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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 19 dicembre 2004

Nota introduttiva
Federico Fellini amava disegnare degli schizzi per i suoi film. In Google ne ho catturato alcuni fra i più curiosi, e li inserisco in questa settimana in rete.
p.c

  
Ciampi difende la libertà
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 19 dicembre

È stato uno schiaffo o un carezzevole buffetto alle guance il rinvio alle Camere della legge sull´ordinamento giudiziario, deciso dal presidente Ciampi il 16 dicembre?
Uno schiocco di frusta per bloccare un provvedimento eversivo emanato da un governo eversivo o una mano tesa per aiutarlo a formulare emendamenti tecnici che potrebbero evitargli la bocciatura da parte della Corte costituzionale? Infine, una sfida tra due coabitanti (Ciampi e Berlusconi) per vedere quali dei due rappresenti meglio e di più gli italiani, le loro speranze, i loro umori, i loro interessi e i loro ideali?
Per quel tanto che so di lui, io non credo che Ciampi si sia posto il problema in questi termini. Non credo che gli sia neppure lontanamente passata per la testa l´idea di schiaffeggiare, intimidire, sfidare due istituzioni di massimo livello e centralità come quelle che rappresentano il potere esecutivo e il potere legislativo; ma neppure di facilitarle a passare un guado difficile, affrontato con somma imperizia, superficiale approfondimento e sostanziale disprezzo degli argomenti contrari formulati meditatamente dall´Associazione dei magistrati, dall´opposizione parlamentare e dalla dottrina quasi unanime dei costituzionalisti italiani.
Credo che Ciampi, come è suo diritto e dovere, abbia accuratamente esaminato il testo della legge, l´abbia confrontato con il testo della Costituzione laddove si occupa dei medesimi problemi che sono oggetto della legge in questione e ne abbia tratto le conclusioni arrivando alla sofferta decisione del rinvio. Lo fa capire lui stesso nell´"incipit" della lettera-messaggio recapitata il 16 dicembre ai presidenti delle Camere, Pera e Casini, con una frase per lui insolita e proprio per questo tanto più significativa d´una tensione morale e intellettuale, d´un dolore dell´anima e del rigore di una mente che non ama la rissa, non indulge all´ipocrisia, privilegia il dialogo, ma aborre quanti utilizzano le istituzioni come cosa propria anziché come luoghi di servizio per i cittadini e per lo Stato.
Ciampi è stato ed è l´immagine suprema del servitore dello Stato, come forse non lo fu neppure Luigi Einaudi, al cui insegnamento intellettuale e morale spesso si riconduce. All´immagine del "civil servent" Einaudi accoppiava anche quella dello studioso, dello scienziato delle discipline economiche, del filosofo morale. E quindi una certa sprezzatura nel tratto e nei rapporti che intrattenne per molti anni con i suoi interlocutori politici.
In Ciampi quella sprezzatura non c´è; ciò rende ancor più visibile, compatto, senza appigli né alternativi disegni né pregiudizi, il suo servizio istituzionale. Il suo buonsenso. La sua onestà intellettuale. La sua sincera e aperta cordialità. Il suo desiderio genuino di fare squadra e sistema. La sua durezza contro ogni lusinga.
Infine la sua determinata e attiva solitudine nel momento delle decisioni.
Voglio citare letteralmente il preambolo della sua lettera. Vi si legge: "La legge in esame rappresenta un atto normativo di grande rilievo costituzionale e di notevole complessità, come è confermato anche dall´ampiezza del dibattito cui ha dato luogo. La riforma tocca punti cruciali e nevralgici dell´ordinamento giurisdizionale, il che mi ha imposto un attento confronto con i parametri fissati dalle norme e dai principi costituzionali che lo disciplinano. Ciò premesso espongo qui di seguito quanto da me rilevato".
E si alza il sipario.

* * *
Dapprima incontriamo i nuovi poteri che il testo attribuisce al ministro della Giustizia: poteri estesi, interferenti e pervasivi.
Il potere di rendere comunicazione annuale alle Camere sull´amministrazione della giustizia e sulle linee di politica giudiziaria dell´anno in corso. Ciò contrasta - rileva il Presidente - con gli articoli 101, 104 e 110 della Costituzione che definiscono l´autonomia dei giudici "soggetti soltanto alla legge", la magistratura come "un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere", il ministro della Giustizia "responsabile soltanto dell´organizzazione e del funzionamento dei servizi relativi alla giurisdizione".
"La norma approvata dalle Camere - commenta il Presidente - configura un potere di indirizzo in capo al ministro della Giustizia che non trova cittadinanza nel titolo IV della Costituzione". E aggiunge che l´indicazione delle linee di politica giudiziaria che il ministro dovrebbe esprimere in Parlamento e far attuare dai magistrati viola l´articolo 112 della Costituzione in base al quale "il Pubblico ministero ha l´obbligo di esercitare l´azione penale". "Ciò crea - commenta il Presidente - uno spazio di discrezionalità politica destinato ad incidere sulla giurisdizione".
Rilievi tecnici e marginali? Una sconfessione così netta lascia alle Camere una sola via di uscita: abolire, semplicemente abolire, l´articolo 2, comma 31, lettera a) della legge.
Stessa sorte tocca all´articolo 2, comma 14, lettera c), dove è prevista presso ogni direzione regionale dell´organizzazione giudiziaria la creazione dell´ufficio per il monitoraggio dell´esito dei procedimenti "al fine di verificare l´eventuale sussistenza di rilevanti livelli di infondatezza giuridicamente accertata del potere punitivo manifestato con l´esercizio dell´azione penale e altre manifestazioni inequivocabilmente rivelatrici di carenze professionali".
Anche qui il Presidente torna a ricordare gli articoli 101, 104, 110 della Costituzione, che oppongono un muro invalicabile all´interferenza politica del ministro nel merito della giurisdizione e anche qui le Camere - se vorranno accogliere i rilievi presidenziali - non avranno altra via che la cancellazione totale della norma.
Infine, di eguale importanza, l´articolo 1, comma 1, lettera m) che attribuisce al ministro la facoltà di ricorso al Tar contro le delibere del Csm concernenti il conferimento degli incarichi direttivi, trasferimenti ecc.
Qui il contrasto è con l´articolo 134 della Costituzione dove si stabilisce che solo la Corte costituzionale è titolata a dirimere i conflitti tra il Csm e il ministro della Giustizia. E dunque altra bocciatura ed altra doverosa soppressione della norma incostituzionale.
Dopo questi tre giudizi negativi, il ministro dovrà dunque ritornare al suo ufficio, il solo previsto in Costituzione, di organizzatore dei servizi inerenti all´esercizio della giurisdizione. Il tentativo di invadere con la politica il merito dell´attività giudiziaria ha trovato una diga che può essere superata soltanto da un voto del Parlamento che disconosca esplicitamente il messaggio di rinvio del Presidente. Questa sì, sarebbe una vera e propria sfida della maggioranza parlamentare e del governo contro il Capo dello Stato. Vorranno farlo?
Arriveranno a farlo?
Molti osservatori dicono di no, che non lo faranno.
Non hanno l´autorità morale e il consenso del paese per tentare una via così impervia.
E´ probabile che questa previsione si riveli giusta, ma allora perché ci hanno provato? Non sono poi così sprovveduti a Palazzo Chigi e al ministero della Giustizia da ignorare la Costituzione e il rigore del Presidente.
Come mai si sono lasciati andare fino al punto di voler scalzare uno dei cardini essenziali dello stato di diritto?
Vedremo i seguiti di questa vicenda, che si svolge in contemporanea con l´altra del "salva-Previti", anch´essa approvata in tutta fretta per sottrarre un imputato eccellente ai rigori della legge, dimezzando i termini di scadenza della prescrizione: una sorta di amnistia per una quantità di soggetti, corrotti, corruttori, truffatori, scippatori, con la differenza che un´amnistia opera per una volta sola mentre il "salva-Previti" resterà una norma stabile senza aver dotato il sistema giudiziario dei mezzi necessari a snellire rapidamente i processi. E´ come spezzare il termometro credendo con ciò di aver debellato la malattia.

Concludo. Nell´ultimo anno e mezzo della legislatura il governo e la maggioranza che lo sostiene hanno evidentemente deciso di smantellare le strutture fondamentali della Costituzione e dello stato di diritto trasformando l´impianto liberal-democratico della separazione dei poteri e del loro reciproco equilibrarsi in un sistema di potere che riposa unicamente sulla dittatura di una maggioranza clonata e riprodotta in fotocopia come pura proiezione numerica di una autocrazia in avanzato stato di costruzione.
Era prevedibile che ciò accadesse date le caratteristiche del gruppo che si è formato nel ?93 e che nel 2001 ha legittimamente conquistato il potere con la chiara e dichiarata intenzione di stravolgere le regole e rendere irreversibile quella conquista.
Se c´è un momento in cui si può dire senza tema di drammatizzare spinte emotive e moralistiche che la democrazia e lo stato di diritto sono in pericolo; se c´è un momento in cui tutte le convenienze di gruppo e di partito debbono cedere alla tutela del bene comune, sia a destra che al centro e a sinistra, per impedire che la devastazione istituzionale e morale in corso arrivi a compimento; se c´è infine un momento in cui, come ha scritto ieri Claudio Magris sul "Corriere della Sera" tutti gli uomini liberi si debbono unire contro uno scandalo e un´avventura di questa gravità; ebbene quel momento è venuto.
Il nostro comune punto di riferimento non può che essere il presidente della Repubblica. Da solo e con la sola forza che gli deriva dalla Costituzione egli sta adempiendo al suo compito. Ancora pochi giorni fa l´ho udito dire che i suoi doveri sono quelli che la Costituzione e la sua coscienza gli impongono e che ad essi non verrà meno in nessun caso.
Non è mai stato un uomo di parte, il nostro Presidente, e mai lo sarà. Per questo il consenso che lo circonda è così vasto ed è questa la sua forza e la forza della nostra Repubblica.

  
Il sonno morale
Barbara Spinelli su
La Stampa 12 dicembre

E' stato detto che i processi alla corruzione o alla mafiosità dei politici, in Italia, vengono gestiti e poi commentati con esprit florentin, che è il sottile spirito disilluso illustrato da Hippolyte Taine nell'800. Sia in caso d'assoluzione che di condanna, i processi italiani sarebbero vissuti con atteggiamento politico piuttosto che morale, e si svolgerebbero tutti in un'atmosfera rarefatta dove non hanno spazio né la coscienza né i principi, né il giusto né l'ingiusto. Lo stesso quarto potere, che è quello dei giornalisti, guarda ai processi come a un'impenetrabile ma stuzzicante partita di scacchi, e spesso tende a sacrificare la propria autonomia facendosi consigliere della maggioranza o dell'opposizione. È raro che il giornalista giudichi processi e sentenze dal punto di vista dei cittadini e del loro senso della giustizia, anche se sono proprio i cittadini a pagare i giornali. È raro che il Quarto Potere sia veramente quarto, e non si allei di fatto con i poteri - politico, giudiziario - da cui dovrebbe in principio sentirsi distante.

Quest'atmosfera rarefatta di disincanto sembra confermata dall'accoglienza riservata negli ultimi giorni alle sentenze che hanno assolto Berlusconi a Milano, venerdì, e condannato a nove anni Dell'Utri, sabato a Palermo. Nei commenti, ha spazio soltanto quel che il politico o il magistrato possono ricavare, dal punto di vista della loro legittimità formale e del rispettivo potere d'influenza, esattamente come ai tempi di Machiavelli. L'esprit florentin è fatto di intrighi sotto banco, di compromessi dove ciascuno guadagna un po' ma a patto di controbilanciare il guadagno con quel po' che perde, di contorte partite dove quel che conta è neutralizzare l'avversario senza dover mettere in campo la coscienza di ciò che è bene e ciò che è male. Così, in attesa di leggere le motivazioni delle sentenze contro Berlusconi e il suo stretto collaboratore Marcello Dell'Utri, tutti in Italia si barcamenano, per metà sollevati per metà perplessi.

Sono sollevati per la sentenza Sme, perché Berlusconi ne esce macchiato ma pur sempre assolto: è umiliante avere un premier condannato. Per quanto riguarda l'accusa di corruzione del giudice Squillante (una somma notevole versata nel '91: 430.000 dollari), il premier ottiene le attenuanti e ha potuto dunque usufruire della decorrenza dei termini. È formalmente scagionato, anche se occorrerà verificare con l'aiuto delle motivazioni quale sia stato il suo grado di consapevolezza e complicità, in una corruzione di pubblico funzionario che comunque vien data come irrefutabile. Per il senatore Dell'Utri di contro la perplessità è di rigore ed è forte.

Anche in questo caso occorre attendere la spiegazione della sentenza, che inoltre vieta in perpetuo ogni sorta di pubblico ufficio: solo allora si vedrà se il nome di Berlusconi appare nelle motivazioni, e in che modo si accennerà alla sua azienda, la Fininvest. Ma già oggi, la condanna in prima istanza è chiara: Dell'Utri, che i pubblici ministeri avevano definito "il garante degli interessi mafiosi all'interno della Fininvest", ha avuto rapporti di scambio con Cosa Nostra, ha mantenuto stretti legami con Gaetano Cinà (condannato a sette anni, ritenuto il tramite fra il senatore e Cosa Nostra) ed è questo che crea perplessità in molti italiani: rappresentanti della maggioranza e dell'opposizione, giornalisti e cittadini. Dell'Utri è stato ed è l'uomo più fidato di Berlusconi, l'inventore-fabbricatore di Forza Italia, l'artefice della carriera imprenditoriale-politica del presidente del Consiglio. La nostra idea di Berlusconi per forza ne risente.

Siamo dunque davanti a una svolta importante, nella più che decennale disputa politica-giustizia. La fase dell'indagine e del dibattimento giudiziario si conclude, la condanna pubblica è pronunciata, anche se in Italia vige la regola - più garantista che altrove - secondo cui la presunzione d'innocenza vale fino al terzo grado di giudizio. Ma non per questo la questione politica-corruzione e politica-mafia è archiviata come una porta che si chiude, e che impone il ricominciamento da zero. Ora la questione torna nell'agorà, nello spazio pubblico di discussione e di dibattimento politico, proprio perché la giustizia non si mescola più con gli interessi politici. Consegnando al pubblico il proprio giudizio, lo consegna di nuovo a tutti noi: ai politici e ai commentatori, al cittadino e ai partiti.

Ora torniamo al punto di partenza e ciascuno, senza più tema di strumentalizzare i tribunali, può domandarsi e farsi un giudizio sull'arte italiana di intraprendere la carriera politica e consolidarla. È giusto entrare in politica e farla, se si ha sulla coscienza la corruzione di un pubblico ufficiale (anche se la corruzione anziché esser aggravata si fa semplice, dunque prescrittibile)? È lecito moralmente avvalersi dell'assistenza di un senatore della Repubblica che sia pure in prima istanza è condannato (dopo ben 13 giorni di camera di consiglio) per favoreggiamento di Cosa Nostra in favore di Fininvest? E se è vero che la politica non è sempre morale, qual è il punto oltre il quale la morale - per chi ha vistosi conflitti d'interesse - ha invece un peso imprescindibile?

Si dirà infatti che la coscienza di Berlusconi o Dell'Utri sono una cosa, e gli imperativi della politica un'altra, distinta. Almeno per quanto riguarda il processo Sme, Berlusconi è in larga parte scagionato perché il fatto non sussiste, e solo per un capo d'imputazione è responsabile di corruzione di magistrato, anche se ottiene le attenuanti che consentono la prescrizione. Ma nel foro della propria coscienza, il leader di Forza Italia vive pur sempre un dilemma: egli sa se si è comportato con frode o no (così come in cuor suo sa fino a che punto è complice di Dell'Utri). Può comunque accampare il diritto a esser considerato un politico legittimo, solo se riconosce pubblicamente che i diversi verdetti (quello Sme come quello Dell'Utri) sono egualmente validi e significativi.

Ma non esistono solo la coscienza personale di Berlusconi o Dell'Utri. Esiste anche la coscienza del Quarto Potere incarnato da stampa, radio e televisione, ed esiste la coscienza dei liberi adulti cittadini-elettori. Per costoro il dilemma non può esser semplicemente accantonato, a partire dal momento in cui la magistratura cessa d'occuparsi in esclusiva dei casi e li restituisce al pubblico spazio. A partire da questo momento, è compito nostro chiedersi se sia moralmente lecito, e politicamente accettabile dal punto di vista di come vogliamo esser governati, che un dirigente su cui continua a pesare non solo l'ombra della corruzione (lo scadere dei termini equivale a simile ombra) ma anche la complicità presunta con Dell'Utri, sia un uomo che possa aver posto nella classe politica. È compito nostro - del Quarto Potere, della società civile - ma anche di chi fa mestiere politico: sia all'opposizione, sia tra i coalizzati di Berlusconi. Quando D'Alema dice che "non commenta mai le sentenze, né prima né dopo"; quando Bertinotti consiglia di non osservare i processi "attraverso il buco della serratura della politica", dicono cose astute ma in realtà corrive e comprensibili solo per chi, nella politica, vede un'arte tutto sommato sporca. Una volta pronunciata la sentenza, anche se solo di primo grado, si può tornare a commentare e giudicare con criteri politici. E se non si può ora, a verdetto emesso, quando si può?

Qui veniamo alla peculiarità dell'Italia: apparentemente intrisa com'è, in tutte le stratificazioni, di esprit florentin, di furberia e tolleranza cinica, di remissività fatalista e di pessimismo morale. Proprio in queste settimane, abbiamo visto come un popolo, in Ucraina, può occupare le piazze per settimane, indignato dalle frodi commesse da politici che si fabbricano illecitamente carriere politiche ed economiche. Non sono folle sobillate da americani ed europei: una società non entra in tumulto perché finanziata da fondazioni estere. In Italia tutto ciò non accade. Non ci si indigna, se i tribunali certificano la collusione tra mafia e politica, se denuncia i meandri di un'impresa che ha mescolato affari illeciti e politica. Se gli imputati eccellenti usano la politica per rallentare il più possibile i dibattimenti giudiziari, per ottenere la scadenza dei termini e per poi magari dichiarare, non senza una certa faccia tosta: "Meglio tardi che mai!". L'esclamazione di Berlusconi avrebbe dovuto essere: "Meglio tardi, essendo che tardi significa quel che m'aggrada, e cioè estinzione del castigo".

Il lettore potrà farsi un suo giudizio, soprattutto quando avrà modo di esaminare le motivazioni dei verdetti di Milano e Palermo. Ma già oggi nella sua coscienza potrà meditare su un fatto non del tutto trascurabile nella mondializzazione: fuori Italia, non potrà non stridere il contrasto fra il nostro sonno morale e la svegliezza civile dell'Ucraina.

  
Tra servizio pubblico e mercato
Massimo Mucchetti sul
Corriere della Sera 15 dicembre

L'appello del presidente Ciampi alla salvaguardia del servizio pubblico radiotelevisivo pone un problema serio non soltanto ai giornalisti, che devono tenere la schiena diritta davanti ai poteri forti della politica e dell'economia, ma anche al vertice della Rai e al Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) che, sentite le valutazioni del ministero dell'Economia e del suo advisor, la Banca Rothschild, dovrà stabilire che cosa offrire al pubblico: se il 10 o il 20 o il 30 per cento della tv di Stato. Il problema è serio perché, nell'opinione del Quirinale, il servizio pubblico non deve essere subordinato alla ricerca degli ascolti a tutti i costi e alla logica del massimo profitto quando questi obiettivi, in realtà, dovrebbero costituire le normali finalità di una società televisiva finanziata, sia pur parzialmente, da investitori privati.
Se ne deve concludere che Ciampi è contrario in linea di principio alla gestione privatistica, capitalistica della Rai che viene promessa a supporto dell'offerta pubblica dei suoi titoli
Questo il presidente non l'ha detto e dedurlo dal suo discorso al premio giornalistico Saint Vincent sarebbe un'indebita forzatura. Appare invece legittimo domandarsi se gli obiettivi così autorevolmente indicati, e a parole condivisi da tutti, siano davvero perseguibili proponendo al mercato i titoli di "questa Rai" dove il servizio pubblico si confonde, di ora in ora, con la tv commerciale, benché le due attività abbiano obiettivi intrinsecamente diversi e vadano giudicate l'una con il metro della politica e l'altra in base al rendimento del capitale investito.
Forse non è un caso se il discorso di Ciampi arriva a nemmeno un mese di distanza dalla conclusione dell'indagine dell'Antitrust sul settore televisivo. L'Autorità presieduta da Giuseppe Tesauro non si era limitata alla denuncia del duopolio Rai-Mediaset ma aveva suggerito come porvi rimedio. Secondo l'Autorità, l'Italia dovrebbe adottare un regime simile a quello britannico con il servizio pubblico attribuito a una società finanziata dal canone (libera, dunque, di perseguire le alte finalità indicate dal capo dello Stato, come fa la Bbc) e la tv commerciale finanziata dalla pubblicità (pronta a perseguire il massimo utile possibile come esige la Borsa). Tesauro esorta ad arrivare a questa separazione societaria, come anche il Corriere aveva in precedenza suggerito, prima del collocamento delle quote di minoranza della Rai al pubblico degli investitori.
Si tratta, va detto, di questioni non nuove. E la soluzione indicata apre altri, delicati problemi. Una Rai commerciale, sciolta dai vincoli attuali, rischierebbe di aumentare la pubblicità televisiva a scapito della carta stampata quando già oggi la tv si aggiudica una quota di questa risorsa senza eguali nelle economie avanzate: senza eguali per tante ragioni tra le quali spicca l'anomalia di un Paese che ha il più alto numero di grandi reti nazionali, ben sei, in mano al minor numero di padroni, solo due.
Ma è significativo che i problemi del servizio pubblico e della concorrenza siano stati posti in così rapida successione da due istituzioni così importanti e indipendenti. Ciampi e Tesauro meritano risposte che vadano al di là dei commenti a caldo, spesso viziati da scopi strumentali. Deve parlare, seriamente, il governo, che vuol collocare i titoli di "questa Rai" presso il pubblico con l'evidente conseguenza di congelare il duopolio Rai-Mediaset associando gli interessi dei futuri soci di minoranza dell'emittente pubblica al naturale conservatorismo della classe politica e al tornaconto dell'azionariato di Mediaset. Ma deve parlare anche il centro-sinistra, meglio se per bocca del suo leader, Romano Prodi.
Un anno dopo l'annunciato collocamento della Rai, vincendo le elezioni del 2006, l'attuale opposizione potrebbe assumere la guida del Paese. Chi la prossima primavera comprerà i titoli Rai avrà diritto di sapere se e come potrebbe variare il quadro regolatorio che così profondamente incide sul valore delle azioni delle società televisive, e sul mercato dei media in generale.

  
Nobiltà all'estero miseria in patria
Enzo Bettiza su
La Stampa 13 dicembre

Miseria e nobiltà o, meglio ancora, nobiltà e miseria potrebbe essere il motto allegorico per definire il contrasto fra l'immagine dignitosa che l'Italia presenta oggi sulla scena internazionale e quella meschina e arcaica che offre di sé nei palazzi e nelle piazze nazionali.
Il viaggio in Cina del presidente Ciampi alla guida di una nutrita delegazione politica e imprenditoriale, ancorché tardiva rispetto ad altre più fortunate incursioni occidentali a Pechino e a Shanghai, ha tuttavia assunto il connotato di un'apoteosi di conferma spettacolare del ruolo che l'Italia si è conquistata nel mondo in questi ultimi anni. Le parole con cui Carlo Azeglio Ciampi ha proposto la cooperazione italiana all'emergente gigante asiatico sono state alte, mordenti e promettenti. Parole basate su un notevole tasso di consistenza internazionale. Egli aveva infatti alle spalle un'Italia già da tempo membro dei grandi industrializzati del G7, un'Italia in gara per un suo legittimo sebbene discusso seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, un'Italia con un governo duraturo e rispettato dalla Russia e dagli Stati Uniti, un'Italia che con le sue truppe di pace garantisce sicurezza e libere elezioni nelle più delicate regioni balcaniche, un'Italia che non ha ritirato un solo militare dall'Iraq neanche dopo la terribile strage di Nassiriya. Perfino gli esponenti dell'opposizione hanno saputo fare una figura degna ed equilibrata fuori dei confini nazionali. Sotto la presidenza di Romano Prodi la Commissione di Bruxelles ha condotto in porto l'allargamento dell'Unione Europea all'Est, ha vigilato sulla ratifica del trattato costituzionale dei Venticinque, ha dischiuso la porta ai prossimi negoziati con la Turchia.

Il viaggio che ora il presidente del Consiglio Berlusconi si prepara a compiere per incontrare il rieletto George Bush completerà in America sul piano operativo il successo d'immagine riportato da Ciampi in Cina. E' più che certo che nei colloqui alla Casa Bianca si parlerà degli interessi italiani e cioè, in primo luogo, della questione del seggio nel Consiglio di sicurezza. Sul possibile appoggio di Mosca, data l'amicizia personale di Berlusconi con Putin, Roma può fare un certo affidamento; può sperare pure su un possibile atteggiamento neutrale di Pechino. Da Bush, non solo amico ma alleato, Berlusconi potrebbe ottenere un giusto risarcimento per la lealtà e la coerenza politica dimostrate dal governo italiano nei confronti dell'America a partire dall'11 settembre in poi.

Il discorso però non finisce qui. Bush si prepara a rilanciare a febbraio il dialogo con gli europei dopo gli screzi causati dalla guerra in Iraq. Nel contesto, la presenza del solido alleato Berlusconi nello Studio Ovale assume il valore e il senso di un contributo attivo dell'Italia, potenza regionale europea e mediterranea, alla distensione delle relazioni interoccidentali. La posta in palio, come ha scritto Maurizio Molinari da Washington, non potrebbe essere più elevata e più redditizia per la politica estera italiana e occidentale: se Berlusconi, come Blair, riuscirà a farsi portavoce credibile in America delle ansie e delle aspettative europee, potrà forse aprirsi un nuovo spazio politico e psicologico per il rilancio della collaborazione transatlantica soprattutto nel Medio Oriente del dopo-Saddam e del dopo-Arafat.

Purtroppo, a questa esposizione diciamo nobile dell'Italia nel mondo, non risponde il degrado meno nobile in cui versa la politica interna italiana. Qui regnano e impazzano confusione, arbitrio, astio e contestazioni conservatrici. L'immagine che di sé il Paese proietta all'esterno, con il governo più lungo della storia repubblicana, la linearità della politica estera, l'europeismo atlantico non accodato alle velleità egemoniche di Parigi e Berlino, sembra ritagliato sui paradigmi di un sistema maggioritario in crescita. Invece le frantumate contrapposizioni dei poli di centrodestra e centrosinistra, lacerati al loro interno da endemiche tensioni intestine, sembrano e anzi sono informate ai residui di un proporzionale in convulsioni di rivincita. Possibile che in un momento di rimpasti e riconsolidamenti governativi della Casa delle libertà, la Lega, contrastando il viaggio asiatico e il largo europeismo di Ciampi, minacci la costruzione di barriere doganali contro la Cina e inviti le piazze padane alla protesta contro l'ingresso della Turchia in Europa? Possibile che i callidi e negoziabili centristi di Follini continuino a premere sugli alleati per aumentare il proporzionale che "infonde maggiore serenità e svilisce il conflitto"?

Possibile che contemporaneamente Mastella ricatti Prodi minacciando l'uscita dell'Udeur dal cartello ulivista, mentre le "liste dei governatori", ispirate al lombardo Formigoni, insidiano la compattezza elettorale di Forza Italia per le prossime regionali? Possibile che profilati ministri di uno stesso gabinetto debbano litigare addirittura su inezie come il canone del servizio pubblico televisivo?
Se alle scellerate dialettiche, fomentate da un proporzionale nostalgico duro a morire, aggiungiamo gli incomprensibili scioperi generali sul fisco, le poco chiare sommosse sanfediste di migliaia di forestali in Calabria, la Chicago napoletana in balia di bande armate, il ritratto o autoritratto che ne ricaviamo è quello di un Paese autolesionista e bifronte. Insomma: nobiltà per i salotti del mondo e miseria per noi.

  
Cosa spetta a Dio e a Cesare
Claudio Magris sul
Corriere della Sera 13 dicembre

Augusto Del Noce - filosofo cattolico rigorosamente ortodosso e tradizionalista, critico accanito e affascinato del marxismo e geniale interprete dell'ateismo e della modernità nichilista - parlava spesso dell'ostracismo che, per secoli, aveva co lpito la Monarchia di Dante, esclu dendolo dal dibattito politico e tentando di cancellarne quasi la memoria. Questo non metaforico rogo era nato, originariamente, dalla volontà della Chiesa di soffocare la teoria dantesca dei due soli ossia della pari dignità del potere spirituale e di quello politico, entrambi egualmente legittimi nelle loro specifiche sfere di competenza - teoria dunque pericolosa per l'integralismo cattolico, che voleva lo Stato subordinato alla Chiesa. Tramontata o almeno indebolita nei secoli la potenza censoria clericale, pure il pensiero politico moderno, emancipatosi dalla religione e spesso ad essa avverso, non aveva interesse per la dottrina dantesca dei "due soli", in quanto anch'esso era ostile a uno dei due, in questo caso a quello spirituale e religioso, e tendeva - tende - a confinarlo in una sfera intima e privata, irrilevante rispetto allo Stato, alla gestione della cosa pubblica. Nei modi e nelle forme medi oevali della sua epoca, quel testo di Dante che Del Noce considerava quasi un samizdat era un manifesto di laicità. Con buona pace degli ignoranti, che continuano a usare scorrettamente questo termine come se significasse l'opposto di fede e come sinonimo di ateismo o di agnosticismo, esso indica invece un pensiero capace, indipendentemente dalle convinzioni religiose o scettiche di chi lo professa, di distinguere ciò che è oggetto di fede da ciò che è oggetto di ragione, ciò che si può dimostrare da ciò in cui si può credere, ciò che compete alla Chiesa da ciò che compete allo Stato. Laicità non è un contenuto, bensì una modalità del pensiero.
E in questo senso ogni cultura, se è veramente tale, è laica, in quanto non può non basarsi su quella distinzione; un matematico, anche se è un Santo, affronta i teoremi secondo le leggi della matematica e non in base al catechismo e un politico, anche il più devoto, quando formula una legge pensa ai reati, non ai peccati; al codice, non al decalogo. Uno dei più grandi laici che ho conosciuto è stato il religiosissimo Arturo Carlo Jemolo, grande giurista, fervido praticante, strenuo avversario della scuola privata, difensore dei diritti dello Stato e della Chiesa e della loro separazione.
Di questa laicità, fondamento etico-politico della vita civile, sono egualmente nemiche l'intolleranza clericale e quella laicista, che - a seconda del momento storico, del contesto sociale o della peculiarità territoriale - prevaricano faziosamente e impongono dogmaticamente i propri valori: per gli uni si tratta della verità rivelata e della morale obbligatoria per tutti, per gli altri si tratta del progresso e dell'adeguamento ai tempi, altrettanto obbligatori per tutti.
L'intolleranza clericale ha alle proprie spalle una storia plurisecolare, tutt'altro che finita, ed è stata ed è largamente denunciata e sbeffeggiata. L'intolleranza e la spocchia laicista sono più recenti, ma in varie occasioni - ad esempio nelle discussioni sull'aborto - si sono rivelate altrettanto aggressive, una supponenza che mette all'Indice di una pretesa arretratezza ogni voce dissenziente.
Nelle scorse settimane, l'inammissibile inquisizione subita dall'ineffabile ministro Buttiglione a Bruxelles ha fornito occasione di stigmatizzare in generale questa prevaricatrice sicumera laicista che tende a emarginare i cattolici in un disprezzato ghetto riservato a cittadini di serie B. Questa denuncia è stata fatta con toni a loro volta reboanti, quasi si trattasse di una vera e propria persecuzione, ma soprattutto è stata avanzata con tronfia presunzione, come se fosse la prima volta in cui si alzava tale protesta.

Si dimentica che un grande laico come Bobbio ha bollato più volte la tracotanza laicista, ad esempio a proposito dell'aborto; se mi è lecita una nota personale, è a partire dal 1974 che, soprattutto sul Corriere , ho ripetutamente espresso analoghe critiche contro quella tracotanza. Ma allora quelle nostre difese laiche di quei valori e del diritto di tutti ad esprimersi cadevano nel vuoto, perché in quel momento non servivano ad alcun gioco politico, non interessavano la lotta per il potere. Oggi invece la critica a una certa faziosità laicista è uno strumento delle manovre politiche, serve , e perciò viene proferita con rumorosa indignazione da ritardatari che si spacciano per innovatori. La stessa cosa è avvenuta con le foibe o con i lager titoisti: ne ho scritto, in anni lontani, sette o otto volte, sul Corriere , con scarso esito, perché nessuno, allora, poteva farne un uso immediatamente politico. Oggi tutti, convertiti in massa al revisionismo storico strumentalizzato, se ne sciacquano la bocca, perché è un argomento che serve - come nell'altro caso, serve oggi alla destra contro la sinistra.

Politicamente, la laicità si basa sul principio dantesco dei due soli o meglio sul detto evangelico "A Dio quel che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare", l'opposto di ciò che proclama il fondamentalismo islamico. In realtà le cose non sono così semplici. Anzitutto Cesare ossia lo Stato è oggi minacciato non solo dall'invadenza di chi pretende di rappresentare Dio, bensì da quella sovversiva e anarcoide atomizzazione che usurpa illegittimamente il venerando nome di liberalismo e mira non a limitare e ad articolare secondo i principi liberali lo Stato, bensì a dissolverlo. Il liberalismo è, anche o soprattutto, una dottrina dei rapporti tra l'individuo e lo Stato, non una negazione qualunquista dello Stato e delle sue leggi, che tutelano tutti gli individui e richiedono a tal fine una qualche limitazione, più piccola possibile, dei loro impulsi.
Il liberale è un cittadino - protetto, se è dolorosamente necessario, dalla polizia - non un cowboy affidato solo alla sua pistola. Il fondamentalismo liberaloide che oggi imperversa è totalitario e totalizzante, persegue una purezza radicale come le ideologie tiranniche, nega diritto di cittadinanza a tutti i deviazionisti: si sente dire che Croce e Gobetti non sono liberali, l'uno per troppo senso dello Stato, l'altro per troppe preoccupazioni sociali; presto sarà espulso pure Einaudi, colpevole di aver salvato la lira e dunque di un intervento in qualche modo politico nel puro meccanismo del mercato. Un illustre esponente estremo di tale anarco-liberismo, l'americano Nozick, ha teorizzato lo "Stato ultraminimo" che non dovrebbe occuparsi neppure di polizia; il cittadino, a suo avviso, potrebbe tutelare la sua sicurezza, come negli Usa tutela la sua salute, solo pagando privatamente un contratto di protezione, chiamando - quando viene aggredito dai malviventi - non i carabinieri, ma la società con cui si è assicurato. Come ogni fondamentalismo, pure questo è un oltraggio alla laicità. "Quei teorici zelanti del liberismo che disegnano uno Stato minimo" - scrive Natalino Irti nel suo recentissimo, splendido libro Nichilismo giuridico - concepiscono una " pura macchina della violenza , di una violenza nuda che presto si sbarazzerebbe degli ultimi brandelli di vita politica".
L'inoppugnabile detto evangelico non risolve tuttavia ogni problema, perché non è sempre facile stabilire ciò che spetta a Dio e a Cesare, non tutto è semplice come il Codice stradale che compete allo Stato o la verginità prematrimoniale che compete all'insegnamento di una Chiesa.

Poche settimane fa, il presidente della Conferenza episcopale cattolica tedesca, il cardinale Karl Lehmann, ha tenuto a Torino un'interessante relazione su questo tema, egregiamente riportata e commentata da Giorgio Straniero sul Nostro Tempo , oggi uno dei migliori giornali italiani.
Alieno da ogni tentazione integralista - del resto molto più rara in Germania che in Italia, per ovvie ragioni storiche - il cardinale Lehmann è costretto a mettere in dubbio quella sacrosanta e rassicurante distinzione fra le competenze di Dio e quelle di Cesare, forse perché non può dimenticare che la Chiesa tedesca - quella cattolica come molte protestanti - è stata semmai colpevole di aver lasciato troppo a Cesare, di avere interferito troppo poco nelle faccende dello Stato. Infatti si accusa in generale la Chiesa non solo di indebita ingerenza nella sfera politica (come quando le si imputa, ad esempio, l'appoggio alla Democrazia Cristiana), ma anche di troppo scarsa e fievole ingerenza nella politica (come quando le si rimprovera di essersi troppo poco opposta al nazismo, di aver fatto allora troppo poca politica, separando troppo la sfera religiosa, spirituale, interiore da quella della responsabilità pubblica).
Uno Stato totalitario entra fatalmente in collisione col mondo dei valori morali - si pensi al razzismo, all'oppressione della libertà, all'ingiustizia sociale - e dunque induce o dovrebbe indurre una forza spirituale a reagire, a intervenire, a resistere. Ma anche uno Stato democratico può darsi leggi - varate a maggioranza e dunque ineccepibili sotto il profilo della legalità - che ledano valori morali e appaiano ad alcuni cittadini moralmente illegittime, come lo sarebbe, ad esempio, una legge razzista approvata a maggioranza da un Parlamento.

S econdo il cardinale Lehmann, si deve dare a Cesare ciò che gli appartiene purché non violi la legge di Dio (ad esempio il quinto comandamento, che dice di non ammazzare); le competenze di Cesare sarebbero quindi subordinate a priori a quelle di Dio - o, per un ateo o un agnostico, agli imperativi della coscienza, ai principi etici che non si è disposti a mettere in discussione. Antigone non è un'autorità ecclesiastica; è una donna sola, risoluta ad opporre a una legge dello Stato per lei iniqua le "non scritte leggi degli dei", i principi morali assoluti, non negoziabili.
Talvolta dunque i laici, non senza imbarazzo, devono negare a Cesare ciò che sembra spettargli. Lehmann cade invece in errore, anche dal suo punto di vista, quando ritiene che la società civile possa contrapporre allo Stato, potenzialmente demoniaco, un quadro di valori: in questi anni, che in Occidente per fortuna non vedono Stati totalitari, è nella cosiddetta società civile che si è più diffuso l'appiattimento morale, facendone una società dell'indifferenza etica, sempre più insensibile alla spiritualità.
Per quel che riguarda le Chiese, l'unica via d'uscita dalla contraddizione che le vede colpevoli sia di interferire sia di non interferire sarebbe una loro radicale separazione dal potere politico, che rendesse loro di fatto impossibile qualsiasi pressione nei confronti dello Stato. Ciò renderebbe loro lecito, e spesso doveroso, gridare forte contro uno Stato ingiusto e leggi ingiuste, invitare i cittadini alla disobbedienza civile, come faceva un laico padre della democrazia americana quale Thoreau. Per Thoreau, comunque, era più facile, perché nella sua foresta egli portava solo il peso della sua coscienza, mentre chi vuole combattere il Leviatano ha anche il dovere di vincere o di far di tutto per vincere e così entra nelle contraddizioni della politica, in cui anche chi combatte per Dio può finire per macchiarsi come uno spregiudicato Cesare.

  
Il Cavaliere, la televisione
Ilvo Diamanti su
la Repubblica 19 dicembre

Si prepara, Berlusconi, alle prossime contese elettorali. E, dopo aver rinnovato la propria immagine e la propria faccia, si dedica a ristrutturare anche Forza Italia. Pesantemente ridimensionata dal risultato delle recenti consultazioni (europee, amministrative e suppletive). Ma, soprattutto, anello debole della coalizione, logorato dai contrasti fra la Lega, An, Udc. In termini di identità: incapace di distinguersi dagli altri. Senza parole.
In termini organizzativi: per la scarsa presenza sul territorio e l´incapacità di produrre, sui media, un´immagine specifica, per quanto complementare, rispetto al leader. Difficile, con questo partito, affermare una leadership politica stabile. Difficile governare, senza essere strattonato dagli alleati. Senza procedere in equilibrio perennemente instabile. Per Berlusconi. Nel passato, invece, FI aveva costituito non solo il "partito del presidente" (come lo ha definito Panebianco); oppure il "partito personale" (secondo la formula di Calise). Ha, inoltre, svolto un ruolo essenziale di "mixaggio", costruendo una cornice comune per soggetti altrimenti incompatibili. Dal punto di vista "ideologico": ha miscelato la nazione e la Padania; il liberismo e la spesa pubblica; Roma e il Nord Est; l´eredità democristiana e socialista della prima Repubblica e l´innovazione antipolitica della seconda. Dal punto di vista territoriale. Perché FI è un partito che ha un elettorato nazionale: sfrangiato e sparso in tutto il territorio del paese. Ma soprattutto nel Nord Ovest e nel Sud tirrenico (con la massima concentrazione in Sicilia). E, per questo, ha costituito l´alveo comune, il network per gli altri partiti, il cui voto è concentrato in zone del paese ben definite: nel Nord, la Lega; nel Centro Sud, An; nel Mezzogiorno, l´Udc.
Forza Italia: si è progressivamente sbiadita. Scivolando, sempre più, all´ombra del leader. Riducendosi da crocevia a interstizio degli altri partiti di centrodestra. Un "partito-blob". Ritaglio di immagini e di parole espresse in modo ben più esplicito da altri. Uno scenario che è divenuto insostenibile - e intollerabile - per Berlusconi quando gli alleati ne hanno contestato la leadership. Rivendicando il passaggio, nella Cdl, dalla monarchia alla democrazia (seppur presidenziale). Allora, il premier ha scelto di svoltare. Di ridefinire, oltre alla propria immagine, anche FI. Insieme all´idea stessa di democrazia. Come Berlusconi ha chiarito, in modo esplicito, a Venezia, una settimana fa, in occasione del no-tax-day. Quando l´attenzione di tutti gli osservatori si è concentrata, comprensibilmente, sui proclami antifiscali e antistatali. Sulla parte "politica" del discorso. Trascurando quella parte più ideologica. Nella quale ha teorizzato, in modo più esplicito ed estremo che in passato, l´idea della "democrazia come arena mediatica e di mercato". Criticando aspramente la legge sulla par-condicio, infatti, il premier ha sostenuto che "in un paese democratico la politica si fa soprattutto (o forse solo) in televisione". E ha chiamato ad esempio il modello degli Usa, dove i faccia-a-faccia fra i candidati presidenti rimbalzano, da una costa all´altra, su una miriade di emittenti, attraverso spot e altri messaggi, che promuovono temi e questioni alla stregua di prodotti. La democrazia come marketing. E i candidati, le loro idee: in vendita. Come la Coca-Cola (evocata esplicitamente dal premier). Per questo, sostiene Berlusconi, la par-condicio è iniqua. Perché non permette a chi ha inventato e produce la Coca-Cola di commercializzarla adeguatamente. Peraltro, Berlusconi smette di fare l´americano quando lascia intendere che sui "media" preferisce andarci senza "mediazioni". E senza contraddizioni. Insomma: "da solo". O attraverso gli spot. Per non veder confuso il suo "prodotto" in mezzo alle risse; per non veder compromessa la sua immagine da qualche "concorrente" irriguardoso.
Un partito personale, che fa politica come marketing, scegliendo i media come arena. Questa è l´idea che persegue Berlusconi. Il problema è che questo progetto, per molti versi, contrasta non solo con la tradizione, ma anche con l´esperienza recente della democrazia e della politica in Italia. I risultati delle elezioni - amministrative ed europee - degli ultimi anni (e mesi) hanno, infatti, premiato i soggetti politici maggiormente radicati sul territorio e nella società. Peraltro, da tempo si assiste a una ripresa della partecipazione sociale e dell´impegno politico, confermata dall´indagine sugli "Italiani e lo Stato", proposta oggi sul Venerdì. Questa tendenza ha favorito, soprattutto, i partiti che hanno storia e organizzazione. Nel centrosinistra, anzitutto. Ma anche tra gli alleati di FI: An, l´Udc, la Lega, gli stessi socialisti. Il modello espresso da Berlusconi, quindi, più che definire la "democrazia" ideale per il "nostro" sistema politico e per il "nostro" paese, ne delinea la versione che fa maggiormente comodo a "lui". L´unica che permetta a FI (e al suo leader) di diventare competitiva e vincente. La "democrazia dei media" opposta alla "democrazia come partecipazione". La "politica come marketing" opposta alla "politica nella società". Berlusconi, peraltro, ha ben chiaro quanto questa alternativa sia artificiosa, soprattutto nel nostro paese. E se, da un lato, critica la par-condicio, che impedisce di vendere il suo prodotto politico come la Coca-Cola, dall´altro si attrezza, riorganizzando FI. Per renderla competitiva anche nel rapporto con la società. I "mille volontari retribuiti", di cui tanto si è discusso nelle scorse settimane, servono principalmente a questo. A sostenere sul territorio la vendita del prodotto, propagandato sui media dal suo inventore e testimonial.
La campagna elettorale, così, si annuncia come un´unica, lunga campagna pubblicitaria.
Non a caso Marcello Dell´Utri, dopo aver rivelato (a Luca Telese, sul Giornale) l´intenzione di occupare la "cabina di regia" di Forza Italia, afferma che, "per selezionare le nuove leve", ricorrerà "agli stessi metodi utilizzati con Publitalia". D´altronde, alcuni manager di Publitalia, individuati da Dell´Utri dieci anni fa, oggi sono ai vertici del partito, delle istituzioni e di alcune Regioni. L´obiettivo, in questa fase, è di formare "i mille della resurrezione". Figure capaci di conoscere il territorio, parlare con la gente, riscuotendone la fiducia. In questo modo, peraltro, si tende a ridimensionare il modello "neodemocristiano" (sostenuto, in particolare, da Scajola), che mira a radicare il partito nella realtà locale, seguendo l´esempio dei partiti tradizionali.
Oggi, invece, Forza Italia si propone come un "partito mediatico di massa", che si rivolge agli elettori attraverso due diverse vie. Il canale (radio) televisivo, attraverso il leader e i suoi uomini. Il territorio, attraverso una rete di giovani "professionisti" specializzati nel marketing politico, reclutati e controllati dal "centro". La differenza rispetto ai tradizionali partiti di massa, per questo, appare piuttosto netta. Anche nella Dc e soprattutto nel Pci il peso del personale retribuito era rilevante (e, seppure ridotto, tale resta anche fra i suoi eredi). Tuttavia, i "professionisti" provenivano (e convivevano) con un´ampia base di militanti e volontari (puri). Ciò che in Forza Italia non avviene. Perché fra i suoi elettori l´indice di partecipazione e di coinvolgimento nella politica risulta molto basso. È circa la metà, rispetto ai partiti di centrosinistra. Ma appare molto inferiore anche rispetto ai partiti di centrodestra (come mostrano, fra le altre, le indagini di LaPolis 2004; Itanes 2001). Da ciò la scelta di reclutare il personale professionista "dall´alto", piuttosto che in ambito locale e sociale.
Così Berlusconi si prepara alle prossime sfide elettorali, modellando il suo partito come un´azienda, in grado di "vendere" il prodotto che egli, in prima persona, interpreta.
Lui, la Coca-Cola. Che per raggiungere i suoi consumatori, normalmente lontani dalla politica, poco partecipi, ha bisogno della tivù. E di un esercito di "rappresentanti" (nel senso di "esperti venditori"), che battano il territorio e contattino le persone. Con il telemarketing o direttamente, nei luoghi di incontro, a casa loro.
È probabile attendersi che, nel prossimo futuro, la pressione di FI cresca notevolmente: sul territorio, ma anche - ulteriormente - sulla televisione. Contribuendo a enfatizzare la divisione dei ruoli nel partito azzurro.
I "mille della resurrezione": la politica del "porta-a-porta".
Berlusconi, tout-court: a "Porta a porta".

  
Se ci fosse il codice Zapatero
Roberto Cotroneo su
l'Unità

La Spagna è sempre stata un modello irrisolto per gli italiani. Paese simile, mediterraneo, latino, a cui si guarda con più attenzione di altri. Per una serie di cose. Intanto perché la Spagna ce la siamo tenuti in casa per secoli, attraverso dominazioni intermittenti ma ben radicate. Poi perché dal 1936 la Spagna ha condiviso con l'Italia una dittatura franchista che era di diretta ispirazione mussoliniana. Poi perché la Spagna, che si trascinò il franchismo ben oltre il nostro dopoguerra, fu in grado di dosare il passaggio dalla dittatura alla democrazia attraverso un processo morbido, e senza traumi. Poi, ancora, perché la Spagna scelse la monarchia costituzionale. E fu capace di resistere alle forze più reazionarie, tentativi di golpe inclusi. La Spagna insomma è una democrazia giovane, che ha avuto la tragedia di una dittatura, e doveva rifarsi di anni immobili, mentre il resto d'Europa era avanti di almeno trent'anni.
In realtà si è sempre trattato per buona parte di luoghi comuni. La Spagna aveva e ha un'altra vocazione rispetto all'Italia: è un Paese molto grande, con una fortissima identità, un potere centrale ben solido. Pieno di contraddizioni ma con una tradizione e un senso dello Stato che da noi è sempre mancato. Allora non deve stupire che il leader José Luis Rodriguez Zapatero, abbia voluto un "Codice per il buon governo del governo". Di fatto un codice di comportamento e di regole per chi si appresta a ricoprire cariche e incarichi pubblici. Anche questo fa parte di una tradizione centralista e statalista che è vecchia di secoli. E che non usa lo Stato come un trastullo tra un'attività imprenditoriale e un'altra.
Nel "Codice" si parla di tutto. Da cosa fare con i regali che arrivano a come gestire i beni finanziari di un presidente del Consiglio. Spiega che è dovere di ogni ministro o funzionario informare gli elettori, avere un rapporto di correttezza con la stampa e l'informazione, e soprattutto stabilisce limiti di incompatibilità e conflitti di interessi. E le sanzioni arrivano anche all'allontanamento dagli incarichi pubblici fino a dieci anni.
Viene da sorridere, e si potrebbe fare molta ironia sulla nostra esemplare compagine di governo, che nei prossimi dieci anni, quasi tutta, potrebbe recarsi in vacanza, perché non passerebbe un solo punto del "Codice per il buon governo del governo". Ad esempio Follini e Fini, che mantengono incarichi di partito, e sono al tempo stesso vicepresidenti del Consiglio. Su Berlusconi si aprirebbe un abisso di incompatibilità e gli andrebbe fatta leggere, magari a voce alta in una seduta del Consiglio dei ministri, la parte che riguarda la trasparenza e l'austerità "evitando qualsiasi manifestazione inappropriata od ostentata che possa andare a scapito della dignità di chi ricopre un ruolo pubblico". Si mettano tutti una mano sulla coscienza, e comincino a capire che in Spagna avrebbero vita dura: la simile Spagna, la Spagna portata ad esempio da Berlusconi quando c'era Aznar.
Poi è vero, per completezza andrebbe detto che quella Spagna alcuni problemi li ha sempre avuti. Nonostante la sua modernità i ministri spagnoli li hanno sempre chiamati "eccellentissimo" e "illustrissimo". Vecchi retaggi di potere, che sono sopravvissuti a tutto. Da ora in Spagna si userà solo Signore e Signora per nominare i ministri. Secondo un modello ormai imperante in tutta Europa. E se proprio vogliamo dire le cose come stanno, suona anche bizzarro e un po' paradossale lo slogan: "non basta essere onesti, dobbiamo anche sembrarlo". Se uno è onesto e non lo sembra, ha qualche serio problema di comunicazione.
Da noi i problemi di comunicazione sono di ben altro tipo. Zapatero, nella Spagna dei rituali e delle apparenze, ha costruito un codice d'onore degno dell'aristocrazia castigliana, pieno di cose sensate e di riverenze vagamente ridondanti. Nell'Italia delle apparenze, noi non abbiamo mai fatto molto caso ai codici d'onore. Non sono della nostra cultura, anzi li sbeffeggiamo. Gli spagnoli dominavano e noi per secoli siamo stati sudditi. Ed erano loro ad avere i codici d'onore. Ce ne siamo liberati con fatica, e quel poco che è rimasto di spagnolo nelle regioni che furono aragonesi è quello che è.
Riguardo al resto, continueremo a guardare alla Spagna degli illustrissimi ed eccellentissimi con invidia e un leggero disagio. La Spagna del Signor Zapatero e non del Presidente Berlusconi, la Spagna che mette a punto un "Registro delle attività, dei beni e dei diritti patrimoniali" dove ogni membro del governo dovrà presentare la propria dichiarazione dei redditi, che può essere chiesta da ogni cittadino. Da noi le dichiarazioni sono ugualmente pubbliche, è vero, ma servono ai giornali di gossip per premiare il più ricco di tutti: che è sempre lui, il presidente Berlusconi. La parola trasparenza rimanda ai vecchi tempi di Gorbaciov, e la parola austerità evoca anni lontani con domeniche a targhe alterne. L'imparzialità è una merce introvabile e l'indipendenza una missione impossibile. E i nostri prefetti, per una vecchia norma mai abrogata, dovrebbero essere chiamati ancora: "eccellenza". Che fare? Richiamare da noi gli spagnoli è un po' un azzardo. Basterebbe rimandare Berlusconi e i suoi ministri all'opposizione. Per un buon governo di un nuovo governo, speriamo prossimo venturo.

  
Interfaccia di bronzo
Alessandro Robecchi su
il Manifesto 12 dicembre

Tutta la notte davanti al computer. Una faticaccia, ma necessaria: se vuoi stare al passo coi tempi devi aggiornare il sistema operativo. Quindi ho installato Silvio Uomo Onesto 1.0 sui vecchi programmi ormai obsoleti, come Silvio Corruttore 2.0 o Silvio Compragiudici 2.3. Con questo importante aggiornamento - mi dicono i tecnici della sinistra riformista - dovrebbe filare tutto liscio: niente più sospetti, niente più rischi di bloccare Silvio con la legge che, come sapete, è una cosa che rallenta la velocità del sistema e riduce le prestazioni. Con il nuovo programma, dunque, tutto dovrebbe funzionare alla perfezione, è molto più snello dei precedenti e soprattutto è stata completamente disabilitata la funzione Questione morale, ormai superata dagli sviluppi tecnologici. Tutto bene, dunque, anche se mi permetto di consigliarvi alcuni trucchetti per rendere più gradevole tutta l'interfaccia. Primo: disattivate l'opzione Dichiarazione di Cicchitto dal menù Cazzate. Questo vecchio file, dimenticato dai programmatori dai tempi di Bettino, apre spesso un pop-up con la faccia di Cicchitto che dice quanto è infallibile il nuovo sistema operativo. Diceva le stesse cose ai tempi di Craxi (sui programmi Bettino pigliatutto 1.0 e poi sugli aggiornamenti Hammamet 2.0 e 2.1, roba del decennio passato) quindi non è una funzione utile ed eliminandola non perderete nulla. Secondo: attivate l'opzione Chiedi la fiducia, che trovate nel menù Mai fidarsi. E' un'opzione molto utile, perché anche se il sistema ha una maggioranza spaventosa sia alla Camera che al Senato, qualche democristiano di ritorno o qualche gerarca della destra sociale potrebbero ostacolarlo creando conflitti mentre votano la finanziaria e questo non è bello perché toccherebbe rifare tutti i conti.
Rimane qualche problema sulle molte utility fornite da Silvio Uomo Onesto 1.0. C'è per esempio un'utility abbastanza insidiosa che si chiama Help from D'Alema, che - pur essendo inserita nel menu Aiuto - compare da sola quando meno te lo aspetti. Se per esempio il sistema vuole una nuova legge elettorale ma non ha risorse sufficienti per imporla, ecco che compare a sorpresa questa utilità e Massimo D'Alema propone una revisione della legge elettorale. Comodo, no? Per quanto abbia provato e riprovato, niente da fare, questa insidiosa utility non si riesce a eliminare, se ne sta lì pronta a entrare in funzione quando il sistema è in difficoltà, proprio come faceva quel vecchio programma ormai dimenticato, il Bicamerale 2.0, che qualcuno forse ricorderà. Non mi è chiaro (e la guida in linea non lo dice) se questo Help from D'Alema è uno strumento utile (a Silvio) oppure un virus di cui non riusciamo a liberarci. Terminata l'installazione di Silvio Uomo Onesto 1.0, eliminati il files inutili e disattivate le opzioni più fastidiose, consigliamo di attivare le periferiche di comunicazione: Tg1, Tg2, Tg4, Tg5 e telegiornale dei puffi di Italia Uno, che confermeranno passo-passo con entusiasmo tutte le scelte operate dal sistema, a volte con toni trionfalistici (da qui però, purtroppo, l'applicazione Dichiarazione di Cicchitto non può essere rimossa). Dal menu Servizi attivate in modo permanente l'opzione Bruno Vespa, un programmino molto costoso (per il servizio pubblico) che svolge però funzioni molto utili al programma privato (di Silvio).

Ora dovrebbe essere tutto a posto: il vostro nuovo sistema operativo funziona alla perfezione in ambiente liberista. Si presenta con una nuova interfaccia moderna e accattivante da cui sono scomparsi vecchi cascami tecnologici che non servono più a nessuno, come il menu Diritti. La nuova funzionalità Taglia le tasse (dal menù Propaganda) si attiva con un semplice clic del mouse, molto comoda, ma ricordatevi che per farla funzionare dovete prima attivare le funzioni Aumenta le tariffe e Peggiora i Servizi.

Ecco, compiute queste semplici operazioni, siete pronti per un anno e mezzo di campagna elettorale, finalmente al passo coi tempi e tecnologicamente avanzati. Ora che il computer funziona come si deve potrete finalmente dedicarvi al lavoro vero, alle vere priorità e alle emergenze del Paese, come per esempio vendere armi alla Cina per rilanciare l'economia o prorogare il condono edilizio per fare cassa. Buon lavoro, ma non rilassatevi troppo. La tecnologia corre, bisogna aggiornarsi continuamente. Ho appena finito di installare Silvio Uomo Onesto 1.0, ed ecco che esce Don Marcello 9.0. Uffa, non si finisce mai!

  
Se un filosofo ti prende in cura
Come affrontare il disagio esistenziale
Umberto Galimberti su
la Repubblica 15 dicembre

Le nostre sofferenze psichiche, i nostri disagi esistenziali dipendono sempre da conflitti interni, da traumi remoti, da coazioni a ripetere esperienze antiche e in noi consolidate come vuole la psicanalisi, o qualche volta, e magari il più delle volte, dipendono dalla nostra visione del mondo troppo angusta, troppo sclerotizzata, troppo irriflessa per consentirci da un lato di comprendere il mondo in cui viviamo e dall´altro per reperire un senso per la nostra esistenza e quindi delle buone ragioni per vivere in accordo con noi stessi?
Se questa seconda ipotesi è vera, perché non prendere in considerazione una "terapia delle idee"? Alla mente le idee piacciono, anzi la mente ne ha di continuo bisogno, ne chiede di fresche, non per ritardare il declino delle funzioni cerebrali, visto che le idee non sono semplici vitamine o utili integratori, ma per comprendere e, se è il caso, cambiare il nostro modo di essere al mondo che le idee determinano e condizionano.
Ma chi si prende cura delle idee oggi che le chiese sono deserte, gli insegnamenti filosofici si sono ritirati nella quiete delle aule accademiche, le pratiche psicoanalitiche hanno perso il loro referente, ossia la realtà, dal cui esame si individua per scostamento la nevrosi?
Senza religione, senza filosofia, senza psicoanalisi, a trarre profitto è l´industria farmaceutica che seda l´anima e riduce l´inquietudine dell´individuo. Un´inquietudine che ha cambiato forma. Non più generata dal conflitto interiore tra passioni e ragione che, su larga o su piccola scala, era stato il campo di gioco dei riti religiosi e delle cure psicoanalitiche, il conflitto tra la propria visione del mondo e il modo in cui oggi accade il mondo. Un mondo che consegna all´individuo il senso della sua radicale impotenza.
Infatti cos´è mai la mia vita e la mia realtà se la prima non è più scandita dalle dinamiche della mia esistenza e la seconda da quello spessore stabile e concreto su cui finora era possibile misurarsi, se l´una e l´altra si sono dissolte e volatilizzate in quegli unici misuratori di tutte le misure che sono la giovinezza, la bellezza, il successo, il denaro, i nuovi valori da vendere?
È collassata la realtà come la tradizione ce l´aveva fatta conoscere e la nostra mente, che nella realtà aveva la sua misura sia per il suo equilibrio, sia per il suo squilibrio, non ha più referente. Il lettino psicoanalitico, ultima metafora del raccoglimento prima religioso e poi filosofico, è vuoto, e le parole che giungono alle spalle degli ultimi pazienti ancora sdraiati sono parole fuori dal mondo, perché vanno a cercare l´origine del dolore esclusivamente nella patologia e nella biografia, mentre oggi sono la geografia e la storia a disanimare l´anima, a istillare sussulti d´angoscia.
L´individuo, nozione nata in Occidente con il concetto di anima, su cui l´Occidente ha costruito la sua cultura nella forma dei diritti e delle libertà individuali, non ha più molto senso se in gioco è l´indifferenza per la vita in generale, la sua sprecabilità, la sua inincidenza nell´andamento truculento del mondo. Il passato, in cui la psicoanalisi fa i suoi affondi per reperire le trame del disagio, è diventato così antiquato, diverso, quasi archeologico rispetto al presente, da non offrire nessuna chiave di lettura per riorientare l´anima nell´indecifrabilità dell´oggi, dove tutte le chiavi di lettura si sono perse nel disordine del mondo.
Il futuro poi ci è stato semplicemente tolto, sia quello religioso perché dio è morto, sia quello laico perché la rivoluzione è impossibile, l´utopia è lontana, la scienza progredisce in modo afinalizzato, spiazzando l´etica su cui avevamo costruito le nostre regole di condotta e conosciuto le nostre deroghe.
Il futuro-promessa, che alimentava in chiave religiosa la fede nella salvezza e in chiave scientifica il progresso, si è trasformato in futuro-minaccia, e anche l´ipotesi di Freud secondo cui la consapevolezza sarebbe subentrata e avrebbe preso il posto delle forze scatenate e sconvolgenti dell´inconscio (scrive letteralmente Freud: "Dov´era l´es deve subentrare l´io. Questa è l´opera della civiltà") si è rivelato un sogno, una vuota profezia.
Per usare una metafora di Umberto Eco, questo può sembrare il discorso tipico degli "apocalittici", ma quale altro discorso è possibile se gli "integrati" hanno trovato il loro rifugio tra i decerebrati a cui la televisione, lo stadio, la moda, lo shopping hanno fornito gli opportuni strumenti di rimozione e di ottundimento di sé.
E chi si rifiuta di consegnarsi all´ottundimento, perché ancora dispone di una discreta consapevolezza di sé, a chi si rivolge quando incontra non questo o quel dolore, intorno a cui si affollano le psicoterapie, ma quell´essenza del dolore che è l´irreperibilità di un senso? Qui le psicoterapie non servono perché non è "patologico", come si vorrebbe far credere, porsi domande, sottoporre a verifica le proprie idee, prendere in esame la propria visione del mondo per vedere quanto c´è di angusto, di ristretto, di fossilizzato, di rigido, di coatto, di inidoneo per affrontare i cambiamenti della propria vita e i mutamenti così rapidi e imprevisti del mondo.
Se non tutto il dolore è patologia, una risposta a questo genere di sofferenza e di disagio, meglio della psicoterapia, la può dare la filosofia, nata in Grecia nel V secolo a. C. non solo come conoscenza, ma come pratica di vita. Tali erano le scuole filosofiche greche prima che la filosofia, amputando se stessa, si disinteressasse della vita e divenisse solo conoscenza teorica, assestandosi su un terreno che oggi le scienze di giorno in giorno erodono.
Nessuno di noi abita il mondo, ma esclusivamente la propria visione del mondo. E non è reperibile un senso della nostra esistenza se prima non perveniamo a una chiarificazione della nostra visione del mondo, responsabile del nostro modo di pensare e di agire, di gioire e di soffrire. Questa chiarificazione non è una faccenda di psicoterapia. Chi chiede una consulenza filosofica non è "malato", è solo alla ricerca di un senso. E dove è reperibile un senso, anzi il senso che, sotterraneo e ignorato, percorre la propria vita a nostra insaputa se non in quelle proposte di senso in cui propriamente consiste la filosofia e la sua storia?
Fu così che nel 1981 il filosofo tedesco Gerd Achenbach aprì in Germania il primo studio di Consulenza filosofica, a cui seguì la fondazione di una Società per la pratica filosofica, divenuta poi internazionale per la sua diffusione in Olanda, Francia, Stati Uniti, Israele. Nel 1999 sorge anche in Italia l´Associazione Italiana di counseling filosofico, si traducono i libri di Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica (Einaudi) e di Lou Marinoff, Platone è meglio del Prozac e Le pillole di Aristotele (Piemme) che avvicinano il grande pubblico alla figura del filosofo che si occupa degli individui senza proporsi come "terapeuta".
Nel 2003 la Facoltà di Scienza della formazione dell´università di Catania promuove il primo Convegno di studi sulle pratiche filosofiche, mentre l´università di Venezia ha allestito un primo corso entro un più generale progetto sulle pratiche filosofiche che prevede anche l´istituzione di un master sulla materia. L´ospedale torinese Le Molinette ha affiancato un consulente filosofico allo psicologo in uno sportello d´ascolto per i propri dipendenti, mentre il Quartiere 4 del Comune di Firenze ha istituito un servizio pubblico di consulenza filosofica come ampliamento dell´offerta di servizi sociali ai cittadini.
A questo punto serviva una letteratura sulla consulenza filosofica un po´ più seria di quella diffusa al grande pubblico dai libri di Marinoff. E a ciò hanno provveduto l´editore Bruno Mondadori con la pubblicazione del libro di Romano Madera e Luigi Vero Tarca, La filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche, e in maniera sistematica l´editrice Apogeo che mi ha affidato la direzione di una collana di Pratiche filosofiche di cui in questi giorni sono usciti i primi tre volumi di Gerd Achenbach - La consulenza filosofica -, di Ran Lahav - Comprendere la vita - e di Neri Pollastri - Il pensiero e la vita - che è la guida più completa, oggi esistente, alla consulenza e alle pratiche filosofiche, di cui consiglio vivamente la lettura a quanti sentono un "bisogno di filosofia" o si sono persuasi, come ammonisce Platone, che "una vita che non mette se stessa alla prova, non è degna di essere vissuta".
Sarà per questo che Socrate diceva di sé: "Non faccio nient´altro che andare in giro a persuadervi, giovani e vecchi, a capire che la vostra prima e maggiore preoccupazione non deve riguardare il vostro corpo o le vostre ricchezze ma la vostra anima, in modo che sia la più eccellente possibile". Per chi ha simili aspirazioni, che sono poi le aspirazioni che dovrebbe avere ogni uomo che voglia essere all´altezza della sua natura pensante, l´incontro con la consulenza filosofica potrebbe essere l´occasione che lo differenzia, che lo porta all´altezza della sua vita, nell´ottundimento del mondo.

  


   19 dicembre 2004