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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 26 settembre 2004

Nota introduttiva
Le immagini di questa settimana in rete riguardano le cinque mostre di prossima apertura a Brescia, mostre di cui scrive Fiorella Minervino nell'articolo de La Stampa sotto riportato.
p.c.

durer
  
Le mie condizioni all'Ulivo
La lettera di Prodi
Romano Prodi su
la Repubblica 24 settembre

Caro Direttore, questa è una lettera che non avrei voluto e non avrei creduto di dover scrivere.
Viviamo momenti difficili e, spesso, terribili. Dall´Iraq all´Ossezia, dalla Cecenia all´Afghanistan, dal Darfour al Medio Oriente al Mediterraneo il mondo è scosso da guerre, terrorismi, violenze e emigrazioni di massa. Abbiamo negli occhi le immagini dei bambini di Beslan e nel cuore l´angoscia per le nostre due Simone.
Se osservate nella prospettiva di queste tragedie, l´Europa appare come un´isola relativamente felice.
I sessant´anni di benessere seguiti alla fine della Seconda guerra mondiale hanno trasformato il volto stesso delle nostre società e la vita di ciascuno di noi. Abbiamo una moneta comune, l´euro. E con l´allargamento non abbiamo soltanto esteso a tutto il continente un´area di pace: abbiamo anche creato un gigante dell´economia mondiale.
Ma non sono solo rose e fiori. L´Europa, che sino a tutti gli anni Sessanta aveva conosciuto una stagione di crescita impetuosa, ha rallentato il proprio ritmo di sviluppo e da tre decenni non riesce a ridurre il divario che la separa dagli Stati Uniti.
E, in quest´Europa, l´Italia è tra i paesi che soffrono di più. Le Ferrari dominano le corse di Formula Uno, ma in tutte le altre gare perdiamo drammaticamente terreno. All´Onu, specchio fedele delle gerarchie internazionali, siamo caduti in una serie inferiore, irrimediabilmente staccati da Francia e Germania che, per decenni, sono state nostre pari.
E le cose non vanno meglio nell´economia. Siamo entrati nell´euro ma, mentre gli spagnoli confermano il loro ritmo veloce e francesi e tedeschi riprendono a correre, noi arranchiamo in ultima fila. Il turismo soffre sotto i colpi di una concorrenza sempre più forte. Le nostre esportazioni non tirano più. Siamo quasi spariti nelle classifiche delle grandi imprese. Non produciamo più ricerca d´avanguardia. Stiamo tenendo un´intera generazione di giovani in una situazione di precarietà destinata a portare ad un futuro di insicurezza. Assistiamo all´impoverimento di quella classe media che è la spina dorsale e vitale di ogni società. Leggiamo di oltraggiose retribuzioni a grandi dirigenti mentre schiere infinite di lavoratori sono costretti a vivere con stipendi che non permettono di coprire la quarta settimana del mese.
Il dissesto della finanza pubblica certificato dalle dimensioni, tuttora vaghe ma in ogni caso imponenti, della manovra annunciata dal governo, non è che il sintomo della necessità di una vera e propria ricostruzione del paese. Scuola, università, giustizia civile, protezione degli anziani e dei più deboli, sistema dell´informazione: non c´è campo della vita e della società italiana che non richieda un intervento profondo.
C´è chi ha sparso l´illusione che bastasse lasciare la briglia sciolta perché l´Italia riprendesse a correre. Che bastasse promettere meno tasse per creare un entusiasmo capace di generare investimenti, lavoro, ricchezza. Che, in sostanza, il paese meno lo si governava meglio era.
Ma non era che un´illusione. Una perfida illusione che lascia e lascerà un´eredità pesante e imporrà un lavoro duro e di lunga durata a chi sarà chiamato a reggere il paese.
Con la consapevolezza della dimensione della sfida che sta di fronte all´Italia, una consapevolezza resa ancora più acuta dagli anni trascorsi guardando al nostro paese dall´osservatorio della Commissione Europea, nel luglio dello scorso anno, in previsione delle elezioni europee e in preparazione delle elezioni politiche, ho lanciato la proposta di una lista unitaria delle forze riformatrici.
L´idea era semplice: bisognava costruire una forza capace di operare come motore e timone di una grande coalizione di tutte le forze riformatrici in modo da guadagnare la fiducia degli elettori e garantire successivamente la stabilità del governo.
A questo invito hanno risposto, per primi, i Democratici di Sinistra, i Socialisti Democratici italiani, i Repubblicani Europei e la Margherita, i partiti che più direttamente rappresentano le grandi tradizioni culturali e politiche alla base della Costituzione della nostra Repubblica e lo spirito di novità e di unità all´origine dell´esperienza dell´Ulivo. Uniti nell´Ulivo: questo è il nome che scegliemmo per la nostra lista. Un nome che testimonia la volontà di operare e di presentarci uniti di fronte ai cittadini e, allo stesso tempo, propone un legame diretto con il marchio della coalizione che aveva già vinto contro la destra nel 1996 e del governo che aveva saputo portare l´Italia al traguardo dell´euro.
Al momento del voto europeo, più di dieci milioni di donne e di uomini, quasi un elettore su tre, hanno premiato questo sforzo di innovazione e di coraggio, facendo della Lista Uniti nell´Ulivo di gran lunga la prima forza politica italiana con una consistenza pari ai due terzi dell´intero centrosinistra e ad una volta e mezzo la maggiore forza del centrodestra.
A questi milioni di italiane e di italiani era giusto, era doveroso rispondere, dopo il voto, lavorando per consolidare ciò che essi con tanta evidenza avevano mostrato di apprezzare. Di qui la proposta di creare, sulla base e sull´esperienza della lista unitaria , la Federazione dell´Ulivo. Una federazione inizialmente formata dai quattro partiti promotori della lista ma aperta a tutte le forze pronte a condividerne l´ispirazione. Non un partito unico, ma un soggetto politico attrezzato ad avvalersi e, anzi, ad esaltare le tradizioni, le culture, il radicamento sociale, gli spazi di azione dei partiti, protagonisti insostituibili della vita politica del paese e, allo stesso tempo, in grado di decidere in modo unitario e, dunque, di operare con tutta l´autorità del proprio peso politico.
Un soggetto politico, la Federazione dell´Ulivo, al centro e al servizio della più ampia coalizione del centrosinistra, di quella grande alleanza democratica necessaria per mobilitare, anche attraverso le primarie, le straordinarie energie dei movimenti, delle associazioni e dell´intera società nazionale, per vincere le elezioni e, soprattutto, per governare l´Italia sulla base di un comune progetto riformatore.
La Federazione dell´Ulivo, la Grande Alleanza Democratica. Questi sono i due strumenti, semplici e comprensibili, di un grande progetto di innovazione per uno schieramento riformatore.
Mi permetto di aggiungere che questa è anche la mia identità politica, l´unica per me possibile. Nel senso che questi elementi, insieme e in coerenza tra loro, riassumono e danno un significato ad una storia personale e ad un impegno politico vissuti nel segno e con gli obiettivi, tra loro indissolubilmente collegati, del definitivo superamento della divisione tra laici e cattolici, del pieno consolidamento della democrazia dell´alternanza e, dunque, dell´unità tra tutte le forze riformatrici.
L´affermazione della Lista Uniti nell´Ulivo alle elezioni europee, il contemporaneo successo delle altre forze dell´opposizione riformatrice, la ormai lunga scia di vittorie in tutte le consultazioni amministrative degli ultimi tre anni, dalle province di Roma e Milano ai comuni di Bologna e Bari alla Regione Friuli Venezia Giulia, sono la prova che siamo stati e siamo capaci di interpretare le aspirazioni e le domande dei cittadini italiani. Un recentissimo sondaggio realizzato dalla società Ispo di Milano ci dice che se ci fossero domani le elezioni politiche, tra il 33 e il 35,5 per cento degli elettori voterebbe i partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, il 52,5 per cento voterebbe per la coalizione di centrosinistra mentre soltanto il 37,7 per cento sarebbe disponibile a votare in favore del centrodestra.
Insomma: gli italiani ci chiedono unità per cambiare il paese e affrontare i gravissimi problemi della loro vita di ogni giorno e ci premiano vistosamente quando rispondiamo positivamente a questa loro domanda.
Del tutto incomprensibili sono, dunque, le resistenze a questo progetto e a questa prospettiva di successo, di vittoria, di governo. Eppure, queste resistenze ci sono. E si concentrano, tutte, sul cuore, sul nocciolo duro del meccanismo che ho appena riassunto e ricordato, cioè sulla Federazione dell´Ulivo.
Non do´ di tutto questo un´interpretazione personale. Quello che vedo non è un contrasto tra persone. Si tratta di un contrasto politico. E, come tale, deve essere trattato e chiarito una volta per tutte.
Per spiegarmi meglio, mi riferisco alla mia esperienza in questi cinque anni e mezzo alla guida della Commissione Europea, perché il confronto e la composizione tra i ruoli e gli interessi dell´Unione Europea e degli Stati nazionali è un modello quasi perfetto del rapporto tra i partiti e la nascente Federazione dell´Ulivo.
Così come gli Stati nazionali, anche i partiti sono gelosi, e giustamente gelosi, della loro storia, delle loro tradizioni, delle loro identità. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno interessi concreti da difendere. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno radicamento sociale e legami col territorio.
Ma, così come, nel mondo globalizzato di oggi, ci sono compiti ed interessi che solo l´Europa, grazie alle sue dimensioni e al suo peso, può svolgere e difendere, così, nella politica nazionale, c´è un ruolo che solo un soggetto politico di prima grandezza come una Federazione dell´Ulivo in grado di rappresentare oltre un terzo dell´elettorato, può giocare.
La dimensione, tuttavia, da sola non basta. E´ sempre l´esperienza europea che ci mostra come l´Unione sia pienamente efficiente, capace di dialogare da pari a pari con le grandi potenze del mondo e di difendere con forza gli interessi dei propri cittadini, solo e soltanto quando è dotata degli strumenti per agire e delle regole per decidere.
Questo, dunque, è il terreno sul quale ci dobbiamo misurare. Siamo pronti a rispondere alla domanda di unità che viene dagli elettori? Abbiamo l´ambizione di concorrere per il governo del paese? Sentiamo la responsabilità di creare un soggetto politico all´altezza delle sfide e dei problemi che ci stanno davanti e che i cittadini ci chiedono di affrontare? Siamo pronti, per questo, a dare vita e autorità ad una Federazione dell´Ulivo che, pur promossa e costituita dai partiti, non si esaurisca nella semplice sommatoria dei partiti stessi e riceva, dunque, l´autorità, i poteri e gli strumenti operativi per rappresentare l´interesse comune e decidere per esso? O preferiamo chiuderci nella difesa di un piccolo interesse di parte, indifferenti al più grande esito della battaglia per il futuro dell´Italia? Queste sono le domande alle quali dobbiamo dare risposte chiare e concrete.
Se c´è un progetto alternativo e qualcuno che pensa di incarnarlo, si vada ad un confronto aperto e comprensibile ai cittadini. Se, come testimoniano le dichiarazioni dei segretari dei partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, un progetto alternativo non esiste, allora siamo coerenti e conseguenti. Perché solo una cosa non possiamo permetterci: di non essere, in questo momento della storia, all´altezza delle nostre responsabilità.
Si dicano i sì ed i no. E si spazzino via tutte le ambiguità, tutte le riserve mentali. Il punto d´arrivo devono essere atti credibili, decisioni e attribuzioni di responsabilità impegnative.
Solo quando e se questi impegni saranno stati assunti potremo credibilmente andare avanti nella costruzione del nostro progetto.
Solo quando saremo certi di potere contare su una Federazione capace di operare con efficacia e con autorità potremo credibilmente aprire il confronto con le altre forze riformatrici per la costruzione della grande alleanza democratica. Anche le riunioni che abbiamo tanto atteso, come quella fissata per il 4 ottobre, rischiano altrimenti di essere inutili. Ed è inutile fare cose inutili.
È in gioco il futuro del paese. È in gioco la possibilità di porre fine all´avventura di una maggioranza, di un governo, di un presidente del Consiglio che hanno devastato i conti pubblici, che hanno inferto un colpo gravissimo al prestigio internazionale dell´Italia, che lavorano per una società costruita non sulle opportunità, sulle libertà e sui diritti di tutti ma sui privilegi di pochi, che non conoscono il confine tra pubblico e privato, che mancano di senso dello Stato.
È in gioco la speranza, la possibilità di preparare una società più giusta, più prospera, più dinamica, più serena e ricca di gioia di vivere, per le nostre famiglie, per i giovani, per gli anziani, per le donne e per gli uomini d´Italia.
Questo è il tempo delle scelte.

ceruti
  
Horror show
Filippo Ceccarelli su
La Stampa 24 settembre

Vogliono fare paura. E ci riescono, diamine. Quelle vittime inermi, in ginocchio, le mani dietro la schiena, o legati fra loro, grappoli umani a capo chino. Quei carnefici incappucciati e immobili sullo sfondo, tutti neri, che le circondano. Quei coltellacci che arrivano sul set. E poi... poi basta. Si sa, ormai, quello che succede. E' l'indicibile in forma d'ipnosi, la rivelazione più tragica e raccapricciante della violenza.

Certo che vogliono fare paura, con quei video. Ma non solo. C'è qualcosa di più: vogliono fare spettacolo. "Tagliare una sola testa - scrive Renè Girard ne Il capro espiatorio - basta qualche volta a suscitare il turbamento universale". Cuore semplice, Bush s'è detto "disgustato". Ma sulle bancarelle di Baghdad pare che già vendano i dvd con le esecuzioni rituali, il costo è di 1 euro; mentre qui in Italia c'è un consigliere veneto di Forza Italia, a nome Padrin, che le immagini dell'ultimo assassinio le ha subito schiaffate sul suo sito - "Il video della barbarie. La visione - si legge - è rivolta a un pubblico adulto", e sotto infatti, senza avvertenza, c'è un articolo sulla migrazione di certe tartarughe della Guyana francese.

Ecco. Paura più qualche altra cosa che si propone, si offre e si esibisce per catturare e inorridire un pubblico che non è mai stato così vasto. Ammazzamenti e umiliazioni che ormai si intrecciano e si sovrappongono confondendosi in unico sequel di soldati americani in tuta arancione, cuochi nepalesi dentro sacchi dell'immondizia, e ingegneri inglesi, camionisti turchi, autisti bulgari. Senza contare - ma invece contano, nel senso che dominano gli sguardi, scavano nell'anima e restano impressi nel cuore - il bambino con le mani dietro la testa nella palestra di Beslan, o la soldatessa che sorride sopra il cadavere congelato di un prigioniero ad Abu Ghraib. E insomma: la visione a distanza dell'orrore nell'era della sua riproducibilità non solo tecnologica, ma perfino bellico-propagandistica, come dimostra la comparsa l'altro giorno di vere e proprie "Brigate dell'orrore", così autonominatesi in un alcuni manifesti affissi a Samarra.

Difficile isolarlo, questo orrore, all'interno del mostruoso lungometraggio della spietatezza. E ancora più difficile smontarlo. Eppure ciò che più colpisce è la smodata consapevolezza della regia da cui è governato anche al di là delle immagini e cioè nel linguaggio dei testi. La feroce e sadica disinvoltura dei proclami, per esempio, veri o falsi che siano. Come pure il crudo realismo anatomico dei verbi: "sgozzare", "scannare", "se le nostre richieste non saranno accettate, gli infedeli avranno la gola tagliata e il collo segato affinché la loro fine sia d'esempio".

S'immagina un mondo di consumatori. Pare che sui siti Internet, specie nei forum degli integralisti, questa smania di suscitare un record di ribrezzo tocchi livelli di assoluto straniamento. Riferiva ieri Libero i "consigli" di alcuni improvvisati sceneggiatori: bisognerebbe far assistere anche gli ostaggi alle decapitazioni, scrivevano; e magari fargli anche sollevare la testa mozza di qualche loro compagno. L'unico rischio, faceva presente qualcuno, è che potrebbero morire prima, d'infarto. E comunque: perché non usare la sega al posto del coltello? Sarebbe in effetti più doloroso.

Si afferma così l'orrorismo. Ovvero la continuazione del terrorismo con altri mezzi, si direbbe eminentemente psico-visivi. La turpe videoteca tende alla serializzazione contemplando appunto faticosi decollamenti, ostensioni di teste, cadaveri depezzati, prigionieri imploranti, bende sugli occhi, stridori e risonanze da far venire la pelle d'oca. Schizzi di sangue sulla telecamera, quelli ancora no, ma non mancavano sul video-beffa girato nel garage di casa dal californiano pazzoide, Vanderford, che a suo modo aveva individuato le peculiarità spettacolari del genere orroristico, anche se a nessuno poi è venuto da ridere.

Si capisce. Su quei fondali irti di caratteri arabi in sovraimpressione, ai piedi di quelle bandiere dalle strane forme e di quei muri scalcinati degli innocenti seguitano a crepare in differita. E' l'innocenza e la mite rassegnazione delle vittime, a pensarci bene, che strazia nel profondo. L'Occidente era del tutto impreparato: constatazione al tempo stesso banale e impegnativa. Non gli serve a nulla aver inventato e prodotto le betacam. Né avere a disposizione fior di antropologi, e pure premi Nobel come Elias Canetti, che hanno studiato la storia e il valore simbolico delle decapitazioni, e proprio da quelle parti, la conta delle teste fra gli Assiri, o la storia mirabile di quella di Hussain, il nipote del Profeta, di fronte a cui s'inchinavano anche i leoni.

L'Occidente ha dimenticato i suoi, di orrori. E Dio solo lo sa se ce ne sono stati, in Europa. Il sangue della storia si asciuga in fretta, e le sue tracce facilmente si lasciano spazzare, cancellare. Così si guardano i video di questi nuovi poveracci, i Nick Berg, i Kim Sun Il, i Paul Marshall Johnes; si sentono i carnefici incappucciati che gridano "Allah è grande!"; e in assoluta buona fede il riflesso è di qualificare queste scene come disumane, e sbrigativamente di considerale lontane dalla propria storia. Quando invece è tutta la cultura umana, senza distinzioni tra nord sud est e ovest, ad essere "votata alla dissimulazione perpetua delle proprie origini nella violenza collettiva": e a spiegarlo è sempre Girard, ossia un francese che insegna negli Stati Uniti.

Uno studioso che proprio al taglio della testa ha dedicato pagine che in questi giorni appaiono straordinariamente illuminanti. La decapitazione di San Giovanni Battista, in particolare, quella stessa che Caravaggio ha rappresentato come il più atroce dei tormenti, e che riattiva meccanismi arcaici che sono dentro di noi, di tutti gli uomini in realtà, mica solo degli arabi cattivi. Quante teste ruzzolate via: nelle ceste, nei fiumi, o raccolte a mucchi, o infilate sulle lance. La testa "inerte e docile, come sul vassoio di Salomè; gli invitati se la passano l'un l'altro come i cibi e le bevande del banchetto d'Erode". Ma anche la testa "spettacolo impressionante che ci impedisce di fare ciò che non si deve fare e ci sprona a fare ciò che si deve fare: l'avvio sacrificale di tutti gli scambi". Ma senza dirlo.

Quando invece l'unico orrore con cui l'Occidente post-contemporaneo ha accettato di misurarsi è quello del puro spettacolo. Un modo anche assai civile per esorcizzare quella vertigine sull'abisso che accompagna l'uomo da sempre, ma del tutto irrilevante, disperatamente inutile allorché scattano gli ingranaggi della guerra e dell'odio. E hai voglia, ora che laggiù in Iraq sequestrano la gente, e minacciano di procedere "senza pietà e senza compassione", ecco, hai voglia a ripassarti le suggestioni del Grand Guignol, Artaud e il simbolismo francese. Né ti fortifica dalle botte di orrorismo la scena dell'occhio femminile tagliato dalla lama di un raoio che brilla alla luce della luna nel "Cane andaluso" di Bunuel. E chi cercherebbe mai consolazione nelle pellicole di George Romero, Dario Argento, Stephen King con tanto di ricadute splatter?

No, addio film "de paura". Forse l'unica possibile ispirazione sta nei Vangeli. E ancora più precisamente: nella Passione. Anche lì, dopo tutto, con il massimo della pubblicità consentita dai tempi e dalle condizioni viene uccisa una vittima innocente. Per questo e in questo si accolla i peccati del mondo. Come tutti questi altri poveri Cristi dell'anno 2004, esposti trasformati in horror-show per fare paura, ma costretti alla gloria della pietà.

gino rossi
  
Fecondazione; referendum sì o no

Ma perché il referendum spaccherebbe il paese?
Francesco Merlo su
la Repubblica 22 settembre

Il referendum non è una guerra civile, anzi normalmente i referendum si fanno per rendere civili i contrasti irriducibili, per consegnare alla legge della maggioranza argomenti che dividono il Paese, e dunque per unire un Paese diviso e non per dividere un Paese unito come invece sostengono, sbagliando, Romano Prodi e Francesco Rutelli.
E fanno solo cialtronismo spregiudicato i ministri Sirchia e Giovanardi quando dicono che con l´abrogazione della legge sulla fecondazione assistita si vuole abrogare Dio dal mondo. Si rassicurino: nessuno firma a cuor leggero, anzi nei centri di raccolta è tutto un affollarsi d´uomini di senno, senza fracasso e scalmanio, uomini e donne ai quali la laicità impone dei doveri che assumono come fardello, non cercano una resa dei conti, conoscono e rispettano le ragioni degli altri, ed è per questo che vogliono il referendum sulla fecondazione assistita, per costringere tutti a decidere, per affidare una materia complessa alla democrazia, consegnare la qualità alla quantità, perché le qualità, come direbbe Lucio Colletti, non sono commensurabili, ma restano in opposizione. Insomma il referendum non è una soluzione finale, i vinti non saranno processati né eliminati, non perderanno nessuna delle prerogative dettate loro dalle proprie convinzioni, e i vincitori avranno le stesse opportunità dei vinti. Il referendum unisce perché è democrazia: si va divisi nell´affrontare un problema e si esce uniti e composti nell´amministrarne e rispettarne la soluzione.
Ma diciamo la verità: nessuno si aspettava che, alla fine di un´estate piena di cronaca nera, di pasticci e di efferatezze irachene, la politica italiana sarebbe stata percorsa da spasmi elettrici.
Con fervore e con passione il Paese si sta infatti mobilitando su temi dove non ci dovrebbe essere mobilitazione ma freddezza, non la piazza ma il laboratorio, non la demagogia ma la responsabilità. In una sola parola: la laicità, che è la divisa dell´uomo contemporaneo, la sola divisa che la civiltà può indossare davanti a tutte quelle cose che non sono comprese nel Diritto, per esempio la religiosità, o il rispetto per i genitori, o l´amore filiale, o il gioco della seduzione tra i sessi... L´Italia si sta riscoprendo laica accorrendo ai tavoli dei Radicali di Pannella e dei Ds di Fassino che chiedono una firma per abolire la legge sulla fecondazione assistita. Gli ultimi due sondaggi, di Eurispes e Espresso-Swg, stimano al 65 per cento l´avversione degli italiani verso questa legge che presume di avere risolto il problema dell´origine del mondo, dell´inizio della vita, degli attributi di Dio, dei tabù della scienza.
Nei due giorni dello scorso week end solo i tavoli radicali hanno raccolto sessantamila firme. In Emilia, in Toscana e in Lombardia non c´è capannello e gruppuscolo in cui non si parli di Dio, non c´è piazza in cui non ci si scaldi per l´embrione. I promotori del referendum chiedono un ultimo sforzo per arrivare al traguardo di sicurezza delle seicentomila firme da consegnare alla Cassazione il 30 di settembre.
È un Paese unito che chiede il referendum. Ma questo Paese magmatico, di credenti e di atei, di cattolici praticanti e di cristiani tiepidi, di elettori della Casa delle libertà e di elettori dell´Ulivo, questo Paese in rivolta civile non trova udienza nel leader del Centrosinistra, è un´effusione che non ha la sua più naturale conca di raccolta. Romano Prodi infatti ha bocciato il referendum, lo ritiene "dilaniante", una divisione da vietare, un insulto all´unità torpida e letargica del "vogliamoci tutti bene".
Dire che è un´occasione perduta è davvero poco in un´Italia in cui gli analisti notano elementi di rimonta berlusconiana, un possibile ritorno in massa alla democrazia spettacolare di Forza Italia. Logica vorrebbe che la mobilitazione attorno al referendum si configurasse come tappa iniziale di una strategia di contrattacco. La legge contro cui ci stiamo ribellando non è il conflitto di interessi, non è una delle tante leggi ad personam, non è materia di facili girotondi e di antiberlusconismo viscerale o volgare ma è un coperchio, un tappo sul vaso di Pandora della laicità, di valori, orizzonti e tensioni che sono l´anima della sinistra.
Certo Prodi ha ragione quando dice che di una materia così complessa dovrebbe occuparsi il Parlamento, ma cos´altro dovrebbe fare il Paese dinanzi ad un Parlamento che ha contrapposto il Paese al Paese? Cosa c´è di più democratico del referendum per riunire quel che è stato diviso? Proprio la partecipazione referendaria rivela l´incapacità della classe dirigente, destra e sinistra, opposizione e maggioranza, a svolgere il suo ruolo che è appunto quello di legiferare sulle questioni complesse senza spaccare l´Italia, senza trasformare le differenze in contrapposizioni apocalittiche. Il referendum non è una maledizione di Montezuma-Pannella ma la spia della inadeguatezza della classe dirigente che non riesce a risolvere i problemi della convivenza civile. È questo uno degli elementi che ci fanno "caso" in Occidente, e forse perché nella politica ci sono intruppati troppi Tartufi e Nicodemi che pensano di ridurre persino Dio ad un galoppino elettorale.
Come ogni Paese democratico anche l´Italia è fisiologicamente divisa su tante questioni, dalla guerra in Iraq a Berlusconi, dalla crisi dell´Alitalia al nucleare, dalla scuola all´università, e c´è una parte del Paese che vuole essere francotedesca e un´altra che vuole essere mediterranea... L´Italia insomma non è una sacrestia e non è l´Arabia Saudita. La democrazia è divisione e ricomposizione.
E poi, via!, gli aspiranti abrogatori non hanno gli occhi celesti di Hitler come sostengono i ministri Giovanardi e Sirchia che hanno fatto affiggere manifesti con la foto del Fuehrer che arringa un corteo di camicie brune e, sotto, la seguente scritta: "Anche loro avrebbero firmato". È incivile combattere in questo modo l´idea civilissima di un referendum, è incivile farlo diventare occasione pretestuosa di scontro selvaggio e stupido.
L´idea che Pannella e Fassino, Barbara Pollastrini e Chiara Moroni siano promotori di eugenetica, che si battano per creare una razza superiore farebbe ridere se non fosse maneggiata da ministri di inadeguatezza e di irresponsabilità. Si tratta invece di sottrarre all´orto dell´ideologia e delle convenienze di partito le coscienze, le esperienze, i traumi personali e culturali, di come affrontare il problema della sofferenza, di come si può arginare il dolore, del rapporto tra la malattia e la scienza... C´è chi ritiene che in ogni pulsione organica e persino nei batteri c´è già la vita e che la vita sia sempre un attributo di Dio. Io non penso che sia un cavernicolo e lui deve smettere di dire e di pensare che io sono un nazista.
E dunque Pannella non poteva non denunciare a Radio Radicale un conflitto di interessi etico e professionale che il ministro Sirchia non ha ancora smentito o spiegato. Pannella dice che un decreto del 4 agosto varato dal Ministero della Salute e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 26 dello stesso mese assegna in convenzione al centro trasfusionale e di immunologia dei trapianti dell´Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico "Ospedale Maggiore" di Milano il compito di effettuare studi e ricerche sulle tecniche di conservazione dei gameti e degli embrioni orfani, vale a dire quella ricerca che l´attuale legge, voluta e difesa da Sirchia, proibisce.
L´articolo 6 del decreto stanzia a questo scopo, solo per il primo anno, quattrocentomila euro. Pannella aggiunge che Sirchia è legatissimo al Centro di quell´ospedale dove ha lavorato come primario per 28 anni.
Non è infine possibile che una così estesa mobilitazione laica contro una legge di Berlusconi coincida con la ripresa del berlusconismo segnalata dai sondaggi e da una certa aria di depressione che si respira nel Paese. Da un lato c´è un Berlusconi cauto, probabilmente spaventato da se stesso e da Sirchia, un Berlusconi che non si espone. Ha domato le polemiche interne e sta via via riconquistando il posto centrale, di prestigio e di visibilità politica alla Casa delle Libertà anche grazie alla indisponibilità fisica di Umberto Bossi. E non fa gaffe, non racconta barzellette, non indossa nuovi turbanti, ha placato Follini, ha cacciato l´antipatico Tremonti. È un Berlusconi con quattro capelli di furbizia in più che aspetta la pur debole ripresa economica e beneficia delle orribili enormità dei tagliatori di teste saddammiti, i quali sembrano lavorare anche per lui. Dall´altro lato c´è Prodi che invita alla calma sul referendum, offre posti di ministro a Bertinotti senza avere ancora vinto neppure le primarie del suo condominio di nuovo litigioso, c´è Rutelli che lo provoca, e c´è la ripresa di un insondabile gioco di volpi sulla leadership al quale i giornali per bene dovrebbero sottrarsi. Persino la battuta tutto sommato innocua sul "bello guaglione" sembra drammaticamente vecchia di dieci anni visto che l´incanutito Rutelli se resta bello non è più guaglione. Indro Montanelli, in tante cose lungimirante, forse si sbagliò nella profezia del tramonto di Berlusconi grazie al sistema del vaccino. È infatti vero che l´Italia ne ha ormai sperimentate larghe dosi ed è pronta al ricambio, al mutar pelle. Ma c´è purtroppo il rischio non previsto che questa Italia vaccinata ricominci a turarsi il naso.

gino rossi
  
Referendum, firmare e votare “no”
Accettare il confronto, comunque
Editoriale su Il Foglio 23 settembre

Il referendum sulla fecondazione assistita s'ha da fare: per questo il direttore del Foglio ieri ha firmato tutte le richieste referendarie (e va da sé che il resto della redazione, composta di individui liberi, si regolerà come crede). S'ha da fare perché nessuno come noi è consapevole dell'importanza dei quesiti, dell'opportunità che siano messi in discussione in una libera democrazia, quali che siano le previsioni dei sondaggi sull'esito, il “sì” o il “no” all'abrogazione della legge 40. Se una legge nuova del Parlamento portasse a evitare il pronunciamento degli italiani, obiettivamente difficile su questa materia, non ci stracceremmo le vesti, a patto che siano norme decenti e non un trucco culturale o costituzionale di tipo politicista. Insomma, uno dei due problemi fondamentali del nostro tempo (l'altro è la guerra) è affidato alla discussione pubblica: è bene che sia così. La legge, pur importante sul piano esistenziale e pratico per tanti uomini e donne, sia quelli in atto e adulti sia quelli in potenza ed embrionali, è un “dettaglio” rispetto alla grandezza della questione. Speriamo che il fronte che si riconosce nel “no” all'abrogazione della legge, dalla Chiesa cattolica ai movimenti popolari di varia origine e specie, fino ai partiti e alle tendenze dei partiti di centro destra e di centro sinistra che la legge hanno partorito dopo venticinque anni, si attrezzino per una sincera, forte, corretta ma irremovibile battaglia, non tanto in difesa di un articolato fatto di commi e codicilli, quanto in difesa di un'idea di umanità che secondo noi è in pericolo, lo sappiano o no i bio-ginecologi faustiani che trattano la materia con eccessivo semplicismo.
Firmare per i referendum e votare “no”, rifiutando la scorciatoia del “non-voto”, è in sé giusto, e può produrre l'unico antidoto vero al cattivo progresso delle solite idee sciatte di un certo progressismo automatico: un salto di qualità nella discussione e nell'impegno, che è già per noi una battaglia vinta anche se prevalesse l'abrogazione della legge. Che la società italiana recuperi la capacità di dividersi in modo serio e argomentato, che le forze preoccupate dalla modernizzazione bioetica ed eugenetica, forzata e senza regole, si mobilitino. Sennò, meritano di perdere.

morandi
  
La parola alla scienza
Carlo Flamigni su l'Unità 24 settembre

Nel momento in cui scrivo non è ancora del tutto chiaro se siamo riusciti a raccogliere un numero di firme sufficienti per andare ai referendum.
Nonostante le mie fondate perplessità iniziali, spero che sia così. Se non ci fossimo riusciti - sono facile profeta - la ridda di ipotesi e di buoni propositi e tutti i pentiti tardivi si zittirebbero di colpo, e su tutto cadrebbe la polvere della politica, che è capace di coprire in un amen errori, stupidaggini, ingiustizie e menzogne. In questi giorni ho sentito dire tutto e il contrario di tutto. Frasi vincenti: meglio una cattiva legge… il referendum spaccherà il paese… importante è trovare una mediazione alta. Sono state frasi molto utili per riuscire a raccogliere le firme: tanta gente si è convinta solo dopo aver raggiunto l'apice dell'esasperazione, e i confusi ragionamenti dei nostri rappresentanti politici l'hanno aiutata.
Adesso però è bene cominciare a parlare da persone serie; ed è anche bene lasciare parlare le persone competenti, i dilettanti dovrebbero star zitti almeno per un po'.
Una breve analisi di quanto sta accadendo. Il Ministro Sirchia ha nominato una commissione per studiare la possibilità di esaminare la normalità genetica dei gameti. Meglio spiegare.
Dell'assetto genetico dello spermatozoo non siamo in grado di sapere niente. L'uovo, invece ci racconta quasi tutto di sé: elimina due piccoli frammenti di ooplasma, il primo al momento dell'ovulazione (1° globulo polare) il secondo qualche ora dopo l'ingresso dello spermatozoo (2° globulo polare) che contengono rispettivamente 46 e 23 cromosomi. Studiando in sequenza questi cromosomi posso sapere se l'oocita che ho esaminato è o non è portatore di un'anomalia genetica. Esistono malattie genetiche della donna e malattie genetiche recessive della coppia che in questo modo possono essere evitate (esempio: la talassemia). Non si possono evitare in alcun modo le malattie genetiche che riguardano l'uomo o hanno carattere dominante.
Poiché il secondo globulo polare lo si prende dall'uovo fecondato (in pratica, dall'ootide) e poiché non è assolutamente pensabile studiare solo il 1° globulo polare, ecco che per fare questa (incompleta) analisi genetica si
deve ammettere una cosa importante: che l'ootide è diverso dall'embrione e che il rispetto della vita nascente ha ragione di esistere solo dopo che si è formato un genoma unico. Nota per i miei detrattori: questo non è quello che penso dello statuto dell'embrione, ma mi adeguo a un parlamento “illuminato” dalla visione del concepito.
Cosa ho da dire in proposito? Solo questo: per tutta la durata dei lavori della commissione che ha preparato le linee guida, ho chiesto di discutere questi due argomenti, ootide e globuli polari. La commissione si è rifiutata di affrontarli, e il Ministro certamente ne era al corrente.
Sono contento di apprendere che il clima è cambiato.
Secondo argomento: si stanno riunendo piccoli gruppi di parlamentari che discutono di questi temi e che studiano la possibilità di proporre mediazioni. Non consultano i promotori dei referendum; non chiedono un parere ai tecnici (almeno così mi risulta).
Negli ultimi mesi ho partecipato a più di 100 riunioni nelle quali si è parlato, prevalentemente, di fecondazione assistita. Ho letto giornali, ho visto trasmissioni televisive.
Credo di essere nel diritto di chiedere ai parlamentari miei compagni di partito un atto di umiltà: so che siete bravi e preparati, ma la scienza è altra cosa, più complicata, più sfuggente. Chiamate a consulto i tecnici. Non me, a questo punto non verrei neppure morto. Ma chiamate gli altri, quelli che sono insieme “bravi” e “di area”. Altrimenti ci farete riprendere la strada delle sciocchezze e delle brutte figure, basta, l'abbiamo percorsa anche troppo a lungo.
Altro punto: voglio riscrivere, per l'ennesima volta, le proposte di mediazione che ho continuato a fare ormai per più di un anno. Sono:
- consentire alle coppie che desiderano di avere una donazione di gameti di dimostrare, come fanno le coppie che vogliono avere un bambino in adozione, di essere pronte ad assumersi tutte le responsabilità necessarie: si è genitori anche quando si promette di essere presenti al momento del bisogno;
- consentire il congelamento degli ootidi;
- far fare ai genetisti un elenco di malattie genetiche così gravi e così capaci di annullare ogni qualità di vita in un
bambino da meritare una indagine pre-impiantatoria (e vorrei proprio sapere chi, in queste circostanze, avrebbe il coraggio di parlare di eugenetica e di nazismo);
- consentire il prelievo di una o due cellule dagli embrioni congelati e abbandonati per costruire linee di cellule staminali utilizzabili per la ricerca scientifica; questi embrioni sono in attesa del nulla, aspettano solo che si spenga, in loro, l'ultima possibile di vita: trovo che sarebbe più dignitoso, per loro, se qualcuno potesse utilizzarli per una ricerca finalizzata al benessere dell'uomo.
Un'ultima valutazione, questa volta relativa al referendum. Appare ormai chiaro che la maggior parte del paese è orientata a cancellare le ridicole norme che ci sono state imposte. Credo che ci sia una lezione da apprendere, in questa scelta, ormai evidente: si può inserire un principio etico a base religiosa nel complesso delle norme di uno stato laico, solo quando esiste una condivisione di principio. Quando non è così, questo inserimento crea un tessuto di granulazione, come fa un corpo estraneo, e come un corpo estraneo viene espulso dai tessuti della società, pus e tutto.
Nessuna di queste proposte è stata presa in esame e discussa con sufficiente attenzione e serietà. Eppure potrebbero essere tutte le basi per una “mediazione alta” tra laici e cattolici, la ragione di un incontro finalmente utile nelle isole (per stranieri morali, per stranieri politici, scegliete voi) dove le mediazioni si possono realizzare se si ha a cuore la convivenza pacifica dei cittadini e la loro libertà di vivere secondo differenti convinzioni etiche.
Università di Bologna

savoldo
  
La Spagna affronta Franco
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera 26 settembre 2004

FERROL (Galizia) — Vecchi che lo ricordino giovane non ce ne sono, nonostante la proverbiale longevità gallega. E' che a Ferrol i figli degli ufficiali di Marina potevano giocare soltanto con i figli degli ufficiali di Marina. "Non saltiamo alla corda con Merceditas perché i suoi hanno un negozio di ferramenta", diceva il piccolo Francisco Franco; o almeno così immaginava con perfida fantasia Manuel Vázquez Montalbán, scrivendo l'autobiografia apocrifa del Caudillo. Comincia così: "Sono nato a Ferrol, a mezzanotte e mezzo del 4 dicembre 1892, quarto centenario della scoperta dell'America e dell'unificazione della Spagna da parte dei Re Cattolici. Venni battezzato il 17 dello stesso mese nella parrocchia militare di San Francisco, con i nomi di Francisco, Paulino, Hermenegildo, Teodulo...". Non resta quasi nulla di Franco, qui nella sua città, Spagna nordica, atlantica, severa. La statua di plaza de España è stata tolta l'anno scorso e sostituita con una rampa del parcheggio sotterraneo. Se ne discuteva sin dal 1975, l'anno della sua morte. Nel luglio 2002 provvidenziali lavori di pavimentazione hanno dato l'occasione all' allora sindaco Xaime Bello, nazionalista gallego, di rimuovere il più illustre figlio del paese e più longevo autocrate d'Europa, l'unico ad avere ancora le sue statue. Quella di Ferrol non sapevano dove metterla. Ha risolto un concittadino, Francisco Torrente, già capo di stato maggiore della Marina: "Datela a noi. Metteremo il Caudillo all'Arsenale militar". Altri compaesani hanno protestato. Li ha convinti la memoria vivente della dittatura e della Transizione, Manuel Fraga Iribarne, ministro dell'Informazione di Franco e da vent'anni presidente della Galizia: meglio evitare polemiche; di fronte al suo mare il Caudillo si sarebbe trovato benissimo. Del resto, fino al 1982 il paese si chiamava così, Ferrol del Caudillo. Uno dei primi gesti di Felipe González dopo la vittoria socialista fu di epurare il nome: Ferrol, e basta. Il suo revisionismo cominciò e finì lì. "A cosa serve abbattere una statua? Ad abbattere una statua", diceva Felipe. Come a dire che i simboli non si cancellano con gli scalpelli ma con il tempo; e ne occorreva molto prima di liberarsi davvero del Generalísimo. Da allora è passata una generazione. Il nuovo primo ministro socialista, José Luis Rodríguez Zapatero, aveva due anni quando nel '62 Fraga Iribarne giurava in nome di Dio e nelle mani di Franco. Il discorso di insediamento del premier ha segnato la rottura formale del "patto dell'oblio", che aveva reso possibile il passaggio alla democrazia, l'alternanza al governo, il riconoscimento reciproco degli schieramenti, ma che già nella scorsa legislatura aveva rivelato i suoi limiti. Zapatero ha citato le ultime parole del nonno paterno, il capitano fedele alla Repubblica Juan Rodríguez Lozano, e ne ha fatto il manifesto del governo: "Un desiderio infinito di pace, l'amore per il bene, l'innalzamento degli umili". Subito dopo i franchisti l'avevano messo al muro, al poligono di tiro di León. Sul referto scrissero: arresto cardiaco. Era il 18 agosto 1936, prima estate di guerra civile. Oggi in Spagna sono i morti, e non le statue, a riaprire la questione, a suscitare attesa e paura. Fosse comuni affiorano in tutto il Paese, anche qui a Ferrol, dove i vecchi comunisti come Rafael Pillado raccontano che sulla strada per Serantes c'è un posto dove bisognerebbe scavare. Il governo ha istituito una commissione di ministri per valutare le richieste dei familiari delle vittime: recuperare i corpi — almeno trentamila — dei desaparecidos; dare loro un nome attraverso l'esame del dna; individuare i colpevoli; indennizzare prigionieri, lavoratori coatti, esuli, figli tolti ai padri e affidati a famiglie timorate di Dio. Disseppellire il passato non è una metafora. E lo scontro tra la memoria e l'oblio è destinato ad approfondire le linee di frattura tracciate da indipendentisti baschi, catalani e anche galiziani. Accanto a quello di sinistra si afferma un revisionismo di destra che ha partorito saggi di grande successo, come quelli di César Vidal e di Pío Moa, già ideologo dei maoisti del Grap e ora autore de Los mitos de la guerra civil, che rimprovera alla sinistra di riproporre oggi le due attitudini che nel '36 provocarono l'Alzamiento di Franco: la rottura dell'unità del Paese e l'anticlericalismo. "Si riaprono le ferite. Ritorna il fantasma delle due Spagne", è l'analisi di Alex Rosal, l'editore di Libreslibros, che ha appena pubblicato l'ultimo saggio di Moa — Contra las mentiras —e a novembre stamperà una nuova ricerca di Vidal, El terror rojo. "Finché la disputa è limitata agli studiosi può rivelarsi un arricchimento per il Paese — dice Rosal —. Ma la politica ha già cominciato a strumentalizzarla. Temo che i socialisti tenteranno di favorire la nascita di un movimento di estrema destra, come in Francia". Il Partido popular finora si comporta come quando era al potere: tace. Si rifiuta di affrontare la questione sul piano ideologico, né in favore della memoria né dell'oblio. Vale il lascito di Aznar: "Guardare avanti, non indietro". L'imbarazzo del partito è ben espresso dal sindaco di Ferrol Juan Juncal, che discetta amabilmente della riconversione dei cantieri navali Izar, ma al nome di Franco fugge giù dalle scale adducendo di non vedere non sentire non parlare. Rimosso dalla piazza, traslato nell'arsenale, ora il profilo del dittatore guarda il fiordo dove da ragazzo giocava con la spada di legno sul ponte delle navi, e che da Generalísimo attraversava con il suo yacht Azor, di cui è qui custodita la prua a forma di aquila, accanto alla lapide con il testamento: "Non dimenticate che i nemici della Spagna e della civiltà cristiana sono all'erta...". Comunisti, massoni e anche, forse soprattutto, liberali. Accanto al revisionismo di sinistra e a quello di destra emerge una terza impostazione storiografica, che indaga la personalità del dittatore e ne capovolge il ritratto tradizionale, incentrato sulla "retranca" gallega, il pragmatismo, la prudenza, l'astuzia. Si studia la carica ideologica del franchismo, non esaurita dalla Falange e non incompatibile con la banalità impiegatizia dello sterminio: il Caudillo che annota sulle pratiche dei condannati "garrote y prensa" — esecuzione e pubblicità a mezzo stampa — è lo stesso che si pensa come la reincarnazione del Cid, soldato e poeta, scrive un romanzo intitolato simpaticamente Razza , considera il liberalismo come la piaga della modernità, e sino all'ultimo resta aggrappato all'idea che una metà del Paese fosse destinata a regnare sull'altra. "Non siamo più prigionieri dell' orgoglio municipale, né della vergogna; anche qui siamo pronti a discutere liberamente", dice il fondatore e direttore del Diario de Ferrol, German Castro. Il tribunale militare finanzia un gruppo di ricercatori universitari, che investigheranno su migliaia di processi celebrati tra il '36 e il '39 in Galizia. Sulla casa natale di Franco, in calle María, la targa è datata ancora: Ferrol del Caudillo, 1987. Un bassorilievo ricorda il fratello più piccolo Ramón, primo trasvolatore dell'Atlantico meridionale. Il primogenito, Nicolás, ebbe un destino meno eroico: accusato di aver fatto sparire e rivenduto 4 milioni di litri d'olio di proprietà dello Stato, non fu abbandonato nelle mani dei giudici: sei testimoni d'accusa morirono di morte violenta prima del processo. Da questa casa il padre, di idee liberali, se n'era andato per seguire altri amori. Franco si era legato profondamente alla madre, María del Pilar, poi alla moglie, Carmen, e infine alla prima nipote, non a caso María del Carmen: le sue nozze nel 1972 furono il rito funebre del franchismo, e tra gioielli e uniformi stravaganti per una volta fece una figura sobria Imelda Marcos, unica first-lady ad aver accettato l'invito. Franco è sepolto lontano, nella Valle de los Caídos, in fondo a una basilica scavata nella roccia che era parsa lugubre persino a lui, al punto da suggerire all'architetto Muguruza di allargarla. Per evocare il defunto sono stati scelti arazzi dell'Apocalisse, tra cui il Combattimento contro la Bestia. Nel coro sono scolpite scene delle Crociate. Per vent'anni, mentre i prigionieri repubblicani scavavano, si discusse se nell'ossario a nove piani si potessero seppellire anche i loro commilitoni; alla fine si decise di sì, purché cattolici. Per sicurezza, fu scelta per il Caudillo una lastra di granito da 1500 chili, che sarà difficile rimuovere; come se già allora si presagisse che la storia avrebbe rovesciato il verdetto del campo di battaglia, e un giorno si sarebbe potuto dire che Franco ha perso la guerra civile.

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Kósmos o kháos?
Centomila persone a Modena
Maurizio Viroli su
La Stampa 21 settembre

Non la racconterò neanche, perché tanto nessuno mi crederebbe, in America. Come potrebbero prendermi seriamente, colleghi e studenti, se narrassi che in quel di Modena, Carpi e Sassuolo (e già spiegare dove sono richiederebbe tempo) per tre giorni si è svolto un Festivalfilosofia sul tema "mondo" che ha registrato (cifra approssimativa) circa centomila presenze agli eventi con lezioni vere e proprie di filosofia seguite in piazza da tre-quattromila persone?

I più mi prenderebbero per un fanfarone; i più benevoli per un patriota un po' rimbambito che vuole a tutti i costi parlare bene dell'Italia e magnificarne la cultura e la raffinatezza intellettuale. Meglio che stia zitto o mi procuri fotografie.

L'aspetto incredibile del Festivalfilosofia è il dato puro e semplice di migliaia di persone di tutte le età, di diversa provenienza geografica e ceto sociale, e (non l'ho chiesto ma lo immagino) di varie fedi politiche che si muovono, affrontano viaggi, spese e disagi per ascoltare lezioni di filosofia. È vero che il Festivalfilosofia non è solo filosofia: ci sono spettacoli musicali e teatrali di alto livello, rassegne cinematografiche, cacce al tesoro on line, racconti per bambini, menù filosofici selezionati da Tullio Gregory (raccomando il n. 4 "Uno e molteplice", ma anche il n. 6 "Nulla si distrugge"), mostre, concerti e altro ancora. Si potrebbe andare a Modena, Carpi e Sassuolo senza seguire lezioni, ma non è così: chi va al Festivalfilosofia vuole ascoltare lezioni di filosofia. Perché?

Le risposte degli esperti di festival insistono tutte sull'evento più che sul contenuto: "vengono da tutt'Italia per esserci e per incontrarsi"; "è uno spettacolo, né più né meno di altri spettacoli"; "sono il popolo dei lettori di libri che si muove da un festival all'altro: oggi a Mantova domani a Modena"; "è per molti il surrogato laico della religione: chi non ascolta l'omelia del Papa ascolta Bodei" (ho sempre pensato che il mio amico Bodei sarebbe stato un ottimo cardinale, ma Papa è troppo); "vogliono vedere in carne ed ossa l'autore dei libri o degli articoli che hanno letto".

Tutte osservazioni acute che colgono parte della verità ma non mi persuadono completamente. Non so che cosa spinga tanti ad andare a Modena ad ascoltare lezioni di filosofia, ma credo che il significato della loro presenza indichi in primo luogo un'esigenza di profondità, o, che è il medesimo, una reazione contro la banalità. Vanno a lezioni di filosofia invece di guardare la televisione o sfogliare giornali di pettegolezzi, o passare il fine settimana nei supermercati. Fanno una scelta fra attività che non richiedono sforzo alcuno e un'altra che richiede considerevole attenzione, concentrazione, pazienza. La lezione dura quarantacinque minuti, poi ci sono le domande, quasi sempre stimolanti e ben poste. Il linguaggio del filosofo che espone non è sempre dei più tersi. Mentre tutto e tutti, nel nostro tempo, invitano a non fare sforzi per capire, il Festival ti stimola alla fatica di imparare.

Imparare poi cosa? Nulla che servirà a far soldi o ad andare in televisione, o a conquistare un po' più di rispettabilità. Cosa cambia nella vita di una persona sapere se il mondo è kósmos o kháos? Passi se a Modena insegnassero "filosofie pratiche" che offrono soluzioni a concreti problemi morali, ma non mi è parso che questo fosse il contenuto delle lezioni.

Posso sbagliare, ma credo proprio che per molti andare al Festivalfilosofia voglia dire rifiutare la banalità delle risposte facili, affermare la volontà di una ricerca seria sulle grandi domande, dire a se stessi, e agli altri, "non voglio essere un immaturo". Per parafrasare una nota frase di Kant.

Eventi come quello di Modena fanno sperare che l'Italia possa rinascere moralmente e politicamente. Ma il bisogno di filosofia potrebbe essere anche l'ultimo rifugio di fronte alla decadenza politica e del costume, e quella di Modena una minoranza trascurabile ormai lontana dal resto del paese. Non sarebbe la prima volta, nella nostra storia. Speriamo che la bellezza di Modena a settembre non sia stata la bellezza di un tramonto.

monet
  
Una Costituzione a misura di premier
Franco Cordero su
la Repubblica 26 settembre

Che non siano tempi da riforma delle norme fondamentali, l´avverte chiunque abbia la testa sul collo e sensibilità all´interesse collettivo. Gl´istituti patiscono il tempo. Invecchia anche la Carta 27 dicembre 1947, entrata in vigore dal Capodanno seguente, ma resiste bene, talmente bene che qualcuno vuol seppellirla: inutile dire chi siano i becchini, campioni d´un regime personale nel segno dell´antipolitica demagogica, e vi stanno riuscendo in forma subdola. L´art. 138 Cost. regola le revisioni costituzionali: ogni Camera delibera due volte con un intervallo d´almeno 3 mesi; nella seconda è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti; le nuove norme vanno a referendum se lo chiedono un quinto degli appartenenti a una Camera o cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali, a meno che le avessero votate i due terzi. Era avvenuto sette volte, interventi particolari (il più importante nell´art 111, giusto processo: l. c. 23 novembre 1999 n. 2). Il ddl governativo n. 4862, sul quale lavora Montecitorio, è un capolavoro d´ingegneria chirurgica davanti al quale impallidiscono le opere macabre del dottor Frankenstein.
Vediamo le novità nel punto capitale, il potere esecutivo, cominciando dai nomi: Cavour, Minghetti, Depretis, Giolitti, erano "presidenti del consiglio"; Mussolini diventa "capo del governo"; B. vuol essere "primo ministro". Non è pura questione verbale. Nel suo mondo visionario l´optimum sarebbe l´investitura dal basso, mediante stupro mediatico: forte della quale, ossia "unto" dal popolo sovrano, non risponderebbe più a nessuno, planando sulla legge; ma siccome abitudini consolidate da qualche secolo impediscono le regressioni all´orda, solerti operai escogitano degli equivalenti. Sinora conferiva gl´incarichi il Capo dello Stato, tenendo conto dei dati elettorali: la vita del governo dipendeva dal voto delle Camere; due e tali restano ma, a questi fini, contano solo i deputati. Nel futuro sistema (fingiamolo instaurato) le candidature alla guida del governo emergono dai comizi: i partiti le presentano; e l´art. 92 esige meccanismi elettorali che favoriscano l´avvento "d´una maggioranza, collegata al candidato". La formula ipocritamente oscura maschera un trucco: la maggioranza relativa diventa assoluta nella divisione dei seggi; purché superi date soglie (supponiamo 20%) "l´unto" incassa un plus diventando padrone dell´assemblea. Il Capo dello Stato funge da notaio, oltre a tagliare nastri, tenere sermoni, consolare i sofferenti et similia: nomina primo ministro chi ha riscosso più voti tra i candidati; e il verbo toglie ogni dubbio sull´automatismo; "nomina" ossia "deve nominare"; non gli compete alcuna discrezione; se non lo nominasse, sarebbe abuso rimediabile attraverso la macchina dei conflitti.
Non basta la nomina garantita: bisogna tenere sotto mano gli onorevoli contro il rischio d´umori inquieti. L´antidoto infallibile è sciogliere la Camera: prospettiva calamitosa rispetto agl´inquilini; nessuno vuol rigiocarsi il posto. Dal 4 marzo 1848, quando Carlo Alberto concede malvolentieri lo Statuto, tale decreto è atto sovrano: Sua Maestà, poi il presidente della Repubblica, mandano a casa gli eletti se lo ritengono necessario, non essendo altrimenti superabile la congiuntura; niente e nessuno li obbligano; ogni tanto rispondono picche; persino Vittorio Emanuele III punta i piedi nel tardo 1924, verso l´acme della crisi Matteotti. Dieci anni fa B. cade male, dopo sei mesi, affondato da "quel Giuda" d´un capopolo leghista: s´è dimesso sotto tre mozioni di sfiducia; e salito a Monte Cavallo, chiede
nuove elezioni, sicuro dell´esito, avendo l´ordigno dell´ipnosi televisiva. Ma l´allora Capo dello Stato gli spiega come stiano le cose in sintassi costituzionale (impresa ardua: ha un interlocutore la cui logica da squalo rifiuta i termini medi): siamo una Repubblica parlamentare; l´incaricato governa grazie alla fiducia delle Camere; gliel´hanno negata; scioglierle è l´estremo rimedio; vediamo prima se affiorano nuovi schieramenti; e nasce un governo Dini, vissuto 12 mesi, mentre lo spodestato strepita in nome del popolo sovrano. L´art. 92, nuovo testo, gli assicura pieno dominio: a parte la mostruosa fortuna economica accumulata parassitariamente, la sua forza sta nel polipo mediatico o chiamiamolo imbonimento; con due o tre slogan elementari (ad esempio, "sono l´unico che voglia ridurre le tasse") miete voti a valanga; e da Palazzo Chigi convoca quanti comizi elettorali vuole, magari uno ogni stagione (succedeva nella morente Repubblica tedesca anni Trenta). Questo potere, insindacabilmente esercitabile, gli garantisce uomini del sì, tagliati su misura, pronti a votare qualunque nefandezza. Il governo diventa affare autocratico. Dieci anni fa voleva agli Interni o alla Giustizia uno stretto sodale sul quale pendono gravi accuse penali, ma il Colle aveva da obiettare ed è il presidente della Repubblica che nomina i ministri. Quel signore s´è accontentato della Difesa. Nell´Italia retta dalla Carta berlusconiana non capiterà più. Art. 95: "i ministri sono nominati e revocati dal primo ministro", suoi commessi, famigli, inservienti; li sceglie, installa, permuta, congeda. De facto avveniva nel ventennio nero: Mussolini officia dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943; la ronda dei figuranti ne conta centinaia, ognuno nominato da Sua Maestà. Vittorio Emanuele III nomina chiunque gli sia proposto (persino Giovanni Marinelli, coinvolto nell´assassinio Matteotti, sottosegretario alle Comunicazioni dal 5 novembre 1939), ma è meglio che il sovrano non s´immischi. L´art. 95 taglia corto.
Non parliamone, dicono i soliti equanimi, signorilmente annoiati: ormai l´impero mediatico è una pistola scarica in mano a B.; gl´italiani l´hanno visto al lavoro, povero diavolo; tolte gags da avanspettacolo e qualche legge pro domo sua, cos´ha combinato? Niente. Toccati nel portafoglio, rinsaviscono. Insomma, navighiamo nell´epoca postberlusconiana e non essendo più tempi da scelte manichee, niente vieta intese trasversali a proposito d´ammodernamento delle regole. In tale virtuoso ordine d´idee il centrosinistra accorda al governo l´astensione (qualcuno era incline al sì) sulle premesse d´uno smembramento dello Stato. Dio oscura la testa ai mortali "quos perdere vult". Quante furbizie suicide avevamo visto nella commedia bicamerale, né stupisce rivederle, identiche restando le persone, inaffondabili, gerontocraticamente: magari stanno ancora sui cinquanta ma sono vecchi militanti; nascevano nella pipinière del partito-chiesa. Suona da moneta falsa l´ottimismo elettorale. L´uomo resta pericoloso: a definirlo tale bastavano i quarantamila miliardi in vecchie lire d´una fortuna che cresce a vista d´occhio, trionfalmente; l´abbiamo letto pochi giorni fa; comanda i circuiti della fiera mediatica adoperandoli senza scrupoli; nella guerra da corsa nessuno gli tiene testa; ha dei punti deboli, così grossolano e narciso, ma diversamente dagli antagonisti, impara qualcosa; adesso, ad esempio, sta insolitamente quieto. Infine dispone d´una gran risorsa negli avversari volatili, remissivi, ciarlieri senza idee, rissosi. Se non esistessero, se li inventerebbe.

monet
  
La portavoce di Forza Italia


Gardini, parole in libertà
Augusto Minzolini su
La Stampa 17 settembre

ROMA Forza Italia? Ha tante anime, quella socialista però è predominante, ha troppo peso e troppo potere. Sapete, io sono sempre stata democristiana. Mio zio era democristiano, è stato segretario comunale fino al '27 poi venne cacciato. E mio padre pure è stato anti-fascista come tutta la famiglia. A casa mia si è sempre respirata un'aria di libertà, hanno smesso di essere anti-fascisti quando è caduto il fascismo. Uno combatte gli avversari dell'oggi, no? Mica quelli del passato". A due passi da Montecitorio, in un ristorante frequentato da deputati e senatori, l'Osteria dell'Ingegno, la nuova "portavoce in pectore" di Forza Italia, l'attrice Elisabetta Gardini, si allena nel nuovo difficile mestiere che si appresta ad intraprendere di fronte ad un amico e a un personaggio d'eccezione, l'anello di congiunzione tra il Cavaliere e il Senatur, cioè il sottosegretario alle riforme Aldo Brancher. E' un mestiere che l'appassiona visto che l'ha strappata al palcoscenico
Capelli neri a caschetto, occhialoni scuri, top rosa e tailleur beige la nuova arma segreta di Silvio Berlusconi per la comunicazione fa sfoggio delle sue capacità mediatiche improvvisando un mezzo show sulle sue esperienze politiche, su Forza Italia, sui suoi programmi futuri. E già in quest'occasione privata rende chiaro quale sarà il tratto distintivo del nuovo ruolo: sarà una "portavoce" senza veli, non avrà peli sulla lingua, né inibizioni. L'attrice è felice del nuovo incarico, anche se dentro Forza Italia ha avuto esperienze che le hanno lasciato l'amaro in bocca. "Quando mi sono presentata alle elezioni europee - racconta - ho avuta qualche problema con il partito soprattutto a Verona e a Vicenza. Per non parlare di un giornale di Padova che non voleva farmi fare neppure la pubblicità. Sono arrivati anche a questo. La verità è che il partito in Veneto non mi ha aiutato, ma anche se ho fatto tutto da sola ho preso 38 mila voti". E ancora: "Non è finita - va avanti con un pizzico di amarezza la Gardini - ho dovuto rinunciare anche all'incarico di assessore perché bisogna dare il posto ad un disoccupato raccomandato da Carollo (il coordinatore di Forza Italia nel Veneto, ndr)". Comunque, il peggio è passato e ora la Gardini è un vulcano di idee che vuole mettere in pratica nel suo prossimo lavoro. Ha solo certezze in testa, non un dubbio l'assale. "Cambierò - annuncia - il modo con cui finora si è inteso fare il portavoce. Qui portavano la voce dei dirigenti, io porterò la voce popolare, parleremo al cuore della gente, ci faremo capire". Ma la nuova portavoce non si ferma qui, vuole modificare anche il modo di fare politica e dimentica del comizio di due ore con cui Berlusconi ha aperto l'ultimo congresso di Forza Italia, proclama: "Io non capisco quei comizioni lunghi lunghi. Guardate, lo vedo a teatro. Quando faccio un monologo, di quelli lunghi e infiniti, quanto mi sta a sentire la gente? Cinque minuti, non di più: poi s'annoia. Pensate un comizio, di quelli che durano un'ora... Dobbiamo pensare a formule nuove, tipo i comizi-spot". Non basta. La Gardini vuole anche dichiarare guerra ai fannulloni che prosperano dentro Forza Italia specie se giovani. "Dentro il partito - non si stanca di ripetere - ci sono troppi giovani che non fanno nulla dal mattino alla sera. Nulla di nulla. Assurdo. Il partito non è nato in questo modo".
Sì, di problemi da risolvere ne ha fin troppi. Ad esempio, un portavoce deve occuparsi anche di informazione specie se, a suo giudizio, i media di questo paese non aiutano il partito in cui si milita. "Ci lamentiamo tanto ed è vero. I giornali distorcono tutto. Per non parlare della Rai. Ma avete visto cos'hanno combinato sull'Iraq? Hanno raccontato che noi andavamo a fare tutte le cose più infami quando sono stati loro a sganciare le bombe in Serbia. E' normale che succeda tutto questo? No. Ma avete visto chi erano gli inviati della Rai in Iraq? Tutta gente che veniva da Paese Sera. Adesso penseremo anche a questo". Appunto, il nuovo portavoce "in pectore" di Forza Italia non ha paura. Ha uno slogan in testa per il suo nuovo lavoro: "La verità ci renderà più liberi". Un modello di intellettuale per cui sarebbe pronta a fare pazzie: Aleksander Isaevic Solzenicyn. E una grande voglia di fare. "Ho preso casa a Roma, sulla Cassia, vicino all'ospedale San Pietro". E anche se i suoi interlocutori la mettono in guardia sui costi della politica, a cominciare dallo stipendio, lei non si tira indietro: "Lo so, ne ho parlato con Berlusconi e mi ha detto che non ci sono problemi. E se lo dice lui...!", aggiunge suscitando le risate degli altri. E' proprio vero, se queste sono le premesse il nuovo portavoce di Forza Italia dirà pane al pane, vino al vino. Non potrebbe essere altrimenti. Una neofita della politica come lei, muore dalla voglia di curiosità. "Pensate che la sorella di Tremonti - aggiunge divertita - mi ha raccontato che il fratello si è comprato una macchinetta metti-supposte. Certo, dico io, con una sorella così c'è da stare attenti, visto che racconta tutto in giro".

monet
  
Vita grama del portavoce
Filippo Ceccarelli su La Stampa 19 settembre

Non c'è pace per il portavoce. In singolare e illuminante coincidenza l'attrice Elisabetta Gardini è inciampata sul suo ruolo prima ancora di essere nominata portavoce di Forza Italia, nelle stesse ore in cui il portavoce di An Mario Landolfi stava meditando se dimettersi da quello stesso incarico per contrasti con Fini e la linea del partito.

"Io faccio questo", "io faccio quello", "io qui", "io là", comunque "io": chiaramente ha straparlato, la Gardini, ma soprattutto ha sottovalutato le orecchiette aguzze che abbondano nei ristoranti attorno a Montecitorio. A un certo punto, la graziosa portavoce in pectore si è diffusa con i suoi commensali sull'uso di certe supposte da parte dell'ex ministro Tremonti. Argomento scabroso (specie a tavola): unico precedente, un carteggio a base di supposte fra Andreotti e il povero Pecorelli. Ma dopo che Augusto Minzolini, sulla Stampa, ha dato conto della disquisizione anatomo-farmacologica l'investitura della Gardini è parsa di colpo, più che improponibile, grottesca. E l'operazione di ornamental casting di Forza Italia è stata rinviata, o cancellata.

Il travaglio di Landolfi, onesto portavoce di An per più di due anni, è assai meno divertente, legato come sembra a una sottile anche se diversa valutazione in materia di riforma costituzionale tra lui e Fini, che in pratica gli ha detto: caro Mario, o la pensi come me, oppure non puoi più fare il portavoce. Punto e a capo.

Ora, si tratta di due casi piuttosto diversi, come diversi sono il genere, l'aspetto, la natura, la provenienza, la caratura politica e magari anche i traguardi esistenziali dei due personaggi. E tuttavia, un brutto giorno, entrambi hanno incontrato un comune e miserevole destino per il tramite di quel mestiere che, sotto l'ambigua ma appetibile denominazione di portavoce, sempre più si va configurando come nudo e crudo sinonimo di porta-croce.

Si perdoni qui la facile assonanza, e ogni irrispettoso fraintendimento, ma al giorno d'oggi nessuno più del povero portavoce porta su di sè il peso, il gravame doloroso, la croce, di una società politica che non è mai stata così ciarliera, orecchiante, pappagallesca, egoista, conformista, market-oriented e quindi anche tecnicamente un po' loffia. E quindi parecchio a rischio.

Di questo andazzo per così dire strutturale e pubblicitario il portavoce è l'evoluto cireneo. Opera nello spazio esiguo che c'è tra il leader e i giornalisti, cioè fra incudine e martello, brace leaderistica e padellone mediatico. Non si capisce bene cosa si voglia da lui, né che cosa deve fare rispetto a quali target, dove esattamente deve portarla, questa voce, e perché. Si sa solo che è vicino al potere, e anche per questo invidiatissimo, ma quanto al mansionario e alle responsabilità, niente: al ristorante quanto in Parlamento s'arrangi, parli sottovoce, o sopra le righe, comunque peggio per lui, o per lei.

L'unico dato certo è che con sospetta regolarità i portavoce si bruciano, oppure finiscono per mettere la lingua nel tritacarne, o cadono come birilli, o vengono gettati nel cestino tipo kleenex. Avanti il prossimo. Tremonti, per dire, ne ha cambiati tre in due anni. La categoria vive perciò in rassegnato affanno e funzionale precarietà, incerta se sia un premio o una punizione fare sì- sì con il capo fra il pubblico di Porta a porta o mettere due righe di comunicato dentro il fax, partecipare allegramente alla partitella dei politici contro la nazionale dei cantanti o disperatamente, alle undici di sera, cercare di capire cosa hanno scritto o non scritto i giornalisti con i quali talvolta ci si illude di condurre temerarie operazioni di spin.

Vengono in mente versi malinconici, l'ideale lamento del portavoce: si sta come d'autunno sugli alberi le foglie. E già pare di ascoltarle quando, una volta per terra, si accartocciano. Più la politica è muta, più ha bisogno di voci da portare in giro.

rembrandt
  
Cinque ragioni per riscoprire la "Leonessa"
Fiorella Minervino su
La Stampa 24 settembre

Una notizia allarmante ha scosso di questi giorni operatori del settore, e chi ama profondamente questo nostro Paese dalle bellezze sconfinate, tesori e monumenti artistici unici al mondo. L'Italia, al primo posto per l'Unesco come partimonio per l'umanità, quanto a turismo è calata al VI in Europa. Quella appena terminata si confermqa la peggior estate negli ultimi 10 anni. Che fare? Forse gli italiani dovrebbero riscoprire questo Paese in ogni angolo, esplorarne le innumerevoli meraviglie e riccchezze, pure nei luoghi meno accessibili e noti. L'abitudine invalsa delle vacanze all'estero per un Paese che già viaggia per lavoro, è in parte un'assurdità.

L'autunno è proprizio per organizzare weekend in città d'arte o visitare eventi tali da invogliare i pigri a girare per strade più sgombre di questo incantevole Paese che sedusse Goethe, lady Montague, Ruskin, i Gogol, Henry James, Proust e così via. Dovremmo imporci di rifare il Grand Tour di settecentesca memoria, non a dorso di mulo o in carrozza, seguiti da briganti, bensì in comode auto per le confortevoli strade di casa nostra, ci imbatteremmo in territorio e ambiente che, là dove meno degradati, restano fra i più magici del mondo. Studiosi come André Chastel nel XX secolo, non nel '700 o '800 venivano invogliati da professori come Focillon a visitare "a piedi" una regione d'Italia per anno. Sicchè Chastel, lo storico dell'arte francese che meglio conosceva la penisola, dalla Toscana all'Umbria, anno dopo anno, se la fece tutta camminando, conosceva pietra dopo pietra, pieve dopo pieve. Anche il critico Luigi Carluccio ricordava di aver attraversato a piedi, da giovane, talune parti d'Aitalia. Non si può pretender troppo, ma almeno muoversi da casa.

Un'occasione ghiotta viene da una città superba, la Leonessa d'Italia, la definì il Carducci per il coraggio mostrato durante le 10 giornate, che occulta infiniti tesori, incantevole bellezza, dietro riserbo, sottotono di buona educazione centenaria, desiderio di non esibire i propri beni. Città che vanta una cinta muraria romana, visibile solo in un tratto, il Capitolium, Chiese mirabili, musei come Santa Giulia, monastero fondato nel 753 d.C. dal re Longobardo Desiderio, e altri che svelano tesori, palazzi straodinari con giardini interni, collezioni in Biblioteche come la Queriniana. A rendere Brescia "Visibile mediaticamente" come si dice con atroce luogocomune, è un vero manager delle mostre unite al turismo. E' Marco Goldin, non eccelso storico dell'arte, capace però di far accorrere migliaia di visitatori, in mostre dai titoli "colossal", in passato non sempre memorabili, in luoghi ameni per weekend. L'abilità di Goldin sta nell'ottenere prestiti da musei neghittosi, offrendo non opere, ma masse di visitatori in cambio e dunque ricavi. Per Brescia 5 sono le esposizioni previste, di livello ottimo, condite con giri nei dintorni, ottimi ristoranti. Le esposizioni per la città severa ed esigente tendono a valorizzare gli stupendi Musei e collezioni locali. Prendono l'avvio tutte il 23 ottobre e terminano il 20 marzo 2005. La Star è Monet e la Senna, al Museo di Santa Giulia, con 50 dipinti dell'artista sul tema del fiume quale avventura di luce, colore, forme, da Honfleur sino alla Giverny delle ninfee, con 40 dipinti di compagni di strada, da Renoir a Pissarro. Poi, nel medesimo Museo, una mostra strepitosa Tiziano e la pittura del 500 a Venezia. Capolavori dal Louvre, curata dai due direttori del Museo, propone una decina di opere strabilianti, fra cui ritratti e temi religiosi di Palma il Giovane, Tintoretto, Tiziano, Veronese. Nella Pinacoteca Tosio Martinengo, ecco Da Raffaello a Ceruti, capolavori della Pinacoteca, 50 dipinti da XV al XVII secolo, con Foppa, Savoldo, Romanino, Moretto, Moroni, Tintoretto, i Campi, Lotto, Raffaello, Cifrondi, Ceruti. Sempre alla Pinacoteca, fra le meraviglie: Da Duerer a Rembrandt a Morandi, capolavori di incisioni collezionate con Schongauer, Duerer, Luca di Leyda, Rembrandt, Piranesi, Goya, Daumier, Morandi; infine un'antologica di 30 dipinti del veneziano Gino Rossi a Santa Giulia. Per le vie dell'arte, consigliate: Gardone con il Vittoriale, casa museo di D'Annunzio e Lonate con la Fondazione Ugo da Como e 3000 oggetti interessnti, poi i colli, i laghi e la città indimenticabile nella luce d'autunno.

tiziano
  
Tre blog

Macchianera

L'Italia si ritira dall'Iraq!
22 settembre Riccardo Orioles (tanto per abbaiare)

“La guerra di Bush è illegale”
. Dopo la (tempestiva) dichiarazione del segretario dell'Onu Kofi Annan, il governo italiano s'è riunito d'urgenza per riconsiderare la posizione del nostro contingente in Iraq. Considerato che gli appalti dell'Eni a Nassirya - il motivo iniziale dell'intervento - non sono stati rinnovati, è stato deciso di rimpatriare le truppe e di chiedere semmai alle Nazioni Unite, in cambio di questo adeguamento alle loro posizioni, il famoso seggio italiano al Consiglio di Sicurezza.
“Ma così facciamo la figura degli zapateri!” ha obiettato qualcuno. “Ma così lasciamo in mutande gli americani! In fondo militarmente siamo la terza forza d'occupazione!”. “Non possiamo ammainare così la bandiera italiana! In Italia noi leghisti con la bandiera italiana ci puliamo il coso, ma in Iraq vogliamo vederla sventolare!”.
Alla fine, è stato deciso che l'Italia in quanto governo non parteciperà più alla guerra ma che il sostegno militare agli Stati Uniti non verrà affatto ridotto ma anzi rafforzato mediante l'invio - sotto l'esclusiva responsabilità dei singoli - di volontari. Questi verranno raccolti nel CVIK (Corpo Volontario Italiano in Irak) al comando del colonnello Junio Valerio Borghese. Ai volontari - per ordine personale, a quanto si dice, di Fini - sarà vietato fumare spinelli, parlare con gl'indigeni, tenere blog o scrivere ai giornali.
Le domande d'arruolamento sono finora circa quindicimila: in testa le province di Varese e Bergamo (dove molti dei duecentomila leghisti che dovevano insorgere dieci anni fa si sono ripresentati ai gazebo delle Camicie Verdi), ma anche in Sicilia, in Veneto, in Sardegna e a Roma gli organizzatori hanno dovuto faticare per contenere la folla dei giovani e meno giovani volontari. Al grido di “Viva l'Italia” o “Viva la Padania” i vari partiti hanno fatto a gara a offrire la loro migliore gioventù alla Patria.

A Milano, mentre a piazza Padania i leghisti si accalcavano vociando sotto il Sole che Ride, Gianfranco Fini consegnava personalmente i primi moschetti ai giovani della Legione Muti in piazza San Sepolcro. “Vinceremo!” ha gridato uno sconosciuto ragazzo di Forlì ricevendo l'arma dal Capo. Al che il vecchio Ignazio La Russa (comandato, come tutti gli altri dirigenti di An, a un turno di sei mesi alla testa delle truppe) non è riuscito a trattenere una lacrima. “Un seniore della milizia non piange!” l'ha rimbrottato l'adolescente. “Piangevo per la gioia di poter finalmente morire per la Patria!”.
Una gioia che verrà a quanto pare negata a Vittorio Feltri, al quale l'Ordine dei Giornalisti ha proibito di partire armato per Bassora (“il giornalismo dev'essere neutrale”) e ad altri valorosi colleghi che pure si erano presentati fra i primi. Di loro è riuscito a partire, con un abile escamotage, il solo Giuliano Ferrara che ha trasferito la sede legale del suo giornale a Tikrit. Probabilmente è riuscito a scivolare al fronte anche il coraggiosissimo Roberto Farini che - a quanto si dice - si sarebbe arruolato negli spahis sotto falso nome.
Ma il momento più commovente è stato vissuto in Parlamento, quando il capogruppo della Destra Calderoli ha annunciato nell'emozione generale che tutti i deputati e senatori leghisti saranno sostituiti da altrettante donne (non in grado ovviamente di resistere ai disagi iracheni), mentre il gruppo parlamentare si trasferirà, armato, a Bagdad e Nassirya. L'annuncio è stato accolto da un silenzio commosso e poi da uno scroscio irrefrenabile di applausi da tutti i settori. Infine, in piedi, i deputati hanno intonato a gran voce Giovinezza e l'Inno di Mameli.

tiziano
  
Leonardo

La città delle finestre che brontolano 22 settembre
In Emilia-Romagna vivono gli italiani più ricchi, dice. E uno si chiede, sì, ma dove? In città, in montagna, al mare, a Forlimpopoli, a Tolè?
Io me lo sono chiesto spesso, ho fatto quel che si dice delle ricerche.

Purtroppo sono una persona un po' più stupida di quel che sembra, e posso metterci a volte decine d'anni a vedere una cosa che magari voi trovate evidente.
Per esempio: ci ho messo una decina d'anni per accorgermi che le finestre del Centro Storico di Modena erano tutte chiuse, anzi sbarrate, con gli scuri. Da mane a sera, d'estate come d'inverno. E siccome sono curioso, ma stupido, per un'altra decina d'anni mi sono chiesto: perché?

Naturalmente sono partito dalle ipotesi più astratte. Per esempio: non ci abita nessuno. Stanno tutti a Montale Rangone, e piuttosto di affittare ai nigeriani tengono tutto chiuso, così i prezzi lievitano (a quel tempo non sapevo che un nigeriano, in termini d'affitto, vale più di un autoctono. Stupido).
Oppure sono anziani, neanche cattivi, solo un po' timidi, come in certi paesini della bassa dove suoni il campanello e non viene ad aprirti nessuno, poi dopo un po' si affaccia il vicino, ti dice che la signora è all'ospedale da tanto tempo, e il marito è morto, e i figli non vengono mai… una città fantasma, pensate, al centro di una provincia industriale.
Oppure (visto che dalle grate di certi scuri cominciavano a sentirsi suoni misteriosi e squillanti), perché no, i cinesi. Come in certi casolari della bassa, sigillati, pieni di piccoli cucitori abusivi che non escono mai, l'unico segno di vita è la parabola sul tetto…

La spiegazione, naturalmente, era molto più banale. Anzitutto, quelle che io credevo abitazioni, otto casi su dieci erano uffici. Perché venivo dal paesello e mi mancava tutto un mondo di avvocati e notai e assicuratori e bancari e commercialisti, che alle cinque o alle sei staccano, più o meno quando mettevo fuori il naso io.
E poi non avevo mai riflettuto alla forma di quelle case, che non erano parallelepipedi col tetto triangolare, come ero convinto che fossero tutte le case del mondo perché da bambino col lego io le facevo così, ma avevano tutte il loro bel cortile interno, verso il quale naturalmente preferivano aprire le finestre. Tuttora continuo a dimenticarmelo, e se per caso un portone schiuso mi sbatte in faccia la realtà, ci resto di sasso: metà del centro storico è chiusa al pubblico!

In quei cortili (che io immagino sempre verdissimi, con una statua di Prassitele e i nanetti), vivono, secondo me, gli italiani più ricchi. Non escono molto, tanto dove vuoi andare la sera a Modena. Si svegliano alle due del pomeriggio, si sistemano nel triclinio, divorano piatti di tortelloni all'aceto balsamico (riserva speciale), vomitano nell'apposito vomitarium, e attaccano la salama da sugo. Il pranzo termina verso le 18, in tempo per l'aperitivo.
Le ragazze più ricche d'Italia invece non mangiano mai, sono magre e stronzissime, fanno sesso estremo, e quando si stancano ci scrivono un libro e giustamente ce lo vendono. Questa è la mia idea dei ricchi. Potete considerarla insulsa, la fantasia di un cretino, e indubbiamente lo è. Ma altrimenti, cosa dovrei credere? Che i ricchi vadano in giro per le stesse strade che giro io, con la stessa faccia grigia che porto io, che facciano la gara con me ai semafori al lunedì mattina? No, lasciatemi alle mie fantasie da basso impero.

Domenica, per la prima volta in vent'anni, ho saltato il turno a stappar bottiglie alla Festa del Lambrusco di Sorbara e ho fatto un salto al Festival di Filosofia. E mi sono, ebbene sì, divertito.
C'era Fabio De Luigi, un ragazzone simpatico che tutto il mondo conosce perché faceva il comico con la Gialappa, che leggeva le Cosmicomiche di Calvino nella piazzetta della Pomposa.
Ora, De Luigi è molto simpatico, e gli basta arricciare il naso per far ridere la gente, ma se c'è qualcosa di cerebrale e difficile da recitare, quelle sono le Cosmicomiche di Italo Calvino. Lo stesso De Luigi sembrava essersi scelto le Cosmicomiche più cerebrali e impervie del mazzo. Ci voleva del coraggio, dico io.
Eppure, incredibile, stava funzionando. La piazzetta era piena, ma che dico, piazzetta. Diciamocelo, che la Pomposa è una piazza quando vuole, e che Modena ha delle belle piazze se si impegna, piene di gente che si appassionano alle Cosmicomiche di Italo Calvino. E quando ne terminava una, la gente gliene chiedeva un'altra, e ridevano, e applaudivano, e restavano zitti e seguivano…

Finché da una finestra di fronte, non si è sentita forte e chiara una voce, vox clamans in piazzetta:
"O, è ancora lunga? No, perché domani noialtri avremmo da lavorare".

Detto con un orgoglio, avete presente, come se l'indomani a lavorare ci dovesse andare lui, solo lui: e tutti gli altri, buoni da niente, seh, filosofi, t'la dàg mè, la filosofia.
E non aveva nemmeno aperto lo scuro: la luce filtrava dalle fessure. Neanche la curiosità di vedere chi era quel pazzo che leggeva le Cosmicomiche. No. Ciavèdi, toti ciavèdi. Domani è lunedì, altroché. Silenzio. E poi risa, e applausi, ma era Modena che si rideva dietro dopo l'ennesimo sfondone. Il bello è che magari quel signore lì doveva alzarsi davvero presto, alle sei o alle cinque, chissà.
E che magari rimpiangeva anche lui il tempo in cui non volava una mosca, in piazzetta, ché gli spaccini controllavano il territorio che era un piacere. Mentre ora, tutte 'ste iniziative, e gli artigiani, e i bambini, e i concerti, e che due maroni, eh?

Non erano neanche le undici di sera, Fabio De Luigi ha promesso al vuoto che avrebbe finito in fretta, e intanto io cominciavo a rivedere le mie teorie sul centro storico. Che non sia davvero una città fantasma, piena di gente non cattiva, forse un po' timida, ma anche un po' troppo stronza? Che non c'è nessuna povertà, nessun mestiere difficile, nessuna sveglia puntata che ti permettano di disturbare una festa di centinaia di persone tranquille, alle undici di sera. Roba che bisognerebbe denunciare te, proprio te, per schiamazzi notturni, per disturbo della pubblica gioia.
Un ricco vero, questo, non lo farebbe mai. E neanche un povero vero, credo. Il problema con noi emiliani, forse, è che siamo rimasti incastrati in mezzo. E non ci schiodiamo. Sigilliamo le fessure e resistiamo.

(ricordo alle lettrici che alla Pomposa c'è il negozio di borse e indumenti fatti/e a mano più esclusivo dell'Emilia Romagna, e quindi dell'Italia, e dell'Universo tutto).


Personalità confusa

Uno scambio di e-mail
ovvero: puntuale e inutile resoconto di uno scambio di email con il sig. Marquant 22settembre

Confuso,
sono preoccupatissimo. Stanotte ho sognato che il Faceroll era pieno di mie foto nelle espressioni più scomposte: mentre dormo russando a bocca aperta, mentre aggredisco un pezzo di pizza con l'unto che mi cola sul mento, mentre col dito cerco qualcosa di inedito nel naso. E' che questa cosa della fotografia digitale ci sta sfuggendo di mano. A tutti. Ma non li vede? Una volta, pur di non sprecare un centimetro di pellicola, ti chiedevano non dico il permesso, ma almeno di metterti in posa. Persino troppo in posa. Adesso sembra che tutti debbano ammortizzare psicologicamente il costo della macchinetta digitale: e quindi scattano, scattano, scattano. Senza dirtelo, il più delle volte. Sei lì che con la lingua cerchi tracce di schiuma del capuccino sulle tue labbra, e con la coda dell'occhio ti accorgi di essere già nell'archivio digitale di qualcuno. Poi forse su internet, poi chissà. Non ce la faccio più. Rivoglio indietro le mie espressioni facciali.
Ma lei, ce l'ha la macchinetta digitale?

Marquant,
la macchinetta digitale ce l'ho. Ha presente quegli amici che ti dicono che loro quando devono rifornirsi di elettronica vanno in america e "là gli apparecchi elettronici non costano niente anzi a new york c'è un negozieeeeeeeetto che conosco solo io dove le macchine fotografiche digitali non è che te le vendono, te le regalano quasi!".. Ecco, a uno di quei boriosi amici ho chiesto di procurare una digitale a buon mercato pure per me. E lui, preso alla sprovvista, ha dovuto eseguire. E' tornato indietro con una canon di cartapesta da 250 euro, insomma non era proprio regalata, però meglio che niente.

Uh. Quelli che a New York si muovono a occhi bendati e che non sanno dov'è Solbiate Olona. Insopportabili. Ma lo sa che ci pensavo proprio ieri sera? Ho 36 anni e non sono mai stato in America (be', neanche a Solbiate Olona, a dire il vero. In altri posti sì, ma in America e a Solbiate Olona no). E' triste, no? Mi sento così provinciale, certe volte. Insomma, lo ammetto, la mia è tutta invidia.
Confuso, non ha uno psicoterapeuta da consigliarmi? Uno bravo, per piacere.

Caro Marquant,
non conosco psicoterapeuti, e sono fortemente contrario al turismo negli Stati Uniti: ho giurato a me stesso di non visitare mai i Parchi. Ma le pare che debba farmi ventimila chilometri per trovarmi in un bosco a fotografare un cervo, o un albero? Che poi pure le città americane non sono nulla di speciale, sa? Ad esempio, anni fa fui da Los Angeles. Ebbene, immagini Sesto San Giovanni con una superficie cento volte più grande e le case un po' più alte. Ecco, Los Angeles è così. Invece, stavo facendo la lista delle regioni italiane dove non ho mai messo piede, e il risultato è stato fin troppo banale: mi mancano solo l'Abruzzo, il Molise e la Calabria.
Sarà grave?

Caro Confuso,
se vogliamo metterla sui numeri, a me mancano solo Sicilia e Friuli. Poi forse Marche e/o Abruzzo e/o Molise, o forse solo una delle tre: sono regioni che francamente distinguo a fatica. Però ci sono passato più volte in treno, quello che segue la linea dell'Adriatico. Ricordo che anni fa, proprio su quel treno, un ragazzo di Sesto stava broccolando spudoratamente con una ragazza inglese, e forse per colpirla le disse: "I'm from Sesto San Giovanni, an industrial town... It's the Manchester of northern Italy". La ragazza non sembrò colpita affatto. Io avrei colpito lui, invece: "de mancéster of nortern itali", ma come gli è venuto? Comunque, prendo atto che tutti e due non abbiamo visitato una regione dell'estremo nord e una dell'estremo sud.
Vorrà dire qualcosa?

Caro Marquant,
quello di non distinguere Abruzzo Molise e Marche è un problema comune a molte persone: scommetto che non si ricorda nemmeno in quale delle tre si trovino Chieti e L'Aquila, e che confonde Macerata con Matera, la quale peraltro si colloca in Lucania o Basilicata che dir si voglia. Sesto San Giovanni - lo sanno tutti - non è la Manchester ma casomai la Stalingrado italiana, e questo per via dell'orientamento politico della popolazione locale. Quanto alla sua domanda vorrei farle tuttavia notare che io ho visitato tutte le regioni del settentrione, ivi compresi il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige. E' evidente che lei ha problemi non solo con la geografia ma anche con i punti cardinali.
Dunque lei da bambino andava male a scuola?

Caro Confuso,
chissà a che pensavo. Certo che lo so dove sono ubicate le regioni che lei non ha visitato. Però è vero, con la geografia e i punti cardinali ho sempre avuto qualche problema. Pensi che l'altra sera, sentendo parlare di Dubai, ho innocentemente chiesto se si trovasse in Senegal. Inutile ogni tentativo di recupero (e meno male che non me ne sono uscito con una cosa tipo "Ah, scusate, avevo capito Gubai, quel villaggio vicino Drakkar Noir"). Che figura. Però a scuola andavo bene, geografia a parte. Né mi sfugge la differenza tra Matera e Macerata: nella prima hanno girato "The Passion", nella seconda no. E visto che mi usa questo tono, la sfido a elencarmi da nord a sud i capoluoghi della Puglia.

Foggia Bari Brindisi Taranto Lecce.
Aggiungo che Trani è a nord di Martina Franca e che Otranto è più a sud di Alberobello. Ma mi scusi, non volevo sembrarle scortese. Ad ogni buon conto io alle elementari andavo abbastanza bene, e anche alle medie. Al liceo invece no: disegnavo le caricature dei professori sul diario e facevo le loro imitazioni. Insomma, i professori mi hanno scoperto e l'intero corpo docente ha preso a vessarmi. Avevano deciso che ogni anno mi avrebbero rimandato a settembre in una materia sorteggiata a caso, a prescindere dai voti. Sono certo che lei invece era bravissimo e aveva 10 in condotta.

Senta,
non amo che mi vengano rinfacciati i miei meriti del passato. Che dice, la chiudiamo qua?

Come vuole (quindi è vero, lei era il primo della classe).

veronese
  

   26 settembre 2004