
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 22 agosto 2004
Nota introduttiva
1. Le immagini di questa settimana in rete sono tratte dal sito Corrado Guzzanti.
2. Dopo un silenzio abbastanza lungo sono usciti pezzi freschi sul sito Lo scopriremo solo vivendo. Sono molto contento, e ne approfitto.
3. Si diffondono sempre più le rubriche giornalistiche con testi brevi. Inserisco una antologia, scegliendo fra i brani più recenti.
p.c.
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La squadra, il capitano e la partita da vincere
Eugenio Scalfari su la Repubblica 22 agosto
Lo schema classico della democrazia moderna, quella emersa in tempi diversi in Gran Bretagna, negli Stati Uniti d´America e in Francia, è la contrapposizione tra una destra e una sinistra, tra conservatori e progressisti, tra chi privilegia la tradizione e chi punta sull´innovazione. Socialmente la destra è più sensibile agli interessi dei ceti possidenti, la sinistra ai bisogni dei ceti economicamente più deboli. La destra è attenta a favorire la produzione di ricchezza, la sinistra alla sua equa ripartizione.
La rappresentanza politica in una siffatta democrazia si fonda su due partiti o su due coalizioni di partiti. Il meccanismo elettorale più appropriato è quello maggioritario ma anche un meccanismo proporzionale può essere compatibile col bipolarismo. Ne fa fede la storia italiana degli ultimi cinquant´anni, durante i quali abbiamo avuto un sistema elettorale rigorosamente proporzionale e uno schieramento politico rigorosamente bipolare, con la Democrazia cristiana e i suoi alleati da una parte e il Partito comunista e i suoi compagni di strada dall´altra.
Questo schema prevede che tra i due poli contrapposti s´interponga un territorio più o meno vasto, abitato da elettori che si definiscono di centro: moderatamente conservatori e moderatamente innovatori, moderatamente sensibili alla produzione della ricchezza e moderatamente attenti alla sua equa ripartizione.
Lo sforzo che impegna ciascuna delle due parti contrapposte a ogni scadenza elettorale è di conquistare gli abitanti di quel territorio centrale, o meglio centrista. I voti degli elettori di centro, che sono per definizione voti mobili, decidono di solito chi sia il vincitore della contesa. Vince chi - conservando la propria originaria dotazione di consensi - riesce ad attirare il maggior numero degli elettori centristi. Sicché sia la destra che la sinistra debbono darsi programmi in qualche modo compromissori per ottenere il favore dei moderati.
In vista delle elezioni si apre così la caccia al voto moderato. Tra il bianco e il nero, o se volete tra l´azzurro e il rosso, si interpongono i colori intermedi: tutte le gradazioni del grigio, tutte le gradazioni del rosa e del celeste. E i moderati scelgono sulla base dell´esperienza di quanto fatto o non fatto dal governo precedente e degli impegni elettorali credibilmente assunti dai partiti che sollecitano ora il consenso.
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Questo schema è semplicemente uno schema. Serve a dare un minimo d´ordine ai nostri pensieri e ai nostri giudizi, ma riflette una parte limitata della realtà. In certe situazioni si rivela lontanissimo dalla realtà.
A esser franchi: la democrazia moderna così raffigurata non esiste più in nessuna parte del mondo (ammesso che sia mai esistita). Non esistono i blocchi sociali che dettero qualche sostanza e qualche struttura alla destra e alla sinistra di un tempo.
Esistono, quelli sì, i poveri dislocati sui vari gradini della povertà e i ricchi dislocati sui vari gradini della ricchezza; ma pesano soprattutto le paure dei semi-ricchi di precipitare nell´inferno della povertà e le aspettative dei poveri intraprendenti, fiduciosi di entrare nel paradiso degli agiati. In tempi di ottimismo congiunturale i poveri intraprendenti e fiduciosi delle proprie forze danno il tono di fondo all´intera musica mentre in tempi di pessimismo e di stagnazione sono le paure dei semi-ricchi a prevalere.
Da quando le tradizionali e nette distinzioni di classe sono scomparse sotto l´urto delle nuove tecnologie e della nuova organizzazione del lavoro, la destra e la sinistra hanno mutato fisionomia acquistando connotati nuovi e più aderenti ai tempi e alle condizioni sociali. Ma i moderati sono di fatto scomparsi.
I moderati si interponevano tra i padroni delle ferriere descritti dai romanzi di fine Ottocento e gli anarchici e i socialisti delle leghe contadine e delle case del popolo operaie.
Ma oggi il "parun da le bele braghe bianche" delle canzoni d´epoca lavora al computer per vendere i prodotti della sua azienda interamente informatizzata e i socialisti e comunisti rivoluzionari delle leghe d´un tempo mandano avanti le loro piccole officine, gestiscono l´autopompa e lo snack, aprono agenzie di pulizia, recapitano plichi a domicilio, possiedono automobili da rimessa, fabbricano prodotti d´abbigliamento, indotto d´ogni genere e tipo.
Ceto medio, lavoro a cottimo, partite Iva, immenso esercito del sommerso, artigiani. A volte votano a sinistra, a volte a destra, secondo che prevalga la paura di esser risucchiati all´indietro nella scala dei redditi, o prevalga la speranza e la voglia di progredire; secondo che sentano più bisogno di farsi da sé o di ottenere protezione sociale; secondo che privilegino il sacro egoismo individualistico o la santa solidarietà collettiva.
Chi sono, in una società informe come l´enorme pancia d´una balena, e dove sono i moderati? Gli amanti dei colori pastello, del parlar sottovoce, dei modi urbani, del giusto mezzo, della sobrietà nell´agire e nel pensare, del rigore dei sentimenti e della riga dei pantaloni? Entrate in una trattoria, in un ristorante, in un bar, in un vagone di treno e di metropolitana, in uno stabilimento balneare, in un impianto di sciovie e funivie e cercate tra tanta e varia gente un gruppo di moderati. Non lo troverete perché non c´è. Non c´è perché è stato distrutto dai mutamenti del costume, dell´economia, dei mezzi di comunicazione, della politica.
I moderati sono una specie in estinzione come la foca monaca, i pinguini e le tartarughe giganti. Perciò quel famoso schema secondo il quale tra la destra e la sinistra vince chi riesce a conquistare i voti moderati del centro è fasullo. Il centro è vuoto o tutt´al più semivuoto. Se ti vuoi conquistare il voto disincantato delle partite Iva è inutile promettere sgravi fiscali: stanno perdendo clienti, fatturato e profitti; hanno bisogno che aumenti la domanda altrimenti chiuderanno bottega e molti l´hanno già chiusa. L´indotto di mezz´Italia barcolla senza più grandi e medie industrie che lo sostengano.
La piccola impresa ha il fiato grosso e si delocalizza. La competitività continua a regredire e sta agli ultimi posti della scala mondiale.
Volete, a destra e a sinistra, dare la famosa scossa? Bisognerebbe fiscalizzare gli oneri sociali, avvicinare il più possibile il salario lordo a quello netto e fare spazio a consistenti aumenti delle retribuzioni. Altro che abbattimento dell´Irpef.
Il reddito minimo di sussistenza è stato calcolato in 1700 euro mensili, ma quanti sono i pensionati e i lavoratori che stanno sotto a quel minimo? E quanti coloro che, standone ancora al di sopra, hanno fondate ragioni di temere lo scivolamento all´ingiù?
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Il problema della sinistra, dunque, non è quello di scovare i moderati e conquistarne il consenso, ma di recuperare il consenso attraverso lo sviluppo e di riprendere al tempo stesso un´energica politica di risanamento finanziario.
La destra, se sarà sconfitta, lascerà in eredità un buco enorme, di almeno 60 miliardi di euro. Ve l´ha già detto Siniscalco nel suo Dpef e a lui almeno in questo si può credere. Ma colmare quel buco significa soltanto rimettere in regola la finanza. Se aggiungete i costi necessari a rilanciare lo sviluppo arrivate più o meno a 100 miliardi di euro, 200.000 miliardi di lire.
Certo se la domanda riprende ci saranno maggiori entrate, ma arriveranno gradualmente e per un anno non vedrete un centesimo in più.
Qualcuno dovrà pur pagare almeno una parte di questa rovina. Bisogna spiegarlo agli italiani ma stando attenti a non adottare misure che deprimano la domanda, ma anzi che la rilancino.
Ecco perché ci vuole un patto sociale. Non tra forze politiche ma tra forze sociali. Bisogna orientare tutte le risorse disponibili sul rilancio del potere d´acquisto, della domanda, degli investimenti, della sicurezza sociale, dei servizi pubblici, delle infrastrutture. Bisogna garantire buona e nuova occupazione, come predicano (ma finora inascoltati) Giorgio Ruffolo e Alfredo Reichlin. Bisogna favorire il dialogo tra sindacati, Confindustria, Confcommercio.
E bisogna fermare il federalismo al buio della Lega. Quanto costerebbe all´economia la devolution voluta dai nipotini di Bossi? Nessuna indagine ufficiale è stata ancora compiuta ed è una lacuna incredibile e inammissibile.
Ma alcune analisi fatte a spanne parlano di 100 miliardi di euro come maggior costo burocratico della devolution, gradualizzate in cinque anni. Capite in quale baratro rischia di precipitare lo Stato per far contento Calderoli? La legge rischia di passare entro il prossimo 6 ottobre, ma senza un attento calcolo dei costi è impensabile che possa esser promulgata: aprirebbe la strada alla bancarotta dello Stato.
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La sinistra dispone d´una squadra dirigente notevole, la migliore che ci sia sul mercato politico. Ma finora ha affrontato questo gomitolo di questioni solo di striscio. E´ venuta allora ad affrontarle frontalmente perché l´autunno 2004 sarà molto caldo.
A destra il disincanto dilaga, ma quei consensi che Berlusconi sta perdendo non varcano ancora la soglia. Si rifugeranno nell´astensione.
Attenti però: anche a sinistra c´è disincanto. Anche a sinistra l´astensione, già alta, può aumentare.
Sarebbe sciocco dire a Prodi: facci sognare. Non servono i sogni né bisogna sperare nei miracoli che non esistono. Ma possiamo dire a Prodi: datti da fare. Da subito. I problemi sono quelli. Li conosciamo. Conosciamo anche i bisogni. Perciò datti da fare. Fai un discorso alla nazione. Dì quali sono i pericoli, quali le possibilità, quali gli obiettivi, quali i mezzi e i modi per realizzarli. Insedia la squadra.
È sbagliato pensare che la battaglia cominci nella primavera del 2006 o alle regionali del 2005. La battaglia è in pieno svolgimento. Stanno smontando pezzo a pezzo lo Stato, le istituzioni di garanzia, l´economia pubblica e quella privata, il potere d´acquisto dei cittadini. Ai primi d´ottobre daranno un altro colpo di piccone con una devolution senza sostanziale copertura.
C´è un uomo al Quirinale che rappresenta tutti i cittadini. Riscuote un consenso di massa quasi unanime. Ma è solo, terribilmente solo. Non pensiate che da solo possa sorreggere uno Stato pericolante. Voi di destra, voi di sinistra, che avete egualmente a cuore le sorti del paese e vi entusiasmate quando il tricolore sale sul podio olimpico, aiutate quell´uomo e fate che non sia il solo a combattere per tutti.
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Settore pubblico tabu' nazionale
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera 19 agosto
Immaginiamo che una decisione simile a quella presa dal governo laburista britannico che ha scelto di ridurre di centomila unità i dipendenti pubblici venga annunciata da un (qualsiasi) governo italiano. Cosa accadrebbe? Cosa accadrebbe se un governo decidesse di sfidare quello che è sempre stato il più sacro dei tabù nazionali, ossia la regola secondo cui i dipendenti pubblici non possono mai essere licenziati, se non per gravi cause di indegnità, per lo più accertate per via giudiziaria? È probabile che un annuncio simile scatenerebbe violente reazioni da parte dei dipendenti della pubblica amministrazione, che vedrebbero annullato quello che essi considerano alla luce delle nostre perverse tradizioni nazionali un "diritto acquisito". Ed è altrettanto probabile che ampi settori della società italiana sarebbero solidali con loro. Economisti e organismi internazionali possono ripetere quanto vogliono che senza aggredire la spesa pubblica con consistenti tagli i guai italiani non verranno avviati a soluzione. E possono ripetere ogni giorno che senza incidere sia su uno dei più costosi sistemi pensionistici occidentali (che tale resta anche dopo la riforma or ora varata), sia sulle dimensioni del pubblico impiego (quasi il 23 per cento della spesa pubblica viene assorbito dagli stipendi dei dipendenti) la spesa non può essere davvero ridotta. Queste ineccepibili valutazioni tecniche si scontrano con il tabù di cui sopra, rendendo politicamente impraticabile la strada della contrazione del numero degli addetti alla pubblica amministrazione. Si noti che una reazione altrettanto dura, per esempio da parte dei sindacati, si avrebbe se venisse proposta, anziché una politica di licenziamenti, una più blanda misura di blocco totale (poniamo, decennale) delle assunzioni nel pubblico impiego, accompagnata alla scelta di affidare al ritmo naturale dei pensionamenti il compito di ridurre gradualmente, ma definitivamente, il numero dei dipendenti pubblici. In questo caso, tra l'altro, ci si scontrerebbe con le mille barriere, legali e di fatto, che impediscono di trasferire rapidamente i dipendenti dai rami di attività sovradimensionati (per numero di addetti) a quelli sottodimensionati, dove c'è effettiva necessità di personale. Per inciso, questo è il vero problema di tutta la discussione sul federalismo: come si fa ad affidare nuovi compiti a regioni ed enti locali se poi non si è in grado di trasferire dal centro alla periferia i funzionari e gli impiegati necessari? Chi vuole il federalismo ha l'onere di mostrare come si possa fare. Dietro alla questione c'è una delle più gravi tare della nostra "cultura civica" nazionale. Quella per cui è comunemente accettato, sia pure tacitamente, che lo scopo dell'impiego pubblico non sia, se non in via subordinata, quello di servire a precise esigenze della collettività. Se così fosse, sarebbe pacificamente riconosciuto il fatto che la permanenza di chicchessia nel settore pubblico dovrebbe dipendere solo da quelle esigenze (oltre che dalla competenza dimostrata da ciascuno nel lavoro). Ma se, come è sempre stato fino ad oggi, il pubblico impiego è trattato, in via principale, come una risorsa per fronteggiare esigenze occupazionali (del Mezzogiorno, ma non solo) che il mercato del lavoro privato non è in grado di soddisfare, è evidente che qualunque richiamo alla necessità di un ferreo rapporto fra numero (e qualità professionali) dei dipendenti pubblici ed esigenze dell'utenza è destinato ad apparire scandaloso, blasfemo. Dobbiamo ridurre la spesa pubblica ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo alcuni radicati vizi nazionali.
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Niente miracoli a Porto Rotondo
Ilvo Diamanti su la Repubblica 22 agosto
L´ironia sulla bandana, indossata con disinvoltura dal premier in occasione della visita "privata" di Tony Blair a Porto Rotondo. è sbagliata. Bisogna prendere sul serio, la bandana, in tempi di politica dell´immagine, fatta di volti, corpi, segni, a cui i media offrono un necessario, complice sostegno. Anche quando trasudano dileggio e spregio. E parlano di non-politica, dedicando a essa pagine e pagine di politica. D´altronde siamo in piena estate. Ferragosto. E la politica, i politici, si "denudano" del loro ruolo pubblico. (E non solo di quello). Apparendoci, oppure dissimulandosi nel privato. Che, spesso, sempre più spesso, costituisce il loro mondo privilegiato. Quello attraverso il quale comunicano con la "gente comune". Così, il Berlusconi di Ferragosto interpreta al meglio, senza faticare, il modello della personalizzazione leggera, della politica come gossip. E offre all´opinione pubblica un grandangolo sulle debolezze dei potenti. Guardate con malcelata soddisfazione, perché li rende "tanto simili a noi" (e magari, anche peggiori). Il "Berlusconi privato", d´altronde, non è molto diverso da quello pubblico. Perché il premier svolge molte delle sue attività più importanti in spazi "privati".
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A casa sua. Nelle sue diverse residenze, sparse in Italia. A Roma, Milano. In Sardegna. Dove da tempo si è dedicato a costruire una residenza imperiale. In Sardegna, peraltro, Berlusconi ci va non solo d´estate. Vi trascorre, invece, lunghi periodi dell´anno. Quando, in particolare, deve "cambiare faccia". Con un lifting, nell´ultimo inverno, per affrontare la lunga e dura campagna elettorale incombente. Oggi, impegnato a ridurre - pare - la calvizie che lo affligge e lo fa penare. In agosto, poi, la Sardegna diventa l´Isola dei famosi. Sulla quale (in concorrenza con Briatore) regna il premier. Che ne ha fatto la sede dei suoi vertici politici e di Stato. L´anno scorso il presidente russo Putin. Accolto anch´esso in bermuda e camicia - spalancata, più che aperta. Putin stesso, il torace nudo. Immortalati, entrambi, mentre procedono in mezzo a una fantasmagorica foresta di cactus. Quest´anno Blair. Accolto insieme alla moglie Cherie, con la cordialità dell´ospite munifico ed esuberante, fra cene e canti (sicuramente) memorabili. L´isola dei (ricchi e) famosi. Affollata, d´estate più che mai, da giornalisti e fotografi. Un grande teatro mediatico. Di cui Berlusconi è regista e protagonista. Tuttavia, non solo di un fatto spettacolare si tratta, anche se lo spettacolo certamente conta. È che raffigura la politica condotta "lontano" da Roma. Dalle aule "sorde e grigie" del Parlamento. Dai conciliaboli complicati e sterili dei partiti. Così, sotto gli occhi di tutti, Berlusconi mette in scena e interpreta la "politica a modo suo". Fatta a "casa sua". Senza gravare sui bilanci dello
stato. Incontrando i potenti della terra, trattati come compari e amici. I dialoghi sull´Iraq con Blair e in collegamento telefonico con l´amico George W., per invitarlo a usare prudenza con le città sacre degli sciiti. Fra un aperitivo e una canzone. Fra un piatto di pesce e una chiacchiera in libertà. Un modulo collaudato. Che, tuttavia, quest´anno viene svolto con rinnovata, determinata convinzione. Perché il mito del lìder maximo della maggioranza e del paese, appare un po´ pallido. Appannato dall´esito deludente delle elezioni europee e amministrative di giugno. Gli stessi leader alleati, Fini e soprattutto Casini, che reclamano la fine della "monarchia assoluta". Il passaggio alla democrazia della "coalizione", improntata dalle decisioni coordinate e negoziate. Dalla collegialità. L´estate in Sardegna, per questo, è il seguito della resa dei conti romana. Serve a sottolineare come la Casa delle Libertà sia casa sua. Lo incorona di nuovo come sovrano. Sposta la capitale da Roma a Porto Rotondo. Evoca un metodo di governo che, per imitazione, si allarga altrove. Il processo riformista, ad esempio, invece che nelle sedi istituzionali (sorde e grigie, dove si discute troppo e male), avviene in ambienti vacanzieri. Soprattutto in montagna, dove il pensiero vola più alto. Così a Lorenzago, a fine estate, alcuni uomini politici della maggioranza, particolarmente saggi, fra una passeggiata e l´altra, immaginano proposte sagge per ridisegnare la forma di Stato e di governo. E magari la legge elettorale.
Non c´è molto da sorridere né tanto meno da ridere. Perché a questo metodo ci stiamo assuefacendo. Per inerzia. Alla politica raccontata dai settimanali rosa, dalle pagine rosa dei quotidiani grigi. E dai siti "beninformati", come Dagospia, che hanno abbandonato il mondo dello spettacolo - noioso e privo di interesse - privilegiando lo spettacolo della politica, dell´impresa, della finanza. E dei media. C´è poco da ridere sul trionfo della non-politica, cui noi stessi partecipiamo, dedicandogli tanto spazio. Contribuendo al tentativo di Berlusconi di riprendersi a ferragosto - a colpi di immagine - il ruolo perduto in giugno - alle elezioni. Riconquistando, peraltro, quella Sardegna, che Soru gli ha sottratto.
Meglio non sorridere. Meglio prendere sul serio la bandana e il (presunto) trapianto. Che concorre a rilanciare il modello dell´uomo di successo. Capace di rinnovarsi, quando lo consideri un prodotto inesorabilmente scaduto. E di compiere i miracoli: cambiare faccia, farsi ricrescere i capelli. Sfidando i luoghi comuni, e il ridicolo. Icona dell´uomo comune del nostro tempo che teme l´incedere del tempo, rifiuta i segni del tempo e, per questo, cerca di fermare il tempo. Rimuove la vecchiaia. Vorrebbe restare per sempre giovane. Ma si accontenta, almeno, di apparire non-vecchio. Incurante della stampa di genere e di quella ostile. Perché vuole trasmettere simpatia. Complicità. All´Opinione Pubblica. E ottimismo. Un diverso sguardo sul presente, per migliorare l´immagine del futuro.
Viene in mente, per contrasto, l´altra immagine che ha riempito i media, nell´ultima settimana. Pur sapendo di rischiare un paragone blasfemo. O, per altri motivi, demagogico. Ma l´abbiamo vista, sulle stesse pagine degli stessi giornali. La figura del Pontefice. Dolente. La malattia e la vecchiaia indossate con ostentazione. Quasi esibite. In modo consapevole. Strategico. Considerata l´attenzione assoluta che il Pontefice ha dedicato, da sempre, alla comunicazione. All´immagine. Trasformando se stesso, il proprio corpo (sempre più piegato), il proprio volto (sempre più scavato), i propri viaggi (sempre più epici) in un messaggio. (Come ha sostenuto Edmondo Berselli sull´Espresso di questa settimana). La coincidenza del calendario induce a osservare e infine a contrapporre queste due immagini. Il Pontefice e il premier. Il Parkinson invece della bandana. Le rughe come solchi profondi invece della pelle tirata. Le parole sussurrate in un soffio, invece delle canzoni interpretate disinvoltamente. La bocca come una ferita invece del sorriso collaudato. E, invece della residenza stabile e rutilante di Porto Rotondo, il viaggio (perenne: è sempre in viaggio, Karol Wojtyla) a Lourdes. Terra santa, per un pellegrinaggio incessante di malati, nel
corpo e nell´anima, in cerca di miracoli. Ma, anzitutto, di serenità. E di speranza. Speranza (non ottimismo): "fede" (non fiducia) che qualcosa cambierà. Oggi. E se non oggi, domani. E se non domani, domani l´altro.
È giusto, allora, prendere sul serio le rappresentazioni estive. Anche quando sembrano banali. Le bandane e le corti di ferragosto. Le costituenti alpine e le feste di partito. Ma non "troppo" sul serio. Perché spesso le secessioni annunciate d´agosto in settembre sfiniscono. Le polemiche, sopite all´ombra degli ombrelloni, si risollevano, spinte dal vento d´ottobre. O al contrario: le questioni alimentate ad arte si sfiatano. E l´ottimismo estivo in autunno si raffredda. Talora gela. Meglio prendere sul serio, in tempi come questi, le immagini, i segni. Ma senza esagerare. E senza porre tutto sullo stesso piano. Irretiti dai riti mediatici.
Per i miracoli - a esempio - Porto Rotondo continua a sembrarci meno affidabile di Lourdes...
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La banda della bandana
Paolo Soldini su l'Unità 20 agosto
Prendete il Foglio di giovedì e leggete, in prima pagina, Voi che dite di non sapere chi è Costantino (e lo snobbate) non meritate un premier in bandana. Non è una lettura frivola. È un articolo serissimo, odora di tragedia. Il climax è verso la fine, quando l'autore (l'autrice?) spiega il messaggio chiaro che Berlusconi ha mandato al paese comparendo com'è comparso al fianco di Blair in Sardegna.
"ono un italiano, ho la camicia aperta, sono come voi, un avventore del Billionaire ma molto, molto più ricco; ho un'acconciatura da cretino, e sono come voi
sono un italiano e mi sento figo perché sono come voi: con soldi che puzzano di nuovo e accessori che puzzano di soldi. Sono un italiano, non mi giudicate, siete come me".
Attenzione. L'autore (l'autrice) non scrive che questo è il messaggio che Berlusconi ha inteso inviare, il che presupporrebbe la possibilità che il messaggio stesso fosse sbagliato, improprio, mal indirizzato, irricevibile. No, scrive che questo è il messaggio che è stato inviato. Che, cioè, come tale è stato ricevuto: vero alla partenza, vero all'arrivo. Autentico. Il redattore (la redattrice) del Foglio pensa che gli italiani (la gente come espressione non usa più) siano davvero così. Che se le elezioni si svolgessero via sms il 51% voterebbe per Costantino, che un premier così gigantesco da prendere il costantinismo, ovvero l'etica vincente del paese, ovvero il più puro Zeitgeist e applicarlo a se stesso è così ganzo da appartenere alla metà giusta dell'Italia, quella che più che metà è nove decimi.
I nove decimi degli italiani, dunque, sono dei fessi colossali e il capo del loro governo ne è una sorta di metafisico marco identitario, è un'epifania della loro fessaggine, il sublime distillato della loro nullità, intellettuale e morale. C'è poi una minoranza che non crede al Grande Fesso e che perciò non lo merita. Sono gli opinion leader delle mie (sue dell'autore/autrice) Manolo, quelli che fanno i giornali, sudano nelle riunioni di redazione, non fanno lo sforzo di sfogliare Chi e se si trovano davanti Costantino non lo riconoscono. Che, aggiungo di mio, ignorano persino che cosa siano le Manolo. Scarpe?
Una minoranza infima, insomma, già pronta per la pattumiera della Storia. Niente a che vedere con l'Italia e con gli italiani. Con il paese reale come dicevano una volta i noiosi politici di quell'altra Repubblica.
Adesso immergiamoci nella irrimediabile tragedia che trasuda da questa fatua prosa. Chi ha scritto l'articolo sa certamente chi è Costantino, probabilmente sfoglia Chi e evidentemente indossa (sempre che si tratti di scarpe) le Manolo. Ma è dubbio che collochi il proprio ego tra i burinazzi incolti, immorali e un po' maleodoranti che immagina come destinatari del messaggio della bandana berlusconiana. Per dire: conosco Giuliano Ferrara da molti anni e so che si taglierebbe una gamba, forse tutte e due, piuttosto che rischiare di essere considerato da chicchessia nel novero degli italiani fessi.
È più probabile che lui (o lei) veda il proprio spirito galleggiare, insieme con i colleghi redattori del Foglio e pochissimi altri, in un doloroso purgatorio, esule tanto dall'inferno di quelli che a Chi preferiscono altre letture e diventano rossi di vergogna a vedere il leader del proprio paese (eletto democraticamente, certo, certo, eccome no, ci mancherebbe!) acconciato in quel modo, quanto dal paradiso dei fessi che non sanno di esserlo, che tanto altri lo sanno per loro.
Dev'essere una grande sofferenza. La lettura dell'articolo, non so perché, mi ha fatto venire in mente il dolore che traspare dalle testimonianze lasciate dai grandi pensatori pessimisti della storia. Quelli che, avendo una grande considerazione di sé, ne ebbero pochissima per i propri simili. Certi Padri della Chiesa, si licet, convinti che ai pecoroni del gran gregge di Dio spettasse, per guadagnarsi la salvezza, solo sottomettersi, tacere e patire; certi filosofi, così permeati dalla percezione dell'infinità vacuità di conoscenze e morale da raccomandare (agli altri) il suicidio; certi dittatori, che a forza di considerare emeriti beoti i propri sudditi, anche se non c'erano ancora le tv, non hanno avuto tanti scrupoli a farne carne da cannone o schiavi da fabbrica e dopolavoro...
Va bene, non ci allarghiamo con i santi e i dittatori. Però, per favore, un po' di misura ci vuole da tutte le parti. Io, per esempio, so (adesso) chi è Costantino ma non lo riconoscerei in fotografia. Mi toglieranno il passaporto? Di Berlusconi mi vergogno, forse più ancora di altri perché avendo passato una buona porzione della vita fuori dall'Italia mi ero molto consolato nel vedere il mio paese salire nella considerazione altrui. Mi devo vergognare di vergognarmi? E che diavolo! Siamo italiani anche noi che non portiamo le Manolo, se sono scarpe.
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Il Codice Enigma
Umberto Eco su L'espresso
Finalmente la nostra cultura giornalistica (se l'ossimoro ha un senso) ha messo la testa a posto. Nel corso dell'estate ormai languente, anziché perdersi nella ormai insostenibile demonizzazione di Berlusconi o nelle forme più viete di antiamericanismo (come la critica di Al Capone e della banda Manson), la nostra stampa ha avuto il coraggio di affrontare i temi essenziali di un sano e illuminato revisionismo storico. Come è noto, tutto è partito da documenti ancora inediti in base ai quali la chiave per capire l'assassinio di Gentile si trova nel carteggio tra Italo Calvino ed Elsa de Giorgi. E non solo, ma nel carteggio inedito (ed eroticamente molto acceso) tra Gentile e Ranuccio Bianchi Bandinelli si troverebbe il bandolo per spiegare perché Calvino abbia intitolato la sua opera giovanile 'Il sentiero dei nidi di ragno' e non 'Vieni, c'è una strada nel bosco'. Solo l'egemonia culturale della sinistra aveva impedito per cinquant'anni che fosse rivelata l'indispensabilità dei carteggi amorosi per capire sia l'opera di uno scrittore sia la funesta azione dei Gap.
Oggi fortunatamente è nata un'organizzazione per la messa in pubblico dei carteggi amorosi, a cui si può accedere pagando una tassa minima, anche disponendo del solo diploma di perito agrario, nel sito www.parlamidamoremariù.cepu, dove sono conservate anche le lettere del conte Contini Bonaccossi a Gianfranco Contini, con brani memorabili sull'utilità della 'critica degli scartafacci'.
La storia è ormai nota. Una mattina del 1944 Elsa de Giorgi e Paolo di Stefano si appostavano davanti alla casa di Giovanni Gentile in Campo dei Fiori e bruciavano sul rogo il filosofo, mentre Concetto Marchesi soffiava sul fuoco (vedi Raffaele la Porta: "Essi sono tra noi: Giordano Bruno discepolo di Evola").
Ma quello di cui gli storici non si erano ancora resi conto era che tutto nasceva da una lettera di Togliatti a Norberto Bobbio (che finalmente, rompendo l'egemonia culturale della sinistra, si è scoperto essere stato il vero ed effettivo capo segreto dell'Ovra). Togliatti, con la sua tipica doppiezza, dichiarava la sua fedeltà al fascismo e chiedeva venticinque lire per acquisto francobolli (destinati al suo carteggio amoroso con Teresa Noce - che in effetti era un travestito che agiva sotto il nome di Colonnello Valerio) e in cambio assicurava di dare in mano alla polizia fascista Antonio Gramsci - facendolo sorprendere in una casa di piacere della Versilia mentre si dava ad accoppiamenti contro natura con la solita Virginia Woolf, mentre Teresa Guiccioli e Tamara de Lempicka suonavano la marimba.
Con una mossa tipica dell'egemonia culturale della sinistra, Roberto d'Agostino (vedi www. dagospizza.com, dove ovviamente 'com' sta per 'comunista') rivelava come Togliatti a quell'epoca stesse in effetti scrivendo 'Il visconte dimezzato'. Il manoscritto gli era stato poi sottratto da Calvino con l'aiuto di Alberto Asor Rosa - e la trama può essere messa facilmente in luce anagrammando l'intero testo di 'Scrittori e Popolo', che in effetti costituisce un unico e labirintico palindromo, da leggersi scegliendo una lettera sì e 1.618 no, quindi moltiplicando il tutto per 3,14. D'altra parte è ormai noto come gli stilemi calviniani ricalchino quelli di Roderigo di Castiglia.
Ma questo è diventato evidente solo dopo che gli eredi Contini Bonaccossi sono riusciti a scovare il carteggio amoroso tra Ferruccio Parri e la cugina di Elsa de Giorgi, da cui si evince anche che la sigla 'Gap' significava 'Guardando per Oblò la Poesia'. Come è noto i Gap erano nati da una società segreta costituitasi per celare i rapporti omosessuali tra Ford Madox Ford e T. S. Eliot quando insieme a Drieu la Rochelle cospiravano per far cadere in mare l'aereo di Saint-Exupéry, il quale aveva denunciato, giocando sul doppio senso del titolo 'Vol de nuit', un furto notturno del carteggio amoroso tra Cesare Pavese e Claretta Petacci, trafugato nottetempo da Ernesto Galli della Loggia nel fondo libri antichi di Eugenio Scalfari, per impedire che Ezio Mauro rimanesse l'unico garante dell'egemonia della sinistra.
Il vero problema, però, come si potrebbe dedurre da una serrata analisi stilematica e struttural-narratologica di tutti i carteggi amorosi di Calvino (circa diecimila pagine ancora inedite), vendute surrettiziamente dai Chalabi (padre e figlio) a Primo Carnera (da cui emerge l'indubbia omosessualità dell'atleta, uso esibirsi in pubblico a torso nudo facendo sfoggio di una muscolatura di chiaro stampo omoerotico) è se Thomas Mann si dedicasse al coito bestiale. Senza risolvere questo punto non si capirà mai il messaggio segreto de 'La montagna incantata' (né chi fosse realmente l'Eletto, in realtà la capra di Marcovaldo). Ma quali sono stati i veri rapporti tra Elsa de Giorgi e Bruneri e Canella? Sino a che Arbasino terrà secretato il loro carteggio (a tre!) il nostro paese sarà ancora assillato da troppi misteri irrisolti e Berlusconi non potrà lavorare in pace.
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Una vita da facchino di Dio
Piero Colaprico su la Repubblica 21 agosto
Lo hanno derubato, accoltellato, gli hanno fatto male, l´hanno deriso, minacciato, ha subito incendi e furti nelle comunità che via via è riuscito ad aprire, cominciando da quella famosissima sotto la stazione Centrale, in via Sammartini, nell´ormai lontano 1978. Ma non è mai crollato, mai rassegnato. Una roccia. E ora che fratel Ettore non c´è più, diventa chiaro che se n´è andato un uomo che sembrava piovuto a Milano dal Medio Evo dei "poverelli", della fede totale nel Dio che provvede e sostiene le imprese impossibili.
Era forte e, a volte, imbarazzante. Un personaggio carismatico, dalla figura massiccia, dalla voce potente, dalle mani nodose: ma non avrebbe mai potuto apparire come ospite in un talk show televisivo senza creare scompiglio. Non era malleabile, non era gentile, non diceva sempre la cosa considerata giusta al momento giusto. Con il suo strano accento, un mix padano, poteva sussurrare una preghiera come urlare un ordine. Imprevedibile. A volte entrava come una furia in una scuola, o in ospedale, o nelle chiese per i funerali, e predicava a chi c´era. Fece scalpore difendendo dallo sfratto un gruppo di stranieri che viveva malamente in una cascina: loro gridavano Allah akbar, e lui "Dio è grande", e ai poliziotti non era restato altro da fare che mollare l´assedio. Non si mostrava per protagonismo. Era che seguiva l´istinto: "la chiamata". E si fidava ciecamente della voce che sentiva dentro: "A grandi grazie di Dio fanno da contrappeso grandi croci", spiegava, senza mai dire a nessuno che era malato da quindici anni e più, e s´era sottoposto a tante operazioni.
Lo sdrucito abito talare nero, con la croce rossa, era la sua divisa da "facchino di Dio": notte e giorno, lo si poteva vedere che da solo scaricava cassette di frutta o pasta da servire nelle sue mense, o medicava qualcuno ferito e senza documenti. Pregava con la testa storta, le mani così strette da parere annodate, gli occhi socchiusi. Pronunciava anatemi terribili contro i gay o l´aborto, trasaliva di fronte alle "Sodoma del 2000". La modernità gli procurava più orrore che a un ayatollah: girava con un furgoni e auto con la Madonna sul cofano o sul tettuccio, e aveva una Ford Sierra con un Cristo dipinto. In qualche modo, quell´apparenza così vistosa gli veniva concessa, perdonata e persino avallata, perché lui faceva del bene - e lo faceva sul serio - agli "ultimi" della lista, ai "barbùn". E senza discriminarli mai per religione, nazionalità, età.
Per questo il sindaco Gabriele Albertini gira con in tasca un rosario di plastica che il vecchio frate gli ha regalato. O si parla di lui in uno dei primi libri scritti da immigrati, "Fiamme in paradiso", dell´algerino Smari Abdel Malek. O sono stati a decine di migliaia, da ogni parte d´Italia, a portargli fisicamente soldi, vettovaglie, lenzuola, vestiti: "Trovo dieci milioni in dieci minuti, ma per trovare un volontario che venga qui devo recitare tutto il rosario", si lamentava.
Era nato nelle campagne di Mantova: "Da ragazzo mi vedevo come un padre di famiglia, con tanti figli, eccoli", diceva, indicando la sua corte fragile, umiliata, sdentata di tossicomani, diseredati, psicotici di ogni angolo del mondo. L´unità sanitaria locale con le bizze di fratel Ettore impazziva: non c´era niente a norma igienica o di sicurezza. La sua risposta era un´alzata di spalle: "Andate voi sulle strade a vedere in che condizioni li ho trovati? No? E allora fuori di qui".
Una notte di neve, era la metà degli anni Ottanta, aveva invitato il cronista a seguirlo: "Vieni fratello, ti farò vedere una cosa formidabile contro l´Aids", disse. Cominciò, a tarda sera, un viaggio strampalato lungo le strade deserte della periferia nord, in tre sul sedile anteriore di un furgone. Il conducente, ogni volta che sbagliava strada o le gomme slittavano sul ghiaccio, sembrava sull´orlo della prostrazione. Alla fine, dopo alcune conversioni a U, si arrivò nel meraviglioso cortile di una vecchia cascina, con la paglia ai lati. L´Aids era allora una grande novità semisconosciuta: c´era chi sosteneva che non esistesse e chi, più saggiamente, l´aveva definita la nuova peste. Si cominciava a morire, infatti, anche a Milano. Cosa aveva in mente fratel Ettore?
Avanzò per primo lungo una scala buia, poi si spalancò davanti a noi una grande stanza. L´immagine è difficile da dimenticare. C´erano giovani magrissimi, pallidi, sotto lenzuola di carta, di quelle delle ferrovie. Alcuni erano attaccati alle flebo, altri parevano agonizzare. "Sono poveri malati di Aids", disse, e corse ad accarezzarne uno. Intorno ai letti, si muovevano alcuni clochard, barbe e capelli lunghi, erano loro che li assistevano: "Capisci, fratello? Gli ultimi - tuonò fratel Ettore - aiutano quelli che sono ancora più ultimi di loro".
Era febbrile, di fronte a quella visione insieme tragica e potente, una storia a metà tra il quadro di Bosch e madre Teresa, tra la solidarietà e l´assurdo. Era una fratellanza da tenersi stretta, come un esempio, o da fuggire? "San Camillo diceva che l´ammalato è l´immagine di Cristo sofferente, non si può presentare la parcella, non si può chiedere", spiegava fratel Ettore. Quell´esperimento, fortunatamente, durò poco.
Eppure, ancora oggi, passato tanto tempo, è difficile trovare una risposta univoca: c´era lui di fronte all´ondata di emergenze e follie che cresceva (e cresce) nelle pieghe delle metropoli. Come fronteggiarle? Se non ci fosse stato l´Ettore con la sua santa confusione e la sua confusa dedizione, un letto e un piatto a chi non riusciva nemmeno ad alzarsi dalle panchine sarebbe mai arrivato? Più d´uno che gli ha dato soldi o cibo, si sarebbe ben guardato dall´aiutarlo a disinfettare un barbone: deve passare anche da questo rapporto con il prossimo il ricordo di un uomo che ha servito sino in fondo la sua folle bontà.
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L'amaca di Michele Serra
su la Repubblica
Il rompiballe decadente 15 agosto
Non credo esistano statistiche su quanti, tra gli italiani, parlano a bassa voce e quanti gridano. Ma frequentando spiagge, ristoranti, lungomare, l´impressione è che il silenzio, o comunque il rumore moderato, sia una dimensione sconosciuta per la maggioranza delle persone. E se vi capita, in un momento di autodifesa attiva, di chiedere di abbassare la voce, o il volume della radio, la reazione non è mai stizzita oppure ostile: è sbalordita, segno che gli urlatori non si rendono assolutamente conto di urlare, e l´urto del rumore è, per loro, una soave compagnia.
E difatti, a chiedere di moderare toni e volumi, si fa una figura vagamente eccentrica, da rompiballe decadente, o da nevrastenico ombroso, uno che vuole guastare la festa, boicottare il frizzante buonumore che è insieme causa ed effetto del frastuono permanente. Forse il problema è appunto questo: quella leggera malinconia che spesso si accompagna al silenzio e alla riflessione, è intesa come un insopportabile affronto, come l´interruzione incomprensibile del casino che ci avvolge, ci rintrona e ci impedisce il rischio del pensiero.
Luoghi sacri 17 agosto
Non sono un fan del politicamente scorretto, che in genere consiste nel fingersi anticonformisti dicendo cose molto conformiste. Ma l´altra sera, in una tavolata di amici, ha riscosso un mezzo tripudio la constatazione di un animo laico, che notava con beffardo sbalordimento il pauroso aumento di "luoghi sacri" sulla faccia della Terra.
"Sono tempi difficili. Non si può più bombardare una città, e subito ti dicono che è sacra. Ma quanti accidenti sono, questi luoghi sacri?".
Effettivamente, non si capisce bene perché bombardare un luogo sacro debba essere necessariamente più grave e infame che bombardare un luogo normale. Ognuno, dopotutto, ha le sue cose care, magari care solamente a lui. Se i simboli sono importanti, come giustamente si sostiene, si dica allora che non è solo la cultura religiosa ad averne. Ci sono piccoli e grandi luoghi che, pur non essendo sacri, sono cari agli uomini. Sarebbe molto spiacevole, per difenderli meglio, doverli promuovere a "luoghi sacri", magari barando?
Rivedere Taormina 18 agosto
Che gioia rivedere al telegiornale l´avvocato Taormina che entra ed esce dalla villetta di Cogne (a volte esce e entra contemporaneamente), come nei momenti ruggenti di questa sua straordinaria avventura? Che passo, che autorevolezza, che sguardo! Pure se ripreso da rispettosa distanza, si capisce subito che mentre gli altri componenti del capannello in visita (oscuri magistrati, inutili poliziotti) brancolano nel buio, lui si muove a colpo sicuro. Dal piglio, dal portamento vigile e pronto a ogni evenienza, parrebbe che il colpevole fosse ancora lì, nascosto nella legnaia, o addirittura acquattato dietro una porta. E che con una mossa fulminea, sfondando una porta con un colpo di karatè, Taormina potrebbe finalmente acciuffarlo e consegnarlo alla giustizia.
Dice che avrebbe trovato una nuova impronta digitale sulla porta d´ingresso. Diavolo d´un uomo! Le porte d´ingresso, si sa, sono una specie di colonia corallina di impronte digitali, ce ne sono migliaia, milioni, miliardi. Solo un genio come lui poteva cercare lì, proprio lì, quella giusta, quella del colpevole. L´ha riconosciuta perché era enorme e pelosa. Forse lo yeti. Forse un grizzly.
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Buongiorno di Massimo Gramellini
su La Stampa
Trent'anni dopo 13 agosto
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui motivi per cui gli intellettuali italiani non riescono più a comunicare con la società, le polemiche ospitate dai giornali estivi basterebbero a dissiparglieli. Ogni disputa degli ultimi anni, mesi, giorni ruota intorno a carteggi segreti ed eredità politiche, sempre e comunque roba di defunti. Gli immigrati premono alle porte, quelle dell'Onu ci vengono sbattute in faccia dai tedeschi, l'economia langue, ma all'intellettuale nostrano questo mondo urgente e dolente interessa poco. Ad affascinarlo è il passato. Ma non quello che contiene le domande eterne dell'uomo ed entusiasma il pubblico, come testimonia il successo editoriale degli Egizi e del Graal. A lui interessa la storia italiana recente, pretesto per polemiche spicciole incentrate sul dissidio fra una Sinistra e una Destra che sopravvivono solo nell'album dei suoi ricordi giovanili.
Adesso, per esempio, si discute l'egemonia culturale della Sinistra, che è esistita davvero, ma trent'anni fa, quando proprio perché esisteva non ne parlava nessuno. E poco importa che i mezzi con cui si esercitava quell'egemonia - l'editoria e il cinema d'autore - rappresentino oggi il cibo di una minoranza colta, mentre sono gli spot, con il loro linguaggio e i loro valori, a condizionare realmente milioni di persone. Tanto, su questo nostro presente, si accapiglieranno gli intellettuali del futuro. Fra 30 anni.
Stessa spiaggia, stesso mare 14 agosto
Un simbolo di questo Ferragosto spaventato è Luciano Stradella, il torinese che domani sarà premiato dal sindaco di Rimini perché da 35 estati va in vacanza nello stesso posto, prende il sole sulla stessa spiaggia e mangia le tagliatelle nello stesso ristorante, magari allo stesso tavolo. Esaltare una simile mancanza di fantasia sembra diseducativo. Non ci hanno insegnato che la vacanza è rottura delle regole, fuga dalla routine, ricerca dell'inesplorato? Intere generazioni sono cresciute nel mito del viaggio di formazione, in Tibet o a Capo Nord. Ma anche chi non poteva spingersi oltre Ospedaletti affidava al pit stop di agosto il compito di movimentargli la vita.
Il fatto è che per stancarsi in vacanza bisogna poterci arrivare riposati. E mai come adesso si tratta di un lusso non solo economico, ma anche energetico. Quando la normalità quotidiana si fonda sulla precarietà e gli stress emotivi, il pensiero di poter appendere l'ansia da kamikaze al chiodo di qualche sicurezza rivaluta le scelte degli abitudinari, trasformando la noia in pace, la ripetitività in rilassamento e l'assenza di imprevisti in un'occasione per darsi un'occhiata dentro, anziché stordirsi soltanto col fuori. La banalità di riprendere la chiacchierata interrotta l'anno prima col vicino d'ombrellone ha lo stesso fascino di una replica del "Medico in famiglia". Aiuta a ricaricare le pile. Le novità sono come i film impegnati: un lavoro. E chi per sbarcare il lunario durante l'anno di lavori ne fa almeno un paio, in vacanza preferisce restare disoccupato.
Ingratissimo 2004 18 agosto
Anche il lettore più disincantato faticherà a rintracciare nella sua memoria un episodio di ingratitudine cosmica che possa contendere il primato della grettezza a quello andato in scena il sabato di Ferragosto a Donoratico. Lì un idiota professionale, buttatosi in acqua nonostante i cavalloni, è stato tratto in salvo a prezzo della vita da un senegalese di 27 anni. Ma dopo una sosta ritemprante sul bagnasciuga, si è dileguato senza dire grazie a nessuno né manifestare il minimo interesse per la sorte tragica del suo angelo custode.
Un evaso? Un clandestino? Un membro del Ku Klux Klan che soffre d'allergia al solo pensiero di essere ancora vivo grazie al gesto coraggioso di un nero? O semplicemente un tirchio, paralizzato dal terrore di dover mantenere la famiglia del suo salvatore, che lascia moglie e bimba di dieci mesi? Si sono avanzate le ipotesi più orribili, nel timore di formulare la più banale. Che il miracolato non stia minimamente pensando al sacrificio dell'altro, perché troppo occupato a dibattersi nei propri sensi di colpa o a tentare di rimuovere l'accaduto. In entrambi i casi, mettendo il proprio ego al centro dell'universo. Una scelta specularmente opposta a quella compiuta dal giovane senegalese, quando ha deciso di tuffarsi in acqua per salvarlo. L'ingrato di Donoratico non è un mostro, ma la versione esasperata e caricaturale di un modo di abitare la vita piuttosto comune. Talmente diffuso che i pochi che se ne discostano, anche solo per un attimo, li chiamiamo eroi.
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Bel Paese di Alessandra Longo
su la Repubblica
Leghisti per caso 12 agosto
Perché, come e quando si diventa leghisti? Ecco il giochino estivo promosso da "La Padania". I lettori sono invitati a raccontare come sono stati fulminati dall´ideologia padana. A volte la militanza appassionata nasce da un equivoco. Roberto di Montebelluna ammette: "Diventai leghista perché sbagliai convegno. Era il 1991. Dovevo seguire un incontro dei Verdi del "Sole che ride", ma andai nell´albergo sbagliato dove si teneva una riunione della Liga Veneta". Sono i cosiddetti casi della vita. Massimo di Carnago trovò una busta di Lombardia autonomista nella cassetta della posta. Il testo della lettera era di Bossi e già dettava le linee guida del futuro Carroccio. "Andai a sentirlo in una radura vicino a Mornago. Parlava dal cassone di un camioncino". Fu amore a prima vista. Come per il carabiniere di leva Bruno Padovan che si ritrovò nel 1982 a fare la naja a Vicenza con "un comandante siciliano, carabinieri sardi, campani...". Un vero shock dal quale non si è più ripreso. L´ex carabiniere passò poi a militare nella Guardia Padana ("un´esperienza bellissima che consiglio a tutti"). E da allora la sua fede è incrollabile: "Quando vado all´estero e mi chiedono la nazionalità rispondo: Padania!"
La Bossi-Mussolini 14 agosto
Il recente dibattito sul grande tema dell´immigrazione non scalfisce i duri e puri della Lega che partono da una certezza: "I musulmani iniettano nell´Occidente solo odio e violenza". Nella pagina de "La Padania" dedicata alle "Idee" "l´incubo islamico", così sottovalutato "dall´oligarchia di Bruxelles", viene analizzato in tutta la sua dimensione. C´è poco da scherzare, secondo i padani: "L´Occidente deve scegliere se difendersi o soccombere". Va da sé che per contrastare il fenomeno "dell´immigrazione selvaggia" non ci si può certo fidare del ministro dell´Interno Pisanu che, "appoggiato dall´Udc e An", si è lasciato andare a "slogan pro-immigrati e pro-Islam". E allora che fare? Un´ideuzza salta fuori. Perché non tentare un´alleanza con i camerati di Alessandra Mussolini, leader di Alternativa Sociale? Massimo Intonti, autore della proposta, trova che la nipote del Duce e i suoi cavalieri neri siano gli unici in grado di promuovere una politica muscolosa "contro l´invasione extracomunitaria e islamica". Altro che Bossi-Fini, ci vorrebbe, dice Intonti, "una Bossi-Mussolini".
I naturisti 15 agosto
Dovrebbe partire ai primi di settembre la sfida che alcuni parlamentari faranno al sindaco di Sirolo, il forzista Giuseppe Misiti. Gli onorevoli si denuderanno sulla spiaggia dei Sassi Neri, scorcio fra i più suggestivi del Conero, ipervietato ai naturisti con un´ordinanza. Franco Grillini, deputato Ds, presidente onorario dell´Arcigay, e firmatario di una proposta di legge che disegna la mappa dei siti naturisti, chiede al sindaco di abolire il divieto, invitandolo ad un pubblico dibattito. Ma Misiti, già noto alle cronache per la sua ordinanza antigatto (nel centro di Sirolo è vietato possedere più di due gatti a testa), non vuol sentir parlare dei "nudisti esibizionisti", né tantomeno si sogna di intervenire ad una seduta pubblica. La polemica va avanti da anni ma adesso Grillini , i verdi Laura Zanon e Sauro Turroni e la diessina Marisa Abbondanzieri annunciano di voler sbarcare ai Sassi Neri e privarsi dei vestiti. Non saranno proprio nudi ma "quasi nudi", rivelano al Corriere Adriatico, perché, ammette Grillini, "o sei Brad Pitt oppure è meglio evitare". Il sindaco di Sirolo dice di avere già la risposta pronta: "Chiamerò i vigili e saranno multati come tutti gli altri".
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S'ode a destra di Bruno Ugolini
su l'Unità
Aiazzone 28 giugno
L'effetto Aiazzone. E' quello che avrebbe colpito Silvio Berlusconi. Lo ha detto uno che se ne intende, un pubblicitario, Luigi Crespi, a capo di Data Media. Lui lavorava alla corte d'Arcore fino a qualche tempo fa.
Ma perché proprio il paragone con Aiazzone e non con Chirac o Putin o Bush o la signora Thatcher. Chi è costui? Trattasi del proprietario di un mobilificio. Lo trovate anche oggi su Internet. C'è stato un periodo in cui invadeva tutti noi di messaggi pubblicitari d'ogni tipo, balzando da uno schermo televisivo all'altro. Un po' come i cartelloni elettorali che promettono ad ogni cambiar di stagione Meno tasse per tutti. Un'orgia di promesse e d'annunci. Troppo e il troppo stroppia. Ecco perché oggi, dice il Crespi, il prodotto Berlusconi non vende piu. I clienti si sono stufati, cambiano negozio.
L'analisi del pubblicitario che paragona il presidente del Consiglio quasi ad un venditore di tappeti, non ci convince del tutto. Avremmo preferito un'analisi comparata con Bush, Chirac, Putin e via cantando. E invece si tira in ballo un mobiliere del Biellese. E allora viene da pensare che l'errore vero stia nel manico. La chiamata al voto, la politica, i partiti, i programmi elettorali sono una cosa impegnativa, non una sfilata promozionale. Non è come vendere un mobile e nemmeno un dentifricio o un aspirapolvere. Entrare in un seggio, in una cabina elettorale non è come passeggiare in un supermercato.
Il Penati di Milano, raccontano ora, non era una soubrette, non scendeva le scale come Vanda Osiris, i suoi salotti erano i condomini di Sesto San Giovanni. Non sapeva vendere.
Eppure ha vinto sulla star Ombretta Colli. Forse è finita la politica spettacolo. La gente non si diverte più.
Governo Ombra 23 luglio
Il commento più azzeccato, segnalato da un lettore, è apparso su un muro della periferia romana ma poteva apparire anche alla Bovisa, in quel di Milano. Dice: Con questo caldo ci vorrebbe un governo ombra. Una richiesta che chiama in causa sia la desolante siccità che incombe, sia le scelte del governo in carica che fanno venire i sudori freddi.
Ora si attende che Bruno Vespa faccia rapidamente ritorno dalle ferie per un numero speciale di Porta a Porta. Qui si vedrà il presidente del Consiglio seduto al suo scrittoio in legno di ciliegio, davanti a milioni di spettatori, preso da intrattenibili singhiozzi, intento a stracciare il suo famoso contratto con gli italiani. E' stato già fatto in mille pezzi, ma ora bisognerà farlo a reti unificate, in modo che gli italiani se ne rendano ben conto. Erano tutte balle, non ci sono miracoli alle porte, ponti faraonici da costruire, tasse da non pagare, pensionati da arricchire. C'è una bella stangata da pagare.
Ha fatto riflettere, tra le molte misure annunciate, quella relativa alle nuove tasse, sulla seconda casa. Qualcuno ironicamente si è chiesto se dovranno sborsare quattrini anche quelli che possiedono non la seconda ma la terza, la quarta, la quinta, la sesta villa
C'è però in questi oscuri orizzonti una nota gaia. Il governo chiamerà i sindacati per un confronto su quell'oggetto misterioso che riporta le cifre della stangata, il documento di programmazione economica. Ma come? I medesimi sindacati da mesi attendono una risposta alle loro richieste. Non hanno mai ricevuto risposta, neanche una ricevuta di ritorno. Ora li chiamano per dire sì alla stangata.
Nascono, però, nel frattempo, le proteste più strane. Un'agenzia di stampa racconta di settanta marittimi che si sono tuffati nelle acque del porto di Civitavecchia e minacciano di andare a tuffarsi nelle acque di Portorotondo, di fronte alla villa del presidente del Consiglio Berlusconi. Un'idea come un'altra. Tutti in Sardegna. Con questo caldo.
Il mistero di Calvino 10 agosto
Loro non sanno nulla. Alludiamo a metalmeccanici, edili e braccianti, nonchè lavoratori ministeriali, tutti sdraiati sulle spiagge dorate del Tirreno e - perché no - del Pacifico. Magari sono distratti dall'incubo dell'autunno governativo, quello che minaccia buste paga e contratti. Così non hanno seguito la grande querelle scoppiata sui giornali. Riguarda gli amori esplosivi di un grande scrittore, Italo Calvino. E' tutto un pullulare di brani di lettere impetuose, appassionate, cosparse di brividi erotici, dedicate ad un'attrice del secolo scorso, Elsa De Giorgi, bellissima e sposata ad un conte poi finito suicida a New York.
Un amore clandestino e un epistolario vietato, proibito dalla vedova dello stesso Calvino, ancora vivente, ma somministrato con sapiente cura per la delizia dei lettori. E' lo scandalo vistoso dell'estate 2004, capace di offuscare i nuovi ticket anti-aborto di Sirchia o il massacro pensionistico. Passa in secondo piano anche un altro epistolario, quello inventato dal neoministro dell'Economia Domenico Siniscalco e che attraverso milioni di E-Mail avrebbe dovuto permettere una costruzione finalmente democratica del Dpef.
E così scendono in campo autorevoli commentatori. Le gesta erotiche dello scrittore sono prese a pretesto per gettarla in politica. E che cosa scopre sul Corriere della Sera l'astuto Angelo Panebianco? Che Italo Calvino, nonché coloro che ne difendono la memoria, facevano parte di un complesso complotto intelligentemente messo in atto dal solito Palmiro Togliatti. E' quella che è stata chiamata l'egemonia comunista, tutta costruita a tavolino, deliberatamente.
Hanno invaso teatri, cinema, giornali, mostre, musei, biblioteche. Come hanno fatto? Panebianco non lo spiega. Noi siamo in grado di svelare l'arcano. C'era una fabbrica apposita a Mosca. Sono usciti da qui una serie di Robot, di Alieni. Con nomi diversi: c'era Calvino, appunto, ma c'erano anche Pavese, Luchino Visconti, Pasolini, Guttuso e via comunisteggiando.
Ora, però, la prolifica fabbrica moscovita dovrebbe essere chiusa, sepolta dal crollo del muro berlinese. Eppure è possibile vedere ancora in giro, nei teatri, nel mondo del cinema, delle arti, personaggi che non si ispirano al nobile pensiero creativo del Berlusconismo. Gente che puzza ancora di sinistra.
Questo è molto strano. Prendete la Mostra internazionale del cinema a Venezia, edizione 2004 che sta per aprirsi. Perché non hanno scelto, per dirigerla, qualche raffinato e dinamico intellettuale del centrodestra come Antonio Socci o come Pietrangelo Buttafuoco? Misteri. Panebianco saprà spiegarli?
Jena
su il Manifesto
Sotto 14 agosto
Prodi si augura che la legislatura arrivi fino al 2006, in altre parole Prodi si augura che Berlusconi governi altri due anni. L'augurio è talmente surreale che deve esserci sotto qualche raffinato gioco di tattica politica, qualcosa che al momento mi sfugge. Proprio mi sfugge.
Volte 17 agosto
Da una ricerca scientifica aggiornata risulta che fare l'amore almeno tre volte a settimana allunga la vita di dieci anni. Almeno tre volte a settimana per altri dieci anni? Non ce la posso fare.
Essa 19 agosto
Se c'è una cosa che un proletario combattente, in particolare un anarco-separatista sardo, proprio non sopporta, essa è la bandana.
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Bonsai di Sebastiano Messina
su la Repubblica
Verdi 21 luglio
Che il senatore Calderoli sarà un ministro assai particolare, lo si è capito dall' abbigliamento con cui si è presentato al Quirinale per il giuramento. Di solito, chi viene chiamato a far parte del governo si preoccupa di avere un abito blu ben stirato. Calderoli invece deve aver avuto un altro assillo cromatico, quello di arrivare davanti a Ciampi con il maggior numero possibile di capi in verde, colore ufficiale della Padania. Così alla cerimonia s' è presentato con una camicia verde pisello, una cravatta verde petrolio e un fazzoletto da taschino verde bottiglia (probabilmente erano verdi anche le mutande e la canottiera, ma questo possiamo solo presumerlo). Anche se non li abbiamo visti, sappiamo però che i calzini erano cromaticamente ortodossi. Fino all' ora di pranzo, infatti, il neoministro ripeteva che non poteva andare al Quirinale perché gli mancava un accessorio fondamentale per presentarsi alla cerimonia: i calzini, appunto. "D' estate non li porto mai", spiegava. Immaginiamo l' affannosa ricerca, con i volenterosi collaboratori del quasi-ministro che facevano il giro dei negozi di Roma Ladrona per trovare pedalini in tinta leghista. Mentre il designato friggeva, in solitudine scalza, mormorando: "Un calzino, un calzino! Il mio ministero per un calzino!".
Coalizione 22 luglio
A poco a poco, la parola "coalizione" sta riacquistando il significato che aveva fino a dieci anni fa: un gruppo di partiti che si alleano per potersi combattere meglio. Lo sta sperimentando Berlusconi, che ormai passa metà del suo tempo nell' inutile tentativo di mettere pace nella Casa delle Libertà, e comincia ad accorgersene anche l' Ulivo (o come si chiama adesso, direbbe Veltroni). Da ieri, infatti, il centro-sinistra è in subbuglio perché l' Assemblea regionale siciliana sta votando una nuova legge elettorale che fissa uno sbarramento al 5 per cento. Dietro questa riformetta c' è sicuramente la voglia dei partiti maggiori di sfoltire un po' la concorrenza, ed è dunque legittima la protesta di chi rischia, al prossimo giro, di restare fuori. Ma è davvero singolare che a contestare questo sbarramento ci si metta anche l' onorevole Antonio Di Pietro, alfiere appena qualche anno fa di un referendum per il passaggio all' uninominale secca. E' un po' dura, sostenere che è "antidemocratico e immorale" escludere dai seggi chi ha meno del 5 per cento, dopo aver spiegato agli italiani che era normale lasciare a casa chi si ferma al 49,9.
Senza titolo 24 luglio
Arrivando a Gabicce Monte, dove lo attendeva una cena con il cancelliere tedesco Schroeder, Berlusconi ha voluto subito mettere i puntini sulle i: "I romagnoli mi piacciono molto - ha detto subito al sindaco diessino che era venuto a dare il benvenuto - i comunisti un po' meno". Con la stessa simpatica diffidemza, il presidente del Consiglio si era accertato personalmente che a) il ristoratore non fosse comunista, b) dal menu fossero rigorosamente esclusi i piatti contenenti aglio o prezzemolo. Dal combinato disposto delle due clausole di esclusione si dedurrebbe che i fusilli alle vongole (odorosi d' aglio e colorati di prezzemolo) siano un pericoloso piatto comunista. Ma resta un dubbio: dei due ingredienti, qual è quello che contiene l' insidioso germe bolscevico? L' aglio, che pervade all' istante i sughi nei quali si insinua subdolamente, o il prezzemolo, che prende subito il sopravvento sugli ingredienti che lo circondano? E soprattutto: bisogna evitarli solo quando sono accoppiati, o sono pericolosi anche da soli? Lo chiediamo a nome dell' onrevole Bondi, che una volta - incautamente - cedette alla tentazione degli spaghetti "aglio e oglio". Può ancora dirsi un vero anticomunista, o deve scontare dieci anni di bresaola e rucola?
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Lo scopriremo solo vivendo
Lambrusco, castagne e pop corn 16 agosto
non mi ricordo se sono stata una bambina precoce. se a 3 anni sapevo già leggere e scrivere, se a 5 facevo il cubo di rubik con una mano sola e se a 8 predicavo nel tempio. fatto sta che si è ritenuto necessario mandarmi a scuola.
la scuola era un posto fico, dove potevo farmi tanti amici, mangiare merendine, fare l'intervallo e soprattutto imparare a scrivere. il primo giorno che arrivai a scuola trepidavo di emozione: finalmente le stanghette che mia madre si ostinava a farmi copiare per farmi scrivere ILENIA avrebbero avuto un senso. e io avrei potuto farne buon uso da grande, quando sarei diventata una famosissima e stimatissima tabaccaia. anche se non avevo del tutto accantonato l'idea di fare la prestigiatrice.
ma il primo giorno di scuola ricevetti una mostruosa delusione dal sistema scolastico italiano: le maestre si presentarono tutte gioiose, ci convinsero che saremmo stati bene, che a scuola ci saremmo divertiti un sacco e che quelli che stavano per arrivare erano i migliori anni della nostra vita. ma di leggere e scrivere neanche l'ombra. io mi ero convinta che la scuola era bella, c'era quella faccenda delle merendine in ballo: non c'era bisogno di tirarla tanto per le lunghe. e invece niente. l'affaire scrittura rimaneva top secret, protetto meglio che dagli uomini di quantico. le maestre continuavano a citare il loro curriculum vitae, mortae e miracolae e a spataffiare quanto fosse bella la scuola, che magnifica avventura fosse apprendere, che audace e rocambolesca esperienza fosse condividere la conoscenza. questo concetto l'avevo afferrato al primo giro, anche se alla parola condividere un brivido mi aveva percorso la schiena: credevo mi si chiedesse di spartire le mie merendine. per fortuna si trattava solo di condividere competenze varie, micca cibo cariatorio.
mentre le maestre tenevano la loro democratica conferenza sul mondo di oz e sul sentiero di mattoni gialli, la situazione tra i banchi degenerava. laura, la bambina puzzona che negli anni avrebbe imperterritamente continuato ad appestare, continuava a piangere perché voleva stare con sua mamma. probabilmente uscire dal miasma nucleare di casa sua le aveva provocato crisi di astinenza e le lacrime le scendevano a fiumi come cagionate da reazione allergica alla combinazione atmosferica di ossigeno e azoto. quella roba necessaria a respirare, insomma. lei, abituata ad inalare esalazioni di grasso fuso e soffritti all'aglio, non c'era avvezza: normale che si sentisse così spaesata.
il primo giorno di scuola, dunque, fu una vera fetecchia. meno male che mia madre, al ritorno, mi fece trovare un fiammante vestito di barbie sul divano. era il regalo per non aver pianto a dirotto come laura e soprattutto, credo, per non emanare il suo stesso nauseabondo tanfo.
e fu sera e fu mattina: secondo giorno di scuola. carica di aspettative e lontana anni luce dalle modifiche della legge moratti, tentai di capire se finalmente mi avrebbero insegnato a scrivere o se questa storia dei sussidiari fosse tutta una bufala messa in piedi dal mondo editoriale per incrementare i guadagni.
così mi sistemai al mio banco estote parati come baden powell, pronta ad apprendere qualsiasi nozione calligrafica. ero armata come rambo, con una staedler HB tra gli incisivi e una gomma lebez incastonata tra pollice e indice.
ecco che, nel furore generale, le maestre fanno l'annuncio.
-bimbi, oggi cominciamo a scrivere. ma quale frase ci accompagnerà per tutto l'anno? qualcuno ha qualcosa da suggerire?
allora, signor maestra: o ce lo dice prima che dobbiamo essere creativi o poi si deve aspettare delle crisi di panico. come faccio a inventarmi una frase da scrivere così, su due piedi? cosa posso dire?
-io signora maestra, io ho un'idea.
era lui: enrico fantini. e questa era la sua prima promulgazione. negli anni a seguire enrico fantini si sarebbe rivelato il maggior sex symbol delle elementari e avrebbe schiantato un sacco di tope-bambine. per il momento, però, era soltanto un tenero frugoletto che aveva avuto un'intuizione.
-dimmi enrico, cosa possiamo scrivere?
la maestra lo conosceva già troppo bene per i miei gusti: c'era un particolare che non quadrava, ma il secondo giorno delle elementari non era il caso di fare la sindacalista dei bambini. dovevo studiare la situazione capire come compitare. o computare.
-non so cosa possiamo scrivere, ma io avrei portato dei ricci di castagna che ho raccolto domenica a serramazzoni!
bambino borghese di merda. io per andare a serramazzoni dovevo aspettare la colonia estiva del prete, nel frattempo andare tutti i sabati in parrocchia, imbustare gli avvisi per la comunità e pulire l'appartamento di don gasparo. e lui, così, se ne esce bello bello e va di domenica sull'appennino a raccogliere ricci. magari non doveva nemmeno fare il turno dei piatti, quel piccolo burnettiano lord fauntleroy.
-vieni qua, enrico e fammi vedere i tuoi ricci. e falli vedere anche ai tuoi compagni, che non sono stati a serramazzoni come te!
piccola maestra di merda: è vero che io non sono stata in montagna, ma non è che la mia esistenza valga meno per questo. io non lo invidio enrico fantini, a me piace alessandro malpighi, peraltro. c'ha le lentiggini e gli occhi verdi e gli piacciono un casino gli scimpanzè.
nel frattempo enrico mostra orgoglioso alla classe i suoi ricci, che facevano veramente cagare. erano ricci di castagna, morti. fossero stati ricci di mare, vivi, ci si poteva fare la spaghettata. con 5 castagne in croce non ci potevamo nemmeno fare l'arrostita di san martino.
-ma che beli, enrico! bambini, non sono meravigliosi questi ricci? su, ripetiamo insieme: enrico ha portato i ricci di castagna, enrico ha portato i ricci di castagna
morale della favola: per tutto il primo anno di elementari, per imparare l'alfabeto e migliorare le arti calligrafiche e incunaboliche, riempimmo quaderni pigna di scritte in stampatello, corsivo, corsivo maiuscolo, corsivo minuscolo e times new roman che recitavan così:
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
la noia imperava sovrana in quella scuola elementare ma la precisione ortografica vinceva suprema. così, alla 10.456esima volta che scrivevo daddio ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA, mi sentii arrivata. quell'anno scolastico fu un inferno, anche perché scrivere di ricci di castagna in primavera era alquanto vintage. ma la maestra perseverava.
scoprii qualche tempo più tardi che enrico fantini ospitava tutti i giorni la maestra a pranzo e andava a casa sua in campagna alla domenica a vedere i cavalli e le mucche. inutile dire che, per non scatenare una rivoluzione orwelliana e finire come i maiali, non dissi nulla ai miei compagni.
quando la scuola finì, io non ero felice perché andavo in vacanza (mi aspettava la colonia del prete e i turni di pulizia in cucina) ma perché capivo che era finalmente terminata l'era dei ricci di castagna. in seconda elementare, ormai perita di bella scrittura, non avrei avuto bisogno delle esperienze bucoliche di enrico fantini per acculturarmi e sarei finalmente diventata una proto-tabaccaia. ma l'insidia si celava infingarda dietro i campi d'oro.
il primo giorno di scuola della seconda elementare ci ritrovammo nei nostri banchi di fòrmica: io ero la solita holly hobbie coi capelli lunghi e neri, alessandro era sempre splendido e lentigginoso e laura non piangeva più. ma puzzava ancora. ed enrico? enrico era lì, con lo sguardo timido e le mani dietro la schiena. la maestra non era cambiata e ci accolse come figliol prodighi. ma non ce ne eravamo andati di nostra volontà, era il ministero che imponeva che le lezioni finissero: tutte quelle feste non avevano molto senso.
-allora bambini, dove siete stati quest'estate?
-in colonia dal prete!
-bene, e tu?
-in colonia dal don!
-ah, e tu alessandro?
-in colonia.
-beh, vedo che siete stati tutti in colonia! ma tu enrico? dove sei stato tu?
dentro di me pregavo intensamente, come non avrei fatto mai in tutti gli anni che avrei frequentato la parrocchia: non dire che sei stato a serramazzoni, no a serramazzoni, no a serramazzoni, ti prego no!
-signora maestra, sono stato a
a viterbo, a margherita di savoia, a buchenwald, dove vuoi
-sono stato a
a? parla sporco fauntleroy, dillo, dai!
-sono stato a parma dai miei nonni
pfiu! pericolo scampato! niente ricci da descrivere o disegnare! evviva! il genio creativo vince sulla ripetitività ciclica!
-
e ho raccolto questa pannocchia di granoturco, che ora mostrerò ai miei compagni!
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
All'uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
22 agosto 2004