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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 28 novembre 2004

Nota introduttiva
Alla Pinacoteca di Brera è in corso la magnifica Mostra di Fra' Carnevale, al secolo Bartolomeo di Giovanni Corradini, un contemporaneo urbinate di Piero della Francesca che fu influenzato anche da Filippo Lippi e da Domenico Veneziano durante il suo soggiorno a Firenze. Le immagini di questa settimana in rete sono tratte da alcune delle principali opere esposte nella Mostra.
p.c.

domenico veneziano
  
Un taglio delle tasse da trenta cappuccini
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 28 novembre

Anzitutto la leggibilità: questo emendamento sulla riduzione dell'Irpef è illeggibile, c'è scritto tutto e il contrario di tutto, si usano parole e riferimenti privi di spiegazioni comprensibili. Non è neppure un messale scritto in "latinorum" (che Renzo Tramaglino rimproverava a don Abbondio di usare per confondere e turlupinare i poveri diavoli) ma scritto in sanscrito.
Profittando di questa oscurità di linguaggio, entrano in scena le veline.
Nei giorni scorsi ne sono partite a centinaia verso le redazioni dei giornali e soprattutto delle televisioni. Il pubblico deve pur capire, che diavolo! Perciò le veline che "volgarizzano". Sintetizzano.
Mettono in chiaro l'indecifrabile.
Dunque viva le veline che provengono dagli uffici di Bondi, di Bonaiuti, degli uffici stampa di Palazzo Chigi e di Palazzo Grazioli. Attenzione: poiché il testo e le annesse tabelle sono ermetiche, le veline hanno campo libero per manipolare. E manipolano, eccome se manipolano.
Così un'operazione risibile nei risultati positivi ma drammatica per le implicazioni negative che ne derivano viene presentata come "storica", "epocale", "decisiva per il rilancio dell'economia", "svolta mai effettuata fino ad ora nella storia d'Italia".
Solo Berlusconi (sembra impossibile) si è lasciato scappare una frase di verità, non so se per imprudenza o per metter le mani avanti anticipando l'unico vero risultato che verrà fuori da questa follia. Ha detto (nella conferenza stampa con la quale ha presentato il suo master plan): "Non mi illudo che un intervento come questo possa dare un impulso straordinario ai cittadini. Ci sarà un vantaggio, ma in economia l'impulso vero si ha con la diminuzione delle tasse in deficit".
Avete capito bene? Non so chi gliel'ha suggerita questa solenne sciocchezza, forse è una reminiscenza keynesiana da autodidatta. Comunque, voce dal sen fuggita che contiene due verità: la manovra strombazzata avrà effetti pratici irrilevanti e, alla fine, produrrà lo sfondamento del deficit.
Alla faccia del ministro del Tesoro, detto Mimmo, e del Ragioniere generale dello Stato, che ne hanno autenticato la solidità (incautamente).
Chiedo scusa ai lettori, già frastornati da quattro giorni di tabelle e di improbabili volgarizzazioni imbonitorie, ma dovrò ora tediarli con qualche cifra che serva a chiarire e non a confondere. Cercherò di farlo con la massima parsimonia.

1. C'era anzitutto da colmare un buco di 2 milioni e mezzo della manovra effettuata lo scorso luglio. Forse ve la siete scordata, ma già a luglio il nostro bilancio stava per sfondare il deficit e le agenzie di rating, quelle che danno le pagelle ai titoli del debito pubblico, erano pronte a ribassare il voto provocando uno sconquasso sul nostro bilancio e sul mercato dei titoli. Perciò una "manovrina" da 5 miliardi tra tagli, tasse e condono (edilizio). Senonché il condono dette poco o nulla. Di qui il buco. Per colmarlo entro la fine dell'anno il governo ha dovuto emanare l'altro ieri sera un decreto imponendo a banche e assicurazioni di anticipare entro il corrente mese di dicembre il pagamento delle tasse dovute nel 2005.
Perciò l'erario incasserà 2 miliardi e rotti in anticipo, che naturalmente gli mancheranno nell'esercizio 2005.

2. Simultaneamente il governo ha deciso di spostare dal 2004 al 2005 il pagamento della seconda e terza rata del condono edilizio per una cifra più o meno eguale a 2 miliardi. Mi permetto di attirare l'attenzione dei lettori su questo modo di procedere estremamente singolare: con una mano Siniscalco (Mimmo) fa anticipare i pagamenti dovuti da banche e assicurazioni mentre con l'altra mano fa slittare in avanti le rate del condono. La cifra è più o meno identica, sono sempre quei maledetti 2 miliardi che vanno avanti e indietro.
Ma perché? Questo mistero mi ha impensierito per qualche minuto, ma poi ho trovato la quadra, come dice Bossi: il condono edilizio, già bandito da vari mesi, non ha dato quasi nulla. Di qui il buco del 2004. Allora lo si fa slittare al 2005 facendo finta che, improvvisamente, darà finalmente il denaro atteso. Al suo posto l'anticipo di tasse per analogo importo. Avanti e ndré che bel divertimento, cantava l'antica filastrocca per bambini. Non si capisce però per quale motivo il condono del 2005 dovrebbe fornire i denari che non dette nel 2004.
Mimmo e Grilli hanno garantito che li darà. Ma se si sbagliassero, come è molto probabile? Che cosa resterebbe della copertura per ridurre l'Irpef, visto che quei 2 miliardi ne costituiscono la parte più cospicua?

3. In teoria la manovra sull'Irpef vale 6,5 miliardi. Ma dalle criptiche tabelle si scopre che questa cifra, che sarà iscritta nel bilancio di competenza, non coincide con il bilancio di cassa. Cioè i soldi effettivamente fruiti dai contribuenti nel corso del 2005 non saranno 6 miliardi e mezzo ma soltanto 4,3 miliardi. Come mai? Risposta: i lavoratori dipendenti avranno effettivamente i loro sconti di imposta a partire dalla busta paga del 27 gennaio, ma tutti gli altri contribuenti cominceranno a beneficiarne soltanto nel 2006. Lo scossone all'economia nel 2005 non sarà dunque determinato da quei miseri 6,5 miliardi bensì dai miserrimi 4,3. Tutto questo casino (scusatemi) per 4,3 miliardi di euro. Svolta epocale? Viene solo da ridere.

4. Chi sono i beneficiari della svolta epocale? Le veline diramate dai saltimbanchi della manipolazione (ecco a che cosa serve avere il monopolio della Tv, per chi non l'avesse ancora capito) affermano che gli sgravi sono concentrati sui redditi più bassi, e lo affermano con sicurezza assoluta. Danno le percentuali: chi ha minore reddito avrà sconti del 10 per cento, chi sta appena un po' più in su avrà sconti dell'8 e poi, via via che si sale per la scala reddituale, la percentuale di sconto diminuisce fin quasi allo 0 per i redditi da capogiro. Tutto esatto. Ma quello che conta non sono le percentuali bensì le cifre assolute.
Uno sconto dell'8 per cento su un reddito di cento equivale appunto a 8 euro; uno sconto del 4 per cento su un reddito di mille equivale a 40 euro.
Uno paga 8 euro di meno, l'altro, pur ricco, ne paga 40 di meno. È poco più di niente per tutti e due, ma la disparità si vede ed è grossa.

5. Naturalmente i poveri e i quasi poveri sono molti; i benestanti sono parecchi; i ricchi sono pochi e gli ultraricchi pochissimi. Cerchiamo dunque di capire a chi vanno quei 6,5 miliardi (4,3 nel 2005). Bisogna a questo punto guardare dentro alle varie fasce di reddito e vedere quanti sono quelli che ne fanno parte. Da reddito 0 a reddito di 40 mila euro l'anno il beneficio fiscale va da 0 a 40 euro al mese. I poveri non prendono nulla, per i quasi poveri e i meno poveri fino al ceto medio che comunque fatica ad arrivare a fine mese i vantaggi sono questi: da 0 fino a 40 euro mensili. Prendo la cifra massima: 40.
Equivale a una modesta cena al ristorante per due persone.
O a trenta cappuccini al mese in più. O a pagarsi un paio di medicine di quelle che lo Stato non pagherà più. Sapete quanti sono i cittadini compresi nella fascia da 0 a 40 mila euro di reddito? Sono il 75 per cento del totale.
Sapete quanta parte della manovra va a questo 75 per cento? Un miliardo e 800 mila euro. Poiché le cifre non sono opinioni il risultato è il seguente: il 75 per cento dei cittadini beneficia del 36 per cento della manovra, mentre il 25 per cento dei cittadini beneficia del 64 per cento.
Che ne dite? Che dice Follini che voleva concentrare quasi tutto sulle famiglie deboli? E Alemanno? Hanno perso la favella? Sono soddisfatti? Follini finalmente va al governo? Fini si spolvera la feluca perché la manovra è sociale? Un assegno da 6,5 per un terzo pagabile soltanto nel 2006, è ripartito tra la fascia debole e quella forte in proporzione del 36 per cento agli uni e del 64 agli altri. Ma non vi vergognate? Avrei ancora parecchie altre cifre da snocciolare, ma l'essenziale per quanto riguarda gli sconti è questo. Ora però bisogna dare un'occhiata alla copertura.

* * *

La solida copertura certificata da Mimmo e da Grilli proviene, come già abbiamo visto, per un terzo da un condono quanto mai improbabile che comunque andrà a chiudersi con la sua terza ed ultima rata entro la fine del 2005.
Nell'esercizio successivo il suo posto sarà preso da un miliardo proveniente dai tabacchi, da 500 milioni di inasprimento di tasse su bolli e concessioni e da 600 milioni di anticipi dell'Irpef e dell'Irap (una tantum perché ciò che anticipi di un anno ti mancherà l'anno dopo).
Il resto della copertura è fatto così: 400 milioni di autocopertura, cioè di maggiori entrate generate dalle minori aliquote. Qualunque studente di economia tributaria sa che una posta in bilancio di questa natura è improponibile. Mi auguro, per ragioni di decenza accademica, che questi 400 milioni siano cancellati e sostituiti.
Seicento milioni: tagli di consumi intermedi. Vuol dire minori spese per acquisti di beni e servizi nella scuola, sanità, forze armate, polizia di Stato. Trecento milioni, tagli ai fondi di riserva dei ministeri. Altro spicciolame di tagli e voci varie per 400 milioni.
Il totale dà, come sopra ho già indicato, 4,3 e non 6,5 miliardi la differenza è rinviata all'anno successivo e chi vivrà vedrà.
Il famoso blocco del turn over degli statali avrà inizio nel 2006 e proseguirà fino al 2008. Dovrebbe cancellare 75.000 posti di lavoro. Ma secondo il mio modesto parere non si farà. Berlusconi deve averlo promesso a Fini in un orecchio. Il 2006 è un anno elettorale. L'importante ora è guadagnar tempo.
Lo spot di cui il Cavaliere aveva bisogno, Mimmo gliel'ha costruito. È lillipuziano, sbilenco, curvo di spalle, ma con il monopolio della tivù e un po' di cosmetica fatta col computer quel nano ingobbito degli sconti all'Irpef ti diventa un Nembo Kid, un Superman, un gigante buono che dà soldi a tutti e non li toglie a nessuno. La sinistra invece...

* * *

La sinistra è il partito delle tasse. Prima mangiava i bambini, ma adesso non ci crede più nessuno. Adesso mangia embrioni e contribuenti.
Non mi pronuncio. La sinistra è adulta e sa parlare da sola. Io parlo per me e cerco di ricavare un senso dall'esame del tagliatasse.
Il senso mi sembra questo: per rilanciare l'economia è del tutto inutile. Se ci fossero i soldi (che non ci sono) bisognerebbe concentrare 3 miliardi sulla fascia di reddito debole e altrettanti sugli incentivi alle imprese e al Mezzogiorno. Restituire il fiscal drag ai lavoratori.
Fiscalizzare una parte dei contributi sociali.
Questi destinati all'Irpef sono soldi buttati dalla finestra. In parte pagati da altre tasse (regressive) in parte destinati a sfondare il deficit.
L'operazione però è servita a raggiungere alcuni obiettivi. Dello spot elettorale pro-Berlusconi ho già detto. Aggiungo e sottolineo: pro-Berlusconi.
I suoi alleati non ricaveranno né un voto né maggior peso da questo imbroglio; per chi lo ritiene appunto un imbroglio il loro prestigio semmai diminuirà; per chi crede invece alla "svolta epocale" il merito sarà esclusivamente di Silvio e non già di Fini detto Feluca né di Follini detto Occhialino, che anzi si erano opposti. Però ora la maggioranza è compatta, anzi è al guinzaglio.
Ecco un risultato.
Un secondo risultato è stato di far dimenticare, con questa trovata del taglio Irpef, che alle spalle di esso c'è una manovra da 24 miliardi ancora da approvare. Tiriamo le somme: manovrina a luglio 2004 da 5 miliardi, manovra in Finanziaria 2005 da 24 miliardi per mettere i conti in regola, manovra per ridurre l'Irpef da 7 miliardi. Totale 36 miliardi, 72.000 miliardi del vecchio conio come dice Bonolis. Non sono schicchere 72.000 miliardi. Un terzo almeno dei quali impostato su "una tantum"; un terzo su tasse e tagli a spese di Comuni, sanità, scuola, previdenza, efficienza della pubblica amministrazione, Mezzogiorno, sistema imprenditoriale. L'ultimo terzo su anticipi di entrate, cioè rinvio al futuro di debiti.
Vincenzo Visco ha richiamato l'altro ieri l'attenzione della Camera (con apposita interrogazione) sul fatto che l'operazione denominata Scip2, cioè la cartolarizzazione di immobili pubblici in vendita per 7 miliardi, è in scadenza ma i fondi non sono entrati, cioè gli immobili non sono stati venduti. Le agenzie di rating stanno aspettando la scadenza per confermare o ridurre il voto in pagella di quei bond. Se va avanti così l'erario si dovrà caricare della parte scaduta con immobili invenduti. Mi auguro che Mimmo e Grilli seguano la questione. Sarebbe tremendo se Scip2 andasse, come si dice in gergo "in default". Tipo Parmalat. Naturalmente Visco non è credibile perché passa il tempo a mangiarsi un contribuente al giorno e ci mette sopra anche il peperoncino.

fra' carnevale
  
Prodi e i vincoli del futuro
L'ideologia della paura
Barbara Spinelli su
La Stampa 21 novembre 2004

Poco prima di lasciare la Commissione di Bruxelles, in una trasmissione di Porta a Porta, Romano Prodi ha detto una cosa che rispecchia con notevole fedeltà lo stato di salute della classe politica italiana. Ha detto che l'Italia è un singolare Paese, che in tutti questi anni "ha continuato a urlare", al punto di "smettere di pensare, d'ascoltare, di discutere, e di convergere poi, una volta finite le discussioni, su posizioni comuni". Sono malattie che si diagnosticano bene quando si guarda il Paese da una certa distanza, e Prodi che in questi giorni fa ritorno nella vita politica nazionale possiede tale prezioso vantaggio. Può paragonare la nostra con altre nazioni, può vedere l'Italia come provincia di un continente che è la nostra seconda patria e si chiama Unione europea. Può intuire lo scarso peso che nel futuro avranno le grida dell'oggi. Può sottolineare l'importanza democratica della discussione, ma poi ricordare che alla fine deve pur esserci, come si vede anche in Europa, la capacità di prender decisioni condivise. Nella stessa trasmissione, Prodi ha detto che questo ha appreso, governando l'Unione: ha imparato a non appiattirsi sul piccolo, breve litigio quotidiano. Ha appreso - preparando l'allargamento, predisponendo il negoziato con la Turchia, immaginando la ripresa economica e l'autonomia diplomatico-militare d'un intero continente - a pensare e progettare il futuro.
Con questo bagaglio di esperienze Prodi si appresta a divenire il candidato dell'opposizione alla successione di Berlusconi, e si spera che il bagaglio resti tale, col passare dei giorni e degli anni. Che l'ex presidente della Commissione non perda questa dimensione del futuro, questo sguardo candido sull'Italia, questo senso d'una sfida che ha dimensioni continentali, questa estraneità istintiva alle chiacchiere che non sfociano in decisioni, all'urlo che cancella il pensare. Se Prodi si farà assorbire dal politichese quotidiano diverrà anche lui - presto - parte di quella che Donoso Cortés chiamava, nell'800, clasa discutidora, classe politica chiacchierante (o urlante) destinata a mai concludere.
Far rientrare il futuro nella vita politica italiana è possibile a precise condizioni: che ci siano idee sul che fare, tali da fugare le paure; che Prodi non si limiti a ricevere in consegna una leadership, ma infine l'eserciti. Che non si dia un programma partitico classico - composto magari di milletré punti, come il catalogo delle dame di Don Giovanni - ma che tuttavia non dimentichi che importante per la destra come la sinistra è vincere alle urne ma anche avere un piano, un'idea dominante, un qualcosa che risponda a domande profonde e diffuse dell'elettorato: domande che il leader deve far proprie con continuità, testardaggine, senza farsi assorbire dalle grida della clasa discutidora, o dall'ansia di tenere assieme la propria coalizione. Senza limitarsi, soprattutto, a vivere degli errori o delle anomalie dell'avversario.
Ancora non si sa se Prodi abbia questo piano, quest'idea dominante, questo qualcosa di cui tanti italiani sentono la mancanza a cui viene ancora dato il vecchio nome di programma. Finora abbiamo visto - del centrosinistra e dell'Ulivo - solo la classe chiacchierante, desiderosa con impazienza più o meno grande di liberare l'Italia da Berlusconi.
Finora il centrosinistra non è andato molto oltre, e a volte fa pensare a una donna che per autorealizzarsi ha bisogno di liberarsi del maschio. Per ora siamo allo stadio che Nietzsche considera del tutto infecondo, nello Zarathustra: "Libero, ti chiami? Voglio sentire il tuo pensiero dominante, e non che sei sfuggito a un giogo".
Forse più di altri europei, gli italiani hanno bisogno oggi di simili pensieri dominanti, che si propongano di arrestare il declino che innumerevoli cittadini temono. Inutile continuare a dire che la decadenza è frutto di fantasie depresse, o di uno stato psichico irrealistico, che spezza le ali alla speranza. Si spera e s'investe sul futuro se si può non solo sentire e credere con animo fiducioso ma se si può anche agire, capendo quel che sta accadendo a noi italiani ed europei. L'Europa e l'Italia non sono l'America, e non sono le discussioni sui valori più o meno laici o cristiani, che aiuteranno a entrare nel futuro e a ritrovare il coraggio che s'estingue. Si spera e si investe e si cresce se riconosciamo che il pericolo d'una decadenza esiste, che è vicino, e che esige una disposizione mentale incentrata sul che fare e non solo su come sentirsi o credere. I cittadini riprendono coraggio solo se vien data loro una prospettiva di lungo periodo, e vien loro detta l'intera verità sul declino che incombe sull'Unione, e specialmente sull'Italia.
È l'impressione che ciascuno può avere leggendo il rapporto sulla crescita e l'occupazione in Europa, redatto da un gruppo d'esperti sotto la guida dell'ex premier olandese Wim Kok e presentato il 3 novembre (il titolo è Facing the Challenges - Far fronte alle sfide). Il capitolo cruciale riguarda il deperimento demografico in Europa: il più forte nel mondo, probabilmente. Un deperimento che spiega il divario tra espansione Usa ed europea, che annulla molti pronostici ottimisti sulla crescita, e che anzi aggraverà nei prossimi decenni la stagnazione attuale. L'invecchiamento dell'Europa aumenterà la domanda di pensioni e assistenza sanitaria - scrive il rapporto - man mano che si ridurrà il numero delle classi d'età produttive. La quota di persone che va in pensione rispetto alla popolazione attiva raddoppierà di qui al 2050, passando dal 24 per cento di oggi al 50. E tra gli europei gli italiani saranno i più colpiti: da noi, la quota di chi andrà in pensione e dipenderà da un numero sempre più esile di giovani raggiungerà il 61%.
Per fronteggiare il dramma assai concreto d'un declino e addirittura di un'estinzione sono vere e proprie rivoluzioni, che urgono: mentali e operative. La prima e più grande riguarda l'immigrazione. Immigrati e Islam stanno creando complicazioni gravissime, con il rischio di guerre di religioni e culture. Ma di quest'immigrazione l'Europa e in primis l'Italia hanno bisogno vitale, se vogliono proteggere la popolazione di anziani e scongiurare futuri oscuri desideri di sbarazzarsi dei vecchi. Se vogliono salvaguardare non solo e non tanto le nostre società aperte, ma la sopravvivenza stessa delle società.
Anche qui varrà la pena dire la verità. Non sarà facile, integrare gli immigrati che ci sono divenuti ancor più indispensabili di quanto lo fossero negli Anni 60 o 70. E il permissivismo multiculturale non è la risposta, come dimostra quello che sta accadendo nella civile Olanda, in concomitanza con l'assassinio del regista Theo Van Gogh il 2 novembre scorso. Un assassinio cui hanno fatto seguito incendi di chiese e moschee, con estensione del fenomeno alla Germania. Dell'immigrazione abbiamo necessità ma dobbiamo saperla organizzare: adattando costituzioni e leggi, riflettendo sul significato della laicità, obbligando gli immigrati a far propria non solo la nostra lingua ma anche il nostro linguaggio civile, giuridico, e indirizzando infine il loro lavoro verso settori utili.
Quel che dicono la Lega e i neoconservatori italiani è un immane e rattristante inganno: non basta ribadire che l'Europa ha radici cristiane (ovviamente le ha, ed è frutto della storia cristiana il fatto che la separazione tra politica e religione si rifletta nel preambolo della costituzione europea). Occorre proporre piani politici più che culturali-religiosi, e mostrare come le trincee anti-immigrazione della Lega siano inadatte ai tempi futuri. Occorre dire che in un modo o nell'altro bisognerà agire: riorganizzando con gli immigrati l'universo di tutti coloro che possono produrre ricchezza, e permettendo dunque agli anziani di non divenire fardelli. L'America è un continente d'immigrazione, può anche permettersi temporanee restrizioni. L'Europa e l'Italia no. Mettere al lavoro chi non è ancora entrato nel ciclo produttivo (i giovani, gli immigrati presenti e futuri, gli anziani che ancora possono operare) è l'unica opportunità che gli europei possono avere, se vogliono evitare un declino altrimenti certo. Se vogliono evitare che un numero crescente di cittadini siano visitati dal più angoscioso degli spettri: lo spettro dell'inutilità.
Berlusconi ha sentore di questo declino, intuisce che esso può penalizzarlo, ed è il motivo per cui insiste con tanta caparbia sulla riduzione delle tasse, inimicandosi parte della maggioranza e mettendosi contro un vasto fronte conservatore, di destra e sinistra. Per Prodi e il centrosinistra sarebbe più che rischioso, divenire punto di riferimento di questo fronte dello status quo, dunque della spesa pubblica immutata. Non meno rischioso e miope è chiedere ogni giorno che Berlusconi si dimetta, vista la presunta assurdità del piano fiscale. Tagliare le tasse vuol dire infatti ridurre il bilancio dello Stato, minacciare il potere di singoli ministeri, e anche Prodi dovrà ridurlo. Non ridurrà spese che ritiene essenziali per salvare il modello sociale europeo ma dovrà pur sempre tagliare, se vuol aprire spazio a produzione e crescita. Non si vede come Prodi possa condividere, con il fronte dello status quo, l'idea malsana secondo cui la spesa pubblica è l'unica cosa intangibile, e la sola spesa che si può contrarre è quella privata del cittadino. Così non si vince Berlusconi: gli si lascia il monopolio delle riforme.
Da questo punto di vista, è un po' superfluo arrovellarsi attorno alla questione se le elezioni si vincano al centro o facendo il pieno del proprio campo. È evidente che il candidato a governare deve tener conto delle aspirazioni e delle paure d'un elettorato che non perdonerebbe i fallimenti di Berlusconi, e che non ha votato solo l'imprenditore compromesso con la giustizia ma il politico che prometteva meno tasse e più crescita. Così come è evidente che conviene mobilitare l'insieme del proprio campo, astensionisti compresi. Ambedue le cose sono indispensabili. L'unica cosa da non fare è gioire di questo fallimento berlusconiano, nutrirsi solo di esso, e scommettendo sull'impossibilità di ridurre le tasse scommettere anche sull'impossibilità, dogmaticamente asserita, di intaccare le spese dello Stato.
Prodi ancora non ha detto di cosa vuol nutrire il proprio discorso agli italiani e sugli italiani. Forse è ora che cominci a dirlo. Forse proprio lui che già una volta ha creato grandi aspettative vincendo le elezioni e che dopo poco tempo è stato defenestrato, sa che non basta defenestrare Berlusconi disfacendo non già i disastri da esso causati, ma le riforme che il Premier propugna contro i ministri più conservatori. Se ascolterà questi ultimi e si riconoscerà nel fronte dello status quo, si spegnerà presto l'entusiasmo del rientro: giacché status quo vuol dire oggi declino. In tal caso non avremo sentito la verità, ma l'ennesima menzogna. In tal caso non avremo combattuto lo spettro dell'inutilità, che angustia tanti connazionali. In tal caso Prodi darà agli italiani l'impressione che sia possibile liberarsi da un giogo, senza avere però alcun pensiero dominante.

fra' carnevale
  
Le maschere del Cavaliere
Francesco Merlo su
la Repubblica 25 novembre

Quasi quasi ci piace di più questo Berlusconi con il tono gradasso che lancia invettive sentenziose all´Europa, il Berlusconi denso degli umori di Giuliano Ferrara che sono ormai gli umori di Rasputin, il mesmerismo autoipnotico a metà tra l´imbroglio e la provocazione. Quasi quasi ci piace di più il Berlusconi propagandistico che affronta con esagerazione ed enfasi le reazioni scandalizzate o beffarde di chi gli oppone i conti dello Stato, del suo stesso ministro dell´Economia, dei suoi alleati di governo, il Berlusconi che finge d´essere uno Schwarzenegger con la testa di un Cavour, un Andreotti con il fisico di Primo Carnera. Ci piace di più perché restituisce l´umore più congeniale alla sua politica e accende un´altra disputa, già rumoreggiante di indignazioni e di libelli, che ha il vecchio sapore della farsa all´italiana.
Vuole infatti tagliare le tasse pur non avendo i soldi. Pretende che il patto di Maastricht venga rivisto, ma non come stanno chiedendo gli olandesi già dall´aprile scorso, non per dare flessibilità all´economia continentale e dunque incentivare gli investimenti, ma per ridurre l´ Irpef senza copertura, semplicemente aumentando il deficit dello Stato. E mette in scena una commedia degli equivoci assegnando all´Europa il ruolo del compare nel suo ennesimo travestimento: Berlusconi "dama di ferro" come la Thatcher, Berlusconi che si finge Reagan, Berlusconi che fa il Bush all´italiana e di nuovo si accaparra il consenso.
Anche se non ha più la gaiezza spensierata dei vincenti perché in pochissimi anni ha sfarinato il bastone del comando più concentrato e più diffuso che la storia repubblicana abbia mai conosciuto, è ancora questo il Berlusconi che ci piace di più, quello che manifesta la propria vitalità spacciando patacche, esibendosi in acrobazie e in piroette, in colpi di teatro da mattatore del travestitismo: il taglio delle tasse è come il cerone e il maquillage, è come il rialzo sotto i tacchi, la calza sulla telecamera, il trucco e la chirurgia plastica.
Sempre, quando i sondaggi gli annunciano la sconfitta, Berlusconi ricorre alla magia, agli stregoni esoterici, alla politica malandrina che fa sparire l´oggetto reale della contesa, con un "a me gli occhi" che ti ammalia e ti svuota le tasche. Eccoci infatti tutti a discutere sull´idea antichissima e banale del taglio delle tasse, se sia irresponsabilità o generosità, se sia populismo o popolarità, se sia un furto o un regalo, se Berlusconi sia un Robin Hood o se voglia invece limare le unghie allo sceriffo di Sherwood. E intanto di nuovo sparisce l´oggetto della vera contesa. Una riduzione dell´Irpef, senza il danaro di copertura e comunque misera, un rischioso ritocco da tre soldi diventa una disputa filosofica sui balzelli, sulla demagogia, sull´arte di governare. Non si parla più di economia reale e ovviamente neppure dell´università, delle pensioni, del razzismo leghista, del Mezzogiorno, delle grandi opere, delle leggi ad personam e dell´etere, ma solo di Berlusconi, del suo carattere, del suo essere imprenditore o invece imbroglione, impolitico o strapolitico, del suo ricorso al decentramento del proprio pensiero, ieri consegnato al doroteo Gianni Letta e ora affidato agli ex frondisti del Foglio che lo inventano futurista, gli fanno firmare dichiarazioni di guerra che non sa scrivere e neppure pensare, lo spacciano per un Majakovskij contro i ragionieri, un poeta contro le cifre, un fine fabbricatore di parole e concetti preziosi contro la gabbia degli aridi numeri.
Ma al profeta Rasputin questa volta non riuscirà il miracolo di farci credere che Berlusconi sia il nuovo messia. È il solito vecchio demagogo che ha raschiato tutti i barili vuoti della politica imbonitrice e del potere per il potere. Vi è infatti un punto a partire dal quale ogni ulteriore sforzo aggrava la sconfitta, un punto che non bisognerebbe mai oltrepassare. Sino a quando Rasputin lavorava di nascosto, nelle alcove della zarina Alessandra Fedorovna, negli incontri clandestini, l´arruffio della sua barba poteva essere confuso con profondità di pensiero, i suoi occhi potevano suggerire visioni estatiche, il suo farfugliamento poteva essere scambiato con balbettio mistico. Ma quando lo zar Nicola si consegnò davvero a Rasputin tutti si resero conto che era iniziata la fine dell´uno e dell´altro. Dell´uno si scoprì l´essere imbelle e dell´altro l´essere mistificatorio.
Con la trovata dell´Irpef secondo noi Berlusconi ha toccato il fondo del travestitismo. E se questo Berlusconi ci piace di più è perché Rasputin l´ha svelato, l´ha consegnato nudo al dileggio degli italiani. Grazie all´abracadabra dell´Irpef l´incantesimo è finito.

fra' carnevale
  
Scegliersi un nome per tutte le stagioni
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera 25 novembre

Un tempo, quando i pensieri erano forti, era tutto più facile e il cantastorie rosso Arturo Frizzi, racconta Stefano Pivato ne Il nome e la storia, chiamò cinque figli con le varianti di Comunardo (Comunardo Oberdan, Aurora Comunarda, Angelina Comunarda...) e chiuse alla grande con l'ultimo nato: "Aspromonte Fulmine Ribelle". E se eri patriottico potevi scegliere il nome "Cavorrino", se eri fascista "Romano", se eri luddista "Ozio", se eri una testa calda "Dinamite" o "Sebastite" ma insomma, ogni creatura aveva il nome suo. In questi tempi di pensieri debolucci, Francesco Rutelli si è dunque ritrovato privo delle vecchie certezze che sapevano di buono.
E non piacendogli affatto la sintesi "Gad" per Grande Alleanza Democratica e di "Fed" per Federazione dell'Ulivo, è sbottato: "Sono proprio indigeribili, sembrano il nome del prossimo cartone Disney". E ha proposto di battezzare la neonata col nome di "Alleanza", tout court. Proprio come, gli ha ricordato subito plaudendo Piero Fassino, aveva proposto Prodi. Perché perdere tempo e voti con questa o quella definizione? Perché dividersi nello sforzo di capire se questa cosa è rossa o rosetta, fucsia o albicocca? "Alleanza", fine.
Un capolavoro. Perse per strada, una dopo l'altra, una serie di parole fattesi via via ingombranti, "Alleanza" è la sublimazione della nuova politica. Il suo trionfo. La sua apoteosi. Un contenitore senza contenuto, dove volta per volta mettere ciò che in questa o quella fase può apparire più giusto o più utile senza dover più litigare sull'anima della coalizione con Bertinotti e Mastella, Diliberto e Pecoraro Scanio. Una grande forza politica che non sta né troppo a destra né troppo a sinistra, né sopra né sotto. Una macchina elettorale senza l'ingombro delle idee. Tesa alla vittoria nella scia non più di Togliatti o don Sturzo ma del mitico Ruggero Bauli che spiegava come si fa il pandoro: "Un po' prima, un po' dopo, un po' più, un po' meno".
Certo, non è solo la sinistra a essere alle prese da anni col problema di definire in due o tre parole una linea chiara e netta. Basti ricordare come Giorgio La Malfa, erede di quello che fu il glorioso Partito Repubblicano (contrapposto al Monarchico) sia arrivato all'amplesso con Vittorio Sgarbi nel Partito della Bellezza. O come gli orfani della Democrazia Cristiana abbiano circumnavigato per un decennio intorno al prezioso (elettoralmente) acronimo dc fondando via via il Ccd, il Cdu o l'Udc.
Né si può dire che, da quando sono crollati i vecchi partiti che ingessavano il panorama politico, siamo rimasti a corto di fantasia.
Dispiegata in tutta la sua flagranza nella candidatura del partito del "Sacro Romano Impero Liberale Cattolico" della leggendaria Mirella Cece o del "PPG", il Partito Preservativi Gratis fondato da Giuseppe Cirillo detto "il Generoso", un casertano che si vanta di essere il massimo consumatore mondiale di preservativi e teorizza che un corretto rapporto sessuale richiede lo scambio a rotazione, via via che infuria la passione, di 3 o 4 condom: "Scusa un attimo, cara", "Scusa un attimo, cara", "Scusa un attimo, cara".
Quanto ai simboli, ne abbiamo visti di tutti i colori. Certo, ci è mancato uno come Richard Leakey che in Kenya ha fondato, e Dio sa quanto sarebbe stato appropriato da noi, il movimento "Arca di Noè". Ma mai come in questi anni la politica nostrana è stata, rispettosamente parlando, piena di bestie. Dall'asinello dei democratici prodiani che portò la soma una sola estate all'orso federalista di Irene Pivetti al gabbiano di Antonio Di Pietro fino alla doppia opzione di Gianfranco Fini, che prima si innamorò dell'elefantino e poi della coccinella. Amori contro natura.
E smarriti.
Il centrosinistra, però, nella ricerca del nome perduto, non lo batte nessuno. Usciti i comunisti dalle macerie del muro di Berlino e i democristiani e i socialisti da quelle di Tangentopoli, sembrano ancora lì che si scrollano di dosso i calcinacci.
Soprattutto gli eredi del Pci. Erano partiti tanto tempo fa, dopo la svolta della Bolognina, con "la cosa" che doveva nascere e darsi una linea prima di scegliersi il nome giusto e ne era nato un tormentone finito in un film di Nanni Moretti e intitolato appunto "La Cosa". Era seguita l'ipotesi buttata là da Achille Occhetto di un "Partito del lavoro" o "partito dei lavoratori".
Che aveva lasciato spazio, mentre Cacciari tuonava "li ho implorati di non usare più la parola partito!", al Partito della Sinistra Democratica. A sua volta rimpiazzato tra i mal di pancia dal progetto di una nuova "Cosa 2" forse socialdemocratica o forse no ("Prima "la Cosa uno", poi la "Cosa due"", sbuffò Massimo D'Alema, "mi ricorda un serial dell'orrore!") che alla fine diede vita alla semplice amputazione della parola che non piaceva al filosofo veneziano: "Democratici di sinistra". Una giostra che spinse Walter Veltroni, in una intervista, a una battuta velenosetta: "Il Pds, o come si chiama adesso...".
L'Ulivo sì, pareva aver messo d'accordo un po' tutti. Al punto che nessuno trovò da ironizzare quando Romano Prodi, sorridendo feroce sulle altre opzioni botaniche e in particolare sulla "futile bellezza del papavero", esaltava l'amata "pianta millenaria", che "ha radici", "fa molti frutti", "è di una robustezza tremenda", e si recava perfino in pellegrinaggio là dove sorgeva un ulivo sacro millenario. Ah, l'Ulivo! Ma qui sta il punto: come andare, oltre l'Ulivo? Certo, bastava chiamare il nuovo fronte "Alleanza democratica", ma... Ma il bel nome, già presente in Portogallo, in Spagna, in Bolivia e perfino in Namibia, si portava qui appresso una disgrazia: era stato usato anni fa, quando stava a sinistra, dall'attuale cantore forzista Ferdinando Adornato. Che allora sparava a zero su quei politici della Prima Repubblica che oggi dipinge come vittime delle toghe rosse e allora vedeva come un gruppo di "guitti, saltimbanchi e entraineuses alcuni dei quali si sono ben presto trasformati in vera banda di gangster" e invitava a votare contro Berlusconi con lo slogan "Ragiona Italia". Non gli portò benissimo: 1,2% dei voti.
Alla larga, alla larga.

fra' carnevale
  
Dio in politica? Distrugge la democrazia
Maurizio Viroli su
La Stampa 23 novembre

Siamo sicuri che le democrazie contemporanee in quanto istituzioni politiche debbano riscoprire il Dio cristiano e farne il fondamento delle scelte politiche dei governi? Questa idea pare guadagnare ogni giorno nuovi consensi, come emerge dal resoconto del dibattito tenutosi a Torino con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Gian Enrico Rusconi su cui ha riferito domenica Mario Baudino. La necessità di tornare al linguaggio della virtù, del peccato e di Dio pare riposare sulla convinzione che contro le democrazie occidentali si erge il blocco monolitico dell'Islam che non distingue fra politica e religione e fonda quella su questa. Bisogna dunque che anche le democrazie ritrovino Dio per non essere schiacciate da tanto avversario. Premetto che il rimprovero spesso rivolto ai laici di aver lasciato da parte il linguaggio della virtù e del dovere mi lascia del tutto indifferente. Ho sostenuto sempre (e ormai sono passati vent'anni da quando l'ho fatto per la prima volta) che la libertà politica non vive senza la virtù civile dei cittadini, che virtù vuol dire forza morale e forza militare, e che senza la pratica dei doveri i diritti rimangono pura aspirazione. Aggiungo che sono del tutto convinto che esiste un attacco terroristico contro la democrazia occidentale scatenato da forze radicali islamiche che mirano ad instaurare regimi teocratici. Detto questo ritengo che riportare Dio dentro la sfera pubblica, come vogliono i neoconservatori americani, e i loro imitatori italiani, sia un modo di distruggere la democrazia, non il mezzo più efficace di salvarla dall'attacco dell'Islam. I neoconservatori dei due mondi hanno ragioni da vendere quando sostengono che le democrazie hanno bisogno di virtù per vincere contro i loro agguerriti nemici. Dimenticano però che la virtù di cui hanno necessità è la virtù politica, ovvero, come insegnava il vecchio Montesquieu (e tanti altri prima di lui e dopo di lui) l'amore della patria, dell'uguaglianza repubblicana, del bene comune e della Costituzione che difende la libertà. L'opposto della virtù (in politica) non è il vizio, e neppure il peccato, ma la corruzione. La virtù politica è dunque una virtù che può averla chi crede nel Dio cristiano come chi non ci crede. Che le democrazie riscoprano Dio conta poco al fine della virtù, a meno che non si voglia sostenere che le democrazie devono riscoprire un Dio che comanda di amare la libertà, di servire il bene pubblico, di combattere con tutte le forze la corruzione politica, la tirannide, il potere arbitrario e l'intolleranza religiosa, come era appunto il Dio dei puritani inglesi e americani del Seicento e del Settecento (e anche più oltre). In questo caso bisogna aggiungere una qualificazione importante, e i neoconservatori, almeno quelli autentici (americani) non sono affatto disposti a questo passo. Anche ammesso che la democrazia abbia bisogno di riscoprire Dio e metterlo al centro della sfera pubblica, non viene in mente ai neoconservatori che una cosa è riscoprire Dio per libera scelta, un'altra riscoprirlo o scoprirlo perché lo Stato lo impone con varie forme di sanzioni? Nel primo caso la scoperta o riscoperta di Dio avrebbe effetto benefico per la democrazia; nel secondo avrebbe effetto malefico in quanto porterebbe soltanto ad un diffuso bigottismo. Ora, se si vuole vera fede bisogna che la religione si tenga lontana dal potere politico e che i suoi propugnatori la predichino unicamente con la forza della parola e dell'esempio. Il che vuol dire che la debolezza morale delle democrazie non si cura con iniezioni massicce di religione insegnata dallo Stato, ma con l'educazione alla fede democratica per chi crede in Dio e chi non crede in Dio. La democrazia occidentale, con gli USA in prima fila, ha vinto nel secolo scorso due tremende sfide, la prima contro il totalitarismo nazista e fascista, la seconda contro il totalitarismo comunista, nemici che non avevano nulla da invidiare in quanto a coesione e devozione all'Islam. A nessuno dei neoconservatori viene in mente che gli Stati Uniti vinsero quelle sfide anche perché non diventarono una democrazia e religiosa?


Ciampi, uomo di parola
Il ministro di malagrazia e la tenacia del presidente
Editoriale su
Il Foglio 24 novembre

Interrompiamo per una giornata il silenzio stampa che ci siamo imposti da un anno a questa parte, pensando di far bene, sul caso Sofri. Il presidente della Repubblica è stato di parola e gliene va dato atto con allegria e fiducia. Un anno fa, sotto Natale, aveva richiesto pubblicamente i dossier della grazia a Sofri e Bompressi, per prendere una decisione nel quadro della sua attività e prerogativa istituzionale. Cosa che aveva comunicato in una lettera aperta a Marco Pannella, in digiuno per la restituzione al Quirinale del potere di grazia. Li ha avuti, infine, e quei dossier non li ha messi in un cassetto. Ha deciso di procedere, mentre emanava decreti di grazia per altri condannati, ed è stato nuovamente bloccato dalla triste testardaggine di Roberto Castelli, il ministro competente, ministro di malagrazia. Una volta il problema è la domanda di clemenza, una volta è che non ci sono i requisiti, un'altra volta sarà ancora diverso; ed è così che le questioni di coscienza, evocate a sproposito da Castelli, diventano beghe politico-istituzionali, maschere ideologiche prive di senso. Tuttavia Carlo Azeglio Ciampi non si è rassegnato. Ha ricevuto il ministro e, preso atto della sua decisione, ha comunicato al paese in modo formale che prenderà le sue decisioni.
Seguirà un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, come si dice, in cui sarà compito della Corte costituzionale decidere se il potere di grazia sia effettivamente nelle mani del capo dello Stato, salvo il timbro formale del ministro, oppure no. Una quantità di giuristi pensa che quel potere non può essere vanificato da un veto governativo e la riforma della Costituzione già approvata dal Parlamento va precisamente in quella direzione. Ci vorrà del tempo, ma alla fine il presidente della Repubblica sarà messo in grado di agire.
Castelli si lamenta e dice che è una croce dover decidere del destino degli altri. Ci piacerebbe dargli retta, come abbiamo fatto per alcun tempo in passato, piuttosto ingenuamente, e pensare che il ministro si macera nel suo tormento di coscienza. Tuttavia le soluzioni possibili per qualunque coscienza libera il ministro le ha liquidate tutte, con un accanimento che sa di bassa politica e di virtuosismo pro domo sua. Il presidente è così obbligato a un itinerario tortuoso, che non riguarda più soltanto delle persone, e scusate quel “soltanto” dove c'è tutta l'amarezza del mondo, ma anche una questione istituzionale importante, che Pannella aveva rimesso con i piedi per terra.

fra' carnevale
  
Gli esclusi
Il sistema indiano delle caste
Giuliano Boccali su
Golem l'Indispensabile

Scrivere non era qualificante, nell'India antica, anzi, era considerato un mezzo di comunicazione di serie B, o peggio ancora, rispetto al mezzo principe: la trasmissione orale. E più un testo valeva, per sacralità o prestigio, più scriverlo - almeno fino a una certa epoca - anziché mandarlo (e farlo imparare) a memoria appariva un espediente grossolano e degradante. E poi in India il cambiamento non era di moda: orali o (più raramente) scritti, almeno esternamente i testi tendevano a ribadire la tradizione. Ne deriva che, fra i vari mezzi di controllo e repressione escogitati con grande fantasia nei regni e imperi indiani classici, la censura non avesse troppe ragioni d'essere; certo non era sensato, né salutare, inveire pubblicamente o chiacchierare segretamente contro il re. Anche perché spie e delatori, diversamente dai poco utili censori, abbondavano.
Ma se di censura in senso moderno non si può parlare, almeno fino a tutto il primo millennio d.C., allargando l'idea all'ambito dei princìpi di esclusione, l'India intera appare da sempre la manifestazione sociale e culturale del loro trionfo... Che cos'è infatti il sistema castale se non l'applicazione ferrea di un raffinatissimo sistema di esclusioni reciproche? Così, secondo il Codice di Manu, il più celebre anche se non l'unico testo giuridico classico, i fuoricasta "sono tradizionalmente considerati stranieri, che parlino lingue barbare o lingue arie" (trad. W. Doniger, X, 45). A loro toccano, anzi, a loro sono "innati" i lavori ritenuti più degradanti, perché mettono in contatto con le sostanze più impure, legate al sangue e alla morte: uccidere pesci o macellare animali della foresta, lavorare il cuoio, suonare il tamburo (perché fatto di pelle conciata), portare cadaveri (X, 49). Costoro "devono abitare presso tumuli, alberi e campi di cremazione", ai più abietti il villaggio è precluso e "devono fare uso di ciotole di scarto... Per veste devono avere gli abiti dei morti e mangiare [cibo elemosinato] in piatti sbreccati, i loro ornamenti devono essere di ferro nero ed essi devono vagare continuamente" (X, 50-52). Sono gli "intoccabili", tristemente famosi, costretti a segnalare la propria presenza "con segni distintivi (stabiliti) dai decreti del re" (X, 55) e a bere da pozzi d'acqua appositi, segnalati da un osso per traverso perché nessun membro delle altre classi sociali vi attinga.
Al capo opposto della gerarchia sociale, il sacerdote che - ricordiamo - è tale per nascita come l'intoccabile, "è il signore di tutta questa creazione... nasce in cima alla terra, come signore di tutti gli esseri viventi, al fine di custodire il tesoro della religione" (I, 93, 99). Ma se la sua posizione è simile a quella di un dio, se anche solo minacciarlo si sconta con cent'anni di inferno (XI, 207), questo non significa affatto un arbitrio illimitato: le attività "innate" ai sacerdoti sono prescritte rigorosamente, come pure il decoro della pulizia, dell'abbigliamento e di un'attitudine scevra da attaccamenti e desideri eccessivi. Anche se "sviene dalla fame" - questa per esempio la curiosa prescrizione di IV, 33 - può chiedere aiuti economici a ben pochi soggetti: al re, a un patrono che gli ha commissionato sacrifici, "o a un discepolo che vive nella sua casa, ma a nessun altro". La sua vita è costellata di tabù, sessuali, alimentari, comportamentali in genere elencati con esasperante minuzia dal Codice: anche le direzioni della minzione e dell'evacuazione sono prescritte, e variano a seconda degli orari!
Queste interdizioni, che occupano pagine e pagine, quando comprensibili sono speculari a quelle degli intoccabili, hanno cioè a che fare con l'opposizione purità/impurità: fra questi due estremi si collocano tutti i privilegi, gli obblighi, i divieti esclusivi di ciascuna classe e casta. Scandalizzarsi è inutile, oltre che anacronistico: l'India brahmanica e hindu non era una democrazia moderna, e si reggeva sul principio - intollerabile oggi - della ineguaglianza degli uomini, fin dalle strofe 12 dell'inno del Rigveda X, 90. Il testo celeberrimo segna l'atto costitutivo delle caste: l'universo si articola dal sacrificio di un gigante primordiale, e gli uomini nascono diversi (ecco perché Manu insiste con l'aggettivo "innato" anche a proposito delle loro attività) a seconda che risultino dall'organo più nobile del gigante, la bocca (i sacerdoti), o dal meno nobile, i piedi, da cui derivano i servi. Al di fuori di questa genesi hanno invece origine gli schiavi, soggiogati all'epoca dell'invasione aria del subcontinente, mentre dalla mescolanza delle classi, da connubi proibiti fra membri di caste diverse, hanno origine gli intoccabili, suddivisi a loro volta in numerosissime diverse categorie.
Non sono mancate, naturalmente, reazioni esterne a questo sistema, innanzitutto da parte del buddhismo che non riconosce nessuna distinzione castale o, molto più tardi, dell'islam per il quale tutti gli uomini sono eguali agli occhi di Dio. Dall'interno, quello che oggi si chiamerebbe l'ammortizzatore era rappresentato dalla concezione del karman, la "retribuzione causale" per cui gli atti compiuti in una vita - a seconda che siano moralmente positivi o negativi - determinano le condizioni delle vite successive: chi è nato brahmano piuttosto che guerriero lo deve a un'ottima serie di esistenze precedenti, chi è nato schiavo o peggio intoccabile lo deve a un'esistenza precedente macchiata da gravi colpe. Profondamente accettata e condivisa, questa convinzione, che appartiene al fondo religioso più antico e diffuso dell'induismo (e di tutte le religioni sorte in India), ha fatto sì per millenni che ciascuno accettasse la propria condizione e l'impossibilità di uscirne nella vita attuale; ma che cercasse anzi di vivere questa vita al meglio, cioè attenendosi alle sacre prescrizioni, in modo da guadagnarsi una vita successiva migliore.
Con il contatto (tutt'altro che spontaneo...) con l'Occidente, le lotte e poi l'indipendenza, naturalmente anche la legge del karman come correttivo non è bastata più. In molti modi, le grandi coscienze religiose e sociali del Paese hanno combattuto nel secolo scorso o il sistema castale nella sua integralità e perciò l'induismo stesso (Bh. R. Ambedkar, presidente del Comitato di redazione della Costituzione dell'Unione Indiana) o quantomeno l'intoccabilità: celebre è la posizione del Mahatma Gandhi, che ha ribattezzato gli intoccabili Harijan, "Figli di Dio". In definitiva, la carta costituzionale non ha abolito le caste, - cosa impossibile ancora oggi dato il loro radicamento sostanziale nella visione e nella prassi hindu -, ma ha abolito le conseguenze politico-sociali delle caste e, soprattutto, ha abolito l'intoccabilità. Con la cosiddetta Reservation Policy, ha anche introdotto provvedimenti che beneficassero gli "ex intoccabili" e i "tribali": in concreto, si tratta di una riserva obbligatoria, nei posti di lavoro pubblici, destinata a queste categorie e corrispondente alla loro percentuale dell'intera popolazione che assomma a circa il 22,5% del totale. Ciò significa che, nei concorsi pubblici, il 22,5% dei posti in palio è riservato a loro. Provvedimento umanitario e di equità, senza dubbio, che ha finito tuttavia per generare una situazione di esclusione al rovescio: negli anni '80/'90, chi scrive ha assistito personalmente alle proteste di chi, non essendo un "ex intoccabile", si sentiva discriminato e ingiustamente escluso da possibilità di lavoro per le quali poteva anche essere oggettivamente più preparato e quindi più meritevole. Addirittura potenzialmente esplosiva è poi l'estensione, prevista dalla Costituzione, della Reservation Policy alle "altre classi svantaggiate": quali siano esattamente è tema di scontro politico talora feroce, ma si tratta di fatto "dell'intero, enorme corpo della società rurale, di quasi la metà della popolazione indiana" (F. d'Orazi Flavoni). Paradossalmente, se si dovesse estendere il provvedimento a più di metà della popolazione indiana - cosa inconcepibile e impossibile di fatto - il principio di esclusione finirebbe per essere applicato (per effetto della Costituzione!) nei confronti della metà dei cittadini un tempo avvantaggiata: dopo millenni di diseguaglianza, non ci si poteva illudere che ripristinare l'equità fosse un processo innocuo, ma anche questo aspro dibattito è segno oggi del coraggio con cui sono accettate le sfide imposte da una tradizione consolidatissima e della grande vitalità della democrazia indiana.

fra' carnevale
  
Cartoline dalla Destra
Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista
Nicola Arcozzi su
Stile Libero 16 novembre

L'esponente piu` illustre del ceto medio riflessivo e` Giuliano Ferrara, che riflette da destra. La sua creatura, Il Foglio, e` l'unico tentativo coerente di dare alla destra nostrana un contesto culturale autentico e coerente. Lo fa con intelligenza, prevenendo le controdeduzioni dei suoi avversari di sinistra, con eloquente veemenza, con riferimenti culturali tutt'altro che scontati, affrontando ogni tema, anche quello piu` spinoso. Pinochet? Bisognerebbe dargli una medaglia. La guerra di civilta`? E` gia` iniziata, e vi spiego come vincerla. Fecondazione assistita? Eugenetica postnazista: non c'e` bisogno d'essere cattolici per condannarla. La Repubblica di Salo`? Fossi in Fini, ne rivaluterei tanti aspetti. A sottendere il tutto, il sogno di uno schieramento di destra consapevole, occidentale, militarmente filoamericana ed economicamente thatcheriana.
Il problema di Ferrara, come di tanto ceto medio che riflette, e` che l'Italia che rappresenta non esiste. La nostra destra non e`, e non vuole essere consapevole. Il filoamericanismo della nostra destra e` tutto di facciata: filoamericani a prescindere, "prima di sapere di cosa si stia parlando", come sintetizzo` efficacemente il Presidente del Consiglio.
Un filoamericanismo tutto a uso interno, quindi, senza prospettive di sorta. Il fascismo, poi, e` eredita` troppo indecente e dolorosa per poter essere argomento di brillanti paradossi.
La costruzione di Ferrara pare un po` una di quelle campagne propagandistiche lanciate spesso dalla CIA o dal Dipartimento di Stato per migliorare l'immagine degli USA in alcune aree cruciali del pianeta.
Ben confezionate, ma con contenuti troppo slegati dalla realta` del paese a cui si rivolgono; troppo elementari nella definizione dei valori e culturalmente fuori bersaglio.
Cio` assomiglia alla biografia di Giuliano Ferrara, che e` stato informatore a libro paga degli USA, ma non assomiglia alla sua posizione attuale, impiegato dell'italianissimo "quarto uomo piu` potente del mondo". Assomiglia anche ad altra parte della biografia di Ferrara, il suo machiavellismo di stile togliattiano: "questi sono i miei alti fini, ascoltate quali mezzi sono storicamente necessari al loro raggiungimento".
Purtroppo Ferrara si trova in uno schieramento che esprime l'anima piu` guicciardiniana dell'Italia, e il suo machiavellismo, come quello dello stesso Machiavelli, finisce con l'essere velleitario. Ti condanna all'inferno, senza che tu veda raggiunto uno solo dei tuoi scopi.
Ferrara, non a caso, e` stato isolato nella televisione piu` libera e meno vista d'Italia. La nostra destra preferisce altri, meno problematici cantori.

Terzista per eccellenza, autodefinitosi liberale e sempre pacato, anche Pierluigi Battista e` approdato a La7, per motivi diversi. Per un po`, ha preso il posto su RAI1 che era di Biagi, a testimoniare che il siluramento del vecchio giornalista era un mero fatto di ricambio generazionale.
La audience, pero`, ha le sue regole, e cosi` Battista e` finito su La7, rimpiazzando lo storico che aveva fatto lo scoop di mandare in onda un documentario della BBC che dettagliava i crimini di guerra commessi dai soldati italiani nei Balcani. Battista e` il rimpiazzo ideale per i giornalisti scomodi, con il piccolo neo che, per parere neutrale, e` noiosissimo. L'anti-Ferrara per eccellenza.
Sabato sera Battista ha voluto mettere in contesto la rivoluzione iraniana, madre di tutti i fondamentalismi. Il teorema di Battista e`: la modernizzazione degli ultimi due Shah era autoritaria, ma non c'era alternativa, se non la barbarie khomeinista. Perche` Lo Shah non ha funzionato?
Oibo`, penso io, e Mossadeq, dov'e` finito? Mossadeq fu eletto primo ministro, era liberale e aveva la priorita` di nazionalizzare il petrolio, allora in mani inglesi. Fu rovesciato nel 1953 da un golpe organizzato dalla CIA con l'approvazione degli inglesi, in seguito al quale lo Shah ebbe pieni poteri, che uso` nella maniera piu` brutale. Questo svolgimento dei fatti era riportato correttamente nel documentario dell'"Altra Storia", ma non si inseriva nel teorema di Battista (meglio fascisti che fondamentalisti, piu` o meno), che quindi ha trascurato la parentesi democratica iraniana.
Con Battista c'era un intellettuale iraniano anti-khomeinista. Battista ripropone la domanda: perche` la modernizzazione dello Shah non ha funzionato? L'iraniano, un vero liberale, ritorna a Mossadeq. La societa` iraniana era ed e` complessa, e la democrazia avrebbe dato modo alle sue contraddizioni di venire mediate. Il regime degli Shah, il primo dei quali aveva come modelli Ataturk, Musssolini e, soprattutto, Hitler, fini` con l'ingessare l'Iran al punto che le sue contraddizioni esplosero nell'unica forma ancora consentita, partendo dalle moschee. L'Iran, aggiunge con saggezza tutta liberale, doveva e deve diventare democratico nel solco della sua stessa storia, seguendo una via iraniana, cosi` come Gandhi lancio` l'India sulla via democratica senza che mai si perdesse di vista il fatto di trovarsi in India.
Battista, vero esponente dell'integralismo autistico di casa nostra, non credo che abbia neanche ascoltato. Evidentemente, l'attualita` non permette di immaginare che un paese possa diventare democratico per i fatti suoi, senza governi posticci e senza divisioni corazzate. Cio` che, per l'appunto, era avvenuto con Mossadeq.
Cosi` ha continuato a esprimere il suo teorema in forma di domanda. O la violenza modernista o quella antimodernista. O col libero mercato o con gli ayatollah. O con l'Occidente o con l'Oriente. O con noi, o contro di noi.

Su queste basi, con questi maestri, anche l'Italietta del nostro fragile regimetto va, nel suo piccolo, allo scontro di civilta`. Senza capire, senza domandare, un po` recalcitrando, un po` seguendo, secondo tradizione, i probabili, anzi, i sicuri vincitori.

piero della francesca
  
Vietato puzzare
Filippo Facci su
Macchianera 19 novembre

Al tempo di cui parliamo, a Parigi regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell'umido dei piumini e dell'odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fumi, puzzavano le piazze, puzzavano 1e chiese, c'era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l'apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra”.
Il sovrastante è l'incipit del romanzo Il profumo di Patrick Süskind, e non si può negare che la scrittura sia penetrante.
Pare difficile a credersi, ma nel Settecento non esistevano cestini della spazzatura né pulizia delle strade. Nelle vie cittadine si accumulava una quantità spaventosa di letame ed escrementi non solo animali. Girare in carrozza era soprattutto un modo per tenersi lontani dalla schifezza delle strade, e non a caso si usavano stivali alti: servivano appunto a guadare gli strati di sporcizia e i rigagnoli di acqua lurida. In città tedesche come Ulm, nel Medioevo, si usavano persino i trampoli. Questa era Parigi secondo un anonimo visitatore italiano del Cinquecento: “Scorre per le strade della città un rivoletto d'acqua fetida in cui confluisce l'acqua sporca di tutte le case e che appesta l'aria: così si è costretti a portare dei fiori con un po' di profumo per scacciare quell'odore”.
Nelle città c'erano pulizie straordinarie solo in occasione di eventi pubblici: a Roma, per esempio, venivano tenute pulite solamente le vie percorse dai pellegrini che andavano dal Papa. La pulizia dei rifiuti lasciati dal mercato ogni tanto veniva appaltata ad allevatori di maiali, perché le bestie almeno tragugiavano tutto. In campagna bastava una fossa, ma in città, per i rifiuti fisiologici, era normale appartarsi dove capitava: in un angolo, all'aperto, in androni, vie, cortili. Sino agli anni Venti, i macellai uccidevano le bestie nelle strade. Ad avere i primi sistemi fognari, paradossalmente, fu Roma antica – sinchè durarono - che era più pulita di quanto lo erano Parigi o Londra nel Seicento. Per come le intendiamo noi, le abitudini igieniche moderne arrivarono in Europa solo nel diciannovesimo secolo.
Perché tutto questo schifo? Per molte ragioni. Anche religiose: “La purità del corpo e le sue vesti – diceva Santa Paola - significano l'impurità dell'anima”. Sant'Abramo per cinquant'anni rifiutò recisamente di lavarsi viso e piedi. Sant'Eufrasia entrò in un convento di centotrenta monache che orripilavano al pensiero di un bagno, Santa Maria Egiziaca per tutta la vita non si lavò altro che le dita. Ma la cattiva fama dell'acqua si diffuse soprattutto durante le pestilenze; era opinione comune che aprisse i pori della pelle e che permettesse l'ingresso di aria appestata. Su un libro seicentesco sull'educazione dei bambini possiamo leggere questo: “Lavarsi con l'acqua fa male alla vista, fa venire il mal di denti e il catarro”. In un trattato di medicina di fine Quattrocento, poi, avvertono che “I bagni d'acqua riscaldano il corpo e i suoi umori, ne indeboliscono la natura e ne dilatano i pori, sono causa di morte e di malattia”.

Il bagno si faceva al massimo come cura. Luigi XIV, il famoso Re Sole, in vita sua fece due bagni in tutto e solo per consiglio dei medici. I nobili del Cinquecento si lavavano mediamente una volta ogni quattro mesi mentre quelli del Settecento praticamente mai: le dame al massimo due o tre in vita loro. La gente normale mediamente ne faceva uno, e aveva una sola camicia raramentre lavata. Per coprire gli odori si usavano essenze: un profumo di rosa era consigliato per coprire l'afrore delle ascelle, tra camicia e panciotti si portavano sacchetti di aromi, e i capelli erano sgrassati con polvere e crusca prima di essere incipriati. Fu a quel tempo che facero comparsa colli e polsini che uscivano dagli abiti, simbolo di pulizia e ricchezza per chi li indossava. Per dire: il barone di Schoemberg, nel 1767, cambiava camicia e colletto tutti i giorni ma le mutande solo ogni quattro settimane.
Tutto molto interessante: dove vogliamo arrivare?
Forse in America: a Shutesbury, nel Massachusetts, il 5 febbraio 2003, si rendeva noto il nuovo regolamento del consiglio comunale: “Le persone che parteciperanno al consiglio saranno divise secondo l'odore per non disturbare gli ipersensibili agli odori e agli agenti chimici. Una sezione sarà riservata a chi non usa profumi o deodoranti, detergenti o altri prodotti; un'altra sarà per coloro che talvolta si profumano, ma non nel giorno dell'assemblea; nella terza sarà appeso il cartello "Riservata a coloro che si sono dimenticati che non si possono usare profumi e colonie”.

Il relatore del regolamento, alla stampa, specificava che “Profumarsi in pubblico è proprio come fumare”.
Che significa? Intanto a Maplewood, in Minnesota, una chiesa cattolica annunciava che avrebbe servito servizi incense-free, ossia delle messe senza incenso. La richiesta sarebbe stata di alcuni fedeli. Follia? La stessa, evidentemente, che il 22 agosto 2003 spingeva il ministro dei trasporti irlandese Jim McDaid a a dire pubblicamente: “Si avvertono i fedeli della Romana Chiesa irlandese di non respirare in chiesa. Inalare incenso è come fumare tabacco, e contiene cancerogeni. In breve, andare in chiesa provoca il cancro”.
Intere messe in apnea: anche perché l'Environmental Protection Agency, intanto, ammoniva che “il fumo delle candele eccede gli standard di inquinamento”, e confermava che il problema riguardava anche l'incenso.
“I profumi sono come il fumo passivo” faceva eco dalla Nuova Scozia lo specialista di malattie respiratorie Matt van Olm: in Canada era appena stata approvata una norma che vieta l'uso del profumo a bordo degli aerei. Non solo. A Ottawa l'avevano proibito già su tutti i mezzi pubblici, questo mentre un liceo della periferia di Toronto si definiva fragrance-free e sull'Isola Prince Edward, sulla costa orientale, circolava una petizione per vietare i profumi e i dopobarba da tutti gli uffici pubblici.
Ma gli anti-puzza professionisti sono fioriti soprattutto in Nuova Scozia, ad Halifax. In questa cittadina affacciata sull'oceano la maggior parte degli uffici e delle industrie ha vietato ogni fragranza.
Che ne dice la stampa? Il Cronacal-Herald, il giornale locale, ha proibito ai suoi trecentocinquanta impiegati dopobarba, deodoranti, shampoo e collutori - profumati, ovviamente. Lo stesso vale per i millecinquecento che lavorano al centro di servizio telefonico. E non si scherza: i divieti compaiono sugli schermi dei computer e in cartelli appesi nei bagni.
Sono tutti impazziti? La ricercatrice canadese Virginia Solares l'ha messa così: “Se osserviamo il fumo dagli anni Cinquanta e Sessanta, possiamo immaginare che cosa accadrà ai profumi”. I quali profumi sono “fumo invisibile, sono intrusi indesiderati, sostanze inquinanti generate da chi le indossa”.
In sintesi, è una sindrome. O meglio: è la sindrome di avere una sindrome che nei paesi anglosassoni hanno ribattezzato “sensibilità chimica multipla” (MCS) o “malattia ambientale” (Environmental Illness). Nessuna seria autorità medica o scientifica ne ha riconbosciuto l'esistenza, in compenso al parlamento canadese hanno già presentato un progetto di legge che obblighi il Ministero della Salute a riconoscerla – non a scoprire se esista: a riconoscerla – e la convinzione della sua presenza ha già portato ad autentici isterismi di massa - secondo la definizione del New England Journal of Medicine – e questo soprattutto in scuole e ospedali e fabbriche via via evacuati per “odori” mai identificati, eccezion fatta, nel bar del Senato di Dirksen, a Washington DC, per una sporta di cipolle caduta da una cesta di vimini e identificata come colpevole del malessere di nove persone.
Gli è che ad Halifax l'80 per cento delle scuole e degli ospedali hanno proibito ogni genere di profumo. Le industrie cosmetiche sono disperate. Naturalmente – è l'America - furoreggiano associazioni di vittime delle puzze le quali hanno soprannominato i profumi “succo di puzzola”. Nei loro bollettini – autentici capolavori di mitomania – si spiega che la sindrome, cioè il profumo, cioè la puzza, è causa praticamente di ogni malanno umano: compresi la sclerosi multipla, il Parkinson, l'Alzheimer, la sindrome della morte infantile improvvisa – quella che pagine adietro veniva addebitata al fumo passivo – e in più in generale l'intero “collasso del sistema neurologico”.
Un'attivista ha detto: “Mentre i pericoli del fumo passivo sono stati studiati estesamente e sono stati ampiamente pubblicizzati, sia la comunità scientifica sia la stampa hanno largamente ignorato i pericoli dell'esposizione ai profumi… Entrambi hanno le stesse implicazioni politiche e sociali”.
Non c'è uno straccio di dato scientifico che avvalori niente, si diceva: ma questo – è replica media – è ciò che dicevano anche le compagnie del tabacco. E il discorso è chiuso. Dal momento in cui una persona – milioni di persone – si convinca che ogni odore sia iun campanello d'allarme che ti avverte della presenza di una sostanza chimica nell'aria, non c'è più discussione.
Hanno indagato, hanno studiato, ma questa malattia ambientali non è mai stata giudicata scientificamente valida da un organismo serio. La casistica per ora ha evidenziato solo che molti dei presunti malati, in precedenza, avevano avuto delle malattie mentali: resta che, dopo la campagna anti-fumo e quella antigrasso, si profila la prossima.
La guerra all'odore passivo e al fumo invisibile ha già fatto proseliti negli Stati Uniti – vi sarò capitato di leggere su un prodotto che è “non profumato” – e l'Ufficio dell'Ecologia di San Francisco si è già regolato vietando fra altre cose: 1) profumo, acqua di colonia o dopobarba; 2) spray per capelli, mousse, shampoo profumato, o balsamo; 3) deodorante, lozione, rossetto; 4) qualsiasi prodotto cosmetico profumato per la cura personale; 5) vestiti recentemente lavati a secco; 6) detersivi profumati per il bucato; 7) ammorbidenti o salviette detergenti (anche quelle identificate come inodore o non profumate); 8) lucido per scarpe; 9) gomma da masticare.
Quello che sta succedendo pare chiaro.
Un cattedratico dell'Università di Washington si è limitato a dire che i sintomi sono più frequenti fra le donne bianche di classe borghese e l'ha messa così: “Stanno bene abbastanza, in genere, da potersi permettere di essere allergiche all'intero ambiente in cui vivono. Se si è poveri, semplicemente, non ci si può permettere di avere la sindrome da Sensibilità Chimica Multipla”.
Ci piacerebbe che queste donne bianche di classe borghese fossero trapiantate per cinque minuti nel Settecento descritto da Patrick Süskind: così, anche solo per vedere con che pettinatura ne uscirebbero, forse per mediare certo delirio occidentale che ha fatto scordare che deriviamo dalle scimmie ma che nessuna emancipazione culturale ci ha ancora donato l'immortalità.
Perché quello che sta succedendo, appunto, pare chiaro.
Sempre negli Usa, a New York, la solita Environmental Protection Agency – quella dello studio-patacca sul fumo passivo – ha chiesto la chiusura di un negozio di tostatura di caffè aperto da 163 anni: “Abbiamo già fatto multare per odori molesti – parole loro - centinaia di negozi, incluse pizzerie, ristoranti indiani e bar che vendono brioches”.
La rivista inglese New Scientist, in una ricerca, ha scritto che il fumo da cucina uccide più del morbillo e della malaria e dell'Aids: ogni anno – si apprende - un milione e mezzo di persone, soprattutto donne e bambini, muoiono per queste esalazioni; si consideri che circa due miliardi e mezzo di persone in genere cucina su stufe che bruciano legna, resti di piante o sterco. Chi utilizza le stufe – spiega il New Scientist - inala ogni giorno l'equivalente delle sostanze chimiche contenute in due pacchetti di sigarette.
Sì, pare chiaro quello che succede.
A Stuart, sempre negli Usa, un giudice distrettuale ordinato la chiusura di un'attività ritenuta troppo puzzolente: gli allevatori di maiali Thomas Rossano e Paul Thompson erano stati denunciati dai proprietari dell'adiacente Golf Club secondo i quali la clientela non gradiva la puzza.
Non è ancora chiaro, quello che succede?
Il quotidiano Sunday Star-Times, il 20 maggio 2002, ha titolato così: “Tassa sulle flatulenze preoccupa i contadini”. Il governo neozelandese stava considerando di imporre un balzello sui peti di ovini e bovini (60 dollari a capo) perchè le flatulenze emettono metano che danneggia la salute e rovina l'ambiente.
Non fosse ancora chiaro quello che succede, un'ultimo indizio.
Secondo uno studio pubblicato dal China Youth Daily, e attribuito a uno scienziato francese, i dinosauri si sarebbero estinti per la pesantezza dei loro peti. Si teorizza che il gas intestinale dei bestioni contenesse un'altissima percentuale di metano che avrebbe bucato lo strato di ozono e quindi causato inevitabili cambiamenti climatici, quindi esaurito il cibo. I dinosauri pesavano dalle ottanta alle cento tonnellate, mangiavano in media tra i centotrenta e i duecentosessanta chilogrammi di cibo il giorno – spiega lo studio – e la loro attività intestinale era pressochè incessante.
E' chiaro quello che succede.
Ci stiamo estinguendo.

piero della francesca
  
Il colloquio di lavoro
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Personalità confusa 23 novembre

Perché vorrebbe lavorare proprio per la nostra azienda?

Risposta sincera: Perché sto cercando lavoro. Che razza di domande mi fa?
Risposta giusta
: E' tutta la vita che attendo questa domanda. Io ammiro la vostra l'azienda, anzi la amo, la amo più di ogni altra cosa al mondo! Visito il vostro sito ogni giorno, compro i vostri prodotti al supermarket, in camera da letto ho il poster del vostro amministratore delegato. Il solo fatto che mi abbiate chiamato per un colloquio è per me motivo di gioia infinita.

Dove le piacerebbe essere tra cinque anni?
Uhm… vediamo un po'… Sì, mi piacerebbe essere a Morea, in Polinesia.
Tra cinque anni mi piacerebbe lavorare per voi, anche gratis, svolgendo tutte le mansioni che voi avrete la bontà di affidarmi, magari con responsabilità crescenti e senza turni di riposo.

Quale è il suo punto debole?
Questa è facile: io non ho punti deboli! (Furbino, cercavi di fregarmi, eh?)
Ebbene sì, ho anche qualche difetto. Ad esempio, temo di dover approfondire le mie conoscenze tecniche di marketing one to one e di direct marketing. Ma sento che ce la farò, sono molto motivato e darò anima e corpo per migliorarmi e crescere. Mi sto iscrivendo a un master notturno - le lezioni cominciano alle 21 e finiscono alle 3 del mattino – sì, dovrò aprire un mutuo per pagarlo ma sono contento lo stesso, come le dicevo i soldi non mi interessano, io vivo per la mia azienda, per il lavoro e basta.

Lei è disposto a viaggiare continuamente in auto (la sua), sopportare carichi di lavoro disumani per 21 ore al giorno, venire in ufficio anche quando è in ferie, e tutto questo firmando un contratto-capestro a tempo determinato che sicuramente non le rinnoveremo?
Ehm.. vuole spaventarmi, vero?
Mi pare una proposta interessante, accetto. Quando comincio?

Lei avrebbe intenzione di crescere in questa azienda o vede questo posto di lavoro come una tappa provvisoria?
Dipende. Se trovassi un lavoro più bello e meglio pagato, vi mollerei subito. Chi non lo farebbe?
Sono determinato a crescere nella vostra azienda. Non ho alcun dubbio che qualsiasi cosa mi offriate sarà in grado di soddisfare pienamente le mie aspettative per sempre e sempre. Fate di me ciò che volete. Posso baciarla?

Perché vuole lasciare il suo attuale lavoro?
Non sono io che voglio lasciarlo: sono loro che mi stanno licenziando.
A dire il vero mi trovo molto bene nell'azienda dove lavoro adesso. I capi mi adorano, i colleghi piangono quando la sera vado via dall'ufficio. Tuttavia sono alla ricerca di una maggiore gratificazione professionale attraverso attività che permettano di sfruttare al massimo le mie potenzialità e per questo desidero mettere la mia vita al servizio della vostra magnifica, favolosa azienda.

Mi parli dei suoi hobby.
Mah.Direi cinema, libri.. la musica... una birretta con gli amici la sera...
Mi appassionano gli sport estremi a squadre e spero che la vostra società organizzi session di rafting aziendale sulle Cascate della Morte al fine di motivare lo spirito di team dei dipendenti - ma se non lo fate va bene lo stesso - dovreste, però. Inoltre, nel tempo libero mi diverto un mondo a studiare saggi sull'analisi dei processi di customer relationship, di cui non le nascondo sono un vero fanatico. E comunque il mio passatempo preferito resta lavorare: gratis e 365 giorni all'anno, anche quando non serve.

Ha qualche domanda da fare?
No, anzi, se non le spiace me ne tornerei a casa a pregare che mi assumiate.
Certo, ne ho a bizzeffe. Però vorrei che ne parlassimo in inglese. Sa com'è, mi troverei un po' più a mio agio.

piero della francesca
  
Semiotica a placche
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Lo scopriremo solo vivendo 17 novembre

ci sono domestici segni convenzionali riconosciuti da tutti: un fiocco rosa sulla porta significa "è nata una bambina"; una ghirlanda sull'uscio con pigne dorate e vellutati fiocchi rossi vuol dire "è arrivato il natale"; uno zerbino in cocco "spazzatevi le scarpe prima di entrare", un gatto sulla soglia "porco cazzo, ho chiuso fuori il gatto!". ma c'è un unico segno che fino ad oggi non avevo mai saputo interpretare correttamente e che farebbe inorridire in un'unica scossa spinale greimas, hjelmslev e saussure: fiori di origano incollati con lo scotch sull'occhiolino magico e disposti a raggiera tipo spilloni di lucia mondella. è questo il ridotto ma consistente show botanico che si è presentato ai miei dendriti nasali e ai miei umori vitrei ieri sera. ne va da sè che olfatto e vista ne risultano ampiamente oltraggiati.
nel tardo vespro dello scorso giorno, quando i preti erano ormai prossimi a recitare compieta, infilo la chiave nella toppa sicura di trovare a pochi centimetri dall'ingresso le fly-flot balvane di mery terry. così gioco d'anticipo.
-teresaaaaaaaaaaaaaaa, cos'è questo origano sulla porta? ti hanno detto che esiste il gled assorbi odori? toglitelo da sotto le ascelle e provalo per la casa invece che appenderlo sul pianerottolo!
silenzio.
-beh, teresa dev'essere uscita. d'altronde se dio si è riposato il settimo giorno, io avrò diritto almeno a un martedì.
-elìììììììììììììììììììììììììììììì... elììììììììììììììììììììììììììììììììì!
-lamma sabactani, teresa! allora ci sei!
-elììììììììììììììììììììììììììììì!
-cos'è questo grido? teresa, l'ora nona è passata da quel pezzo!
-ilèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè!
-ma che cazzo è? sono dentro hotel california degli eagles e sto sentendo il brano al contrario?
-elììììììììììììììììììììììì!
-ilèèèèèèèèèèèèèèèè!
-BASTAAAAAA! cos'è, la tombola delle consonanti? estraiamo le lettere a caso e riempiamo il tabellone dei dialoghi col prossimo?
-elìììììììììììììììììììììììì
-chi è parla? chi siete? da dove venite? cosa cercate su questa terra, donne, fumo, il chinotto? invocate san pellegrino. lontane da me, creature dello spazio: rapite mery terry e andatevene alla svelta, prima che lei stessa vi ingoi alla caseovelocità della luce (*la caseovelocità della luce è un'unità di misura pari a 300.000 km di scamorze divorate in un secondo nelle ore diurne. è un'unità di misura applicata alle sole province di potenza e matera, dove il sole brilla alto anche in inverno e la scamorza vola bassa in ogni periodo dell'anno).
plin plu: piccola pausa. il tempo di un respiro zen.
-ilèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè!
-elììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì!
-allora: mettetevi in ordine e fate le vostre richieste. se avete rapito mery terry sono disposta a pagare qualsiasi cifra purchè ve la teniate.
-ilèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè, sò jenny.
epifania. le due voci che ho sentito in corridoio sono rispettivamente di jenny, che mi chiamava ilè, e di mery terry, che dev'essere finita nella centrifuga della candy e ora grida aiuto dall'oblò con il vocativo elì.
dal buio, zoppicando e maleodorando non poco, si staglia jenny nelle tenebre.
-ilèèèèè, terressa stammalle.
-ma cristobal, ci ho messo 2 anni per capire come parla quella e adesso ti ci metti anche tu? togli qualche doppia e tienila per dopo. si dice: ilè, teresa sta male. hai visto che si fa con poco?
-èvverro, hairraggionne. ècchessonno preoccuppatto.
-non mi sembra un buon motivo per fare un uso sconsiderato delle allitterazioni. ci vuole la licenza poetica, per quello.
-ma io mannccco la licenza supperrriorre mi hanno datto. mella sonno andatta a rubbare dall'archivvio della scuolla.
-ma hai rubato la licenza di un altro?
-sì, infatti al posstto dillavvorrro pensanno che mi chiammo sergio invece che gennarro.
-difficile condurre tutta una vita nella latitanza, eh?
-ma qualle lattittanza, io abbitto a cernusco sul navviglio
-la latitanza non è una zona geografica tipo la brianza: è una condizione di vita.
-è una fasscia bbassa del reddittto? si possonno avverre i rimmborsi?
-ma no, capodoglio pterigopoideo, la latitanza è quando ti sottrai in un qualche modo alla custodia della polizia.
-io mi sso diffenderre dassollo.
-senti, slot machine delle consonanti, dov'è teresa?
-in cammerra.
-e tu perchè sei fuori? avete litigato?
-nonno.
-nonno?
-nonno.
-avete litigato a causa di suo nonno?
-nonno.
-allora a causa di tuo nonno?
-nonno.
-perdonami, minipimer di tutte le dentali: cosa c'entra il nonno?
-nonno. non abbiammo littiggatto.
-ma cristobal 3 volte con riporto di 1: NO-NO. era un rafforzativo del NO!
-sissi.
-stavolta non ci casco, è un rafforzativo del sì: ora vuoi dirmi 2 volte sì.
-ah-ah.
-capito: ma prima che entri in un tunnel di lettere gemellate da cui non saprei uscire, vui dirmi che ha teresa?
-èmmallatta.
-oh porco cazzo! e che ha?
-ho vommittatto.
-aspetta, aspetta...
-sonno 2 volte aspetta... come nonno e sissi.
-bravo, sei intelligente e impari subito, meglio di ceetah. comunque, segui il labiale: che malattia ha teresa?
-dellirri.
-vomito e deliri... sarà influenza: e comunque non è grave.
-nonno, ma vuole currarsi con l'ommeopattia.
-e quindi? sambuco? sai che le bacche di sambuco sono un antipiretico naturale?
-nonno.
ci ho messo 2 nanosecondi per fare il collegamento medicina naturale/erboristeria=fiori d'origano sulla porta.
-non me lo dire, non me lo dire, non me lo dire. in lucania si cura la febbre con l'origano.
-non creddo, non so perchè terressa lo vuolle ma mi ha obbliggatto ad andargliello a prennderre.
-e dove l'hai trovato?
-in un campo abbussivo dove della gente diggiù coltivvva piante varrie che poi brucccia.
-brucia o fuma? perchè c'è la sua bella differenza...
-non so. la mandano in svizzerra a fanno i sacchetti per profummarre i cassetti.
altri 2 nanosecondi e ho collegato origano sulla porta=marjuana coltivata illegalmente. è in uno scatto da rana bue che sono già addosso a jenny.
-ma porco cazzo d'un cristobal, quello non è origano: è marja!
-evvabenne, io sonno moltto devvotto alla maddonna!
-idiota di un nano trapezista, quella non è la maria di lourdes, è marjuana!
-ecco perchè terressa diceva che per la pizza non vabbenne, che sa troppo di citrugno e chhe ci ppizzicca il nasso!!
-cosa c'entra la pizza?
-terressa volevva currarsi la febbre con la pizza all'orrigganno!
-e invece tu hai rimediato marjuana... porco cazzo, peggio che in un film dei fratelli marx!
ammazzarli. tutti e due. è il solo desiderio. che ho. mi fiondo a cerbottana sul talamo di teresa e ne scorgo i lineamenti: eccola lì, come reduce da un corso intensivo di visagismo tenuto dai fichi d'india.
-ma sei deficiente a fare la pizza con la marjuana?
-e mo non lo zapevo! e non invierire, che ne ho mangiati 4 ztampi e ora zto male! jenny zta bene perchè non gliene ho lasciato mango un pezzo!
-è la giusta punizione, cloaca ingorda! a proposito di cloaca, cos'è questa puzza di merda che sento in giro?
-è jenny.
-ah, è un suo odore naturale o l'avete scelto come fragranza di coppia?
-no, ha peztato una cacca.
-e dove?
-nel gampo dove ha prezo l'origano. ora zta pulendo le zuole in corridoio che zennò mi zporca il piumone di agrilico.
-come sta pulendo le scarpe in corridoio? e i frammenti che espelle dove vanno a finire?
-gualguno zul muro e gualguno per terra. ma gli ho detto di non preoccuparzi che tanto pulisci tu..
-ma ti sei bevuta il cervello oltre che mangiata l'erba? tu e il tuo cappone pestamerde dovete trasformarvi in rotowash e usare la potenza di mille braccia per ripristinare l'atavica igiene! RAUS!
dall'androne si sente jenny che, mortificato, tenta una riappacificazione.
-ilèèèèèèèè, non ti preoccupparre, quanndo hoffinnittto di schizzarre escremmenti pullisco tutto e porto il tuo piggiamma in lavanderrrria.
-il mio pigiama? cosa c'entra il mio pigiama?
-ecche l'ho ussatto per...
-NON LO VOGLIO SAPERE. fammi un favore: prendi tutte le consonanti doppie che ti sono rimaste e intabarrati nel piumone di teresa. non uscire finchè non avrai udito il canto del gallo.
porco cazzo, a vivere a milano un vantaggio ci sarà: di galli che cantano non c'è ne rimasto nemmeno uno. parola di francesco amadori.

Il posto è qui.
E' qui quel lavorio dell'erba simile al pensiero

piero della francesca
  

   28 novembre 2004