
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 30 maggio 2004
Nota introduttiva
1. Il patriottismo è l'ultimo rifugio delle canaglie. Questa famosa frase di Samuel Johnson (1709-1784), probabilmente Eugenio Scalfari l'aveva ben presente scrivendo l'articolo su L'espresso titolato Una patria, tre patriottismi. Difatti ne fa un esempio concreto raccontando le vignette di Mino Maccari: Spia ma patriota, Ruffiano ma patriota etc etc
2. Giuliano Ferrara continuerà a votare Berlusconi, ma lo farà turandosi il naso. Questo il succo conclusivo dell'editoriale su Il Foglio, che è interessante per l'acutezza con cui è esaminata l'attuale sindrome del premier, a cui Ferrara cerca di dare una mano criticandolo, nella speranza che molti critici non facciano migrare il loro voto
vedremo
3. Il restauro del David è lo spunto che mi ha fatto scegliere le immagini della settimana in rete. Riguardano opere della prima giovinezza di Michelangelo, tutte precedenti il David, escluso il Tondo Pitti che è immediatamente successivo e di cui scrive il Vasari alla fine del suo brano sul David. Ho scelto volutamente immagini da diversi siti, anche se in prevalenza provengono dalla Web Gallery of Art e da Thais
p.c.
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Era meglio quando c'era Saddam
Alan M. Dershowitz su La Stampa 26 maggio
Nei giorni che hanno portato all'invasione americana dell'Iraq, il mondo occidentale aveva Saddam Hussein esattamente dove lo voleva. Era stato ridotto all'impotenza dalla minaccia di un attacco e dall'attenzione generale sulla ricerca delle armi di distruzione di massa. L'Iraq pullulava di ispettori Onu, di spie e giornalisti. Una spada di Damocle pendeva sulla testa di Saddam, dei suoi figli e dell'intero governo. A differenza dei fanatici con il complesso del martirio, il laicissimo Saddam non aveva nessuna intenzione di saltare in aria, centrato da un missile Cruise. Se davvero nascondeva armi di distruzione di massa non poteva usarle, perché appena le avesse tirate fuori, il suo regime sarebbe stato distrutto. Se avesse voluto ancora fare strage della sua gente, sarebbe stato bloccato al primo colpo. Avevamo raggiunto i nostri obiettivi primari nella regione senza aver ucciso un solo iracheno né un solo americano. La forza e l'influenza degli Usa erano al massimo. La forza e l'influenza di Saddam erano al minimo.
Se non avessimo abbassato la spada di Damocle, oggi Saddam Hussein sarebbe al potere ma senza reale potere. Forse questo non sarebbe il migliore dei mondi possibili, ma sarebbe certamente migliore di quello che dobbiamo fronteggiare oggi. All'amministrazione Bush non bastava minacciare la guerra: era determinata a mostrare la sua forza proprio attaccando e invadendo, con la promessa di una vittoria militare rapida e decisiva che avrebbe cambiato per sempre il volto della regione. E' stato un penoso errore.
La forza della spada di Damocle è quella di pendere sulla testa della sua vittima come minaccia e deterrente, ma il suo enorme potere finisce appena viene abbassata. Calandola - cioè invadendo l'Iraq - gli Stati Uniti si sono indeboliti e hanno indebolito l'intero mondo occidentale nella sua battaglia contro il terrorismo.
Nelle settimane che hanno portato all'attacco all'Iraq, ho creduto davvero che Saddam possedesse le armi di distruzione di massa. Ho creduto - e continuo a credere - che fosse uno dei peggiori tiranni della storia moderna, avendo ucciso migliaia di suoi concittadini e ancor più iraniani, in gran parte utilizzando armi fuori legge come i gas tossici. Credo anche che fosse un tiranno senza scrupoli, che avrebbe fatto tutto il possibile per aumentare il suo potere e conservare il controllo sull'Iraq. Mi trovai perciò d'accordo con l'amministrazione Bush nella valutazione che l'Iraq e il mondo sarebbero stati migliori senza Saddam e i suoi fedelissimi del partito Baath. Ero però contrario alla guerra, perché credo fermamente nella legge delle conseguenze non volute.
Nessuno infatti avrebbe potuto prevedere con precisione le conseguenze di un attacco, di un'invasione, di un'occupazione e poi della fine dell'occupazione. Nessuno poteva garantire che l'Iraq sarebbe emerso da tutto ciò come una democrazia araba piuttosto che come un nuovo Afghanistan o un nuovo Iran. Sostituire un tiranno laico con un fondamentalista religioso non sarebbe stato un gran guadagno. Aver fatto subentrare allo Scià di Persia l'ayatollah Khomeini ci ha insegnato quanto sia più difficile controllare le azioni dei fedeli religiosi che invocano il martirio rispetto alle mosse dei dittatori laici che temono il carcere e la morte. Nessuno era in grado di prevedere gli effetti di tutto ciò sulla nostra guerra al terrorismo. Si poteva però prevedere almeno un po' di resistenza a un'occupazione forzata, un po' di risentimento contro l'inevitabile uccisione e detenzione di civili iracheni, qualche nuova fiammata religiosa dopo la caduta del regime sostanzialmente secolare di Saddam Hussein, e un qualche sfruttamento della situazione da parte di Al Qaeda e di altri gruppi di terroristici.
La situazione è diventata ben peggiore di quanto potesse immaginarsi anche chi aveva fatto piani per lo "scenario peggiore". Ottenuta la rapida e decisiva vittoria militare che aveva promesso, il presidente Bush si piazzò davanti allo striscione che dichiarava "missione compiuta" e assicurò al mondo che il peggio era passato. Non era passato affatto. Il peggio doveva ancora venire. Le fotografie degli abusi nel carcere di Abu Ghraib, l'altissimo numero di vittime e detenuti, l'inaspettata popolarità di alcuni leader religiosi estremisti, tutto ha contribuito al disastro. Invadendo l'Iraq anziché continuare a immobilizzare Saddam, abbiamo trasformato una situazione di vittoria secca in una situazione di perdita secca per l'Iraq, per l'America, per gli alleati americani e per la guerra al terrorismo.
E tutto questo senza avere una strategia pratica di uscita che non peggiori ulteriormente la situazione! Entrambi i candidati alla presidenza americana si sono impegnati a "mantenere la rotta" e sono contrari a una politica di fuga che lascerebbe la regione in un caos ancora più grande. Gli americani continuano a diffidare delle Nazioni Unite e dei Paesi europei che hanno rifiutato di appoggiarci, soprattutto di Francia e Germania. Abbiamo visto i problemi creati da un'azione condotta soltanto con un pugno di alleati, e ancora ci preoccupiamo di dover fare affidamento su Paesi e istituzioni di cui non ci fidiamo fino in fondo. Nessun candidato alla Casa Bianca che voglia vincere può fare campagna elettorale promettendo di scaricare il problema iracheno sull'Onu, l'Unione europea, la Lega araba o un'altra istituzione multinazionale. Né è realistico aspettarsi un nuovo governo iracheno in grado di prendere rapidamente il posto degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Alcune cose cambieranno alla fine di giugno, quando l'autorità formale verrà consegnata "agli iracheni" (qualunque cosa questo significhi). Ma la situazione sul terreno resterà sostanzialmente quella che è stata negli ultimi mesi, con l'assassinio come principale veicolo di cambiamento politico.
Un aspetto del governo iracheno sarà la creazione di un sistema giuridico che porti davanti alla giustizia terroristi accertati e fedelissimi di Saddam che hanno perpetrato i suoi assassinii di massa. Tra i primi a essere portati alla sbarra ci sarà Saddam Hussein e - se lo prenderanno - lo sceicco Muqtada al-Sadr. Questi processi potrebbero però diventare una bella fonte di guai, soprattutto se gli avvocati della difesa li trasformeranno in spettacoli politici, come ha già anticipato l'avvocato di Saddam, Jacques Vergès.
A mio giudizio, la migliore speranza di una soluzione ragionevole al pantano iracheno è un "cambio di regime" democratico qui in America il prossimo 2 novembre. La sconfitta elettorale del Presidente che ci ha portati in questo disastro fornirà alla nuova Amministrazione un minimo di flessibilità nell'escogitare una strategia di uscita. Come presidente, John Kerry non dovrà portare il peso degli errori passati.
Sebbene come senatore abbia votato a favore dell'attacco all'Iraq, dall'inizio della guerra le sue dichiarazioni pubbliche sono state più sfumate ed equilibrate. Kerry è un uomo più internazionalista di Bush e sarà incline a consultarsi ampiamente con gli alleati - dentro e fuori la Nato - alla ricerca di una soluzione creativa al marasma creato dal suo predecessore.
Neppure Kerry però riuscirà a fornire una "pallottola magica" o un "trucco veloce", perché non esistono soluzioni perfette. Questo è un problema a lungo termine, che richiede una riflessione strategica a lungo termine. E comunque non c'è nessuna sicurezza che il presidente Bush, nonostante il calo di consensi, non sorprenda tutti con una vittoria a novembre. L'Amministrazione in carica può avere un'enorme influenza sugli eventi - economici, militari e politici - durante la campagna elettorale. Una vittoria di Bush aumenterebbe le probabilità che si continuino a cercare soluzioni militari anziché diplomatiche, dal momento che la prima persona che verrebbe rimpiazzata è il segretario di Stato Colin Powell, che ha fatto del suo meglio per limitare l'avventurismo degli integralisti di Bush. Senza Powell, la cricca Cheney-Rumsfeld-Wolfowitz aumenterà la sua influenza su Bush. Con un risultato pessimo per l'America, per l'Iraq e per le democrazie mondiali.
L'autore è professore di diritto a Harvard
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Una patria, tre patriottismi
Un concetto 'passe-partout'
Eugenio Scalfari su L'espresso
Da un po' di tempo in qua si è ricominciato a parlare di patria e di patriottismo, a destra (e questa non è una novità), a sinistra, tra la gente del popolo e tra gli intellettuali, qualsiasi cosa si intenda con questo termine indefinito. Ne parla spesso il presidente Ciampi nel suo meritorio sforzo di cementare una visione comune della nostra storia nazionale che ci accompagni nella faticosa costruzione dell'identità europea. E ne parlano con tonalità e visioni assai diverse, quelli che teorizzano la morte della patria, un Risorgimento pieno di buchi e magagne, una Resistenza pressoché inesistente e inficiata dal gioco politico delle fazioni.
La patria insomma resta un concetto controverso e una parola dai molteplici e spesso equivoci significati. Quindi inutilizzabile fino a quando non si sarà fatta chiarezza sui suoi contenuti. Un pregevole contributo al tentativo di far luce e definire i vari patriottismi ci viene ora dall'agile saggio di Walter Barberis ('Il bisogno di patria', editore Einaudi) che vale la pena di leggere per meglio orientarsi nella selva oscura che confonde i patrioti e i patriottardi, i nazionalisti e i cosmopoliti, i militaristi e i pacifisti e insomma le diverse famiglie impropriamente accomunate dal quel concetto e da quella parola 'passe-partout' come le chiavi dei portieri d'albergo.
A me, quando sento nominare la patria, viene in mente una pagina di vignette che Mino Maccari pubblicò sul 'Mondo' più di mezzo secolo fa. Ce l'ho ancora davanti agli occhi come l'avessi vista appena ieri. Ricordo che era divisa in tanti riquadri di eguale misura, in ciascuno dei quali era disegnato lo stesso omino in fogge e atteggiamenti diversi, ma sempre con una bandierina tricolore in mano e, in calce al riquadro, una didascalia composta da tre sole parole. Qualcuna la ricordo. 'Voltagabbana ma patriota' diceva la prima della serie. 'Spia ma patriota' recitava un'altra. 'Ruffiano ma patriota' una terza. Nell'ultima infine l'omino era addirittura avvolto in un manto tricolore e in mano teneva una torcia elettrica e un mazzo di grimaldelli. La didascalia diceva: 'Ladro ma patriota'. Per dire che spesso quella parola di nobile e alto significato è servita e serve a coprire ignobili personaggi e ignobili mercanzie, contrabbandate come utili ed anzi indispensabili apporti all'unità nazionale e all'interesse generale.
Andrebbe ripubblicata quella pagina e per quanto posso prometto che mi adopererò per ritrovarla. Credo superfluo ricordare che il 'Mondo' di quegli anni era un grande giornale liberale; quanto a Maccari in gioventù era stato un fascista arrabbiato, tanto arrabbiato da diventare poi antifascista in tempi non sospetti di facili conversioni. Voglio dire che né il giornale né l'autore di quelle vignette erano in odore di antipatriottismo. Semplicemente detestavano la retorica, specie quando usava parole che non bisognerebbe mai sporcare con usi equivoci e inutilmente ripetuti. Direi che ci sono tre tipi di patriottismo, a parte la categoria di patriottismo ipocrita di cui alle vignette di Maccari sopra ricordate.
Il primo tipo si fonda sulla etnia, sulla terra, sulle tradizioni. Di fatto questo patriottismo è quasi sinonimo di nazionalismo. Può assumere atteggiamenti difensivi per preservarsi da contaminazioni esterne; oppure aggressivi per riconquistare all'etnia e al territorio minoranze disperse in altri paesi di solito confinanti. Privilegia la comunità rispetto all'individuo. Fa da incubatrice a tendenze militaristiche e politicamente autoritarie.
Il secondo tipo di patriottismo ha natura del tutto diversa, anzi opposta. Si fonda piuttosto su valori etici e culturali, ravvisa quei valori come la propria patria e solidarizza con chi li persegue ovunque si manifesti. Questo tipo di patriottismo ha natura cosmopolita e internazionalista. Per i liberali dell'Ottocento la patria erano i principi dell'Ottantanove e la dichiarazione dei dirittti dell'uomo redatta dai padri fondatori della democrazia americana. Questo tipo di patriottismo non è certo esente da infortuni storici e da drammatici errori. Il movimento socialista, tanto per citare un esempio, fu la patria di milioni di lavoratori e ne promosse la coscienza civile nel mondo. Ma costituì anche la cappa ideologica del comunismo sovietico con tutto ciò che ne seguì di repressivo e di nefasto.
Il terzo tipo si può definire patriottismo imperiale. È quello sentito e vissuto dalle classi dirigenti e dai popoli che per una serie di circostanze conquistano un'estesa egemonia ben al di là dei confini originali della propria nazione e dello Stato che ne è l'espressione. L'egemonia imperiale può essere realizzata in modo diretto, cioè con la conquista e l'annessione del territorio, o in modo indiretto con la superiorità militare, tecnologica, economica, culturale. Spesso questi due tipi di egemonia si combinano insieme in proporzioni variabili. Due elementi distinti caratterizzano il patriottismo imperiale: il centro dell'impero tende a esportare i propri valori nei territori che si è annesso, offrendo in contropartita forme di partecipazione e di inclusione alle nazioni egemonizzate; oppure l'impero non si preoccupa di esportare valori ma semplicemente di conquistare mercati e rafforzare i propri confini. Questi due elementi sono spesso intrecciati e contemporaneamente presenti nel patriottismo imperiale.
Mi rendo conto che lo spazio obbliga a semplificare e ne chiedo scusa ai lettori. Spero comunque che il concetto e la parola patria risultino meglio definiti da queste poche osservazioni e che il loro uso sia effettuato con maggiore consapevolezza nelle discussioni sul tema.
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Il premier scrive agli italiani
"Ma attenti ai postini comunisti"
Concita De Gregorio su la Repubblica 30 maggio
MILANO - La lettera che quindici milioni di famiglie stanno per ricevere a casa, postini comunisti permettendo, scorre in karaoke sul maxischermo del sedicente congresso e ci vogliono dieci minuti per leggerla tutta. Cinque cartelle, parecchie, Berlusconi s´impappina un paio di volte però riassumerla è facile. C´è scritto: votatemi. Votate me, solo me, non quei partitini che eleggono due-tre deputati tipo l´Udc, votate Forza Italia e per le preferenze non tre nomi qualsiasi ma Berlusconi per primo. Poi, chi vi pare. Il resto serve a illustrare l´opera di governo e sembrano scritte per un cugino di terzo grado che vive a Canberra e che da anni non ha notizie dall´Italia. "Sapesse quanti problemi abbiamo ereditato dal passato, quante cose sbagliate abbiamo aggiustato". Peccato lei non sia stato qui a vederlo.
"I risultati del nostro lavoro di questi quasi tre anni di governo sono innumerevoli: ne potrà avere un´idea scorrendo il sintetico opuscolo che ho il piacere di inviarLe con questa lettera". Ecco, un libriccino l´aiuterà a mettersi in pari sulle meraviglie di cui gode chi vive qui da noi: scuola eccellente, tasse diminuite, "occupazione in crescita, un mercato del lavoro flessibile che c´invidiano in Europa", sicurezza impeccabile, immigrazione clandestina dimezzata e a giorni sconfitta. Gli italiani all´estero apprezzeranno il gesto, quelli che stanno qui come vanno le cose lo sanno da sè.
Le scene di entusiasmo della platea - oggi convocata in massa con distribuzione di bandiere all´ingresso - si spiegano in parte con le caratteristiche del pubblico di cui il seguente aneddoto chiarisce i connotati. Erano iscritti a parlare, venerdì sera, quaranta delegati locali nell´ora di ricreazione concessa dalla precedente ininterrotta carrellata di ministri. Dalle otto alle nove: uno spazio, per così dire, di libertà, per quanto a scanso di sorprese a ciascuno fosse stato chiesto di depositare il testo scritto sei ore prima di prendere la parola. Siccome era tardi, e si sarebbe fatto tardissimo, a Berlusconi è venuta un´idea: chi rinuncia a parlare - ha detto - potrà farsi una foto con me. Ventotto hanno preferito la foto. Belli anche, ieri mattina - giornata dedicata ai teorici del movimento, ai pensatori - i momenti in cui Baget Bozzo ha detto in una parola quel che pensa di Bassanini, Adornato ha ripercorso "il filo rosso che da Socrate, a Gesù, al Rinascimento" porta a Forza Italia e sommamente quello in cui Sandro Bondi si è presentato sul palco con l´ultimo libro di Berlusconi in mano, ne ha fatto una breve recensione ("colpisce, leggendolo, la coerenza") ed ha invitato tutti ad acquistarlo. A fine spot Bondi ha espresso un giudizio politico sulla lista Occhetto-Di Pietro ("un accoppiamento, atti osceni in luogo pubblico") ed ha invitato la platea ad eleggere il nuovo presidente del partito. Candidati: uno. Metodo di voto: acclamazione.
Acclamato all´una in punto per la prima diretta dei tg tra sventolar massiccio di bandiere (alcune centinaia di Forza Italia, quattro a stelle e strisce, una, incongrua, della Roma) il nuovo presidente ha accettato umilmente l´inaspettato incarico ("spero di continuare ad essere degno di voi") ed ha quindi per prima cosa dettato lo slogan per il 2006: "Sarà: la forza dei fatti, l´Italia è cambiata". Qualcuno annota. Breve cenno a giornali e tv tutti orientati e sinistra, si vede anche i suoi che sono molti, poi colpo di scena: attacco ai postini comunisti. E´ l´annuncio della lettera agli italiani: "Voi dovrete controllare che sia stata messa in cassetta". I postini lo boicottano. Di seguito un bignami dei contenuti del messaggio: la sua statura di leader europeo ("ho fatto da fratello maggiore a personaggi che hanno la responsabilità di guidare paesi importanti"), l´origine delle scelte di strategia economica: "Dentro di noi c´è una norma di diritto naturale: se lo stato chiede un terzo di tasse è giusto, se chiede la metà o più è ingiusto". Infine il testo per esteso, in karaoke: comincia dal contratto con gli italiani, "l´ho firmato in modo solenne davanti alle telecamere della tv pubblica" nelle ore di massimo ascolto. Ora vuol "mantenere la parola data", in caso contrario diminuirebbe lo share. Il calo di share elettorale è appunto la preoccupazione che si evince dal resto dell´accorato appello: "Tra poco si terranno le elezioni per il Parlamento Europeo. E´ necessario che gli elettori non disperdano il proprio voto sui piccoli partiti che con uno, due, tre deputati, finiscono per non contare nulla". In particolare è necessario votare lui anche se in Europa non ci andrà. "La mia è una candidatura di bandiera", dice in effetti, "ma le preferenze che gli elettori mi attribuiranno scrivendo il mio nome sulla scheda elettorale varranno da riconoscimento per quello che sono riuscito a realizzare". Ecco, il voto deve essere questo: un plebiscito, con lui o contro di lui. Ovazione. Parte la musica, il coro intona il lato B - Azzurra libertà - più languido e adatto ai congedi. Lui scende tra la folla e si lascia baciare. Taormina si avvolge in una bandiera, Tremonti lo guarda e sorride. Bondi firma autografi. Il delegato Zumbino sale al microfono, sventola un drappo americano e finge di parlare. Chiede se qualcuno può fargli una foto, per favore.
Gentile presidente
Perché non ci fidiamo più di Berlusconi
Editoriale su Il Foglio 28 maggio
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Gentile presidente, le diciamo perché non ci fidiamo più di lei e che cosa questo significa. A parte qualche eccesso nel tono musicale (a ciascuno i suoi accordi), possiamo sottoscrivere, perché quelle cose le abbiamo scritte cento volte, il testo della lettera adorante che don Gianni Baget Bozzo le ha rivolto sul Giornale cognato in occasione del secondo raduno del suo partito nella località di Assago. Gli caleranno pure i calzoni, a don Gianni, ma è un uomo appassionato e intelligente, ammirevole in un paese in cui spiccano troppi calzoni con la piega inappuntabile. E' vero che lei ha fatto una rivoluzione italiana. Vero che si è trattato di un rivolgimento liberale e modernizzatore. L'elezione diretta del capo del governo, la possibilità di governi di legislatura, l'alternanza di forze diverse alla guida dello Stato: tutto questo è stato reso possibile dalla sua sconclusionata opera, e istintiva ma feconda, che dura da dieci anni. Da quando scelse di battersi, anziché compromettersi, contro l'opaca nomenclatura che in nome del nuovo avanzante aveva assemblato nell'attacco allo stato di diritto un'imprenditoria fiacca e révoltée, giudici muscolosi e vogliosi di politica, pezzi sopravvissuti male alle vecchie tradizioni politiche dell'arco costituzionale, e una corporazione viziosa di poteri e funzionari mediatici indipendenti da tutto ma non dalla finanza che li possiede. E' anche vero che grazie a lei questo paese dopo l'11 settembre non si è imboscato, e ha fatto quel che doveva e poteva, con parecchi limiti che non dipendono dal governo pro tempore ma da una lettura costituzionale ribassista e da una cultura prevalente d'impronta mammista. Vero che l'Italia sua preoccupa come un'anomalia intollerabile le cancellerie dell'Europa continentale che da tre anni e mezzo sono la nostra bestia nera, ed è come un cuneo conficcato nella loro indifferenza politica verso la risposta occidentale alla grave crisi di civiltà che percorre il mondo.
Vero, anzi verissimo, che il solo fatto della sua esistenza in politica è la punizione di ogni giorno per il sussiegoso snobismo e il penoso moralismo della classe intellettuale più noiosa, meno autentica, più incolta e derelitta che si sia mai conosciuta nella storia nazionale ed europea. Impeccabile anche questa osservazione: lei ha cambiato in meglio la forma del centro sinistra, che è una creazione del bipolarismo da lei reso possibile con l'ingresso in politica e i modi dell'antipolitica, e al tempo stesso è vittima inconsapevole del suo imbarbarimento civile quanto alla sostanza della vita istituzionale, cioè della sua deresponsabilizzazione nella guerra nullista dei capi e nell'inseguimento di quello che don Gianni chiama anarcomassimalismo (e ci dispiace per Michele Serra che invoca un linguaggio più trendy).
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Aggiungiamo che i risultati del suo governo dei tre anni, guardati con un minimo di equilibrio e sottratti sia alla palloccolosa propaganda numerica dei suoi manifesti e contratti appo notaio sia al vociante lamento sul declino del paese e sull'impoverimento delle masse, non sono una catastrofe. E allora? Che c'è che non va? Lei dirà: e allora? Che c'è che non va, dopo tutti questi riconoscimenti? C'è che lei non guida il paese entro una misura minima di ordine politico, e la sua coalizione e perfino il suo movimento le si sottraggono o le si sottomettono, ma non fanno luce, non producono un linguaggio nuovo, non sono ancorati a null'altro che non sia un rapporto nevrotico con la sua capricciosa personalità (sia pure eccezionale, come dice Baget Bozzo, ma non priva di volatilità e di futilità e di egotismi ormai impressionanti perché tendenti all'incurabilità). C'è che lei ha prodotto una classe dirigente cui continua a mancare, salvo rarissime eccezioni, l'amore per la cultura e per la politica stessa, cioè una cura minima del senso di marcia di un'opera che dovrebbe essere collettiva e pensante, ma risulta invece in moltitudine sparsa a caccia di varie ed effimere convenienze. Certo che è un bla bla, questo che le scriviamo, certo che sono chiacchiere incompatibili con la cultura del fare di un imprenditore milanese orgoglioso della sua estraneità alla politica istituzionale. Ma dopo avere sposato, interpretato, accarezzato con simpatia non servile la sua parola, per tanti anni e con l'alta redditività politica ricordata prima, ora la sentiamo muta. Perché c'è un problema di soglia. Lei, gentile presidente, continua a nutrire l'illusione che si possa stare in politica da imprenditore curando di diventare sempre più ricchi e sempre più indifferenti alla soluzione di un gigantesco conflitto di interessi che i suoi nemici attaccano per le ragioni sbagliate, e con la coda di paglia, ma che per i suoi amici non ossequienti esiste, ed esiste anche per lei. Lei pensa che si possa annunciare la riforma dell'articolo 18 e poi mollarla lì con un gesto di stizza e di stanchezza. Che si possa annunciare la riforma delle pensioni e la rivoluzione fiscale promesse lasciando che con il tempo tutto si insabbi e si rimpicciolisca fino all'invisibilità. Lei pensa che la riforma istituzionale sia una penosa necessità, e vediamo che succede. Lei pensa che la riforma della giustizia sia l'aspetto vano e astratto della concreta e sacrosanta battaglia per bloccare coloro che le scaraventano addosso personalmente la giustizia politica: gli altri, e i loro diritti civili, vengono tanto dopo che non si vedono più. Lei pensa che si possa tirare avanti con la neutralizzazione dell'informazione e della discussione pubblica, lasciando più o meno ai suoi avversari le loro caselle, eliminandone alcune con censure goffe, conquistandone altre nella logica della solita blandizie verso il potere, non producendo niente di serio e di nuovo, e cioè nuovi spazi di libertà politica, in attesa che qualche nuovo potere editoriale arrivi e pieghi le ginocchia a lei personalmente, come fanno (con la riserva di rivoltarsi al momento giusto) i soliti padrinati dell'emittenza pubblica. Lei pensa che tutto le sia dovuto, che gli alleati siano azionisti di minoranza della sua azienda, che gli amici siano famigli o strumenti, che le idee contano solo se si traducano in scoop vincenti nel mercato dell'immagine personale del leader. Lei rifiuta categoricamente di comprendere l'altra parte del paese nelle sue sfumature e diversità, e ritiene che basti staccare la cedola dell'incomunicabilità e della reciproca delegittimazione ideologica, magari teorizzando l'amore contro l'odio: così tutto si semplifica in modo avvilente, le istituzioni si irrigidiscono in una contesa corporativa di un tedio bestiale, e la società non è scossa e rivoluzionata da idee nuove e dalla passione di governare, persuadere, spiazzare, sorprendere. Insomma, oltre una certa soglia la sua simpatia, il suo genio e talento personale, la sua cocciutaggine e libertà di tono, anche nelle peggiori gaffe, diventano un materiale povero, una ripetizione coatta di automatismi senza più senso. Non c'è pregiudizio né gnagnera moralistica in tutto questo nostro dire: c'è un senso di sbadiglio che vorremmo allontanare. Siamo stati cantori del berlusconismo e della sua autoironia, su spartito scritto da noi stessi, e di fronte alle sue vanità o al grottesco culto spirituale del Capo ci siamo anche compiaciuti di dire che lei andava accettato così com'è: non è il presidente del Consiglio, è Berlusconi. Ora non ci fidiamo più di lei e della fiducia allegra, ma non assoluta, che in lei abbiamo risposto per tanti anni. Dopo esserci battuti a lungo e con tenacia (battaglia vinta) per una persona avventurosa che era una politica e insieme la riforma possibile della politica, nel '94 e nel 2001 e negli anni attraverso, abbiamo poi aspettato una politica di là dalla persona, ma invano. Se la cosa la interessa, ma è dubitabile, veda un po' che cosa può fare. I tempi sono così grami che il sostegno alla sua opera non ha alternative, e forse questo a lei può bastare, per quello che conta. Noi vorremmo anche poterla apprezzare, l'Opera. Ma è tardi, sempre più tardi.
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Veltroni leader incombente
Filippo Ceccarelli su La Stampa 24 maggio
Nel grande gioco della politica c'è sempre un leader più o meno previsto e ufficiale: mettiamo Romano Prodi. Sarà lui il competitor di Berlusconi nel 2006. Ma nel torneo a eliminazioni per la conquista effettiva di quel ruolo non manca mai un leader incombente: ed è il caso di Walter Veltroni.
L'espressione "leader incombente" suona un po' minacciosa, certo più di "leader di riserva". E tuttavia fra la leadership ufficiale e la sua possibile alternativa non c'è al momento alcuna rivalità. E in ogni caso tutti fanno finta di niente. Un classico caso di dissimulazione onesta. Prodi e Veltroni sono legati da stima reciproca, sperimentata collaborazione (a Palazzo Chigi, nella breve stagione dell'Ulivo) e forse persino da un'amicizia - per quanto i sentimenti possano valere in politica.
Ciò premesso, basta che Veltroni dica una cosa perfettamente ovvia - che per vincere, ad esempio, occorre tenere insieme riformismo e radicalità - perché immediatamente, come accaduto l'altro giorno, la figura del leader incombente si riveli in tutta la sua ambigua rilevanza. E' qualcosa che prescinde dai tempi, dalle modalità e spesso anche dai dati oggettivi di una possibile investitura.
Ma intanto si avverte, e la storia del comando - tanto nella Prima quanto nella Seconda Repubblica - offre mille esempi di come questa leadership incombente, questa specie di inespressa prenotazione possa o comunque sia destinata prima o poi a compiersi, in un turbinio di leader che si sono fatti le scarpe l'un l'altro.
E allora, all'inizio: incombeva Fanfani su De Gasperi. E in tempi più recenti incombeva De Mita su Piccoli, e poi Andreotti su De Mita. Incombeva Occhetto su Natta; e poi D'Alema su Occhetto; e quindi sempre D'Alema su Prodi, fino a prenderne il posto nel 1998. E ancora. Incombeva Amato su Craxi, e dopo una decina d'anni ecco l'ombra di Rutelli, e Amato costretto a farsi da parte. Ma la regolarità del fenomeno non rende giustizia alla sottigliezza, tutta percettiva, con cui le condizioni per il passaggio del potere cominciano via via a rendersi evidenti.
Forse perché nel grande gioco della politica è in voga un comodo equivoco. Che cioè siano solo gli uomini a puntare alle cariche, mentre sono anche queste ultime che come campi magnetici attirano e a volte addirittura scelgono gli uomini, in base alle situazioni, alle responsabilità, alle esigenze collettive, agli imprevisti.
Ecco. Proprio in questa rinforzata interconnessione rifulge la figura del leader incombente, che a volte neppure sa di esserlo. Questa sua inconsapevolezza finisce anzi per favorirlo: più egli si muove con svincolata determinazione, più appare intensa l'aura che lo circonda, più visibile la sua vocazione (Beruf), e in qualche modo addirittura il destino.
Ora, uno si vergogna anche un po' ad applicare le profetiche categorie di Max Weber alle povere beghe nostrane. Però senza esagerare - magari limitandosi a ricordare un libro del 1990 significativamente intitolato "Io e Berlusconi" - Veltroni sembra oggi un leader più adattabile ed evoluto di tanti altri. Non solo è più giovane di Prodi, leader in realtà sempre più "quirinabile", ma sembra anche più in grado di intercettare l'elettorato giovane.
Intanto fa bene il sindaco di Roma. Rispetto a una possibile leadership del centrosinistra, ha posto di mezzo addirittura un continente, l'Africa. Dice Veltroni che quando avrà smesso di dedicarsi al Campidoglio, il suo posto è laggiù. Ma resta un politico, e i propositi esistenziali dei politici lasciano il tempo che trovano. L'altro giorno un sondaggio gli ha attribuito un consenso dell'85 per cento.
E' un po' troppo. Ma come si dice: già la metà basta. Per incombere, appunto, al di là degli schemi, degli schermi e degli scherzi del grande gioco.
Fine della scuola
Furio Colombo su l'Unità 30 maggio
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Questo governo finirà, ma non finiranno i danni recati alla Repubblica. Ci vorrà molto tempo per ricostruire alcuni aspetti ormai irriconoscibili dell'edificio Italia. Uno di questi è la scuola. Letizia Moratti ha, come persona e come ministro, un pregio: è molto laboriosa. E un difetto: ha una visione della scuola del tutto sganciata dal tempo in cui vive. Non sembra conoscere i modelli avanzati del mondo, e in particolare quelli americani a cui il suo governo mostra di essere devoto. Conosce poco la storia italiana, quella dei grandi educatori. Per esempio, lei, cattolica al punto da cedere a tutte le richieste del Vaticano, mostra di non sapere niente di Don Bosco e del modo in cui il grande educatore torinese ha tentato di spostare dalla strada alla scuola il destino dei giovani che sembravano inesorabilmente condannati all'ignoranza del lavoro marginale. Letizia Moratti ha sventrato la concezione moderna del processo educativo. In esso il pericolo più grande è la fuga dei ragazzi dalla scuola. E infatti lo sforzo dei governi - in tutti i Paesi civili - è allungare e arricchire il tempo di apprendimento e di contatto con tutte le fonti della vita culturale, e di ritardare l'impatto con il lavoro. Per far capire quanto la cosiddetta riforma Moratti si sia allontanata dalla concezione contemporanea della scuola pubblica nel mondo, farò riferimento a una esperienza americana. Quando, anni fa, sono stato direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di New York, il Governatore di quello Stato, Mario Cuomo, mi ha chiesto di partecipare con lui a un progetto che aveva per scopo di arginare l'emorragia di studenti dalle scuole medie e medie superiori, una vera epidemia in tutte le aree urbane americane. Questa emorragia colpiva soprattutto i ragazzi di origine italiana, un fenomeno simile a quello che la sociologia individua nel nostro Nord Est: ragazzi molto giovani preferiscono guadagnare subito qualcosa invece di studiare. Per questo Matilde Cuomo, moglie del Governatore, che era stata insegnante per tutta la vita, aveva disegnato un Italian American Curriculum. L'intenzione era di inserire un elemento di orgoglio che avrebbe potuto trattenere nella scuola i ragazzi. La preoccupazione nasceva anche dalla constatazione che pochissimi giovani italo-americani meritavano l'accesso (che negli USA è strettamente per concorso) nelle grandi università come Harvard e Columbia.
Impressionava (e impressiona tuttora molti educatori americani) lo squilibrio che si sta creando a vantaggio dei giovani della più recente immigrazione asiatica. Essi non abbandonano mai le scuole, ottengono l'ammissione alle migliori università, passano alle alte scuole di specializzazione e poi direttamente a posti di lavoro più ambiti. Nel corso di una sola generazione stanno trasformandosi in classe dirigente.
Questa esperienza è la più eloquente dimostrazione del rovesciamento logico e mentale nel quale ha operato la Moratti nella sua disastrosa riforma della scuola italiana. Cerchiamo però di estrarre, uno per uno, i punti più clamorosamente sbagliati, che costituiscono danno grave per un sistema educativo pubblico. La Riforma Moratti prevede un incentivo all'uscita dal sistema formativo intorno ai quattordici anni, età di per sé molto difficile, forse il punto più basso delle capacità di autovalutazione e di decisione nella vita giovane. Proseguono negli studi coloro che sono già motivati, che hanno il sostegno della famiglia, che sanno che continueranno fino agli studi universitari. Si assentano, verso un destino di lavoro che non potrà non essere e non restare modesto, coloro cui manca l'incoraggiamento della famiglia o che si lasciano sedurre da un illusorio richiamo di libertà dalla routine e dalla disciplina. E coloro che devono cedere al bisogno di guadagnare qualcosa subito e che vengono scoraggiati, sia personalmente, sia nell'ambito della famiglia, dal tener duro.
Ma vorrei allargare il riferimento americano, perché riesce incomprensibile che un governo che ammira così intensamente le forze armate di quel Paese, ne ammiri così poco il sistema scolastico. La scuola pubblica americana, come ci informano il giornalismo e la sociologia di quel Paese, attraversa un periodo di crisi soprattutto per i drammatici tagli di fondi a favore della scuola privata (come si vede, tutto il mondo di destra è Paese, e del resto è lo stesso mondo di destra che vuole espellere Darwin dall'insegnamento e proibire la ricerca sugli embrioni a fini scientifici e di salvezza medica). Ma nessuno, mai, aveva pensato di incoraggiare l'abbandono della scuola a quattordici anni. Lo dimostra la legge sulla truancy. Truant è qualunque ragazza o ragazzo che venga trovato in strada nei giorni e nelle ore di scuola, se ha meno di diciassette anni. Per la polizia e i giudici non ci sono scuse che tengano. Un truant che sia di fronte ai videogiochi o in fabbrica, viene comunque fermato, e i genitori devono rispondere del suo vagabondaggio, gli insegnanti della scuola locale devono spiegare perché non hanno denunciato l'assenza del ragazzo. Lo sforzo del sistema scolastico americano è di spostare il momento rilevante della vita sociale sul diploma di scuola media superiore. Se un ragazzo si arruola nel servizio militare senza quel diploma, viene immediatamente rimandato a scuola e diventa soldato (soldato, non ufficiale) solo a diploma ottenuto.
Non esistono più posti di lavoro pubblico, per quanto modesti, per i quali il diploma di scuola media superiore non sia richiesto. E' una constatazione che dovrebbe interessare coloro che ammirano la società americana per la sua inclinazione pragmatica al fare. Non dovrebbe quella società apprezzare rapporti frequenti e utili per l'orientamento dei giovani (parole della Moratti) con il mondo del lavoro? La barriera invece è netta, perché non si considera capace di imparare a lavorare - nei mestieri del mondo contemporaneo - chi non ha imparato a imparare, almeno attraverso i percorsi fondamentali della scuola media e della scuola media superiore.
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Sono cose che, con buona pace degli ossequienti direttori generali della Moratti, sanno anche i genitori italiani. E infatti da quando il nuovo distruttivo impianto pedagogico italiano invita i ragazzi a dividersi fra chi va a orientarsi nel mondo del lavoro e chi resta a scuola, si sono gonfiati paurosamente i licei classici. E' un modo di correre ai ripari. Liceo classico vuol dire: gli studi continuano. Se poi non continueranno, almeno c'è una base utile per imparare a imparare. Ci sono poi due aspetti, uno di psicologia elementare e l'altro di esperienza comune, che avrebbero dovuto frenare la crisi distruttiva in cui è stato gettato l'impianto riformato della scuola italiana. L'aspetto di psicologia elementare riguarda la naturale tendenza, dei più giovani che tutti i genitori e tutti gli educatori conoscono bene, a ritenere di potere imparare da soli, di imparare facendo, perché non c'è bisogno di nessuno che te lo insegni. Ciò che chiamiamo scuola è una istituzione che da tempi immemorabili si sforza di trattenere i più giovani a imparare prima di fare, un'invenzione antica per rendere un po' più rapido il passaggio generazionale sia del sapere che del fare. Ma dal versante del fare viene l'altra lezione che appare totalmente ignota alla imprenditrice Moratti. Con la sola eccezione dei lavori manuali più umili, basati sulla ripetizione, il lavoro cambia continuamente e radicalmente, e non si depositano esperienze utili.
E' ciò che ha creato la crisi fra le generazioni. La cultura passa da una generazione all'altra. Invece il passaggio dell'esperienza di un lavoro non passa più. La riforma della Moratti immagina un mondo alla Dickens in cui è bene che i ragazzi, piuttosto che in strada, si raccolgano in luoghi in cui si rendono utili. Sembra essere la sola a non sapere che, mentre cambiano le generazioni di telefonino e di computer, cambiano anche, continuamente, i modi di produrre, le sequenze di una fabbricazione, la stessa organizzazione delle funzioni più semplici. La continua e rapidissima evoluzione di tutte le tecnologie, anche quelle delle produzioni elementari, chiede l'allenamento di intelligenze vive e prensili, allenate da una buona scuola ad ambientarsi in situazioni continuamente diverse. Quell'allenamento può essere solo intellettuale. Niente di pratico dura. Impari una cosa a sedici anni, a diciotto non serve più. Imbarazza che l'ovvietà di queste constatazioni, che da decenni ormai hanno attraversato tutti i livelli, anche i più modesti, della saggistica e del giornalismo, non abbiano raggiunto Letizia Moratti, i suoi advisors, i suoi direttori generali del ministero. Niente è più modesto, banale e sbagliato ai giorni nostri, di quei ti mando a lavorare che era la minaccia dei genitori esasperati ai ragazzi svogliati di cinquant'anni fa, quando lavorare non era che la ripetizione di un gesto. Niente è più dannoso che separare i ragazzi a metà del percorso, tra chi lavora e chi studia, quando non sai ancora quali sono le vocazioni, e nella maggior parte dei casi non si sono ancora rivelati i talenti. Qualunque adulto sa da tempo di non poter più giocare con i bambini il gioco, che ormai appartiene al passato, del e tu che cosa farai da grande?. Non può più giocarlo perché riceve solo risposte orientate sull'ultimo videogioco o sull'ultimo spettacolo televisivo. E il mondo del futuro appare popolato soltanto di cantanti e veline, di grandi fratelli e di calciatori.
Dove non c'è la Moratti, il miracolo della scuola è di essere un ponte che passa sul vuoto di ciò che non puoi ancora sapere, salva i ragazzi dal credere che tutte le esperienze avvengano nel fisico e in video, e li introduce alla infinita avventura dell'esistere con la mente. Al di là di quel ponte, qualunque lavoro acquista un senso e un contesto. Al di qua, è una paghina per non imparare e per restare bloccati su un pianerottolo destinato a sparire. Il governo Berlusconi se ne andrà, e la signora Moratti tornerà alle sue opere di bene. Ma quanto tempo ci vorrà per riparare l'immenso danno?
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"Milano del futuro? Più tollerante"
Intervista a Giulio Giorello
Pierluigi Panza sul Corriere della Sera 30 maggio
Professor Giulio Giorello, negli anni Settanta i partiti incidevano nella società e tra i giovani. Oggi non più. Perché?
" Perché hanno occupato posti non loro, violando quelle che il politologo americano Michael Walzer definiva ' sfere di giustizia', aree di competenza. Hanno usurpato altre sfere intervenendo in maniera indebita con lottizzazioni e pressioni.
Questa usurpazione della società ha svuotato i partiti. Il loro futuro, a Milano come altrove, è determinato dalla capacità di rimodellarsi " .
A quando far risalire l'inizio della perdita dell'idea di " giustizia come equità " che per il politologo John Rawls è il fondamento di una società liberale? A quando l'abbandono ai partiti?
" E' un vizio ricorrente che, secondo Carlo Cattaneo, deriva dal fatto che Milano è stata a lungo una colonia spagnola e austriaca. Qui, i migliori talenti si rivolgono all'industria e all'arte, non allo studio della politica e della giustizia. In anni recenti, poi, le sinistre si son fatte guerra tra loro: c'è stata inadeguatezza dei socialisti e incapacità dei comunisti. Per colpa, soprattutto, dei funzionari di partito " .
E così la fiducia dei cittadini si è spostata dai partiti alle persone, legandosi a Borrelli e Di Pietro, al cardinal Martini e poi a Berlusconi...
" Questo è successo perché il ceto politico milanese è stato inadeguato ai bisogni della città. Ma questi nuovi ' Cesari' non sono uguali: per Borrelli il carisma è meritato e il cardinal Martini è stato una grande figura con la sua apertura alle culture diverse e con la pratica della tolleranza. I politici meno " .
Intanto Milano invecchia e gli immigrati aumentano. Che scelte fare?
" Io sono contento che Milano si rinnovi con il flusso migratorio. Non bisogna pensare che tutti gli immigrati diventino manovalanza di delinquenza. La penso come Wolfgang Goethe che diceva: la bellezza degli Stati Uniti sta nell'essere una società di mille templi di religioni diverse " .
Quindi costruiamo la moschea e poi un tempio indù...
" Spero che a bucare i cieli della Lombardia, oltre ai campanili ci siano anche i minareti. A chi sostiene che l'Europa ha radici cristiane bisogna ricordare che, al di là della retorica classica, l'Islam è stato per molto tempo il nostro Occidente.
Il meticciato non deve far paura, in tutte le sue facce, dalla religione alla cucina. Soprattutto a Milano, una città che pretende di essere crocevia tra il Mediterraneo e l'Europa del Nord. Se non accetta la cultura islamica che crocevia è? Ben vengano sia l'Islam che la componente celtica.
E smettiamo di scaricare sull'' altro' le nostre paure " .
Lei è docente di " Filosofia della Scienza " ; quali sono le prospettive del sistema formativo milanese?
" Siamo sicuri che i politici si siano accorti che Milano ha una meravigliosa concentrazione di università che funzionano? Nonostante le restrizioni economiche, Milano attira studenti da Paesi diversi, e non solo del Terzo mondo. Questo è il suo punto di forza. Funzionano bene anche alcune scuole superiori con insegnanti coraggiosi " .
Quali sono le eccellenze nella ricerca?
" Sono in Fisica, Biologia e Genetica. Erano un vanto anche le Scienze della terra e non dimentichiamo gli studi finanziari della Bocconi. Inoltre, si sta scoprendo il volto umanistico della cultura tecnica, e questo è molto importante. Il rilancio di Milano parta dalle università "
Come giudica lo stato dei musei scientifici lombardi?
" Stanno migliorando, ma devono diventare sempre più centri di ricerca.
Quello della Scienza e della Tecnologia di Milano si sta rinnovando ponendo attenzione ai ragazzi under 18. Ed è meglio di quello di Amsterdam " .
Qualcuno invoca una nuova ripartizione di poteri tra Comune, Provincia, Regione e lobby che agiscono sul territorio. Che riforma suggerisce?
" Sono favorevole alla creazione di nuove province se rendono le procedure più snelle. Il diritto di voto per gli enti locali andrebbe però esteso a tutti coloro che hanno un interesse stabile nel Paese. Quindi anche gli immigrati. Qui, invece, siamo ancora all'incunabolo della democrazia. Le lobby ? Iosono rimasto alle vecchie idee liberali: le istituzioni devono convogliare le forze delle lobby verso interessi collettivi " .
Quali nuovi servizi offrire al cittadino nella Milano del futuro?
" Spero, metaforicamente, tanta musica diversa: servizi sportivi, culturali e divertimenti. Negozi aperti sabato e domenica. E nuovi quartieri, come la Bicocca, più integrati con la città storica " .
Un'utopia per la città?
" Basterebbe che la rete fognaria e quella tranviaria funzionassero perfettamente. E non far sparire il verde per creare parcheggi per i signorotti borghesi " .
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Streghe, Massaie & C.
Ippolito Pizzetti su Golem l'Indispensabile
A chiunque di noi abbia frequentato il ginnasio e il liceo classico viene spontaneo figurarsi personaggi come le ninfe o i satiri dentro un loro ambiente, che è quello comune agli uomini e agli dei.
Ma le streghe?
Le streghe ci vengono da un ambiente tutto diverso e nordico, che non è affatto quello della maga Kundri o di altre femmine seducenti, assai più vicine alla nostra Armida dei poemi cavallereschi. Certamente esiste una maggiore parentela tra la maga Circe, Armida e Kundri, di quella che possa mai esserci tra questi esseri mitici e le streghe.
Se possiamo arrischiarci a porci una domanda del genere, a quali esseri del nostro mondo mitico è possibile apparentare le streghe, ci riesce impossibile trovare un qualche legame, perché esse sono indissolubili dalle capanne, o dalle case del mondo rustico; e ancor di più dal principale strumento di questo mondo: la scopa, che diventa anche l'espressione del loro potere. Tanto è vero che la loro maggiore qualità magica è quella di cavalcare le scope, essendo la scopa, assieme al camino, lo strumento principale del suo grandissimo potere: in altre e più semplici parole, sono questi gli attributi e le caratteristiche della massaia, la cui funzione principale è provvedere, da quando non esistono più gli schiavi, alle cure della casa, ed è con esse che ha iniziato a prender forma il mondo borghese, con la comparsa del personale stipendiato, come i servi, ma sopratutto le massaie, La Massaia.
Ma da quel che ho potuto apprendere, tra la massaia e la strega, ch'io sappia almeno, nessuno ha pensato a creare un legame, che pure esiste profondissimo, e di cui la scopa, la scopa come strumento magico di potere, è l'espressione più patente.
Le streghe tuttavia, a differenza delle ninfe dei satiri e di tutti gli altri personaggi che formano il coro del mondo classico con le loro qualità (sopratutto positive o anche negative), sono direi sempre la sublimazione in negativo della massaia, che a poco a poco è arrivata ad avere un ruolo di primissimo piano, di autentica protagonista, fino a possedere, nella sua veste di strega, la magia.
E la massaia, oltre ad allevare i polli ed i conigli, gli agnelli ed anche i maiali, oltre a provvedere, sopratutto con questi animali, così come con l'orto, gli elementi principali della tavola, costituisce per la casa borghese e con la sua scopa la massima garanzia della pulizia - fino alla mania.
Nella mia esperienza e progressiva evoluzione (tutta personale, lo posso dire, ma quella e non altra poteva per me essere), i principali avversari del giardino, nella realizzazione di un giardino moderno, si sono dimostrati in primo luogo gli architetti, per il loro considerare il disegno come il primo elemento nella costituzione di esso e per il loro intendere gli alberi (quali che siano, per loro non è mai l'elemento di primaria importanza) come moduli, al pari di quelli artificiali (le colonne), equivalenti e scambievoli nella formazione e, ripeto, fondamentali nel disegno fondativo dei viali; in secondo luogo le massaie, passate dalla primaria funzione servile, con l'evoluzione avvenuta nel secolo XIX, a protagoniste (in parole più semplici, divenute "signore"): sono loro infatti che, ove ci chiamino alla progettazione di un giardino, chiedono tutte di evitare assolutamente "le piante spoglianti" perché con le loro foglie caduche "sporcano", e sono loro le principali responsabili del dominio buio delle conifere; in terzo luogo i giardinieri, che in Italia, con pochissime eccezioni, quasi da contare sulle dita di due mani, sono e restano contadini, con la mentalità del contadino che è capace di pensare all'albero solo come ad un fattore di produzione, e sono loro i principali responsabili delle massacranti potature che riducono gli alberi cittadini a relitti vegetali (in questa pratica seguiti dai funzionari dei Servizi Giardini, che mirano sopratutto ad evitare elementi di intralcio al traffico); ed infine, per ultimi, gli ambientalisti, contrari, per la sua natura di artificio (che altra non può essere), a qualunque opera di eliminazione del superfluo, nato e cresciuto spontaneamente: essi sono mossi dal loro credo parareligioso, che noi già troppo si abbia peccato contro il libero manifestarsi della natura, e dobbiamo oggi lasciarle la completa e più assoluta libertà.
Sono questi a mio avviso i principali avversari di un nuovo modo di concepire il giardino: un artificio in cui dominatrici assolute sono le forme e i vuoti che loro competono, o, posso perfino dire, i vuoti e le forme che questo esige, come hanno ben intuito alcuni artisti, Henry Moore in testa, che ha intitolato la sua opera Reclining figure, con il sottotitolo di Holes, "buchi, spazi vuoti"; su questa strada si sono già mossi, senza farne un programma, artisti e progettisti, come il tedesco Pückler Muskau ed altri nel XIX secolo, e si può tranquillamente arrivare a dire che il giardino inglese, anche se non coincide con questi principi, certamente è stato quello che più ha contribuito, a mio avviso almeno, alla loro elaborazione e al loro sviluppo.
Personalmente, per ciò che mi riguarda, non credo, fra i (non molti) giardini che ho progettato e a cui ho messo mano, di averne mai realizzato uno in cui abbia potuto esprimere compiutamente la mia idea: il giardino che vorrei è un giardino più che per l'oggi per il domani, un giardino per i figli e i nipoti, che arrivi a manifestare la sua gloria nel futuro, come nostra eredità.
Non soltanto: sono anche convinto che, con l'approfondita conoscenza della natura che abbiamo raggiunto (anche se non arriva ancora a manifestarsi), non potrà che essere questo.
E ardentemente mi auguro che sia un giardino dove, nuovamente, come è accaduto in altri tempi, accanto al progettista producano le loro opere gli artisti, per troppo lungo tempo - almeno in Italia - lasciati in disparte. Essi sono, come sono sempre stati, il trait-d'union, il legame tra la nostra fantasia disordinata e selvaggia e la forma o le nuove forme.
Come ho detto e scritto molte volte, sono incapace di creare un giardino seguendo un disegno astratto, ho bisogno di conoscere il luogo dove dovrà sorgere, dove, molto più di un disegno astratto e preconcetto, per me può avere un senso, o dare un indirizzo, perfino la montagnola di terra di una talpa.
Il David come lo volle Michelangelo
"Un'immagine che credevamo persa"
Arturo Carlo Quintavalle sul Corriere della Sera 25 maggio
Ve lo immaginate come doveva essere il David appena scolpito da Michelangelo e collocato in Piazza della Signoria? Era dorato il tronco che fa da appoggio alla gamba sinistra, dorata la striscia della fionda e dorate anche 28 foglie di rame che stavano forse attorno al busto a mascherare il sesso, oppure sul capo come corona per sottolineare il senso del David vittorioso, dunque, di Firenze contro tutti i nemici. Così doveva essere il David e doveva dialogare allora con altre importanti opere scolpite e in parte dorate, la Giuditta di Donatello lì accanto, le porte del Battistero poco lontano, a cominciare da quella del Paradiso del Ghiberti e, ancora, i Profeti di Donatello sul campanile di Giotto. Dunque, sottolinea Cristina Acidini Luchinat, direttrice dell'Opificio delle Pietre Dure, "il restauro permette di restituire in parte una immagine storica, che si riteneva perduta".
Un restauro felicemente concluso da Cinzia Parnigoni, mi spiega Franca Falletti direttrice della Galleria dell'Accademia, restauro che ha chiarito complesse vicende, quelle delle parti rifatte, il medio della mano destra nel 1813, il mignolo del piede destro ricomposto fra 1843 e 1851, la ricostruzione narrata dalle fonti e, adesso, provata dalle analisi, del braccio spezzato nel 1527, raccolto da Giorgio Vasari e Cecchin Salviati, ma risistemato soltanto nel 1543 con chiodi di rame che ora sono stati ritrovati.
Quello che finora impediva la lettura del David erano le colature, le polveri depositate, lo sporco, ma adesso la pulitura, dopo dieci anni di analisi e sperimentazioni, è felicemente conclusa. E' riemersa la pelle del marmo di Carrara con le sue morbide venature di piombo grigio, è riemerso il modellato, la figura appare molto diversa, molto più vibrante e sensibile. Le polemiche sul metodo di lavoro, quelle sul rispetto delle superfici scolpite, sono lontane, il testo michelangiolesco è integro e la sua leggibilità enormemente aumentata, ma, più ancora, il restauro ci rivela un Michelangelo che dialoga con l'antico e i modelli che utilizza e, ancora, il suo confronto con le sculture del '400 da Donatello a Verrocchio e la sua volontà di proporre una immagine monumentale di enorme impatto, pensata per una collocazione simbolica a confronto con la dimensione sesquipedale di Palazzo Vecchio.
Ma veniamo alla storia: Giorgio Vasari, nel 1568, nella "Vita di Michelangelo", ricorda che un marmo di nove braccia era stato iniziato a scolpire da Simone da Fiesole, per altri Agostino di Duccio, e che il marmo era stato "bucato fra le gambe". Dunque, fa notare Franca Falletti, la figura quattrocentesca doveva essere nuda o con una tunica molto corta. Michelangelo prende il marmo, ormai abbandonato, come inutilizzabile, dagli Operai di Santa Maria del Fiore e "squadrollo di nuovo", evidentemente per determinare un equilibrio diverso del pezzo, quindi realizza un modello di cera per riflettere dove e come intervenire sul marmo nel quale conserverà, lo scrive il biografo di Michelangelo Ascanio Condivi, alcune tracce della antica lavorazione quattrocentesca. Il lavoro è compiuto nel 1504 e l'8 settembre, dopo molte dispute sul come e con quali tecniche trasferire l'opera a Piazza della Signoria, essa viene collocata a fianco della porta di Palazzo Vecchio dove resterà fino al 1873 quando, fra il 30 luglio e l'8 agosto, è trasferita per ragioni conservative alla Galleria dell'Accademia.
Ma cosa si propone Michelangelo con un David tanto diverso dal consueto, dove manca il Golia abbattuto e dove persino la fionda è una striscia di pelle che traversa la figura che però non chiude alcun sasso nella mano? Che vuol dire dunque questa statua realizzata dopo il Crocifisso di Santo Spirito e dopo anni di cadaveri scuoiati dall'artista, che vuol dire di nuovo questa statua che viene dopo il Bacco, tanto legato alla cultura adrianea, raffinatamente modellato, trasparente nella scansione delle superfici? Che vuol dire ancora questa statua rispetto al corpo descritto muscolo per muscolo, lustro dopo lustro, del Cristo sulle gambe della Madonna nella Pietà di San Pietro? Michelangelo qui sembra voler proporre un nuovo modello di racconto. Prima di tutto la sua esperienza negli Orti Medicei e la sua attenzione alle sculture antiche gli fa prendere a modello per la testa del David un busto imperiale, diciamo dell'epoca di Caracalla, mentre il corpo è legato al gigantismo delle statue del II secolo. Ma la scansione delle forme era condizionata dalla pietra precedentemente squadrata, per questo Michelangelo costruisce gesti in potenza piuttosto che in atto, appoggia sul fianco il braccio destro, piega il sinistro, apre a compasso una gamba e tiene verticale quella lungo il tronco. Rivestendo di foglia d'oro il tronco d'albero questo diventa otticamente leggero, invisibile, mentre il lucido oro della striscia della fionda mascherava allora le mancanze del marmo quattrocentesco altrimenti evidenti proprio sulla schiena. Quanto alla corona di foglie dorate poteva stare sui fianchi o sul capo illuminando il viso e ridimensionando la massa dei capelli. Dunque un manifesto di Firenze e della sua autonomia: ecco quello che Michelangelo propone lavorando raffinatamente il marmo: trapano solo fra i capelli, come nelle sculture ellenistiche, vari livelli di lavorazione nelle altre parti, raffinati lustri e programmate scansioni di toni nel viso e nel corpo.
Il racconto del restauro è anche, sempre, scoperta critica, sottolinea Cristina Acidini Luichinat e, dunque, questo grande pezzo pone un complesso problema: la dimensione delle sculture fino ad allora realizzate a Firenze era ben diversa, erano forme quasi al naturale, ma, di colpo, Michelangelo propone una forma nuova, un gigante che dialoga con l'architettura. Dunque la ripresa dall'antico, come nel caso delle statue del Monte Cavallo a Roma o di quelle davanti al San Giovanni in Laterano a Roma, finisce per suggerire a Michelangelo la funzione simbolica della immagine a livello urbano. Il David dunque è visto non mentre uccide e neppure mentre prepara la pietra per colpire, ma mentre suggerisce, con lo sguardo, il gesto e il movimento del corpo, una - imperiale - sublime difesa della dignità di Firenze. Michelangelo propone, dunque, diversamente dalle opere precedenti, una immagine sublimata, fortemente neoplatonica del segno del potere, un potere che dialoga coi gesti dell'antico. Non sarà un caso che, prima, proprio Michelangelo avesse scolpito un Ercole ora perduto, di cui il David evoca la posizione e la dignità. Forza e cristiana predestinazione al trionfo, questa è la Firenze del David che oggi rileggiamo, davvero splendidamente restaurato.
Il racconto del Vasari
su De Bibliotheca
Gli fu scritto di Fiorenza d'alcuni amici suoi che venisse, perché non era fuor di proposito che di quel marmo, che era nell'Opera guasto, [egli, come già n'ebbe volontà, ne cavasse una figura]; il quale Pier Soderini, fatto gonfaloniere a vita allora di quella città, aveva avuto ragionamento molte volte di farlo condurre a Lionardo da Vinci et era allora in pratica di darlo a maestro Andrea Contucci dal Monte San Savino, eccellente scultore, che cercava di averlo; e Mi- chelagnolo, quantunque fussi dificile a cavarne una figura intera senza pezzi - al che fare non bastava a quegl'altri l'animo di non finirlo senza pezzi, salvo che aùllui, e ne aveva avuto desiderio molti anni innanzi -, venuto in Fiorenza tentò di averlo. Era questo marmo di braccia nove, nel quale per mala sorte un maestro Simone da Fiesole aveva cominciato un Gigante, e sì mal concia era quella opera - che lo aveva bucato fra le gambe e tutto mal condotto e storpiato -, di modo che gli Operai di Santa Maria del Fiore, che sopra tal cosa erano, senza curar di finirlo, l'avevano posto in abandono: e già molti anni era così stato et era tuttavia per istare. Squadrollo Michelagnolo di nuovo, et esaminando potersi una ragionevole figura di quel sasso cavare, et accomodandosi con l'attitudine al sasso ch'era rimasto storpiato da maestro Simone, si risolse di chiederlo agli Operai et al Soderini, dai quali per cosa inutile gli fu conceduto, pensando che ogni cosa che se ne facesse fusse migliore che lo essere nel quale allora si ritrovava, perché né spez[z]ato, né in quel modo concio, utile alcuno alla Fabrica non faceva. Laonde Michelagnolo, fatto un modello di cera, finse in quello, per la insegna del Palazzo, un Davit giovane con una frombola in mano, acciò che, sì come egli aveva difeso il suo popolo e governatolo con giustizia, così chi governava quella città dovesse animosamente difenderla e giustamente governarla. E lo cominciò nell'Opera di Santa Maria del Fiore, nella 20 quale fece una turata fra muro e tavole, et il marmo circondato; e quello di continuo lavorando, senza che nessuno il vedesse, a ultima perfezzione lo condusse. Era il marmo già da maestro Simone storpiato e guasto, e non era in alcuni luoghi tanto che alla volontà di Michelagnolo bastasse per quel che averebbe voluto fare: egli fece che rimasero in esso delle prime scarpellate di maestro Simone nella estremità del marmo, delle quali ancora se ne vede alcuna. E certo fu miracolo quello di Michelagnolo, far risucitare uno che era morto. Era questa statua, quando finita fu, ridotta in tal termine che varie furono le dispute che si fecero per condurla in Piazza de' Signori. Per che Giuliano da S. Gallo et Antonio suo fratello fecero un castello di legname fortissimo, e quella figura con i canapi sospesero a quello, acciò che scotendosi non si troncasse, anzi venisse crollandosi sempre; e con le travi per terra piane con argani la tirorono e la missero in opera. Fece un cappio al canapo che teneva sospesa la figura, facilissimo a scorrere, e stringeva quanto il peso l'agravava, che è cosa bellissima et ingegnosa, che l'ho nel nostro Libro disegnato di man sua, che è mirabile, sicuro e forte per legar pesi. Nacque in questo mentre che, vistolo sù Pier Soderini, il quale, piaciutogli assai, et in quel mentre che lo ritoccava in certi luoghi, disse a Michelagnolo che gli pareva che il naso di quella figura fussi grosso. Michelagnolo, accortosi che era sotto al Gigante il gonfalonieri e che la vista non lo lasciava scorgere il vero, per satisfarlo salì in sul ponte che era accanto alle spalle; e preso Michelagnolo con prestezza uno scarpello nella man manca con un poco di polvere di marmo che era sopra le tavole del ponte, e cominciato a gettare leggieri con gli scarpegli, lasciava cadere a poco a poco la polvere, né toccò il naso da quel che era. Poi guardato a basso al gonfalonieri, che stava a vedere, disse: "Guardatelo ora ". "A me mi piace più, - disse il gonfalonieri - gli avete dato la vita". Così scese Michelagnolo, e lo avere contento quel signore, che se ne rise da sé Michelagnolo, avendo compassione a coloro che, per parere d'intendersi, non sanno quel che si dicano. Et egli, quando ella fu murata e finita, la discoperse. E veramente che questa opera à tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine che elle si fussero; e si può dire che né 'l Marforio di Roma, né il Tevere o il Nilo di Belvedere, o i Giganti di Monte Cavallo, le sian simili in conto alcuno, con tanta misura e bellezza e con tanta bontà la finì Michelagnolo; perché in essa sono contorni di gambe bellissime et appiccature e sveltezza di fianchi divine, né ma' più s'è veduto un posamento sì dolce né grazia che tal cosa pareggi, né piedi né mani né testa che a ogni suo membro di bontà, d'artificio e di parità né di disegno s'accordi tanto. E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o negli altri da qualsivoglia artefice. N'ebbe Michelagnolo da Pier Soderini per sua mercede scudi 400, e fu rizzata l'anno 1504. E per la fama che per questo acquistò nella scultura, fece al sopradetto gonfalonieri un Davit di bronzo bellissimo, 20 il quale egli mandò in Francia. Et ancora in questo tempo abbozzò e non finì due tondi di marmo, uno a Taddeo Taddei, oggi in casa sua, et a Bartolomeo Pitti ne cominciò un altro
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Bagni di folla per ' o ministro
" E io sarei quello finito? "
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera 30 maggio
" Il tempo è galantuomo e ci ha restituito finalmente un patrimonio indimenticabbbile! Inestimabbbile! Incontrovertibbbile! Paolooo! Cirinooo! Pomicinooo! " . Lui si alza, bacia e abbraccia Antonio Ramondo che l'ha presentato come Bonaparte tornato dall'Elba, spalanca le braccia al cielo per accogliere tutta quella manna elettorale, assapora uno per uno ogni singolo applauso che sale dalla gente in delirio e ammicca agli amici con gli occhietti che dicono: " E io sarei quello finito? Il simbolo di tutte le fetenzie spazzate via dalle anime virtuose della nuova politica? E allora che ci fanno trecento persone qui, al Lido Azzurro di Torre Annunziata, alle dieci e mezzo di sera, con un'ora e mezzo di ritardo sull'orario? Che m'hanno aspettato a fare, ah? Che m'hanno aspettato a fare? " .
Lucia, la sua compagna, ' na bella femmena di un paio di metri più alta e un paio di secoli più giovane, lo guarda con ammirata complicità: " Non so manco quanti by- pass tiene, ormai. E' in piedi da questa mattina alle sette, ha visto gente tutta la mattina, ha scritto un articolo sulla morte di Umberto Agnelli, si è fatto non so quanti comizi questo pomeriggio, ha partecipato a non so quanti rinfreschi in suo onore e lo guardi! Lo guardi! " . " Lo so, sono intelligentissimo ma tu in realtà mi ami per il mio corpo! " , riderà lui più tardi, a mezzanotte passata, affondando la forchetta in una montagna di spaghetti alle vongole: "Oooooh! Ci pigliamo un'altra bottiglia?" .
Sembra passato un millennio dal giorno in cui, travolto dalle inchieste e dalle accuse e dalle polemiche, additato con il liberale Francesco Di Lorenzo e il socialista Giulio Di Donato come il marcio del marcio che c'era in Italia, sbottò: " Ma che dobbiamo fare: avimm ' a murì? " . Vittorio Feltri, che l'avrebbe arruolato come commentatore al Giornale con lo pseudonimo di Geronimo ( " diciamo che Geronimo è il mio emisfero di destra e Pomicino è l'emisfero di sinistra: centro perfetto " ) scriveva che " è una simpatica canaglia, un pizzaiolo sorridente che dà pacche sulle spalle ai clienti per fregargli il portafogli " . Il " pomicinismo " finiva dei dizionari di politica come sinonimo di gestione bottegara del pubblico denaro e Giuliano Ferrara lo bollava con una definizione omicida: " Una faccia da schiaffi, un nome da operetta, una reputazione di merda " .
Dieci anni dopo, collezionate una condanna ( " una sola per finanziamento illecito, non come Alfredo Vito che ne ha patteggiate 22 o 23 per corruzione! " ) , una prescrizione ( " io non la volevo, ma alla fine cedetti al giudice che insisteva per non star lì a perder tempo " ) e 34 assoluzioni ( " scriva: 34 assoluzioni! " ) , ' o Ministro gira come una trottola per Alleanza popolare, punta a Bruxelles ed è in grande forma. " Mica come Berlusconi, eh eh... " . Cioè? " Non ha idea di quanta gente se ne stia venendo via dal suo partito. ' Partito', si fa per dire... E' un partito una cosa con un padrone e tutti dipendenti? L'ultima volta che l'ho visto il mese scorso, prima di rompere sul premierato forte ( perché è su quello che ho rotto: mica Bush può sciogliere le Camere se non gli approvano il bilancio!) mi ha mostrato i suoi sondaggi.
Dico: i suoi. E Forza Italia stava tra il 18 e il 21 per cento: ' na traggedia.
Stava ' n sacco preoccupato anche se sperava che investendo 200 miliardi in campagna elettorale...
N o n s o s e m i s p i e g o : due- cen- to- mi- liar- di! E quando mai li abbiamo visti noi democristiani tutti quei soldi da buttare in una campagna elettorale? " .
Si ferma con la forchetta a mezz'aria: " Gli ho detto: ' Senti a me, tu puoi fare una sola cosa: sciogli ' sto partito di cui sei proprietario ed è lontano pure nelle percentuali dai popolari spagnoli o tedeschi, dai vita a un partito nuovo che dia spazio alla nuova voglia di democristianità che c'è in Italia, lo lanci con un congresso vero, de- mo- cra- ti- co, dove tu non sei più il sultano e ti fai bastare l'essere il leader. Nessuno ti mette in discussione come leader. Ma sultano no " .
E lui? " C'era pure Bondi, che non è una macchietta come lo descrivono " , e infilza una mozzarella, " e pure Bondi gli diceva: Dottore, Pomicino ha ragione. E invece, l'ha visto ad Assago? Fa il contrario: invece che unire gli alleati piccoli cerca di cannibalizzarli. Compresi quelli del Ppe. E' disperato. Sbaglierò, ma stavolta si va a schiantare. C'è gente dall'altra parte che gira per Napoli coi soldi in mano. Dieci, venti euro a voto. E dicevano di noi! A me i giudici hanno dovuto riconoscere che certe cose non le ho mai fatte. Tanto è vero che pure a sinistra, dopo le polemiche iniziali, avverto attenzione. E aperture. Come dalla Cgil. Sa come diciamo a Napoli? I tre potenti sono il Papa, il Re e chi non tiene niente. Come me. Che sono un uomo libero. Questi con le mazzette so' pazzi. Pazzi. Ma non credo che servirà... " . Forse se Tremonti... " Tremonti? Ma Tremonti non capisce niente! E' solo un commercialista bravissimo a far pagare meno tasse, diciamo così, ai suoi clienti. Ma sui conti dello Stato, addio! Creda a me: non ci capisce proprio " .
Mica che ' o Ministro ami Prodi, per carità. Lo dice e lo ridice a tutti i comizi, da Pompei a Ponte Cagnano, da Battipaglia ad Afragola: " Se Berlusconi è la faccia peronista dell'antipolitica, Prodi è la faccia tecnocratica. Che ha messo insieme la margherita e la quercia e il garofano e l'edera perché hanno tutti le radici essiccate. Ma che può nascere da tante radici essiccate? " . " Non ne possiamo più di questa nuova politica! " , tuona affranto l'amico Antonio Di Napoli, " Ormai non c'è più un deputato che sappia far trasferire un militare! Manco trasferire un militare! " . Lui annuisce, incoraggia, scuote, rassicura, rivendica: " Io ero ministro nel governo che fece la prima guerra in Iraq, ma noi sapemmo spiegare a Bush padre che non poteva terremotare tutto il Medio Oriente! ' Noi' eravamo amici dell'America. Gli amici veri sono quelli che sanno anche dire no. Mica solo obbedire " . E non andategli a parlare della riduzione delle tasse: " Qui a Napoli lo conosciamo già: si chiama il gioco delle tre carte " . Se dovesse essere eletto... " Come ' se'? Io ' devo' essere eletto. Se l'amico Mastella acconsente, naturalmente " . E poi? " E poi finalmente torniamo a parlare di politica " .
30 maggio 2004