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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 15 agosto 2004

Nota introduttiva
La pubblicazione sul Corriere della Sera di diverse lettere di Italo Calvino ad Elsa De Giorgi ha innescato discussioni e polemiche, con interventi, fra gli altri, di Alberto Asor Rosa, Roberto Cotroneo, Alberto Arbasino, Ernesto Galli della Loggia, Angelo Panebianco ed Eugenio Scalfari. La discussione si è man mano spostata dalla correttezza o meno nella pubblicazione delle lettere, alla presunta egemonia culturale esercitata dalla sinistra sulla società italiana. Gli articoli di Ezio Mauro e di Furio Colombo che inserisco nella settimana in rete trattano appunto di quest'ultimo tema. Ma ce ne sarebbe un altro che è stato solo sfiorato in alcuni interventi e di cui si scrive assai poco. Il marito di Elsa De Giorgi era Alessandro “Sandrino” Contini Bonacossi, nipote del conte Alessandro Contini Bonacossi che fondò la celebre collezione d'arte. Diverse opere di questa collezione migrarono nel tempo verso collezioni americane, con la consulenza di due critici famosi: Bernard Berenson e Roberto Longhi. Federico Zeri, nei suoi ultimi anni, si espresse in modo critico su questo argomento. Traggo dal bellissimo sito della National Gallery of Art di Washington la seguente frase: Through a generous start-up grant and the promise of continued support from the Samuel H. Kress Foundation, Alessandro "Sandrino" Contini-Bonacossi was hired in September 1970 as the Archives' first curator. E ancora: His uncle (of the same name) had served as an art advisor and dealer to Samuel H. Kress. Come ha osservato qualche articolista, i viaggi negli Stati Uniti non nascevano solo da motivi di tipo sentimentale.
La National Gallery of Art di Washington è uno dei più giovani musei statali del mondo, e deve la sua costituzione a quattro grandi collezioni private: la Mellon (Andrew F. Mellon), la Widener (Peter A. Widener), la Kress (Samuel H. Kress) e la Dale (Chester Dale). E' sorta negli anni '30 del secolo scorso, ma si è sviluppata soprattutto nel secondo dopoguerra. Sono attualmente presenti quasi quattrocento opere di scuola italiana, in gran parte del Rinascimento. Merito della abilità, della competenza e della capacità finanziaria in particolare di Mellon e di Kress, ma grande demerito del livello culturale in cui si trovava (si trova?) l'Italia, che ha permesso che uscissero legalmente dai suoi confini opere straordinarie, con la benevola consulenza di grandi critici. Inserisco nella settimana in rete immagini di alcune opere di scuola italiana che sono alla National Gallery of Art di Washington. E di esempi ce ne sono tanti altri: Giotto, Botticelli, Lippi, Leonardo, Gentile da Fabriano, Perugino, Pontormo... Molte di queste opere erano già uscite dall'Italia nell'Ottocento o anche prima, ma non c'è stata nessuna politica culturale volta ad agevolarne il ritorno, anzi, ci sono state altre opere che hanno preso un legalissimo volo, proprio negli anni del nazionalismo trionfante. Mi ha particolarmente impressionato, scrivendo il Bel momento sullo Studiolo di Gubbio, l'anno in cui quest'opera unica è uscita dall'Italia: 1939!
p.c.

giorgione: adorazione dei pastori c.1505
  
Manuale per vacanze indigenti
Stefano Benni su
la Repubblica 15 agosto

Il governo Berlusconi, oltre alla guerra e varie leggi utili a Mediaset, ha anche portato nel Paese un grande boom economico. Purtroppo una stampa totalmente asservita ai comunisti fa sì che gli italiani non percepiscano questa fortuna e si sentano bidonati e poveri. Fanno meno vacanze e invece di investire in anfiteatri come il loro premier, cercano di risparmiare in ogni modo. Ecco alcuni consigli su come ridurre le spese durante queste vacanze indigenti.

L´ombrellone
Dato che l´ombrellone costa una cifra, usate il decreto spalma-debiti, ovvero dividete la vostra famiglia.
Approfittate del fatto che in spiaggia la distanza tra un ombrellone e l´altro è ormai di sette centimetri. Mettete il nonno su una sedia, esattamente nel minuscolo intervallo tra due ombrelloni. Ognuno penserà che il vecchietto appartenga all´altra famiglia. Quindi ordinate a vostro figlio di inserirsi a giocare in gruppi di bambini ombrellonati, cambiando solo quando viene scoperto ed espulso. In quanto a voi, prendete un lettino, abbassate il parasole e spuntando solo con i piedi, infilatevi sotto un ombrellone qualsiasi. Ci vorrà tutta la mattina perché il proprietario si accorga che non fate parte della sua famiglia. Infine mettete vostra moglie a prendere il sole su un pattino. Se qualcuno vuole il pattino, deve prendere anche lei.
Tenete presente, inoltre, che gli ombrelloni in prima fila sono più costosi di quelli in ultima fila. Più lontano siete dal mare e meno pagate. L´ideale sarebbe aprire l´ombrellone sul piazzale dell´autogrill, oppure, per risparmiare davvero, nel giardino di casa vostra.

Olio solare
Non compratelo. Scegliete un bagnante particolarmente unto e poi abbracciatelo a lungo dicendo "Luigi, che piacere rivederti" . Poi chiedete scusa dicendo che avete sbagliato persona, ma intanto gli avrete portato via metà dell´oliatura.

Il castello di sabbia
Trucco geniale per ridurre le spese dell´albergo. Costruite un castello di sabbia. Cominciate con poco, poi elevatelo. Quando sarà alto quattro metri con porte e finestre, entrateci dentro con i sacchi a pelo. Se qualche bambino dispettoso non lo distrugge a calci, o la marea non lo spazza via, avrete risolto il problema del dormire.

Il terrazzo della pensione
Tutte le pensioni marine hanno i terrazzini con le finestre aperte. Perciò prenotate una singola al primo o secondo piano e portatetevi dietro un scala. Fate entrare dal terrazzo, uno alla volta, gli altri sette componenti della famiglia. Se i padroni dell´albergo si insospettiscono, vestite i vostri familiari da pompieri o da imbianchini.

sassetta: incontro di sant'antonio con san paolo eremita c.1440
  
Giochi e divertimenti: il ping-pong
Per risparmiare i soldi del ping-pong, non chiedete le palette. Mettetevi ai due lati del tavolo e fate il rumore della pallina con la bocca. Si può giocare ore e ore, basta non fare il rumore della pallina schiacciata sotto i piedi.

Videogiochi e giostre
Se vostro figlio spende troppo in sale videogiochi, addestratelo a puntare un bambino videogiocatore dall´aria occhialuta e mite. Dovrà balzargli a fianco, impadronirsi dei comandi e dire: "adesso ti aiuto io a distruggere questi bastardi alieni".
I bambini piccoli invece, devono allenarsi a saltare al volo sulle giostre e sui trenini. Se li allenate bene, possono anche balzare sull´ottovolante.

La doccia
Per risparmiare sulla doccia, entrate in uno stabilimento qualsiasi, aspettate che un signore vada sotto la doccia, poi avvicinatevi con una cartina stradale e chiedete: "scusi, sa dov´è il viale Panoramica?". Nel fare questo spingetevi sotto il getto d´acqua e fate la doccia insieme a lui. Se scegliete un signore bello alto, riuscirete anche a farvi colare un po´ del suo shampoo in testa, con ulteriore risparmio.

Il giornale
Ci sono tanti modi di leggere il giornale a scrocco ma il più semplice è appostarsi vicino a qualcuno che legge controvento. Prima o poi perderà la calma, girerà le pagine con rabbia scomposta e il giornale si accartoccerà e volerà via. Raccoglietelo, ma ridategli solo la metà. Per i giornalini, addestrate i vostri figli a leggerli direttamente all´edicola, quando c´è ressa.

Cibi: la pizza
Risparmiare su un piatto come la pizza è fondamentale. Alcuni consigli. Ordinate un pizza bianca e portatevi da casa la mozzarella e il pomodoro. Oppure addestrate vostro figlio a rubare tutte le croste di pizza non mangiate, fino a creare una similpizza-mosaico. Come ultimo trucco, travestitevi da cameriere e dirottate cinque Margherite, fuggendo fino all´auto.

Il gelato a turno
Un gelato a un tavolino costa come due frigoriferi. Se vi vergognate a far vedere che potete permettervi un solo gelato in quattro, usate il trucco del turno. Si fa così: si sceglie un tavolo con tovaglia. Poi il padre ordina il gelato seduto al tavolo, mentre gli altri familiari si nascondono sotto. Quando il cameriere non guarda, il babbo va sotto il tavolo e appare la mamma, per mangiare la sua parte di gelato. Quindi tocca al figlio. Poi al nonno. Ma potete anche usare il trucco del gelato caduto. Comprate un gelato al bimbo e lasciatelo cadere a terra. Lui si metterà a piangere. Iniziate a sgridarlo urlando: "Eh no, lo hai fatto cadere e adesso peggio per te, fai senza!". Il pargolo deve continuare a piangere sonoramente. Quasi sempre spunterà dalla folla una signora caritatevole che ricomprerà il gelato dicendo: " prendi piccolo, io non sono severa come i tuoi genitori ".
Intanto voi potete raccogliere il gelato caduto a terra e mangiarvelo. Magari facendo finta che vi fa un po´ schifo, come fanno Casini e Ciampi.

Il pesce locale
Difficilmente riusciranno i patetici tentativi di pescare sul posto. Ogni mattina il mare si riempie di illusi armati di canne, che in ore e ore prendono un pesce grande la metà del lombrico usato. Non pescate nei canali o nei porti dove scaricano le sentine delle barche: i pesci ivi contenuti non sono di buon sapore, come il cefalo merdaiolo, il paganello tampax o l´orata gasoliata. Se pescate un pesce orribile e colorato con gli occhi fuori dalla testa, potrebbe essere uno scorfano radioattivo o l´onorevole Gasparri in pareo. Desistete dallo schiodare cozze dalle rocce, e dall´aggirarvi nell´acqua fino al collo con badili o trivelle alla ricerca di vongole. Lasciate fare queste cose ai locali. L´unico modo per ottenere pesce gratis è andare al porto, portandovi dietro la prole. Lì aspettate che il marinaio torni a riva con le cassette del pescato. Cominciate a dire ai vostri piccoli: "guarda Lilli, guarda Pierino, che bel pesciolino ha preso il signor pescatore. Che cos´è?".
A questo punto si apre un ventaglio di possibilità.
1-Lilli prende in mano i pesciolini uno per uno, chiamandoli tutti "acciughina ". Il pescatore comprensivo ride, spiega e intanto Lilli infila i pesciolini nella vostra borsetta.
2-Lilli mangia i pesciolini crudi a sushi.
3-Il pescatore vi manda affanculo.
4-Il pescatore dice: signora, mettiamoci d´accordo, salga sulla barca che le faccio vedere del pesce buono. Vostro marito non saprà mai come avete ottenuto quel meraviglioso chilo di orate.

Il pub o disco bar
Vestitevi tutti da donna quando le donne entrano gratis. Quando c´è l´happy hour cercate di mangiare sei o sette vassoi di salatini e portatevi ago e filo per infilarci un chilo di olive. Ma soprattutto risparmiate sulle bevande. Questi bar alla moda sono frequentati da gente che "si distingue dalla gente comune" ovverossia fighetti da spot televisivo che bevono solo bevande con la zeta: squeezer boozer jizzer ezzetera ezzetera. Per ottenere bevande simili basterà che compriate un litro di alcool denaturato e una mastella d´acqua. Se ci buttate dentro un pera avrete un peerzer, se ci buttate una mezza banana avrete un tropical squeezer se vi casca dentro il cane avrete una coca-cola.

Trucco per telefonare
Se volete risparmiare sulla bolletta del cellulare, aspettate che qualche bagnante posi il telefonino. Poi ditegli: è proprio fortunato lei ad avere questo splendido modello di cellulare con il servizio CFB Cross Feedback Bonus. Di fronte alla curiosità del proprietario, insistete spiegando che è uno scandalo che ancora il server non gli abbia attivato il CFB, quindi offritevi di fare voi tutta la procedura. Vi affiderà il telefonino con totale fiducia. Smaneggiategli il cellulare un quarto d´ora, chiamate chi volete, facendo ogni tanto finta di litigare con un operatore. Alla fine riconsegnategli il cellulare dicendo: "ce n´è voluta, ma alla fine l´hanno capita. Entro sei ore lei avrà il Cross Feedback Bonus che le spettava di diritto": Se siete convincenti potete anche farvi invitare a cena, e può nascere un´amicizia, naturalmente non oltre le sei ore.

Il viaggio
E´ quasi impossibile risparmiare sulla benzina, a meno che non vogliate vampirizzare le altre auto durante le file. Ma se l´ingorgo è molto fitto, potete spegnere il motore ed è facile che quello dietro vi spinga fino al casello. Sui traghetti, se avete un´auto piccola potete provare a entrare di nascosto nel bagagliaio di una maxi-jeep. Se poi il proprietario la scopre e si incazza, dite. "ah, ecco dov´era finita". In treno potete viaggiare sul tetto come nei film western. Anche l´autostop è una possibilità, ma di questi tempi dovete tenere in mano un cartello con la scritta: sono italiano e ariano.
Ci sono però dei comodi traghetti che partono dalle sponde africane e portano fino alla isole italiane, specialmente Lampedusa e Pantelleria. Si viaggia un po´ stretti e il servizio è un po´ carente, ma c´è un vantaggio. Quando arriverete (se arriverete) forse la smetterete di lamentarvi perché l´Italia è un paese povero.

Bed and breakfast
E´ la risposta di questa estate alle vacanze indigenti. Ce ne sono di molti tipi, ma attenti a scegliere il più conveniente:
Bed and breakfast artistico - Si dorme in un monastero del quattrocento, sveglia alle sei, breakfast con gallette etrusche, fila di sette ore per vedere la madonna di Benozzo da Fagiolo per sentirvi dire che il quadro non c´è, è in mostra nella vostra città da un anno.
Bed and breakfast supercafone. Vacanza di un solo giorno. Mille euro per una singola in hotel sulla costa Smeralda. Bagno in una chiazza di nafta tra due yacht. La sera gara di rutti con Briatore.
Bed and breakfast alta montagna. Pernottamento a duemilatrecento metri. Colazione a duemilasettecento. Il bagno è a tremila. Camminate che vi fa bene.
Bed and breakfast rurale. Casolare ameno, ma sottovento al più grande allevamento di maiali della zona. Sistemazione in letti a castello. Prima colazione: latte fresco, se riuscite a tenere ferma la mucca.
Bed and breakfast supereconomico. Restate in città, nel vostro letto, con un uovo in testa. Appena per l´afa l´uovo sarà cotto e inizierà a colarvi sul volto, fate il breakfast e ringraziate Silvio, Tremonti e Fini. Poi tornate a dormire.

benozzo gozzoli: la danza di salomè 1461-2
  
I turbamenti di uno scrittore senza inediti
Luca Goldoni sul
Corriere della Sera 15 agosto

Un amico mi ha chiesto perché non cambio registro e, invece di scrivere sugli animali e su chi sta dall'altra parte del guinzaglio, non mi dedico a un bel romanzo, magari autobiografico, insomma a un libro con peso specifico. Gli ho spiegato che uno scrittore ha deciso di mettersi in piazza — "Madame Bovary c'est moi" — ma i suoi familiari no. E come si fa a scrivere una storia senza coinvolgere chi ci vive accanto? Forse potrei scrivere questa storia se la leggessero tutti fuorché loro. Mi imbarazzerebbe che pensassero: queste cose non ce le aveva mai lasciate capire. Il fatto è che spesso uno, certe cose, non le lascia capire neanche a se stesso fino a quando, per caso, non le capisce. Potrei pescare nel serbatoio dell'infanzia e dell'adolescenza, mi son detto. Quello è un limbo, una privacy innocua. A volte leggo bellissimi libri su questi anni lontani rivisitati e analizzati: scopro che spesso gli autori sono stati dei bambini straordinari, pieni di geniali intuizioni. Secondo me questi bambini sapevano che un giorno avrebbero scritto un romanzo e quindi immagazzinavano: bella questa osservazione infantile, me la metto via per dopo. Invece i bambini che faranno i periti agrari vivono sereni, senza metter via niente, tanto chi se ne frega di un'adolescenza tormentata. Ho provato dunque a fare questa operazione di archeologia emotiva, ma sono giunto alla conclusione di non essere stato un bambino rilevante. Poca roba. Una certa inclinazione eroica (sarei andato anche in guerra se ci fossero state in tribuna le femmine della III B). La prima intuizione della merenda come istituto democratico (pane e burro, pane e lardo, pane e uva) contro la dittatura dei pasti principali (non lasciar mai nulla nel piatto). La radicata convinzione che le ragazze molto belle non andassero al gabinetto. Qualche obbligatorio complesso di inferiorità, ad esempio per non essere mai riuscito a fischiare con due dita in bocca. L'incredibile constatazione che il professore di italiano, gelido e temibile, abitava in una casa con odore di mangiare, portava le pantofole, aveva una moglie spettinata e un figlio noioso che non aveva paura di lui come noi in classe. Sono stato un bambino poco problematico, dicevo, un bambino letteralmente da buttar via. È per tali ragioni che — debolino nel recupero dell'infanzia e condizionato nelle storie della maturità — ho rinunciato finora a scrivere libri totali e continuo a defilarmi con tali parziali. Un altro amico che stava curando una pubblicazione mi ha chiesto se avevo un inedito da dargli. Ed è così che mi sono accorto con raccapriccio di non aver niente di inedito: sono uno sciagurato che carpe maledettamente il diem. Di inedito credo di avere soltanto il tema della maturità sull'ideale mazziniano. Da allora vivo con l'ossessione dell'inedito. Sono come uno che si gioca tutto alla roulette e non ha fatto l'assicurazione sulla vita. Se dovesse accadere, facciamo le corna, andrebbero a rovistare nei cassetti e, non trovando nulla di decente, finirebbero per pubblicare cose che mi obbligherebbero a spedire rettifiche e smentite dall'Aldilà. E i carteggi? Mi sono accorto di non avere un carteggio appena accettabile. A una lettera di quattro facciate rispondo con un biglietto da visita: "D'accordo (punto esclamativo) cordiali saluti". Oppure: "Fino a un certo punto (esclamativo) cordialmente". L'unico epistolario di una certa consistenza è quello che ho tenuto col mio istituto di previdenza per la concessione di un mutuo. Miseramente privo di carteggi, sono scarso anche in telefoneggi, se si esclude qualche spezzone relativo ad amori giovanili. Ricordo per esempio una fanciulla che avevo chiamato dopo un lungo viaggio. M'era parsa freddina e le avevo chiesto: "Perché non sei come le altre volte, perché non mi hai buttato la voce al collo?". Non era una brutta immagine, ma andò perduta perché i servizi segreti non mi ritenevano degno di intercettazioni telefoniche.

francesco del cossa: san floriano c.1470      francesco del cossa: santa lucia c.1470


Così è saltato il piano del mago
“Sei dopato solo quando ti scoprono dopato”
Carlo Bonini e Giuseppe D´Avanzo su
la Repubblica 14 agosto

Oggi all´Hotel Simi, se solo ne sentono i nomi, tirano giù il telefono con rabbia. Si comprende la rabbia e anche la discrezione. Costas Kenteris e Katerina Thanou sono stati nascosti dal 5 luglio qui, in questo albergo del villaggio di Lecheo affacciato sul mare di Corinto, a 90 chilometri da Atene, a 4 dall´Istmo. Una vita monacale, la loro, se si esclude la passeggiata serale per raggiungere all´ora della cena la Taverna Faros. Per il resto, lunghe e severe sessioni di lavoro, al chiuso e all´aperto, nel complesso sportivo di Lutraki. Mentre i giornali greci e internazionali si chiedevano: "Dove diavolo sono Costas Kenteris e Katerina Thanou?".
Il loro allenatore, Christos Tzekos, è sapiente nel depistaggio dei curiosi. "Sono a Chicago per allenarsi".
Quando la Federazione internazionale di atletica cerca i due atleti per i controlli antidoping, ed è chiaro che in Illinois dei due velocisti ellenici non c´è traccia, Christos cambia registro: "Hanno lasciato gli Stati Uniti con un giorno di anticipo. Costas ha dei problemi muscolari. Ha raggiunto il suo medico di fiducia a Essen, in Germania". Balle. Christos Tzekos non è nuovo a raccontarne. È un vecchio volpone. Per anni ha depistato i "cacciatori" di Kenteris e anche questa volta, fino alle ore 16 del 12 agosto, ci riesce. Costas ed Ekatherina hanno dovuto soltanto coprire quei 90 chilometri (per la precisione, ottantasette) necessari a raggiungere, da Lecheo, Atene, il quartiere di Acharne, il Villaggio Olimpico. Christos Tzekos ha un piano per superare i controlli antidoping e affrontare il trionfale ingresso di Kenteris con la fiaccola olimpica la notte dell´inaugurazione e, il 27 agosto, la finale dei 200 metri che avrebbe consegnato lo sprinter alla storia di Olimpia, le misteriose formule e metodi di allenamento al futuro dell´atletica, il suo coach alla ricchezza. Quale miliardario atleta, dopo Atene, avrebbe potuto fare a meno dei "consigli" di Tzekos? Christos non nascondeva i suoi propositi. Diceva: "Dopo i Giochi olimpici sarò pronto per creare altri dieci Kenteris".
raffaello: piccola madonna cowper c.1504
  
Il piano del "mago", dicono ora negli ambienti del Cio, non è poi così complicato. Anzi, è il più antico trucco da quando esistono i controlli antidoping. Il cambio della provetta. C´è sempre un rischio ad affrontare un´analisi del sangue e delle urine. Se si cambiano le une e le altre, non c´è più il rischio. E, come ripete da gennaio Christos "il mago", "sei dopato solo quando ti scoprono dopato" (26 gennaio, intervista a Etnosport). Nei programmi di Christos le cose sarebbero dovute andare così. Sa che il Cio attende i due atleti al varco. Pensa di sbrogliare la matassa in questo modo. Kenteris e Thanou raggiungono il villaggio olimpico. Ritirano l´accredito. Sanno che la loro presenza verrà subito segnalata. Sanno che dovranno presentarsi ai controlli antidoping. È quel che accade. I due atleti greci, giunti al Villaggio olimpico alle 15 di giovedì, sono convocati alle 16 per la consegna dei campioni di analisi. Prendono tempo. Secondo quello che si racconta al Cio, "evidentemente" i due, o meglio Christos "il mago" ha bisogno di mettere in allerta l´uomo che, in laboratorio, deve sostituire le provette. L´uomo deve avere qualche difficoltà. Non è in grado per le 16 di mantenere ciò che ha promesso. Chiede tempo. Christos invita le due sue "creature" ad allontanarsi. Conta di rimettere le cose a posto in tempo per la seconda convocazione delle 19.30. C´è anche una ragione per giustificarsi. Costas e Katerina tornano da un lungo viaggio, non hanno avuto neppure il tempo di cambiare il bagaglio, hanno bisogno di rifare le valigie prima di trasferirsi nell´alloggio olimpico. Ma le notizie che arrivano al cellulare di Christos sono pessime (si fa per dire). L´uomo del laboratorio deve gettare la spugna. Avverte che gli ispettori del Cio saranno presenti al prelievo e alle analisi. Lo scambio di provette non si può fare. Christos deve trovare un´altra soluzione. Intanto, chiede a Costas e Katerina di raggiungerlo a casa, in fretta. Venti minuti dopo, i due atleti sono nell´appartamento del "mago" a Glyfada. La situazione è ormai precipitata. Nessuno, secondo una fonte che non ha trovato sino ad ora conferme, cerca davvero in queste ore Kenteris e Thanou. Non il Cio, non la Iaaf, non la Wada, non la Federazione greca. Il dramma che si consuma tra le pareti della casa di Christos è un dramma per tre persone: Tzekos, Kenteris, Thanou. Hanno pensato di potercela fare. Doparsi, correre, vincere, scomparire. Il gioco non regge più. Tzekos ha bisogno per lo meno di 48 ore per ripulire le tracce chimiche delle sostanze dopanti dalla vescica e dai reni e dal sangue di Costas e Katerina. Non ci sono 48 ore di tempo. Il tempo è finito. Quasi con disperazione, i tre decidono di mettere su una scena che, alla verifica, risulta improbabile.
Tzekos racconta alla polizia: "Alle 23, Kenteris e Thanou hanno lasciato casa mia. Avevano appena saputo che li cercavano dal pomeriggio per i controlli antidoping. Angosciati dalle conseguenze della loro assenza, mi hanno chiesto in prestito la moto per raggiungere prima possibile il Villaggio olimpico. È stata quella maledetta fretta la causa di tutto. Appena dopo 500 metri, Costas, alla guida della moto, è finito su una macchia d´olio. Sono caduti. Il resto lo sanno tutti".
In realtà, dell´episodio e del resto non si sa nulla. Peggio, quel si riesce a fatica a sapere fa a cazzotti con la verità raccontata alla polizia dal "mago". La moto viene trovata nel garage di Tzekos. È una enduro Honda "Africa Twin". Ha dei graffi sulla fiancata sinistra del serbatoio. I due atleti - si legge nel referto medico - presentano entrambi delle "lievi contusioni ed escoriazioni sulla gamba destra". Come è possibile cadere a sinistra e ferirsi a destra? Per di più, secondo il referto dei tecnici della polizia, i "baffi" sul serbatoio dell´enduro sono di vecchia data. C´è stato davvero un incidente? Il solo testimone che potrebbe confermarlo è l´uomo che ha raccolto i due atleti sull´asfalto e li ha accompagnati in ospedale. Ma esiste davvero quest´uomo? Se esiste, deve essere molto discreto perché si è allontanato subito dopo aver accompagnato in ospedale gli atleti che hanno fatto ingresso al pronto soccorso con le loro gambe. Se esiste davvero, deve aver una stramba idea delle emergenze. È un´altra incongruenza. Dal luogo dell´incidente, l´ospedale dove sono ricoverati Kenteris e Thanou dista chilometri. È a nord, dall´altra parte della città. Nelle vicinanze del luogo dell´incidente, a Glyfada, c´è a soli 2 minuti il miglior ospedale ortopedico di Atene, l´"Asklipio", nel quartiere di Voula e, poco più in là, altri 15 minuti di strada, si trova l´ospedale olimpico "Evangelismos". Per raggiungere il "Kat", dove arrivano a mezzanotte Costas e Katerina, ci vogliono 40 minuti. Perché il misterioso "samaritano" ha scelto l´ospedale più lontano? Forse perché è in quell´ospedale che i due atleti potevano contare su qualche amico fidato tra i medici? Viene da pensarlo a leggere i bollettini medici diffusi in queste ore dal "Kat". Curiosamente, non sono firmati dai medici curanti, ma dal direttore dell´ospedale. Contrariamente alla prassi della sanità greca, i comunicati non informano a quale terapia i pazienti sono sottoposti. Dettagli, comunque. Perché la vera prova che l´affaire Kenteris è il primo agone andato in scena in queste Olimpiadi la si rintraccia alle 21 di giovedì. Quindi, ben prima che Costas e Katerina scivolassero su quella macchia d´olio, a poche centinaia di metri dalla casa del "mago". Intorno alle 21, Lambis Nikolaou, presidente del Comitato Olimpico greco, già sa che "sta per accadere qualcosa". Confida a un suo amico: "È qualcosa che cambierà la nostra Olimpiade e forse la faccia dei Giochi di Atene".
È utile quindi, mentre Costas e Katerina sono ricoverati al "Kat", raccontare che cosa accade intanto ai vertici del Comitato olimpico e nelle stanze del governo di Karamanlis. Il primo sentimento che accende le reazioni della leadership greca è una rabbia gonfia di sospetto. C´è chi suggerisce che "l´affondo contro l´atleta simbolo della Grecia sia una vendetta americana". Ecco quel che si sente dire negli ambienti governativi.
Gli Stati Uniti sono irritati nel vedersi coinvolti come gli antagonisti principali, se non unici, della guerra al doping scatenata dal Cio di Jacques Rogge. Hanno interpretato alcune mosse della vigilia come un´avvisaglia di quel che accadrà nelle prossime settimane. Per esempio, quei controlli a sorpresa di martedì scorso, 10 agosto, su 8 atlete nel loro ritiro di Creta? Gli americani hanno allora fatto la voce grossa ed è scattata "la trappola" per Kenteris e Thanou. La convinzione "antiamericana" non dura molto. Lo staff di Karamanlis, con l´aiuto dei dirigenti greci del Comitato Olimpico e della Federazione di atletica, ricostruiscono come sono andate le cose. Sarebbe stata soprattutto la delegazione australiana del Cio a chiedere rigore e rispetto delle regole antidoping. Antica battaglia di quel Paese che, in queste Olimpiadi, vuole raccogliere i risultati "politici" e di immagine di una presenza pulita e di una competizione corretta. Jacques Rogge, in questa ricostruzione, non ha voluto opporsi. Il governo di Karamanlis non ha, a questo punto, molte opzioni. Quasi dissanguato dallo sforzo finanziario per organizzare i Giochi, deve salvare soprattutto le Olimpiadi e la loro credibilità. Non può correre il rischio di distruggerle per dare protezione ai trucchi sporchi del "mago" o per sostenere la reputazione, ormai compromessa, dei suoi due atleti simbolo.
Già nella notte, il capo del governo, con i padroni dello sport greco, decide di abbandonare al proprio destino Kenteris e Thanou. È una scelta che diventa chiara alle 13.30 quando, con un viso immobile, come di pietra, Theodoros Roussopoulos il portavoce della presidenza scandisce nove parole: "Le regole vanno rispettate e vanno rispettate da tutti". È una sentenza. È il certificato di morte per la carriera sportiva dei due "eroi" dell´atletica ellenica. È il salvacondotto per un´inaugurazione delle Olimpiadi senza imbarazzanti polemiche. Il resto sono dettagli. Il governo di Atene chiede al Cio 72 ore di tempo per risolvere il penoso affare. In realtà, ne occorreranno molte di meno. La decisione di ritirare dai giochi Costas Kenteris e Katerina Thanou è assunta nel pomeriggio di ieri. Diventerà ufficiale oggi.

domenico veneziano: san giovanni nel deserto c.1445
  
Il linguaggio segreto della politica
Berlusconi è cambiato, dopo la sconfitta
Filippo Ceccarelli su
La Stampa 9 Agosto

Braccia incrociate, labbra serrate e sguardi fiammeggianti nei dibattiti in Parlamento. Andatura guardinga, a piccoli passi, le rare volte, ormai, che lo si può osservare nelle occasioni ufficiali. Altrimenti seduto con le gambe accavallate come a costruire delle barriere tra lui e il mondo. E avrà anche fatto caldo, certo, ma chi ha partecipato all'interminabile verifica l'ha veduto più volte allentarsi il colletto. Bisogno d'aria. Di tregua.

Quanto appare diverso Berlusconi, dopo la sconfitta!
Forse è per questo, e per istintiva cortigianeria, che subito dopo la batosta alcuni tg hanno mandato in onda immagini di repertorio. Si vedeva un Cavaliere che camminava sicuro, spigliato, allegro, baldanzoso. Larghe falcate, testa eretta, strette di mano a destra e a manca. Ma dove mai?

Infatti non era vero niente. Tipica manipolazione televisiva: il presidente Berlusconi, in verità, se ne stava rinchiuso nelle sue ville e nei palazzi. Imbufalito. E quando le telecamere non hanno potuto fare a meno di riprenderlo, è apparso incupito, impettito, irrigidito. Un altro personaggio, un'altra maschera.

A volte lo si è visto, per un attimo, passarsi entrambe le mani sul volto, il gesto infantile della disperazione; a tratti agitandole a palme aperte, ritmicamente, come chi voglia allontanare un pericolo. La postura berlusconiana rifletteva uno stato d'animo davvero lontano da ogni ottimismo. Il doppiopetto scuro lo fasciava come un'armatura. Quando ha accolto il cancelliere Schroeder, a Gabicce, si è mostrato più disinvolto e sorridente, con il maglione sulle spalle, "alla caprese", dicono i suoi. Ma poi subito Berlusconi ha infilato una mano in tasca. E quando uno sorride e intanto si mette una mano in tasca, scrive Anna Guglielmi ne Il linguaggio segreto del corpo (Piemme, 1999) "avete buoni motivi per dubitare di lui".

Mai come in politica, mai come in questo tempo così video-dipendente, vale quanto scritto da Mirabeau: "La parola è stata data all'uomo per nascondere il suo pensiero". Però il corpo parla. Al di là delle intenzioni, delle tecniche e delle strategie, ma parla. Tanto più gli odierni leader politici padroneggiano la parola, e tanto più si sentono e si muovono a loro agio nei salotti televisivi (dove pure attraverso piccoli monitor hanno addirittura il modo di auto-osservarsi e quindi di "aggiustare" la propria immagine in tempo reale), ecco, tanto più questo loro inconsapevole disvelamento corporeo finisce per apparire veritiero. Basta un dito, una mano, un movimento del piede, un'occhiata di traverso, un tono di voce che suona innaturale. Insomma, chi l'avrebbe mai detto: lo sguardo smaliziato dei telespettatori come un fatto di democrazia. O quasi.

Com'è ovvio, non bisogna esagerare. Ma l'intuito - e il cuore, dopo tutto - giocano una parte fondamentale in tutta la faccenda. Il potere, certo, può sempre regolare a suo piacimento le visioni a distanza e quindi sospenderne gli effetti. Berlusconi o chiunque altro può sparire dalla vista collettiva per un mese, o due, o tre. Ma poi? Beh, poi Umberto Bossi, il cui corpo è stato addirittura celato agli scrutini, si è dovuto dimettere.

Lo zoom delle telecamere e la moltiplicazione tecnologica delle fonti visive (fotografie e filmati ora anche su Internet) agevola questa osservazione certo un po' guardona, ma anche potenzialmente virtuosa. Perché Fassino bacia la Angiolillo? Perché Calderoli avanza con le mani dietro la schiena? Perché Follini cammina a testa alta e Fini, ancora una volta, dà segni di nervosismo tirandosi la manica della giacca?

Se la video-politica ha determinato la nascita di una classe di governo del tutto adeguata alla scena mediatica, è anche vero che ha sviluppato nel pubblico un sesto senso all'altezza della trasformazione. Sono gli effetti della democrazia che dopo tutto garantisce la possibilità di riconoscere, nel tutto, non solo il suo contrario, ma forse pure il suo antidoto.

ercole de' roberti: giovanni II bentivoglio c.1480          ercole de' roberti: ginevra bentivoglio c.1480

Berlusconi e Calvino
Furio Colombo su
l'Unità 15 agosto

In ogni cultura, in ogni tradizione si trova il racconto dell'uomo piccolo e vanaglorioso che, per un certo tempo, riesce a persuadere alcuni di essere grande e temibile, finché si scopre che dietro un paravento o il presunto vestito regale o la finta statura, non c'è niente. La storia, nella versione americana, finisce con queste parole, diventate proverbio: "Puoi ingannare pochi per molto tempo, puoi ingannare molti per poco tempo. Ma non puoi darla a bere a tutti per sempre".
Berlusconi ci sta provando. Dalle macerie di un ex Paese prospero e solvibile (chi potrebbe dare un'altra definizione dell'Italia consegnata agli elettori dai governi dell'Ulivo?) si abbandona ancora a monologhi sul taglio delle tasse, continua ad attribuirsi il merito di avere restituito grandezza e reputazione al Paese, parla di promesse mantenute, di elezioni che non potrà non vincere. E tiene d'occhio due strade: o una nuova presidenza del Consiglio con poteri dittatoriali; o con un po' di fortuna sua e di jella per gli italiani il Quirinale.
Abbiamo detto e dimostrato molte volte - fiancheggiati da pochi giornali e pochi colleghi italiani, ma da tutta la stampa del mondo - che quel che sta avvenendo in Italia non sarebbe possibile senza la totale mobilitazione della televisione pubblica e privata del Paese al servizio di una sola persona, senza un fortissimo vento di intimidazione che ha in parte sradicato, piegato o distratto la stampa libera. Qualcuno, nella scorta di Berlusconi, pensa però, che una simile mobilitazione non basti. Ci vogliono “argomenti culturali”. È arduo, quando si parla di Berlusconi, introdurre argomenti culturali. Ma c'è chi si offre, e offre la propria reputazione. Infatti lo sforzo di issare Berlusconi sul palcoscenico della storia è molto grande, persino se tutti i mezzi della televisione e buona parte dei giornali sono a disposizione. Berlusconi è un uomo irascibile, vendicativo. È capace di dire "faccia di merda" a una signora che gli dice il suo dissenso. E per quanto si diano da fare a diffondere il suo sorriso di venditore, il suo volto ritoccato, la sua ricchezza non proprio tutta accumulata alla luce del sole, ormai sanno tutti che ha gettato nel dissesto economico il Paese, lo ha svergognato in Europa, lo ha coinvolto in una guerra brutale e inutile.
Nel frattempo alcune sue grandi bugie cominciano ad apparire come cartelloni strappati che non sono stati rimossi in tempo. C'è stato forse chi ha creduto davvero che Berlusconi sia “sceso in campo” per liberare l'Italia, che era appena stata di Forlani e di Craxi, dal comunismo. Può darsi che qualcuno abbia creduto che Berlusconi aveva lasciato la sua comoda poltrona al vertice della sua azienda per sradicare la malerba comunista da quei gangli dello Stato che avevano disseminato il Paese di bombe e di stragi fasciste. Può darsi che abbiano creduto che l'operoso imprenditore si stava dando da fare per ridare finalmente libertà e benessere al Paese che Prodi aveva appena portato tra i soci fondatori della moneta unica.
Il problema è che - come diceva quella signora definita "faccia di merda" dal nostro presidente del Consiglio (voi immaginate la reazione della stampa francese, che è libera, se una simile frase fosse stata pronunciata da Chirac?)- molti pensano, anche fra chi lo ha votato, che il “libertador” del comunismo debba andarsene a casa.
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cosmè tura: madonna col bambino in un giardino c.1455
  
È qui che si riconoscono, e che lui, il libertador, certamente riconoscerà, i veri amici. Occorre andare in soccorso del vincitore che forse non sarà più vincitore la prossima volta. E in quel caso molti santuari di cultura e di storia inventata potrebbero adottare qualche variazione di rito, di culto, di officiante.
Occorre dunque mobilitare subito articoli di fondo e note di prima pagina, in uno sforzo culturalmente immane che ricorda il momento cruciale in cui i portatori della santa statua in processione si accordano a occhiate per issare e trasportare a spalla l'immagine miracolosa ma pesantissima.
Nessuno è mai pesato sulle spalle di operatori della cultura revisionista contemporanea come Berlusconi, un uomo che ha inventato tutto non solo di sé e dell'origine della sua ricchezza, ma anche della storia del suo Paese. La prova è che l'unica volta che ha tentato di rifilare ai colleghi primi ministri, durante un incontro europeo, la storia della liberazione dell'Italia dal comunismo, ha incontrato un tale imbarazzato silenzio che - fuori dal Paese, nei luoghi in cui non controlla stampa e televisione - non ci ha più provato. E ha preferito tentare con le barzellette.
In Italia è diverso. In Italia lui può contare su intellettuali come Galli Della Loggia e Angelo Panebianco, pronti a sacrificare il loro prestigio (e a correre il rischio di essere tradotti all'estero, come noi traduciamo le vignette del New York Times) per sostenere che, per cinquanta anni, l'Italia di Scelba, di Rumor, di Tambroni, di Segni, dei moti di Genova e di Reggio Emilia, di Tanassi, del caso Cirillo, di Ciancimino, l'Italia insanguinata di Portella della Ginestra e del generale Dalla Chiesa, di Peppino Impastato e di Don Puglisi, di Falcone e di Borsellino, l'Italia che viaggia nel buio delle stragi di Stato, da Piazza Fontana a Brescia, a Bologna, all'Italicus, a Ustica, ai Georgofili, l'Italia della P2 che controlla il Corriere della Sera e infiltra i vertici dei Servizi e delle Forze Armate, tutta questa Italia è nelle grinfie dei comunisti, che siedono egemoni dovunque si fa cultura, e si forma la mente, la moralità, il punto di vista, il giudizio, la scala di valori, la televisione spettacolo e la televisione telegiornali, dunque il comportamento degli italiani.
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Le circostanze immediate del concitato intervento di Ernesto Galli Della Loggia e Angelo Panebianco sul loro giornale sono note. Il Corriere della Sera aveva pubblicato, ad opera di Paolo di Stefano, una parte delle lettere di Calvino a Elsa De Giorgi, storia privata, storia d'amore, storia mondana e romanzesca tutt'altro che certa e certificata, come provano, nel merito di quella storia, i diversi e importanti interventi di Alberto Asor Rosa e di Alberto Arbasino.
La pattuglia di frontiera Galli Della Loggia-Panebianco veglia sui confini inventati del mondo inventato da Berlusconi. Quei confini disegnano un Paese dominato dalla cultura, dalla egemonia e persino dalle avventure private dei comunisti.
Perché qualcuno, che esiste nel mondo della cultura, deve dire, così a sproposito, simili sciocchezze con gli argomenti di un incattivimento infantile? Diciamo subito che il loro intervento non è a sproposito. Non nel campo che essi hanno fatto proprio. Come potrebbe Berlusconi apparire il “libertador” se l'Italia non fosse stata per cinquant'anni sotto il tallone dei comunisti? "Quando devi servire un padrone, lo devi servire", ammonisce Bob Dylan, "o tutto o niente" (“You have to serve somebody”, 1971). E non è una sciocchezza. L'incredibile, comica invenzione di Berlusconi vincitore del comunismo (con dieci anni di ritardo sulla storia) sta stingendo. Nonostante il presidio ferreo del TG 1 non si riesce più a render Berlusconi rispettabile agli occhi della maggior parte degli italiani. L'unica speranza, per la continuazione delle falsità e delle superstizioni è ripetere. I due difensori del regime si prestano. E così si compie l'evento più imbarazzante, mischiare il nome di Calvino, uno dei tre o quattro autori contemporanei italiani più cari e più amati nel mondo, con il nome di Berlusconi, che da noi fa paura, perché tiene il piede sul tubo delle informazioni e dunque della libertà, ma nel mondo è un personaggio che si muove tra disprezzo e ridicolo. Tocca a Eugenio Scalfari, uno degli amici più cari e dei conoscitori più intimi di Calvino, una delle voci più autorevoli e credibili dell'Italia contemporanea, far notare la saga penosa del comunismo egemone che sarebbe la vera spiegazione del carteggio Calvino-De Giorgi. Scalfari fa notare l'incongruenza e il ridicolo e chiude il caso, riducendolo alla sciocchezza politica di cui abbiamo appena parlato. Lo fa per chi ha la dignità di capire.
Ma sentite l'argomento di Panebianco che interviene in difesa del collega di schieramento: "Scalfari è arrivato persino a mettere in dubbio che sia mai esistita una egemonia culturale della sinistra in Italia, accusando Galli Della Loggia di essere l'unico a credere in una così bizzarra idea".
Notate l'uso della parola “sinistra” in luogo del mitico, onnipotente e, naturalmente, malefico Partito comunista italiano. Di quale sinistra starà parlando Panebianco? Deve essere la sinistra che ha mosso Adriano Olivetti e il vasto gruppo di intellettuali che ha saputo mobilitare intorno all'industria. Deve essere la sinistra di Mario Pannunzio che, con “Il Mondo” , ha generato buona parte del giornalismo italiano, fra cui Scalfari, fra cui chi scrive. Deve essere la sinistra di Arthur Schlesinger, che ha persuaso John Kennedy ad aprire la porta del governo italiano ai socialisti. Deve essere la sinistra di Allen Ginzberg e dei 500mila giovani americani che per far finire la guerra nel Vietnam si sono messi in testa di far levitare il Pentagono. Deve essere la sinistra del presidente Alfonsin in Argentina dopo la strage fascista dei desaparecidos. Deve essere la sinistra che ha liberato senza violenza il Brasile dalla dittatura militare. Deve essere la sinistra che ha cacciato Pinochet dopo il suo cumulo di torturati e di morti. Deve essere la sinistra di Jimmy Carter, che ha proposto al mondo il concetto dei diritti umani, che adesso è il grande nemico della Lega e del governo italiano. Deve essere la sinistra di Bill Clinton, dichiarato “comunista” dai neo conservatori per avere tentato di garantire cure mediche ai 40 milioni di americani che ne sono esclusi. Deve essere la sinistra del senatore americano Byrd e del senatore Ted Kennedy che hanno definito “oscena e immorale” la guerra in Iraq. Deve essere la sinistra di Amartya Sen, il Nobel indiano che ha studiato le carestie e la fame per sradicarle, la sinistra di Joseph Stiglitz, il Nobel americano, che equipara il pericolo del capitalismo disonesto e predone al pericolo del terrorismo, la sinistra del docente di Princeton e opinionista del New York Times Paul Krugman che considera il presidente americano George Bush un fuorilegge pericoloso. Certo per Panebianco è un bel problema. Perché questa è una sinistra attiva, infaticabile, diffusa nel mondo. È una sinistra incompatibile col mondo finto e pericoloso di Berlusconi. Ma, insieme con Scalfari, ammettiamo che persino questa sinistra non ha niente a che fare con il carteggio d'amore Calvino-De Giorgi, anche se ha molto a che fare con una speranza di ritorno alla civiltà.
Ma la spiegazione è tutta nello sforzo tremendo che si sono assunti Galli Della Loggia, Panebianco, e l'autore anonimo di un ultimo villano corsivo in pagine di cultura non proprio colto ma dedicato, come insulto, a Scalfari. Il problema è che devono portare in processione l'immagine di un bizzarro leader che ha bisogno di un paesaggio finto per sembrare più alto. Difficile dire perché due persone come Galli Della Loggia e Panebianco lo facciano. Infatti si può essere di destra, o conservatore, o nemico della sinistra, senza inventare il passato a immagine e somiglianza di un leader fallito.

piero di cosimo: la visitazione con i santi nicola e antonio 1489-90
  
L'egemonia culturale di Ponzio Pilato
Ezio Mauro su
la Repubblica 12 agosto

Non so nulla delle lettere di Italo Calvino a Elsa de´ Giorgi e il tema non mi affascina. La questione mi sembra chiusa: il Corriere della Sera ha pubblicato un ampio servizio su quel carteggio (già rivelato anni fa da Epoca), ne ha ricavato qualche ipotesi romanzesca e qualche suggestione letteraria, come se quelle lettere contenessero la svolta intellettuale di tutta l´opera di Calvino. È sembrato troppo ad Alberto Asor Rosa, è sembrato ridicolo a Chichita Calvino, che hanno risposto su Repubblica. Il caso può finir qui. Aggiungo soltanto che a mio parere i giornali ovunque pubblicano le carte di personaggi pubblici, quando le giudicano di interesse generale, perché i giornali rispondono a quell´interesse. Con l´avvertenza, magari, di non presentare per inedito ciò che inedito non è, e con la licenza di romanzare un po´: soprattutto d´estate.
Qui potrebbe finire la storia, in sé minima. Ma se ne apre un´altra, formidabile. Perché Ernesto Galli Della Loggia è saltato a piedi giunti sul caso Calvino, ha ignorato la lunga intervista di Chichita e ha immediatamente imbastito un processo a Repubblica custode del sigillo sacro della sinistra e alla sinistra che detiene dagli anni Cinquanta ad oggi l´egemonia culturale e decide ciò che può essere detto e ciò che deve essere taciuto. Gli ha risposto Eugenio Scalfari, denunciando l´"ossessione" di Galli nei confronti della sinistra, che vede agire sotterraneamente e dovunque per subornare la pubblica opinione, e ricordando che nel lungo dopoguerra italiano i giornali, la radio e la televisione sono stati sempre nelle mani dei partiti di governo e dei poteri cosiddetti forti (allora lo erano davvero) che quei partiti fiancheggiavano con vigore.
Sono rimasto anch´io stupefatto per l´ideologismo ormai quasi meccanico che ha innescato questa discussione. Si parla delle lettere d´amore di Calvino ed ecco una scomunica integrale alla sinistra, detentrice - secondo l´accusa - perenne e immobile delle chiavi del politicamente corretto, ora e sempre: solo un automatismo ideologico può far discendere da quella causa questo effetto. Ma voglio provare a discutere sul serio con Galli Della Loggia, lasciando perdere l´occasione polemica per prendere il merito dei suoi argomenti.
giovanni bellini: san gerolamo che legge in un paesaggio 1489-90
  
E aggiungere un controargomento, per me di importanza capitale. In un paese democratico, come il nostro, l´egemonia culturale è in gioco tra i diversi poli di pensiero e i diversi gruppi di riferimento. Voglio dire che è contendibile, per fortuna. E può cambiare di segno, come a mio parere è avvenuto nell´ultimo decennio.
Galli ha ragione quando dice che un´egemonia culturale di sinistra ha contato nel nostro Paese, più o meno fino al collasso della Prima Repubblica, o a guardar meglio fino all´avvento del craxismo. Ma Galli ha torto, secondo me, quando traduce tutto questo nella categoria del "comunismo", come un perfetto fatturato politico della strategia togliattiana. Ha torto per due motivi, che accenno soltanto: prima di tutto quell´egemonia, come ha spiegato Scalfari, nasceva nella cultura, non nella politica, ma nell´opera individuale di registi, scrittori, intellettuali, orientati - questo sì - a sinistra, ma non longa manus di un partito; e poi, quell´egemonia ha travalicato il mondo della creazione artistica e dell´opera intellettuale ed è diventato politica diffusa dopo il Sessantotto, con la spinta e il nuovo linguaggio dei movimenti e delle forze extraparlamentari, che come è noto portavano in sé una forte carica di contestazione proprio nei confronti del Pci e del suo mondo.
Tuttavia su questo punto storico specifico Galli ha a mio parere più ragione che torto. Perché se la cultura orienta una società nei suoi valori e disvalori pre-politici, non c´è dubbio che la cultura del dopoguerra guardava a sinistra in un Paese politicamente moderato. E non c´è dubbio, nemmeno, che a sinistra chi più si è giovato di questo clima intellettuale è stato il Pci, gramscianamente (prima e più di Togliatti) educato a cogliere quei frutti.
Poiché non tutto è ideologismo, però, bisogna aggiungere che la cultura di sinistra (ripeto: in gran parte una libera cultura di sinistra, da Bobbio a Pasolini) in un´Italia democristiana è stata uno degli ingredienti della modernizzazione e della crescita di questo Paese, una sorta di correzione laica, di bipartitismo culturale in un Paese che non poteva portare il suo sistema politico a compimento per la presenza del più forte Partito comunista occidentale in anni di guerra fredda. Questo è un dato di fatto: così come è un dato di fatto che l´egemonia culturale di sinistra ha perpetuato alcuni "blocchi" nel dibattito italiano, come la lettura di una Resistenza incentrata sui comunisti, un´ipocrisia o peggio una mistificazione nei confronti dei crimini del comunismo, in Urss e negli altri Paesi dov´era andato al potere. Nella convinzione colpevole che "la verità - come dice Martin Amis - poteva sempre essere posticipata".
Ma oggi che il Pci non c´è più, è finito il comunismo, e si è dissolta l´Urss e con il sovietismo anche la divisione in blocchi e la guerra fredda, ha senso riprodurre quello schema, sostituendo al termine "comunista" il termine "sinistra", come se nel 2004 e in Italia fossero la stessa cosa? Non si può non vedere che una delle caratteristiche della sinistra italiana contemporanea è la debolezza identitaria, non la sua forza. Di quale egemonia culturale terribile sarà mai capace una sinistra che non sa da quali culture è lei stessa composta, quali sono le sue radici culturali spendibili oggi, chi sono i suoi ilari e i suoi penati superstiti dopo che - in ritardo, in gravissimo ritardo - ha scoperto che il tabernacolo comunista era vuoto?
Per il resto, l´Einaudi fa parte dell´universo berlusconiano, nel cinema italiano i Visconti hanno lasciato il posto a Vanzina, i giornali - ad eccezione di pochissimi - sono concretamente omogenei alla destra, tanto da essere ogni volta sorpresi e surclassati dalle reazioni della grande stampa europea davanti ad ogni nuova anomalia berlusconiana.
Tutto ciò mentre l´establishment in questo Paese che ha smarrito ogni sua missione è ormai fatto da pseudo-imprenditori che in realtà sono concessionari di lusso, post-imprenditori che devono gestire il loro declino, smart-imprenditori, indifferenti ad ogni idea civile del Paese, pur di spartirselo, visto che è facile, incapaci di qualsiasi opzione politica, perché costa e divide il fascio indistinto di popolarità conquistata nel grande rotocalco italiano e scambiata per consenso. Resta la tv, vera falciatrice di quel substrato materiale di egemonia culturale che è il senso comune. E la tv - tutte le tv, in Italia - è di destra ancor prima d´accenderla, è intrinsecamente berlusconiana con il catalogo modernissimo e regressivo di idee che veicola ogni giorno ad ogni ora.
Dunque, cerchiamo di essere intellettualmente onesti anche qui, davanti a questa evidenza. Che senso ha, che scopo ha, parlare oggi di egemonia (culturale?) della sinistra in Italia? È solo un riflesso condizionato? Credo di no. Penso anzi che si tratti di un´operazione tutta ideologica e politica - nient´affatto culturale - che punta a tenere la sinistra in condizioni di minorità perenne, a pronunciare nei suoi confronti (qualunque sia la sinistra, e in qualunque epoca) un interdetto perenne, che rende artificialmente vivo il comunismo: se non come organizzazione (il che per fortuna è impossibile) almeno come fantasma zdanoviano in servizio permanente effettivo, naturalmente occulto.
In questo modo, sta andando a compimento un lavoro politico avviato dieci anni fa, certo più importante della capacità egemonica presunta di Fassino o di Prodi: si tratta della destrutturazione di alcuni valori fondanti di questa democrazia repubblicana che il furore anticomunista dei revisionisti italiani ha colpito, delegittimato e gettato al mare perché troppo contigui e funzionali alla storia del comunismo italiano. Penso all´antifascimo, all´azionismo, al costituzionalismo, allo stesso laicismo, demonizzati ideologicamente come strumento ideologico di parte.
In un Paese meno sventurato del nostro, si tratterebbe semplicemente di valori civili, anzi, civici, nemmeno "democratici" se il termine sembra giacobino, ma certo "repubblicani" frutto di un riconoscimento condiviso di una nazione che dopo la sconfitta della dittatura sente di avere una storia patria comune a cui fare riferimento al di là delle divisioni tra destra e sinistra.
No: noi non abbiamo valori repubblicani comuni. Come ha denunciato Bobbio, lo sforzo per equiparare l´anticomunismo all´antifascismo ha portato ad un abominio che sta diventando anch´esso senso comune: l´equiparazione tra fascismo e antifascismo. Aggiungiamo l´aggressione politica e intellettuale agli ultimi azionisti, l´irrisione a quella religione civile che sia pure in fortissima minoranza hanno testimoniato per sessant´anni. Pensiamo ad un Presidente del Consiglio che non ha mai sentito il dovere di essere presente alla festa della Liberazione (Fini, almeno, ha partecipato alla celebrazione di Matteotti) mentre il suo partito ha proposto addirittura l´abolizione del 25 aprile come se quella data non celebrasse la fine della dittatura fascista, cioè un accadimento storico, come se la storia italiana cominciasse nel 1994 con Berlusconi.
Ecco il contro-argomento per Galli Della Loggia. Nel nostro Paese c´è stato un cambio di egemonia culturale che è sotto gli occhi di chi non è ideologicamente accecato. E l´avvento di questa pseudocultura "rivoluzionaria" di una destra populista e moderna insieme, è stato possibile per l´opera costante di destrutturazione dei valori civili, repubblicani, costituzionali che il revisionismo ha fatto in questi anni.
Sia chiaro: il revisionismo storico ha operato per fini propri, liberamente, senza alcun legame con questa destra berlusconiana. Ma è un fatto che la polemica sull´egemonia della sinistra arriva fin qui, è la cornice che ha fatto saltare il quadro repubblicano precedente e che oggi inquadra coerentemente - ecco il punto - il paesaggio berlusconiano. Solo così si spiega come la nuova destra si senta culturalmente legittimata, anzi revanscista, anche perché il pedagogismo che i revisionisti hanno esercitato (con fondate ragioni) ed esercitano a sinistra è completamente muto e paralizzato a destra.
Come se la destra italiana - con il postfascismo appena sdoganato, la Lega che fatica a trattenere pulsioni o almeno espressioni razziste, Forza Italia ancora aliena alle istituzioni che guida e allo Stato che governa - avesse già compiuto tutto il suo cammino con l´apparizione di Berlusconi agli italiani nel ´94. Questo strabismo, in realtà, è ideologismo. È un´operazione politica, quell´"ossessione" contro la sinistra denunciata da Scalfari. Perché se è giusto che la sinistra faccia i conti con la storia tragica del comunismo (visto che in Italia ne è fuoriuscita dopo la caduta del Muro, non prima) non si capisce come mai per certi intellettuali la destra operi invece nel secolo, fuori dalla storia e dai suoi rendiconti, come il ´900 che in Italia finisce da una parte sola, e si chiude zoppicando.
Eppure ci sarebbero molte domande da fare a questa destra anomala d´Italia, oggi che comanda, detiene il potere e costruisce una nuova egemonia di valori e di disvalori, e soprattutto di interessi. Ma i revisionisti se ne lavano le mani. Come Ponzio Pilato: non a caso duemila anni fa lo chiamavano proprio così: l´Egemone.

duccio da buoninsegna: natività 1311
  
La possibilità che viene da Oriente
Giulietto Chiesa su
il Manifesto 12 agosto

C'è chi parla di schieramenti, chi di programma (per la sinistra, s'intende). Ma, se la confusione è al massimo sui primi, sul secondo è quasi silenzio. Perché è più difficile. Perché porre l'accento sul programma significa definire il blocco sociale di cui si vuole assumere la rappresentanza. Si è detto che occorrono quattro o cinque punti, idee molto concrete da indicare al paese. Ma per farlo non si può restare intrappolati nella dimensione (misera) e nella logica (illogica) della crisi italiana. In primo luogo noi ci troviamo infatti di fronte a un disastro internazionale incombente e per molti aspetti già in atto, senza tenere conto del quale le stesse proposte "italiane" rischiano di essere irrilevanti o non applicabili. In secondo luogo bisogna capire che l'attuale geografia delle forze politiche (e sociali) italiane non solo è altamente instabile e incerta, ma è anche un prodotto innaturale, figlio di illusioni di destra e di sinistra, delle quali sarà opportuno cominciare a liberarsi. Infatti la costruzione di un progetto per un determinato insieme di gruppi sociali che si vuole portare alla vittoria in Italia deve tenere conto del fatto che, in un giro di tempo abbastanza ridotto, tutti i gruppi sociali dovranno fronteggiare problemi inediti, ai quali non sono preparati, nemmeno psicologicamente. A causa delle illusioni di cui sono stati nutriti a forza negli ultimi due decenni. Ciò significa che la posizione di molti gruppi sociali è altamente mutevole e non può essere definita né in termini tradizionali, né in termini statici. Più precisamente: molti aspetti della futura e dinamica composizione sociale dell'Italia del prossimo decennio dipenderanno dalle leadership questo paese, dalle loro capacità di prevedere, e di sostituire "qualche cosa d'altro" alle illusioni passate. Esse potranno essere sostituite da altre illusioni (e il disastro continuerà e si aggraverà, in primo luogo per gli strati più deboli, mentre la democrazia sarà sottoposta a tensioni acutissime), oppure da programmi di gestione della cosa pubblica, del "bene comune" che siano in grado di tutelare il tenore di vita di larghe masse popolari e di conservare e sviluppare la democrazia. In sostanza: chi sarà in grado di prevedere, sarà anche in grado di proporre. Chi sarà in grado di prevedere sarà anche in grado di esercitare una egemonia su larghi strati popolari e intellettuali, oggi indistinti e confusi, senza guida, che aspettano indicazioni. Chi non sarà in grado di prevedere sarà travolto nel generale disordine e sarà costretto a fronteggiare la tempesta senza bussola. Nella logica di destra questa è l'anticamera di un regime autoritario. In quella di sinistra è la resa.

Per prevedere occorre guardare al quadro mondiale. Altro modo non c'è. Il prezzo del petrolio è salito del 40% in un anno. E' solo una faccenda congiunturale? No, perché se è vero che ci sono spinte speculative che producono irrazionali aumenti dei prezzi, è altrettanto vero che queste spinte sono l'effetto di mutamenti strutturali. C'è una immensa liquidità (creata da due decenni di globalizzazione americana) che gioca sui tutti i tavoli di tutte le roulette del mondo. O la va o la spacca. Questa è la logica suicida dei nuovi ricchi. Altro mutamento strutturale: ci stiamo accorgendo che Enron, WorldCom, Parmalat, ecc. non sono episodi anomali in una situazione normale. Le più gigantesche truffe finanziarie sono la norma. Non le conosciamo solo perché il sistema informativo mondiale ce le nasconde sistematicamente e solo la punta dell'iceberg riesce a emergere a fatica. Scopriamo ora, nel 2004, che uno dei protagonisti mondiali del mercato petrolifero, la Shell, ha ingannato mercati, clienti, azionisti, mentendo sull'entità dei propri giacimenti. Domanda: siamo sicuri che i dirigenti della Shell fossero gli unici a truccare le carte? E' molto più probabile il contrario. Dunque è altamente probabile che i dati circa le riserve energetiche disponibili di idrocarburi siano falsi. Chi ha le informazioni (sicuramente l'Amministrazione di Washington) sta facendo incetta a ritmi forsennati. Può essere una delle cause del balzo in alto del prezzo del petrolio, ma non cambia il problema: a Washington stanno giocando anche loro alla roulette e cercano di guadagnarsi qualche mese in più di respiro. Un po' poco per governare il pianeta. La verità cruda è che il petrolio è una risorsa assai più scarsa di quanto vogliono farci credere e il suo esaurimento seguirà dunque una curva molto più brusca e ravvicinata di quanto quasi tutti pensano. Il che, a sua volta, significa che le possibilità di una risposta non traumatica al problema si ridurranno ulteriormente. Catastrofismo? Ciascuno lo chiami come gli pare. I dati parlano da soli. Si aggiunga che il resto del mondo (non l'Europa) è in pieno boom. Cina e India crescono a tassi vertiginosi, trascinandosi dietro tutto il sud-est asiatico e perfino il Giappone. I cinesi si stanno rendendo conto che la caldaia è ormai a livelli di pressione insostenibili e si sono riproposti di ridurre il tasso di crescita del loro Pil dal 9,3% del 2004 al 7% del 2005. Non ci riusciranno, ma pare vogliano provarci. Unici sul pianeta si pongono il problema di rallentare. Hanno capito cosa sta per succedere? Probabilmente. Il fatto grave è che l'Occidente non l'ha capito. Neanche la sinistra italiana (centro-sinistra) l'ha capito. Questo trend è altamente energivoro. Significa che l'Asia sta succhiando enormi quantità di petrolio e di gas. Le carenze energetiche sono laggiù la norma. Non si è ancora percepito una conseguenza elementare: esse si ripercuoteranno qui da noi, a ritmo sempre più intenso.

Infine il dollaro. Il debito estero degli Usa, quello pubblico e quello privato, è arrivato al 30% del Pil degli Stati Uniti. E' un record di tutti i tempi. I contribuenti americani vorrebbero l'impero, purchè a pagarlo siamo noi, l'Europa e il resto del mondo. E poiché il loro tenore di vita è, per definizione, "non negoziabile", se ne deduce che svalutano e svaluteranno il dollaro, cancellando così una parte dei loro debiti, che intanto continueranno a crescere. Questo è un vulcano che sta per esplodere. Gli Stati Uniti, come è stato scritto, sono divenuti i perturbatori della quiete mondiale e devono essere ricondotti a più miti consigli. Quindici anni fa il pianeta era fondato su tre blocchi economici principali: Stati Uniti, Europa, e Giappone. Dei tre la potenza militare era una sola e sappiamo quale. Adesso il pianeta è fondato su tre blocchi economici principali: Stati Uniti, Europa, Cina. Ma gli Stati Uniti sono in crisi evidente, l'Europa è più forte di prima (anche se cresce meno), la Cina è ormai un protagonista, ed è armata. Ed è l'unico paese che prende decisioni senza consultare nessuno, nemmeno gli Stati Uniti. Occorre che l'Europa colga l'occasione offertale dalla Cina e apra una forte discussione sui limiti dello sviluppo (di questo sviluppo insensato). E proponga politiche strategiche coerenti con i propri interessi e con quelli della salvezza del pianeta dalle catastrofi che incombono e sulle quali solo gli stupidi e i suicidi possono ironizzare.

Non si possono mettere in piedi i quattro o cinque punti di un programma per il governo di sinistra dell'Italia senza tenere conto di questi dati. E' senza senso progettare un blocco sociale che lo sostenga senza dirgli la verità sullo stato delle cose.

tiziano: venere allo specchio c.1555
  
La bianca cicogna sul tetto che scotta
Uno scrittore dà voce all'uccello della "Tempesta"
Aldo Busi sul
Corriere della Sera 10 agosto

Buongiorno, per non dire tuoni e fulmini! Sono la bianca cicogna sul tetto che scotta e me la rido, anzi, sono incazzata nera e scotto io, dalla voglia di dire finalmente la mia per tirare fuori la vostra di gnorri a bellaposta, non il tetto sotto la folgore sul quale dal 1508, se proprio si vuol dare credito a qualche datazione al momento più in voga di altre, me ne sto tutt'altro che appollaiata mogia mogia, anzi, voglio sottolineare, slanciata e austera, quasi in atteggiamento di sfida agli accadimenti celesti, ben presente e pimpantissima. Visibilmente visibile, volendo. Se non fosse che a tutt'oggi nessuno vuole. Sono la cicogna sul tetto nella Tempesta (cm 82x73, partita da Ca' Vendramin per planare nelle Gallerie di Venezia) del Giorgione, sì, e svegliatevi bambine della critica e della semiotica, sono lì proprio sotto a destra del fulmine, a una spanna dal vostro naso. Innanzi tutto mi scusino i nuovi arrivati e i profani in generale se mi tolgo un rospo dal canarozzo che mi sta lì da cinque secoli e che non è un rospo da poco: anche se nessuno ha mai fatto caso a me, io esisto, ci sono, io conto, io ho un senso, io non sono nata sotto un cavolo, io palpito di vita e di aneddoti a venire, io sono la stura in agguato ai pettegolezzi più sublimi della quadreria dell'universo, all'essenza stessa dell'arte che, come ben si sa, è importante solo quando non si occupa di se stessa ma di chi e perché la compra e la vende e la porta con sé nella sua cremazione — o la disperde per strizza di culo, allorché nel suo artefice "esiste una specie di rinuncia alla narrazione religiosa, una rinuncia che si risolve spesso nella scelta d'un'altra sfera di interessi, estranei al fatto confessionale… ed è il primo pittore nella storia della pittura italiana a raggiungere la percentuale più bassa nella tematica sacra comparata alla sua intera produzione: un quarto di soggetti sacri contro tre quarti di soggetti profani", come scrive tale Lilli nel '65 o, come scrive tale Rio ne De l'art chrétien del 1841, "non si potrebbe negare che ci sia una sorta di grandezza che a lui non fu mai accessibile: il campo dell'ideale ascetico non ebbe su di lui alcuna attrattiva…". Insomma: se in Toscana come nel Veneto il pittore, per sommo che sia, appare innanzi tutto come un servo di Dio, se non addirittura del Papa, il Giorgione, rarissima avis nella storia italica tutta, è l'anticollaborazionista per eccellenza. Egli, essendo sé, è. E' e basta, e chi vuol capire capisca e chi no vada a dire un rosario che il vespro sta per suonare. La pianto qui e ritorno a bomba: e con tutta questa certificazione dell'essere io me medesima da ben prima che Berta filasse, della sottoscritta, per non dire allusivamente dipinta sotto, non fa menzione non dico la Riina Sgarbi, ma neppure il Vasari, il Michiel, il Castiglione! Non mi vedete a occhio nudo? Prendete una lente con comodo, tanto io di qui non mi sposto. Mi avete vista? Bene. Sono bella o no? Sono proprio bella, ammettetelo! Avete notato con quale sprezzatura tengo alti collo e testa malgrado il fulmine si stia scatenando proprio in questo istante? Se sono tutti pacifici in serafica sospensione di giudizio e di corsa ai ripari gli altri tre cointelati, figuratevi io: a me fanno un baffo i terremoti, figuratevi un po' i tran tran di brutto tempo! Ma oggi sono proprio di luna storta, mi tira un'aria tutt'intorno di torbida maretta, anzi, lo ammetto: di Tempesta atrabiliare. Perché a nessuno piace venire ignorato per 496 anni! Lo scandalo che subisco e patisco è tale che il bianco di biacca con cui mi si dipinse potrebbe, a un ulteriore esame finestra, essermi diventato paonazzo dalla rabbia. Ne dico solo una per tutte: uno mica tanto tempo fa è perfino riuscito a vedere un serpentello sotto una delle goffe caviglie senza snodi della nuda — non la nuda dissepolta da una radiografia a sinistra della tela che poi venne coperta dal guardone in hot pants tendenza patch-work con bozzo alla Rocco Siffredi a fare pendant collo gnoccone giallo delirio del palafreniere a destra dell'Adorazione dei Magi, un vero colpo d'occhio e di reni anche per la più compassata delle ornitologhe, in fede —, e prima di accorgersi di averlo confuso con una radice de' noghera aveva già scritto e pubblicato un' arcadica caterva di pagine! E per mi, alora, che di sicuro non sono una tegola di marmo di Carrara ma una bestia vera? Ma che i vaga tuti en mona! Rabbia, sì: e malinconia, sdegno, illusione da gettone di presenza promesso e mai onorato una volta che è una. Vorrei vedere chiunque di voi al posto mio: tutta impettita, temeraria, vanesia per disperazione da cinque secoli per cosa poi? Mai un complimento, un apprezzamento, una chiave di lettura che sia una! Sono una cicogna qui abbarbicata non a far figlio ma brodo di coniglio, rintelata non so quante volte per niente, mi fanno male le zampe a causa dell'artrosi da indifferenza accademica e stendo una mantelletta pietosa sullo stato della mia cervicale dovuta alla malafede dei sapientoni, non so per quanti secoli posso reggere ancora a dare beccate all'occhio di vetro dietro la lente degli esperti che scandaglia nel messaggio, nel significato, nell'allegoria e non vede una cosa che è una: me! Se è duro essere per apparire, è intollerabile apparire per non esserci, su. Non è bello interrompere così ogni migrazione, contribuendo oltre tutto al calo delle nascite, e rodersi il fegato scartabellando interi scaffali alla ricerca della propria bibliografia, o almeno dei propri dati anagrafici, e trovare solo omaggi a Paride, salamelecchi a Mercurio, panegirici a Iside, lavate di capo (che sono pur sempre meglio di niente) alla ragazza madre di quel figlio di nessuno che sarebbe il nostro Pintor, oscene profferte alla cingana che allatta tutta discinta per mancanza di mezzi con cui coprirsi (se quella lì è un zingara io sono un ippogrifo: avete visto che popò di haute couture a piccolo punto Fendi Burano le copre le spalle?), ammiccamenti da ragioniere Calisto Tanzi, a corto di materie casearie, alla ninfa che porge la mammella al figlio Epafo, strofette similasolane a Mosè ripescato dalle acque eccetera, e per me una frase, un rigo appena manco morta e impagliata. Sì, è una congiura ad arte, non può essere una svista collettiva semimillenaria se io rimango dall'identità misconosciuta e dal peso interpretativo sconosciuto, lo fanno apposta, secondo me, e non mi sembra affatto di avere la coda di paglia. Pirandellianamente sono un personaggio in cerca del suo esegeta, ecco, di un estimatore almeno. Magari non potrò aspirare a diventare un simbolo alchemico o astrologico o vecchiotestamentario del tempo… scusatemi, io sono anche un po' nostrana: veterotestamentario mi fa ingrippare gli artigli… del tempo che vide le pennellatine che a olio di nocciolo e a tempera d'uovo mi misero al mondo; non sarò il richiamo più consistente e dichiarativo nell'araldica di un nobile casato, non sarò, per dirla fuori dal becco, la personificazione emblematica della famiglia dei Cicogna, non mi fregerò a vezzosa ed esoterica firma di un' improbabile committenza come quella papale papale del mio confratello stemma con tutte quelle coste nella Pala con santi e madonna del condottiero Costanzo, sarò solo una banale cicogna rompipalle della specie Ciconia ciconia, che fino a pochi decenni fa nidificava uova e ribadiva tautologie anche nella Marca trevigiana, ma un bambino fatemelo portare! Ve ne ho portati tanti, uno più uno meno che vi fa? Non pretendo che salti fuori un matto… di valore, intendiamoci, tipo un Berenson, un Settis, un Gentili, un Volpin, un Aikema… e si metta a vaneggiare asserendo che quel neonato lì che ciuccia l'ho appena deposto io nel grembo della nuda balia: costui rischierebbe, sì, di dire la verità, ma anche la cattedra — e io questo non lo posso suggerire nemmeno larvatamente, perdurando più che mai alla mercé del primo buon cuore di buona volontà e migliore fantasia… Sì, sì, buongiorno anche a voi, secolari uccelli del malaugurio dal piumaggio talare che fino a oggi mi avete rimosso come avete fatto con il mio ritrattista personale e da vivo e da morto, il mio bel Zorzone dalle membra possenti come i suoi talenti — e dal pennello in proporzione! A voi, minidotati in tutto, che ne avete disperso le opere, forse addirittura cancellandone la firma, attribuendogli tele mai eseguite purché presentassero almeno qualche angioletto qui e là a sicuro investimento propagandistico per Santa Madre Chiesa e sottraendogli — o addirittura facendo sparire con un fervore foriero di Santa Inquisizione — quelle di sua mano vera e propria, tipo tutte quelle viste e menzionate dal Vasari — epperò così decretandogli la fortuna da Isabella d'Este ai nascenti musei americani e asburgici di fine '800, e i fasti dialettici del mito da qui all'eternità, tiè! Interpretate, interpretate pure, di stima in catalogo in mostra in convegno affannatevi a fare gli originaloni: tanto il mistero della Tempesta lo posso sciogliere solo io. Perché mai? Ma perché il suo punto di vista sono io, e se non proprio io, una prospettiva senza diritto di asilo che discenda più o meno dalla mia. Cosa volete mai capire voi che guardate il quadro senza vedere manco me? Vi voglio dare un'ultima imbeccata a rintuzzo della precedente: e se fossi proprio la firma laica da scoprire, radicalmente distruttiva del culto di ogni personalità vicaria di Dio e di conseguenza mondanamente autodistruttiva, del mio inappropriabile Suscitatore di linguaggio? E se in me, nella storia in assenza di me e nella storia di me in assenza, avesse voluto il Giorgione compendiare in effigie il suo consapevole destino di rimozione secolo dopo secolo? Eh sì, buongiorno, e ormai buonanotte a voi, talpe e corvi e roditori di servizi segreti a fini immancabilmente superiori che andate in giro a falsare le prove o a crearle dal niente o a raschiarle via, buonanotte per non dire che la folgore vi colga, invidiosi di una cicogna solitaria aliena al branco! A voi invidiosi della mia irripetibile leggiadria, sintesi della mia elevatezza estetica, storica e ormai leggendaria, invidiosi dell'architettura non alla moda del mio nido al calduccio del camino sull'altra spiovenza fuoricampo dell' altana; a voi, demolitori di memoria, negatori d'ogni istante di progresso laico perché contrario ai vostri millenari disegni bigotti di setta, a voi cinici saltafossi buoni a nulla capaci solo di ogni nefandezza ideologica, a voi invidiosi dell'algida irraggiungibilità della mia penna, dell'apertura delle mie ali e dell' altezza da cui svetto, qui dipinta nell' icona più rappresentativa dell'Occidente dal Rinascimento a oggi. E darsi una mossa?

raffaello: san giorgio e il drago c.1505
  

   15 agosto 2004