
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 24 ottobre 2004
Nota introduttiva
Le immagini di questa settimana in rete sono tratte dagli affreschi degli Zavattari con le storie di Teodolinda, e si aggiungono alle immagini inserite nel Bel Momento Teodolinda a Monza pubblicato su Arengario una settimana fa.
p.c.
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L'elisir fiscale del cavalier Dulcamara
Eugenio Scalfari su la Repubblica 24 ottobre
Il dottor Dulcamara, che nell´opera buffa affascinava le piazze di paese declamando le virtù del suo elisir e promettendo agli ingenui villici eterna giovinezza, ricchezza e felicità, si è ormai trasferito a Palazzo Chigi e imbonisce con la voce del presidente del Consiglio: per uscire dal ristagno economico e dalle acque morte d´una crescita che da tre anni non si allontana dallo zero, non c´è altra ricetta che la riduzione dell´Irpef e in particolare dell´aliquota massima che colpisce i redditi più elevati, quelli degli imprenditori e dei manager. Basterebbe ridurre quell´aliquota dal 43 al 39 per cento per imprimere all´economia italiana la salutare scossa di cui il nostro Dulcamara cominciò a parlarci fin dall´aprile del 2001.
Come mai un elisir così miracoloso non sia stato ancora propinato e quindi non abbia ancora prodotto i suoi magici effetti, è cosa inspiegabile. Ma ancor più inspiegabile sono le certezze che animano il Dulcamara in questione e il coro dei suoi sodali a dispetto d´ogni senso della realtà.
La realtà è infatti che il numero dei contribuenti che hanno dichiarato un reddito superiore ad un milione di euro è di appena 1.081 (dati della dichiarazione relativa al 2001); nello stesso anno hanno dichiarato redditi superiori ai 300.000 euro annui soltanto 17.000 contribuenti. Riducendo l´aliquota Irpef dal 43 al 39 questi scaglioni di reddito avrebbero un beneficio complessivo di 500 milioni di euro. Sarebbe questa la chiave di innesco della scossa tanto attesa? Chi può prestar fede ad una fandonia di simili dimensioni? Bondi? Schifani? La gentile e graziosa ragazza che fa da qualche giorno la portavoce del nostro beneamato Berlusconi, della quale purtroppo non ricordo il nome?
Noto di passata che la Confindustria, cui presumibilmente sono iscritti i percettori dei suddetti redditi, non ha mai chiesto un provvedimento del genere, anzi si è dichiarata perplessa e addirittura contraria a sperperare risorse pubbliche nella direzione d´uno sgravio fiscale sui redditi personali e in particolare d´un abbattimento dell´aliquota più elevata dell´Irpef.
Non è strana questa resistenza di Confindustria verso una strategia economica di cui i suoi maggiori associati sarebbero i principali beneficiari? Non sarà che non sono tanto allocchi da scambiare per oro fino una patacca di ottone?
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Personalmente non sarei affatto contrario all´aumento dell´imposta sugli autonomi che il ministro del Tesoro chiama pudicamente manutenzione fiscale.
Quel gruppo di contribuenti beneficia già ora d´una sorta di concordato che in realtà configura un permanente condono rispetto al suo effettivo reddito. Il fatto che in tempi di ristrettezze il buon Siniscalco voglia ridurre il livello di quel condono mi sembra del tutto plausibile. Ma vedrete che alla fine da tanto fumo resterà pochissimo arrosto; in tempi elettorali valgono solo gli spot e questa "manutenzione" è assai poco spendibile sul mercato pubblicitario.
Resta come solo e vero perno della manovra il famigerato tetto del 2 per cento che dovrebbe niente meno durare per l´intero triennio 2005-2007. Per tutto questo arco di tempo la spesa corrente complessiva, sia di competenza che di cassa, dovrebbe restar congelata, in termini reali, al livello di spesa del 2003.
Quest´ipotesi non è minimamente credibile. Qualora fosse effettivamente realizzata avrebbe effetti deflazionistici imponenti e indiscriminati. Siamo dunque in presenza d´una strategia dissennata sia nell´ipotesi di mancata realizzazione (nel qual caso salterebbero tutti i parametri e gli obiettivi della manovra) sia nel caso di efficace applicazione (nel qual caso passeremmo dalla stagnazione alla recessione vera e propria).
Aggiungo un´osservazione che non mi pare sia stata ancora fatta. Per l´esercizio 2005 Siniscalco prevede che il tetto del 2 per cento produca minori spese per 7-8 miliardi di euro, necessari a contenere il deficit al di sotto della soglia del 3 per cento fissato dal patto europeo di stabilità.
Nel medesimo esercizio 2005 quello stesso tetto servirebbe a coprire la riduzione dell´Irpef e dell´Irap.
Ma Siniscalco non spiega con quali risorse manterrà il deficit sotto la soglia del 3 per cento. Il tetto che produce 7 miliardi di minori spese non può infatti essere utilizzato contemporaneamente per finanziare due diversi obiettivi: contenimento del deficit e riduzione di entrate. Ho la sensazione che in questo caso Dulcamara, oltre che a vendere falsi elisir, si dedichi anche al gioco delle tre carte; nell´opera buffa questo non è previsto. Caro ministro, qui siamo fuori dal copione.
Tralascio il discorso sul pubblico impiego che ci porterebbe lontano, ma una parola la voglio pur dire. Contrariamente ai propositi della Lega, che se potesse imbarcherebbe i pubblici dipendenti con destinazione Libia insieme agli immigrati clandestini, Siniscalco ha aperto un confronto. Propone aumenti contrattuali agli statali del 5 per cento anziché rispettare il tetto del 2, ma in contropartita vuole il blocco del turn over e anche un accordo di mobilità per trasferire dallo Stato alle Regioni gli impiegati necessari a causa della devoluzione dei poteri. Posso dire che questo è un sogno, una pia illusione che non avrà alcun riscontro nella realtà? Anzitutto il 5 per cento di aumento contrattuale: ci vorrà almeno il 6 per convincere i sindacati, con il che il tetto sarà stato superato tre volte.
Recuperarlo col blocco del turn over? Mi pare un´ipotesi di terzo grado. Quanti sono i pubblici dipendenti che escono ogni anno dal servizio attivo? Il ministro del Tesoro dovrebbe dircelo per poter calcolare l´entità del risparmio, ma dovrebbe anche dedurre da questo ammontare le nuove pensioni da pagare ai dipendenti in uscita. Il risparmio generato dal blocco sta infatti nella differenza tra lo stipendio e la pensione più liquidazione.
Tutto ciò senza introdurre il discorso connesso con la devoluzione. Lo Stato cioè dovrebbe non solo bloccare il turn over ma anche, con una massa di impiegati decrescente, trasferirne alcune decine di migliaia alle amministrazioni regionali. Il ministro Maroni ha dichiarato che lui non ci è mai riuscito e lo dice uno che la devoluzione l´ha voluta a ogni costo e a ogni prezzo.
Allora, direbbe Bossi, dov´è la quadra? Un 6 per cento in più agli statali, recuperato congelando le assunzioni; un blocco che non tiene conto che non tutti i comparti della pubblica amministrazione sono in identiche condizioni, in alcuni ci sono esuberi, in altri invece scarsità, né è pensabile di trasferire un insegnante di lettere a insegnare l´inglese o addirittura a rimpiazzare un impiegato dell´Agenzia delle entrate. Contemporaneamente bisognerebbe trasferire un considerevole gruppo di impiegati dalla Calabria al Veneto, dalla Campania al Piemonte, con tutti i problemi di impianto connessi a mobilità del genere. A chi la racconta, signor ministro del Tesoro?
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La verità è che l´intera struttura della manovra e dei suoi collegati non regge. Ci saranno effetti recessivi, il bilancio non sarà affatto riassestato anche perché il tetto non è un taglio. Dulcamara lo ha ripetuto infinite volte e noi, critici, abbiamo risposto di no, abbiamo sostenuto che tetto e taglio in questo caso erano sinonimi.
Ebbene, abbiamo sbagliato per fervor di polemica. Non sono la stessa cosa.
Se si taglia una determinata spesa si produce un effetto strutturale: quella spesa non c´è più. Ma se si mette un tetto al suo lievitare la spesa continua a esistere. Non cresce ma non scompare; scaduto il tempo del tetto, riprenderà a crescere con raddoppiata irruenza per riguadagnare il tempo perduto. E per produrre gli stessi risultati costerà di più perché nel frattempo i prezzi saranno aumentati.
In realtà il tetto fa parte dei famosi provvedimenti "una tantum" che Siniscalco voleva abolire o per lo meno ridurre drasticamente e che l´Europa, giustamente, vede come il fumo negli occhi.
Diciamolo con franchezza, onorevole ministro del Tesoro: l´intera sua manovra di 24 miliardi, più i 7 necessari a finanziare la riduzione delle tasse, si basa interamente su provvedimenti una tantum salvo le micro-tasse e le micro-economie che in totale non arrivano a 2 miliardi. Quando il tetto verrà tolto il suo successore si troverà di fronte a un baratro. La Commissione europea ha accettato, sia pure con sordi brontolii, le sue spiegazioni sul tetto visto come intervento strutturale. Non credo che a Bruxelles siano rimbecilliti. In realtà le hanno fatto un favore, hanno chiuso un occhio. Ma continuano a rognare sulle una tantum. E se tra qualche mese, con la nuova Commissione, apriranno l´occhio socchiuso e le chiederanno conto della panzana che lei ha raccontato a loro e a noi, lei che cosa farà?
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Bisognava iniettare potere d´acquisto prontamente spendibile nelle tasche della massa dei consumatori, quelli che stanno a metà della trottola dei redditi, non i 18 mila che stanno al vertice. Questo bisognava e bisogna fare.
Restituendo il "fiscal drag". Fiscalizzando gli oneri sociali entro una fascia di retribuzioni. Abolendo l´Irap o riducendola drasticamente. Razionalizzando ma non annullando gli incentivi e i crediti d´imposta alle imprese. Trovando la copertura con interventi mirati sugli immobili, sulle rendite, sulle plusvalenze finanziarie.
Il reddito ristagna ma i patrimoni in termini nominali sono molto cospicui in Italia e dunque bisogna mettere a contribuzione i patrimoni per rilanciare i redditi.
La parola patrimonio fa paura? Ma è già colpito il patrimonio. La chiamano Ici ma non è forse un´imposta patrimoniale? Certo, come spot pre-elettorale, funziona poco. Perciò continuiamo così. Stiamo andando dritti verso la bancarotta, caro Follini.
Lei mi dirà: perché si dirige proprio a me? E a chi mi dovrei dirigere? Lei è un moderato. Un centrista. Ha a cuore gli interessi del paese e non quelli del partito. Si è arrabbiato di brutto contro chi lo definiva cane da pagliaio o tigre di carta. Ha fatto la faccia feroce verso i suoi alleati che (se ne era accorto anche lei) dilapidavano le finanze dello Stato. Ha applaudito insieme a Fini al siluramento di Tremonti. E non si accorge che Siniscalco è la fotocopia del predecessore e forse anche peggio? E vota con tranquilla coscienza una legge di riforma costituzionale che ci porterà alla bancarotta; un premierato che sopprime di fatto il regime parlamentare e la presidenza della Repubblica. Ora infine voterà una vergognosa legge finanziaria interamente basata su provvedimenti provvisori.
Ma quando si guarda allo specchio (della coscienza) che sentimenti prova?
P. S. Mentre scrivevo questo articolo mi è arrivata la notizia che il nostro presidente della Repubblica ha dovuto subire un intervento chirurgico per fortuna di leggera entità, felicemente concluso. Mi permetto di utilizzare questo spazio per inviargli gli auguri più affettuosi. Un uomo come lui, se non ci fosse stato, avremmo dovuto inventarcelo: così si dice quando si vuole significare una presenza indispensabile. Tanto più indispensabile in un´epoca che abbonda di Dulcamara e di Tartufi. Lunga vita e buona salute a nome di tutti quelli che vedono in lei l´usbergo delle nostre istituzioni democratiche e dei nostri sentimenti morali di libertà e di giustizia.
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Bruno Vespa e il fascismo eterno
Roberto Cotroneo su l'Unità 23 ottobre
Ci sono molti modi per fare dell'ironia sulla nuova svolta del "Porta a Porta" di Bruno Vespa. Dopo aver visto in pochi giorni un tandem di puntate da neanche immaginarsi. Nella prima campeggiavano Emanuele Filiberto di Savoia con la sua giovane sposa, più il contorno, è proprio il caso di dirlo, di corte più o meno adorante. Nella seconda avevamo il jazzista Romano Mussolini, la di lui figlia Alessandra Mussolini, con aggiunta di storici. Da tutte e due le puntate usciva, nella sostanza, un'immagine della monarchia italiana e del fascismo ben lontana da quelle che le pagine di storia ci hanno tramandato.
La monarchia era terribilmente chic, elegante, controcorrente, e persino antifascista (se non fosse stato per quel Vittorio Emanuele III così vanesio a chiedere al Duce l'impero). Il fascismo fu una dittatura, certo, e Mussolini aveva un caratteraccio, però era un padre affettuoso, un uomo che rispettava le istituzioni, e guai a chi parlava male del papa davanti a lui. Inoltre, poveraccio, cosa poteva fare con quel traditore di Galeazzo Ciano? Suo genero. Lo aveva tradito, e dunque non aveva scelta. Fucilato all'alba, e speriamo che la povera Edda non la prenda a male.
Credo che sia del tutto legittimo, e soprattutto spiegabile, che se inviti in trasmissione un uomo quasi ottantenne, vissuto nella memoria di un padre come Benito Mussolini, non può che uscirne un ritratto commosso e privato. Va da sé che un Savoia del ramo regnante non possa che parlare bene della sua famiglia e rimpiangere, anche se non apertamente, l'idea di non essere più al Quirinale ad assegnare onoreficenze e ricevere il capo del Governo. Il fatto è che queste persone, fino a poco tempo fa, campeggiavano sui rotocalchi popolari, quelli che leggono le pensionate poco istruite e un piccolo mondo antico che si appassionava alle sorti di Maria José, e di Reza Pahlevi, di Soraya e di Marina Doria. E si perdeva in quel profumo d'antan, in quel mondo di voci seducenti alla Milly e rauche alla Buscaglione, nei Grand Hotel di felliniana memoria, e nel ricordo dello sguardo di Amedeo Nazzari che conquista le modiste. Poi ci sono stati gli anni Sessanta, e il Jet Set, la modernità, e la nuova borghesia. Per arrivare al tardo vippismo berlusconiano, meno smaltato e più abbordabile, fatto da star televisive, calciatori e veline.
Però nessuno poteva immaginare di accendere il televisore, il televisore digitale, quello che ti mostra il mondo in diretta, quello attaccato a parabole e cavi in fibra ottica, per intenderci. E ritrovarti la stilista Micol Fontana, che presenta nello studio di Vespa i vestiti che fabbricò per le signore Savoia e i loro matrimoni, discettando su quale sia mai il vero blu Savoia. E nessuno avrebbe mai immaginato di poter ascoltare le invettive di Alessandra Mussolini contro il Re, e la supposizione di Bruno Vespa, che Mussolini volesse essere liberato, sul Gran Sasso, dagli alleati, e non dai tedeschi. Al punto tale che quando fu preso dai tedeschi ebbe un moto di disperazione.
Come diceva Aby Warburg, il buon dio si nasconde nel particolare. Ed è facendo perno che si capiscono molte cose. Bruno Vespa: "si dice che suo padre volesse essere liberato dagli alleati". Romano Mussolini: "questo non mi risulta". Ma Vespa insiste. Perché su questo si gioca una grande partita. E su questa partita si gioca fino in fondo la strategia di Vespa. E naturalmente non soltanto la sua.
Perché bisogna accreditare una cosa falsa, che Mussolini non volesse essere liberato dai tedeschi? Primo: perché ormai si riteneva sconfitto, e i tedeschi lo avrebbero costretto a continuare la guerra dalla loro parte. Secondo: perché in questo modo si risparmiava la Repubblica Sociale Italiana, con tutto quello che ne consegue.
Terzo punto, determinante: perché gli alleati, in questo caso gli anglo-americani, sono buoni. Lo avrebbero processato, con un "regolare processo", e forse avrebbe vissuto ancora per un bel po'. Invece poi, nell'epilogo estremo, lo hanno preso quei comunisti di partigiani, Valerio e compagnia bella, e lo hanno assassinato, assieme all'amante Petacci, che non aveva alcuna colpa.
Ora, perché la sinistra uccide Mussolini, e gli alleati non lo avrebbero ucciso? Perché gli alleati non erano propriamente antifascisti, perché Churchill ammirava Mussolini, e poi l'Italia era un Paese monarchico, come l'Inghilterra. E perché i Savoia meriterebbero di stare sul trono d'Italia? Perché furono quelli che unificarono l'Italia, e fu soltanto una debolezza, di quel Re, a portarci al disastro. Comprese quelle leggi razziali, che sì furono un errore. Ma un errore, non la conseguenza logica di una politica europea e un tassello determinante dell'ideologia nazi-fascista.
Perché purtroppo, e qui veniamo a completare il punto, la sinistra ci ha impedito di vedere fino in fondo le cose come stanno. Ci ha dato un'immagine del ventennio alterata (figuriamoci poi quella dell'era Berlusconi). Ci ha restituito una storia della resistenza che non ebbe nulla a che fare con la realtà. Ha ignorato il concetto di guerra civile (e ogni guerra civile reca con sé l'equivalenza e la legittimità delle ragioni di entrambe le parti) e ha egemonizzato la cultura per impedire che si scrivesse una storia più veritiera.
Qui non si tratta di ridicolizzare i giornalisti adoranti davanti al principe ereditario, o gli storici a fare da contorno agli storicismi di Alessandra e Romano Mussolini, qui non siamo di fronte a goffi tentativi di riscrivere la storia. La storia è già stata scritta, in tutti i modi, ma a leggerla sono sempre gli stessi, e sempre troppo pochi.
Aveva ragione Umberto Eco in un saggio di quasi dieci anni, quando parlava di "fascismo eterno". Il fascismo eterno è qualcosa che non ci si leva di dosso, e che i revisionisti e i terzisti hanno cercato in qualche modo di nascondere. È quello che con i distinguo cerca di celare quel disprezzo per le regole democratiche che ha fondato per anni le istituzioni di questo Paese. Il fascismo fu tutto, purtroppo. Opportunismo, dittatura, autoritarismo, fronda, debolezza istituzionale, parate ridicole e tragedia, violenza brutale e bivacco per manipoli. Fu confino e persecuzione degli oppositori, ma anche bagliori di cultura e qualche tollerante distrazione. Ma non per merito, solo per incapacità, pochezza, e dilettantismo. I totalitarismi, vedi Stalin e Hitler, furono una cosa terrificante e assai più seria. Ma il fascismo fu soprattutto un'ideologia conforme allo status del nostro Paese. Nessun rispetto per alcunché, parole a vuoto, rimangiate il giorno dopo, demagogia, e retorica.
Il fascismo eterno è classista, anche se è espressione della piccola borghesia, ossessionato dalle sinistre, dalle rivoluzioni, dagli scioperi, dal disordine sociale. Il fascismo eterno ha paura dei diversi, degli stranieri, delle altre religioni, degli omosessuali, di tutto quanto non rientrebbe secondo loro nella sana tradizione del nostro popolo. E soprattutto il fascismo eterno ha il culto della guerra, del cercar la bella morte, della difesa dei confini, e della grandezza della nostra civiltà, a cominciare dalla romanità per finire con la padania. Vespa: "Vero che suo padre avrebbe preferito essere salvato dagli alleati?". Traduzione: caro telespettatore sprovveduto, non capisci che Mussolini piaceva anche agli americani? Non vedi poi cosa è accaduto in Italia? E non sarebbe stato meglio che finisse come in Spagna, facendo sfumare il fascismo in una lenta agonia autoritaria, che andava a finire in un post-fascismo retto da una monarchia illuminata? Se non fosse stato per questa sinistra e per certi cattolici troppo fissati con la dottrina sociale della Chiesa, partigiana e non, tutto in questo Paese sarebbe andato diversamente, già da allora. Meno male che alleati degli alleati siamo rimasti e oggi molto più di ieri. Perché, se un tempo era tutto così bello, e lo ricordiamo a "Porta a porta", perché non dovrebbe essere ancora più bello il nostro futuro?
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Quei politici ministri per caso
Edmondo Berselli su L'espresso
Lunedì 11 ottobre, il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli è in collegamento con il programma 'Nove in punto', condotto da Giuseppe Cruciani su Radio 24. La discussione verte sull'ipotesi del superbollo sui cosiddetti Suv, cioè i fuoristrada, i gipponi, i giganti 4x4. Bello come il sole ottobrino, il ministro dichiara che qualsiasi ipotesi in materia è prematura, che occorrerà studiare gli ingombri, i consumi, i flussi di traffico, il colore delle auto, la fisionomia del proprietario e 'quant'altro'. Per poi concludere che il problema non sono le dimensioni delle auto, ma le emissioni. Bisogna ridurre le emissioni, dice con aria ispirata il ministro, rinnovare il parco automobilistico nazionale, magari fare come in Germania, "dove le vetture che raggiungono i dieci anni di vita non possono più circolare".
A questo punto viene data la parola a un esperto, il direttore di 'Quattroruote' Mauro Tedeschini, il quale replica: "Non so dove il ministro Matteoli abbia tratto questa notizia, perché a noi non risulta affatto che in Germania ci sia una norma del genere". A quanto pare, la disposizione non esiste, e ricerche accurate dimostrano che i tedeschi non hanno mai neanche presentato una proposta legislativa in questo senso. Quindi con ogni probabilità il ministro parlava di realtà a lui sconosciute, e di fronte a queste chiacchiere raccolte a cena o in un caffè, per ridurre le emissioni, non è possibile altro che ridurre l'emissione di un sospiro.
Matteoli è in buona compagnia, perché come ha raccontato Gian Antonio Stella, un altro ministro della Casa delle libertà, il colto liberista Antonio Marzano, preso alla sprovvista dall'introduzione nella Finanziaria della 'shadow toll', ovvero il pedaggio-ombra sulle statali, senza accorgersi che si trattava di una partita di giro (cessione delle strade alla società Infrastrutture e pagamento di un canone d'affitto), insomma un pedaggio virtuale come il governo attuale, ha fatto subito presente che si poteva pensare a forme di abbonamento per gli utenti abituali.
Ancora: la sera di martedì 5 ottobre, nel programma 'Ballarò', si è assistito a una bellissima lite fra l'economista di Forza Italia e parlamentare europeo Renato Brunetta e il vicepresidente della Confindustria, il torinese Andrea Pininfarina. L'ex socialista Brunetta ha attaccato gli industriali italiani con una veemenza insolita per l'uomo di un establishment che dovrebbe rappresentare il consiglio d'amministrazione della borghesia piazzato ai vertici dello Stato.
Voi industriali, ha detto Brunetta con l'aria più ironica del mondo, e via via inclinando al sarcasmo, siete i soliti: volete la libera concorrenza e i sussidi pubblici, la ricerca pagata dallo Stato, l'innovazione con i soldi dei cittadini. Ottimi argomenti se li avesse svolti alla fine degli anni Cinquanta un liberale fautore della battaglia contro i monopoli come Ernesto Rossi, oppure oggi un socialista radicale come Fausto Bertinotti, ma sinceramente sfasati per un esponente della parte politica rappresentata da Silvio Berlusconi, l'uomo che si presentò alle assise confindustriali di Parma dicendo: "Il vostro programma è il mio programma".
La realtà è che la classe di governo del centrodestra sta precipitando nel grottesco. Nel contemplare da Salò le disfatte italiane, Benito Mussolini se la prese con "gli italiani, questo popolo di imbelli". In modo analogo, Berlusconi e l'estemporanea classe dirigente che si è raccolta intorno a lui stanno vendicandosi sul loro elettorato. Il capo del governo si lamenta che in Italia, fra questo popolo di ignavi, è l'unico a voler tagliare le tasse. Il suo ministro Siniscalco, che ha ancora il senso della contabilità, inventa un diluvio di tasse. Gli altri suoi ministri e i dirigenti politici della Casa delle libertà tentano affannose spiegazioni di misure incomprensibili, e quindi inscenano bellissime commedie degli equivoci.
In questa situazione, il centrosinistra non brilla per iniziativa, diciamo così. Certo che però se uno pensa alle risorse inutilizzate dell'Ulivo, da Enrico Letta a Pierluigi Bersani, da Giuliano Amato a Paolo De Castro, può continuare a pensare che il centrosinistra è una banda di squinternati; ma che in fondo la professionalità dei suoi eventuali ministri è ancora infinitamente superiore a quella dei desesperados della Casa delle libertà.
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Quando la politica diventa profezia
Filippo Ceccarelli su La Stampa 19 ottobre
Ieri mattina, alla radio, da Diaco, Massimo D'Alema ha candidato Walter Veltroni alla guida del centrosinistra. Ma non ora, bensì nell'anno elettorale 2011. Come dire che la legislatura non è ancora finita, ma c'è già chi pensa non alla prossima, ma a quell'altra ancora. Quando cioè Veltroni, che oggi ha 49 anni ed è già forzatamente indicato come l'alfiere di un possibile ricambio generazionale sarà prossimo ai 60 (e D'Alema ai 62). Intanto c'è Prodi. Nel 2011, in ogni caso, la riforma costituzionale passata alla Camera la scorsa settimana sarà ancora al "carissimo amico", ben lungi quindi dall'effettiva entrata in vigore. Il pastrocchione di Calderoli, infatti, andrà a pieno regime non s'è capito bene se nel 2015, nel 2016 o addirittura nel 2017. Il fantastico scivolamento nel tempo è determinato, nel suo inconfessabile fondamento, da ragioni quasi più politiche che tecniche: durata in carica dei parlamentari e dei "governatori". Ma la scadenza appare comunque fantastica, e non solo perché Berlusconi - per indicarne uno che ancora l'altro giorno si è vantato scherzando di non invecchiare - avrà all'incirca 80 anni. E' l'intero Paese che nel 2016 sarà divenuto irriconoscibile. Figurarsi la riforma Calderoli. Si sa: i tempi attuali sono particolarmente compressi. Mai come oggi la società, non solo quella politica, è schiacciata sul presente, prigioniera dell'istantaneo, costretta a misurarsi con se stessa in tempo reale. Di questa logica fa fede l'uso smodato dei sondaggi, che registrano l'attimo. Eppure Bossi, l'altroieri, ha addirittura convocato, o per meglio dire ha prenotato un referendum, quello sull'entrata della Turchia nell'Unione europea. Va da sé che la norma da abrogare ancora non c'è, non esiste, forse mai esisterà. Ma intanto lui ha spostato la questione nel futuro. Ma ecco. E' un futuro molto speciale, questo di cui la politica cerca di impossessarsi, un futuro singolarmente indistinto, eccezionalmente incerto e straordinariamente ambiguo: un futuro remoto. Così remoto da sfidare la matematica, la fantasia e gli antichi proverbi ("chi vivrà, vedrà") all'insegna del duemilaundici, duemila sedici, duemila-boh, duemila-vattelapesca. In definitiva un futuro quanto più simile a un pretesto, a un diversivo, a un modo per scaricare i problemi o tenere a bada i seccatori. Questi ultimi invece a volte sono utili, se non altro per restituire un barlume di certezza all'attualità come all'avvenire. Così la Cgil ha presentato un meticoloso dossier sui tempi e sullo stato di ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, come si ricorderà ritenuta Grande Opera strutturale e strategica per il Mezzogiorno e per l'Italia tutta. Ebbene, la notizia è che tutto procede con enorme lentezza. Al 31 maggio 2004, secondo lo studio del sindacato, su 433 km di tratta complessiva, solo 265 risultano appaltati, 168 restano da appaltare e 384 da completare. In sette anni sono stati realizzati solo 49 chilometri d'autostrada, pari a 7105 metri l'anno. Di questo passo, con questa media di avanzamento, e con i costi nel frattempo lievitati, per la "nuova" autostrada bisognerà aspettare altri 36 anni. La Salerno-Reggio Calabria sarà dunque pronta nel 2040. Sei anni prima del "2046", che non è una data di qualche evento politico a venire, ma il titolo del film del regista cinese Wong Kar-Wai. A conferma che la fantascienza sfuma spesso verso la profezia.
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La vita bassa a quindici anni
Marco Lodoli su la Repubblica 18 ottobre
Insegnare a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po´ sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici anni, un´allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta. Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni. La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull´elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così. Non è un po´ triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po´ pedante le citavo una frase di Jung: "Una vita che non si individua è una vita sprecata. Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere. A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l´ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell´altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe. Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona, anche se non diventa famosa, può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui vive. Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel nostro mondo. A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di merci perché non c´è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita. Un tempo l´ammirazione per le persone famose, per chi era stato capace di esprimere - nella musica o nella letteratura, nello sport o nella politica - un valore più alto, più generale, spingeva i giovani all´emulazione, li invitava a uscire dall´inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un´altra logica: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente ce l´ha fatta avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati a essere spettatori e a razzolare nel nulla. Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano diventati celebri, e magari la televisione li avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno. Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l´umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent´anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di desolazione e di impotenza.
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Il valzer del filosofo
Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera 22 ottobre
E' il ballo del Buttiglione. Il valzer del filosofo. La pantomima del più colto e più vanitoso politico italiano, indeciso tra la difesa delle proprie idee e quella della propria poltrona, e pronto per questo alla più azzardata delle mosse: la smentita confermativa.
La lettera con cui ieri Rocco Buttiglione ha tentato di ritirare la parola maledetta "peccato" senza abiurare alla coscienza di cattolico gli è stata imposta dal precipitare degli eventi di Bruxelles. In un primo tempo, la reazione di Berlusconi e dei popolari europei l'aveva convinto di poter restare sulle sue posizioni: Barroso era stato il ragionamento farà finta di nulla, e andrà avanti. Ma l'asprezza della polemica della sinistra e le perplessità dei liberaldemocratici hanno imposto al neopresidente Ue, per non farsi bocciare l'intera commissione, di ottenere da Buttiglione un segno di buona volontà: o un cambiamento delle deleghe, o un'attenuazione della condanna dell'omosessualità. Così il filosofo si è visto costretto a scrivere la lettera del pentimento, pur ripetendo nelle conversazioni private che "non si tratta di una ritrattazione, anzi, di una conferma sostanziale delle mie idee".
Dopo il volto severo, ieri è apparso il suo volto contrito; eppure allo sforzo di umiltà, che tanto dev'essere costato a una wandaosiris del pensiero come lui, non è seguito un risultato consono. Fiutata una debolezza se non proprio l'odore del sangue, la sinistra non ha mollato la presa, e il ruolo di Buttiglione nel prossimo governo europeo resta in dubbio.
Per un uomo monolitico come lui sono stati giorni di svolazzi, ripensamenti, correzioni, precisazioni, sia pure aperte dalla premessa che erano le parole, non i concetti, a cambiare. In effetti le frasi dell'interrogatorio di Bruxelles si possono discutere, ma difficilmente avrebbero potuto essere diverse. A una specifica domanda, il professore ha dato la risposta che la dottrina cattolica ha elaborato da alcuni secoli: l'omosessualità non l'omoerotismo: la pratica, non la condizione è una cosa che non va bene. Sarebbe stato difficile e forse ingiusto pretendere da lui parole diverse e fatalmente insincere; questa almeno è stata l'impressione dei cattolici e dei molti laici che hanno difeso non le idee di Buttiglione, ma la sua libertà di esprimerle, distinguendo come ha fatto tra morale e diritto. Rinfrancato, il filosofo ha risposto ai suoi critici attaccando. Ha parlato di "lobby degli omosessuali". Di "pregiudizio anticattolico", tesi accolta anche dalle gerarchie ecclesiastiche. Di un "giudizio di condanna morale del governo Berlusconi, come se un ministro italiano non potesse occuparsi di giustizia europea". Poi è partito per SaintVincent.
Attorniato da tanti altri democristiani non pentiti, si è sentito tra amici e si è preso nuove libertà: nasce così il famigerato discorso delle "madri non buone". Ma il giorno dopo ecco la nuova svolta, il giro di valzer, la negazione che afferma: il riferimento non era alla famiglia ma alla politica estera, in particolare al rapporto difficile tra l'America "Marte" e l'Europa "Venere"; le madri che crescono un figlio da sole, anziché "non buone", sono "eroine"; cattivo è semmai il padre. Non è lui a contraddirsi, sono gli altri a non capire: "Nescio quid dicam, non so che dire. Se dico che amo i bambini scrivono che sono pedofilo". Ieri, il casqué finale, il "sacrificio". Che non ha risolto il problema (pur se alla fine una soluzione si troverà), né ha dissipato il dubbio che a perdere il professore sia stata proprio la sua cultura non celata, la sua intelligenza manifesta, la sua abitudine di parlare con il Papa senza impedire che si sappia. "Citerò un filosofo non del tutto sconosciuto, Immanuel Kant da Königsberg...": è stato forse quando ha chiamato in causa il collega che Buttiglione si è giocato l'appoggio degli europarlamentari, molti dei quali di Kant non hanno letto la Critica della Ragion pura in lingua, come lui, ma il paragrafo sul bignamino alla vigilia dell'interrogazione, come tutti noi. Anziché placarsi, il dotto ha infierito, rispondendo a ogni commissario nella lingua nativa, anzi meglio, parlando con il francese un francese più ricercato del suo, con il polacco un polacco più puro, e così via. Gli è venuto naturale, come quando a una riunione estiva dell'Udc prese appunti in tedesco (e se ci fosse ancora De André forse si sarebbe divertito a riscrivere il gramelot di una canzone famosa, più o meno così: Follini: eine kleine pinzimonien; Baccini: wunder matrimonien; Volonté: krauten underfuegen; Tassone: und patellen und arsellen fischen in Zanzibar; Rotondi: und alkaseltzer fur dimenticar). Non gli è stato perdonato. Adesso però, se non hanno apprezzato la sua cultura, gli eurocommissari potrebbero tener conto almeno del suo parziale pentimento. In fondo, se Calderoli è il ministro che riscrive la Costituzione, Buttiglione può tranquillamente diventare il padrone del mondo. Se invece neppure la piroetta finale venisse apprezzata come merita, allora la tesi del pregiudizio anticattolico uscirebbe rafforzata.
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Andreotti, un colluso di rango
Ora che è finita la commedia giustizialista, siamo liberi di dirla tutta
Editoriale su Il Foglio 20 ottobre
Giulio Andreotti fu indagato e poi incriminato nel 1993, per mafia e per aver fatto uccidere Mino Pecorelli. Nel 2003 è stato assolto dall'accusa di omicidio definitivamente, nel 2004 è stato assolto definitivamente dall'accusa di essere un mafioso. Se il dottor Gian Carlo Caselli fosse fino in fondo un magistrato, e non anche e soprattutto un giornalista o uno storico amatoriale, il suo dovere sarebbe semplice da assolvere: tacere. Invece il dottore parla, s'inquieta, si fa vittima di tremende e losche congiure, piagnucola e cerca di trovare nel dispositivo della sentenza sui termini di prescrizione dei delitti oggetto del processo, e nelle sue motivazioni, elementi per una clamorosa e sgradevole, ma rivelatrice, excusatio non petita. L'Italia contemporanea è fatta così: i magistrati militanti chiacchierano, noi abbiamo pagato in quattrini e in desolazione politica la loro supplenza faziosa e il loro accanimento senza senso, gli imputati distrutti e poi assolti ricevono ormai da tutto il mondo politico blande consolazioni e attestati di stima, grotteschi fra tutti quelli dei partiti e degli uomini, Luciano Violante in testa, che sono stati politicamente strumentali alla loro gogna pubblica per un decennio.
Quel che non può fare Caselli, quel che non dovrebbe fare sul piano etico se fosse quel che dovrebbe essere, cioè un tutore della legge capace di impostare nel modo giusto le ragioni dell'accusa penale al di fuori del pregiudizio storico-politico, possiamo farlo noi che non indossiamo la toga, che non abbiamo l'immenso e spesso abusato potere di mettere la gente alla sbarra o in galera, noi che leggiamo le carte dei processi e abbiamo al massimo il potere di far circolare le idee, di aprire uno spazio alla critica e porre al pubblico questioni sulle quali sarà poi esso a decidere. Ora che Giulio Andreotti ha avuto restituito l'onore giudiziario è finalmente possibile, senza mescolarsi con le impurità della malagiustizia che abbiamo sempre censurato e per tutti, da Sofri a Andreotti, da Tortora a Carnevale, discutere delle sue qualità politiche.
La nostra convinzione
Crediamo che Andreotti sia stato, come dice la sentenza appena ratificata e passata in giudicato, un politico democristiano amico dei mafiosi siciliani, un colluso di altissimo livello. La sentenza del dottor Antonino Scaduti, che gli affibbia questo titolo nelle sue motivazioni, è a nostro avviso legale ma antigiuridica. Se come lui stesso stabilisce sono intervenuti i termini di prescrizione del reato, perché la collaborazione di Andreotti con la mafia si fermerebbe agli anni Ottanta, vuol dire che l'imputato è ingiudicabile. Se è ingiudicabile, un giudice non deve surrettiziamente giudicarlo, e condannarlo nelle motivazioni mentre lo assolve nel dispositivo della sentenza. Ma noi non siamo giudici, quindi parliamo.
Parliamo con rispetto per la persona, perché oltre a non essere giudici, non siamo nemmeno stolidi moralisti o mozzorecchi da girotondo. Andreotti e la parte rilevante dei suoi uomini in Sicilia erano perfettamente inseriti nel compromesso politico e nello scambio di potere con le famiglie mafiose che facevano il bello e il cattivo tempo prima della industrializzazione e militarizzazione politica della mafia da parte dei corleonesi di Totò Riina. Ci vorrebbe troppo spazio per raccontare e argomentare, ma paradossalmente possiamo rinviarvi alle pagine del processo, anche quelle scritte dall'accusa, dai Caselli e dai Lo Forte e dagli Scarpinato che pure sbagliarono gravemente nel fare di Andreotti, ciò che è respinto anche in sentenza, un impiegato della mafia corleonese. Lì, in quelle carte, tra non poche imprecisioni e moltissimi errori di fatto e di giudizio, in mezzo a insostenibili teoremi, si trovano elementi che non hanno alcun valore giudiziario ma ne hanno, eccome, in termini di libera ricostruzione giornalistica e storica dei fatti.
Il rapporto di Andreotti e degli andreottiani con la mafia era essenzialmente di tipo politico, e salvo accuse specifiche per fatti specifici, non mostrava un lato direttamente criminale, cioè un profilo di tipo penale chiaramente e indiscutibilmente rilevante sul piano delle responsabilità personali. Ma c'era, quel rapporto. Era parte della storia della Sicilia e dell'Italia a partire dallo sbarco alleato in Sicilia, passando per le numerose e tortuose compromissioni della Chiesa cattolica con il familismo mafioso, ed era inserito in una rete storica di rapporti tra criminalità e potere in Sicilia e nel Sud al cui centro, anche e in certi periodi soprattutto, stavano altre componenti della Democrazia cristiana e spezzoni significativi di altri partiti con un'identità popolare e un vasto radicamento territoriale ed elettorale, come il Pci (in misura minore) e il Psi (un posticino se lo riservarono anche i moralisti repubblicani-lamalfiani del nord, che però disconoscevano ogniqualvolta gli era necessario ma sempre fino a un certo punto i loro referenti politici isolani).
Per dire queste cose, finalmente liberi dalla loro corruzione in senso giustizialista e liberi di spiegare che la mafia era una potenza sociale con cui i partiti facevano i conti e che la politica è un'arte cinica in tutto il mondo, se è vero che come tutti sanno un John Kennedy fu eletto presidente degli Stati Uniti con i metodi mafiosi del sindaco di Chicago, Daley, non ci vuole un gran coraggio né un'inimicizia personale verso Andreotti e la Dc, che non c'è perché si tratta di avversione sul piano storico e politico: ci vuole un po' di libertà intellettuale, che ci siamo conquistata anche difendendo Andreotti dall'ingiusto processo che gli ha rovinato la vita e che ha inquinato la storia italiana dell'ultimo decennio.
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Scuola storia di un disastro annunciato
Pietro Citati su la Repubblica 20 ottobre
Sono appena usciti due eccellenti libri sulla scuola, che tutti gli italiani dovrebbero leggere. Dopo il disastro della Cirio, della Parmalat, dell´Alitalia, della Fiat, delle squadre di calcio, quello prossimo e grandioso della Riforma regionale, il disastro del liceo e dell´Università avrà presto dimensioni e conseguenze tali che gli altri sembreranno lievissime carezze di piuma. Raccomando questi libri al ministro Letizia Moratti: più di lei, all´ex ministro Luigi Berlinguer, e agli altri ex ministri, Francesco D´Onofrio, Antonio Ruberti e a coloro dei quali, con dolore grandissimo, mi accorgo di avere dimenticato il nome. Il ministro e gli ex ministri potrebbero leggere i due libri tutti insieme, in uno dei sinistri stanzoni di viale Trastevere. Se non ne hanno, come temo, la forza, potrebbero farseli leggere da qualcuno dei loro consulenti.
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Il primo libro è di una scrittrice, Paola Mastrocola: La scuola raccontata al mio cane (Guanda, pagg. 192, euro 12): brillante, spiritoso, ilare - di quell´ilarità felice che nasce dal più furibondo furore. Paola Mastrocola lasciò la scuola, dove insegnava latino al liceo, nel 1992; e quando ritornò, tre anni dopo, la scuola non c´era più. Al posto della scuola, c´era il Progetto, l´Autonomia, il Pot e le Istruzioni per l´Accoglienza. C´erano i Nomi: strumento didattico, parte operativa, preparazione alla verifica, moduli coordinati, percorsi formativi, testi regolativi, schede mirate, contestualizzazione, lettura intertestuale, progetti multimediali, approfondimenti, pianificazione dell´offerta, processo consapevole, narratore omodiegetico, che avrebbero entusiasmato Bouvard e Pécuchet quando, seduti nella scrivania a doppio leggio, copiavano diligentemente le sciocchezze dell´Universo.
Nella scuola, subito chiamata NUOVA dalle televisioni, mancavano molte altre cose, che enumero rapidissimamente. Erano state abolite le regole e le norme, specialmente le piccole: mentre il divieto di uccidere e di rubare e di dire falsa testimonianza è molto meno importante, per la società umana, di quello di offendere la consecutio temporum.
Era caduta ogni precisione; e, caduta la precisione, era stramazzato penosamente al suolo il dono di organizzare il pensiero secondo una forma. Il facile e il facilissimo avevano travolto ogni resistenza, dilagando dovunque, dalle industrie alla letteratura ai giornali, e sconfiggendo il difficile - l´unica cosa che rende vivace, divertente e sopportabile la vita e la scuola.
Non credo affatto che i bambini di oggi non amino la lettura: o il racconto, lo stesso racconto che i Greci del decimo o del settimo secolo ascoltavano dagli aedi. I bambini adorano la voce che narra all´infinito. Due anni fa, ho raccontato l´Odissea a una bambina di sette e a un bambino di quattro anni; ci sono volute due puntate di tre ore, alla fine delle quali io ero spossato, mentre loro allegrissimi: mi hanno fatto domande molto più intelligenti di quelle che, di solito, i filologi classici rivolgono ad Omero; il giorno dopo, appena seppero che io avevo trascurato una parte, il viaggio di Telemaco nel Peloponneso, mi obbligarono a riprendere il racconto per un´altra ora, sebbene la pastasciutta fumante si raffreddasse e le amate cotolette alla milanese con le patatine fritte si rinsecchissero miseramente sul piatto. Non è vero che i bambini non leggano. I padri e le madri li mandano ogni pomeriggio alle lezioni di nuoto, tennis, pallavolo, lotta cinese, computer, spagnolo, cavallo; mentre dalle diciotto alle diciannove, potrebbero tenerli con sé, sul grande divano di famiglia, leggendo loro Le favole italiane di Calvino o Pinocchio o i primi libri di Harry Potter. E se i professori non leggono a scuola, è colpa sia dei programmi (un ragazzo di 15 anni ama Delitto e castigo, non La coscienza di Zeno, che gli è incomprensibile): sia degli abominevoli Consigli di Classe, che sfibrano e distruggono i professori (offesi, vilipesi, malpagati), quasi ogni giorno, dalle sedici alle diciannove.
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Ho molta stima per Salvatore Settis, che ha pubblicato: Quale eccellenza Intervista sulla Normale di Pisa, ottimamente curata da Silvia Dell´Orso (Laterza, pagg. 180, euro 10). Settis è il migliore studioso italiano di arte antica; si occupa di beni culturali: ha diretto il Getty Research Institute a Los Angeles; ora dirige, credo bene, la Scuola Normale Superiore di Pisa. Qualsiasi cosa dica o scriva, conosce le cose di cui parla: qualità oggi rara in Europa, dove tutti preferiscono parlare delle cose che annusano da lontano o ignorano completamente. Un solo fatto mi dispiace: che non scriva più libri di storia dell´arte.
Anch´io sono stato normalista, dai diciassette ai ventun anni: 1947-1951. Dal 1949 al 1951, ho abitato in una camera bellissima nel palazzo del Vasari, che dà su piazza dei Cavalieri: camera alta sei metri, vasta almeno cinquanta metri quadrati, con austeri mobili moderni e un letto francescano in un angolo. Nella stanza vicina, pensava, dormiva e fantasticava Aldo Capitini: un uomo incantevole, sorridente, grassotto e trotterellante, di cui conoscevo tutte le sue vicende igieniche, perché ogni volta usciva di camera fischiettando arie di Mozart e di Beethoven. Davanti, abitava un erudito freddolosissimo, Delio Cantimori, nascosto nella sua camera-tana, dalla quale usciva soltanto avvolto in cappotti e coperte e sopraccappotti e sopracoperte: mi guardava con sopracciglia fosche e sospettosissime: in primo luogo perché ero un reazionario (votavo per Giuseppe Saragat) e poi perché non ero "un allievo diligente", visto che i suoi utopisti, prerivoluzionari, rivoluzionari e postrivoluzionari mi annoiavano indicibilmente.
Alla Scuola Normale, facevamo la fame: pastasciutta una volta la settimana: la carne era sostituita, ogni tanto, da un animale stranissimo, incrocio tra un pollo, un volatile tropicale e un coniglio che i normalisti chiamavano il vipistrello. Non c´erano mai soldi: sembrava di vivere in un libro minore di Dostoevskij: niente assegno di cento euro mensili, che ogni normalista oggi riceve dall´Amministrazione; io, che ero uno dei più abbienti, ricevevo da casa 2000 lire al mese, con le quali compravo chili di castagnaccio. Ma il cibo, a quell´età, non importa niente. Il novanta per cento dei normalisti era stalinista: adoravano Cantimori perché era uno studioso serio (così si diceva allora, con una particolare genuflessione della voce): infatti, quand´era fascista aveva studiato seriamente, dal 1930 al 1939, il nazionalsocialismo; e allora (passati pochissimi anni) studiava con la stessa serietà, e un´emozione che giungeva fino a rossori, tremori e lacrime da vergine, i saggi storici di Palmiro Togliatti. Alla Scuola Normale, insegnava anche Giorgio Pasquali: insieme a Carlo Diano, il migliore filologo classico del secolo scorso. I normalisti non lo trovavano serio. Infatti, era un grandissimo, dolorosissimo buffone, col cuore pieno di melanconia e tenerezza. Qualche normalista, non privo di talento, abbandonò i suoi seminari, per studiare filologicamente () l´Unità: il capolavoro politico-storiografico dei tempi moderni.
Della Normale, ho anche buonissimi ricordi. Alle otto di mattina scendevo quasi nudo, in pigiama e vecchie pantofole, in Biblioteca (eccellente, ma molto meno ricca di quella di oggi): firmavo frettolosamente diciotto o venti schede (ora tutto sarà molto più regolare) e tornavo carico di libri nella mia camera vasariana, grondante di ricordi dei Cavalieri cinquecenteschi. Avevo il sogno infantile della scienza pura: la ricerca appassionata, acuminata, spassionata della verità, quale essa sia, con tutta la bibliografia necessaria. Imparare ad usare gli strumenti scientifici era (ed è) molto più facile di quanto dica Salvatore Settis: un filologo classico sa in due settimane che deve impiegare il dizionario greco di Liddell-Scott (per metà opera del padre dell´Alice di Carroll), che il migliore dizionario etimologico greco è quello di Pierre Chantraine, che la Pauly-Wisson è un´enciclopedia, utilissima, ma un po´ invecchiata, che se vuole studiare Omero nulla è meglio del Lexicon des fruhgriechischen Epos fondato da Bruno Snell...
Poi c´erano i seminari, di cui tutti parlano e che pochissimi professori sanno fare. Non so nemmeno descrivere quale fosse, per un ragazzo di diciotto o diciannove anni, la beatitudine e l´ebbrezza, di stare seduti attorno a un lungo tavolo insieme a un professore intelligente come Giorgio Pasquali o Gianfranco Contini, e una dozzina (non più) di compagni e amici. C´era un testo spalancato sul tavolo. Si trattava di capire il significato di ogni parola, il rapporto con tutte le altre parole, le fonti, le allusioni, le varianti, i rapporti con altri testi, i pareri degli studiosi, le eventuali lacune; e poi bisognava avanzare ipotesi, discuterle, ritirarle, litigare, con l´amico in nome della Scienza, aggredire il professore e, proprio in quel momento, capire che i dolcissimi, lacrimosi occhi basedowiani di Pasquali e i baffetti di Contini ti amavano.
Poi, veniva la fase dei cosiddetti colloqui. Ogni anno, a ottobre, ciascuno di noi si sceglieva un tema a suo piacere, e lo imponeva al professore, il quale, se intelligente, era molto contento di questa imposizione. Studiavamo per quattro o cinque mesi, alzandoci nel buio, alle quattro di mattina: qualche compagno notturno veniva a chiacchierare: lo cacciavamo via; e a febbraio di ogni anno ognuno aveva pronta la sua tesina, di almeno settanta o ottanta pagine fittissime. Oggi, so bene che la tesina valeva poco; eppure era un grande esercizio. Così, in quattro anni, facevamo in realtà quattro tesi (oltre ai noiosissimi esami), mentre gli studenti di oggi lacrimano e protestano con la mamma se devono scrivere diciotto paginette in tre anni. Mi correggo. Non tutti gli studenti di oggi: perché i miei amici professori universitari, che insegnano anche negli Stati Uniti, mi assicurano che tra cento studenti italiani ce ne sono sempre sette o otto molto più intelligenti e brillanti degli studenti americani.
Alla Scuola Normale, regnava allora (oggi non so), una meravigliosa indisciplina, come nelle università medioevali. Tra di noi non c´erano criminali, come ai tempi di Villon: ma, spesso, la sera, ci perdevamo nella città, risalivamo i Lungarni, fino a contemplare il Duomo, il Battistero e la torre pendente illuminati dalla luna, mentre i pisani dormivano. Ci fermavamo a chiacchierare e a litigare per ore insieme ai miei simpaticissimi amici-nemici stalinisti. Spesso bevevamo troppo. Quando si avvicinava la mattina, tornavamo alla Normale, ci arrampicavamo sulla grata di una finestra a pianterreno, e infine ci infiltravamo attraverso un´altra finestra che un complice ci aveva lasciato aperto. L´amorevole, analcoolico, anerotico Aldo Capitini temeva che ci perdessimo nel vizio: era molto preoccupato per me, e scrisse una lettera ansiosa al direttore della Normale.
Allora (non so ora), la Scuola Normale aveva difetti che si sono prolungati negli anni. La quasi totale mancanza di spirito religioso, l´arroganza scientifica, la presunzione laica, l´idea che loro ne sapessero di più di tutti gli altri, la convinzione che la scienza appartenga a un ordine superiore, lo spirito di corpo. In realtà, all´Università di Roma, quando insegnavano Mario Praz, Santo Mazzarino e Giovanni Macchia, c´era una cultura molto più ricca, viva, e complessa. La conobbi solo più tardi.[
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Salvatore Settis sa benissimo che creare una Scuola Normale è molto difficile, e ci vuole passione, dedizione, moltissimi libri, e moltissimo tempo. Non si può inventare una Normale a Firenze o a Catanzaro o a Rieti o a Brindisi in quindici giorni, come si apre un nuovo supermercato, sebbene si possegga danaro. E´ bene costruire altre Normali, ma ne conosceremo i risultati nel 2100, ammesso che tra cent´anni esista ancora quella che si chiama ricerca.
Tutti parlano, oggi, di ricerca, ma pochi sanno che la ricerca umanistica, in Europa (ma anche negli Stati Uniti) attraversa un periodo di grave crisi. Le qualità che si stanno perdendo sono proprio quelle più indispensabili alla civiltà moderna: l´esattezza, il rigore e la chiarezza della mente. Posso fare un esempio. Diciassette anni fa, un mio carissimo amico, che si occupava di Medioevo inglese e oggi sa tutto, tenne una conferenza a Freiburg, in Germania, a un congresso di medioevalistica, davanti a un pubblico di studiosi tedeschi. Parlò in inglese: tradusse le citazioni greche (quasi tutti i medioevalisti ignorano il greco), ma non quelle latine, perché si suppone che uno studioso che si occupa di Medioevo, nel quale, chissà perché, la gente scriveva e talora parlava in latino, conosca benissimo il latino. Mentre leggeva, si accorse con terrore che appena pronunciava una frase latina, molti studiosi non capivano. In questi diciassette anni, le cose sono ulteriormente precipitate.
Potrei ricordare, con dolorosa sapienza, testi storici greci con tutte le citazioni sbagliate, su cui sei giovani hanno dovuto lavorare per due anni, testi storici e filosofici medioevali con migliaia di errori di traduzione, commenti copiati da commenti di cinquanta anni prima. I colpevoli non sono giovani, innocenti ricercatori: ma i più famosi studiosi italiani, o austriaci, o olandesi, che ogni giorno prendono la parola in tutti i convegni, dalla Tasmania al Sud Africa al Canada, per esaltare la Scienza e la Ricerca.
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Contadini del mondo
Tornare indietro per andare avanti
Massimo Gramellini su La Stampa 21 ottobre
TORINO. E se avessero ragione loro? Se l'unico modo di andare avanti consistesse nel tornare indietro, toccare terra e non staccarsene più? Al cittadino ansiogeno e cerebrale che entra nel ventre del Palazzo del Lavoro di via Ventimiglia, a Torino, in cerca di illuminazioni, la platea multicolore dei contadini biologici di "Terra Madre" offre le stesse risposte dei libri di Tolstoj: la vita in campagna non fa per tutti, ma chi riesce a sopportarla è più appagato e presente a se stesso di qualsiasi altro abitante del pianeta. Soprattutto nella vita coniugale, e se avanzerete nell'articolo ve ne offriremo le prove.
All'ingresso il colpo d'occhio è maestoso: qui un turbante di seta, là uno scialle vistoso, più in là un cranio pennuto. Ma col passare dei minuti le differenze di "look" si riducono a dettagli di colore e fra i delegati iniziano ad affiorare similitudini esistenziali che trasformano quei corpi allungati sulle sedie in un gruppo di impressionante compattezza.
Perdono peso le curiosità giornalistiche (che il principe Carlo venga a trovarli non dispiace nè interessa ad alcuno) e le altre distinzioni inessenziali, compreso il tentativo di appiccicare etichette politiche a una manifestazione che assomiglia all'ecumenismo del suo ideatore Carlìn Petrini: uno di quei rari uomini - avrebbe detto Montanelli - capace di "fare la rivoluzione d'accordo coi carabinieri", cioè di far sgolare dal palco ministri di destra e sindaci di sinistra contro le unghiute multinazionali.
Affiora invece quasi subito il vero tratto distintivo comune a tutta questa gente: l'assenza di nevrosi. I discorsi dei tribuni sono lunghi e i fusi orari del viaggio ancora nelle ossa, eppure nessuno in platea strizza gli occhi, batte i piedi, tamburella con le mani. La sola che si muove con solerzia è una signora carina in ultima fila, ma solo perchè sta facendo la maglia. Ha una spilla "Vote Kerry-Edwards" appesa sul cuore. Lei e il marito, faccia da contadino che ha studiato, coltivano farro biologico a Twin Parks nell'Ohio, si alzano ogni giorno alle cinque del mattino e in venticinque anni di matrimonio hanno prodotto sei figli, poche rughe e sguardi coniugali tuttora assassini. Charmella e Dean Mc Ilvaine dicono di non detestare la città: la considerano un ottimo pianeta da visitare, purchè poi si torni sulla terra.
Non sono proprio tutti così. Il giapponese Masakazu Hygashiyama non smania dalla voglia di contendere l'alba alle galline per stare appresso alla carne biologica delle sue mucche pregiatissime, una delle quali gli ballonzola al collo in forma di pelouche. Dice che la sera, davanti alla tv, lotta contro la tentazione di perdersi fra le luci delle pubblicità. Ma quando gli chiedo se baratterebbe la sua vita con la mia di metropolitano accanito, si prende il suo tempo contadinesco prima di rispondermi "non so": circa quaranta secondi. In tv avrei già cambiato canale.
La lentezza dei gesti e delle parole può non essere una sorpresa. Ma lo diventa la totale mancanza di fanatismo. Nemmeno il coltivatore palestinese di datteri riesce a sfoderare uno sguardo ostile, anche se è quello che ci va più vicino. E nessuno si scaglia contro la società dei consumi con l'integralismo retorico di certi intellettuali provvisti di vasca idromassaggio e riscaldamento autonomo. Si ascoltano piuttosto piccole donne sbriciolare ragionamenti sensati. Esaias Alaganesh è una di queste. E' un'eritrea di quarant'anni e otto figli che ne dimostra il doppio, di anni, a furia di consumarli nella vita grama di un villaggio vicino all'Asmara. Consapevole di ammazzarsi di fatica nei campi e a casa fino a notte fonda, "quando la famiglia dorme io faccio ancora il burro". Ma capace di discernere con lucidità cosa salvare del suo mondo arcaico (la pace della famiglia, l'armonia della comunità) e cosa prendere dal nostro: solo un po' d'acqua e di tecnologia per faticare e consumarsi di meno.
Col passare dei minuti e degli incontri propiziati dalla vitalità di Alessandra Abbona di "Slow Food", emerge l'aspetto più invidiabile dei Biologici. Un progetto di vita coerente e concreto, legato alla terra madre, l'essenza femminile e creatrice che pulsa inascoltata dentro ciascuno di noi. Il percorso è chiaro a tutti i convenuti, come la difficoltà di completarlo fino a quel traguardo di benessere "compatibile" che riluce negli sguardi della coppia più bella dell'eco-mondo: Jorge Carlos Lewis, gaucho sensuale dagli occhi azzurri, e la moglie Valentina, zigomi da indio.
Più che il racconto edificante di due studenti universitari che si innamorano, decidono di abitare la proprietà terriera dei genitori di lei dispersa nelle Ande e, oltre a farvi sei figli, vi impiantano coltivazioni di tabacco, ristoranti, musei e allevamenti di cavalli, per Jorge e Valentina parlano i loro gesti reciproci. Dopo un quarto di secolo continuano a cercare il contatto fisico con un'insistenza tranquilla che nessuna nevrosi è riuscita ancora a sfibrare. Neppure da loro una bocciatura assoluta del consumismo, solo un'attenta amministrazione dei suoi eccessi: "I nostri figli hanno tutti il telefonino, ma li abbiamo educati a trovare nella terra il loro futuro".
Il lettore italiano che a questo punto fosse preso da un impulso di emulazione potrebbe temere che pure in questo campo da noi imperi il declino. Non è così. Danilo Gasparini, coltivatore di mais bianco perla (l'elisir della polenta), spiega che almeno a Terra Madre tutto il mondo è paese e anche la sua comunità trevigiana ha saputo reinventarsi una vita più umana, che non rifiuta la tv, ma ogni tanto la chiude per trasferirsi in osteria, davanti a una briscola e a un bicchier di vino, come un tempo. Ma con le donne sedute in mezzo agli uomini, a bere, giocare e spartire sogni con loro. E questo un tempo non succedeva. Significa che questi contadini non sono tornati indietro, ma forse stanno andando avanti.
L'amaca di Michele Serra
su la Repubblica
La resa alla evidenza 12 ottobre
Non mi è dispiaciuto il Berlusconi del Salone Nautico di Genova, contento di tutte quelle barche, convinto che a ogni italiano spetti salpare, in maglietta e cappellino, verso la sua Isola che non c´è. È il Berlusconi bambino, quello che si entusiasma, quello che crede di essere il governatore di un inizio e non si capacita di essere (vedi Finanziaria) l´ennesimo curatore fallimentare di un paese vecchio e stanco, come scriveva ieri Berselli.
Quando si incattivisce e si rende odioso, discriminatorio e quasi razzista con quelli che non la pensano come lui, Berlusconi lo fa per nascondere (prima di tutto a se stesso) quel barlume di coscienza che lo renderebbe saggio e normale, ma anche triste e sconfitto. Come tutti gli ottimisti a oltranza, crede che il pessimismo sia figlio del malanimo e dell´invidia (mentre è figlio del realismo e della misura), e si offende, e si incarognisce. Verrà anche per lui il tempo della resa più dolorosa, che è la resa all´evidenza.
Oggi è vacanza 13 ottobre
Ah, com´è imperfetta la natura umana. E quanto fragili, di conseguenza, i principi sui quali poggia, o dovrebbe poggiare, il nostro discernimento. Alla notizia dell´ostracismo europeo nei confronti del professor Buttiglione, quale dovrebbe essere la reazione di una persona perbene, di un cittadino responsabile, di un italiano pensoso? Ma è ovvio: si dovrebbe chiedere, quell´italiano pensoso, se per caso nell´Unione europea non sussistano, effettivamente, pregiudizi anticonfessionali, discriminazioni laiciste, veti di dubbia legittimità nei confronti di uno stimatissimo filosofo, di un rispettato politico, di un emerito tessitore di amichevoli e fruttuosi rapporti di collaborazione internazionale, eccetera eccetera.
E invece: la notizia mi ha procurato, seduta stante, uno stolto, incontrollabile buonumore, un´ilare leggerezza. No, non è questo che ci si aspetta da uno stimato opinionista. Lo so. Nei prossimi giorni vedrò di correggermi e rimediare. Non oggi, però. Oggi è vacanza.
Qualche palinsesto di ritardo 16 ottobre
La notizia che don Mazzi lascia "L´Isola dei famosi", nel cui cast militava in qualità di commentatore, non è di quelle destinate a incidere nella storia dell´umanità. Ma ha un suo piccolo valore, perché rilancia l´idea (salutare, anzi fondamentale) che non tutti possono fare tutto, e che esistono luoghi, mansioni, competenze e perfino gusti che sono separati e magari inconciliabili: evviva la differenza.
Non è detto che un prete debba necessariamente cercare pecorelle smarrite nel gregge in genere pasciuto e ridanciano dei reality-show. Forse l´idea è quella di inoltrarsi, coraggiosamente, ai limiti della condizione umana, fino ad Alessia Merz e addirittura oltre. Ma don Mazzi sa bene che ci sono forme di disagio meno remunerate, e più dolorose, dei varietà televisivi. Una volta c´erano i preti operai, che andavano a rompersi la schiena e le scarpe in fabbrica. Il prete da reality-show non sembra essere un´evoluzione di quella scelta, e forse anche don Mazzi, con qualche palinsesto di ritardo, se ne è reso conto
Il tandem 17 ottobre
In tandem, i professori Panebianco e Galli della Loggia ci informano che nell´Europa politica vige un "pregiudizio anticristiano". E che i cristiani "sono tenuti a inchinarsi davanti ai dogmi del politicamente corretto".
Ho dato meno esami universitari di quante lauree abbia questa illustre coppia. Ma mi basta la licenza elementare per dire che la loro affermazione è del tutto priva di senso, e per una ragione semplicissima: che i "dogmi del politicamente corretto" non obbligano alcun cittadino, di alcuna confessione, a rinunciare ai suoi principi di fede e di vita. Mentre i dogmi religiosi, qualora siano tradotti in legge, obbligherebbero tutti, compresi Galli e Panebianco, a conformarsi all´etica confessionale.
Piccolo ovvio esempio: il cattolico che non vuole farlo, è libero di non divorziare. Il cattolico contrario alla fecondazione eterologa, non vi farà ricorso. Ma non è vero il contrario. E questo, pari pari, segna la differenza tra leggi che lasciano liberi di scegliere e leggi che non lasciano liberi di scegliere. Una volta queste cose le dicevano i liberali. Oggi i liberali scrivono editoriali sui "pregiudizi anticristiani".
Calabraghismo 19 ottobre
Espugnata Roma grazie al calabraghismo di Fini e Follini (patrioti a mezzo servizio), Bossi lancia la sua campagna d´Europa. Vuole un referendum contro la Turchia: si sa che a Cassano Magnago diffidano del fez, a Olginate temono il narghilé, e a Locate Triulzi ancora si racconta, nelle notti tempestose, di quando gli ottomani stupravano le vergini senza nemmeno togliersi il turbante.
Fortunatamente, l´Europa non è l´Italia, e di questi tiramenti strapaesani se ne può allegramente infischiare. La grana rimane domestica, di piccolo cabotaggio, ed è soprattutto una grana del Berlusca, che in uno dei suoi (tanti) momenti di effusioni internazionali è diventato amico intimo del Gran Visir di Istanbul e ha fatto da testimone di nozze alla sua figliola.
Pare che il nostro premier abbia chiesto a quello turco, in via amichevole, di rassicurare la Padania, e quello, allargando le braccia, gli abbia risposto: "Se solo sapessi dov´è?".
Intervista a Dino Risi
Claudio Sabelli Fioretti su Corsera Magazine
Dino Risi ha 88 anni. È stato uno dei più prolifici registi della commedia all'italiana. Ha diretto Poveri ma belli, il Sorpasso, Una vita difficile. Ha inventato i film a episodi con I mostri. Ha avuto amanti famose: da Anita Ekberg ad Alida Valli. Da dieci anni non gira più film, da trenta vive in un residence romano, da qualche mese è diventato scrittore (I miei mostri) per Mondadori. Aveva programmato di morire nel 2000.
"Ho già sforato di quattro anni".
Ne siamo tutti felici.
"Mi sento come un inquilino abusivo. Sono rimasto senza amici. Erano tutti più giovani di me e se ne sono andati prima di me, Gassman, Fellini, Zapponi, Lapegna, Tognazzi, Mastroianni, Sordi, Manfredi. Non so più con chi parlare. Il linguaggio dei giovani è insopportabile. I miei nipoti vanno avanti a puntocom e vuvuvu. Io non ho nemmeno il coso, come si chiama, il fax. Imbuco sempre le lettere nella cassetta".
La posta a cavallo l'hanno abolita, te l'hanno detto?
"Andava benissimo".
Ti sei dato un altro traguardo?
"Spero di andarmene prima o poi".
2010?
"Ma no. È una questione di settimane".
Devo sbrigarmi a pubblicare questa intervista.
"Qualche mese reggo".
La morte la vedi in maniera così distaccata?
"Mi incuriosisce. Prevedo delle sorprese. La vita in fondo non è questa grande trovata".
Te la sei goduta.
"Tutto quello che ti sembra bello si riduce a spazzatura".
Come sarà morire?
"Quando vado a dormire cerco di cogliere il momento in cui si spegne la coscienza. In fondo è una piccola morte. Ma non riesco mai ad afferrare quell'attimo".
E inizia la tua attività frenetica di sognatore.
"È come andare al cinema. Sogno di tutto. E so anche che cosa sognerò, dipende da quello che ho mangiato".
Sogni "à la carte".
"Se mangio pastasciutta sogno sesso. Se mangio carne, storie sentimentali. Quando dormo sono molto intelligente".
Una volta il Giornale scrisse che eri morto.
"Dieci anni fa. Feltri mi telefonò per chiedermi scusa. Mi disse: Io sono un suo grande ammiratore, non dimenticherò mai Mani sulla città. Ma no! Io sono Risi. Quello è Rosi. Ah, mi scusi ancora".
Come vorresti morire?
"Non in automobile. Già vedo i titoli: Muore in un sorpasso il regista del Sorpasso. È una delle ragioni per cui non guido più".
Hai preparato il tuo necrologio?
"Walter Chiari ha fatto scrivere sulla sua lapide: Non preoccupatevi, è solo sonno arretrato".
Tu potresti fare scrivere: "Qui giace uno stupido infedele bugiardo vile ipocrita fatuo". Sono parole tue.
"Una volta Nanni Loy mi disse: Puoi definirti in tre parole?. Io ho detto: Sono un fallito riuscito. Questa è la lapide per me".
Le donne, l'amore, il sesso.
"Ormai me ne sono liberato. Era un'idea fissa. Ho cominciato all'età di tre anni".
Il difficile è crederci.
"A sei anni ero innamorato di una cameriera. Mi portava a letto con sé. Ho conosciuto il piacere, si può dire".
La prima volta di sesso vero?
"Quasi sesso, al casino. Lei cominciò a raccontarmi le sue storie tristi e non facemmo niente. Poi mi innamorai di un'altra prostituta, una certa Tina. Uscivamo insieme ogni due giorni, come due fidanzati. Tra un camparino in galleria e un caffè ai giardini mi raccontò la storia di quel famoso politico che andava da lei, tirava fuori da una borsa delle pratiche, leggeva, sottolineava e intanto lei doveva spogliarsi, infilarsi nel letto e poi dopo pochi minuti suonava la sveglia, lei si alzava, si stirava, faceva un bagno, usciva tutta bagnata e doveva dirgli: ma non ti sembra di lavorare troppo? E lui rispondeva: il Paese ha bisogno di me. Lasciava una busta con i soldi ed andava via".
Il nome, il nome, il nome.
"È vivo e famoso".
E allora torniamo alla tua ossessione. Hai avuto Anita, hai avuto Alida.
"Anita. Stavamo facendo l'amore e lei parlava al telefono con un famosissimo industriale di Torino".
Vabbé.
"Era arrabbiata perché lui aveva avuto un'avventura con una francesina. Piangeva, lo insultava e faceva l'amore con me".
E Alida?
"Io ero l'aiuto dell'aiuto dell'aiuto di Soldati. Mario era gelosissimo. Lui una volta l'accompagnò al treno. Poi decise di salire anche lui sul treno. Saltò sull'ultima vettura e cominciò a correre da uno scompartimento all'altro. Quando arrivò in quello di Alida lei stava baciando un suo fidanzato".
Tu sei religioso?
"Laico dalla nascita".
Ma con tua moglie Claudia ti sei sposato in chiesa.
"Lei. Io no. Io l'ho solo accompagnata. Lei si è sposata con me in chiesa, ma io non mi sono sposato con lei in chiesa".
Ma dai.
"Ho fatto il matrimonio civile con lei, ma il matrimonio religioso non l'ho fatto".
Siete andati lì a salutare il parroco?
"No, lei si sposava religiosamente".
Ma non è possibile.
"In Svizzera è possibile".
Faccio finta di crederci?
"In Svizzera sono molto liberali".
Adesso hai un'altra fidanzata, Leontine.
"Da circa trent'anni. È ancora bellissima. Anita Ekberg mi ha telefonato il mese scorso e mi ha domandato: Ma Leontine quanti anni ha?. Anita ormai ha circa 80 anni. Io le ho detto: Leontine ne ha 60. E lei: Ah! A te sempre piaciuto pollastrelle".
Ti innamori ancora?
"Due anni fa ho visto una ragazza che saltava giù dalla motocicletta, bellissima, con le gambe nude, correva, attraversava la strada e io sono rimasto come un cretino, come quando avevo diciassette anni. È entrata dentro un portone. Poi si è affacciata da un balcone abbracciata a un ragazzo. Avevo ottantasette anni, ottantasei
".
Saresti pronto per un'avventura?
"No. Far l'amore, la fatica è tanta, il piacere è breve, la posizione ridicola".
A volte dici che sei stato fedele. A volte infedele.
"Si può esser infedeli e fedeli nello stesso tempo".
Questa non è male.
"Mi piaceva l'infedeltà e mi piaceva tornare in famiglia. Una volta, a piazza Euclide, avevo finalmente avuto un appuntamento con Sylva Koscina. Stava per salire in macchina quando sentii le voci dei miei frugoletti: Papà papà. E dietro, la mamma".
E Sylva Koscina?
"Sparita per sempre dalla mia vita".
I registi a volte approfittano della loro posizione.
"Massimo Dallamano faceva i provini finti. Batteva a macchina una scena d'amore. Ti amo, sono pazza di te, prendimi, voglio essere tua. Tutto nel copione. E lui la prendeva. Il copione è sacro".
Tu hai mai fatto cose del genere?
"No. Ma a volte era duro resistere. Ai provini di Poveri ma belli c'era la mamma di una bella ragazza che mi disse: Mia figlia stanotte te la scopi tu".
Hai detto: evitate le femministe, le donne brutte e i politici.
"Sì".
Cominciamo dalle femministe.
"Sono proprio delle stronze".
È quello che pensano le femministe di te.
"Per loro sono un uomo da scannare".
Passiamo alle donne brutte.
"Tognazzi sosteneva che bisogna andare con le donne brutte perché non te la fanno pesare come le belle. Avevo una cameriera bruttissima e bassissima. Si fece anche lei".
Ti sei mai innamorato di una brutta?
"Mai".
Ci sono anche quelle intelligenti.
"Non mi sono mai piaciute. Belle e intelligenti è difficile trovarne".
Capisco perché le femministe ti odiano.
"Non me ne frega niente".
E adesso la politica.
"Non sono mai stato della sinistra cinematografica. Non mi è mai piaciuto intrupparmi. Sono terzista anche se non so che cosa voglia dire".
Hai conosciuto Berlusconi?
"Una volta ha invitato una decina di noi a cena. C'erano Magni, la Wertmüller, Age e Scarpelli. Alla fine si è messo al piano, con Confalonieri, ed ha cantato La vie en rose".
Sempre la stessa scena.
"Alla fine gli ho dato un biglietto da diecimila lire: Per l'orchestra. Lui è stato spiritoso, l'ha strappato in due: metà l'ha data a Confalonieri".
Voteresti mai per lui?
"Mai. Non ha la faccia da capo del governo. Io sono faccista".
Le migliori facce che conosci?
"A parte Humphrey Bogart e Cary Grant? Antonioni ha una bella faccia. Anche coso, come si chiama? Il presidente della Camera, Casini. È bello".
Ci sono bravi attori oggi?
"Ce ne sono molti di medio livello".
Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Gassman, Sordi.
"Nessuno al livello dei cinque colonnelli".
Definiscili.
"Tognazzi simpatico, divertente, terreno, vivo, umano. Gassman intelligente e complicato. Manfredi noioso e rompiballe. Arrivava alle tre di notte e bussava alla mia porta in albergo per correggere una frase".
E tu che gli dicevi?
"Vaffanculo. Sordi divertente ma non affidabile, chiuso. Mastroianni l'ho visto piangere per amore. Chi l'avrebbe mai detto?".
Il più amico?
"Gassman. All'inizio lo odiavo. Era antipatico. Ma le maestre impazzivano per le sue belle gambe".
Hai detto una volta di Visconti: è un buon arredatore.
"Ci divertivamo con Gassman a creare queste definizioni cattive. Visconti un arredatore, Fellini un fotografo. Avevamo fatto la classifica dei grandi cani mondiali. Primo, più cane di tutti, Gregory Peck".
Quali erano i rapporti fra voi registi?
"Non ci frequentavamo quasi. Antonioni una volta mi disse: Facevi belle cose. Perché adesso fai schifezze?. Avevamo appena visto la prima di un mio film. Lui era con Monica Vitti. A lei piacevano i miei film, molto più dei film di Antonioni".
Chi frequentavi?
"Qualche volta andavo col gruppo Monicelli, Scola, Age e Scarpelli. Si riunivano negli anni Sessanta per fare quegli stupidi giochi di società tipo le attinenze, i mimi. Non sapevano ancora di essere comunisti".
I critici ti piacciono?
"Li leggo pochissimo. Non mi piace quello del tuo giornale, Paolo Mereghetti, con quelle sue frasette: Per farsi del male, Riuscito a metà, Se non avete di meglio, Meglio una pennichella che vedere questo film".
E tu rispondi.
"Meglio una pennichella che leggere Mereghetti".
A un giornalista una volta dicesti: "La sua è una domanda del cazzo".
"Era vestito da cowboy. Già faceva ridere senza fare domande. Alle conferenze-stampa fanno sempre domande imbecilli".
Hai detto che Riso Amaro è un pessimo film.
"Un film terribile. Un po' anche per colpa di Gassman. Una di quelle gigionate da vergognarsi per tutta la vita".
Ha avuto successo.
"Grazie alle cosce di Silvana Mangano".
Gioco della torre. Muccino o Moretti?
"Butto Moretti. Si piace troppo. Esagera".
Di Moretti hai detto una cosa tremenda: "Spostati che non mi fai vedere il film".
"Non mi era piaciuto. Una sdolcinatura".
Vi siete sentiti dopo?
"Gli ho anche chiesto scusa per aver esagerato".
Loren o Lollobrigida?
"Butto la Lollo".
Ti sei mai innamorato della Loren?
"Mai. Non è il mio tipo. È troppa. Una bellezza prepotente".
Monroe o Bardot?
"La Bardot aveva l'alito cattivo, come tutti i francesi che mangiano rane e cipolle".
Che ne sai dell'alito di BB?
"Me lo disse Gassman dopo averla baciata".
In un film. Immagino.
"Nella vita. Immagino".
Vespa o Costanzo?
"Butto Vespa. Fa ridere. Sembra un maggiordomo. Anzi no, un capocameriere".
Bellucci o Morante?
"Butto la Morante. Troppo saputella".
Pera o Casini?
"Casini è simpatico, non ha una faccia da politico".
Dimenticavo che sei faccista.
"Tutti sono faccisti. Anche Bush lo stanno facendo vincere perché ha più faccia di quell'altro".
Bush avrà mica una faccia bella.
"Meglio di quella da funerale di coso, di Kerry".
Che faccia ha Casini?
"Ha una faccia che puoi incontrare ai matrimoni. O, come diceva Campanile, una di quelle facce che si incontrano solo sui vaporetti".
Cofferati o Bertinotti?
"Cofferati è stato poco chiaro nelle ultime cose. Ha illuso tutti quanti. Ha fatto il doppio, il triplo, il quadruplo gioco".
Doppiogiochista?
"Multigiochista".
Gasparri o La Russa?
"Salvo La Russa. Ha una grande faccia. Potrebbe fare il diavolo in un film di Ciccio Ingrassia".
Mastella o Pomicino?
"Butto Pomicino. Troppo vecchio. Troppo usato. Troppo ciancicato".
Sgarbi o Ferrara?
"Salvo Sgarbi. Ferrara è un bel comico. Sarebbe un ottimo attore. Il tipico sceriffo in un film di Leone. Sgarbi potrebbe invece fare l'omosessuale, in costume settecentesco con la faccia incipriata".
Baget Bozzo o Bondi?
"Butto Baget Bozzo. Bondi ha la faccia da stupido ma è intelligente. Baget Bozzo ha la faccia intelligente ma è stupido".
24 ottobre 2004