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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 29 agosto 2004

Nota introduttiva
1
. Una prolungata caccia in Google mi ha consentito di catturare diverse immagini di Jacovitti, e ne inserisco alcune nella settimana in rete.
2. Non ci volevo credere. Ho letto le frasi che Renato Farina e Vittorio Feltri sono stati capaci di scrivere in questi giorni. La nausea è il naturale sentimento che ispirano, ma è bene leggerle, per non dimenticare, come dice Barbara Melotti. E per cambiare marciapiede, se si incontrano per strada due siffatti personaggi. Farina poi è impagabile: negli stessi giorni in cui scriveva queste frasi gorgheggiava sulla comunità cristiana al meeting di Rimini. Per compensazione, ho inserito un bellissimo post che tempo fa Enzo Baldoni scrisse per una sua mailing list.
p.c.

jacovitti
  
Le parole di Enzo Baldoni
E quelle di Feltri e Farina…
sul blog di
Claudio Sabelli Fioretti


Basta lacrime

da Gianluca Freda (e da Enzo) 28 agosto

Avrei voluto parlare della disperazione che mi ha preso nel sapere della morte di Enzo Baldoni. Poi ho letto il pezzo che allego, scritto da Baldoni un po' di tempo fa per la sua mailing list, e ho deciso di non essere maleducato. Basta, basta lacrime. Passo e chiudo.
"...Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi dovesse succedere anche a me di morire - evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni - ecco le mie istruzioni per l'uso. La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L'ora? Tardo pomeriggio, verso l'ora dell'aperitivo.
jacovitti
  
Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra. Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all'epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent'anni. Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e i miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po' più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l'orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po' anche a me. Voglio che si rida - avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte - . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considererei un'offesa alla morte, bensì un'offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski."



Per non dimenticare
da Barbara Melotti 27 agosto

Una frequentatrice di questo blog, un'amica, una volta mi disse essere Renato Farina, che conosce bene, una persona "dolce e timida". Questo tenerone e il suo capo, nelle pochissime ore intercorse fra la certezza del rapimento di Baldoni e la sua morte, e in solo 3 articoli 3, sono riusciti a scrivere una quantità di infamie difficilmente immaginabili da persone perbene. Oggi il "dolce" Farina tenta di accreditare l'improbabile tesi che tutto quanto scritto in negativo dovesse "anche" contribuire a salvargli la pelle. Non ci crederemo. E non dimenticheremo. Qualche esempio

alcune, spero immortali, parole da Libero

Renato Farina:
"Gli esperti dell'intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull'orlo dell'abisso. Non appaiono intorno all'italiano uomini armati e mascherati. Potrebbe essere una recita"

e ancora:
"Garantiamo, nel nostro piccolo, ai suoi rapitori islamici: tifa per voi, per la resistenza irachena. Non è musulmano, è milanese; non aderisce ad Al Qaeda, per carità, ma in fondo giustifica chi spara ai marines. Li conosciamo i documenti antimperialisti dove si solidarizza con “le ragioni economiche, politiche, morali che spingono gli oppressi del mondo a combattere con le armi contro l'America e i suoi servi sciocchi, ad esempio Berlusconi”. Baldoni era di tale fatta. Lo ribadiamo volentieri, Signori dai lunghi coltelli: è del tipo di occidentale che piace a voi: antiamericano. Confidiamo basti"

e non basta:
"Resta la possibilità di una truffa abominevole. A favore di tale ipotesi sta la serenità di Baldoni: su Al Jazeera pare sorridere come in un filmino familiare. Quasi che dopo il rapimento, gli avessero assegnato la parte da recitare: sappiamo che sei un bravo pacifista, poi ti liberiamo, e spieghiamo al mondo che se tutti gli italiani fossero come te, il vostro Paese potrebbe dormire sonni tranquilli."

e poi:
"Ed è davvero il colmo che un antiberlusconiano come Baldoni sia ritenuto servo di Berlusconi. Per i fondamentalisti se un infedele va in Iraq, può essere persino collaboratore di "Diario" e di "Linus", amico di Che Guevara, ma resta uno cui Berlusconi doveva impedire di andar lì. Un po' grottesco, quasi che non sapessero la libertà che c'è in Italia. Troppo finto per essere vero. E in palese contrasto con la consapevolezza ideologica da no global all'amatriciana, che inzuppa il comunicato."

Vittorio Feltri:
jacovitti
  
"Se esaminata cinicamente, cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all'Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?). Evidentemente, da buon giornalista della domenica egli ha preferito cedere all'impulso delle proprie passioni insane per l'Iraq piuttosto che adattarsi al senso comune. Ciascuno fa come gli garba. E se a lui garbava di mettere a repentaglio la ghirba allo scopo di essere la caricatura dell'inviato speciale, forse sognando di diventare un Oriano Fallaci o un Ettore Mo, c'è poco da obiettare. Molto da obiettare invece c'è sul fatto che adesso tocchi allo Stato italiano di toglierlo dalle pettole (dal milanese: peste). Vabbè. Non facciamoci guardar dietro spendiamo quanto c'è da spendere per riportarlo a casa, questo bauscia simile a certi tizi i quali, durante il week end, indossano la tuta mimetica e giocano ai soldatini nelle brughiere del Varesotto."

e anche:
"Baldoni stesso è inebetito dalle ideologie nate dalle ceneri delle ideologie: legge davanti alla telecamera il comunicato dei suoi aguzzini, in cui si dà del criminale a Berlusconi, e ne gode, glielo leggi in faccia che gode; e il video non inganna."

e infine:
"il filoiracheno Baldoni candidato alla decapitazione è un pubblicitario (mestiere più capitalistico non esiste) il quale ha sempre lavorato per aziende americane: Mc Donald's, Coca-Cola, Ibm, Shell, solo per citare alcuni nomi. Scusate cari lettori, più pirla di così è inimmaginabile. Ti guadagni la pagnotta (e non solo quella) ideando e realizzando spottini consumistici per le multinazionali odiate a sangue; le odii al punto da farti fotografare armato con un paio di beduini; poi arriva agosto, le schifose multinazionali (che ti strapagano) ti garantiscono (contrattualmente) lunghe ferie e tu, pistola, vai a trascorrerle in Iraq nei panni del samaritano islamico e complice di chi vuole decollarti. Enzo, hai qualche filo staccato."

non dimenticheremo

jacovitti
  
Fahrenheit 9/11 di Michael Moore

L'imperatore improbabile
Lietta Tornabuoni su
La Stampa 26 agosto

"Fahrenheit 9\11" di Michael Moore (11 settembre, 2001, è naturalmente il giorno del terribile attentato alle Torri Gemelle di New York, con le sue migliaia di morti; e Fahrenheit, Gabriel Daniel, è il nome dello scienziato tedesco che nel Settecento stabilì la scala di misurazione delle temperature tuttora più diffusa nei Paesi di lingua inglese) è il primo film-documentario politico che abbia mai vinto la Palma d'oro nei 57 anni di vita del festival di Cannes: e per di più con quindici minuti di applausi entusiasti degli spettatori. Anti-Bush e pacifista, americano premiato da una giuria presieduta dall'americano Quentin Tarantino, composto da filmati preesistenti e da interviste senza alcun brano d'invenzione, scritto, prodotto e diretto da Moore per la "Cane Mangia Cane Films", il pamphlet esamina in quasi due ore gli anni, le indecenze, gli errori e la politica estera dell'attuale presidente americano, l'improbabile ascesa "di un mediocre petroliere texano divenuto imperatore d'Occidente".

Molte riflessioni sono quelle ben note dell'opposizione internazionale a Bush. Due informazioni, anche se non del tutto inedite, sono molto interessanti. Subito dopo l'11 settembre, sostiene il documentario, per iniziativa della presidenza un volo speciale venne organizzato per allontanare dagli Stati Uniti, prima che i servizi segreti li interrogassero, venti componenti della famiglia di Osama Bin Laden che risiedevano nel Paese per ragioni di studio, di salute, di lavoro: i Bush avevano fatto affari con Osama Bin Laden che aveva investito in Texas nell'immobiliare e in altri settori. Il massimo zelo venne poi impiegato per proteggere i diplomatici e alcuni uomini d'affari dell'Arabia Saudita, "proprietari del 7% dell'America", amici di Bush padre rappresentante del Carlyle Group e di Bush figlio "le cui società si suppongono in parte finanziate dai sauditi". In periodi precedenti, anche leader talebani erano stati ricevuti molto amichevolmente da Bush.

"Fahrenheit 9\11" denuncia l'oziosità di Bush, sempre intento a giocare a golf, pescare, passeggiare col cane, a riposare nel ranch. Il 42% del tempo di presidenza sarebbe stato da lui dedicato alle vacanze ma quando Moore riuscì anni fa a incontrarlo le rapide battute del dialogo furono: "Governatore Bush, sono Michael Moore", "E perché non si trova un vero lavoro?". Il regista denuncia, attraverso interviste e filmati, il "voto fraudolento" che nel 2000 portò Bush alla presidenza: gli afroamericani privati dei loro diritti, l'intervento della Corte Suprema e, durante le manifestazioni contro l'insediamento, il desolato cartello "Dio ci aiuti". Insieme con il rosario delle clamorose, ripetute bugie sulle armi di distruzione di massa risultate inesistenti in Iraq; insieme con il Patriot Act, strumento legislativo che consente di limitare i diritti personali, non letto prima di votarlo da nessun parlamentare, il film denuncia la politica dello spavento che per via del terrorismo immerge il Paese in una paura costante, paralizzante.

Ma il merito di "Fahrenheit 9\11" sta soprattutto nel mostrare quel dolore umano che le televisioni non fanno vedere mai: le madri disperate, le famiglie colpite dalla guerra in Iraq, i soldati delusi e avviliti, i reduci abbandonati all'ospedale con le loro mutilazioni, la desolazione dei parenti delle vittime dell'11 settembre. E, a contrasto, il presidente Bush che, la mattina dell'11 settembre, legge favole ai bambini d'una scuola elementare e che, quando qualcuno parlandogli piano all'orecchio gli comunica ciò che è accaduto, scuote la testa e sèguita a leggere favole, con la continuità catafratta di chi non vuole ammettere il peggio. Oppure il presidente Bush che, preparandosi ad apparire alla tv, sorride (di più, di meno), volge lo sguardo a destra e a sinistra, fa le prove, fa il carino.


La tragedia di un uomo ridicolo
Furio Colombo su l'Unità 25 agosto

Spero che nessuno rida guardando Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, nonostante il susseguirsi di gag, di battute, di trovate apparentemente comiche in questo film che non lascia neppure un fotogramma senza una netta intenzione politica. L'intenzione è una implacabile accusa contro il presidente americano George Bush, una arringa senza pause e senza tregua. Ma né la frequente scossa di comicità né la forza dell'accusa sono il vero filo conduttore del film. Contro le apparenze, contro le involontarie risate che farete guardandolo, Fahrenheit è un film tragico, percorso da una profonda tristezza e da un filo, appena un filo di speranza.
jacovitti
  
Quello che vedete vi sembrerà una presa in giro di George Bush, un uomo disorientato e incapace - ma sostenuto da amici potenti - che vince le elezioni col trucco e dichiara con l'inganno una guerra pericolosa, dall'esito paurosamente incerto ("10 anni per uscirne", ha annunciato nei giorni soccorsi il quotidiano americano "Usa Today"). L'uomo che vedete, vero protagonista del film, vi apparirà qualcuno che non è intelligente, non è spiritoso, non ha alcun carisma, non è in grado di richiamare attenzione, raramente completa (se non legge) una frase, raramente pronuncia giusto un nome o un parola che non gli siano consueti, e spesso appare incerto in attesa di un copione.
D'accordo, con i montaggi si fanno miracoli e questo film di Michael Moore è un capolavoro di montaggio. Ma non c'è montaggio in un punto chiave della storia. Il giorno è l'11 settembre, il luogo è una scuola elementare della Florida, l'ora, sovra-impressa alla scena fin dal momento in cui quella sequenza è stata ripresa, indica che sono le 9 del mattino. Attenzione, le 9 del mattino dell'11 settembre. Sono passati 15 minuti dal momento in cui il primo aereo dirottato è andato a esplodere contro la prima delle due torri gemelle, quella più a nord-est. Nell'inquadratura si vede che qualcuno comunica qualcosa al presidente, che guarda nel vuoto e poi comincia a leggere per i bambini da un libro di fiabe. Sono passati 11 minuti dall'impatto mortale di un altro aereo dirottato contro la seconda torre, quella di sud ovest. Infatti vediamo che il presidente degli Stati Uniti viene avvertito con la frase - "signor presidente, il Paese è sotto attacco". Sono le 9,06, le 9,07, le 9,10 (leggiamo lo scandire dei minuti in basso a sinistra) e Bush - che ha smesso di leggere la fiaba - non si muove e guarda in modo interrogativo verso la camera. Quel viaggio per visitare bambini e scuole in uno Stato governato dal fratello Jeb evidentemente non prevedeva la presenza di un consigliere capace di intervenire e decidere. C'è scritto 9,15 sullo schermo, quando si vede qualcuno che viene a prendere Bush. "Non mi convince, nessuno è così stupido", ha detto Norman Mailer, lo scrittore americano, intervistato dal figlio sul "New York Magazine" del 9 agosto.
Moore, nessuno lo ha smentito
Ma il film di Michael Moore non è stato investito o fermato in alcuna smentita. Non nella parte iniziale, in cui si racconta (e si vedono alcune scene esemplari) che il neo eletto George Bush ha speso il 42% del suo primo anno di presidenza in vacanze nel suo ranch. Non nei giorni che precedono l'eccidio di Manhattan, in cui sia Bush che Rumsfeld che Colin Powell che Condoleeza Rice negano recisamente che Saddam Hussein sia un pericolo. Non nella evidenza visiva dei riguardi usati verso la potente famiglia saudita Bin Laden (la famiglia a cui appartiene il terrorista Osama) a cui viene messo a disposizione l'unico aereo che decolla dagli Stati Uniti due giorni dopo l'attacco alle torri. Anche il montaggio della fase in cui scatta la decisione di fare di Saddam Hussein il nemico è esemplare: una frase dopo l'altra, tutte filmate, tutte in sequenza, tutte non smentibili, mostrano come si fa a far salire la febbre, a costruire, colpo su colpo, l'immagine del nemico, spingendo sempre più gente a credere nelle armi di distruzione di massa, nelle armi chimiche, nervine, infettive, atomiche. Mostrano una immensa e riuscita mobilitazione dei media, che stanno al gioco in perfetta sintonia. È il gioco sanguinoso del patriottismo cieco, uno slancio di fede che esime dal discutere e chiede di ubbidire.
Questa è la prima parte, logica e lucida, di un appassionato argomento di opposizione tanto più efficace quanto più implacabilmente provato. Ma qualcosa di cupo e di tragico avvolge all'improvviso gli spettatori nelle sequenze di guerra. Una ragione è che di questa guerra non si è visto quasi niente, quasi solo militari che si spostano ed esplosioni da lontano, e questa sorta di embargo ha funzionato sia per l'Europa che per l'America.
Ma l'altra ragione è che lo spettatore del film di Michael Moore è in grado di rendersi conto, mentre vede i corpi straziati, mentre la camera entra e sosta in retrovie colme di sangue, di donne e bambini che nessuno aveva mai mostrato prima, che il sangue vero è il frutto di una enorme messa in scena, di una folle rappresentazione artificiale e finta, per combattere niente, per infliggere colpi immensamente potenti nel vuoto. Abbiamo assistito a una vasta operazione pubblicitaria che ha piegato evidenza, consapevolezza, conoscenza, esperienza, buon senso. E dove di vero, spaventosamente vero, ci sono solo i cadaveri. Qui il montaggio è cambiato, è lento, con lunghe sequenze che non risparmiano nulla. Qui la voce si fa più rada e benché il commento (la voce di Michael Moore) continui a essere fattuale (luoghi, dati, cifre) nella tradizione americana, la voce ti guida dove l'opinione pubblica d'Europa e d'America non erano finora arrivate. Il punto in cui la falsa propaganda diventa morte.
Il prezzo delle vittime in Irak
Il disagio che provi è nella disturbante somiglianza di questo film-verità con la pura invenzione cinematografica. E, anzi, con richiami fortissimi a celebri denunce (fotografie, disegni, tavole illustrate, tremende caricature) della prima guerra mondiale. Il disagio che provi è nel sapere che è tutto vero, ai nostri giorni, in piena epoca di presunto progresso e civiltà. Ma il viaggio di Michael Moore continua con la sua desolata esplorazione nel territorio delle vittime e dei soldati, ovvero sul versante del terribile prezzo americano.
Siamo sui carri armati in cui i soldati si chiudono prima di correre lungo strade devastate e ostili riempiendosi le orecchie di musica rock che ricevono in cuffia, sotto l'elmetto, invece di ordini. Siamo nei quartieri desolati d'America, dove i marines vanno in cerca di reclute stanate dalla disoccupazione, dalla povertà, della noia, dal vuoto.
Siamo nei cimiteri americani dove arrivano i corpi dei soldati uccisi ogni giorno, con l'ordine che nessuno deve saperlo, nessuno deve filmarli. Dei morti in guerra non si deve parlare. E la camera di Moore può solo fermarsi sulla solitudine immensa di padri e di madri per la morte dei figli di cui nessuno deve sapere, in un isolamento da fantascienza in cui ogni morte è una sola morte, legata a nulla, seguita da nulla, dolore e silenzio. Siamo in un Paese che Bush ha isolato dal mondo, che porta il peso sanguinoso di una guerra che non finisce, un Paese che venera la verità ed è spinto a combattere da una catena di bugie, che ama se stesso e vede la sua immagine deformata dal mare di ostilità che lo circonda, che è orgoglioso della sua libertà e si trova di fronte l'incubo di Abu Grahib e di Guantanamo.
È l'America di Bush, che questo film racconta in un intervallo di profonda tristezza e di stordimento, come i soldati che corrono fra le strade distrutte da Kirkuk e Najaf con la musica rock che martella dentro il casco, e il rischio continuo dell'autobomba.
Il filo di speranza è che questo film sia stato fatto, che abbia riempito le sale di tutta l'America, che sia stato visto da milioni di persone nell'anno delle elezioni presidenziali.


Una regia di classe (con trucchi da Blob)
Tullio Kezich sul Corriere della Sera 26 agosto

C'è chi sostiene che il film di Michael Moore ha fatto arrabbiare molto Gorge W. Bush. Almeno quanto si arrabbiò nel 1832 il ministro Metternich quando ebbe fra le mani "Le mie prigioni" di Silvio Pellico e se ne uscì, stando alla leggenda, con la frase lapidaria: "Questo libro costerà all'Austria più di una battaglia perduta". Altri, invece, ritengono che il pamphlet non toglierà il sonno al presidente americano, afflitto da ben altre preoccupazioni. Fra le due tesi sembra più attendibile la prima, quella dell'ira funesta, soprattutto dopo aver dato un'occhiata alle cifre del box office di Variety. Infatti, il film ha introitato a tutt'oggi 115 milioni e mezzo di dollari in Usa, più altri 40 nei Paesi dov'è uscito (da noi arriva domani e incrementerà ulteriormente gli incassi). Per un titolo non di fiction si tratta di un record assoluto, forse considerando l'intera storia del cinema e, quindi, di una prova che il pubblico sta accogliendo la Palma d'oro di Cannes con estremo interesse. Il successo, tuttavia, non ha placato le discussioni.
jacovitti
  
Qualcuno contesta il partito preso, ovvero la scelta di far apparire Bush e i suoi come una banda di guerrafondai che cela un brutto disegno sotto una bella bandiera. Si legge qua e là che l'approccio grottesco attenua il peso della denuncia, che in troppi primi piani il presidente sembra uno stupido (ma ognuno ha la faccia che ha), che è retorico soffermarsi sullo strazio della madre americana per il figlio caduto in Iraq; e alcuni politologi non accettano la diagnosi di una guerra combattuta per il petrolio e ricaduta sulle spalle di popoli ormai stremati. E' vero che Moore applica senza scrupoli tecniche alla Blob, utilizzando i fuori scena con gli intervistati che al trucco della tv risultano ridicoli. Però chi aveva visto finora Bush nei significativi sette minuti d'inerzia che fece passare, leggendo un libro di favole a una classe di bambini della Florida, da quando gli sussurrarono all'orecchio la notizia delle Torri al momento in cui si alzò per provvedere? E non è un colpo di regìa inserire un lampo del Dragnet Tv, con il detective Jack Webb che interroga i parenti di un ricercato, per sottolineare che nessuno fece qualche domandina ai congiunti sauditi di Bin Laden, frettolosamente spediti al loro Paese in aereo subito dopo l'attentato? E cosa dire del piglio spregiudicato con cui il regista blocca in strada i membri del Congresso per far emergere che solo uno di essi su 535 ha un figlio militare in Iraq? In questa sequenza Moore, in veste di finto tonto, ricorda da vicino una maschera brechtiana, il buon soldato Schweyk. Nel valutare un'operazione provocatoria come Fahrenheit 9/11, che suscitando tante polemiche apre nel cinema moderno un terreno di scoperta e scontro sui problemi dell'oggi, non si può non riconoscere la zampata di un dotatissimo autore satirico. Tuttavia, come sostiene Malraux, "la riuscita di un uomo d'azione si misura sulla riuscita della sua azione": di conseguenza per un giudizio su Moore, poiché gli americani che hanno speso tutti quei soldi per vedere il film sono anche elettori, dovremo aspettare novembre.


L'America and me
Roberto Silvestri su il Manifesto 26 agosto

Esce domani Fahrenheit 9/11. Non è un boomerang per Kerry. Non solo perché distrugge in un fotogramma il falco Wolfowitz e il suo ben leccato pettine. E vede nel Patriot Act l'ennesimo linciaggio post-rooseveltiano di un'altra America possibile. Ma perché è opera "sovrumana". Nelle motivazioni, negli effetti e nel piacere schermico. Si sente che l'autore è una moltitudine di documentaristi, umoristi, fumettari, musicisti, tv-man, bloggisti, americani in stato d'allarme (il regista, Michael Moore, è tutto questo, e un buon comico), che dal decennio 80 - funestato da altri Bush - sono diventati forza dirigente del paese, impaurendo Halliburton, Microsoft e altri profittatori di guerra, come Mr. Nike che, terrorizzato da un altro Moore, The Big One, chiuse col lavoro minorile in Indonesia. "Non sono un fazioso filmaker d'estrema sinistra, rappresento la maggioranza degli americani. Il mio film è sui giovani mandati a morire per niente altro che gli interessi di Bush", spiegò quel grosso grasso filmaker in jeans e cappelletto dei Tigers, prima di stravincere Cannes. Tra l'incredulità ostile dei media Usa e di sofisticati euroscettici, infastiditi da una Palma d'oro assegnata a un'opera speciale, creata in un momento speciale della storia dell'umanità, "embedded" dall'ipnotizzante deformazione Fox delle cose. Un "film politico" che piace e non annoia. Usa la risata come arma di distruzione di massa (Mark Twain). Mette i nostri pop corn a proprio agio. Un miracolo. Non spaccia verità, non abbindola. Ricerca i pericoli e li affronta, senza farsi prendere dalle isterie collettive del Big Complotto.

Finalmente torniamo a essere attori nel kolossal della guerra. Coinvolti nel metodo di reclutamento dei ragazzi neri del mid-west; nelle lacrime dei deputati neri abbandonati dai senatori democratici dopo la "truffa Florida"; nello sguardo vitreo di Bush, l'11 settembre, inchiodato all'asilo; faccia a faccia di fronte all'imbarazzo dei deputati ai quali, in stato di grazia burlesque, Moore sollecita l'invio dei figli in Iraq... "Cambia lavoro" urla Bush a Moore e così lui scrive, fa comizi, film, tv, cortei, libri, teatro, il naderiano conseguente che voterà Kerry....

Un documentario "fatto strano", ai confini della realtà. Che punta alla condivisione, non alla comunicazione, maneggia ogni livello di satira, e smonta anche Santiago Alvarez e i suoi fotomontaggi anti yankees. Che smantella l'informazione come omissione, non dà ordini, ma apre l'immagine, l'esplora, non senza dolore, a tratti. Un film non egocentrico ma "in prima persona maschile singolare" venuto da Flint, Michigan, città martire no-global. Che mostra il fuori campo d'ogni inquadratura conosciuta. E così decostruisce la macchina del terrore della Casa Bianca, mobilita lo spettatore, lo allena alla lotta, lo interroga, come il capitano dei marines Henderson, disertore, "perché non tornerò a uccidere delle persone inermi in questa guerra sbagliata". Questa è l'America che con tutte le forze i supporter di Bush j., Osama e altri emiri vogliono cancellare... Fahrenheit 9/11, film pazzo e serio, commosso e vitale come una comica di Chaplin, ha dimostrato, con incassi record imprevedibili, e nonostante la defezione Disney, che il documentario radicale è la new Hollywood, che il partito d'opposizione non c'è ancora negli Usa, ma ora se ne può immaginare la silhouette: ha stile, rabbia, cervello, passione, cuore e debordante humor. L'unico critico non ipocrita del film dovrà dichiarare: "ma gli interessi economici di mister Bush sono proprio i miei. Voglio che l'occidente schiacci chiunque sotto il proprio tallone, e continui, in modo rozzo o raffinato, la super-rapina cristiana iniziata 4 secoli fa".

Fahrenheit 9/11 esce domani in 280 copie, semi-doppiate. Per le abitudini degli italiani saranno una vera tortura i sottotitoli. Ma anche una irreversibile liberazione trovarsi a tu per tu con un film che parla di cose complesse in modo chiaro, arguto, comico. Non di Bush, ma di noi, delle nostre paure, di come non "averne più paura".

jacovitti
  
Il boomerang di “Fahrenheit 9/11”
Massimo Cacciari su la Repubblica 25 agosto

Spero ardentemente di sbagliarmi, ma credo che il film-documentario di Moore non toglierà il sonno a Bush. Vi si mescolano troppe prospettive, troppe suggestioni, senza che nessuna venga presentata con forza davvero persuasiva. L´approccio grottesco al personaggio-Bush e al suo clan minaccia, anzi, d´occultare la denuncia dell´impressionante intreccio tra politica e affari che domina l´amministrazione Usa.
Se Bush è quel vacanziere (senza bandana, comunque) "distratto" a volte per le incombenze di qualche vacuo messaggio televisivo, come farà ad apparire "pericoloso"? (A proposito, come la mettiamo da noi col "conflitto di interessi"? è sufficiente che siano papà, mamma, fratelli e avvocati di fiducia a presiedere aziende e consigli di amministrazioni, perché questo automaticamente non si dia?). Se il falco Wolfowitz è quel tipo che si lecca il pettine prima dell´uso, potrà mai essere impegnato in "missioni" universali per la redenzione dei popoli? Insomma, l´insistenza sulla "catastrofe estetica" rappresentata da Bush e dai suoi depotenzia tutta la dimensione storica e politica su cui un documentario di questo genere avrebbe dovuto puntare.
jacovitti
  
Che cosa spiega la svolta neoimperiale della politica estera americana? Questo, che è il vero interrogativo, non trova nel film che risposte approssimative e contraddittorie. Le martellanti immagini della fraterna amicizia che lega i Bush ai sauditi (famiglia Bin Laden compresa); i documenti sui fantastici profitti realizzati e attesi per la guerra in Iraq da parte del sistema industriale pro-Bush; dichiarazioni repellenti di uomini d´affari del tipo: "la guerra non sarà un bene per le persone, ma lo è per i soldi", eccetera - tutto ciò induce a una interpretazione "neo-materialistica" della attuale politica americana, che credo profondamente erronea, ma, peggio ancora, controproducente ai fini della competizione elettorale in corso. Non è soltanto né anzitutto per il petrolio o le commesse militari che si fa la guerra. E neppure i peggiori governi di destra, neppure quello di Bush, sono riducibili a meri comitati di affari. Fosse così semplice! Se non si comprendono le ragioni strategiche e l´ideologia che sorreggono la geopolitica americana, e non è qui che affonda la critica, qualsiasi denuncia è destinata ad apparire superficialmente moralistica.
Meno primi piani di Bush-Stupor (Stupor è il più stupido degli dei del Pantheon latino) e più spazio invece a straordinarie testimonianze come quelle dell´ex capo dell´antiterrorismo, R. A. Clarke. Mancano del tutto, poi, quelle voci che avrebbero potuto far comprendere l´essenziale dimensione religioso-ideologica che impregna tutti gli atti di questa amministrazione; mancano le voci in diretta dei Perle e dei Wolfowitz, magari in controcanto con quella di qualche liberal capace di parlare all´opinione pubblica americana.
La guerra in Iraq non è per impossessarsi di poco più del 2% della produzione mondiale di greggio, né per gli affari della ricostruzione. La guerra in Iraq, decisa ben prima del 9/11 (e nel denunciare questo, così come le impudiche menzogne sulle armi di distruzione di massa o sugli - inesistenti - legami tra Saddam Hussein e Bin Laden, il film è efficace - ma chi potrebbero ormai ingannare?) fa parte di un programma complessivo di ristrutturazione degli equilibri politici mediorientali, fondato su "valori" unilateralmente stabiliti e non negoziabili. Siamo di fronte a una politica autenticamente rivoluzionaria. Sulle tragiche conseguenze che una tale decisione potrebbe avere (e sta già avendo), sui costi economici e umani che essa potrebbe comportare anche per gli Usa, il film poco o nulla dice. Certo, ci si sofferma anche troppo sullo strazio della madre che ha perduto il figlio in Iraq. Ma questo è l´orrore di tutte le guerre. Nessuna immagine di sofferenza potrà di per sé "contrattaccare" allo spietato e cinico unilateralismo della propaganda neoconservatrice: c´è stato 9/11, siamo in guerra, per sconfiggere il nuovo Nemico ogni mezzo è lecito. O si è in grado di dimostrare all´opinione pubblica che questa politica è sbagliata, oppure ogni considerazione "umanitaria" finirà con l´esser spazzata via dalla Grande Icona delle Twin Towers.
Sì, Moore ha ragione: è del tutto evidente come Bush giochi, con quella stessa spregiudicatezza che gli permise di "vincere" in Florida, sull´effetto paura. Allarme rosa, rosso, arancione, rosso di nuovo; gente che vede nel supermercato sotto casa un possibile obiettivo di Al Qaeda; altri che non si fidano più neppure del cugino. Ma con questo? Se la destra ha bisogno di un clima di paura per convincere l´opinione pubblica ai propri disegni, ma dall´altra parte si risponde dando anche solo l´impressione di sottovalutare la minaccia terroristica, o di ritenere strumentale l´enfasi su di essa, l´esito della bella sfida è scontatissimo: stravincerà la destra.
Sarebbe stato necessario insistere invece proprio sulla radicalità, novità e ubiquità del terrorismo, per tentare di convincere che la politica neoconservatrice lungi dal combatterlo efficacemente, rischia di diffonderlo e radicalizzarlo ancor più. Sarebbero servite immagini e interviste dal mondo islamico, di esponenti dell´Islam non "fondamentaliste", per far apparire il "fondamentalismo" dell´attuale governo americano e la sua incapacità a operare politicamente all´interno delle differenze e contraddizioni del mondo politico, culturale e religioso islamico.
Moore ironizza sulla fragilità dell´opposizione democratica, e temo abbia ragione. Ma se non è con il volto da piccolo lord invecchiato di J. F. Kerry che si combatte l´arroganza "liberatrice" del clan Bush, lo sarà ancor meno suggerendo l´idea, che campeggia nel finale, che i veri sconfitti di questa guerra, come di tutte le guerre, sono alla fine i poveri, i disoccupati, gli emarginati. Idea molto brechtiana - ma dubito fortemente capace di mietere sulle scene del teatro politico americano gli stessi successi ottenuti sulla Croisette di Cannes.

jacovitti
  
L'ipocrisia dei politici indignati
Massimo Fini su
Il Gazzettino 24 agosto

Trovo assolutamente ipocrita l'indignazione della classe politica italiana, di maggioranza e di opposizione, per la fuga di Cesare Battisti, il terrorista pluriomicida, latitante in Francia. Chi se non il governo italiano, solo, o quasi, fra quelli della Ue, si è opposto al mandato di cattura europeo che evita le defatiganti, e spesso inevase, richieste di estradizione? E perché l'ha fatto, se non per il timore che un Garzon, spagnolo o francese o lussemburghese, potesse emetterlo nei confronti di qualche alto e altissimo papavero della politica italiana che ha la coscienza nera come la pece?

Ci si indigna perché Battisti è stato lasciato a piede libero dalle autorità francesi col solo obbligo della firma settimanale, in attesa del giudizio d'appello sull'estradizione.

Ma se Battisti, che non è in buone condizioni di salute e soffre di depressione, si fosse suicidato in carcere, avremmo visto questi stessi indignarsi contro la magistratura francese, gridando che per un uomo che è in attesa di un giudizio - e tale è Battisti, condannato in Italia all'ergastolo in via definitiva, decisione che però deve passare al vaglio della giustizia francese - non si possono usare "manette facili" e che la libertà del cittadino è un bene sacro. E con che diritto, con che faccia, ci si indigna coi francesi quando noi abbiamo fatto scappare Giorgio Pietrostefani, pluricondannato come uno dei mandanti dell'assassinio del commissario Calabresi, lasciato senza nemmeno l'ombra di una sorveglianza con la stupefacente motivazione che "non si può sorvegliare un cittadino" sia pur condannato ma in attesa di giudizio definitivo, quando in Italia la polizia controlla anche gli incensurati?

Il Pubblico ministero Armando Spataro ha definito Battisti un "criminale puro" perché ha alle spalle quattro omicidi. Certo. Ma che altro è Adriano Sofri per il quale in Italia c'è un vastissimo movimento, con alla testa il Capo dello Stato, che vuole concedergli la grazia senza che costui si degni nemmeno di chiederla? E se fra le molte e varie e confusissime ragioni per cui si chiede la liberazione di Sofri ce n'è una che ha qualche ragionevolezza, deriva dal fatto che il suo delitto è ormai molto lontano nel tempo, come lontani nel tempo sono quelli commessi da Battisti.

E come mai proprio nel caso di Battisti dovremmo credere alla giustizia di condanne inflitte da una Magistratura che in questi dieci anni è stata delegittimata in tutti i modi, arrivando persino ad affermare, per bocca nientemeno che del Presidente del Consiglio, che i giudici sono antropologicamente dei pazzi, dei malati, dei deviati? Chi ci assicura che Battisti non sia stato condannato per un qualche "complotto", per un pervertimento politico della Magistratura?

Non possiamo essere d'accordo con Armando Spataro, magistrato che stimiamo moltissimo, come, sia chiaro, stimiamo i Borrelli, le Boccassini, i Davigo, i D'Ambrosio, i Greco, gli Ielo e Antonio Di Pietro quando faceva il loro mestiere, e che invece in questi anni sono stati criminalizzati come se fossero loro i delinquenti e non i tangentisti, i concussori, i corruttori e i corrotti che, a norma di legge, perseguivano, quando afferma: "Mi auguro che nessuno dica che era giusto che Battisti fuggisse visto il sistema delle leggi italiane". Perché mai Cesare Battisti o chiunque altro dovrebbe sottoporsi docilmente alla Magistratura, ai Tribunali, alle leggi del suo Paese quando il Presidente del Consiglio di questo stesso Paese ha fatto di tutto per sottrarvisi e Bettino Craxi, altro premier, pluricondannato, che è fuggito in Tunisia viene chiamato "esule" e non "latitante" ed è considerato addirittura un "martire"? Se questi sono gli esempi che vengono dai primi cittadini del Paese, con il vergognoso appoggio di buona parte dei mass media, tutti noi abbiamo il diritto di fare altrettanto. O almeno di provarci.

Queste sono le conseguenze, che paghiamo ora e che pagheremo ancor più in futuro, di dieci anni di berlusconismo irresponsabile che ha costantemente attaccato la nostra Magistratura, i nostri Tribunali, le nostre leggi. Questo è il vero scandalo. Non il fatto che il premier, per ricevere degli illustri ospiti stranieri, si sia messo una bandana da pirata.

jacovitti
  
D'Alema racconta Berlinguer
Piero Sansonetti su
l'Unità 26 agosto

Secondo Massimo D'Alema, Enrico Berlinguer era un grande uomo politico, con una straordinaria forza "etica" ed enormi capacità tattiche. Non era un utopista, non era un moralista. Morì mentre stava conducendo la battaglia più difficile della sua vita.
Quella per riportare il Pci al centro del gioco, della vita pubblica, in una fase della storia d'Italia nella quale il Pci era finito ai margini. Berlinguer era un uomo di principi ma era anche molto concreto, e sapeva che per fare politica e per imporre le proprie idee e i propri progetti bisogna usare la leva del governo. Ragionava in quest'ottica. Secondo D'Alema, Berlinguer, negli ultimi mesi della sua vita, stava lavorando esattamente a questo: a riportare il Pci nell'area di governo e a mettere Craxi in una posizione secondaria. Berlinguer, secondo D'Alema, si era convinto che Craxi – che era il presidente del consiglio - fosse diventato un ingombro per la democrazia, e che bisognasse giocare a tutto campo per sconfiggerlo. Per fare questo aveva intessuto trattative con la Democrazia cristiana e con il Pri di Spadolini, ed era sicuro che dopo la fine della campagna elettorale, e dopo il voto europeo di giugno - soprattutto se Craxi non avesse ottenuto una grande affermazione elettorale - sarebbe stato possibile far saltare il governo e riaprire una prospettiva di riavvicinamento al potere per il Pci e di ribaltamento degli equilibri politici. Forse contava anche sull'aiuto del presidente della Repubblica Pertini.
jacovitti
  
Eravamo alla fine della primavera del 1984. Il 1984 fu un anno fondamentale per la vita italiana, perché segnò la fine degli spumeggianti anni '70, ricchi di riforme e di conquiste sociali, e decretò l'entrata definitiva dell'Italia nel cono d'ombra del superliberismo, che aveva vinto cinque anni prima in Gran Bretagna, con la Thatcher, e quattro anni prima negli Stati Uniti con Reagan. Quell'anno sanzionò la sconfitta, in Italia, del movimento operaio (da allora quasi scomparve dal vocabolario la stessa espressione “movimento operaio”).
Il 1984 fu un anno molto importante e drammatico anche per Massimo D'Alema. Soprattutto per lui. In giugno la malattia e la scomparsa di Berlinguer, e D'Alema racconta di esserne stato colpito e sconvolto anche emotivamente. 40 giorni più tardi la tragedia personale: la terrificante morte di Giusi Del Mugnaio, una ragazza splendida, molto allegra, intelligentissima, poco più che trentenne, che era la compagna di D'Alema, e aveva lasciato, per amore di lui, una brillante carriera politica: fu travolta e uccisa da una auto sulla superstrada tra Bari e Brindisi, il 20 luglio, e morì sul colpo.
Massimo D'Alema, che nel 1984 – trentacinquenne - era da poco segretario regionale del Pci pugliese ed era considerato, da sempre, il ragazzo prodigio del partito - e il predestinato a succedere un giorno a Togliatti a Longo e a Berlinguer - ha scritto un piccolo libro sul 1984 e su Enrico Berlinguer nel quale racconta tutte queste cose. Il titolo è A Mosca l'ultima volta - Enrico Berlinguer e il 1984. È edito da Donzelli (143 pagine 12,50 euro). Parla di cose pubbliche e private. E soprattutto di cose pubbliche viste con un occhio privato. Il libro è costruito su tre parti. La prima è una descrizione del 1984. La seconda è il racconto di un viaggio a Mosca, nel febbraio del 1984, per partecipare ai funerali di Juri Andropov (successore di Breznev e terzultimo segretario del Pcus: gli successero Cernenko e poi Gorbaciov). Al viaggio parteciparono, per il Pci, Berlinguer, Bufalini e il giovane D'Alema, ma tutti e tre volavano con l'aereo presidenziale di Sandro Pertini che ospitava anche Andreotti e due cardinali. La terza parte del libro contiene il racconto dello scontro finale tra Berlinguer e Craxi sulla scala mobile e la valutazione politica.
Il capitolo con il racconto del viaggio è il cuore del libro, è molto divertente, un pezzo di letteratura dal quale emergono come in una raffinata commedia i personaggi un po' grandiosi e un po' buffi - compreso il personaggio di D'Alema – e abbastanza lontani dagli stereotipi che conosciamo. Berlinguer appare come un raffinato intellettuale, un po' disincantato e spiritosissimo, che prende atto del disfacimento del comunismo ma non sa come uscire dalla tenaglia: perché mentre osserva, in Russia, la vuotezza dei riti sovietici, dall'Italia rimbalzano le notizie sull'incattivirsi del craxismo, con la decisione di tagliare la scala mobile e di andare alla sfida finale con la Cgil e il Pci. Andreotti è sullo sfondo, sempre silenzioso e un po' sfinge. Pertini è scatenato, parla male di Craxi, invita Berlinguer e Andreotti a trovare un accordo per fare fuori il capo del Psi, se la prende quando riceve la notizia del taglio della scala mobile, sbraita, promette di intervenire.
In questo capitolo vengono raccontati alcuni episodi nei quali Berlinguer appare esattamente l'opposto del personaggio triste e ombroso che fa parte dela leggenda. Per esempio D'Alema racconta di quando Berlinguer si nasconde dietro una colonna per sfuggire a Marchais, il capo dei comunisti francesi che lo cercava disperato nella hall dell'albergo. O di quella volta che a cena spiegò a lui e a Bufalini come era andato un certo incontro tra Willy Brandt e Breznev. Brandt chiese a Breznev perché il Pcus non si decideva a riabilitare Krusciov. E Breznev, freddo, rispose: "Chi è Krusciov?". Più tardi la delegazione sovietica, a incontro concluso, circondò Breznev e tutti si congratularono con lui per come aveva sostenuto il dialogo con Brandt. Gli dissero: "Poi quella battuta su Krusciov: è stata favolosa…" Breznev li guardò con lo sguardo vuoto, e chiese: "Chi è Krusciov?".
D'Alema racconta di avere riso divertito, ma di avere notato che Bufalini non rideva. Più tardi D'Alema, Berlinguer e Bufalini tornarono nelle loro stanze d'albergo, che erano una vicina all'altra. E mentre mettevano le chiavi nella toppa, Bufalini disse a Berlinguer: "Sai, secondo me non è vera quella storia di Breznev. Sembra una barzelletta…". Berlinguer entrò zilenzioso nella sua stanza, poi tornò indietro, si riaffacciò alla porta e chiamò Bufalini: "Paolo - disse - guarda che è una barzelletta…". E andò a dormire.
La terza parte del libro è la più impegnativa politicamente, perché contiene alcuni giudizi sulla battaglia contro il taglio della scala mobile, sulla scelta del referendum e poi sui rapporti tra Berlinguer e Craxi e sullo scontro tra loro. Però non sono giudizi netti. D'Alema divide colpe, meriti ed errori dei due leader della sinistra di allora, e distribuisce parecchi riconoscimenti e qualche censura. Dice che Craxi aveva capito la necessità per la sinistra di assumere sulle proprie spalle questioni come quella delle compatibilità economiche tra politica e sistema produttivo, o quella della lotta all'inflazione; e però gli rimprovera l'assenza di un disegno politico ragionevole per il governo del paese. A Berlinguer riconosce il disegno politico e l'intuizione della questione morale, ma gli rimprovera di non aver capito la necessità di una riforma dello Stato e dice che il suo disegno politico non poteva funzionare in assenza di una riforma dello Stato.
Poi D'Alema elenca molti "se". Per esempio: cosa sarebbe successo se Berlinguer nel '76, dopo i successi elettorali del Pci, avesse preso una strada diversa dal compromesso storico? Oppure: cosa sarebbe successo se due leader di grande carisma come Craxi e Berlinguer invece di farsi la guerra avessero collaborato? Però lascia queste domande sospese. Il libro di D'Alema non pretende di essere un saggio che affronta e risolve l'enigma-Berlinguer: si limita a offrire alcuni spunti, e questo è il suo grande pregio.
Il difetto forse è quello che D'Alema non ha voluto andare davvero a fondo sull '84. Quello fu un anno chiave per l'Italia. Capire esattamente cosa successe in quell'anno, quale fu la svolta, quanto quella svolta fu legata al craxismo e alla sconfitta del Pci, in che modo modificò i rapporti tra le "classi", tra le lobby, tra i partiti, tra le ideologie, tra la politica e l'economia, tra il lavoro e l'impresa; rispondere a tutte queste domande aiuterebbe molto a capire non solo cosa successe "ieri", ma anche cosa sta succedendo oggi nella società italiana, e quali sono i nodi strategici da sciogliere. Probabilmente ci aiuterebbe anche a capire meglio Berlinguer, e a inquadrare più nitidamente la sua attualità.


L'E-book rivoluzione a scuola
Giulio Tremonti sul
Corriere della Sera 29 agosto

Escluse le elementari, la "scuola dell'obbligo" costa moltissimo, soprattutto per i libri di testo. La scuola è obbligatoria, ma i libri di scuola sono a pagamento. In media pro capite il solo costo per i libri può superare e di molto i 200 euro. Si può arrivare intorno al mezzo milione di vecchie lire. È un costo regressivo e irrazionale, perché incide di più su chi ha di meno e - a parità di avere - perché incide ancora di più, in una società con pochi figli, proprio sulle famiglie che hanno più figli.
In generale, abbiamo in Italia un listino fatto da più di 33 mila "voci" di testi scolastici. Un Paese sapientissimo, un'economia da bazar, un brulicare stagionale di traffici che fanno insieme rabbia e tenerezza, voltapagina e apriportafoglio.
È, quello dei libri di scuola, un caso tra tanti altri. Un pezzo storico della nostra complicatissima struttura sociale ed economica. Una struttura che non possiamo più permetterci di conservare tale e quale.
Non per fanatismo "modernista" o "mercatista". Ma perché siamo - in Italia, in Europa - relativamente sempre più poveri. Non tanto dal lato dei ricavi, quanto dal lato dei costi. Non tanto perché lavoriamo e produciamo di meno, quanto perché ci permettiamo ancora il maggiore dei lussi: il lusso dell'immobilismo. In un mondo che cambia vertiginosamente, o ci riformiamo o è la realtà che ci riforma. In peggio.
È un discorso difficile da fare e non romantico. Ricordiamo la struggente frase di Marx, contro la modernità (borghese) che "ha lacerato senza pietà i variopinti legami", tipici del vecchio mondo. Ma è un discorso politico ormai necessario .
jacovitti
  
In una fase storica caratterizzata - in Italia, in Europa - da una crescente, incombente cifra di povertà - povertà reale, percepita, attesa, assoluta, relativa - troppe voci di costo del vivere ora costituiscono reali problemi sociali. Problemi non certo nuovi in sé, ma nuovi nella loro negativa crescente rilevanza sociale.
Davanti a questi costi-problemi si può essere variamente struzzi, cinici, agnostici o demagogici; romantici reazionari o riformisti; pragmatici che tentano l'esercizio riformista per eccellenza: trasformare senza traumi negatività in positività.
Struzzi, cinici, agnostici. Da quasi un secolo, dopo l'estate, le scuole aprono le loro porte e le famiglie i loro portafogli. È sempre stato così e dopo un paio di settimane è tutto superato e dimenticato. I costi ed i rischi politici di ogni cambiamento sono dunque in ogni caso superiori a quelli propri della conservazione. Perciò, conviene lasciare le cose come stanno.
Demagogici. Si tratta di un costo fisso, imposto alle famiglie per adempiere un obbligo? Allora il Governo lo deve costituzionalmente finanziare a pie' di lista. Dato che si tratta di un costo proibitivo per il bilancio pubblico, l'effetto politico che ne deriva è fantastico: da un lato, si denuncia un problema sociale; dall'altro lato, lo si perpetua, perpetuando di riflesso la rendita politica che deriva proprio dalla sua denuncia.
All'opposto, si può essere riformisti. Il costo per i libri scolastici non esiste "in natura". E dunque può essere significativamente e progressivamente abbattuto. E non solo. L'esercizio riformista può infatti produrre, oltre ad un risparmio, anche un effetto-investimento. Può generare un dividendo di modernità enormemente maggiore del risparmio stesso.
Per farlo, nel caso qui in oggetto, è sufficiente prevedere che, sperimentalmente e progressivamente, nell'adozione dei libri di testo, a parità di valutazione, si preferiscano i testi che vengono resi disponibili nella doppia versione a stampa e on line, scaricabile da internet, nelle scuole e nelle case, dietro pagamento pubblico dei diritti d'autore (e/o dei diritti di sito). Una spesa pubblica più che sostenibile, questa, a fronte di tanti sprechi.
Gli effetti positivi sarebbero tre: ridurre il costo di accesso alla scuola; aggiornare in continuo i testi, senza sostituirli parossisticamente ogni due o tre anni, con moltiplicazione dei costi; soprattutto, familiarizzare gli scolari con l'informatica, moltiplicando ed espandendo esponenzialmente accessi e conoscenze, nella forma di una reale continua civil education . Non un libro solo, a pagamento, ma - via internet - "mille libri" quasi gratis.
Contro questa ipotesi si può reagire in termini romantici, articolando un vasto repertorio di critiche "culturali", a difesa del libro di carta nella scuola.
In specie, nelle critiche, il libro informatico interattivo via internet (l'e-book) non sarebbe quello che è, e cioè pur sempre un libro, seppure un libro non di carta. Ma l'opposto: l'apocalisse del libro. Adottarlo sarebbe un attentato all'eternità ed unicità del più fondamentale strumento del sapere. E dunque, a catena, sarebbe causa di riduzionismo culturale, di mutazione dei testi di scuola in "bignami" tecnologici, di anarchia, di atomismo, di oscurantismo. Perché, a causa di insegnanti pigri, gli scolari non potrebbero più scoprire da soli l'integrale ricchezza del testo scolastico (vero invece l'opposto: gli insegnanti sono quasi sempre migliori dei testi).
Più seria in realtà la reazione "economica" degli editori, dei librai, dei cartolibrai: il passaggio della scuola italiana all'e-book, comprimendone i ricavi, metterebbe in crisi il settore. È così, partendo da un caso, che si arriva al centro del più vasto problema che stringe la società italiana: la dialettica tra "pregiudizi & rendite", da un lato; "modernità & sviluppo", dall'altro lato.
In realtà, possiamo davvero ancora decidere tra ciò che troviamo giusto - o no - conservare, della nostra società, o dobbiamo comunque cambiarla, per forza, di molto, di corsa?
Dieci anni fa, quando generalmente si era positivisticamente ottimisti sugli effetti della "globalizzazione", in un saggio ("Il fantasma della povertà"), cercavo di intravedere anche gli effetti di transizione negativi che, per effetto della globalizzazione, avrebbero colpito in Europa le masse lavoratrici, strette nella morsa tra salari orientali e costi della vita occidentali.
Salari livellati dalla competizione internazionale. Costi rimasti alti e fissi, come prima. Il fantasma poteva essere battuto, esorcizzato, allontanato dall'Europa. Ma non più con la forza-lavoro espressa dalle braccia, piuttosto investendo tempestivamente e massicciamente in capitale umano: in istruzione, in formazione. Per inciso, nel frattempo, la Cina è arrivata a creare ogni anno più di 1 milione di ingegneri; l'India centinaia di migliaia di ottimi informatici che parlano inglese. È così, in questo scenario, che allora presero forma alcune idee, tanto sui nuovi contenuti di istruzione e formazione necessari nella competizione globale, quanto sui nuovi mezzi di comunicazione necessari per diffonderli e radicarli.
Le "3 I", inglese, impresa, informatica. E l'idea dell'uso sistematico, per istruzione e formazione, dei nuovi mezzi: dei network tecnologici, compresa la televisione pubblica (caveat: la questione è troppo seria e vitale, per il Paese, per introdurre qui l'argomento del "conflitto di interessi"). Inglese, impresa, informatica? I figli dei ricchi li imparano a casa. E gli altri?
Da allora certo molte cose sono state fatte. Ma moltissimo resta ancora da fare. Il computer è entrato nelle scuole. Ma il problema non è tanto averlo, quanto usarlo. Il problema non è tanto avere un pesce, quanto saper pescare. E proprio l'e-book può essere lo strumento strategico per aprire agli scolari, ogni giorno, sistematicamente, il dominio magico dell'informatica. Invece, siamo ancora ai testi scolastici di carta e non molto lontani dalla televisione che si limita a filmare e trasmettere "vere" lezioni universitarie. Su questo punto, un'immagine, per spiegazione. Il cinema, come travolgente, rivoluzionario fenomeno sociale, non nasce quando i fratelli Lumière filmano e trasmettono un fatto vero: il treno che entra in stazione. Ma quando si cambia linguaggio, quando si inventano i fatti, quando la mente osa spingersi in domini nuovi. Per noi oggi la stazione non può essere solo un punto di arrivo. Deve essere anche un punto di partenza. Dunque, sapere audere : osare sapere, sapere osare.


Se tutto il mondo diventa una marca
Perché scegliamo o rifiutiamo una merce
Enrico Regazzoni su
la Repubblica 25 agosto

Nel suo ultimo libro, che ha scritto con Laura Minestroni e che ha per titolo Valore e valori della marca (Franco Angeli, pagg.572, euro 35), Giampaolo Fabris sembra rivolgersi agli addetti ai lavori. Ma gli addetti ai lavori siamo noi. Anche se il sottotitolo (un po´ prescrittivo: "Come costruire e gestire una marca di successo") è direttamente orientato verso quei giovani manager che intendono applicarsi allo sfruttamento di un marchio (e che qui troveranno indicazioni preziose), il saggio di Fabris parla infatti di quel supermercato globale che è diventato il mondo, e scompone il funzionamento dei meccanismi che inducono ciascuno di noi a scegliere o a rifiutare le merci che il mercato ossessivamente ci propone. Veri supplenti delle cose, le marche ci hanno bombardato con informazioni su se stesse, fino a corredarci di opinioni e competenze semplicemente smisurate rispetto ai nostri bisogni reali. E un minimo di stordimento c´è. Al punto che viene da domandare a Fabris: davvero lei pensa che la marca abbia ancora un credito di attenzione, rispetto alla gente?
"Assolutamente sì. Nel mondo della produzione c´è una sostanziale omologazione di prodotti e servizi. Quello che risulta sempre più decisivo, nella scelta, è dunque la marca. Di essa si ha una consapevolezza generica. Non c´è libro di management che non inizi con questo mantra: la marca è l´asset competitivo più forte di cui un´azienda dispone. Peccato che poi questo mantra venga puntualmente disatteso".
jacovitti
  
Strano, perché la sensazione è che la quantità di marca che c´è in giro sia a livelli di tossicità.
"Certo, oggi tutto sta diventando marca: dagli attori alle università, dalle chiese alle veline. Il trenta per cento del fatturato Nike è dovuto a un giocatore che è una marca straordinaria, Michael Jordan. E pensi a quanti autori di best-seller sono diventati marca, e a quante case editrici lo stanno diventando".
Facciamo qualche esempio di scrittori marca.
"Alberoni senz´altro. Poi Eco, la Tamaro, Biagi... Le nostre ricerche, poi, ci dicono che di fronte a un titolo poco noto l´editore diventa marca, ed è decisivo: è Feltrinelli, è Einaudi. Infine ci sono quei personaggi che non nascono come marca, ma lo diventano, tipo Harry Potter. Sono straordinari moltiplicatori di valore, che spesso non hanno più alcun rapporto col prodotto primigenio. Chi è il prodotto Disney? Topolino? E chi lo sa. Però se a un peluche applichi il nome Disney l´effetto re Mida della marca è garantito: e cioè la possibilità di portare un paio di sneakers da dieci a cento dollari disegnandoci sopra un baffo".
E perché lei pensa che il potenziale della marca venga generalmente trascurato?
"Prima di tutto perché c´è una sorta di bulimia: basta guardare gli stilisti, che appiccicano le loro marche dappertutto. E poi perché nelle imprese lo sfruttamento della marca viene affidato di solito al brand manager, cioè al manager più giovane, che ha obiettivi di brevissimo termine e che per acquisire in fretta nuove quote di mercato non esiterà a praticare politiche di sconti o a lanciarsi in operazioni di brand stretching, portando la marca al di fuori delle sue competenze. È una questione delicata. Pensi al caso della Levi´s, che fa jeans e a un certo punto si è messa a produrre abbigliamento di tipo formale. Apparentemente non c´è stretching, perché sempre di vestiti si tratta. Ma da un punto di vista socioculturale, può una marca che rappresenta la trasgressione cercare di vendere un capospalla? No, non può: e infatti fu un disastro. Oppure ricordiamo quando il Mulino Bianco cercò di esportare il suo mondo in Francia, dove ancora c´è il profumo delle madeleine... I francesi si misero a ridere. C´è una tradizione culturale della marca, insomma: e se si eccettuano quelle quattro o cinque che parlano lo stesso linguaggio nel mondo, tutte le altre necessitano di una traduzione della loro cultura".
Nel suo libro lei sostiene che per un corretto impiego della marca occorre tener d´occhio tre elementi: la qualità, l´innovazione e il servizio.
"Lo so, sembra un discorso da missionario. Ma la qualità è un oggetto sfuggente. Storicamente il suo elemento centrale è il posizionamento, legato a un consumer benefit, cioè a un requisito distintivo, della cui necessità è stato profeta un colosso come la Procter and Gamble. Ma oggi quel requisito è diventato un prerequisito: quale auto può non avere gli alzacristalli elettrici? Le frontiere della qualità si spostano, insomma, fino a includere aspetti di servizio e significati di immagine. Devono essere di qualità anche la sede fisica dell´azienda, i punti vendita, la pubblicità. A vegliare su tutti questi aspetti, negli Stati Uniti, le aziende mettono un solo personaggio, potentissimo, che è una specie di vestale della marca. Invece da noi troviamo persone diverse, che spesso non parlano neppure fra loro".
La pubblicità. Quanto può pesare nell´imporre una marca?
"Molto. La pubblicità dovrebbe essere il collante, saldare fra loro tutti gli aspetti della comunicazione. E ha un grosso peso nel creare con il consumatore un rapporto empatico decisivo. Consideriamo la crescente poligamia degli acquirenti: tutti noi, mentalmente, disponiamo di un carnet di marche dello stesso prodotto, fra le quali scegliamo in ragione dell´offerta speciale, della reperibilità e della campagna pubblicitaria. Per questo non c´è più alibi per le campagne idiote e retoriche. Il consumatore è sempre più competente, in fatto di pubblicità, e ne ha le tasche piene di un mondo roseo, stucchevole, maniacalmente euforizzante. Vuole la complicità, e dunque un´ironia che richieda anche la sua partecipazione. Recentemente ho fatto uno spot per una marca di birra con un cane che porta un cieco e ondeggia dopo aver leccato qualcosa da terra. Il colpo è nel fatto che all´inizio non si capisce che l´uomo è un cieco, e si pensa invece che l´ubriaco sia lui...".
Ecco, con lo spot della birra che invita a non abusare dell´alcol arriviamo a quell´aspetto etico che sempre più connota l´affermazione delle grandi marche.
"Di fatto, c´è una nuova sensibilità. Pensiamo a un´azienda come Esselunga, che per prima ha fatto una campagna contro gli Ogm, poi si è lanciata nel biologico e nel commercio equosolidale. Oppure pensiamo alla Nike, e al danno enorme che ebbe quando venne fuori quella faccenda del lavoro minorile... Oggi, più che un prodotto confezionato, la gente vuole poter ricomporre tutta la filiera: dalla zona del mondo alle materie prime, fino ai modi di produzione".
Ma non stiamo parlando di sistemi di valori che dovrebbero far capo al politico?
"È una funzione di supplenza, senz´altro. Ma è evidente che c´è un trasferimento di valori dalla sfera della politica a quella della produzione".
Torniamo all´Esselunga, per commentare il fenomeno delle private label, cioè di quelle etichette distributive che scelgono fra un pool di produttori e applicano la loro marca sulle merci.
"È la grande sfida di questi anni. Un tempo le private label erano al limite del plagio, tentavano di copiare i tarallucci del Mulino Bianco in mille modi. Oggi non è più così, per i consumatori non c´è più alcuna differenza fra la marca Coop e qualsiasi altra. Queste private label, inoltre, stanno dimostrando più dinamismo e capacità di adattamento ai trend sociali. E questa, sul terreno dell´innovazione, può essere una sfida mortale per la marca storica".
È una sfida anche sul terreno dei prezzi.
"Certo, non è un caso se in questi tempi di crisi economica siano andati bene soltanto gli outlet aziendali, i discount e gli ambulanti. Sulla leva del prezzo la marca non può forzare più di tanto. Però sul prezzo c´è un doppio atteggiamento: il primo tende al prezzo più basso in assoluto; l´altro, che sta tagliando trasversalmente tutto il mondo del consumo, fa sì che si voglia spendere meno, ma anche avere l´impressione di fare un affare. Sotto quest´ultimo aspetto la marca può essere ancora molto competitiva".
Ma i dati parlano di una crisi che lascia ai consumatori pochi margini di scelta.
"Ho coniato io la formula della sindrome della quarta settimana, dunque so bene che prima erano i ceti meno abbienti a non riuscire ad arrivare al 27 del mese, mentre ora non ci riescono anche vastissimi strati dei ceti medi. Però osservo che rispetto ad altre crisi, tipo quella dell´inizio dei Novanta, non c´è in giro un atteggiamento quaresimale, la gente continua a sognare. C´è invece un segnale di inversione di tendenza nel sociale, che vede da più di un anno la netta regressione del berlusconismo e l´indebolimento di questa gerarchia di valori fondata sull´egoismo. Ma ciò non danneggia la marca in quanto tale: anzi, le chiede una marcia in più".
E se la gente decidesse di ribellarsi a questo sovraccarico di messaggi?
"Che ci sia un inquinamento semiotico è fuori discussione. Stendhal, entrato in Santa Croce, a Firenze, dovette fuggirne per l´eccesso di bello. La gente potrebbe fuggire dalla comunicazione per eccesso di messaggi. C´è un segnale nuovo, che gli americani hanno definito subvertising, e che consiste nel sabotare proprio i messaggi pubblicitari. Negli anni Settanta la guerriglia semiotica teorizzata da Roberto Faenza era poca cosa: ora potrebbe diventare un fenomeno importante. Basta vedere la valanga di sms che hanno travolto quello di Berlusconi sul voto, per capire che una ribellione è iniziata".


Due poesie di Mitì Vigliero Lami
sul blog
Placida Signora

San Fruttuoso

Se può servire un tuffo in mare
per salvarti la vita da quelle che sono
le intemperie della banale esistenza
forse basta lasciarsi consolare (o illudere)
dai minimi piaceri che il giorno offre,
come perdersi nel colore cielo di due occhi
o annegare una mano in ricci biondi
proprietà del figlio dei vicini d'ombrellone.

Le voci della spiaggia sono senza tempo;
sotto le palpebre chiuse rivivi la tua infanzia,
quando chiamavi gridando la madre
per mostrarle orgogliosa un sasso verde:
guarda mamma, com'è verde.

Tra gli odori degli olii e delle creme,
col salato del mare sulle labbra
nulla ha più significato: tentare
il ritorno nel grembo è solo un sogno,
come riprovare le emozioni vissute.

Rimane un po' di noia e rabbia.
Di sassi verdi ce ne sono mille,
ma nessuno è uguale a quello.


Camogli

Camminare piano, per non interrompere
il silenzio della borgata;
ricerca di pace, meglio di un santone
quel gatto rosso che dorme
acciambellato sulla rete
o la visione di una nassa abbandonata
incrostata di alghe e muscoli.
Mi chiedo da che punto di vita sia capitata
in questo acquerello di Liguria
dove il sole fa la gibigianna
sulle foglie degli ulivi.
Dal mare sale con la risacca
un urlo di sirena, saluto di mariti
alla Casa delle Mogli sempre sole.
Attendo il crepuscolo e con lui
il ritorno
dei pescherecci stanchi
scortati dai gabbiani.




Tre “Stile libero”
su
Ulivo Selvatico

Notte italiana di Letizia 9 agosto
jacovitti
  
Senza che nessuno se ne accorga, di notte spio i tetti imbiancati dal calore che emanano le terrazze e le antenne, che si fa straticello sottile e denso e in cui vanno a ficcarsi il vociare scomposto delle ore diurne, i clacson sgarbati, le marmitte dei motorini zeeeee zzzzzeeeee zzzzeeeeeeeee, le serrande aperte e richiuse, a mano, di cui conosci il percorso nei binari storti fino alla battuta sul selciato, gli sportelli che sbattono, le tovaglie sgrullate dai terrazzini, il floppare delle lenzuola stese, il pianto di un bambino e la maldicenza della vicina, la frenata della bici, la chiusura del portone automatico, lo sgancio elettrico via citofono, il ciabattare per le scale e i brandelli di voce mentre le chiavi girano nelle toppe, fino al booom dietro al quale torna il silenzio e la luce automatica delle scale si spegne, la lite convulsa dell'assicuratore scappato fuori dal negozio col cliente che rimane appeso con una gamba nella macchina e l'altra fuori per tenergli testa con l'ultima minaccia, il frinire delle ventole dei condizionatori, il tremolio dei lampioni appesi agli angoli dei palazzi e lo sfrigolio sottile dell'elettricità che li attraversa, il ticchettio dei passi di chi ancora porta suole e si riconoscono i tacchi delle donne, le ciabatte da mare e il tramestio largo e piatto del mocassino da uomo, tutto si addensa e a notte va a finire, appena sopra le antenne, in una condensa bianchiccia che si porta via la giornata e i suoi accadimenti, salendo lenta e composta come il magma scende sicuro e trascinante, fino a dissiparsi quando il primo chiarore si indovina a est e si avvertono in lontananza i furgoni dei giornali, i camioncini dei fruttivendoli e i netturbini che caricano i cassonetti sul saliscendi per ribaltarli violentemente nella stiva maleodorante del camion che stantuffa nafta come fosse una spruzzata di profumo francese.

A notte s'alza a volte una brezzolina che scuote il sartiame dei tendoni da terrazzo, mentre invece sul mare illuminato dalle code saltellanti delle onde perse alla bonaccia, le vele riposano quiete mosse appena dai sospiri in coperta.
Così sul terrazzo, salutando la nube bianca che si allontana dai tetti, sembra di veleggiare in uno spazio che ancora non c'è, il domani che non è ancora arrivato e l'oggi che non c'è più.
Studi la mappa del cielo srotolata sul tavolo indovinando gli approdi del giorno dopo e lasciando all'oblio le conquiste di ieri, senza sapere se il bagaglio sarà troppo pesante da portare verso i nuovi lidi, e forse sarà meglio abbandonarlo, che due lidi uguali non ci sono e quel bagaglio si fa zavorra.

Notte italiana che non si tace mai e se potessi fermarla legandola ad un filo d'aquilone avrebbe ancora da farti ascoltare rubinetti che gocciano, freni che fischiano, bisbigli d'amore e preghiere stropicciate tra la bocca e il cuscino, tintinnio di bicchieri insonni dinanzi ad uno schermo di televisore ammutolito, miagolii storditi e guaiti soffocati, cigolii impercettibili senza provenienza certa e lo stormire inquietante di un uccello notturno.

Fino a quando s'alza anche la notte, e se ne va come un operaio al pullman del mattino, dopo aver ripulito tutto il giorno da ogni sua traccia, come un animale dopo il parto, avanzando sicura e morbida verso ovest.


Ferragosto di Rowena 17 agosto
Ci sono notti tristi come se le guardassi da una finestra dell'ospedale, quando le luci diventano blu e si smorza il rumore degli zoccoli delle infermiere, e non ti resta altro che guardare le luci delle città, lontane così lontane da non potersi mai raggiungere.
Questa è una notte così. Si sente il rumore di fuochi artificiali che festeggiano qualcosa che non mi riguarda. Fra uno scoppio e l'altro il silenzio si addensa, nemmeno l'eco di un motorino, o un frinire di grilli; solo, insistenti, monotoni, irregolari, i fuochi d'artificio. No, non è esatto: solo il loro rimbombo, il rumore di un bombardamento di stelle filanti che non dà tregua. Le luci delle case vicine sono tutte spente; di certo sono tutti a vedere i fuochi d'artificio e a festeggiare non so che cosa.
Il buio diventa appiccicoso come il silenzio; una pece nera che si insinua negli angoli e minaccia la mia stanza. Il buio sta lì, nel riquadro della finestra aperta, e mi guarda; tremola un poco al rumore dei fuochi d'artificio che continua, ossessivo. Ci sono notti in cui il pensiero è un artiglio che afferra il petto, lo apre e lo riempie di piombo, così che a poco a poco, misurando il tempo sui fuochi d'artificio – che continuano, continuano – diventa sempre più pesante. Ci sono notti in cui la calma voluttà di pensieri distesi è irraggiungibilmente lontana come i lampioni della città visti da una stanza di ospedale. Ci sono notti in cui, non importa se con te ci sia qualcuno oppure no, si è irrimediabilmente soli.


Camillino Eldorado di Solimano 21 agosto
jacovitti
  
C'era una volta Ottaviani. Con la sua vociaccia trasteverina fece piangere papa Giovanni.
E Siri, che tutta Genova gli chiedeva il permesso prima di soffiarsi il naso (tranne i camalli).
Tisserant, cattivissimo, Villot, che papa Luciani gli prese un coccolone.
Spellman, che mangiava pane e comunisti.
Pio XI, quello che inventò l'uomo della provvidenza, dopo il Concordato.
Schuster, che benediva i gagliardetti fascisti e cercò di salvare la pelle a Mussolini.
Pio XII, che girava in sedia gestatoria e gesticolava con braccia lunghe due metri, il nobiluomo.
Fiordelli, il vescovo di Prato. “Pubblici concubini” dal pulpito a una coppia sposata in comune.
Paolo VI, di cui Aldo Moro disse in una delle sue ultime lettere: “Il papa ha fatto pochino”.
Biffi, in Emilia ridono ancora per il suo “sazia e disperata”.
Marcinkus, che non si è mai capito bene se gli piacessero più i soldi o le donne.
Laghi, che non guardava le mani di quelli con cui giocava a tennis.
Giordano, che un assegno di cento milioni al fratello era per pagare le bollette condominiali.
E adesso Tettamanzi che arriva a Milano e comincia con una omelia di un'ora e tre quarti.
Il vescovo di Parma, che ringrazia Calisto Tanzi a cose fatte, e te credo!
Caffarra, che cerca di fottere Cofferati con una intervista farlocca sull'Avvenire.
Ma uno come Camillo Ruini… il cardinale della mutua… Camillino Eldorado… quel gelato che non sapeva di niente chiuso tra due biscotti…
Adesso, a Loreto, fa intervenire Fini ad un convegno della Azione Cattolica. Roba che Pio IX si sarebbe vergognato. Ha approfittato del funerale dei carabinieri di Nassiriya per dire che dobbiamo restare in Iraq. Ha piazzato più di 10.000 insegnanti di religione nei ruoli statali senza concorso. Sempre con gli occhi rivolti al cielo, ascetico d'aspetto, bulimico nei fatti: soldi alle scuole private, soldi agli oratori, soldi, soldi, soldi… Berlusconi dice che si sente l'unto e che ha attorno gli apostoli e a Ruini gli sta bene. Sta bene tutto, finché la barca va… ha trovato il governo Eldorado…
Ciò malgrado, nutro fiducia. Al conclave non ci sarà lo Spirito Santo, ma il buonsenso sì, duemila anni lo insegnano. Capiranno che con amici come Giuliano Ferrara, Oriana Fallaci e Fiamma Nirenstein (a questo sono ridotti) andranno a sbattere, e sceglieranno una scopa nuova.
E Ruini? Si scambierà di posto con Fazio: il dott. Ruini alla Banca d'Italia ed il cardinal Fazio a capo dei vescovi. Andrà meglio perché la Banca d'Italia è una sinecura, e Fazio avrà il pudore contabile di non fare richieste assurde. Oppure… Navarro Vals al posto di tutti e due. Meglio, un tipaccio che sa il fatto suo, l'Opus Dei non fa tanti squasi. Zapatero lo terrà in riga, da spagnolo a spagnolo, alla facciaccia di noi italiani. Ci farà solo bene e Loreto tornerà ad essere solo il nome di un pappagallo.


Em.ma
Emanuele Macaluso su
il Riformista

Tra liberal e berluscones non c'è differenza 11 agosto
Il Corriere ci ha informati che "i liberali della Cdl", guidati da Alfredo Biondi, Raffaele Costa ed Egidio Sterpa, si sono riuniti per preparare "l'offensiva d'autunno". Un'offensiva che dovrebbe "rafforzare l'area laica di Fi" e a questo fine propongono di "riagganciare i radicali di Pannella e Bonino", di cui si considerano "avvocati". I tre liberali di cui parliamo sono persone perbene, ma politicamente incoerenti. Come si fa a chiedere ai radicali di aderire alla Cdl nel momento in cui è in corso un'offensiva clericale che ha in Fi il suo centro essenziale? Non c'è un referendum sulla legge talebana, voluta dalla Cdl, che regola la procreazione assistita? Non è stato Pannella a definire talebano il ministro Sirchia che propone il ticket sulle interruzioni di gravidanza volontarie? Non sono in Fi i gruppi che vogliono rivedere la legge sull'aborto? Costa lamenta: "Nel partito non siamo più abituati a discutere". In quale epoca in quel partito si è discusso? E aggiunge: "l'ufficio di presidenza non si riunisce mai, si aspettano sole le decisioni di Berlusconi". E i liberali cosa fanno di diverso rispetto a quelli che aspettano solo le decisioni di Berlusconi? Nulla.

Quando Calvino diventa un pretesto 13 agosto
La polemica estiva tra il Corriere e la Repubblica sulle lettere d'amore scritte da Italo Calvino a Elsa de' Giorgi non si spegne. Noi la seguiamo con ansia e abbiamo capito una cosa: la guerra letteraria è un momento della guerra per quelle copie che fanno ancora del Corriere il primo quotidiano italiano. La reazione di Repubblica alla pubblicazione delle lettere calviniane rivelava la stizza di chi ritiene che quell'autore gli appartenga. Ernesto Galli della Loggia invece ha letto in quella polemica la reazione di chi vede messa in discussione l'egemonia culturale della sinistra, esercitata per cinquant'anni grazie all'egemonia del Pci sulla sinistra. Una polemica insensata. Quell'egemonia, se tale fu, non venne conquistata attraverso l'uso del potere economico e statale. Poteri che erano dall'altra parte. La replica di Eugenio Scalfari a Galli della Loggia, la controreplica di Angelo Panebianco e il fondo di ieri di Ezio Mauro pestano solo l'acqua nel mortaio. Anche perché, in questo caso, nel retrobottega della contesa, come abbiamo detto, ci sono solo le copie che servono per il primato. La difesa della memoria di Calvino e l'egemonia comunista sono solo una copertura.

Che pena il declino politico di Blair 19 agosto
Sulla bandana berlusconiana abbiamo letto tutto e di tutto. Noi, nel vedere quelle immagini del presidente del Consiglio, erede di Cavour, Giolitti e De Gasperi, non siamo sorpresi. Questo è l'uomo che oggi ci governa, e forse questo ci meritiamo. "Dietro di lui avanzano le corazzate dell'Italia alle vongole", scriveva ieri il Foglio. Chi invece ci sorprende è Tony Blair, un leader su cui abbiamo contato per rinnovare il socialismo europeo. Nel giorno della sceneggiata sarda, Ralf Dahrendorf su Repubblica scriveva un articolo amaro sul declino di Blair. Fra l'altro riferiva che in Inghilterra "i più maligni hanno insinuato che se la Thatcher era interessata al capitalismo, a Blair interessava la gente danarosa". Da come si comporta nei suoi rapporti con il Cavaliere danaroso, direi che quei maligni non sono lontani dalla verità. In discussione non è il suo rapporto con il presidente del Consiglio italiano in virtù di una politica in cui crede. Ma proprio quel rapporto è offuscato dai fuochi d'artificio sardi e dalla politica delle pacche distribuite nel lusso più cafonesco. C'è modo e modo di vivere il proprio declino politico: quello di Blair è penoso.

jacovitti
  



   29 agosto 2004