
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 23 maggio 2004
Nota introduttiva
La Guida Blu 2004 di Legambiente e del Touring Club Italiano ha premiato le dieci migliori località balneari dell'estate: Otranto, Castiglion della Pescaia, Cinque Terre, Pollica, Arbus, Orosei, Arzachena, Bosa, Tropea, Lampedusa (e Linosa).
Le immagini della settimana in rete riguardano queste località, con qualche preferenza personale, in particolare per le Cinque Terre.
p.c.
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Lilli e il Professore: la strana coppia
Lei azzanna il Cavaliere, lui non lo cita
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera 23 maggio
Come e dove si siano incontrati, la Spallina e il Professore, non si sa. Perché a immaginarli insieme parevano davvero una coppia impossibile tipo l'uomo- ippopotamo e la donna- acciuga, la gigantessa barbuta e il nano imberbe.
Ma certo doveva essere un destino. Di lei, infatti, si dice abbia la dote di bucare il video. Di lui l'esatto contrario, al punto che un giorno se ne vantò strascicando le " essce " : " Può darsi che non sia buono a bucare lo schermo ma son sicuro di bucare il cervello " .
Fatto sta che, misteri della politica moderna, i due trionfatori del gran giorno ulivista sono loro: Lilli Gruber e Romano Prodi.
Ovazioni per lei, ovazioni per lui.
Raccolte andando a toccare tutte le corde del popolo di sinistra con toni, accenti, parole differenti. Con lei che appare sul palco, elegantissima, foulard d'ordinanza, perfetta in ogni singolo capello e ogni millimetro quadrato di rossetto, e azzanna subito mostrando una grande foto di un iracheno torturato a Abu Ghraib. E lui che parte invece con la placida serenità del prevosto: " Care amiche, cari amici, è bello essere qui oggi... " . Lei che va sparata su Silvio Berlusconi e gli rinfaccia l'ipocrisia di invocare oggi l'Onu " dopo averlo definito ' un ferrovecchio' " e gli chiede di " venire a Canossa " e gli ricorda che " era arrivato a raccontare che George W. Bush gli aveva mostrato le fotografie delle armi proibite di Saddam " e lo accusa di aver trascinato il Paese in guerra perché era convinto dopo la caduta di Bagdad tutto fosse finito e " voleva partecipare anche lui alla torta, al bottino da spartire " .
Lui non nomina l'avversario che ha già battuto nel 1996 e che probabilmente sfiderà alle prossime Politiche manco una volta. Neanche per sbaglio. Come non nomina una sola volta uno dei leader della Casa delle Libertà e dei partiti che ne fanno parte.
Solo una denuncia degli errori commessi dall'Italia sulla guerra, degli annunci sballati ( " ci avevano detto che avrebbero portato stabilità e sicurezza e ora l'Iraq e il Medio Oriente sono un vulcano in eruzione " ) , della scarsa indignazione che avrebbe accolto la scoperta delle sevizie nelle carceri irachene: " Per altri di stomaco forte può darsi che le torture siano un incidente al quale rimediare, per noi no: è lo scempio dell'umanità e della coscienza " . E via così, con un puntiglioso distinguo su tutto: loro fanno così, noi avremmo fatto cosà, loro promettono così, noi faremo cosà, " perché noi siamo di quelli che le promesse le mantengono " .
E quella che il Professore chiama " la grinta di sinistra " , assetata di speranze, parole d'ordine, voglia di rivincita, insofferenza per tutto ciò che ha a che fare con il Cavaliere, si spella le mani e fischia e tambureggia come se fosse certa di avere individuato infine in Lilli & Romano il mix giusto e vincente.
Per quanto i due, a ripercorrerne le storie, mostrino di avere assai poco in comune. Lui, figlio della Bassa Padana dalle campagne piatte e dalle estati afose tormentate da miliardi di zanzare, ama da sempre la montagna e i passi alpini, le scalate in bici, i boschi e i maglioni di lana grossa lavorati con le coste larghe e i disegni di stambecchi o mufloni. Lei, figlia della Bassa Atesina, dove le durezze montane del Sudtirolo e il dialetto tedesco si stemperano nella valle dell'Adige che comincia a aprirsi verso sud e nel dialetto trentino, mostra di preferire le ore stese sullo sdraio al mare, soprattutto quello sardo di Torre delle Stelle dove il padre ( morto pochi mesi fa) aveva una villa, villa all'interno della quale una decina di anni fa lei fu sorpresa mentre prendeva il sole nuda da un fotografo che pagò carissimo, con un risarcimento da decine e decine di milioni, lo scoop intrusivo e irrispettoso della privacy.
Né potrebbero essere più diverse le famiglie, l'educazione, gli esordi.
Lei, che all'anagrafe si chiama Dietlinde, è figlia di un imprenditore di lingua tedesca che aveva una industria ( la Tiger) di macchine edili, ha patito la separazione dei genitori ed è cresciuta con i due fratelli maggiori ad Egna frequentando l'istituto delle suore Marcelline, la scuola bene di Bolzano, dal quale uscì con il chiodo fisso di fare la giornalista, professione cominciata in un paio di televisioni locali prima del passaggio alla Rai di Bolzano e da lì a Roma. Lui, erede di una stirpe di contadini padani, va fiero d'avere avuto 8 fratelli coi quali da sempre si ritrova in periodici appuntamenti nella grande casa degli avi e ricorda come gli anni centrali della formazione, quelli milanesi passati con Tiziano Treu e Giovanni Maria Flick ( che avrebbe voluto accanto nel suo primo governo) in un collegio della Cattolica alla fine anni Cinquanta, anni in cui Lilli nasceva e lui sgobbava sui libri senza mancare però una sola delle tradizioni goliardiche, a partire dalla " luxtratio simplex et tecnilocolorata " che veniva impartita a tutte le matricole.
Giura anzi che quella fu l'unica volta in cui venne pitturato. E ci tiene tanto, a quei capelli " naturalmente " neri, che qualche mese fa arrivò a scrivere una lettera a Repubblica : " Maiho trattato i miei capelli con alcuna tintura, brillantina, prodotto di qualsiasi genere, naturale o sintentico " . Tesi che la moglie Flavia confermò ( " Credo di essere competente in materia perché ho la possibilità di osservazioni ravvicinate " ) . Proponendo un'analisi davanti a un giurì. Cosa che Lilli non farebbe mai. Come scrisse un giorno Giancarlo Perna ( che della nostra in tivù ha sempre contestato che " appena parlava di Silvio e della destra metteva il broncetto " ) Lilli ha avuto un periodo castano ( colore originale della chioma, con sfumature tizianesche), uno rosso e uno biondo, successivamente abbandonato per tornare al colore preferito.
Su un punto, assicurano quanti li conoscono bene, i due sono tuttavia identici: la grinta. Grinta che lei ha espresso per anni mettendosi di sbiego davanti alle telecamere con una spalla ( da cui il nomignolo di ' Spallina') puntata dritta in faccia agli spettatori. E lui cela da sempre dietro un'apparente paciosità che fece dire a Sergio Magliola, ex presidente Finsider: " Gronda bonomia da tutti gli artigli " .
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Il lupo davanti all'agnello
La teoria del complotto
Umberto Eco su la Repubblica 20 maggio
La retorica è una tecnica della persuasione, ed è stata elaborata e studiata perché su pochissime cose si può convincere l'uditore attraverso ragionamenti apodittici, ovvero scientificamente inoppugnabili. In genere si discute intorno a cose circa le quali si possono avere diverse opinioni. La retorica antica si distingueva in giudiziaria (in tribunale è discutibile se un dato indizio sia probante o meno), deliberativa (in cui si dibatte per esempio se sia giusto costruire la variante di valico, rifare l'ascensore del condominio, votare per Tizio) ed epidittica, e cioè in lode o in biasimo di qualcosa, e tutti siamo d'accordo che non esistono leggi matematiche per stabilire se sia stato più affascinante Gary Cooper piuttosto che Humphrey Bogart, o se Irene Pivetti appaia più femminile di Platinette.
Naturalmente ci sono dei discorsi persuasivi che possono essere facilmente smontati in base a discorsi più persuasivi ancora, mostrando i limiti di un'argomentazione. C'è una pubblicità immaginaria che dice "mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliarsi", e che viene talora usata ironicamente per contestare che le maggioranze abbiano sempre ragione.
L'argomento può essere infatti confutato chiedendo se le mosche prediligano lo sterco animale per ragioni di gusto o per ragioni di necessità - se cioè, cospargendo campi e strade di caviale e miele, le mosche non sarebbero forse maggiormente attirate da queste sostanze, e mangino quello che mangiano perché non hanno altro, come avviene nelle carceri, negli ospedali o durante le carestie.
La retorica tende a ottenere consenso e pertanto non può che fiorire in società libere e democratiche. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno di richiedere il consenso: rapinatori, stupratori, saccheggiatori di città, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di usare tecniche retoriche.
Ma esiste anche una retorica della prevaricazione. Sovente chi prevarica vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino ottenere consenso da parte di chi soffre quell'abuso di potere. Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è dato dalla favola del lupo e dell'agnello di Fedro. Il lupo - che sta a monte del ruscello - cerca un pretesto per divorare l'agnello e lo accusa di intorbidare la sua acqua. L'agnello lo confuta in base all'opinione ragionevole per cui l'acqua trascina detriti e impurità da monte a valle e non viceversa. Il lupo cerca un altro pretesto e lo accusa di aver parlato male di lui sei mesi prima. L'agnello chiarisce che sei mesi prima non era ancor nato. Al che il lupo ribatte: se non sei stato tu sarà stato tuo padre. E divora l'agnello.
Il lupo usa argomenti speciosi, la cui falsità sta sotto gli occhi di tutti. Talora però gli argomenti sono più sottili perché sembrano prendere come punto di partenza un'opinione compartecipata dai più, e su quella lavora, noncurante delle contraddizioni che ne seguono. Leggiamoci questo brano: "Di quando in quando i giornali illustrati mettono sotto gli occhi del piccolo borghese (...) una notizia: qua o là, per la prima volta, che un Negro è diventato avvocato, professore, o pastore o alcunché di simile. Mentre la sciocca borghesia prende notizia con stupore d'un così prodigioso addestramento... l'ebreo, molto scaltro, sa costruire con ciò una nuova prova della giustezza della teoria, da inocularsi ai popoli, della eguaglianza degli uomini. Il nostro decadente mondo borghese non sospetta che qui in verità si commette un peccato contro la ragione; che è una colpevole follia quella di ammaestrare una mezza scimmia in modo che si creda di averne fatto un avvocato, mentre milioni di appartenenti alla più alta razza civile debbono restare in posti incivili e indegni. Si pecca contro la volontà dell'Eterno Creatore lasciando languire nell'odierno pantano proletario centinaia e centinaia delle sue più nobili creature per addestrare a professioni intellettuali Ottentotti, Cafri e Zulù. Perché qui si tratta proprio d'un addestramento, come nel caso del cane, e non di un "perfezionamento" scientifico". Di chi è questo brano? Di Bossi? L'ipotesi non sarebbe inverosimile, ma il brano è di Adolf Hitler, da Mein Kampf.
Hitler si trova a dover confutare un argomento molto forte contro l'inferiorità di alcune razze, e cioè che, se un africano viene messo in condizioni di imparare, si rivela altrettanto capace di un europeo. Hitler confuta l'argomento chiedendosi come sia possibile che un essere inferiore impari, se non per addestramento meccanico come avviene con gli animali da circo. L'argomento, che tendeva a dimostrare che i neri non erano animali, viene confutato ricorrendo all'opinione indiscussa che i neri siano animali.
Ma torniamo al lupo. Esso, per divorare l'agnello, cerca un casus belli, cerca cioè di convincere tutti, e forse persino se stesso, che egli mangia l'agnello perché gli ha fatto un torto. La storia dei casus belli mette in scena dei lupi un poco più avveduti.
Tipico è il casus belli che ha dato origine alla prima guerra mondiale. Nell'Europa del 1914 esistevano tutti i presupposti (economici, militari, coloniali, ideologici) per una guerra, ma nessuna di queste premesse la giustificava. Ed ecco che, a Sarajevo, il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco uccide in un attentato l'arciduca ereditario d'Austria-Ungheria Francesco Ferdinando e la consorte. E' ovvio che il gesto di un fanatico non coinvolge un intero paese, ma l'Austria coglie la palla al balzo. Dopo aver comunicato alla Serbia un ultimatum inaccettabile, essa le dichiara guerra, e in breve tempo tutti gli altri stati europei entrano in lizza.
Esiste un'altra forma di giustificazione della prevaricazione, ed è il ricorso alla sindrome del complotto. Uno dei primi argomenti che si usano per scatenare una guerra o dare inizio a una persecuzione è l'idea che si debba reagire a un complotto ordito contro di noi, il nostro paese, la nostra civiltà. Il caso dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il libello che è servito di giustificazione allo sterminio degli ebrei, è un tipico caso di teoria del complotto.
Chi ha saputo creare intorno a un casus belli un efficace contorno di teoria del complotto è stato Mussolini, nel discorso dell'ottobre 1935 con cui annunciava l'inizio della conquista dell'Etiopia. Sin dai tempi di Adua l'Italia non aveva potuto sottomettere l'Abissinia, paese di antichissima civiltà cristiana che, a modo proprio, cercava di aprirsi alla civiltà occidentale. Il casus belli era stato dato da un incidente di frontiera, che avrebbe potuto risolversi per vie diplomatiche.
Rileggiamo i punti salienti di quel discorso. Anzitutto Mussolini annuncia che "Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia... un cuore solo, una volontà sola" e dunque cerca una legittimazione per volontà popolare. In secondo luogo la decisione avviene perché così vuole "la ruota del destino", e cioè gli italiani fanno quello che fanno perché interpretano i decreti del Fato. In terzo luogo la volontà di impossessarsi dell'Etiopia viene presentata come la volontà di opporsi a un furto: i paesi che ci hanno comminato le sanzioni vogliono "toglierci un poco di posto al sole". In verità essi non volevano toglierci una nostra proprietà, si opponevano a che rubassimo quella altrui. Ma ecco che emerge l'appello alla teoria del complotto. Infatti segue un appello alla frustrazione nazionalistica, con la ripresa del tema della vittoria mutilata. Noi abbiamo vinto una guerra mondiale e non abbiamo avuto quello che a cui avevamo diritto (la sindrome del complotto prevede sempre un complesso di persecuzione). Di qui il colpo di scena finale: "con l'Etiopia abbiamo pazientato quarant'anni, ora basta!". In effetti era l'Etiopia che aveva pazientato con noi, poiché noi andavamo a casa sua mentre essa non stava venendo a casa nostra, ma il colpo di scena funziona, la folla esplode in boati di soddisfazione.
Naturalmente la teoria del complotto non è stata usata solo da Mussolini e da Hitler (né soltanto da Berlusconi). Altrettanto preoccupante è la ripresa dei Protocolli e del complotto giudaico per giustificare il terrorismo arabo. Dopo decenni e decenni che i Protocolli sono stati dimostrati un falso, basta visitare tanti siti Internet e controllare la diffusione anche ufficiale che hanno nel mondo arabo.
Ci sono casi in cui il casus belli viene creato ex novo. Mi rifaccio ai testi dei neo conservatori americani, i quali sostengono che gli Stati Uniti, essendo il paese democratico più potente del mondo, hanno non solo il diritto ma anche il dovere di intervenire per garantire la pax americana. Essi sostenevano da tempo che gli USA avessero dato prova di debolezza non portando a termine l'occupazione di tutto l'Iraq. Dopo la tragedia dell'undici settembre, ricordavano che l'unico modo per tenere a freno il fondamentalismo arabo (e per difendere gli interessi americani in Iraq) fosse dare una prova di forza dimostrando che la più grande potenza del mondo era in grado di distruggere i suoi nemici.
In una lettera inviata al presidente Clinton nel gennaio 1998 i massimi esponenti del Project for the New American Century, tra i quali Donald Rumsfeld, avvertivano: "La nostra capacità di assicurare che Saddam Hussein non stia producendo armi di distruzione di massa è notevolmente diminuita... Poiché gli ispettori non sono stati in grado di accedere a molti impianti iracheni per un lungo periodo di tempo, è ancora più improbabile che riusciranno a scoprire tutti i segreti di Saddam.... L'unica strategia accettabile è quella di eliminare la possibilità che l'Iraq diventi capace di usare o minacciare. Nel breve periodo questo richiede la disponibilità a intraprendere una campagna militare... ". Il senso del testo è inequivocabile: per proteggere i nostri interessi nel Golfo dobbiamo intervenire; per intervenire bisognerebbe poter provare che Saddam ha armi di distruzione di massa; questo non potrà mai essere provato con sicurezza; quindi interveniamo in ogni modo. La lettera non diceva che le prove dovevano essere inventate, e Clinton nel 1998 non ha cercato di inventarle, ma sei anni dopo, dopo aver ricevuto altre lettere dello stesso tenore, lo ha fatto Bush. Ecco un altro modo di legittimare un atto di forza.
Ma l'ultimo passaggio del discorso mussoliniano esibiva un altro argomento. Per confermare il diritto di conquista italiano ricordava che noi eravamo per eccellenza un popolo di poeti, artisti, eroi, santi e navigatori (come se Shakespeare, i costruttori delle cattedrali gotiche, Giovanna d'Arco e Magellano fossero nati tutti tra Bergamo e Trapani).
L'argomento si può così sintetizzare: "noi abbiamo il diritto di prevaricare perché siamo i migliori". Nella sua retorica da autodidatta Mussolini ignorava un modello, e comunque non avrebbe potuto farvi ricorso, perché rappresentava una lode dell'odiata democrazia. Il modello era il discorso di Pericle quando stava per iniziare la guerra del Peloponneso (riportato da Tucidide). Questo discorso è ed è stato inteso nei secoli come un elogio della democrazia, ed è una descrizione superba di come una nazione possa vivere garantendo la felicità dei propri concittadini, lo scambio delle idee, la libera deliberazione delle leggi, il rispetto delle arti e dell'educazione, la tensione verso l'uguaglianza. Ma questa idealizzazione della democrazia ateniese mirava (si legga il discorso) a legittimare l'egemonia ateniese sulla Grecia e sui paesi vicini.
Però lo stesso Tucidide ci offre un'altra e estrema figura della retorica della prevaricazione, la quale non consiste più nel trovare pretesti e casus belli, ma direttamente nell'affermare la necessità e l'inevitabilità della prevaricazione. Nel corso del loro conflitto con Sparta gli Ateniesi fanno una spedizione contro l'isola di Melo, colonia spartana che era rimasta neutrale. Gli Ateniesi mandano una delegazione ai Meli avvertendoli che non li distruggeranno se essi si sottometteranno. Dicono che non tenteranno di dimostrare che è giusto per loro esercitare la loro egemonia perché hanno sconfitto i Persiani (eppure negandolo lo sostengono), ma invitano i Meli a sottomettersi perché i principi di giustizia sono tenuti in considerazione solo quando un'eguale forza vincola le parti, altrimenti "i potenti fanno quanto è possibile e i deboli si adeguano". I Meli chiedono se non potrebbero restare fuori dal conflitto senza allearsi con nessuno, ma gli Ateniesi ribattono: "No, la vostra amicizia sarebbe prova di una nostra debolezza, mentre il vostro odio lo è della nostra forza". In altri termini: scusate tanto, ma ci conviene più sottomettervi che lasciarvi vivere, così saremo temuti da tutti.
I Meli dicono che confidano negli dèi, ma gli Ateniesi rispondono che tanto l'uomo che la divinità, dovunque hanno potere, lo esercitano, per un insopprimibile impulso della natura. I Meli resistono, per orgoglio e senso della giustizia, l'isola viene conquistata, gli Ateniesi uccidono tutti i maschi adulti e rendono schiavi i fanciulli e le donne.
E' lecito sospettare che Tucidide, pur rappresentando con onestà intellettuale il conflitto tra giustizia e forza, alla fine convenisse che il realismo politico stesse dalla parte degli Ateniesi. In ogni caso ha messo in scena l'unica vera retorica della prevaricazione, che non cerca giustificazioni fuori di sé. Gli Ateniesi semplicemente fanno un elogio della forza. Persuadono i Meli che la forza non ha bisogno di appoggiarsi alla persuasione.
La storia non sarà altro che una lunga, fedele e puntigliosa imitazione di questo modello, anche se non tutti i prevaricatori avranno il coraggio e la lucidità, come abbiamo visto, dei buoni Ateniesi.
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La fine dell'ideologia politicamente scorretta
Barbara Spinelli su La Stampa 16 maggio
La scorsa settimana è stata dura, per quel gruppo di neoconservatori che ha messo radici nella cultura americana e che a partire dall'11 settembre 2001 s'è identificato con le guerre di Bush per l'esportazione della democrazia. Il politicamente scorretto era stata la loro forza, per anni. Non c'era legge che essi non mettessero in forse, con spavaldo compiacimento. Non c'era capitolo storico, non c'era mito, non c'era regola, che essi non contestassero, come rimasugli di un'era tramontata.
In principio l'offensiva parve salutare, perché mise fine a tanti dispotismi del politicamente corretto: dispotismi che avevano sottoposto le società a un carico esagerato di diritti, come spiega Federico Rampini nel suo libro sul neoconservatorismo in America (Tutti gli Uomini del Presidente, Carocci). Dispotismi che avevano visto le sinistre lungamente egemoni, in Europa occidentale e America: è il motivo per cui tanti intellettuali furono affascinati dalla veemenza iconoclasta della controffensiva Usa, e dalla sua traduzione militare. Ma il politicamente scorretto ha finito col generare mostri, in questi giorni. Le fotografie sulle torture di prigionieri iracheni a Abu Ghraib sono l'amaro frutto d'una battaglia che voleva produrre anticonformismo trasgressivo e ha invece generato indecenza, incompetenza, e - per le democrazie - perdita d'influenza mondiale.
La cultura del politicamente scorretto aveva preso il potere, nell'America di Bush, e trionfalmente era partita in guerra con l'idea di esportare la democrazia nel mondo arabo-musulmano. Lo avrebbe fatto "togliendosi i guanti", disse un ex agente Cia dopo l'11 settembre. La guerra contro il terrorismo avrebbe sospeso tutte le regole escogitate dopo due conflitti mondiali: le convenzioni di Ginevra sui diritti dei prigionieri o le leggi incarnate dall'Onu. E questo senza porsi scadenze, visto che la guerra era infinita. I torturatori Usa non avevano forse ricevuto istruzioni del ministero della Difesa ma sapevano che quel che facevano non era inviso ai vertici: non avrebbero altrimenti scattato centinaia di foto.
Lo scontro fra europei e Casa Bianca avvenne su questi punti, quando Bush teorizzò le guerre preventive e respinse il Tribunale penale internazionale. L'Europa e le organizzazioni umanitarie furono viste come ostacoli all'offensiva contro il terrore. La riluttanza che esse esprimevano venne considerata alla stregua di una bellicosa operazione legalista e antiamericana: un lawfare, dissero i neoconservatori, contrapponendo le passioni legalitarie alla passione di chi s'occupa del warfare, delle azioni di guerra.
Questa cultura giace in frantumi, sotto i nostri occhi. Non solo a causa delle foto sulle torture, o perché a queste foto è stata data un'eccessiva, preponderante importanza. Ma perché il terrorismo ha risposto con un'intensificazione di violenza inaudita, e politicamente soppesata. La decapitazione dell'ebreo americano Nicholas Berg, diffusa su Internet, o i combattenti palestinesi che brandiscono lembi di corpi israeliani a Gaza: sono un avvertimento chiaro, lanciato dai terroristi.
Nel politicamente scorretto le democrazie saranno comunque perdenti: questo il messaggio che è dietro la testa mozzata di Nicholas Berg. La scorrettezza e l'indecenza sono qualcosa che si paga, in democrazia: prima o poi si ribellano la stampa, i parlamentari. Prima o poi si copre di ridicolo, chi come Bush elogia il "superbo lavoro" svolto dal proprio ministro della Difesa, o chi come Rumsfeld afferma che lui, da quando si parla di torture, "ha smesso di leggere i giornali". I terroristi e i totalitari questi problemi non li hanno. Non conoscono lo spazio democratico, dove cittadini e dirigenti rimuginano i propri errori. Non devono fronteggiare rivolte dell'opinione pubblica.
Rivaleggiare in orrore con l'avversario è enorme errore, e ogni guerra d'immagini in questo campo è veleno per la democrazia. La foto della testa mozzata non diminuisce lo scandalo delle torture, ma le fa impallidire e le rende più inani ancora, confermando la totale inefficacia d'un modo d'iniziare e condurre le guerre. Non solo un uomo torturato dirà verità opinabili negli interrogatori, ma la visione delle sevizie creerà più odio, più antiamericanismo, più desiderio di veder riprodotte sulle prime pagine dei nostri giornali le immagini di vendette sempre più feroci. I primi a pagare saranno Israele e gli ebrei nel mondo, che di Bush si fidavano e da Bush vengono trasformati in capri espiatori d'una colossale sconfitta democratica.
Le umiliazioni cui son stati sottoposti i prigionieri iracheni sono la materia di cui è fatta tale sconfitta. Esse spingono i terroristi a mostrare che nelle gare di crudeltà spudoratamente esibita saranno loro, i vincenti. Bush ha mentito sulle armi di distruzione di massa, su Saddam e Al Qaeda, e infine sulla promessa dei diritti dell'uomo. Facendo questo ha indebolito la base del potere americano, mettendo in mostra incompetenze abissali.
Questa guerra delle idee l'intero occidente rischia di perderla, se non ripensa la difesa della propria civiltà, la dipendenza dal petrolio arabo, l'opportunità di un'alternanza a Washington. I danni sono talmente grandi che non basta all'Europa la ricetta delle sinistre: il semplice ritiro delle truppe dall'Iraq. Bisogna forzare l'America a ripensare la lotta al terrore, e indurla a difendere nel mondo quell'imperio della legge e della decenza che i cultori del politicamente scorretto avevano creduto di poter gettare nella spazzatura.
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Il piombo e le rose
Adriano Sofri su l'Unità 17 maggio
Benché ormai addestrato dalla lettura dei libri puntuali di Valeria Gandus e di Pier Mario Fasanotti, resto inadeguato come pochi a pronunciarmi sui delitti. Anche in questo lungo tramonto della mia esistenza, mi interessano molto i miei coinquilini, ma non per i loro delitti. Nonostante i loro delitti. Dopotutto, la casistica è diventata striminzita. Piccolo spaccio, per lo più, e furti, scippi, effrazioni e maldestre rapine, tutto ispirato dalla dannata droga, e poi assassinii di donne: mogli, fidanzate, sconosciute, prostitute. Gli uomini che ammazzano donne - la modalità più diffusa e rivelatrice del mondo d'oggi - sono spesso quelli di cui la cronaca riferisce che hanno poi rivolto l'arma contro se stessi, ma non sono morti: dettaglio seccante. A volte mi dico che avrei dovuto far miglior conto della mia reclusione e della confidenza di cui tanti carcerati mi onorano, e avviarmi al romanzo. Dopotutto i grandi romanzi classici, Dickens e Balzac e Dostoevskij, nascevano dalla frequentazione dei processi e dalla lettura metodica della Gazzetta dei Tribunali. Ma io sono un tipo comune. Venero la lettura dei romanzi, detesto la Gazzetta dei Tribunali. La forzata e prolissa esperienza di aule di giustizia e relativi verbali non ha fatto che confermarmi nella ripugnanza.
Tuttavia ci fu una congiuntura in cui la cronaca di delitti si intrecciò con la mia vita pubblica e privata - allora era quasi la stessa cosa - e ne influenzò decisivamente il corso. Furono due delitti, separati da meno di un mese, ottobre-novembre 1975. L'orrore del Circeo, l'assassinio di Pasolini. Hanno fra loro una assurda e fatidica relazione. Fin dalla scena materiale. Avvengono a Roma: almeno, a Roma cominciano. Con delle persone che salgono in macchina con altre persone. Due ragazze della periferia che salgono sull'auto di giovani uomini dei Parioli. Un ragazzo di periferia che sale sull'auto di Pier Paolo Pasolini. Si compiranno a una distanza suburbana, l'Idroscalo di Ostia, una villa del Circeo: luoghi pasoliniani ambedue. Pasolini interpretò con la sua lingua l'orrore del Circeo, e quando fu trucidato, di lì a poco, il suo discorso sul Circeo parve un'annunciazione dell'agguato che il destino riservava a lui. Dirò quali e quanti conti in sospeso conservo con quella sequenza di sciagure. Non ci sono mai tornato abbastanza. Si tratta di me, e di quel movimento, Lotta continua, cui allora per intero appartenevo. Ma non parlerò della storia di un gruppo estremista, argomento ormai quasi privato: piuttosto, di un modo di pensare e di un linguaggio che erano assai più vasti, e che toccarono in quel frangente il proprio scacco.
Si è fin troppo speculato - senz'altro troppo - su Pasolini che avrebbe preparato, inseguito e messo in scena la propria annunciatissima morte. Al contrario: Pasolini fu assassinato, e perse la vita che era sua, e che avrebbe vissuto. Se il Pasolini reso regista della propria morte è una facile e ingiusta figura letteraria, il legame fra il delitto del Circeo e l'uccisione del poeta omosessuale sulla spianata di Ostia era di quelli che sgomentano. Sembrava uscirne un ritratto fulmineo dell'Italia in due fotogrammi ravvicinati, e rovesciati. Rovesciati: perché qui è Pasolini il signore, e Pino Pelosi, "la rana", ragazzo di diciassette anni, ladruncolo e marchettaro, il torturatore e l'assassino.
Del delitto del Circeo, avevamo tenuto a dire che non era stato solo fascista, ma più universalmente "borghese". Pasolini aveva detto che i criminali non erano solo fascisti, e che lo erano allo stesso modo e con la stessa coscienza i proletari o i sottoproletari, quelli che magari avevano votato comunista il 15 giugno. "Quanto a me, lo dico ormai da qualche anno che l'universo popolare romano è un universo odioso" scrisse nel suo ultimo articolo di fondo dopo il delitto del Circeo. "La mia esperienza privata quotidiana, esistenziale - che oppongo ancora una volta all'offensiva astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono queste cose - mi insegna che non c'è più alcuna differenza vera verso il reale e nel conseguente comportamento tra borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate". Erano le citazioni con le quali si apriva il primo articolo del nostro giornale dopo il delitto di Ostia. Conservano intera la loro forza sconvolgente. Soprattutto in quella orgogliosa sottolineatura: "che non vivono". Pasolini proclama di vivere ciò di cui gli altri tutt'al più parlano: getta sul terreno, coi propri pensieri, il proprio corpo - ed è infine il suo corpo martoriato che resta sul terreno. Sicché al dolore per la sua morte si confuse torvamente per noi il senso meschino di un'offesa, di dover reagire all'emozione "disfattista" che portava con sé. "Questa convinzione /l'assimilazione fra borghesi dei Parioli e sottoproletari delle borgate/ Pasolini rovescia, con le circostanze della sua morte, su tutti noi come una prova definitiva, come una sfida". Piangevamo Pasolini, ma non come avremmo voluto e dovuto, perché avevamo fretta di arginare l'invadente lezione della sua morte: "È contro questa visione della realtà che noi abbiamo molte volte polemizzato con Pasolini, senza alcun ottimismo pragmatico, senza alcun ottimismo riformista, ma guardando a ciò che avviene ogni giorno nel proletariato: al modo in cui i giovani e i vecchi delle borgate di Roma hanno accompagnato i funerali di Rosaria Lopez...". Protestavamo di nuovo, troppo ovviamente, contro il Pasolini che leggeva la mutazione del suo prossimo nelle fogge, nelle capigliature, nelle facce e nei pantaloni. "Pasolini aveva scritto una settimana fa su un quotidiano: Guardate le facce dei giovani teppisti arrestati a Milano: vedrete dai loro tratti somatici che sono privi di pietà. Noi non crediamo alla corrispondenza fra i tratti somatici e i sentimenti". Ma Pasolini era un esperto di facce, delle facce che la gente si merita. Continuavamo a replicare secondo un riflesso d'ordine e di ragionevolezza: senso di responsabilità, impegno comune a tenere in piedi la baracca politica che si andava sfasciando. Avevamo fatto amicizia, noi e Pasolini, quando gli riconoscevamo un'extra-territorialità politica e civile, e lui riconosceva, e forse invidiava, la nostra seria irriverenza rivoluzionaria. Aveva trovato "adorabili" anche noi - quel suo fido aggettivo che Sciascia dichiarava per sé infrequentabile. Su quell'aggettivo costruì anche il suo involontario testamento, l'intervento per il Congresso radicale che fu letto postumo: "a) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. b) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono, e addirittura ci rinunciano".
Ora, anche nella sua morte di randagio, ci aggrappavamo alla ripetizione dei nostri miti collettivi, alla proclamazione del riscatto del mondo: "La sua offerta volontà di guardare in faccia al mondo, di restare senza riserve dentro la vita propria e altrui, lo aveva condotto in realtà a essere solo, a fabbricare miti, a estraniarsi e anche a contrapporsi a quella trasformazione reale del mondo e della gente attraverso quella politica di cui stentava sempre più a vedere altro se non la deformazione borghese".
Rileggendo le nostre pagine di allora - lo sto facendo - risento una vergogna per una rigidità quasi da realismo socialista, e per una polemica che ci sembrava doverosa, e tuttavia sentivamo già dentro di noi come una viltà e un rinnegamento. Quanto a me, fu allora, in quel tono improvvisamente irrigidito a coprire la frana interiore, che maturò la consumazione della speranza rivoluzionaria. Occorse ancora molta fatica: non tanto per rompere la crosta delle opinioni che erano state poco fa fresche ed erano ormai diventate abitudini, e dei pregiudizi, quanto per dimettersi dalla solidarietà collettiva e dal senso di responsabilità comune. Occorse una rottura vertiginosa, grazie al femminismo, suscitata anch'essa tuttavia dall'epilogo della sequenza dei delitti del Circeo e di Ostia - di lì a poco. Poi trascinammo un'esistenza politica grama e spaventata, ancora per un anno, quasi, come certi amori che si trascinano in convivenze tristi e ansiose. Fino al novembre del 1976: allora convocammo un Congresso a Rimini, non sapevamo neanche noi perché, forse illudendoci di ridar fiato alla nostra corsa. Ma non illudendoci tanto: e infatti cogliemmo l'occasione di una discussione nella quale una comunità che si era voluta infrangibile andava in mille pezzi, e chiudemmo la baracca.
Ho detto che ci sarebbe stato bisogno di un epilogo collettivo, che raccogliesse l'emozione intima e il disorientamento di quei mesi di fine '75, e insieme mostrasse che i cocci non si sarebbero più messi assieme. Successe il 6 dicembre, due mesi dopo il Circeo, un mese dopo Ostia. La manifestazione ai Parioli, a piazza Euclide, c'era stata, l'11 ottobre, forte abbastanza, e aveva finito con l'essere soprattutto antifascista, nonostante le più vaste ambizioni. Il 6 dicembre, un sabato, era convocata una manifestazione nazionale sull'aborto da gruppi e comitati di donne, mentre era in discussione la legge nel governo e in Parlamento. Il corteo raccoglie venti o trentamila donne. Un gruppo di militanti romani di Lotta continua, in nome dell'unità del proletariato, insofferente di separatismi fra uomini e donne, rifiuta la decisione di escludere le bandiere e gli striscioni di gruppo e l'invito agli uomini ad accodarsi o restare ai bordi, e irrompe con la forza dentro il corteo. Un episodio increscioso di maschilismo che scatena l'orgoglio e l'intelligenza femminista anche in quelle organizzazioni che avevano finora subordinato la contraddizione di sesso a quella di classe. Fine del primato della politica, dell'antifascismo, della classe operaia che deve decidere tutto - e del resto. Fine, per molti di noi, di un'epoca. Bisognava ricominciare daccapo. Una fortuna insperata.
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Splendido e duro è il mondo di Omero
Roberto Calasso su la Repubblica 22 maggio
I primi poeti, quelli di cui mai sapremo - e che per noi si raccolgono in un nome: Omero -, furono coloro che inventarono gli epiteti. Nell´informe continuità del reale isolavano schegge dal profilo aguzzo, accostabili come tessere di un racconto. Dal brusio delle invocazioni rituali si distaccarono, come fotoni, sillabe vaganti e non più funzionali. Frequente epiteto di Zeus è aigiochos: colui che, scuotendo l´egida, eccita le acque del cielo. Questo sì è funzionale - e ricorda ogni volta un emblema del dio come re della pioggia. Così anche l´epiteto keraunios ricorderà la folgore, altro emblema di eminente funzionalità. Ma, quando a Hera si accompagna l´epiteto leukolenos, "dalle braccia bianche", già la parola devia dall´osservanza cerimoniale e fugge, imprendibile. Perché ci deve essere ricordato il biancore delle braccia di Hera? Che cosa hanno a che fare, quelle braccia bianche, con le sue trame e vendette? E perché di Atena, o di Artemis, non si dice mai che hanno le braccia bianche? E perché quando Ettore, inquieto, cerca Andromaca, sente il bisogno di informare le ancelle che vuole sapere dov´è Andromaca "dalle braccia bianche"? La prima rete di rapporti per affinità si forma, inavvertita, mediante gli epiteti. A ogni ripetizione di quelle sillabe, e tanto più se distratta e automatica, un carattere si staglia e riluce nel tutto. Ogni epiteto possiede la certezza del reale, costretta in un breve suono, una certezza che non teme di estenuarsi nella ripetizione e si associa a ogni gesto come il suo incancellabile paesaggio.
Nell´Iliade l´intera burocrazia micenea, tutto l´apparato amministrativo, sono cancellati. Rimangono il re, anax andron, "sovrano degli uomini", e gli dèi stessi. Incastonate nel verso, vengono nominate invece reliquie di un passato addirittura precedente a Micene: lo scudo a torre di Aiace, l´elmo di Odisseo. La memoria omerica è altamente selettiva: dei regni scomparsi ha conservato più che ha potuto i talismani della sovranità, eliminando invece le testimonianze della mediazione, come se disturbassero il cozzo di nude forze. Perciò lo scambio, quando appare nella pretesa di Agamennone, che vuole Briseide per Criseide, è carico di potere distruttivo: ancora non è addomesticato e riverberato nella vita sociale, così induce gli eroi dello stesso campo a scontrarsi fra loro.
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Se Zeus fosse stato soltanto giusto, non vi sarebbe mai stata commistione con il divino. Suo padre, Crono, non aveva potuto essere giusto perché ai suoi tempi quella parola neppure esisteva. Allora un dio poteva essere soltanto esatto. Quella era la sua virtù suprema. Perciò non si parla mai della giustizia di Crono. Si parla invece della giustizia di Zeus, che incessantemente la violava. Zeus si arrogò il privilegio dell´arbitrio. Ogni gesto di arbitrio era un´incursione sulla terra. Il suo modo prediletto per calare sulle pianure fu lo stupro. Con quegli arbitri sommati si costruiva, a poco a poco, la storia degli uomini. Così riuscivano finalmente a sfuggire all´esatta e anonima ripetizione della natura. E intanto si manifestava una stirpe altamente ambigua, quella degli eroi. Per ascendenza, gli eroi partecipano del divino, quindi sono portati ad appropriarsi di un qualche scampolo di quell´arbitrio. Ma non sanno mai con certezza se l´arbitrio che praticano appartiene al divino o all´altra parte della loro ascendenza, che è umana. Allora il segno del loro privilegio diventerebbe una semplice violazione dell´ordine - e si attirerebbe una pena. Questa è la perplessità invincibile degli eroi.
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Gli dèi non erano una fede, ma un´evidenza - un modo di percepire il fatto di essere vivi. Omero stabilì la più forte tensione tra il vivo e il morto: chi è vivo è già un eroe, un semidio; morto, una carcassa azzannata dai cani e un simulacro senza forza e senza mente. Né vi è prospettiva di una futura mediazione fra i due stati, non rilucono campi elisi né salvataggi in cielo. Persino Eracle, figlio di Zeus e carico di tutti i dodici meriti delle sue imprese, vaga nei boschetti dell´Ade. Persino i Dioscuri, anch´essi figli di Zeus e portatori del mistero dei gemelli, sono sepolti come tanti altri in Laconia. Quanto alla gloria, l´immortalità che trasmette è assimilabile all´inestinguibile chiacchiera. È il passare di bocca in bocca di una voce: kleos, la "gloria", in origine era l´anonima voce che portava notizie, e spesso menzogne. Gloria è un fulgore momentaneo, lo splendore che irraggia dall´aedo nella mente di chi lo ascolta. È quello il momento più bello della vita, come dice Odisseo, l´unico eroe che è anche un aedo, per la perizia con cui sa raccontare. E subito come tale lo ravvisa Alcinoo. Così, quando Odisseo divide la sua grossa porzione di carne con l´aedo Demodoco, compie un gesto gentile verso un collega.
L´accusa contro Omero, dalla parte di Platone: Omero non è utile, non ha neppure inventato una "vita omerica" come i Pitagorici hanno inventato una "vita pitagorica". Orfeo e Pitagora insegnano un modo di vivere che vale a salvarci dalla vita. In Omero di questo non c´è traccia. Dalla vita non ci si salva. La vita è insanabile - e va accolta quale è.
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Nella fisiologia dei moderni, pensieri e sentimenti si manifestano in un medium indefinito e onnipresente, impalpabile, dove segnalano improvvise accentuazioni. Avere un pensiero o un sentimento intensifica una corrente che c´è già, seppure inavvertita, in ogni momento. Il pensiero interrompe un costante chiacchiericcio mentale, il sentimento smuove una tranquilla atonia degli affetti. Questo sarebbe stato incomprensibile per i guerrieri che si battevano sotto Troia. Per loro ogni pensiero, ogni sentimento era un´irruzione. Ciascuno si attaccava a un organo come un parassita e ne succhiava la vita, finché durava.
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Il mondo qual è, durissimo, splendido, senza salvezza: l´Iliade.
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Si può anche pensare che Zeus abbia voluto generare Elena, stuprando Nemesi, perché quella figlia sprigionasse una carica inaudita di risentimento e rovina - e così agisse come efficace stratagemma per alleggerire la terra dal peso eccessivo ed empio degli eroi. Questa sarebbe un´interpretazione congeniale ai grami evemeristi moderni. Ma Elena sussiste al di là della guerra di Troia. E Zeus ama teneramente quelle creature a cui prepara la rovina. Non inseguì Nemesi, come vogliono i Kypria, per tutte le terre e per tutti i mari, soltanto al fine di avviare una catena fatale di offese. Come Pandora, Elena è il "bel male", ma il disegno amoroso all´origine dello stupro di Nemesi è un abbagliante azzardo metafisico, un´allegoria dell´avvicinamento erotico fra il Bello e il Necessario, non già un espediente per liquidare un sovrappiù di uomini che una qualsiasi sciagura naturale avrebbe potuto, molto più semplicemente, spazzare via.
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Il senso della lontananza, di un luogo remoto e divergente in tutto dalla terra, non apparteneva alla visione omerica, e neppure a quella dei tempi immediatamente successivi. L´Olimpo fulgeva come null´altro, ma le sue sale e le parole che vi risuonavano erano così prossime, così affini alla scena terrestre
E, se qualcosa di immane si sapeva abitare fra quelle ruote dei cieli, erano pur sempre figure - animali, cacciatori, corone, spighe - che da lì ci guardavano. "Laggiù", ekei, la parola corruttrice e nostalgica, fu pronunciata tardi, con Platone, e da lui a Plotino non avrebbe cessato di corrodere l´apparenza. Epekeina tou ontos, "al di là di ciò che è", vi è ancora qualcosa, separato da ogni essere e nutritore di ogni essere: un grande animale immobile, taciturno, solitario, che non pensa, perché ciò lo diminuirebbe, come ogni altro atto singolo, perché l´animale è già tutto l´atto.
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Per dieci anni, ben poche furono le donne che si vedevano sotto le mura di Troia. Un giorno i comici ateniesi si sarebbero beffati di quei guerrieri costretti per necessità a scoprire l´amore per i ragazzi. Ma su tutti aleggiava l´eidolon, il simulacro della donna nascosta: Elena. Achille "smaniava nel suo letto quando dai sogni gli appariva il volto immaginato di lei" (Licofrone). E su due prigioniere, Briseide e Criseide, si sarebbe accesa la disputa che fu il preludio della fine. Dopo la morte di Ettore, apparve a cavallo fra i Troiani una guerriera: Pentesilea. Giungeva da una zona che incuteva timore, la Tracia. Venne uccisa - e amata - dall´eroe supremo che combatteva sotto Troia: Achille.
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Una civiltà che si fondava su Omero e non già su un canone di testi sacri dovette apparire già per questo aberrante fra le sue sorelle mediterranee. Una civiltà può finire nella letteratura, molti sono abituati a pensare. Ma come può iniziare dalla letteratura?
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Ecco la centrale di Archimede
Rubbia: "Così catturerò l´energia del sole"
Antonio Cianciullo su la Repubblica 19 maggio
ROMA - "Il nuovo solare termodinamico ad alta temperatura, l´energia catturata dagli specchi parabolici e immagazzinata da un fluido salino, è la terza via delle rinnovabili. Una fonte pulita, perfettamente competitiva, abbondante e sicura. Basta un quadrato di tre chilometri di lato, la lunghezza di una pista di aeroporto, per ottenere la stessa energia di una centrale nucleare. E per giunta è tecnologia italiana: una ricchezza che possiamo utilizzare direttamente ed esportare". E´ un Carlo Rubbia in grande forma quello che si accinge a battezzare la fase uno del suo sogno. A meno di quattro anni dall´ideazione del progetto Archimede, il premio Nobel che guida l´Enea festeggerà oggi l´inaugurazione della nuova centrale elettrica di Priolo, in provincia di Siracusa, l´impianto Enel ristrutturato per far posto al sole. Si tratta della prima dimostrazione della realizzabilità del programma solare dell´Enea, un primo passo concreto che potrebbe aprire la strada a una filiera energetica made in Italy.
Eppure, dopo Archimede che l´aveva usata per altri scopi, questa forma di energia solare ha avuto poco successo. E l´esperienza della centrale siciliana a specchi di Adrano, che ha inghiottito molti fondi e prodotto poca energia, aveva indotto al pessimismo. Cosa è cambiato?
"Lasciando da parte Archimede, troviamo che il primo brevetto per gli specchi solari risale al 1860. Da allora è stato un succedersi di prove ed errori. Per esempio vent´anni fa, in California, avevano costruito centrali ibride che usavano il solare e il gas naturale, ma bastava una nuvoletta per bloccare il solare e far partire l´impianto a gas: il rendimento era scarso. E poi come fluido per accumulare il calore si usava un olio minerale poco sicuro e ad alto impatto ambientale. Oggi parliamo di una tecnologia completamente diversa".
Molto più affidabile?
"Non c´è paragone. Noi usiamo specchi di nuova progettazione che si muovono lungo l´arco della giornata seguendo il sole e quindi riescono a catturare più luce. Al posto del vecchio olio infiammabile abbiamo una miscela di sali fusi che non causa problemi e consente di accumulare l´energia in moda da renderla disponibile in ogni momento, anche quando non c´è il sole, in modo da ottenere la flessibilità richiesta dal mercato. E infine c´è il fattore temperatura che è fondamentale perché lo scopo finale è produrre vapore per far girare le turbine: la vecchia tecnologia solare non arrivava a superare i 350 gradi; ora raggiungiamo i 550 gradi, la stessa temperatura che si usa negli impianti a combustibili fossili".
Siamo comunque ancora alla fase di sperimentazione.
"Come esperimento pilota i 20 megawatt aggiunti dalle tecnologie solari alla centrale di Priolo non sono da buttar via: bastano a una città di 20 mila abitanti, consentono di risparmiare 12.500 tonnellate equivalenti di petrolio l´anno ed evitano l´emissione di 40 mila tonnellate l´anno di anidride carbonica. E il bello è che questo tipo di energia è conveniente: ai prezzi attuali l´impianto si ripaga in 6 anni e ne dura 30. Oltretutto, una volta avviata la produzione di massa, i prezzi di costruzione tenderanno al dimezzamento".
Quanto costa oggi un metro quadrato di specchi?
"Oggi, cioè in fase preindustriale, il costo complessivo dell´impianto oscilla tra i 100 e i 150 euro a metro quadrato. E da un metro quadrato si ricava ogni anno un´energia equivalente a quella di un barile di petrolio. Il che vuol dire che utilizzando un´area desertica o semidesertica di dieci chilometri quadrati si ottengono mille megawatt: la stessa energia che si ricava da un impianto nucleare o a combustibili fossili, ma con costi inferiori e con una lunga serie di problemi in meno".
Per esempio?
"Non si producono rifiuti né emissioni. L´energia è abbondante e rinnovabile. Non bisogna costruire sistemi di trasporto per i combustibili perché il sole arriva da solo. Gli investimenti e i costi sono più bassi rispetto alle centrali convenzionali. Il sistema è estremamente flessibile e si presta ad essere usato con impianti di piccola taglia in località isolate. I tempi di costruzione sono brevi, circa tre anni".
Ritiene che questa tecnologia cambi il ruolo delle rinnovabili?
"Secondo le previsioni dell´Iaea le rinnovabili di nuovo tipo, escludendo dunque l´idroelettrico e la biomassa tradizionale, non supereranno il 3,5 per cento del totale energetico nel 2030. Per andare oltre occorrono due condizioni. La prima è che i costi siano competitivi. La seconda è che il sistema sia flessibile: non a caso l´unica rinnovabile che ha mercato è l´idroelettrico perché le dighe consentono di usare l´acqua quando ce n´è bisogno. La tecnologia che si sperimenta a Priolo soddisfa entrambe queste condizioni".
Quanta energia si può produrre con questo tipo di centrali?
"In prospettiva, arrivando a un´applicazione industriale su larga scala, si può pensare che in regioni con una buona insolazione come il Sud dell´Italia si ricavi energia sufficiente a sostituire carbone, petrolio e metano".
Ma se la tecnologia è così semplice e i costi così bassi, perché il sistema non si è già imposto?
"Perché è un´idea nuova, e come tutte le idee nuove fatica ad essere assimilata. Noi stiamo aprendo un mercato dalle potenzialità enormi in un momento in cui c´è un disperato bisogno di un´energia non inquinante. Decidere tempi e modi spetta ai politici. Certo dal punto di vista scientifico una cosa va detta: o si lavora seriamente alla costruzione di un sistema energetico diverso da quello attuale, più pulito e in grado di ottenere più consenso, oppure si va avanti continuando a immettere gas serra nell´atmosfera e ci si assume il rischio dell´instabilità climatica legata a questo processo".
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La pubblicità indiretta a pieno ritmo
Rai, il dossier sugli spot occulti
Paolo Conti sul Corriere della Sera 20 maggio
ROMA - Le cifre parlano da sole e dimostrano come alla Rai la macchina della pubblicità "indiretta", ovvero clandestina, funzioni a pieno ritmo registrando addirittura una crescita del "fatturato" rispetto all'anno scorso. Segno che il meccanismo dell'infrazione capillare sta sempre più sostituendo la regola. Il valore complessivo di quei messaggi si aggira sugli 81 milioni di euro nella stagione televisiva 2003-2004. Ovvero più di 160 miliardi di vecchie lire. Soldi che non arriveranno mai perché le "inserzioni" sono state di fatto "consegnate" da qualcuno al committente senza passare per le casse di Viale Mazzini. E anche perché la raccolta Rai ha precisi tetti pubblicitari. Il dato - che viene ritenuto "indicativo" ma molto prossimo alla realtà - è da qualche settimana sul tavolo del direttore generale Flavio Cattaneo che ha fatto sapere a tutti gli uffici di Viale Mazzini di voler seguire con "estrema attenzione" il fenomeno. Si tratta di uno studio riservatissimo prodotto dall'Osservatorio sulla "pubblicità indiretta od occulta" e curato da un'agenzia specializzata esterna alla Rai: qualcosa di vagamente paragonabile all'Osservatorio di Pavia sulla presenza dei politici in tv.
IL METODO - Lo studio non è una novità: il primo risale al 1997. Ma la direzione generale, in questi giorni arroventati dal caso Cucuzza su Raiuno, sembra decisa a fare chiarezza (in mezzo, così si dice, a non poche resistenze interne) su un fenomeno miliardario. Magari emanando quanto prima precise direttive per evitare che il comparto cresca ancora, com'è già avvenuto quest'anno rispetto alla scorsa stagione televisiva. I risultati della ricerca circolano in Viale Mazzini in pochissime copie: non più di una decina per ogni rete, ovvero Raiuno, Raidue e Raitre. Come si legge nell'introduzione, lo Studio Frasi (specializzato nei problemi dell'audiovisivo, ha lavorato anche nel campo del cinema) ha analizzato per sei settimane-campione tutte le trasmissioni Rai "esclusa la pubblicità tabellare, i messaggi pubblicitari o promozionali" fatta eccezione per le tribune politiche ed elettorali e i film non prodotti o co-prodotti dalla Rai che, si presume, dovrebbero sfuggire al fenomeno. Le sei settimane scelte hanno permesso, grazie a una proiezione molto rigorosa, un calcolo di massima sul periodo della vera stagione televisiva, quella compresa tra settembre e metà giugno. Il risultato ottenuto è stato un danno di 81 milioni di euro così suddivisi: 61.682.000 per Raiuno, 8.714.000 per Raidue e 10.633.000 per Rai tre. Rispetto all'anno scorso i mancati ricavi sono aumentati (erano 73.903.000 nella precedente stagione). Un fenomeno che pesa interamente su Raiuno, visto che il dato precedente della rete ammiraglia era di 43.768.000 euro. Al contrario, sia Raidue sia Raitre hanno visto calare le cifre (nella stagione scorsa erano, rispettivamente, 15.600.000 e 14.534.000 euro).
I TIPI - La parte più interessante della ricerca riguarda la "pubblicità indiretta". Esiste una vera e propria graduatoria di consapevolezza. Infatti si parte dalla pubblicità "neutra", in cui i marchi vengono volutamente coperti (per esempio le bottiglie d'acqua in un programma di intrattenimento). Gli episodi non rientrano nel calcolo ma sono riportati nell'analisi "solo per segnalare come e quando gli episodi di pubblicità indiretta possono essere evitati". Un monito: se loro ci riescono, perché gli altri no?
Si prosegue con la pubblicità "enunciata", "un invito rivolto al pubblico a consumare quella determinata merce". Esempio tipico: il conduttore di un programma di intrattenimento che invita a vedere un film "bellissimo". Terzo grado: pubblicità "istituzionale", ovvero presenza di marchi molto noti e visibili ovunque (grandi aziende, auto, sigarette). Qui l'analisi si sofferma "non tanto sulla loro presenza quanto sul fatto che, con competenza specifica di chi opera le riprese, questi marchi vengono "cercati"". Un modo burocratico per immaginare l'evidente "consapevolezza" di un operatore o di un regista. Quarto gradino: pubblicità "presenziante", ovvero "marchi ridondanti all'interno del singolo programma, presenti occasionalmente ma ripresi più volte". Un esempio tipico citato nel testo: da anni a Sanremo, durante le riprese esterne al teatro Ariston, è presente un marchio specializzato in prodotti per le madri in attesa e la prima infanzia. Ancora: pubblicità "pretestuosa". Esempio: intervistare qualcuno in una palestra con indosso la maglietta di una marca sportiva, un servizio sulle mele che, guarda caso, portano tutte lo stesso bollino. Ultimo grado, il peggiore: pubblicità "impudente". Il documento Rai definisce il caso come "la forma più pura di pubblicità indiretta od occulta". Leggiamo ancora qualche esempio: "Per la fiction si tratta di quei casi in cui un prodotto viene collocato nella sequenza, quando non diventa addirittura il protagonista dell'opera. Nello sport è la telecamera collocata dietro il palo del traguardo: non si vede l'atleta che arriva, ma il marchio sul palo". C'è anche il caso del "movimento intenzionale della camera verso marchi fuori contesto".
LA GRADUATORIA - Raitre detiene il primato di episodi di pubblicità "impudente" nel periodo analizzato (92 casi contro i 54 di Raidue e gli 89 di Raiuno). Raiuno invece "vince" sulla "pretestuosa" (123 contro i 65 di Raitre e i 50 di Raidue) e sulla "presenziante" (105 contro i 39 di Raitre e i 15 di Raidue) mentre Raitre guida la graduatoria della pubblicità "istituzionale" (52 contro i 51 di Raiuno e i 13 di Raidue). Raiuno conquista la vetta della pubblicità "enunciata" (175 contro 154 di Raitre e 132 di Raidue). Ma quali sono i prodotti che traggono beneficio da tutta questa storia? Ce n'è per tutti i gusti e le necessità. Molti marchi di sigarette (avvenimenti sportivi di varia natura), banche, ditte automobilistiche europee e asiatiche, pneumatici, quotidiani nazionali e locali, una gran quantità di aziende alimentari specializzate nei vari settori, società di assicurazioni, bibite, giganti della telefonia, grandi nomi dell'abbigliamento sportivo, alta moda, film italiani e stranieri. Difficile realizzare una vera e propria graduatoria tra le trasmissioni proprio perché, avvisa il documento, gli appuntamenti hanno caratteristiche diverse. C'è chi va in onda tutti i giorni in diverse edizioni (i telegiornali) o tutti i giorni, oppure una volta alla settimana o invece si tratta di "eventi". E la stessa durata può variare da molte ore a meno di un'ora. Preceduta da questa avvertenza, la lista è pilotata da "Unomattina" (con 123 "frequenze", ovvero di casi di pubblicità indiretta, registrate nelle settimane-campione). Seguono "Miss Italia" (71) e Tg1 (69), Tg3 (67) e Tg2 (48). Raisport, un dato interessante dopo la deposizione di Paolo Francia ieri in commissione di Vigilanza Rai, è all'ottavo posto con 43 "frequenze". A titolo di cronaca, "La vita in diretta" di Michele Cucuzza è a quota 24 "frequenze" (tredicesimo posto) come il Giro d'Italia. All'ultimo posto con due sole segnalazioni, quindi assolte di fatto dall'indagine interna, trasmissioni come "Porta a porta", "La Domenica sportiva", "Tg2 Neon Libri", "Tgr economia e lavoro".
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Noi, in overdose audiovisiva
Michele Serra su la Repubblica 17 maggio
Pare proprio che il famoso digitale terrestre, tenuto in gran conto dalla legge Gasparri come nuova frontiera del mercato dei media, sia un clamoroso flop. I decoder fin qui venduti, nonostante l' obolo statale, sarebbero duecentomila, tanti quanti bastano a fondare un clubbino di tecno-maniaci, non certo a cambiare quote di mercato e abitudini dell' utenza. Al di là delle prevedibili polemiche politiche di casa nostra, c' è una fondata possibilità che la capienza audiovisiva degli esseri umani occidentali sia satura. Ipotesi mai tenuta in gran conto dagli strateghi di mercato, dai politici (soprattutto questi qui, aziendalisti fino al midollo) e dai pubblicitari, che agiscono come se l' utenza sia un territorio deformabile a oltranza, un ventre rimpinzabile all' infinito. Non so quanto conti il mio caso personale, ma sono il tipico ricettore esausto. Tra canali in nero e in chiaro, satellite, dvd a noleggio, vecchie cassette e vecchio videoregistratore, radio e autoradio, mi manca solo il telescopio per seguire le partite del campionato di Orione. Ogni tanto mi telefona, ugualmente esausto, un giovane e depresso piazzista di nuovi apparecchi e di nuovi abbonamenti, buon ultimo un tipo che mi proponeva un decoder che pescava nelle fibre ottiche non so quale nuovo pesce. Prima ancora di ammettere che non ero assolutamente in grado di capire che cosa diavolo fosse l' aggeggio, e a che cosa servisse, il mio "no" scaturiva da un istintivo e anche nervoso rifiuto di mettermi in casa, e in testa, nuovi segnali e nuovi messaggi. Sono già in overdose, e credo che molti di noi lo siano. Soprattutto, anche se fossi mosso da una divorante curiosità per le innovazioni tecnologiche (e non lo sono), mi è di ostacolo la drammatica rigidità di una delle componenti fondamentali della vita umana: il tempo. Il mercato mi si rivolge come se le mie giornate fossero, potenzialmente, di trentaquattro ore, dieci delle quali spendibili a consultare libretti di istruzione, stipulare contratti, spostare prese, e infine consumare ciò che di inedito incombe sul mio palinsesto quotidiano. Non è così, purtroppo. Ma anche se qualcuno mi vendesse un decoder che riesca a regalarmi dieci ore di tempo aggiuntivo, non è davanti a un video, proprio no, che vorrei passarlo. A questa strutturale limitatezza della vita umana (un dettaglio al quale, prima o poi, i venditori di ogni genere e grado dovranno pur prestare attenzione) vanno sommati almeno due accadimenti culturali e sociali, entrambi ostanti la diffusione massiva di nuove incombenze audiovideo. Il primo è che negli ultimi anni, diciamo da internet in poi, milioni di individui hanno dovuto impegnarsi in una rincorsa tecnologica sempre più affannata, imparando nuovi linguaggi e sacramentando su nuove manutenzioni. Siamo stanchi. Ogni connessione in più è una complicazione in più, è l' ennesimo post-esame da superare avendone appena superati parecchi, e non facili. Il secondo è che, in virtù del sistema di appalti e subappalti che furoreggia anche nelle aziende di servizi, capita sempre più spesso di trovarsi a dover risolvere problemi di impianto sempre più complicati rivolgendosi a manutentori sempre più dequalificati. E non per colpa loro. Per installare le fibre ottiche in casa mia si sono presentati due improbabili ragazzi, precari in ogni senso, che non avevano neppure gli attrezzi adatti a smanettare tra prese e cavi. Vedendoli salire una scala per arrampicarsi lungo la facciata, e avendogli chiesto quali tutele e garanzie avessero, mi sono sentito rispondere che è già tanto avere un lavoro, di questi tempi. Naturalmente con contratto a termine, e naturalmente imparaticcio, saltando come si salta, oggi, da un mestiere a quell' altro con la disinvoltura (o la disperazione) dell' eterno apprendista. Aziende dal nome ipermoderno e dalla pubblicità rutilante sono, per tanti versi, vetrine vuote, venditori di sbalorditive novità intergalattiche gestite poi con la lesina di vecchie botteghe tignose. Non è certo un discorso che può essere affrontato qui e ora: ma avete notato che il neocapitalismo, sulla carta prodigioso moltiplicatore di occasioni e di "professionalità", nella prassi è un inimitabile creatore di nuovi dilettantismi, di precariati esistenziali, e soprattutto (egoisticamente parlando) di servizi in genere inferiori a quelli forniti dal buon vecchio paleocapitalismo mezzo statalizzato? Basta, questo piccolo excursus nella nevrosi del tecnocliente, a spiegare perché non ho pensato neanche per un secondo di prendere il digitale terrestre?
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Com'era bella la guerra vecchia
Stefano Benni su Il Manifesto 15 maggio
Povero George, povero Silvio, che delusione. La caduta estetica è per loro, il vero orrore di questa guerra. Avevano cominciato così bene. Con Baghdad notturna illuminata dalle esplosioni, spot festoso e pirotecnico della superiorità militare americana. E che dire della perfezione da videogame delle riprese aeree, coi bersagli colpiti che si dissolvevano in una nuvoletta di fumo? E come dimenticare la romantica immagine dei caccia che lasciavano le portaerei con un tuffo eroico, verso i cieli della gloria? E le cifre, necessario condimento di ogni grande epica prestazione sportiva: le tonnellate di bombe sganciate, i record di missioni, la percentuale di bersagli colpiti. C'era anche il momento comico. Il video di Bin Laden, il cattivo col barbone, l'orologio made in Usa, e il mitra sul fondale di cartapesta. O Saddam in divisa da ussaro che minacciava gli ex-amici americani. E dall'altra parte il piccolo cow-boy ubriacone che dietro a una selva di microfoni rispondeva per le rime, nell'esilarante duetto "ce l'ho più lungo di te". E non mancava il momento didattico: era bello vedere gli strateghi italiani, alcuni in borghese altri in divisa, mentre giocavano coi soldatini sul plastico, e disegnavano mappe e fronti con fanciullesco entusiasmo, spiegando ai telespettatori i segreti della strategia. E ogni giorno tornavano sul video, come una sigla rassicurante, trailer di film futuri, le spettacolari immagini delle Torri gemelle, con l'aereo che si infilava come una spada, il fragoroso sbriciolarsi in polvere, viste da ogni angolazione e inquadratura, a dimostrare come tutto ciò che è ripreso e diffuso, non è accaduto invano, e che ogni vittima ha un posto nel meraviglioso cast della guerra moderna.
In questo abbacinante show tecnobellico poche volte apparivano corpi, cadaveri, bare imbandierate e celle di prigioni. Queste cose si vedono per lo più nei film di serial-killer o in qualche vecchio documentario. La guerra del duemila deve essere ogni giorno ben girata, con le luci giuste e soprattutto montata con cura. Avremmo potuto continuare ad assistere, turbati ma avidi, a questa guerra virtuale e intelligente, dove i morti sono stupide comparse. Maestranze incaute che muoiono in infortuni sul set, civili distratti che si trovano nel posto sbagliato, esibizionisti che sporcano col loro sangue le sale dei briefing. Ed erano già pronti i titoli del secondo tempo: liberazione, ricostruzione, democrazia, appalti, e rielezione. Ma qualcuno ha cambiato il regista del film. E ora, cos'è questo disdicevole realismo? Come mai questa caduta di stile? Chi ha sparato ai nostri ragazzi che erano già pronti per una nuova diretta? Chi ha scritturato quei giovani arabi che festeggiano i corpi carbonizzati, chi li manderà a morire per avere più potere? Quale sceneggiatore di B-movie ha scritto il manuale di interrogatorio della Cia? Come mai giorno dopo giorno tornano sullo schermo le grida d'odio, i cappucci, le torture, gli sgozzamenti, i morti accatastati, le bare, i cadaveri fatti a pezzi? Ma non capisce il regista di questa nuova sporca guerra che tutto ciò rischia di farla sembrare troppo vera, troppo vecchia, insidiosa per la propaganda e lo show-business? Perché hanno il cattivo gusto di rovinare il sacrificio di quei grattacieli, i colori di quel bel cielo esotico, e il cartone animato coi bunker che facevano la nuvoletta?
Non è colpa loro. E' la protagonista, la guerra, che è una pessima attrice, e non obbedisce al copione. Qualcuno si era illuso di avere cambiato le regole e gli orrori di duemila e più anni di ferocia, inventando la new war del futuro. Ma siamo ancora ai corpi impalati sulle mura, a spaventare il nemico. Con armi nuove e sofisticate, ma con soldati che hanno i soliti vecchi difetti di fabbricazione: muoiono, hanno famiglie a casa, impazziscono, hanno paura. Gli eserciti di cyborg non sono ancora pronti, o forse non sono ancora un affare. La macchina militar-economica della televisione ingoia tutto questo con sdegno pilotato e finto orrore. Gli spettatori, per fortuna, no. Qualcuno aveva già capito, qualcuno se ne rende conto ora.
Diceva un antico greco: le guerre sono diverse tra loro ma soprattutto diverse da come le vorrebbero i generali. E questa guerra respinge ogni giorno la menzogna di chi la vuole definire utile, necessaria, pulita. E più è orrenda e inutile, più appare disprezzabile chi vuole continuarla, chi non cerca spiragli, chi simula una ragionevolezza e un onore già perduto. Ridateci la nostra bella guerra senza morti, piangono George e Silvio, le fabbriche di armi e i signori degli appalti.
Ma il proiettore è rotto. E' un brutto film e chi l'ha voluto, prima o poi ci creperà dentro, proprio come quelli che ha mandato a morire, contro la volontà chiaramente espressa del loro paese.
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Le dieci posizioni del centrosinistra sul conflitto in Iraq
Gene Gnocchi sul Corriere della Sera 20 maggio
10 La Margherita. Sì a una nuova risoluzione dell'Onu, ma no al ritiro " senza se e senza ma " . Apertura a un ritiro con un " percome " e qualche " nel frattempo " . Ma comunque tutto entro il 30 giugno.
9 Rifondazione Comunista. Sì al ritiro immediato però lasciando in loco la governatrice Barbara Contini a spiegare agli iracheni ad uno ad uno perché ci siamo ritirati. E comunque il tutto entro il compleanno di Bertinotti e cantando Bella ciao .
8 Comunisti Italiani. Stessa posizione di Rifondazione Comunista ma con tre distinguo: no al ritiro immediato, no a lasciare la Contini in loco, sostituzione di Bella ciao con Contessa , ma solo nella versione dei Modena City Ramblers.
7 Lista Occhetto- Di Pietro. Posizione di Occhetto: sì al ritiro del contingente italiano sostituito dal solo Massimo D'Alema in tenuta da parà. Posizione di Di Pietro: sospensione della guerra in Iraq e suo trasferimento al tribunale di Brescia, previa audizione di Sergio Cusani, Primo Greganti e Sandy Marton. E comunque il tutto entro l'inizio della nuova serie tv di Forum.
6 Partito Popolare. Sì al ritiro immediato purché la mozione sia preceduta da un preambolo, da un prologo, da un'introduzione programmatica e dalla prefazione di Ernesto Galli della Loggia. E comunque il tutto entro l'anniversario della frase di Caltagirone a Evangelisti " A Fra', che te serve " .
5 Udeur. Ore 9: no al ritiro immediato. Ore 10: sì al ritiro immediato. Ore 11: no al ritiro immediato. Ore 12 pranzo al sacco.
4 Verdi. Posizione di Pecoraro: sì al ritiro immediato ma cercando di rimettere insieme col Bostik tutte le fioriere distrutte dagli americani. E comunque entro il solstizio d'estate. Posizione di Scanio: no al ritiro immediato ma sostituzione della portaerei Usa " Mike Tyson " con trenta golette verdi. E comunque entro il controesodo di Ferragosto.
3 Ds. Posizione dei dalemiani: sì alla mozione Occhetto, no alla mozione di Pecoraro Scanio, forse alla mozione di Alleanza Nazionale. Posizione del correntone: no al ritiro immediato, pieno sostegno a Condoleeza Rice, e pappa e ciccia con i cristiano maroniti di etnia Pashtun. Posizione dei riformisti: Craxi l'aveva detto.
2 Codacons. No al ritiro immediato, ma apertura inchiesta approfondita sui materiali usati dagi alleati nelle torture: pare non avessero il bollino Ce.
1 Sdi. Lo Sdi non ha ancora manifestato la propria posizione che scaturirà dalla convention dello Sdi in corso nella cabina telefonica di Rozzano sul Naviglio.
23 maggio 2004