
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 21 novembre 2004
Nota introduttiva
Qualche notte fa, ho predisposto su Rai 3 il videoregistratore per il Fuori Orario di Enrico Ghezzi. Ed il giorno successivo, sorpresa! Mi sono trovato bello fresco il film Russian Ark di Alexander Sokurov. Non ne sapevo nulla. E' la storia della Russia a Pietroburgo vissuta all'interno dell'Ermitage, e si chiude con una magnifica festa con centinaia di personaggi, negli scaloni, nei corridoi, nei grandi saloni, con gli enormi lampadari. Quasi mezz'ora di un solo piano-sequenza, roba che il Gattopardo e Via col Vento possono andare a nascondersi. Tecnicamente ed artisticamente.
Solo ad un russo poteva venire una idea del genere, così colossale e così fine al tempo stesso. Mi sono venuti in mente Tolstoj e Dostoevskji, Mussorgskji e Stravinskji e Sciostakovic. Mi è venuto in mente lo sconfinato paesaggio russo - che ho visto - la Moskova grande come il Po, la Neva larga come il lago di Garda, le centinaia di chilometri di boschi di betulle.
Non è che la loro sia una dismisura senza regola, prolissa, per intendersi: è una dismisura ricca, persino Bulgakov e Nabokov ne sono affetti, in libri più smilzi di Guerra e Pace e dei Karamazow. La dismisura che ci fa avere fiducia che malgrado l'ennesimo autocrate, dalla Russia ci arriverà sempre qualcosa che ci manca, e che da soli non potremmo trovare. Guardatevi l'ultima mezz'ora di Russian Ark, se vi capita, mi darete ragione. Intanto, inserisco nella settimana in rete diverse immagini di questo film, comprese alcune foto di scena.
p.c.
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Chi andrà a vedere il bluff del cavaliere
Eugenio Scalfari su la Repubblica 21 novembre
Il presidente del Consiglio ha cambiato idea. Non è la prima volta che accade e non sarà certamente l´ultima. Di fronte alla forza dei numeri aveva accettato di ridurre l´Irap (di poco, ma comunque un po´, tanto per la scena) e di alleviare il bilancio delle famiglie del ceto medio che non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese (di pochissimo, 8 euro al mese, un buffetto sulla guancia per comprarsi un gelato "una tantum") rinviando al 2006 il famoso taglio dell´Irpef per 6 miliardi e mezzo (anche in questo caso un altro buffetto che non avrebbe dato alcuna salutare scossa all´economia ma sarebbe comunque servito come spot elettorale).
Ma in tre giorni si è accorto che questo stentato calendario aveva provocato uno scossone alla sua immagine e al consenso dei suoi più fedeli elettori. I sondaggi, quelli che stanno rilevando settimana per settimana lo smottamento dei consensi, registravano una caduta del 6-8 per cento; lo stato maggiore di Forza Italia si agitava come non mai; perfino i giornali a lui più fedeli lo criticavano con titoli a tutta pagina.
Così ha fatto un´inversione di rotta totale: ha riportato al 2005 il taglio dell´Irpef spalmato su tre scaglioni e ha cercato d´imporre agli alleati e al ministro del Tesoro la prescrizione necessaria al suo spot elettorale.
Naturalmente mancava (e manca tuttora) la copertura finanziaria, ma che importanza ha la copertura? Chi cerca trova. Siniscalco è lì per questo.
Perciò si sbrighi.
Agli alleati riottosi ha promesso carote e bastonate. A Fini la Farnesina, a Follini la vicepresidenza del Consiglio, a tutti e due un ulteriore rimpastone a rate con almeno un nuovo ministro per ciascuno, alla Lega il governatorato della Lombardia, Formigoni permettendo.
In alternativa la bastonata suprema: se non ci state mi dimetto e andiamo alle elezioni anticipate. Niente lista unica e nessun collegamento: ci vado da solo con Forza Italia e muoia Sansone e tutti voi insieme, oppure vinco da solo e di voi resteranno soltanto cenere e vento.
Fini intanto ha accettato la carota; la Farnesina lo attrae da tempo e d´altra parte metà se non addirittura tre quarti dei suoi colonnelli sono già conquistati dal Cavaliere. Follini finora resiste, ma è stretto tra una metà del suo partito e Casini.
Naturalmente tutto dipende dalla famosa copertura finanziaria che Siniscalco deve trovare. E dipende anche dalla credibilità della predetta copertura che, qualora fosse risibile, indurrebbe Ciampi a respingere la legge.
Per ora si aspetta. Nei primi giorni della settimana si conoscerà la ricetta del ministro del Tesoro e si saprà qual è il finale di questa lunghissima telenovela che ha realizzato la sintesi tra l´opera buffa e il dramma; un genere teatrale finora sconosciuto nella storia del teatro anche se ben noto alle cronache politiche italiane.
Secondo me i termini del problema sono molto chiari.
Viviamo una fase di sostanziale stagnazione dei redditi, degli investimenti, della domanda. La congiuntura mondiale ha robustamente influito nel determinare questa situazione.
La ripresa in Usa c´è stata a partire dal 2003 e continua sia pure a ritmo ridotto. La brusca discesa del dollaro serve a sostenere le esportazioni Usa e a contenere l´enorme disavanzo commerciale col resto del mondo. Non incoraggia tuttavia il resto del mondo - e segnatamente le Banche centrali e gli investitori istituzionali - a mantenere le loro riserve di liquidità in buoni del tesoro Usa.
Se le Banche centrali e gli investitori istituzionali del Medio Oriente e del Far Est (Cina, Giappone, Singapore) decidessero di convertire in euro almeno una parte delle riserve collocate in Treasury Bonds, il mercato valutario segnerebbe tempesta e la Federal Reserve dovrebbe correre ai ripari uscendo dal suo olimpico "benign neglect". Ma è un´ipotesi remota e non so neppure augurabile.
L´Europa deve dunque provvedere da sola a rimettersi in moto e l´Italia, vagone di coda, deve contribuire al rilancio e al buon governo proprio ed europeo inevitabilmente agganciati.
Ho già ricordato che stiamo attraversando una lunga fase di redditi e di domanda stagnanti. Aggiungo che la struttura dei nostri redditi è una delle più squilibrate, forse la più squilibrata in Europa; da noi le differenze tra le varie fasce sono le più alte e generano malessere, insicurezza, invidia sociale. Il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della domanda non possono cioè prescindere da una politica di incentivi alla domanda e all´offerta e da un´azione perequativa non cosmetica ma sostanziale.
Per finanziare entrambi questi obiettivi di sostegno e di perequazione dei redditi, la principale fonte disponibile è quella dei patrimoni e delle rendite.
Abbinata a riforme di liberalizzazione efficaci.
I patrimoni in Italia sono cospicui perché i redditi più elevati, le plusvalenze, i guadagni accumulati nel tempo con l´inflazione quando viaggiava a due cifre, i profitti enormi derivanti dall´urbanizzazione e dalla valorizzazione delle aree destinate all´edilizia, hanno determinato un ammontare di ricchezza molto rilevante e in larga misura improduttiva.
Bisogna rimettere in circolo quella ricchezza.
Incoraggiare con opportune misure chi la detiene ad investirla produttivamente e/o prelevarne una quota per finanziare la politica di sostegno dei redditi, della domanda e dell´offerta.
So bene che la sola parola "patrimoniale" è tabù. I partiti fanno di tutto per non pronunciarla come si trattasse di una pestilenza maligna. Ma un osservatore oggettivo non può esimersi dal constatare che viviamo in un´economia dove si è ormai formata una palese contraddizione tra formazione dinamica dei redditi da un lato e statica consistenza dei patrimoni dall´altro. A cominciare dalle rendite mobiliari che in Italia sono fiscalmente colpite la metà di quanto avvenga negli altri paesi di Eurolandia.
Del resto il governo attuale ha già messo mano a questo deposito di ricchezza con la rivalutazione degli estimi catastali. Non è forse un´imposta sul patrimonio quella che accresce l´imponibile riferendo ad esso una serie di imposte dall´Ici alle tasse sui rifiuti urbani? Il passo successivo dovrebbe riguardare le rendite e la ritenuta secca sulle cedole che è del 12,5 per cento da noi e oltre il 20 in Europa.
Liberalizzare i mercati, sostenere i redditi e perequarne la struttura, rilanciare consumi e investimenti, fiscalizzare per le fasce deboli la contribuzione sociale diminuendo in questo modo il costo del lavoro e quindi migliorando la competitività, incoraggiare la progettualità e le priorità degli investimenti, mettere a contributo i patrimoni inerti: non sono questi altrettanti elementi d´una politica economica attiva e - se le si vuole dare una denominazione - di stampo moderno e liberal-socialista? O uno slogan sempre verde: giustizia e libertà?
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Bivio del fisco sfida del voto
Stefano Folli sul Corriere della Sera 21 novembre
Correre alle elezioni anticipate, uno contro tutti, per vendicarsi degli alleati che non lo seguono nella riduzione delle tasse? Non si può dire che Silvio Berlusconi non conosca l'arte di stupire. Il suo gesto assomiglia a un atto estremo di chiarimento, e sappiamo quanto abbia bisogno di cose limpide il nostro sistema politico. Scuotere le tende, eliminare la polvere e imporre un linguaggio meno reticente, insieme a comportamenti meno ambigui: potrebbe essere, impossibile negarlo, una missione in grado di meritare l'applauso anche di coloro che non esitano a criticare il Berlusconi politico e le sue scelte. Tanto più che nei grandi Paesi europei (Gran Bretagna, Francia) è sovente il capo dell'esecutivo a decidere il momento in cui mettersi in gioco, sciogliendo le Camere.
Con una differenza fondamentale. Problemi costituzionali a parte, in quei Paesi il leader della maggioranza scioglie il Parlamento quando gli sembra a portata di mano la vittoria. Nel nostro caso, viceversa, la percezione è opposta; siamo al "muoia Sansone con tutti i filistei", perché un centrodestra che oggi si recasse al voto in ordine sparso, senza un'alleanza precostituita, non avrebbe scampo con l'attuale legge elettorale.
Diverso sarebbe il caso se le elezioni venissero dopo una riforma in senso proporzionale. In quel caso, andar da soli avrebbe forse un senso. Ma al punto in cui siamo quante probabilità esistono che il Parlamento, questo Parlamento minacciato di scioglimento, sia in grado di introdurre un modello proporzionale? Poche. Ancor meno se si volesse, come sarebbe doveroso, una riforma condivisa dall'opposizione.
Ciò non toglie che il presidente del Consiglio abbia il diritto di giudicare esaurita la sua stessa maggioranza e di minacciarla di ghigliottina elettorale. Certo, sappiamo bene dove porterebbe uno scontro su queste basi: verso forme sempre più radicalizzate di populismo, verso una campagna di timbro antieuropeo, giocata contro i vincoli vessatori, o supposti tali, del Patto di stabilità. L'esatto contrario di quanto serve in questo momento al Paese, dove c'è bisogno di serietà e serenità, non di un supplemento di nevrosi. D'altra parte, il rigore non ha mai portato popolarità. Lo sapeva bene ai suoi tempi Alcide De Gasperi, uno statista che aveva un principio: "Mai da soli". A testimoniare la costante ricerca di un raccordo con gli alleati, anche quando avrebbe avuto tutti i numeri per farne a meno.
Ora si sceglie un'altra strada e forse è bene così, forse nell'era del bipolarismo all'italiana quello che serve è una maggiore trasparenza. Ma restano due considerazioni. La prima è che il taglio delle tasse era, sì, un impegno elettorale della Casa delle Libertà, ma da quella primavera del 2001 il mondo è cambiato e le risorse si sono ridotte al lumicino. Va rispettata in Berlusconi la caparbietà con cui tiene il punto, fino a cercare il plebiscito su se stesso, ma sarebbe meglio verificare prima dov'è la copertura finanziaria. Del resto, se un po' di soldi si trovano, perché non destinarli piuttosto alle imprese, sempre sotto forma di sgravi fiscali, con l'obiettivo di dare una scossa alla produzione e alle nostre esportazioni? Sarebbe senza dubbio utile.
Seconda considerazione. Dopo la caduta di Tremonti, si era parlato di "termidoro" berlusconiano, di una nuova era in cui si normalizzavano i rapporti e i traguardi. La nomina di Domenico Siniscalco rispondeva a questa logica. Adesso invece si torna alla fase radicale. Perché allora aver rinunciato a Tremonti, che era molto più a suo agio nelle acrobazie? L'incoerenza è normale in politica, ma oltre una certa soglia può essere troppo rischiosa.
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Prodi e l'emergenza
Antonio Padellaro su l'Unità 20 novembre
Silvio Berlusconi ci ha abituati a non prenderlo sul serio, soprattutto quando esagera nell'uso teatrale della sua nota inattendibilità. L'ultimatum di Bratislava (o taglio delle tasse o elezioni anticipate) sembra a prima vista la solita smargiassata alla Sparafucile. E come tale sembra l'abbiano accolta i suoi alleati, che sull'argomento hanno un pensiero condivisibile: perché mai uno che non mantiene le promesse dovrebbe mantenere le minacce? Se poi diceva sul serio, ci sarebbe da preoccuparsi veramente visto che solo un pericoloso megalomane, afflitto da smisurato superego potrebbe pensare di vincere le elezioni da solo e contro tutti. Parole che, in ogni caso, denotano un misto di disperazione e di azzardo: un prigioniero dei suoi stessi ricatti costretto a raddoppiare ogni volta la posta.
Può darsi, come dicono, che il premier sia molto seccato per i commenti della stampa italiana inneggianti alla nomina di Gianfranco Fini alla Farnesina. Che i riflettori mediatici si accendano sul numero due può non far piacere al numero uno che certamente sperava in uno scambio alla pari tra Esteri e tasse, che però per ora non ha avuto. Il leader di An, che resta anche vicepremier sta concentrando, sotto lo sguardo sospettoso del suo artefice un potere consistente, tanto che già si parla di governo Berlusconi-Fini. Insomma, dalla capitale slovacca un nervosissimo premier avrebbe mandato a dire a Fini (e a Follini) quanto segue: non cullatevi troppo sugli allori perché se non fate come dico, il potere che vi ho dato ve lo posso togliere.
Resta il fatto che di scioglimento anticipato delle Camere il presidente del Consiglio ha parlato e che lo stato della maggioranza, ormai completamente allo sbando, lacerata da contrasti e priva di guida politica, rende tutto possibile. Adesso, la domanda è questa: il centrosinistra è pronto ad affrontare le elezioni anticipate o comunque l'emergenza politica che si prospetta a breve?
La buona notizia è che, da lunedì, Romano Prodi sarà finalmente a Roma, a disposizione della Grande alleanza democratica di cui è punto di riferimento oltre che candidato premier. La cattiva notizia è che la macchina della coalizione stenta a mettersi in moto. Massimo D'Alema ha parlato di "carenze di direzione politica". E anche Piero Fassino ritiene che serva una "sterzata" per accelerare la definizione di un'alternativa credibile a Berlusconi. Se fino a ieri, però, il centrosinistra poteva programmare con una certa calma la propria agenda, dopo Bratislava il tempo si è improvvisamente accorciato. Da subito, Prodi e gli altri leader del centrosinistra dovrebbero mettere mano a una strategia di pronto intervento nel caso Berlusconi giocasse d'anticipo. Quattro sembrano essere le mosse fondamentali per affrontare la situazione.
Unità. Già pensando alle Regionali la configurazione dell'alleanza appare confusa e incerta. Secondo il segretario organizzativo Franco Marini, la Margherita andrà con la lista unitaria in sette regioni mentre nelle altre sette ognuno correrà con il proprio simbolo. Una scelta che appare in contrasto con lo spirito della Grande alleanza democratica che propone ai cittadini non accordi puramente elettorali, non la prevalenza degli egoismi di questo o quel partito ma un'ampia e solida intesa programmatica e di governo. Alle Europee, per esempio, la lista unitaria Ds- Margherita-Sdi è andata meno bene rispetto alle previsioni ma non per questo è un'esperienza da abbandonare. Ha ragione Antonio Bassolino quando dice che l'unità tra forze omogenee crea un clima positivo tra gli elettori del centrosinistra; mentre i delusi del centrodestra non si convincono certo con una gara tra Margherita e Ds a chi sposta più voti.
Primarie. Fino a ieri ci si interrogava sull'utilità di tenerle comunque visto e considerato che nessuno nella coalizione nega la legittimazione di Prodi a candidarsi come premier. Ma con le elezioni anticipate non ci sarebbe neppure il tempo di organizzarle. Manca comunque un regolamento per evitare che uno strumento di democrazia di base si trasformi in una gara di comprimari a mettersi in mostra. Il Professore è sempre convinto che sia questa la soluzione migliore?
Programma. È il grande assente. Tutti lo invocano. Il timore è che avendo ogni partito una propria ricetta, allo scopo di non creare troppi conflitti si finisca per parlare solo dei massimi sistemi. Come primo intervento Prodi e i leader del centrosinistra potrebbero, perciò, mettere a punto quattro o cinque idee guida su fisco, welfare, ripresa economica, nuove povertà. Usando, possibilmente, il linguaggio immediato di Berlusconi. Ma non certo le sue bugie.
Comunicazione. Ad ogni uscita della destra, su ogni argomento di rilievo, il centrosinistra deve essere pronto a rispondere, colpo su colpo. Una reazione che spesso è mancata. Occorre, quindi, una voce unica e unitaria e un portavoce autorevole che la rappresenti. Chi se non Prodi? Non si tratta di strozzare il necessario dibattito tra le diverse forze della coalizione ma di trovare, di volta in volta, il necessario punto di sintesi. Una parola, infine, sulla Gad, acronimo di Grande alleanza democratica. È una sigla fredda e respingente. Niente a che vedere con il fascino e il suono della parola Ulivo. Che si è voluto però mandare in soffitta. Perché mai?
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Filippo Ceccarelli
su La Stampa
Fassino, o il culto dell'ubiquità 16 novembre
Nell'era degli spettacoli politici non c'è accusa, pure nobile o sanguinosa, che non rischi di risolversi in burletta.
Così, quando l'altro giorno il leader dell'opposizione interna ds Fabio Mussi ha sollevato (anche con garbo) la questione di un possibile scivolamento del partito verso il "culto della personalità" nei confronti del segretario Fassino, e come indizio di tale scivolamento seriamente ha indicato il fatto che il quotidiano ds era pieno di sue fotografie, be', sarà pure vero. E infatti l'Unità abbonda certamente di foto del segretario, ma quella che resta più impressa nella memoria, pubblicata a piena pagina il 24 ottobre scorso, raffigurava un fantastico, colossale e pagliaccesco Fassino con gli occhialetti sul naso e un incredibile torso nudo, erculeo, unto, scolpito e levigatissimo, in posa da culturista.
Un fotomontaggio, evidentemente: la risposta alle istantanee del fusto giovanile berlusconiano uscite qualche giorno prima su Chi. Uno scherzo, appunto. E tuttavia proprio per questo tale da proiettare una patina di ridicolo non solo sulla posticcia iconografia fassiniana, ma anche sulla polemica di Mussi.
Ben altri e drammatici orizzonti ha conosciuto il culto della personalità nel mondo comunista. Basti pensare a Stalin, il "Sole del socialismo", "Padre dei popoli", per il quale venne appunto coniata l'espressione. E a Mao, per lungo tempo celebrato come una divinità in terra. A partire da quei modelli, in Italia una qualche forma di devozione fu tributata a Togliatti: fino al punto di sbianchettare le rughe e rinfoltire i capelli nelle immagini, come al Cavaliere.
Davvero nulla di minimamente paragonabile alle miniature e alle caricature del post-comunismo. Già una dozzina di anni orsono del resto l'Unità pubblicava ritratti a iosa di Occhetto, tipo poster, pure con rimarchevoli acconciature da attore anni cinquanta (a parte i baci coniugali sul Venerdì). E poi seguì la stagione di D'Alema, con tanto di fotografi personali, epopea personalistica gravida di immagini in posa spontanea e artificiale naturalezza: il leader in aereo, assorto nella lettura; o il leader sorridente fra i bimbi, incarnazione definitiva del Potere Buono; il responsabile leader bicamerale e così via.
E insomma, si sa come vanno queste cose. Tra gli studiosi c'è perfino chi le ritiene indispensabili, quando forse sono appena inevitabili, oltre che di dubbio gusto. Ma nel caso di Fassino, di Fassino in particolare, di Fassino come figura, come personalità, come maschera del teatro politico italiano, c'è in effetti qualcosa che ha a che fare con una certa forma, se non di venerazione, certo di caratteristica premura. Un tratto inconfondibile: una autentica passione per il superlavoro, una frenesia d'attivismo totalizzante, una smania volontaristica di cui a fatica si riesce a dar conto in termini che non siano religiosi.
Ed ecco dunque - e semmai - il culto dell'ubiquità e della laboriosità fassiniana. Perché un tempo, a Torino, pare che il giovane Piero si distinguesse anche per quel suo vizio o vezzo di mettere a posto le sedie prima e dopo gli attivi al federale; e quando venne a Roma, 1987, per giunta alla guida dell'Organizzazione, arrivava alle Botteghe Oscure in orari pericolosamente antelucani, tanto che si pensò di dargli le chiavi del palazzo. Bene, oggi questa sua cifra quasi missionaria naturalmente si coniuga con gli spazi, i ritmi e i contorni della tecnopolitica. Per cui Fassino attacca la mattina presto da Piroso, su la7, poi legge i giornali e fa l'incontro pubblico, parte con l'aereo, fa il punto con Cuillo, arriva a destinazione, fa l'altro incontro pubblico, va alla manifestazione, presenta il libro, denuncia Igor Marini, sistema i debiti del partito con BancaIntesa, partecipa al convegno, presenzia al forum, apre e chiude il dibattito on line, riprende l'aereo, concede l'intervista piaciona alla tv privata sulla via del ritorno dall'aeroporto, spedisce il messaggino spiritoso, quello serio e quello intrigante, si rimira nell'ultima vignetta della serie "Visti da Piero" (l'autore è il suo amico Cesare Damiano, responsabile Lavoro ds), intanto si studia il sondaggio, va a "Porta a porta", si presenta al cocktail, arriva legittimamente anche un po' intronato al dinner e quando è una brutta serata - ma forse no, bisognerebbe chiederglielo - i fotografi lo pizzicano pure nel foyer dell'hotel Hassler mentre si bacia con l'Angiolillo.
Altro che foto. Chiunque cerchi di seguire il segretario si trova a fare i conti con la sua pretesa onnipresenza. Il guaio, semmai, è che Fassino fa sempre una cosa in più, invece di farne una in meno. Così la sua scorta tampona un'auto a Varese, prima delle elezioni. Oppure lui fa un girotondo attorno alla Rai, ma in contemporanea il suo alias va in onda a "TeleCamere" con Anna La Rosa. Cerca di entrare nel corteo no-global nel modo sbagliato, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. S'impiccia con i pulsanti e sbaglia a votare la Cirami. Riconcorre sulle scale Bertinotti perché ha dimenticato di fargli vedere quel libro sul musical. E sempre rischia in definitiva di diventare, più di un tiranno, un personaggio da cartoni animati. Simpatico suo malgrado: nel tempo degli spettacoli politici e del loro primato sulla realtà.
La discesa in campo del bacarozzo 17 Novembre
Incontri drammatici: gli scarafaggi. Ma tanto più drammatici e avvincenti con le elezioni in arrivo.
L'ultimo significativo avvistamento l'altra notte, nel reparto di reumatologia donne al pianoterra dell'ospedale San Camillo, a Roma. Le pazienti sono insorte occupando le corsie. Forse destati dall'accensione dei caloriferi, gli inconfondibili e schifosi insetti si sono manifestati sul pavimento, negli armadietti e sui comodini, sembra sfiorando anche i bicchieri. Il Tribunale dei diritti del malato ha legittimamente protestato e richiesto una indagine sui punti di possibile infiltrazione in una struttura sanitaria che risale agli Anni Trenta.
I Verdi, Rifondazione comunista e Alessandra Mussolini sono subito saltati sulla questione delle blatte e in sostanza hanno detto: vergogna. Al che la direzione dell'ospedale ha ridimensionato l'episodio confermando "tutte le garanzie igienico-professionali" non solo del reparto, ma dell'intero complesso San Camillo-Forlanini, il più grande d'Europa.
Ma la maggioranza di centrodestra - ed è un po' la novità che proietta il caso ben oltre i suoi ripugnanti risvolti di pulizia ed entomologia - ha gridato al complotto. "C'è più che un sospetto che l'invasione di blatte sia un atto di sabotaggio" ha commentato il presidente della Regione Lazio Francesco Storace. Così come l'assessore alla Sanità Marco Verzaschi, di Forza Italia, ha fatto presente come in quello e negli altri ospedali della regione ci siano "dipendenti zelanti che invitano i pazienti a rivolgersi a Berlusconi e Storace: un atteggiamento che sta superando la media della educazione e della politicizzazione".
Non è chiaro se nel sabotaggio rientri l'ipotesi che gli scarafaggi ("boje" in Piemonte, "bacarozzi" a Roma, "scarrafoni" a Napoli, "scrovagghi" in Sicilia) siano stati reperiti ad hoc, e condotti al San Camillo per suscitare nei pazienti disagio e rabbia. Né si conosce esattamente a quale delle 4000 specie conosciute appartengano le blatte della ipotetica congiura ai danni del centrodestra. Se si tratti cioè della Blatta orientalis, la reginetta delle cantine, o dell'alata Blattella germanica, dell'acrobatica Supella longipalpa o della Periplaneta americana, cicciottella, ma soprattutto capace di generare 10 milioni di figli l'anno.
C'è un'inchiesta giudiziaria, come al solito. Ma intanto il disgusto dovrebbe essere così radicato da scoraggiare qualsiasi uso di parte delle blatte. E in effetti nel mondo anglosassone ispirano commedie sofisticate e poesie umoristiche. Qui invece scendono in campo, pure loro. E tra allarmismo e plausibilità, micro-terrorismo e strumentalizzazione, pseudo-cospirazioni insettifere e reali disinfestazioni in appalto, lo Scarafaggio Elettorale Unico presidia una zona delicatissima della vita pubblica. Piccola, ma desolante metafora di un'Italia che procede verso un'eterna resa dei conti.
Quelli della notte 19 novembre
Un tempo i vertici si facevano prima del tg, ora dopo "Porta a Porta". Le giornate politiche si allungano e si rinvia sempre più l'ultima parola. Farnesina e tasse, d'accordo. E buonanotte. Ma buonanotte anche sul Dpef, le pensioni, la riforma federale, la cabina di regia, le dimissioni di Giulio Tremonti, il caso Buttiglione, insomma buonanotte su tutto e arrivederci tutti al prossimo vertice, ovviamente notturno. Non mancherà: almeno venticinque se ne contano dall'inizio del 2004, e ben quattro stropicciatissimi vertici hanno avuto luogo dal 10 di novembre a ieri.
Bene. Al di là delle singole decisioni (e indecisioni), al di là dell'Irpef e di Fini, del Cda Rai o dello scivolone del governo sulla Finanziaria, la domanda sarebbe la seguente: cosa ci si può aspettare da una classe di governo che non decide più nulla se non è l'una o le due di notte? E cosa può venir fuori di buono da una politica che si svolge ormai del tutto fuori orario, quando la maggioranza assoluta dei cittadini, degli elettori e perfino dei telespettatori dorme da un pezzo?
Hanno gli occhi gonfi, al mattino, i protagonisti della vita pubblica. Si capisce. Forse anche un leggero mal di testa. Non di rado alla Camera, o ai convegni, rischiano di venir beccati dai fotografi con l'aria stralunata e le palpebre pesanti, poveracci. Non ci si fa più caso, ma è come se l'interminabile verifica del centrodestra avesse trasformato i suoi leader in "quelli della notte".
Il presidente Berlusconi, che per questo genere di percezioni ha un sesto senso, potrebbe farci un pensierino. Il vertice notturno, tanto più se a ripetizione, è il miglior palcoscenico possibile per la messa in scena di quello che lui stesso chiama - con qualche auto-indulgenza, va da sè - "il teatrino della politica". Però è un fatto reale che le giornate si allungano a dismisura; che le cose avvengono sempre più tardi; che nulla è mai definitivo e nessuno ha più l'ultima parola.
Sorgono quindi nuovi problemi. Così ieri mattina, nel corso della sua rassegna stampa, si chiedeva giustamente il direttore di Radio radicale Massimo Bordin a che ora il ministro Siniscalco avesse espresso la sua risoluta posizione sulle tasse: "Se vogliono sforare i conti si trovino un altro ministro". Parole pronunciate "a sera tardi", si leggeva nell'articolo. Ma ecco il problema: "a sera tardi" la giornata politica è ben lungi dal concludersi. Chi mette la parola "fine"? E soprattutto: chi misura l'effetto di queste trattative allo sfinimento sull'opinione pubblica?
"Nox erat et caelo fulgebat luna sereno" (Orazio), era notte e la luna splendeva nel cielo sereno. Con qualche poetico azzardo potrebbe essere l'attacco di un articolo riepilogativo sulla perenne verifica. E' questo di novembre il terzo o quarto ciclo nottambulo. A febbraio - c'era ancora Bossi che fece dello spirito sulla "verifica del cuoco" - una delle riunioni iniziò dopo i tempi supplementari di Juve-Inter; a luglio c'è da ricordare la "notte dei lunghi coltelli" culminata con l'uscita di Tremonti e poi l'affollatissima "notte barocca", come la definì De Michelis; a ottobre il penultimo giro sviluppatosi intorno al rimpasto e al destino di Buttiglione in una sequela di incontri preliminari, ritardati, differiti, prorogati, in ogni caso tirati per le lunghe e conclusi mai prima di mezzanotte.
Avvertenza: non si scopre l'acqua calda, la politica notturna non è certo una novità. Quante altre volte nella Prima Repubblica s'era puntato il dito sugli "orari balcanici" e "mediorientali". Ma sono riferimenti ingannevoli o consolatori, essendo in verità il vertice notturno di ieri e di oggi, quell'incessante ricerca della quadra, quel saggio di concitata indolenza, una specialità tutta italiana, anzi romana, per l'esattezza. Il punto interessante, semmai, è che la progressiva mediatizzazione della politica sta trasformando l'eccezione in una regola codificata. Il messaggio vincente è infatti sempre quello finale, guarda caso il meno verificabile; e l'interpretazione che fa titolo è somministrata in forma frettolosamente unilaterale, prendere o lasciare. Dunque ne ha fatta di strada, il potere: un tempo si aspettava l'inizio dei tg, oggi la fine di Porta a porta.
Sotto Palazzo Grazioli, intanto, sul più significativo marciapiedi della Seconda Repubblica, autisti mansueti ed eroici giornalisti alienati dall'attesa cercano di ingannare la solitudine e la noia nei modi più vari. Parlano di calcio, si confidano vicende famigliari, sperano che lì davanti passi qualcuno, come quest'estate l'indimenticabile comitiva di turisti americani reduci da un "toga party".
Era l'una, l'altra notte, quando Berlusconi s'è congedato così: "Ora andiamo a dormire più tranquilli e sereni". Mica tanto, dal suo stesso punto di vista. Il ritorno dei tiratardi, la scoraggiante analogia con i tempi di Rumor, indica per certi versi la normalizzazione del Cavaliere, l'impantanamento dell'anti-politica nelle lungaggini proto-dc.
Anche solo a immaginare quelle figure che escono dal suo Palazzo a ore antelucane un po' intronati, nella Roma deserta, viene da chiedersi che fine abbiano fatto la monarchia carismatica, la cultura aziendalista, il mito dell'efficientismo milanese. Ma come? Proprio lui che per accorciare le riunioni faceva togliere le sedie, "e vi assicuro che le riunioni in piedi sono molto più veloci", ecco, proprio lui invita gli alleati a cena. E quelli allora mangiano, mica i tramezzini rinsecchiti che i dc si facevano portare dal bar-latteria dietro piazza del Gesù. E parlano, parlano, parlano. E non ci sono neanche più gli autisti democristiani che per protesta si attaccavano al clacson perché era tardi e volevano tornare a casa. E in fondo anche quel chiasso era un fatto di democrazia.
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Fisco, cresce l'insoddisfazione
Casalinghe deluse più di tutti
Renato Mannheimer sul Corriere della Sera 16 novembre
Sui provvedimenti del governo in materia fiscale quasi metà dell'elettorato si dichiara insoddisfatta. Non piace, in particolare, la decisione di diminuire le tasse prima alle imprese che alle famiglie, riducendo l'entità dei benefici previsti per queste ultime. Le più deluse sono le casalinghe. Meno critico è invece un 40%. La differenza di opinione dipende soprattutto dall'orientamento politico. Ma anche tra chi afferma di votare per il centrodestra la quota di delusi è consistente: mediamente il 41% (il 53% nell'ambito degli elettori di Udc e Lega). Le delusioni evidenziano l'esistenza di un trend di progressiva disaffezione in corso da tempo. I voti per l'opposizione dati nei sondaggi si sono ulteriormente accresciuti sino a giungere, nelle ultime rilevazioni, al 54%, dunque molto oltre la maggioranza assoluta. Rimane una larga parte di indecisi: anche tra questi prevalgono i critici.
Quasi metà dell'elettorato si dichiara insoddisfatta riguardo ai provvedimenti assunti qualche giorno fa dal governo in materia fiscale. In particolare, rispetto alla decisione di diminuire le tasse per le imprese prima di quelle per le famiglie e di ridurre l'entità di benefici previsti per queste ultime. Ma una percentuale di poco inferiore (40%) è di parere contrario ed esprime un atteggiamento assai meno critico.
Come sempre, la differenza di opinione dipende soprattutto dall'orientamento politico: ma anche tra chi afferma di votare per il centrodestra la quota di delusi, pur non raggiungendo la maggioranza assoluta, è assai consistente (mediamente il 41%), specie nell'ambito dell'elettorato dei due alleati minori e forse per questo, più critici: Udc e Lega (in entrambe il 53% di scontenti).
C'è dunque, tra i votanti per le forze di governo, un'area (crescente nel tempo e accentuatasi ulteriormente negli ultimi giorni) di insoddisfazione, in particolare tra le fasce sociali che un tempo costituivano uno dei segmenti più importanti del consenso per la Cdl: le casalinghe e i residenti al Sud.
Tra la maggioranza dei votanti per il centrodestra, che invece "giustifica" l'operato dell'esecutivo in materia di fisco, le principali ragioni addotte sono le stesse ricordate dal premier: i vincoli derivanti dalla situazione internazionale e, specialmente, le difficoltà nel gestire un governo di coalizione (indicate dal 70% degli elettori di FI, ma "solo" da meno del 60 fra i votanti per An e Lega e dal 44 tra quelli dell'Udc).
Il disagio presente fra i votanti per la Cdl si manifesta in misura ancora maggiore se dal giudizio specifico sui provvedimenti governativi si passa in generale alla "filosofia" che, secondo le notizie di cronaca, ispirerebbe il premier Berlusconi. Tanto che la maggioranza assoluta degli elettori della coalizione di governo (con una accentuazione, anche in questo caso, tra le casalinghe) e, in misura ancora maggiore, di quelli per l'opposizione dichiara di non condividere l'affermazione secondo cui "di fronte alle tasse che vengono richieste oggi in Italia, se uno si ingegna per eluderle o evaderle, non deve sentirsi colpevole".
Uno degli effetti di questo clima di opinione è il permanere di un'area di sfiducia e di scetticismo nella capacità del governo di mantenere gli impegni assunti. Quasi la metà dell'elettorato non crede che ci sarà effettivamente la riduzione della pressione fiscale annunciata la settimana scorsa, sia pure nella misura, più modesta di quanto indicato in precedenza. Ancora una volta, la percentuale di scettici all'interno della Cdl è significativa: si va dal 27% in FI al 31 di An, fino al 46 di Lega e Udc.
In realtà, una parte rilevante dell'elettorato (in particolare, più di un terzo dei votanti per FI, il 40% in An e addirittura quasi il 70% nella Lega) dichiara d'"avere già saputo da tempo che l'impegno preso da Berlusconi in campagna elettorale non sarebbe stato rispettato" e/o di "non essere stato mai completamente persuaso dalle promesse del Cavaliere in materia fiscale". In qualche misura, queste affermazioni non rispecchiano completamente la verità e dipendono da una sorta di "coerenza retroattiva", legata all'affiorare della delusione. Ma in parte esse evidenziano anche l'esistenza di un trend reale di progressiva disaffezione in corso già da tempo.
Anche per questo, gli effetti immediati delle ultime decisioni del governo sulle scelte di voto e, in generale, sul consenso verso l'esecutivo appaiono sin qui relativamente modesti. Molti "delusi" avevano infatti già abbandonato il supporto per la Cdl e per il governo nelle ultime settimane. Tanto che l'erosione di voti per il complesso dei partiti di maggioranza rilevabile specificamente negli ultimi giorni è limitata grosso modo all'1%. E la percentuale di chi dichiara d'essere soddisfatto per l'operato del governo diminuisce nella stessa misura, a opera soprattutto degli elettori dei partiti del centrosinistra.
Ma i voti (quelli "virtuali", dati nei sondaggi) per l'opposizione si sono ulteriormente accresciuti sino a giungere, nelle ultime rilevazioni, al 54%, dunque molto oltre la maggioranza assoluta. Rimane, è vero, una larga area di indecisi e di potenziali astenuti. Anche fra costoro prevale tuttavia, almeno sin qui, il giudizio critico e la sfiducia nei confronti dell'operato del governo.
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Emanuele Macaluso
su Il Riformista
Vecchi democristiani per favore parlate 10 novembre
Ieri, nel mio column, avevo osservato che le coppie di fatto, un tempo considerate fonte di scandalo pubblico e di persecuzione giudiziaria, oggi sono almeno parzialmente riconosciute dalla legge. C'è di più: nella ricerca condotta da Ilvo Diamanti, pubblicata da Repubblica, per la maggioranza degli italiani le coppie di fatto oggi rientrano nella norma della vita civile. Non la pensa così, e anche questo è comprensibile, monsignor Caffarra, vescovo di Bologna, il quale considera quelle coppie una "letale metastasi". Le rampogne, però, sono rivolte a chi propone una legge con cui, ai vari problemi che nascono (la malattia, la morte, la casa, i beni comuni, il carcere, il permesso di soggiorno ecc.), sono date le soluzioni previste dalla legislazione per le coppie sposate. E allora, quando l'invettiva investe un processo legislativo, la questione riguarda tutte le forze politiche e il Parlamento. Insomma, la "letale metastasi" del cardinale lo è per la Chiesa, o anche per lo Stato? Incredibile, ma in questo paese lo scioglimento della Dc fa emergere un clericalismo intollerante. Ha ragione Marcello Sorgi, che sulla Stampa invita gli uomini del vecchio partito a parlare.
Berlusconi il libertinaggio e la stalla di Versailles 11 novembre
"Il fallimento delle ideologie del Novecento ha lasciato dietro di sé una scia di nichilismo e di relativismo morale
Quell'edonismo e quel libertinaggio - che alla fine del '700, all'inizio dell'epoca delle rivoluzioni, i padri del progressismo indicavano quale prova dell'indegnità dei nobili - vengono adesso proposti come modo progressista di vivere
L'Europa e in genere l'occidente stanno diventando ciò che rispetto alla Francia era la Reggia di Versailles alla fine del XVIII secolo: un club di irresponsabili perdigiorno intenti a spassarsela ignorando e non volendo sapere che cosa stesse succedendo fuori
". Questo abbiamo letto in un articolo impegnato apparso sul Giornale, in cui si osserva che "il grosso della comunicazione lavora in questo senso, si tratti di carta stampata, di tv, di cinema e spettacolo". Tuttavia la vittoria di Bush mostra che "la gente comincia ad averne abbastanza di una cultura basata sul relativismo e orientata al libertinaggio". In Italia, dove il Cavaliere, padrone di giornali e tv, è quindi responsabile principale del relativismo culturale e morale e del libertinaggio che ha ridotto il paese a una stalla di Versailles, come ce la caviamo?
L'egemonia culturale affidata ad Adornato 12 novembre
Nei giorni scorsi abbiamo informato i nostri lettori che c'è chi lamenta il fatto che Forza Italia non abbia conquistato nel paese l'egemonia politico-culturale, così come fece nel dopoguerra il Pci con Togliatti, usando Gramsci. Se le cose stanno così - ci siamo chiesti - che ci sta a fare Nando Adornato in quel partito? E' lui, come nel Pci lo furono Gramsci e Togliatti, a far conquistare l'egemonia culturale a Fi. Infatti sul Giornale Nando chiarisce la linea egemonica: siccome "è stato Gesù e non Montesquieu a fondare la laicità dello Stato", liberalismo e cattolicismo si intrecciano. E l'"alleanza tra liberali e cristiani che voleva Croce, dopo l'era De Gasperi-Einaudi, è tornata a camminare grazie al sentiero aperto da Berlusconi". Ci ha anche spiegato che la linea dei neocon e i teocon americani, che sta inducendo in Italia "alcuni spiriti laici verso tesi di netta ispirazione cristiana", è stata da lui anticipata nel suo libro, La nuova strada. Non ne dubitavamo. Insomma, nonostante Croce, De Gasperi ed Einaudi, il Pci conquistò l'egemonia culturale; oggi, con il binomio Berlusconi-Adornato, per chi vuole tentare l'impresa egemonica, saranno cazzi da cacare.
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L'esproprio di governo
Alessandro Robecchi su il Manifesto 16 novembre
Sono tutti nervosi per questa faccenda degli espropri. Pure io. Leggo con una certa apprensione che nei prossimi due anni verranno espropriati 14mila lavoratori della scuola tra docenti e non docenti. Mi chiedo dove andremo a finire se nessuno batterà ciglio, se l'arroganza degli espropriatori finirà per trionfare. E' noto il metodo di questi signori, e stupisce che le forze dell'ordine non intervengano per fermare e punire quella che è a tutti gli effetti una rapina. Ora che le aziende pagheranno meno Irap, o non la pagheranno più del tutto, le regioni avranno meno soldi per la sanità (le odiate tasse finiscono lì, in dottori e medicine), quindi faranno pagare qualcosa che ora è gratis o semigratis, o peggioreranno il servizio, il che in certi posti equivale a trasferirsi direttamente a Calcutta (con tutto il rispetto). Aumenteranno le sigarette e i bolli e le concessioni governative, si taglieranno i fondi per la solidarietà, la lotta all'aids e i contributi alle Ong. E questo senza mantenere la promessa di tagliare l'Irpef alle mitiche tre aliquote, una scommessa che Silvio tenta da anni, puntando al tavolo verde i soldi nostri per risparmiarne un bel po' lui.
Questi black block degli espropri sono astutissimi: ci esproprieranno qualcosa anche con il condono edilizio, prorogato di nuovo.
Tanto per saggiare il terreno hanno buttato lì delle ideuzze nuove: la tassa sugli sms, il condono sulle opere d'arte rubate. Altri espropri a nostre spese. Sono diabolici e nessuno interviene, non arrivano i caramba e nemmeno la Finanza, anzi la Finanza all'erta sta, ascoltando in cerimonia ufficiale il discorsetto di Silvio sull'etica e la morale dell'evasione fiscale: "Meglio essere io qui che voi a casa mia", testuali parole. Che è un po' come fare marameo da dietro il passamontagna alla security del supermercato.
Con questi qui in giro, nessuno scaffale è al sicuro: devono ancora valutare e decidere le "coperture". Il che, in italiano, significa che stanno disperatamente cercando altri modi per derubarci dei soldi che servono per tagliare l'Irap e, in futuro, le tasse dei più ricchi, che così saranno naturalmente portati a spendere di più e a rilanciare l'economia. Praticamente stiamo prestando dei soldi ai ricchi perché li spendano. Questa è la tesi della destra liberale che compie gli odiosi espropri. Intanto, la fine di questo glorioso 2004 si avvicina. Vanno a scadenza migliaia, centinaia di migliaia, di contrattini di cartapesta che verranno - se va bene - sostituiti da altri contrattini di cartapesta. Chi era co.co.co si vedrà proporre un contratto a progetto, o a termine, o a chiamata. A molti verrà dato il benservito. Ad altri si chiederà, con la gentilezza del ricatto, di aprire la partita Iva, perché così è tutto più semplice. Resteranno intrappolati nella contrattualizzazione dell'incertezza centinaia di migliaia di lavoratori che da quando avevano i pantaloni corti si sono beccati la propaganda degli espropriatori: troppo rigido il mercato del lavoro, troppi vincoli, troppe leggi, è ora di finirla. A dicembre, quando scadranno tonnellate di contrattini, si vedrà, per molti, com'è finita.
Ora però viene il difficile: convincere gli espropriati che tutto questo è fatto per il loro bene. Tutti sono capaci di fregare un portafoglio, ma per farsi votare dal derubato ci vuole una certa abilità. Vedremo cosa può fare in proposito Carlo Rossella, chiamato da Silvio all'alto compito di dire nel suo telegiornale che tutto va bene, e che la gente è felice, e che tutti ci alziamo alla mattina e paghiamo un ticket sanitario con la gioia nel cuore ringraziando iddio che non ci siano più Rosy Bindi e il comunismo. Piacerà questa fiction? Farà ascolto? Riuscirà la propaganda a farci credere di essere più ricchi e meglio serviti quando la nostra stessa vita quotidiana dice l'opposto? E' una buona scommessa che potremo verificare giorno per giorno nel prossimo anno e mezzo. Tutti i giorni, inesorabilmente, da oggi in poi, ci sentiremo dire che Silvio ha mantenuto le promesse, ci ha salvato, e che quindi merita altri cinque anni di governo. Tre in meno di quelli che gli darebbe la Bocassini. Ma si sa, lassismo e permissivismo imperano, gli espropriatori la fanno franca. Dove andremo a finire?
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Quando l'anima e' nel cervello
Edoardo Boncinelli sul Corriere della Sera 20 novembre
Avete mai notato che il contorno del mantello che avvolge il Signore nella Creazione di Adamo della Cappella Sistina di Michelangelo ha la forma di un cervello? E che la sua mano che si protende verso quella di Adamo in un gesto di suprema confidenza spunta fuori dalla regione del suddetto mantello che ricorda i lobi frontali, la regione più anteriore, frontale appunto, della nostra corteccia cerebrale? Qualcuno lo ha notato e ha usato quest'osservazione per illustrare la tesi secondo la quale la nascita dell'uomo come lo conosciamo noi coincide con l'espansione senza precedenti di queste particolari strutture cerebrali che il grande neuropsicologo russo Aleksandr Lurija chiamava l'"organo della civiltà".
In effetti, se c'è una struttura anatomica che ci caratterizza, questa non può essere che la nostra enorme corteccia cerebrale con la sua regione frontale sconsideratamente espansa. Una regione, si badi bene, di cui sappiamo molto poco e che fino a qualche decennio fa veniva definita "silente" perché non se ne riusciva a individuare una funzione specifica. Oggi siamo arrivati a intravedere alcune delle funzioni di questo cervello del cervello e sono quelle appunto di una cabina di pilotaggio della nostra propria cabina di pilotaggio. Di tutto questo parla con competenza ed entusiasmo Elkhonon Goldberg nel suo L'anima del cervello (Utet, 2004). L'autore, un neuropsicologo che ha compiuto i suoi studi in Unione Sovietica e si è specializzato proprio con Lurija per poi migrare non ancora trentenne negli Stati Uniti dove fa ricerca ad altissimo livello, ha anche il dono della scrittura. Il libro può essere visto infatti anche come una successione di racconti di episodi della propria vita o di vicende occorse a pazienti portatori di difetti neuropsicologici di varia natura che catturano e intrattengono anche il lettore frettoloso.
In questa vena non starò a riassumere neanche per sommi capi quello che Goldberg ci racconta sul ruolo dei lobi frontali, un argomento del quale ho parlato tante volte, anche recentemente. Voglio piuttosto sottolineare un paio di punti, marginali ma non trascurabili, che emergono dalla lettura del libro. Innanzitutto rimane impresso il quadro avvilente ed esasperante della vita in Unione Sovietica ancora negli anni Settanta. L'autore, un "pericoloso" giovane ebreo lettone, è costretto a continui contorsionismi per sopravvivere nella società sovietica e poi per fuggirne.
Il racconto delle vicende che hanno portato alla sua fuga dall'Urss è sobrio e avvincente, ma lascia un'impressione agghiacciante di quel misto di crudeltà, stupidità, miopia e burocraticità trascendentale che ha portato a quello che l'autore chiama un "sociocidio", cioè al fatto che così operando quel regime si è sistematicamente e progressivamente privato delle sue menti migliori. Anche se sono cose che sappiamo da decenni, fanno sempre un certo effetto e testimoniano, se ce ne fosse bisogno, di quella che qualcuno ha chiamato la banalità del male. Quando questo si istalla in alcune zone morte della psiche collettiva umana è molto difficile da snidare.
Infine una notazione che ci riguarda più da vicino. Il libro inizia affermando che "Oggi, la nostra società istruita non crede più nel dualismo cartesiano fra corpo e mente" e continua poco sotto ribadendo che "Il pubblico istruito si sta liberando della beata illusione cartesiana di un corpo fragile, compensato da una mente "per sempre"". Viene da chiedersi dove viva questo signore, anche se lo sappiamo benissimo. Forse è meglio che non passi da queste parti. Non verrebbe internato in un gulag, ma ci sarebbe certamente più d'uno che lo ghettizzerebbe. Intellettualmente, si intende, e con fior d'argomentazioni e di dottissime citazioni. La banalità si diceva è sempre in agguato.
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La forza senile sia con voi
Giuseppe Bonaviri su Il Messaggero 15 novembre
Tutti sappiamo che, nei Paesi ad evoluzione tecnologica avanzata, la vita media dell'uomo si è prolungata. Per ragioni diverse: profilassi più diffusa, terapie migliori, alimentazione ben scelta e adeguata. Aggiungerei - né mi è occorso leggerne - che il lungo filo del Dna che trapassa da generazione a generazione, ossia la cosiddetta filogenesi, di per sé tende ad un miglioramento funzionale sempre maggiore.
Sicché gli ultrasessantacinquenni - limite ormai da modificare come soglia della vecchiaia - sono enormemente aumentati. Tanto da poter costituire un vero partito. Presto avranno raggiunto il trenta per cento della popolazione. Se paragoniamo l'umanità ad un fiume impetuoso, e oscillante, la terza generazione ne viene a costituire una delle correnti più importanti. Antropologicamente, è la fascia più ricca di esperienze, di memorie, nonché, spesso, di saggezza. Gli anziani quindi rappresentano un vero cuscinetto ammortizzatore delle inquietudini, dei sogni, delle esasperazioni ideologiche, anche religiose, che investono il resto delle altre generazioni. Se queste sono la corolla del fiore antropico, gli anziani sono lo stelo che si approfonda fra i tanti umori della terra.
Purtroppo, questi vecchi non sono tenuti nella giusta considerazione da parte di coloro che - in un alternarsi di partiti, e modificarsi degli stessi - ci governano. Poiché tutte le manifestazioni della vita nascono da una coppia (elettronepositrone, lucebuio, femminamaschio, ecc.), queste coppie si possono spaiare. Come capita agli anziani per la morte di uno dei coniugi, per la dispersione, per lavoro o per altro, di una famiglia. Sicché la loro nera solitudine, il rimemorare acerbo del tempo che fu, le malattie senili, tutto concorre a fare di questa fascia umana un grosso elemento perturbatore della società in cui vivono. Bastano dei malumori di un anziano, le loro tristezze, il sentirsi totalmente emarginati dopo la pensione, per creare veri microsismi, e macrosismi, nel ristretto ambito della famiglia e, di converso, legati come siamo l'uno all'altro, nei gruppi sociali in cui vivono.
Conclusione. Sappiamo, per esempio, quanto siano utili, equilibratori, apportatori di fantasia e di freschezza sapienziale, i nonni. Ossia la nonnitudine si può affiancare alla maternità, ne è quasi un'ala dalla bianca ombra che si riflette sui nipotini. Ossia queste forze senili, se alimentate, rinverdite, coagulate in un tutt'uno, potrebbero avere una funzione stimolante e mitigatrice, ausiliaria, e capace di potenzialità rigermogliatrice, se i nostri politici, troppo affaticati, distratti, distorti, inseguenti cupe aspirazioni personali, riuscissero ad incanalare nel giusto senso gli anziani.
In poche parole, nei nostri traballanti, inquieti aggruppamenti politici, fra i tanti Ministeri, e Sottoministeri ingolfati di personale gerarchizzato, dovrebbero avere il coraggio di creare un Ministero per la Senilità, inteso a recuperare questo fluire disperso e dispersivo di forze umane. Le quali dovrebbero essere concretamente reinserite, con piccoli incarichi e lavori, nella girandola sfarfallante, stridente, mai ferma e mai contenta che è il nostro vivere di ogni giorno.
La funzione di questo Ministero dovrebbe avere una polivalenza di fondo. In primo luogo dovrebbe permettere e concedere a questo esercito di ultrasessantacinquenni un reinserimento relativo e morbido nel gran mare del lavoro. Nel quale sarebbero certamente utili nei borghi, nei paesi, nei centri urbani cui appartengono. Bisognerebbe ricambiarli con compensi minimi, del tutto simbolici. Infatti spontaneamente, oggi, offrono la loro mano quali volontari puranche nei Centri di Volontariato, che tanti giovani coraggiosi fanno sorgere con loro fatica, per disabili.
Così potrebbero sorvegliare i bambini nei giardini, o in altri luoghi ristretti di diporto; potrebbero fare lavoretti negli ospedali o apportarvi un vero ausilio psicologico; estendere la loro nonnitudine ad altri ragazzi che ne sono privi. O parlare del loro tempo d'infanzia, passeggiando perfino liberamente in luoghi liberi, trasmettendo in tal modo il gusto del passato, l'amore di questo, insomma tener vivo il legame funicolare della storia della famiglia o del gruppo etnico a cui si appartiene. Potrebbero insegnare tanti giochi scomparsi, fare riaffiorare tradizioni scomparse, o tipologie di folclore obliate.
Inoltre potrebbero fare dei seminari sul buon gusto, sul giusto agire, sulle norme etiche che dovrebbero ispirare la nostra condotta. Tutte cose che in piccolo potrebbero apportare una goccia che migliorerebbe, là dove si vive in modo erroneo, la nostra vita. Interessante sarebbe anche quanto potrebbero tessere i nonni fra Nord e Sud d'Italia per locali tradizioni, per il mondo di fiabe, o per fare dare una giusta interpretazione, con susseguente equilibrio, fra le tante tele-dipendenze e mediatico-dipendenze cui vanno soggetti i giovani. E questo si potrebbe attuare attraverso vere associazioni, con incontri, fra i nonni di tutte le regioni italiane.
Infine, potrebbero avere incontri con studenti delle scuole medie e superiori venendo così a rafforzare i fili d'oro fra un lontano passato e la nostra contemporaneità.
Si eviterebbero in questo modo malumori e discrasie che gli anziani isolati, neri di solitudine e di fumi di malinconia, ogni giorno apportano a coloro che vivono vicini a loro.
Dopo il Ministero della Salute, questo Ministero per la Senilità potrebbe diventare uno dei più importanti in questa società che - pur avendo tanti aspetti positivi - resta afflitta da una inquietudine simile a un nero fondale da palcoscenico storico.
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Quel gesto chiamato lettura
L´atto del leggere, la critica e la scrittura
Stefano Bartezzaghi su la Repubblica 18 novembre
Si incomincia a leggere perché si è nati in una casa piena di libri. Si incomincia a leggere perché si è nati in una casa senza libri. Si incomincia a leggere perché il padre o la madre, un fratello o una sorella, un amico o un docente ci ha passato un libro, o ce lo ha indicato. Si incomincia a leggere perché a scuola è obbligatorio, ed è obbligatoria anche la scuola stessa. Incominciare a leggere è insomma inevitabile. Ma perché poi si continua?
Uno dei lettori più anomali della letteratura italiana si chiama "il Ferrari", come lo spumante. Lo incontriamo nelle pagine della Tregua di Primo Levi. Il Ferrari è un ladruncolo pidocchioso che in un campo di accoglienza polacco dove soggiornavano ex prigionieri e sbandati di guerra passava il tempo in branda, a leggere. Leggeva libri e giornali in tutte le lingue, tranne il russo; "non lo capisco bene", diceva. In realtà era analfabeta: per lui "leggere" era identificare le lettere, ricostruire le parole, senza pensare al loro significato. Più che un lettore un letturista, come quelli dell´Enel; o "lettore" nell´accezione dei cd e dei codici a barre. Uno scanner umano del testo, per sempre bloccato in quella fase di prima alfabetizzazione che faceva nostalgia a Walter Benjamin, quando si soffermava sui vecchi alfabetari della sua scuola, che lo facevano ripensare al momento irripetibile dell´apprendimento della lettura e della scrittura: "Allo stesso modo posso sognare come una volta imparai a camminare. Ma non mi serve a niente. Adesso so camminare; non posso più imparare a farlo".
Per chi non è il Ferrari, leggere non è più quella compitazione faticosa, quel solfeggio fine a se stesso di cui il compagno di Levi mai si annoiava. Così si continua a leggere perché un libro ne richiama un altro, per analogia o per contrasto; per cambiare l´atmosfera del libro precedente o per approfondirne un´idea. Nel leggere, insomma, non riconosciamo solo sequenze di lettere e parole, ma sappiamo associare a queste sequenze la loro musica interiore, magari sbagliando e travisando. Questa seconda lettura, al contrario della prima, non si può mai finire di impararla.
A volte, poi, si legge per scrivere: lo fa lo studente alle prese con riassunti o "schede" di lettura; lo fa il recensore che legge un libro per scriverne. In fondo alla scrittura di quest´ultimo c´è sempre, o altrimenti dovrebbe esserci, l´idea di ciò che induce un lettore a scegliere un libro: i piaceri emotivi e intellettivi che questo libro gli riserverà o gli negherà, fra i quali non viene per ultimo il piacere basico e ormai inavvertito dell´assorbimento oculare di scrittura altrui. Dare un consiglio su un libro significa interferire con i criteri della scelta individuale. Un´interferenza che può essere di tipo dottrinario, se il critico appartiene a una scuola (di cui magari è unico esponente: fondatore, preside e bidello) usa a stabilire canoni, e a mettere ordine nello scenario culturale dando ordini ai lettori: leggi questo, quest´altro no. Ma anche in quel caso l´eventuale lettore che si fidasse del critico come di un dietologo, e che si sentisse obbligato a leggere un dato libro come si prende una medicina amara, rinunciando a dessert visibilmente più appetitosi, farà i conti con il proprio personale piacere o dispiacere di lettura. La verifica del lavoro del critico sta nei gesti che compirà chi si è fidato di lui, sistemandosi in poltrona, mettendo un cuscino dietro la schiena a letto, ficcandosi il libro in tasca per leggerlo anche in metropolitana, nella posizione della sardina.
Se il recensore legge per scrivere è perché si suppone che un lettore voglia leggere per leggere. La recensione diventa una cornice del libro, la si legge prima per farsi un´idea preliminare del libro (sperando che non racconti troppo la trama), la si legge dopo per confrontarla con la propria esperienza, magari per confutarla, e infine per farsi un´idea del recensore.
Della crisi della critica (letteraria e non) finora si parla in tomi accademici, ma poco se ne dice per quanto riguarda il rapporto fra il critico e il pubblico dei lettori detti "comuni". In ogni settore i critici non se la passano bene: l´idea che qualcuno possa avere un parere informato, formato e formulato con onestà su un romanzo, su un´opera lirica, su un film, su un ristorante, su una fiction televisiva è appannata dalla patina della noia, del sospetto marchettaro, della scrittura vuota e del narcisismo del giudizio. Spesso tali appannamenti corrispondono a difetti reali della critica, patologie che non possono però cancellare l´utilità dell´organo che colpiscono: anzi la rimarcano. Un braccio malato non proclama l´inutilità dell´avere braccia. Ma della critica, di tutta la critica si sente dire: "non serve".
Quel che serve, si sente altrettanto dire, è il "tamtam": i lettori si danno la voce, mentre gli autori si fanno pubbliche beffe della critica - salvo tormentare i propri uffici stampa per ottenere quei centimetri quadrati di carta stampata da cui fanno dipendere la propria "visibilità". Le grandi librerie si riempiono di cartellini che indicano "il colpo di fulmine del libraio", e sono sintomi del colpo apoplettico del critico.
Ma fra il marketing - che dallo svuotamento della critica ha in realtà tutto da guadagnare - e il tamtam spontaneo c´è un territorio. Così come il Ferrari "sbagliava" a non accorgersi che le lettere e le parole erano associate a un significato, così noi "sbagliamo" quando consideriamo i libri come oggetti chiusi in se stessi. A ogni libro, invece, dalla Bibbia in giù, sono associate idee e altri libri; ogni scrittura porta con sé altre scritture e ogni lettura porta con sé altre letture. È per questo che ogni parola, chiacchiericcio, sussurro attorno ai libri va benissimo, ma nessuno di essi sostituisce di per sé la funzione della critica: che alla continuazione della lettura associa la continuazione della scrittura, e dà voce e identità culturale al piacere, il gran piacere di leggere.
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Parmigianino perseguitato
Perché considerato stregone
Raffaele De Grada sul Corriere della Sera 16 novembre
Nascevano a Milano negli anni Trenta la prima industria culturale in Italia, la Rizzoli in piazza Carlo Erba, dove lavorava Cesare Zavattini, e l'editore Carabba in via Legnano che si era affidato all'infaticabile Giovanni Titta Rosa. Dal Mezzogiorno arrivavano giovani intellettuali con le valigie piene di poesia, Alfonso Gatto, Salvatore Quasimodo che si guadagnava la vita come perito tecnico in Valtellina e veniva a passare la sua sera a casa nostra, in via Omboni.
Dall'accordo tra la volontà fattiva dei milanesi e la divagante poesia dei nuovi arrivati sorgeva quel clima trepido che ci faceva vincere quel che i milanesi chiamavano magùn, cioè quella tristezza dei cieli grigi e delle lunghe file di case spettrali che erano state così ben dipinti da Mario Sironi.
Noi giovani studenti appassionati d'arte e insoddisfatti delle austere e serie lezioni universitarie di Paolo D'Ancona e di Matteo Marangoni, volevamo evadere e, affidandoci alla nostra bicicletta, andavamo a esplorare chiese e castelli nella terra lombarda ed eravamo stimolati a spingerci sempre più lontano alla scoperta di nuove immagini.
Attraversammo il Po e una delle prime esaltanti scoperte, nella Rocca dei Sanvitale a Fontanellato, in mezzo alla florida pianura, furono gli affreschi mitologici del Parmigianino.
Conoscevo già gli affreschi del Correggio a Parma, lo sfondamento dello spazio della cupola di San Giovanni Evangelista e la festa gloriosa del soffitto della Camera di San Paolo ed era chiaro che l'allievo Francesco Mazzola detto il Parmigianino aveva preso le mosse da quel maestro, da quell'enfasi rinascimentale che roteava nudi e gesti nella gioiosa invenzione del colore, ma vi aggiungeva qualcosa di diverso, un'intelligenza critica del modello mitologico, quasi non presentasse soltanto il fatto di Diana e Atteone, ma lo spettacolo del fatto, da contemplare a tutto agio.
Il Parmigianino (nato nel 1503) veniva da una famiglia di pittori, era già un portento di pittura a 14 anni. Giovanissimo non si era accontentato di coltivare l'ambiente di provincia che gli era comodamente aperto dai suoi zii, apprezzati maestri, aveva voluto conoscere la gloriosa Roma di Michelangelo e Raffaello. Così, nel 1523, tentò l'avventura. Gli andò bene, ebbe subito fortuna e l'intelligente papa rinascimentale Clemente VII lo prese sotto la sua protezione e gli dette parecchie commissioni.
La fortuna finì con il Sacco di Roma: i rozzi soldati di Carlo V lo sfrattarono nel 1527 (il Parmigianino aveva appena 24 anni). Ormai celebre, il pittore si rifugiò a Bologna dove affidò ad Antonio da Trento un bel gruppo di disegni perché li incidesse sul legno com'era la pratica del tempo.
Ma quel brav'uomo se li rubò e da lì cominciarono le sventure del Parmigianino, sventure per modo di dire perché il pittore fu incaricato di opere importanti come un ritratto allegorico di Carlo V, per la sua incoronazione nel 1530 (ritratto scomparso, ne esiste una copia).
Ritornato poi a Parma nel 1531, ebbe addirittura l'incarico di affrescare il coro della chiesa di Santa Maria della Steccata, che è il suo massimo capolavoro. Ma non finiva mai questi affreschi tanto che quei frati lo fecero mettere in prigione.
Il Parmigianino riuscì a fuggire e riparò a Casalmaggiore, in miseria, e vi morì nel 1540, all'età di 37 anni. Aveva da poco dipinto gli affreschi di Fontanellato, che ai miei tempi erano considerati del primo periodo, antecedenti al 1523.
Ma fa veramente impressione che in una vita così breve e così travagliata un artista, pur grande e geniale, abbia potuto fare tante opere che noi oggi ci godiamo nei musei di tutto il mondo. In Italia: da Bergamo a Napoli, da Parma a Modena, a Roma. E all'estero dove non soltanto a Madrid, al Louvre e a Londra ma anche nei musei minori appaiono le sue madonne dai colli lunghi, i ritratti di gentildonne pervasi da un'aria segreta appena nascosta dalla fluidità del pennello e anche i soggetti mitologici che vanno oltre il racconto, tanto imitati in Fiandra, Germania e soprattutto in Francia.
La famosa scuola di Fontainebleau si ispira, infatti, a quella segreta passione per ciò che non è di pura natura che fu l'anima occulta di questo artista nato nella serenità della pianura padana, ma certamente curioso di ciò che la scienza rinascimentale offriva alla futura conoscenza degli uomini.
Si dice che il Parmigianino sia stato perseguitato perché si era dato alle scienze occulte dell'alchimia. A mente lucida ricordiamo che col crescere della scienza nel periodo rinascimentale, qualunque pittore si discostasse dall'immagine conformista ecclesiastica era più o meno sospettato di stregoneria. Il corso dei tempi è meno limpido di quanto si creda e lo stesso Leonardo fu sospettato.
In realtà, riandando alla mia emozione giovanile a Fontanellato, il Parmigianino vi appare già con quell'astrazione formale della linea, nel fluire colorato delle pieghe, che anticipa il Greco e i pittori del '600 fino al Magnasco che, unendosi all'"astigmaticità" dei rapporti di colore, denota non soltanto una stilizzazione manieristica ma un brivido di emozione che giunge fino ai nostri espressionisti.
Il Parmigianino ha vissuto in pieno Rinascimento, ma la sua personalità è così sensibile da avvertire che il sentimento mutava. Oltre la sublime immagine di Raffaello, la cui arte egli conobbe a Roma subito dopo la morte del maestro, non si poteva andare. Si chiedeva alla pittura ormai uno specchio dei sentimenti turbati, non celebrazione, né pura verità naturale né fisica accentuazione delle forme.
Si voleva, piuttosto, smaterializzare le immagini verso un mondo visionario dove madonne dai colli lunghi, personaggi mossi da un vento interno si collocano in mezzo a campagne notturne, contro cieli sognati per sfuggire alla banalità del presente. I molti ritratti colpiscono più per quello che la persona cela in se stessa, piuttosto che per quello che mostra.
Oggi si fatica a comprendere che il Manierismo non è soltanto il "riposo" seguito al grande Rinascimento. Non si deve mai dimenticare che, mentre si parla molto di incomunicabilità, proprio il manierismo di un grande artista come il Parmigianino vince ogni chiusura postrinascimentale per ritrovare un contatto con il pubblico ormai insoddisfatto di celebrazioni, per quanto sublimi o potenti.
Si cercava una nuova atmosfera, un contatto più diretto anche se, rispetto al Rinascimento, poteva apparire paradossale. Ma non era paradossale in una situazione che vedeva guerra e massacri mentre, in Italia, andava rompendosi il bell'equilibrio degli Stati signorili sotto una pressione straniera portata fino all'invasione, a un clima cioè che oscurava il cielo della Penisola.
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Technicolor, il segreto delle statue antiche
Fabio Isman su Il Messaggero 17 novembre
Il mondo antico era assai colorato: dipinte le pareti delle case (si veda a Pompei, o quella di Livia a Roma) e delle tombe (si veda Tarquinia), dipinti le antefisse dei templi e i vasi di ceramica; e perché le sculture no? Finora, solo le statue erano (o almeno, così le conosciamo) in bianco e nero; al massimo, colorate dall'uso di marmi diversi e di differente tinta: bellissima una mostra, su questo, a Roma, pochi anni fa. Invece no: in anni di studio, tre importanti musei, i Vaticani e le Gliptoteche di Monaco di Baviera e Copenhagen, non solo hanno dimostrato che anche le sculture erano (eccome) colorate, anzi coloratissime; ma ne hanno perfino prodotto degli esempi, spesso accostando i calchi dipinti agli originali senza più colore. Da qui, una mostra assai interessante e parimenti intrigante, che s'apre oggi ai Musei Vaticani, si potrà visitare fino al 31 gennaio, in orari che sono i medesimi dei musei ed allo stesso prezzo; chi poi volesse accedere soltanto all'esposizione, e non anche alle sale che culminano nella Cappella Sistina, lo potrà fare addirittura gratis: la sala dove sono queste statue greche e romane, e i loro cloni assolutamente sgargianti, è infatti indipendente dal percorso dei musei e anche (il che non guasta) dei gruppi organizzati.
Ecco, quindi, il famoso Augusto di Prima Porta , trovato a Roma, nella Villa di Livia, con una toga scarlatta, una tunica rosso-blu, una corazza con colorati personaggi, gli occhi, le labbra ed i capelli anch'essi dipinti; l' Atena del frontone del tempio di Aphaia, che sembra un'opera del periodo di Otto Wagner; un Arciere del medesimo santuario, che pare un pull-over di Missoni. Una Kore dell'Acropoli di Atene, si scopre che in realtà non portava un peplo, ma una lussuosa tunica, decorata con colorati fregi a motivi di animali; e tale da qualificarla non più una Kore , bensì una divinità. Dall'Aula del Colosso, nel Foro romano d'Augusto, proviene una parete che era tutta un fitto panneggio blu, con festoni rossi. Non solo colori: perfino oro; una Testa giovanile con benda da vincitore del 20 avanti Cristo, che si conserva a Monaco, la possiamo ammirare anche dorata; e il frontone di un sarcofago con scene pastorali, databile verso il 300 della nostra era ed esposto ai Vaticani, dopo la pulitura ed il restauro mostra che, un tempo, era tutto luccicante di giallo: il vecchio colore è risbucato fuori.
E non è un divertissement , non è una finzione: "Grazie alle più moderne tecnologie, dalle foto a luce ultravioletta, alla luce radente, agli esami microscopici e alle analisi cliniche", spiega Paolo Liverani, dei Musei Vaticani, "si sono potute rinvenire, sugli originali di queste sculture, abbondanti tracce di colore: siamo partiti da lì, e non dal nulla". Ed il direttore dei Musei Vaticani, l'archeologo Francesco Buranelli, aggiunge: "Cessa un grande equivoco della moderna storia dell'arte antica, e non è un gioco di parole; nel Settecento, Johann Joachim Winckelmann teorizza il bello ideale, e statuisce il bianco e nero". Scriveva infatti: "Un bel corpo sarà tanto più bello quanto più è bianco, e quando è nudo sembrerà più grande di quanto sia effettivamente; il colore dovrebbe avere una parte minore nella considerazione della bellezza, perché non è questo, ma la struttura, che ne costituisce l'essenza". Tutto ciò, con la complicità del tempo che dalle antiche statue aveva fatto sparire le tinte, ci ha abituato a vederle come una volta si vedevano gli antichi film, dopo quelli muti.
Ma non era così: lo stesso Winckelmann possedeva sculture antiche colorate, e un paio sono anzi pervenute proprio nelle raccolte Vaticane; già nel 1814, Antoine Chrisostome Quatremère de Quincy, famoso per la difesa del patrimonio con le sue Lettres à Miranda (che non era la sua fidanzata, bensì un celebre generale francese), aveva corretto quanto affermava lo storico dell'arte tedesco; ai primi del '900, alcune ricostruzioni di templi erano già a colori, come la decorazione della stessa Gliptoteca di Monaco, finché la guerra l'ha spazzata via. Poi, però, più nulla: l'equivoco è continuato. La revisione inizia solo una ventina d'anni fa; e il suo esito più eclatante sono questi studi e queste simulazioni. "Non è certo una provocazione, ma nemmeno una verità rivelata e infallibile; la mostra è un esperimento: intende impostare il problema, non impone nulla a nessuno", precisa Buranelli. Bello che proprio ai Musei Vaticani, usi a lavorare lontano dalla luce dei riflettori, si debba una tanto ardita operazione: la documenta un catalogo (editore De Luca), cui si accompagna un libro di saggi, primo di una nuova collana vaticana d'approfondimenti scientifici.
L'effetto della mostra è spiazzante, choccante ; ma spesso, anche splendido: vediamo sculture perfino famosissime, come non le avremmo immaginate mai; ma, probabilmente, più come erano, rispetto al modo con cui le abbiamo studiate, o finora ammirate. Statue in technicolor , che s'inseriscono più coerentemente nel mondo antico, molto dipinto; sculture che, anche attraverso la progressiva introduzione dell'oro, mostrano quanto, nel tempo, il fasto s'accresca; fino alla bizantina Testa dell'imperatrice Ariadne , del VI secolo, già nella Basilica Lateranense (la si credeva Elena), che ha sul capo una cuffia, "della quale restano le tracce del colore rosso", e un diadema di perle con ancora molti segni dell'originale doratura. A tanti, lo sforzo parrà sovrumano (o sovraculturale); ma perché mai accontentarsi d'un mondo in bianco e nero, quello delle sculture greche e romane, quando invece il colore imperava e, se non proprio leggere, almeno lo possiamo, in qualche sua parte, ricostruire?
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Centro d'ilarità permanente
Michele Serra su L'espresso
È in base a un calcolo elementare che Francesco Rutelli ha deciso la sua definitiva svolta centrista. Il calcolo è questo: posto che gli elettori di sinistra sono circa il 40 per cento, e che gli elettori di centro sono il 5 per cento, quale obiettivo, tra i due, è di più facile realizzazione per l'opposizione italiana? Ovvio, conquistare il 5 per cento. Lo capirebbe anche un ragazzino.
Decisa la strategia, ecco la tattica.
ECONOMIA Una vera politica economica di centro non deve dare l'impressione di parteggiare per una delle due fazioni di estremisti, i ricchi e i poveri, le cui posizioni ostinatamente conflittuali impediscono un'impostazione ragionevole dei problemi. È sbagliato possedere 2 mila miliardi, ma è sbagliatissimo, e tipico della sinistra più infantile, opporsi pregiudizialmente alla ricchezza possedendo solo poche decine di euro. All'ostentazione di panfili e ville non si può certo rispondere facendo lavoretti precari o indossando orribili felpe di acrilico pur di rivendicare chissà quale diversità ideologica. A questo sterile narcisismo pauperista i neocentristi intendono rispondere con un corteo di professionisti a medio reddito, che non sfasciano le vetrine e al contrario ne commentano favorevolmente ad alta voce il buon livello di illuminazione, l'avvenenza delle commesse e la qualità della merce esposta. Quindi, in piccoli drappelli, si staccano dal corteo ed entrano nei negozi per acquistare a prezzi ragionevoli indumenti decorosi e beni di consumo di medio livello, adatti a un trilocale di circa 110 metri quadrati in zone non periferiche ma neanche lussuose.
ESTERI Non si può cedere alle facili emozioni pacifiste, ma bisogna prendere le distanze dagli eccessi bellicisti. Sì, dunque, alla presenza dei militari italiani in Iraq, però vestiti in borghese e fidanzati con ragazze irachene. Le armi di ordinanza consigliate dal neonato Centro Studi Centristi di Strategia Militare non devono essere troppo vistose (come carrarmati, bazooka, portamissili), ma nel contempo devono incutere timore alle bande di terroristi. Consigliate le alabarde, le scacciacani e le cerbottane. Lo stesso Rutelli ha disegnato l'elmetto centrista, con calotta metallica, ma a forma di Borsalino per non turbare la popolazione civile e per conquistare simpatie per lo stile italiano. Molto importante anche l'atteggiamento delle truppe: gli slogan trucibondi delle truppe americane, tipo 'Fuck the arabs' o 'Nuke the Casbah', verranno tradotti secondo i princìpi moderati: 'Intrattieni discretamente alle spalle le popolazioni locali' e 'Fai opera di dissuasione attiva neutralizzando con armamenti moderni luoghi di culto nei quali possano annidarsi bande ostili'. Il contingente italiano, aiutato da un professore di metrica, sta imparando a scandire in coro i due slogan. Sì alla conquista di Falluja previo bombardamento a tappeto, purché il successivo ingresso delle truppe avvenga con autoblindo a bassa emissione inquinante e rispettando i semafori e la segnaletica irachena, che impone di dirigere gli automezzi sempre e solo in direzione della Mecca.
ETICA I centristi hanno fatto proprio lo slogan di Croce 'Non possiamo non dirci cristiani', alla lettera: non possiamo, pena sanzioni amministrative ancora allo studio.
E dunque, sì alla fecondazione assistita, ma solo in Chiesa, con provette consacrate. Ammessi i rapporti prematrimoniali purché in presenza dei genitori. Le unioni di fatto tra omosessuali sono consentite, ma solo se uno dei due partner accetta di vestirsi da moglie, con il tailleur e il filo di perle, e l'altro da marito, in giacca e cravatta, e in tuta da ginnastica durante il week-end.
CAMPAGNA ELETTORALE Dovrà evitare i toni esagitati e le prese di posizione manichee.Per queste ragioni verranno ammessi solo punti programmatici che non spaventino l'elettorato moderato. Tra questi, la conferma della domenica come giorno festivo e la chiusura dei parrucchieri al lunedì. Sul resto, secondo Rutelli, è necessario discutere il programma di governo con cautela e interpellando anche la destra, per non dare l'impressione di una preclusione politica immotivata.
21 novembre 2004