: immagini di repertorio da via San Gregorio Armeno, Napoli.
In esclusiva per il nostro tg, le nuove statuine raffiguranti ministri e i divi tv del 2004.
- Dossier Capodanno: come lo passeranno gli italiani? (alcuni a casa, altri in montagna, altri ancora non lo sanno). Intervista al ministro degli interni: "Mi raccomando non sparate petardi dalla finestra ché è pericoloso!"
- Viabilità: Traffico intenso in tutte le direzioni. Reportage dai principali caselli autostradali. Il ministro dei trasporti: chi può usi l'elicottero anziché l'auto.
- Sport: calcio, non è successo un tubo di niente ma ne parliamo lo stesso. Intanto B. Crosby interpreta White Christmas.
- Previsioni meteo: fa freddo, ma anche no. Il consiglio del ministro della sanità: se uscite copritevi, mettetevi il cappello e la sciarpa di lana.
- Chiusura. Auguri dalla redazione del telegiornale. Il conduttore sorride, saluta e mima un informale ciao con la mano, accompagnato da un commento musicale: la voce di Bing Crosby che - talvolta la vita è bizzarra - intona White Christmas.
Sigla.
26 dicembre 2004