
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 25 aprile 2004
Nota introduttiva
Ho inserito un articolo di Chiara Beria di Argentine su La Stampa riguardante l'impresa più recente di Tullio Pericoli: i dipinti per la casa di campagna di Torrecchia di Carlo Caracciolo, ed un articolo di Livia Manera sul Corriere della Sera, che tratta della cultura in Google. E tutte le immagini sono tratte da opere di Tullio Pericoli, e sono state catturate in rete mediante Google
p.c.
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L'Europa zapatera e la trappola irachena
Eugenio Scalfari su la Repubblica 25 aprile
"L´un dopo l´altro i messi di sventura / piovon come dal ciel" scriveva il poeta del Ça Ira e così avviene da un anno per i fronti iracheno e mediorientale. Nel mese di aprile i messi di sventura si sono moltiplicati. In Iraq lo stillicidio degli ammazzamenti è diventato guerriglia con aspetti di vera e propria insorgenza popolare; la radicalità sunnita si è congiunta con la radicalità sciita, le bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce sono state centinaia, migliaia le vittime cadute sotto i cannoni e le bombe americane; è cominciata la presa di ostaggi occidentali e tra questi quattro italiani, uno dei quali barbaramente assassinato, gli altri ancora nelle mani dei sequestratori dei quali non si conosce l´identità ma si crede di sapere che chiedano per rilasciarli uno scambio di prigionieri e un riconoscimento politico; lo sceicco Sadr dalla città santa di Najaf minaccia di scatenare centinaia di kamikaze se le truppe d´occupazione lo attaccheranno; l´ayatollah Sistani, massima autorità religiosa degli sciiti iracheni, minaccia a sua volta l´insorgenza generale se le città sante saranno prese d´assalto dagli angloamericani. Nel frattempo la Spagna, l´Honduras e Santo Domingo hanno deciso il ritiro delle loro truppe dal teatro iracheno dove sarebbero state disposte a rimanere solo sotto bandiera e comando dell´Onu.
Essendo ormai manifestamente impossibile il verificarsi di questa condizione, hanno deciso di andarsene.
Dal fronte palestinese le notizie sono altrettanto cupe. Dopo lo sceicco Yassin, guida religiosa e politica di Hamas, i soldati di Israele hanno ucciso con missili mirati anche il suo successore Abdul Rantisi; Sharon minaccia Arafat della stessa fine o dell´espatrio forzoso; la road map è ormai non più che un ricordo; i morti da una parte e dall´altra continuano ad ammucchiarsi; ogni speranza di pace sembra caduta.
In questa paurosa situazione il terrorismo di marca Al Qaeda prospera come il pesce nell´acqua. Dopo aver insanguinato Madrid l´11 marzo, si concentra ora sull´Arabia Saudita. Le linee di frattura non passano soltanto tra crociati musulmani e crociati cristiani ma anche, secondo la strategia di Osama bin Laden, tra sunniti, sciiti moderati e wahabiti. Dopo la sconsiderata guerra irachena che ha scoperchiato il vaso di Pandora, l´epicentro terroristico opera indisturbato dalle sue basi pachistane, irachene, marocchine, saudite e con le sue propaggini logistiche in Europa e in Usa.
Questo è lo stato dei fatti. Irrisolvibile in Palestina. Con due ipotesi di soluzione in Iraq: un coinvolgimento di pura facciata dell´Onu lasciando di fatto tutti i poteri alle truppe d´occupazione, oppure il trasferimento dei poteri effettivi all´Onu, in conformità a quanto chiesto da Francia, Germania e Russia e dal nuovo premier spagnolo Fernando Zapatero. Ma l´Onu che cos´è? Che cosa può e sa fare? È in grado di farlo oppure è soltanto un alibi per mascherare il disimpegno europeo dalla crisi irachena?
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Europa zapatera è una definizione lessicalmente cantabile che suona bene all´orecchio con una sonorità quasi zingaresca. Ci vedi un´Europa gaucha o gitana, col sombrero di traverso e magari un coltello nello stivale e il gambo d´una rosa tra i denti.
Invece no. Nei titoli di alcuni giornali e nel lessico di alcuni politici nostrani quella definizione è usata per descrivere un´Europa traditora, vile, fuggitiva; un cuneo che rischia di disgregare l´unità politica del continente riducendolo ad un corpaccione ripiegato su se stesso, senza una missione da compiere, vassallo dei propri egoismi nazionali. L´alternativa a tale sfacelo è di stringersi attorno all´America coadiuvandone gli emeriti sforzi di assicurare la stabilità e la democrazia alla società irachena finalmente liberata dalla cupa tirannide di Saddam.
In questa così delineata alternativa è da qualche giorno entrato anche un auspicato ruolo "centrale" dell´Onu, caldeggiato ora perfino dalla Casa Bianca e naturalmente dal ministro degli Esteri italiano, ben lieto di poter annunciare la buona novella che sarebbe maturata anche per le pressioni del nostro governo su Bush. Risum teneatis.
Zapatero avrebbe dunque sbagliato tutto? C´era ancora tempo e spazio per ottenere dagli Usa un´inversione di rotta dopo un anno di dissennatezze costate migliaia di vittime innocenti e il dilagare di un sentimento antiamericano tra l´Eufrate, il Caspio, il Golfo arabico e il Mediterraneo? La risposta a queste sciocchezze è venuta da una dichiarazione fatta il 23 aprile dal sottosegretario di Stato, Marc Grossman di fronte al Congresso degli Stati Uniti. "Fino al 31 gennaio 2005 - ha detto Grossman - in Iraq rimarranno in vigore le norme stabilite da Paul Bremer, il governo provvisorio iracheno che sarà insediato il 30 giugno prossimo non potrà emettere leggi né decreti senza l´accordo del comando americano né avere il controllo della sicurezza. Non pensiamo che il periodo dal primo luglio fino al gennaio 2005 sia il migliore per cambiare radicalmente le cose".
Naturalmente, ha aggiunto Grossman rispondendo alle preoccupate osservazioni dei rappresentanti democratici "l´Onu avrà un ruolo importante sebbene limitato, il passaggio dei poteri agli iracheni sarà tangibile". E questo al momento è tutto.
Ho definito la scorsa settimana questo ruolo previsto dagli Usa per le Nazioni Unite una soluzione "vivandiera" nel senso che, come le vivandiere negli eserciti ottocenteschi, le Nazioni Unite avrebbero compiti ausiliari di consulenza e di copertura legittimante, cioè sarebbero portatrici d´acqua al servizio dei veri detentori del potere.
È facile prevedere che in queste condizioni il Consiglio di sicurezza non darà il disco verde ad una nuova risoluzione né ci potrà essere la disponibilità della Nato all´invio di contingenti militari. Zapatero ovviamente era già al corrente della linea americana visto che la Spagna fa parte in questi mesi del Consiglio di sicurezza dell´Onu. Perciò se n´è andato prima del 30 giugno avendo la certezza che quel giorno non cambierà nulla se non l´eventuale inasprimento della guerriglia irachena, già fin troppo accesa in tutto il paese.
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Si domanda da chi si oppone al ritiro delle truppe: possiamo noi abbandonare l´Iraq alla guerra civile? Risposta: la guerra infuria già in tutto l´Iraq; è guerra contro gli americani, contro i loro alleati e contro gli iracheni "collaborazionisti". Nella sola giornata di ieri sono morti un´altra decina di soldati Usa e un numero imprecisato di iracheni. A Falluja negli ultimi venti giorni i morti sono centinaia tra i quali la percentuale di donne e bambini è di circa il 20 per cento; a Bassora in un solo giorno le vittime innocenti sono state almeno cinquanta. Può andare peggio di così? Sì. Se il piano Usa è quello di attaccare Najaf e Kerbala per uccidere o catturare Sadr può andare molto peggio di così. Dunque lo spauracchio d´una guerra civile tra sunniti e sciiti nel caso di un ritiro delle truppe d´occupazione non è una motivazione valida.
In realtà il ritiro delle truppe americane, se non dall´Iraq almeno nelle basi trincerate già predisposte, non aggraverebbe una situazione già gravissima; semmai la migliorerebbe. L´arrivo dell´Onu senza gli americani raffredderebbe il clima e fornirebbe al governo provvisorio una sponda preziosa di consulenza e di legalità internazionale.
Si dice ancora: ritirarsi sarebbe una vittoria del terrorismo. Sbagliato.
Il terrorismo, quello di Al Qaeda, centra poco o niente con l´attuale guerriglia irachena. E quest´ultima c´entra nulla affatto con i morti di Madrid e con quelli di Riad. Certo se la guerriglia antiamericana si cronicizzasse il terrorismo di Al Qaeda avrebbe ampio spazio per tessere un´alleanza con il radicalismo iracheno ed ecco un´altra valida ragione per disinnescare questo latente ma gravissimo pericolo.
Il solo vero motivo che spinge l´amministrazione Usa e il governo britannico a rimanere immobili sulla loro linea è di tutt´altra natura. E´ in gioco la rielezione di Bush e quella di Blair, questa è la sola ragione che impedisce ai pragmatisti per eccellenza di mettere in opera la loro flessibilità e di scoprirsi invece dogmatici. Dobbiamo seguirli fino in fondo? Dobbiamo accompagnarli tra le fiamme dell´inferno iracheno senza porre una sola condizione, una data di scadenza, un piano alternativo? L´Europa zapatera è in realtà la sola alternativa possibile: disinnescare la miccia irachena ed intraprendere con serietà e intelligenza la guerra contro il vero terrorismo e nel contempo imporre a israeliani e palestinesi un percorso di pace che da soli non sono mai stati in grado di costruire.
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Il centrosinistra italiano non è al governo; il suo voto contro la permanenza della nostra missione militare a Nassiriya non avrà dunque effetti concreti se Berlusconi continuerà a preferire la condizione di vassallo di Bush a quella di membro dell´Unione europea.
Tuttavia un voto compatto del centrosinistra sulla questione irachena avrà un valore politico tutt´altro che trascurabile, soprattutto se servirà a potenziare la presenza di veri operatori di pace in quel tormentato paese. È curioso che i religiosi sunniti che cercano un contatto con i sequestratori dei nostri ostaggi usino tra gli altri argomenti di persuasione quello di sottolineare l´esistenza in Italia d´un forte movimento popolare contrario alla presenza di truppe d´occupazione. Il pacifismo italiano così vilipeso in patria è diventato uno dei pochi strumenti per riportare a casa quei tre ragazzi minacciati di morte. Non c´è da riflettere su questa evidente contraddizione?
Ancora una volta essa dipende da un errore lessicale che maschera un interesse politico. L´errore lessicale è quello di confondere e chiamare con lo stesso nome il terrorismo di Bin Laden e la guerriglia irachena.
L´interesse politico è quello di far vincere a Berlusconi le elezioni europee o almeno salvarlo da una cocente disfatta.
Viene in mente l´entrata in guerra di Mussolini contro una Francia già sconfitta, il 10 giugno del 1940, per potersi sedere al tavolo della pace con poco rischio e poche perdite umane. Finì come sappiamo. I paragoni non sono mai possibili, ma le analogie possono essere talvolta istruttive e questa lo è. Berlusconi, l´ho già scritto ma lo ripeto, avrebbe oggi una grande chance: quella di utilizzare lo sganciamento dall´avventura irachena come leva per ottenere da Bush un radicale mutamento di strategia. Non la soluzione dell´Onu "vivandiera" e portatrice d´acqua, ma il passaggio integrale dei poteri all´Onu e al governo provvisorio purché riformato da cima a fondo e l´acquartieramento delle truppe d´occupazione.
Se fosse politicamente intelligente e capace di valutare gli interessi dell´Italia, dell´Europa, dell´Occidente e dello stesso popolo iracheno lo farebbe e forse passerebbe alla storia. Ma purtroppo non lo farà. La sua natura glielo impedisce. La sua corta vista politica lo impedisce. Il dogma dell´alleanza con la destra americana lo impedisce.
Tanto più il centrosinistra dev´essere chiaro e netto. Il tempo è scaduto, ogni giorno che passa è perduto. Perciò muovetevi prima che sia tardi.
Per l'Onu tempi ristretti
Gian Enrico Rusconi su La Stampa 20 aprile 2004
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Le dichiarazioni della Lista Prodi sulle condizioni del mantenimento del contingente italiano in Iraq dovevano essere più incisive. Più che la scadenza del 30 giugno, contano la precisione e la consistenza dei criteri con cui in quella data dovremo giudicare se l'Onu sarà in grado di affrontare efficacemente la crisi irachena.
Tre dovrebbero essere le condizioni di base: 1) La nomina formale di un Alto Commissario dell'Onu per la fase di transizione istituzionale dell'Iraq. A seconda delle competenze assegnategli, potrà presiedere direttamente gli organi della transizione, oppure svolgere una funzione di vigilanza e di garanzia. Con possibilità di disporre di sanzioni significative. Naturalmente il Commissario lavorerà d'intesa con i membri civili e militari americani, inglesi e delle altre nazioni che già operano sul territorio. 2) Compito primario dell'Alto Commissario sarà garantire la rappresentatività e la trasparenza degli istituti e delle procedure della transizione. Ci si attende quindi che abbia contatti formali intensi ed estesi con le varie forze politiche e religiose irachene - più di quanto non sia riuscito ai rappresentanti governativi di oggi. Scopo finale è la pacificazione di un Paese virtualmente fuori controllo.
Ma nelle condizioni attuali questo obiettivo non può essere raggiunto dall'Onu se non dispone della forza militare. Da qui la condizione n. 3, la più delicata. Le forze militari presenti in Iraq potranno rimanere tecnicamente sotto il comando di un militare americano ma dovranno rispondere a nuovi criteri di comportamento, dettati dalla linea dell'Alto Commissario Onu. D'altra parte nelle condizioni attuali non è realistico ipotizzare a breve termine la sostituzione delle truppe presenti in Iraq con i caschi blu.
Si tratta di condizioni politicamente troppo impegnative e quindi inaccettabili per l'amministrazione Bush? Tutto questo è possibile entro il 30 giugno? Qual è la proposta alternativa di Blair? Adesso tutti gli interventisti parlano di maggiore ruolo dell'Onu, ma i loro auspici rimangono molto generici.
Intanto, il leader spagnolo Zapatero ha deciso. Ritirerà le truppe spagnole quanto prima, perché non crede alla possibilità che l'Onu diventi protagonista della transizione democratica irachena in tempi ragionevoli. E' augurabile tuttavia che la Spagna, membro di turno nel Consiglio di Sicurezza, si impegni comunque a lavorare a favore di un progetto di intervento delle Nazioni Unite.
In Italia il governo è spaventato più di quanto non faccia credere. Si sfoga nella polemica contro l'opposizione, evoca drammatici scenari di deresponsabilizzazione e disonore nazionale. Ma neppure il suo recente auspicio di un maggiore coinvolgimento dell'Onu approda a qualche schema operativo.
Penso che le condizioni enunciate sopra possano offrire una base di lavoro. Per la nomina dell'Alto Commissario ci vorrà una specifica risoluzione che elenchi con esattezza le sue competenze, ruolo e status rispetto al governo di transizione già insediato. Ma il punto decisivo rimane la qualità politica del controllo delle truppe armate sul campo. E' inutile illudersi che assisteremo in Iraq ad una transizione pacifica. Da questo punto di vista il compito per l'Onu sarebbe facilitato se le truppe preponderanti e più attive sul campo non fossero quelle americane. Qui si apre la possibilità di un intervento europeo che ora la sinistra vorrebbe formalizzare in una riunione straordinaria del Consiglio europeo. Ma temo che tocchiamo un nervo scoperto che, dopo tante belle parole, potrebbe portare ad un nulla di fatto.
"Bush non cederà mai il comando"
Intervista a Zapatero di Pedro J. Ramirez
sul Corriere della Sera 21 aprile
"Un alto funzionario americano ha detto testualmente: "Lei si immagina che 130 mila soldati americani siano comandati da una persona che non sia un generale americano". E' evidente che non c'è possibilità che l'Onu prenda il controllo in Iraq. Per questo ho deciso il ritiro". Il premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero spiega così la decisione di disimpegnare le truppe spagnole. In una lunga intervista, il capo del governo iberico aggiunge di credere che la Costituzione europea si farà sotto presidenza irlandese, quindi entro il 30 giugno. "Il mio obiettivo - dice - è firmarla a Madrid, un omaggio alle vittime dell'11 marzo".
Presidente José Luis Rodríguez Zapatero, che cosa ha pensato pronunciando il giuramento come nuovo capo del governo spagnolo?
"In quel momento avevo due idee nella testa. Un sentimento di responsabilità. E poi una grande passione, voglia di cominciare a fare cose".
Il giorno in cui lascerà questa casa in cui è appena arrivato, che epitaffio politico vorrebbe avere?
"Mi piacerebbe che si dicesse di me che non sono cambiato come persona. Credo sia quello che la gente mi chiede di più".
E che epitaffio politico scriverebbe per il suo predecessore, José Maria Aznar?
"Che non ha avuto un buon carattere. Credo che se avesse avuto un altro carattere e un altro modo di fare non avrebbe preso molte delle decisioni che ha preso e alla fine il suo mandato sarebbe stato molto migliore".
Nel suo discorso di investitura, però, Lei ha detto che durante gli anni di Aznar sono state attuate politiche positive per la Spagna. A che cosa si riferiva?
"Soprattutto al periodo della crescita economica, della creazione di nuovi posti di lavoro".
Non pensa di non aver rispettato la sua promessa sulle truppe in Iraq con la decisione di non aspettare fino al 30 giugno, di non cercare di promuovere una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza per il trasferimento di potere all''Onu?
"Un anno fa chiesi che le truppe non fossero inviate in Iraq. Dopo l'uccisione dei nostri nove agenti dei servizi segreti dissi a Aznar che ero disposto a che le truppe rimanessero se fosse intervenuta l'Onu. Da quel momento fino alla campagna elettorale non c'è stato nessun movimento. Dal giorno delle elezioni, il 14 marzo, ho avuto un''infinità di riunioni, contatti e conversazioni, anche con Colin Powell e Tony Blair... Abbiamo raccolto una frase di un alto funzionario americano che dice testualmente: "Lei si immagina che 130.000 soldati americani siano comandati da una persona che non sia un generale americano"".
A chi è stata detta?
"Al ministro della Difesa José Bono. Era evidente che non c'era nessuna possibilità che l'Onu prendesse il controllo. In questo scenario non aveva assolutamente senso rimanere in una falsa attesa, creando incertezza lì tra le nostre truppe e qui tra i nostri alleati... Dopo aver ottenuto in qualità di presidente del governo tutti i ragguagli e le garanzie di sicurezza, ho preso la decisione che l'operazione di rientro si poteva annunciare. Per questo lunedì e non domenica, in questo stesso ufficio, ho dato l'ordine al ministro Bono di riportare le truppe a casa".
Come dimostrerà agli alleati che il ritiro non implica un indebolimento dell'impegno della Spagna nella lotta al terrorismo?
"I promotori della guerra in Iraq, partiti da un errore iniziale, adesso hanno deviato verso un discorso con poco fondamento. La guerra in Iraq è stata fatta per cercare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Perché adesso discutiamo di terrorismo? Le armi non sono comparse. Tutti i servizi di intelligence allora dissero con chiarezza che il regime orribile di Saddam non aveva nessun legame con il terrorismo... Adesso son dovuti andare verso il grande inganno del terrorismo. Non va bene. Credo che quello che ha fatto il governo spagnolo meriti un'attenzione che va oltre il rispetto degli impegni elettorali. In un doppio senso. Primo, non può esserci un ordine mondiale né un'azione bellica che non sia compresa dalla popolazione. Secondo, non si può combattere il terrorismo internazionale con i metodi della guerra convenzionale. Così si apre solo un'altra porta al radicalismo.".
Che sensazione ha avuto dalla conversazione con il presidente Bush su questo tema?
"Una doppia sensazione. La prima, che logicamente gli sarebbe piaciuto che non avessimo ritirato le truppe. E la seconda, che rispettava la decisione di un governo democratico. Cosa di cui non ho mai dubitato perché siamo nazioni libere, amiche ed alleate.".
Non teme che il ritiro rovini le relazioni tra Spagna e Usa?
"Gli Stati Uniti sono una grande democrazia. Credo che nelle relazioni internazionali bisogna essere leali, e il principio della lealtà è la sincerità. Siamo d'accordo con tutte le operazioni di pace e di sicurezza che portino la bandiera dell''Onu. Non con le guerre unilaterali e preventive".
Che cosa pensa delle minacce alla Spagna registrate in un video dopo il suo annuncio di mantenere le truppe in Afghanistan?
"Il governo che presiedo non accetterà mai il ricatto di un gruppo terrorista. L'unica cosa che faremo con il terrorismo sarà combatterlo con tutta la forza dello Stato e della legge. Ho dato ordine al ministro degli Interni di rafforzare la lotta contro il terrorismo".
La Spagna non ha bisogno di un piano per impedire che si diffondano idee estremiste?
"Naturalmente. Abbiamo bisogno innanzi tutto di essere coscienti del problema. E' un problema serio di una portata che non abbiamo ancora calcolato. E' una priorità assoluta del governo. Metterò tutti i mezzi possibili a disposizione".
È disposto a rinunciare a una parte del potere ottenuto a Nizza per sbloccare l'approvazione della Costituzione europea?
"Beh, il potere ottenuto a Nizza non è mai entrato in vigore. Pertanto credo che bisogna vederlo da un'altra prospettiva. I margini sul potere dei grandi Paesi, Francia, Germania e Italia sono piccoli. Secondo me, è più importante il peso della leadership che avere 0,5 voti in più nel momento del calcolo di fronte a una minoranza di veto. Logicamente difenderemo il diritto ad avere la massima rappresentanza. Arriveremo a un accordo, la Costituzione europea si farà sotto la presidenza irlandese. Il mio obiettivo è che questa Costituzione sia firmata a Madrid: un omaggio alle vittime dell''11 marzo".
Che vantaggi concreti crede che possa avere la Spagna da questo riallineamento con Francia e Germania?
"Stare nel motore d''Europa. Negli anni in cui siamo stati con la Francia e la Germania ci è andata bene perché si sono fatti progressi nella costruzione di un'Unione Europea con una coesione economica e sociale".
El Mundo
Traduzione di Valeria Saccone
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Quella stagione aurea del Medioevo islamico
Cesare Segre sul Corriere della Sera
Gli studi sulla storia e sulla civiltà dell'Islam si moltiplicano in quest'epoca tormentata dal diffondersi di un terrorismo di matrice, si discute se genuinamente, islamica; parole come jihad
sono ormai di uso comune. È perciò naturale che ognuno cerchi d'individuare nella religione musulmana conferme o smentite ai principi, certo rozzamente enunciati, cui si rifanno i terroristi nel darsi, e soprattutto nel procurare a molti altri, la morte. Ci si può invece portare in atmosfere molto più gradevoli quando ci si dedichi allo studio di quella che è stata la grande civiltà islamica. Sul tema è appena uscito un volume, La civiltà arabo- islamica, a cura di Biancamaria Scarcia Amoretti, nella serie dedicata a " Lo spazio letterario del Medioevo ". Si parte dalla specificità dell'Islam, per passare alla produzione dei testi e alla loro tematica, e concludere sulla circolazione e ricezione delle opere e sulla loro attualizzazione.
Il volume ha vari capitoli dedicati all'espansione geografica dell'Islam. È naturale, dato che la diffusione della parola del profeta, Maometto, è stata velocissi m a (i n uno spazio che va dalla Spagna alla Persia, per non dire delle fortunate estensioni in varie parti dell'Oriente). Ma nello stesso tempo ha assimilato numerose culture precedenti, tra cui quelle, antichissime, della Mesopotamia; e, attraverso il contatto col mondo bizantino, ha fatto proprio il pensiero greco, non solo nella filosofia, ma nelle scienze.
Così, se nella religione venivano adattati materiali dell'ebraismo, del cristianesimo e dei culti iranici, nel pensiero giudicante veniva salvata l'eredità greca.
Si capisce subito perché il riferimento al Medioevo, inevitabile nel quadro delle nostre periodizzazioni, abbia in questo caso connotazioni che possono essere devianti. Il concetto di "medioevo" fu elaborato in fase umanistica e rinascimentale per indicare, nei nostri paesi, i "secoli bui" : la decadenza prodotta dalle invasioni germaniche e dalla caduta dell'impero romano.
Una visione che ora non si accetta più, ma che ha qualche valore per il periodo anteriore a Carlo Magno. Però, in quello stesso periodo, la civiltà islamica è eccezionalmente colta e raffinata.
Essa rassomiglia per molti aspetti ( la mentalità scientifica, l'apertura culturale, l'individualismo e il pluralismo) proprio all'Umanesimo.
Insomma, il mondo islamico era molto più avanzato del nostro. Inviato dal califfo di Cordova all'imperatore Ottone I, l'ambasciatore ibn-Ya'qub al Isra'ili dice che " non c'è gente più sporca, più furba e più spregevole dei Franchi: ignorano la pulizia; non si lavano che una sola volta o due l'anno, con l'acqua fredda. Non lavano mai i loro abiti, che indossano una volta per tutte finché non cadono a brandelli. Si rasano la barba, che cresce ogni volta dura e di aspetto sgradevole " . In effetti, nel mondo cristiano ci si lavava pochissimo, anche per preconcetti religiosi, mentre ruscelli, bagni e piscine caratterizzavano le regge musulmane (l'Alhambra è l'esempio più ovvio).
Ma la civiltà islamica di questo periodo si rivela ben al di là degli aspetti igienici. Basta pensare alle biblioteche: mentre in quelle occidentali si poteva trovare, e di rado, qualche centinaio di manoscritti, in quelle islamiche ce n'erano migliaia. E si racconta di un visir che si portava appresso, nei suoi viaggi, la biblioteca personale, caricata su trenta o quaranta cammelli.
In complesso, il mondo del libro era cosi centrale nella vita collettiva, che vari capitoli di quest'opera se ne occupano, illustrandone aspetti diversi. Anche per il curioso rapporto fra scrittura e oralità: perché il complesso delle norme giuridiche si trasmetteva oralmente, e gli innumerevoli volumi sull'argomento erano destinati alle chiose e alle interpretazioni.
Ne conseguiva un grande apprezzamento per i letterati e i filologi, che gestivano quest'inesauribile attività di commento: nelle biblioteche di corte, in quelle pubbliche ( dai secoli X- XI), nelle " madrase " , le scuole di diritto e di teologia.
Si apprende da questo volume che gli Arabi, una volta conquistata la Spagna centromeridionale, erano scarsamente interessati all'Europa occidentale (dove comperavano solo pellicce e ambre). I loro traffici più consistenti erano orientati piuttosto sull'Africa ( schiavi e oro) e sull'Oriente ( spezie, sete, metalli, ceramiche). Ciò non toglie che, attraverso la Spagna, si siano sviluppati contatti con l'Europa. Qualcuno suppose persino che la poesia lirica araba abbia fornito modelli tematici e metrici a quella cortese della Provenza. E la scoperta novecentesca, dovuta a Samuel Stern, di poesie arabo-spagnole o ebraico-spagnole composte in Andalusia, sembrò fornire la prova decisiva. In questo volume, Laura Minervini raffredda gli entusiasmi, con obiezioni ben ragionate. Anche se non è probabile che tutti sconfessino un'ipotesi troppo bella e ben congegnata. Del resto, è difficile rinunciare a spiegazioni monogenetiche, anche se, in questo come in tanti casi simili, è certo più prudente immaginare un intreccio d'impulsi, che vanno dalla metrica dell'innologia cristiana alla musica araba, dalla poesia popolare, sempre non documentata perché non scritta, alla poesia di letterati. Ma proprio queste convergenze culturali ci aiutano a sottrarci alle sirene dei primati e del senso di superiorità.
Analisi logica di un gioco sporco
L'altra sera a Porta a Porta
Saverio Lodato su l'Unità 21 aprile
Proveremo a fare l'analisi logica di un gioco sporco. Quello che lunedì sera è andato in onda a Porta a Porta. Il gioco sporco di un processo al centro sinistra e all'opposizione, camuffato da talk show che aveva come tema apparente l'approfondimento di quanto sta accadendo in Iraq in questi giorni.
Bruno Vespa si rivolge a Castagnetti: "Mi scusi onorevole Castagnetti, giovedì sera, quando qui era ospite il senatore Angius, arrivò un dispaccio d'agenzia nel quale Zapatero, con un passo ancora indietro rispetto alla decisione di ieri sera, aveva detto: Noi vogliamo che entro il 30 giugno l'Onu assuma il controllo politico e militare, e Angius era rimasto francamente spiazzato e lo aveva detto anche con molta onestà e con molta franchezza, perché questo vi scavalcava, cioè la posizione vostra era un tantinello più prudente. Adesso è andato oltre, quindi voi in qualche modo seguite le diverse evoluzioni... cioè: se voi oggi foste al governo ritirereste immediatamente i soldati o no?"
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L'annuncio del futuro ritiro delle truppe spagnole, dunque, "scavalcava" il centro-sinistra in Italia: tanto che Angius era "spiazzato". Il centro-sinistra segue le evoluzioni (acrobatiche?) di Zapatero? Vespa non pare sfiorato dal dubbio che la scelta spagnola in realtà "scavalca" le scelte fatte sin qui da Bush, da Blair, da Berlusconi. La posizione vostra - precisa infatti Vespa - era un "tantinello più prudente". Sottinteso di Vespa: fra Zapatero e voi del centro sinistra italiano, quanto a sconsideratezza, non saprei chi scegliere. A maggior ragione gli tornerebbe comodo che Castagnetti dicesse che l'attuale opposizione, trovandosi al governo, disporrebbe l'immediato ritiro dei nostri carabinieri dall'Iraq... Nel qual caso, la prova dell'incoscienza dell'opposizione diventerebbe lampante. Magnifico modo di ragionare.
Vespa rivolgendosi a Vito: "Onorevole Vito, siete stati molto duri voi oggi nei confronti dell'opposizione..." (non si capisce quale sia la domanda, infatti non è una domanda: semmai è un introibo al consueto Vito-pensiero). Vespa non sembra sfiorato dal dubbio - e siamo costretti a ripeterci - che in realtà sia stato un partner dell'alleanza (la Spagna), a essere "molto duro" con gli ex alleati che hanno intrapreso l'avventura dell'invasione dell'Iraq. Ma Vito, riferendosi al centro-sinistra italiano, non si fa pregare: "Non sanno cosa fare, perché sono profondamente divisi".
Vespa a Occhetto: "La parte della sinistra che si riconosce nella lista unitaria invece ha applaudito la proposta di Zapatero. E anzi ha stimolato la lista unitaria a prendere una posizione più decisa e a dire: via... lei davvero riterrebbe utile che i nostri soldati domani mattina cominciassero a rientrare?"
Attenti alle parole: la sinistra ha "applaudito", e "anzi" (sottinteso di Vespa: "come non bastasse") ha "stimolato"... e "davvero" Occhetto pensa le cose che dice? E il ritiro lo vorrebbe "domani mattina"?
Occhetto risponde: "Ci deve essere una conferenza internazionale alla quale partecipano anche le realtà arabe limitrofe
la conferenza internazionale, sotto l'egida dell'Onu, prepara il governo provvisorio...". Vespa lo interrompe: "Ma le pare realistico?". Occhetto: "Mi sembra molto realistico".
Vespa incalza: "Le chiedo: realistico? I Paesi che stanno lì intorno e che si scannano tra di loro si siedono sotto l'egida dell'Onu a parlare di queste cose?". Sottintende Vespa: ma roba da matti.
Adesso le voci si accavallano, il che accade inesorabilmente quando interviene Vito. Occhetto: "Vespa, una volta tanto fa una trasmissione riprendendo tutto quello che è stato detto allora".
Ma Vespa, il quale evidentemente non apprezza la proposta di aprire gli archivi di Porta a Porta, riferendosi sia a Occhetto sia a Vito, così sintetizza: "Probabilmente è vero quello che dite entrambi. Berlusconi non voleva la guerra. Bush non voleva la guerra. Poi probabilmente tutti quanti: tutti... erano convinti che la guerra sarebbe stata piuttosto rapida, come è stata rapida, ma nessuno francamente si aspettava un dopo guerra di questo genere".
Quest'ultima frase di Vespa, indipendentemente dalle posizioni che ciascuno può avere sull'argomento, appare per quello che è: un concentrato di autentiche falsità. Berlusconi era contrario alla guerra? Bush era contrario alla guerra? "Tutti" erano convinti che la guerra sarebbe stata piuttosto rapida?
E nessuno si aspettava un "dopoguerra" di questo genere? Davvero Vespa pensa queste cose? Davvero? Lo facevamo un "tantinello" più smaliziato sulle cose del mondo.
Ma Vespa non appare sfiorato dal dubbio che se il dopoguerra si sta rivelando molto più sanguinoso della guerra stessa, ciò può significare solo che andrebbero riviste - e in fretta - le definizioni di guerra e dopoguerra, troppo sbrigativamente adoperate nella speranza di rendere più digeribile una tragica realtà addolcendone le parole che vorrebbero rappresentarla. Con Vespa, per il momento, ci fermiamo qui: ormai il tema forte della trasmissione era stato sapientemente incardinato. La trappola del gioco sporco era già stata predisposta nei primi venti minuti, quelli di maggiore ascolto. Ma il tema, visto che la trasmissione è lunga, andava sviluppato.
Per questo ci stanno gli ospiti. Gran bel duetto quello imbastito da Cé, della Lega Nord, spalleggiato da Vespa, con Mohamed Nour Dachan , il presidente dell'Unione delle comunità islamiche in Italia. Il quale, all'inizio del suo primo intervento, esprime un pensiero che ci sembra dettato da molto buon senso: "La pace vuol dire: guerra al terrorismo e guerra alle guerre". Quasi lapalissiano. Vespa non gliela fa passare: "Senta, ma secondo lei, l'Iraq starebbe meglio se se ne andassero tutti gli occidentali? Diciamo che invece della Spagna... pigliamo - come dicono in Italia - baracca e burattini e ce ne andiamo tutti quanti... Che succede in Iraq?".
Il presidente delle comunità islamiche tenta di sottrarsi; si vede che avrebbe voglia di imbastire un discorso di ampio respiro. Ma Vespa, al quale i discorsi di ampio respiro non fregano granché, prosegue implacabilmente: "Ma secondo lei, la presenza dell'Italia lì, è una forma di pace e di sostegno o una forma di occupazione?".
Nour Dachan si difende con le unghie e con i denti: "Guerra e pace non combaciano... Lì c'è una guerra, non puoi mandare una missione di pace...", (meriterebbe un applauso dallo studio). Vespa: "Ma l'Iran, scusi, l'ha distrutto più Saddam o gli americani?".
Dachan: "L'hanno distrutto tutti", (qui meriterebbe un'ovazione da stadio).
Adesso, dopo il trattamento preliminare, entrano in campo le divisioni padane. Cé: "In Italia, in molte moschee, sono state trovate persone, iman, che reclutavano terroristi...".
Brevissima incursione di Vespa: "Posso chiederle se si sente di condividere queste perplessità, se è disposto a ragionarci sopra?". Appena ricevuta la risposta, si intromette Cé: "È chiaro che noi siamo siamo civili e democratici (sic!) non ci comportiamo come vi comportate voi nei vostri Paesi d'origine". Ancora Cé: "Scusi se sono maleducato e la interrompo, lei mi deve dire come mai a Cremona, a Carmagnola, a Varese, a Gallarate, sono state arrestate persone che reclutavano e formavano terroristi... Lei mi deve rispondere a questo. E come mai la vostra associazione non li ha mai denunciati?".
Ancora Cé: "Mi deve rispondere a questo. L'iman di Carmagnola cosa faceva? Avete il dovere morale di denunciare coloro che all'interno della vostra religione non rispettano le nostre leggi... L'iman di Carmagnola cosa faceva?".
Ancora Vespa: "Lei riconosce che qualcuno ha usato le moschee come centri di raccolta per il terrorismo?... Voi pattinate sulle notizie... La domanda è questa: lei riconosce che a vostra insaputa in alcuni centri è stato fatto proselitismo per il terrorismo...?".
Lo sfortunato ospite risponde come può.
Vespa: "Sì o no?".
Risposta: "No".
Ancora Cé: "Ma come no! È un dato oggettivo... lei da prova di cattiva fede in questo momento... lei è in cattiva fede".
L'ospite, platealmente offeso: "Io voglio solo un giudice, un giudice solo, che condanni qualcuno per atti di terrorismo in Italia, allora lo riconosco. Solamente affermazioni non documentate...". Non l'avesse mai detto.
Ancora Vespa: "Quindi lei sta dicendo che quello che ha fatto il ministero dell'Interno è arbitrario".
Risposta: "No, assolutamente".
Ancora Vespa: "Beh, mettiamoci d'accordo: è arbitrario o non è arbitrario?", (ma quello aveva detto no).
Ancora Cé: "Lei si chiama sempre fuori, si chiama sempre fuori... sta tergiversando".
L'analisi logica del gioco sporco potrebbe andare avanti riprendendo tanti altri snodi della parte successiva della trasmissione. Avete assistito alla serafica indifferenza di Vespa di fronte alle volgarità del Capezzone contro Occhetto (gli ha dato del "vile" e, nella foga oratoria, persino gli "stupri" della pulizia etnica gli voleva accollare; ha taciuto sul piccolo dettaglio che anche il Papa ricevette Tarek Aziz, il "vicemacellaio"). Occhetto l'ha ricambiato definendolo un "figlio minore" di Giuliano Ferrara
Ma l'ultima chicca che merita di essere segnalata è il servizio su Indymedia, il sito che è diventato in queste ore contenitore di immondizia verbale sugli ostaggi italiani. Un autentico articolato con rimorchio - quel servizio - il cui contenuto maleodorante è stato scaricato in diretta nella seconda parte della serata.
Hanno scelto un giornalista da teatro, che con voce ben impostata recitava i messaggi distribuiti in rete sottolineandone con enfasi le enormità, mentre di enfasi oratoria non c'era alcun bisogno, tanto le frasi si commentavano da sole. Ma Vespa, con aria finta ingenua sollecitava la sinistra a esprimere le sue opinioni, come se fosse possibile che condividesse quelle frasi. (Ci aspettiamo, per par condicio, che Vespa scarichi addosso a Fini, La Russa e Gasparri, il contenuto dei siti neonazisti via Internet).
Concludiamo con un interrogativo strettamente personale: chi è questo Margelletti, che da settimane e settimane, con aria felice e sorridente, salta da un canale all'altro e nel corso della stessa serata? Si legge sempre in sovrimpressione che è un analista geo-politico. Con ogni probabilità, quello dell'analista geo-politico, è un altro di quei nuovi mestieri che sfuggono alla comprensione degli spettatori più anziani.
Però chissà perché Vespa, a questo Margelletti, chiede sempre notizie riservate, che non siano le solite notizie a disposizione dei comuni mortali. Margelletti sembra gradire le aspettative di Vespa. Ma, molto discretamente, si ritrae, attenendosi esclusivamente ai "dati ufficiali", a quello che si può dire in televisione. Salvo poi, con aria felice e sorridente, lasciare intendere che, se potesse, ne avrebbe da raccontare... Un autentico analista geo-politico, non c'è che dire.
Margelletti, però, ci sta simpatico: rende un po' più divertente, con la sua sola presenza, il gioco sporco.
Accendi il tuo motore e leggi
Una cultura made in Google
Livia Manera sul Corriere della Sera 20 aprile
Certo il mondo non è più quello di una volta, dice lo scrittore americano Michael Chabon. " Gli scrittori del passato avevano l'assenzio, il whisky o l'eroina. Io ho Google. Ci vado con l'intenzione di passarci cinque minuti, e sette ore dopo mi accorgo che sono ancora lì, e tutto quello che sono riuscito a scrivere sono quarantatré parole " .
Il celebre autore di Wonder Boys, nonché vincitore del premio Pulitzer, mette il dito sulla piaga.
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Da un anno a questa parte Google ha superato tutti i motori di ricerca concorrenti da Yahoo! ad Altavista a Infoseek con una media di 200 milioni di utenti al giorno, metà dei quali fuori degli Stati Uniti. E ora intende quotarsi in borsa con un'operazione da 20-25 miliardi di dollari, che potrebbe addirittura innescare un secondo boom del " nuovo mercato " . Ma il dubbio persiste: Google è il fenomeno che sta modificando di più la cultura e i costumi di oggi, o è la più grande perdita di tempo del mondo? Per i pochissimi che ancora non lo sanno, Google è il più efficiente motore di ricerca al mondo, con 3 miliardi, 307 milioni 998 mila pagine web, che se fossero impilate una sull'altra supererebbero i 200 chilometri d'altezza. Quando due ventenni ricercatori della Stanford University, Sergey Brin e Larry Page, lo hanno lanciato a Palo Alto nel 1998, ha fatto la figura della Cenerentola. Ma mentre i giganti Yahoo! e Altavista facevano l'errore di allargarsi troppo al commercio e diventare portali, Google manteneva il suo profilo di ricerca e di efficienza: con 753 mila documenti su una qualunque parola chiave, disponibili in 0,34 secondi. Di questo passo, scrive il Washington Post, presto i nostri figli chiederanno "Mamma, cos'è una biblioteca ?" Conferma il professor Peter Luyman dell'università di Berkely: " C'è stata una guerra tra i bibliotecari e i computer scientist per il controllo della cultura, e l'ha vinta Google ". Il che non è senza conseguenze. Innanzitutto le biblioteche, negli Stati Uniti dove Google è più usato, hanno perso il 20% dei frequentatori.
E poi molti studenti sono tratti in inganno: se una cosa su Google non c'è, non esiste.
Un grande storico della letteratura come Harold Bloom può anche permettersi di dire: " Per me Internet è come il Congo: so che esiste ma non ci andrò mai ". Ma il resto del mondo usa Internet attraverso Google per gli scopi più svariati: come dizionario, agenzia di investigazioni, generatore di ricette, biblioteca, almanacco, agenzia per piazzare scommesse, combinatore di incontri galanti, e per sapere cosa gli altri pensano di te.
" Lo utilizzo per accarezzare la mia vanità, per leggere le notizie e per scoprire qualunque cosa", dice l'ideatore e produttore dei Simpson Matt Groening.
Vuoi sapere cosa pensano gli altri di te? Vai a www. googolism. com.
Vuoi sapere, tra due contendenti, chi vince la guerra delle citazioni? Vai a Googlefight. com e scoprirai se è più forte Bush o Kerry.
Hai il frigo quasi vuoto? Metti i nomi degli ingredienti che hai su www. reserchbuzz. org/ archives/ 001404. shtml, e avrai più di una ricetta pronta all'uso. E da qualche mese c'è anche Google News in versione italiana, che accede a 250 fonti di notizie.
Mentre con il servizio Googlealert. com puoi farti tenere aggiornato quotidianamente su qualunque argomento a scelta. Insomma Google lavora per te.
Ma se è vero che i produttori televisivi lo usano per indagare sul passato degli aspiranti concorrenti ai reality show, che le single prima di uscire con uno sconosciuto si accertano che qualcuno su Google non ne dica male, e che ragazzi come Orey Stenmann, 17 anni, di Los Angeles, digitando il proprio nome hanno scoperto di comparire in una lista di bambini rapiti dalla culla e hanno ritrovato i propri veri genitori, che influenza può avere uno sconfinato oceano di informazioni come Google sulla cultura contemporanea? "Ti scarica addosso troppe informazioni, molte delle quali inaffidabili e inutili " , ha detto al New York Times il presidente del Bard College e direttore artistico della American Simphony Orchestra, Leon Botstein.
"La considero una scorciatoia per la truffa intellettuale " . " È un buon punto di partenza per una ricerca superficiale", dice il capo della Library of Congress James Billington, "ma troppo spesso è pieno di sciocchezze e materiale inintelligibile" .
Tuttavia, molti lo ritengono la nuova Biblioteca di Alessandria, e come dice il professor Joseph Janes, che ha tenuto un seminario su Google all'università di Washington questo semestre, "qualche anno fa se avevi problemi di artrite o non sapevi a quale università mandare tuo figlio, ne parlavi con un amico fidato. Ora ti rivolgi a Google ". Lo fanno anche registi, artisti visivi, scrittori e video artist di tutto il mondo a caccia di sollecitazioni creative. In Inghilterra, per esempio, Dave Gorman ha scritto una commedia di successo, un libro e una serie televisiva, basandosi sull'avventura di rintracciare tutti e 54 i suoi omonimi nel mondo, trovati dal motore di ricerca. " Soltanto negli ultimi sette giorni " ha detto il responsabile degli effetti speciali del film Matrix, John Gaeta, "Google ha cambiato il mio modo di vedere i tulipani, le scarpe giapponesi, i dittatori africani, la carta da parati ad alta definizione tridimensionale, i piatti di pollo, le vasche da bagno, gli schemi di immagini biologiche, l'igiene dei chihaua e molti altri argomenti critici. È chiaro che non sono più lo stesso uomo " .
Ora, poi, che Google ha cominciato a stringere accordi con moltissimi editori per digitalizzare brani di libri, recensioni e altre informazioni bibliografiche, la posta in gioco si è alzata.
Innanzitutto, digitando una frase si avrà a disposizione la pagina dell'opera da cui è tratta o delle opere, perché verranno a galla tutti i plagi. Inoltre, se andrà in porto il cosiddetto " Project Ocean ", Google metterà a disposizione degli utenti tutti i volumi della Stanford Library precedenti al 1923 cioè quelli liberi dai vincoli del diritto d'autore.
Vale a dire milioni di volumi, in barba ai 120 mila lanciati a Amazon. com lo scorso inverno, con il servizio " Search Inside The Book "( cerca nel libro).
La gente comprerà ancora libri? E lo farà di più o di meno di prima? Una volta era una domanda che teneva svegli solo gli editori e i librai, ma anche questo è cambiato. Se l'informazione è potere, Google ha il potere di cambiare il mondo. E se la Microsoft questa volta è rimasta indietro, Bill Gates annuncia che la corsa a creare un motore di ricerca ancora più efficiente è aperta. Nel 2006 Microsoft sarà in grado di inserire nella prossima versione del proprio sistema operativo nome in codice Longhorn un grande motore di ricerca proprio. Cosa accadrà allora a Google? Sarà travolto come è accaduto a Netscape? Impossibile fare previsioni, in un momento di evoluzione frenetica della tecnologia. Come ha fatto notare l'autore di Jurassic park, Michael Crichton, una persona che nel 1900 avesse calcolato quanti esseri umani avrebbero popolato la Terra nel 2000, si sarebbe chiesto come trovare cavalli per tutti. " E che ne avrebbero fatto, si sarebbe domandato, di tutto quello sterco di cavallo? " .
Hitchcock? Sono un fan di Mario Bava
Così parlò QuentinTarantino
Silvia Bizio su la Repubblica 20 aprile
LOS ANGELES - In un lungo primo piano in bianco e nero, alla guida di una decappottabile, una bellissima Uma Thurman parla direttamente alla cinepresa, riassumendo com' è arrivata a quel punto dopo un coma di quattro anni: "Come una leonessa ho ruggito, e mi sono rialzata, e ho ucciso, e quando arriverò dove devo arrivare, ammazzerò Bill, I will kill Bill". E così comincia, con un flashback nella cappella di Los Pasos, Texas, dov' è avvenuto il "massacro della festa di nozze", Kill Bill Volume 2, l' attesa seconda parte del quarto film di Quentin Tarantino che, dopo aver sfondato negli Stati Uniti, uscirà in Italia venerdì, prima ancora di andare - fuori concorso - a Cannes, dove Tarantino sarà presidente della giuria. Per gli amanti del regista si tratta di un tipico Tarantino: azione, ma allo stesso tempo dialoghi e monologhi, soprattutto di David Carradine nel ruolo di Bill, che spiegano la genesi dei personaggi.
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Scopriamo perché la sposa, sapendo di essere incinta, lascia la sua vita di sicaria agli ordini di Bill, di cui è stata innamorata per anni; scopriamo perché lui, non sopportandone il tradimento, decide di far fuori lei e tutto il gruppo nella cappella insieme alla banda di assassini contro cui, risvegliata dal coma, Uma Thurman scatena la sua implacabile vendetta: nel primo film, come ricordiamo, ne fanno le spese Viveca Fox e Lucy Liu, mentre in questo è la volta del fratello di Bill (Michael Madsen) e di Elle Driver (Daryl Hannah), la sua nemesi femminile con la benda sull' occhio che ha preso il suo posto nel mondo di Bill. Assistiamo al feroce allenamento con il maestro cinese Pei Mei (interpretato dalla leggenda del cinema di Hong Kong Gordon Liu) che finisce per dare alla sposa abilità quasi sovrumane nelle arti marziali, facendone un' inarrestabile macchina omicida, fino all' inevitabile scontro finale con Bill. La storia di Tarantino, dicono i titoli di testa del film, è basata sul personaggio "la sposa" di Q e U (Quentino e Uma), e la musica originale scritta da Robert Rodriguez accompagnata da note di Ennio Morricone e Luis Bacalov. Kill Bill Vol. 1 è un film di azione, questo è più cerebrale, eppure li aveva girati come un unico film. Quali erano le intenzioni? "L' ho concepito in due parti, con un intervallo a metà film come si faceva negli anni Sessanta. Volume 1 è un film di genere sulla vendetta femminile, ispirato ai film giapponesi o di Hong Kong, con toni da spaghetti western; ma ora che siete in grado di seguire i personaggi voglio raccontarvi le loro storie, dare risposte alle domande sollevate nel Volume 1". Il film è un omaggio non solo ai film di Hong Kong, ma ai gialli italiani, ai film dell' orrore. "Lo dico apertamente: dietro ogni mia inquadratura c' è un film di Mario Bava, che per me è più grande di Hitchcock; sono un suo grande fan, il mio uso del colore è totalmente rubato da lui, anche se non lo faccio altrettanto bene. Voglio precisare che il Volume 1 è cinema samurai, giapponese, Hong Kong, i fratelli Shaw, mentre il secondo è il mio spaghetti western, che per sua natura sarà tragico. Ci sono quegli elementi di soap opera che gli italiani avevano da offrire nei loro film sulla mafia, nei western, nei gialli, quel senso melodrammatico che rende tutto grande, comprese le emozioni. Naturalmente nel Volume 2 finisce la saga, quindi più dolore, più lacrime, più tragedia". Ha voluto esprimere il potere delle donne? "Così speravo. Per me la sposa non è Rambo travestito: è una vera femmina. Dicono che agli uomini non piacciano le donne eroine nel cinema, ma io non sono d' accordo, penso che gli uomini si divertano un mondo a seguire la sposa nel suo viaggio di vendetta. Quando Uma esce dalla tomba in cui era stata rinchiusa, sotto tre metri di terra, dopo una scena in cui ti domandi come farà mai a uscirne viva, è un momento esilarante". Non ci sarà un Volume 3? "Potrebbe benissimo succedere. Mi piacerebbe rivisitare ogni tanto la mitologia di Kill Bill. Mi piacerebbe fare un film sulle origini di Bill. Quando Uma e io abbiamo cominciato a parlarne pensavo che questa avrebbe potuto essere la mia trilogia del dollaro, un film ogni dieci anni. Dopo aver passato però tanto tempo su Kill Bill penso che 15 anni sia un intervallo migliore, ma voglio tornarci. E la star magari sarà la figlia di Viveca Fox che vuole vendicarsi su Uma che le ha ammazzato la madre". In questo film, per la prima volta, lei usa musica originale. "è stato il mio amico Robert Rodriguez a convincermi a lasciarglielo provare. Io avevo già trovato nella mia collezione di album dei pezzi fantastici di musica di Bacalov e Morricone, che infatti sono nel film, ma Robert mi ha detto: "Ti faccio la colonna sonora per Kill Bill 2 per un dollaro, se ti piace bene, altrimenti buttala, ma almeno provala". Aveva ragione e l' ho lasciata". E l' ha pagato il dollaro? "Certo! Ma gli ho anche detto che se mai dirigerò un film per lui lo farò per un dollaro, così saremo pari". Lei fa costanti riferimenti a Sergio Leone e Mario Bava. Ma quanto si sente italiano? "Confesso: molto poco. Mio padre era italiano e io non l' ho mai conosciuto, quindi la cultura italiana io l' ho presa solo attraverso il cinema: Leone, Bava, Corbucci, Lizzani. Sono cresciuto fra gli italo americani di New York e Filadelfia, per me Sylvester Stallone era italiano, Robert De Niro era italiano. Che ne sapevo?". Fra un mese sarà presidente della giuria a Cannes. Emozionato? "Non vedo l' ora, sarà meraviglioso perché avrò finito la maggior parte dei miei doveri di promozione di Kill Bill in giro per il mondo, il film è fuori concorso a Cannes quindi non ci saranno pressioni su di me, e l' idea di essere il presidente della giuria è il sogno che ho da quando ho scoperto l' esistenza di quel festival. Sono un uomo felice".
Pericoli, il piacere di non essere liberi
Chiara Beria di Argentine su La Stampa 23 aprile
Sono tre grandi composizioni a olio su tela: una lunetta profusa da un verde paesaggio e in primo piano, di spalle, un signore, il padrone di casa, che guarda di lontano con amore e forse un po' di malinconia la sua villa; e una grande pala spaccata a metà in due ali che raffigura un vasto cesto da cui lievita una messe formicolante di oggetti, segni e dettagli. Tullio Pericoli le ha create per la casa di campagna dell'editore Carlo Caracciolo di Castagneto fra le colline di Torrecchia (Latina) e da mercoledì saranno in mostra in Palazzo Venezia a Roma, con i disegni, gli studi preparatori (a matita, pastello o acquarello su carta): "Dipinti per Torrecchia", a cura di Fabrizio d'Amico e Claudio Strinati (catalogo Skira). Con questi singolari teleri, che non hanno nulla di celebrativo, Tullio Pericoli, uno dei più poetici ed estrosi artisti italiani, è diventato protagonista di una vicenda che ci riporta a un modo antico e ormai desueto di concepire e fare un'opera d'arte: "Il rapporto tra pittore e committente - come lui dice - che si è perso nel tempo, non è più definito. Io sono un sostenitore della committenza, di una libertà limitata. Per un'artista la libertà assoluta è disperante".
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È stato un incontro fruttuoso tra due uomini colti e impegnati ma ancora capaci di sognare. Di simili incontri, sotto il segno dell'arte e dell'editoria, è costellata del resto tutta la vita di Pericoli. A Roma,nel 1961, Cesare Zavattini, non solo gli consiglia di lasciare l'università (giurisprudenza) e puntare tutto sulla pittura ma lo spedisce a Milano con due lettere di presentazione a grandi giornalisti, Gaetano Baldacci, direttore di Abc e Giancarlo Fusco del Giorno, dove si apre una collaborazione alle pagine culturali. In quella redazione, il pittore conosce le grandi firme, da Pier Paolo Pasolini a Pietrino Bianchi, da Umberto Eco a Giorgio Bocca ad Alberto Arbasino. E' un mondo, letterario-giornalistico, che influenzerà tutta la sua opera: ogni ritratto di Pericoli è quasi un romanzo; e protagonisti dei suoi disegni (lui non ama definirli illustrazioni)sono tutti i grandi nomi della letteratura. A Parma, a una mostra di Renato Guttuso, un altro incontro determinante per la sua carriera: Emanuele Pirella.
Nasce così,nei primi Anni Settanta, la coppia di autori di famose striscie - da Fulvia, signora milanese radical-chic al dottor Rigolo. Quindi le collaborazioni: al Corriere della Sera, a Linus di Oreste del Buono e all'Espresso. E' il direttore del settimanale di via Po, Livio Zanetti, a commissionare a Pericoli la prima copertina di satira politica, sul presidente della Repubblica Giovanni Leone nello scandalo Lockheed. Pericoli disegna ed è subito denuncia per vilipendio, con relativo sequestro del settimanale e gran successo. Dal 1984 Pericoli e Pirella approdano, infine, a Repubblica. Intanto l'editore Livio Garzanti, a metà degli Anni Ottanta, gli propone di affrescare la storica sede di via della Spiga, a Milano. "Garzanti era una persona abituata ad avere sotto di sé dei redattori, ad avere in pugno la casa editrice...Con lui ho dovuto imporre il mio stile, il mio modo di raccontare in pittura. Parlare cioè della sua casa editrice in modo mio", ha spiegato Tullio Pericoli al regista Riccardo Cannone autore d'un documentario - Il Pescatore di Dettagli - sul lavoro a Torrecchia.
A Milano, nel suo amato studio dipinge infine il primo quadro. I tronchi rossi delle querce da sughero, il vento nei campi, Caracciolo con la sua cagnetta e la sua casa. "Un paesaggio con ritratto ovvero più propriamente un ritratto e il suo paesaggio", scrive Fabrizio D'Amico.
Per gli altri due dipinti (ogni tela è alta 3 metri e 60) Pericoli ha però bisogno di soffitti più alti e spazi più ampi in cui lavorare. Parte allora con il suo mondo per Torrecchia. Entrare nel gioco della sua opera e vagare in questo strano paesaggio di oggetti, citazioni, dettagli e omaggi alla committenza (le opere di Licini; il vaso simile a quello che è all'ingresso di casa; l'alfiere e la torre del gioco di scacchi; le lettere "E" ed "R"per richiamare le testate dell'editore) è come ascoltare una antica filastrocca. Narra la storia di un uomo, della sua casa e di un spazio magico, fuori dal tempo. Aristocraticamente inattuali, come piace essere anche all'artista che ce la racconta.
Facce, Blob, America terra paterna
Tre Stile libero su Ulivo Selvatico
Facce: i manifesti formato elefante Rowena 18 aprile
Tutti hanno visto i manifesti formato elefante della campagna elettorale, credo. Tutti clamorosamente uguali. Su tutti campeggia un faccione, troppo ritoccato, troppo liftato, che non ci trovi una ruga neanche a cercarla con la lente. Si vede che ci tengono più ad una faccia da uomini dello spettacolo che ad una faccia segnata di rughe da pensatore.
Il manifesto di Fini è il più banale. Lo sguardo perso nel vuoto ammira le mirabili sorti e progressive; cose già viste e riviste. Figuriamoci, noi di sinistra siamo esperti del sol dell'avvenire, la nostra strada è lunga ma sicura, e via rimandando. Fini giura a lettere cubitali che la sola cosa che gli importa è l'interesse degli italiani. Una parola, interesse, che fa subito pensare ai tassi, micragnosa, da ragionieri. Come se poi l'interesse degli italiani fosse uno solo, e non tanti interessi che spesso si scontrano l'uno con l'altro.
Berlusconi ha smesso di guardarci negli occhi, preferendo, almeno sui manifesti, uno sguardo che raramente si può permettere nella vita reale: dall'alto in basso. Cosa starà guardando con tale intensità, mentre i soliti numeri mirabolanti suggellano promesse che, sono convinta, nessuno legge nemmeno più (caderci una volta va bene, ma perseverare
)? Io credo che s'immagini di guardare un popolo di lillipuziani che vive la sua vita serenamente, grazie alle attenzioni di un gigante buono, che provvede per lui (colonna sonora, la pubblicità della Ferrero
. gigante, pensaci tuuuuu
.). E' lo stesso sguardo, affettuoso e paternalistico, con cui Glumdalclitch si covava Gulliver.
Poi c'è Follini, ma le persone come Follini non dovrebbero spendere soldi per questi manifesti; se uno il carisma non ce l'ha, non ce l'ha, e l'unico risultato che ottiene è di ingigantire dieci volte un viso da amministratore da condominio, o da impiegato del Catasto (non si chiama più Catasto, lo sapevate? Si chiama Agenzia per il Territorio
.). Lo potrebbe ingrandire anche 150 volte, ma è inutile, appena passi oltre l'hai già dimenticato.
La novità del giorno sono i manifesti di Occhetto e Di Pietro. Qui i faccioni raddoppiano. Inclinano vezzosamente la testa l'uno verso l'altro, in una parodia di duetto gli si vede il cilindro in testa e il bastone in mano mentre intonano Singing in the rain... Lo slogan, poi, è una cannonata: Con noi
. dadaumpa-umpa!! Roba che nemmeno il Moulin Rouge.
Non ho ancora visto i faccioni della lista unitaria. Mi piacerebbe che non seguissero la moda del momento, e che se ne astenessero, ma temo che sia una pia illusione. I politici sono succubi delle mode più delle sarte.
Mi piacerebbe che inventassero qualcos'altro. Magari gli uomini-sandwich di Eco. I faccioni hanno funzionato quando c'era solo quello del Cavaliere. Ma adesso, così inflazionati, così uguali l'uno all'altro, chi li distingue più? Li ho guardati attentamente solo io, perché volevo scriverci su uno Stilelibero.
Blob: quindici anni in tre nottate Solimano 19 aprile
Mi sono registrato le tre notti di Fuori Orario dedicate ai quindici anni di Blob, e ci sono volute due videocassette di quelle da otto ore. Blob lo studieranno gli storici, se vorranno veramente capire questi quindici anni. Lo spasso è assai frequente, come è frequente vedere (oggi) che il destino di certi personaggi era già scritto nei loro occhi e nelle loro parole di allora. Non me lo guardo in modo sistematico, salto qua e là:
il bianco e nero di Ciprì e Maresco, il tormentone intercosciale Sharon Stone - Alba Parietti, il prodigioso Aldo Busi che chiama l'erezione alzabandiera, le donne di Craxi, lo spaurito Maurizio Mannoni, Veltroni un po' a disagio pure lui, non sapeva il suo futuro ed aveva un passato di figurine, Bossi dice che bisogna votare sì ai referenda (testuale), il Noooo! di Prodi due giorni dopo aver perso il governo, gli ispettori ONU legati alle piante a Srebrenica, la tragedia dei parenti che scavano con le mani nelle fosse comuni, Emilio Fede cammina sui suoi giornalisti, Mino Damato cammina sui carboni accesi, e tutti e due se ne vantano, la Moratti dice che mamma RAI non entra in concorrenza col signor Cecchi Gori, il ministro Mancino col cappello di alpino e l'aria astemia, Craxi dà del mariolo a Mario Chiesa, il dibattito in fondo amoroso fra Bassolino e la Mussolini, lo sventurato Occhetto, col senno di poi, ma c'era già portato, lo sguardo algido di Nilde Iotti ad Occhetto piangente quando chiude il PCI, De Michelis non rilascia dichiarazioni e cammina svelto, chissà quanto gli è costato, Borsellino sapeva cosa lo aspettava, Caponnetto affranto e dignitosissimo, Di Pietro, tutti lo volevano scritturare e quando arrivava ci si alzava in piedi ad applaudire, Primo Greganti va in galera serio serio, Citaristi dovrebbe dire quanti avvisi di garanzia ha ricevuto, ma non lo sa e li dice il suo avvocato (sghignazzi di tutto il tribunale, carabinieri compresi), il lecca-lecca dei conduttori TV fine anni '80: Frizzi, Marzullo, Minoli e Lasorella, al confronto Pionati è un coraggioso, Vittorio Sgarbi vuole morto Federico Zeri, Fellini indaga sull'aggettivo felliniano, c'era una volta Berlusconi felice, Di Bella vuole spiegare la somatostatina, ma si impappina fra una molecola e l'altra, Forlani comincia a sentire odore di plof! e di plaf! e passa la mano a Martinazzoli, vendo tutto e mi ritiro, l'educazione sessuale, un signore dai capelli bianchi che maneggia preservativi, Cicciolina si offre a Saddam Hussein, messi come siamo era meglio provarci, Buttiglione dice che vincerà solo chi si allea con lui, Ferrara giovane, grassoccio, con i capelli lunghi che gli vanno negli occhi e l'aria buona anche se grida, Costanzo è il fratello brutto di Ferrara, senza i capelli negli occhi, non grida ma è più cattivo, Gad Lerner santoreggia, come tutti allora, Santoro, Santoro, Santoro veramente bravo e furbissimo, Annunziata dice le parolacce e Vespa si scandalizza, a lui ha telefonato il Papa, Corrado Guzzanti agli inizi è un po' tirato, Paolo Guzzanti prima della conversione, spiritosissimo e coi capelli rossi a raggera, come la rèclame della Presbitero, Cecchi Gori coi capelli a boccoloni e l'aria il padrone sono me, Valeria Marini prima di Cecchi Gori, Vittorio Dotti seduto alla destra di Berlusconi, la Ariosto inseguita fino alla toilette da Ignazio La Russa cattivissimo dopo Fiuggi e prima di Fiorello, Rauti cattolico apostolico romano e missino, Teodoro Buontempo che fa il saluto romano col braccio perfettamente teso, lo saprebbe fare ancora, Maceratini fascistone in aeternum, il tronco è quello, Scalfaro quando gli esce la frase retorica chiude gli occhi, cioè quasi sempre, Montanelli finge di cercare le parole per dirle meglio, Spadolini sorridente, sembra lo zio scapolo di Ferrara e di Costanzo e spera che Benigni non infierisca, Cossiga con le dita nel naso per operazioni di scavo, Woytila giovane riceve Gorbaciov con occhi felici e aria protettiva, non sapeva il dopo, Funari spiega i nostri guai e l'economia col pennarello e le urla, Feltri sardonico, che dice che tutti parlano male del suo giornale però lo leggono, come oggi, solo che lo leggono meno, le monetine del Raphael, gente veramente incazzata ed i poliziotti che faticano a contenerli, Formentini ancora leghista duro e puro, la sciura Augusta non l'ho vista, peccato, tanto simpatica, Martelli credeva di avere un grande futuro, Segni pure lui, il Ciro! Ciro! di Sandra Milo, Andreotti ed Amato tali e quali come oggi, le genealogie delle famiglie Marzullo e De Mita e dei loro fraterni rapporti, otto grossi imprenditori arrestati a mezzogiorno e rilasciati in serata, gli spot elettorali del partito socialdemocratico e di quello repubblicano, roba da Romolo Augustolo, Enrico Berlinguer spiega come si fa a votare PCI, il simbolo in alto a sinistra, Mike Bongiono dice che Berlusconi non ha mai licenziato nessuno, neppure lui, lo spot di Berlusconi con i tre figli piccoli, D'Alema ancora col vestito dell'Upim o del Gum, pettinato alla mascagna e con l'aria di un gatto sotto l'armadio, Nuccio Fava parla bene di Bruno Vespa, era il primo della classe, Leoluca Orlando Cascio che aveva un grande presente
America, terra paterna Nicola 22 aprile
In principio c'erano Castiglione e Bomporto. Poi fu creata l'America.
Per quanto addietro possa spingere i miei ricordi, non riesco a trovare il punto in cui non sapevo dell'esistenza dell'America. Pare che sia sempre stata li`, nata col mio cervellino di bambino maschio. Prima ancora di sapere di essere in Italia sapevo che, lontano lontano, c'era l'America.
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O forse non e` proprio andata cosi`. Pezzi di America sono andati accumulandosi per anni: Topolino, John Wayne, Ruggero Orlando da Nuova York, Tex Willer, stelle-e-strisce, i soldati americani descritti da Giorgio Levis, partigiano anglofono e amico di famiglia, e i negri che entravano a Bomporto, Emilia, ma mia nonna, fascista e previdente, aveva gia` nascosto l'oro e le figlie. A un certo punto, non andavo ancora scuola, mi fu detto che tutto questo era America.
Solo dopo venne l'Italia, lo sciatto tricolore, banalmente simmetrico e senza stelline, la canzoncina patriottica in prima elementare ("il bianco, il verde e il rosso/ sono colori di onore e gloria"), che persino a dei bambini risultava stucchevole. L'Italia era il Duce, grand'uomo ("Mamma, non dire queste sciocchezze ai bambini!", "Ecco, che in questa casa non mi si lascia parlare mai, allora taccio!"). L'Italia era la terra-madre; quella che ti cura, ma dal cui abbraccio non si scappa neanche in auto. L'America, invece, era la terra-padre, quella dove si poteva spaziare e scoprire, tra praterie piene di bisonti e terribili indiani, il giardino senza steccato di Charlie Brown.
Un posto a parte lo aveva la parola "patria", che mi fu insegnata a tre anni dalla zia Shasha, la vecchissima baby-sitter russa che in Italia c'era approdata durante la Rivoluzione, scappando dai rossi col marito, un colonnello bianco. Credo che lei volesse parlarmi della Russia per cui provava una nostalgia selvaggia, ma per me e mia sorella, Patria era diventata una vecchia signora proprietaria di tutto: i treni della Patria, le case della Patria, la terra della Patria. E tutte queste cose noi fabbricavamo in balcone con le mollette per stendere.
La signora Patria divenne l'Italia e i treni della Patria le FFSS. L'impressione di decrepitezza ci mise un po' a svanire.
Questi ricordi riemergono ora da padre, mentre osservo mia figlia che si fa un suo infantile sistema di riferimento. "In principio ci sono Dozza e Milano. Poi c'e` l'America." Il suo primo viaggio oltreoceano, la bandiera da commentare, stellina dopo stellina, l'inno americano da fischiettare tutte le sere, Pluto e Minnie, i corti di Charlot, il pesce Nemo, l'asilo americano con le maestre nere e i bambini cinesi, e nessuno con cui ci si possa intendere.
Nella generazione di Pavese e Fenoglio, l'America fu la scoperta sconvolgente dei vent'anni, per chi aveva la possibilita` di scoprirla ed era abbastanza sveglio. La mia generazione fu avviata all'America assai presto, e ancor piu` quelle che seguono, che sono quasi completamente americanizzate. Cosi`, nell'ingenuo antiamericanismo dei ragazzi no-global si vede l'eco trasparente dell'internazionalismo wilsoniano, la parte allo stesso tempo piu` ingenua e generosa del pensiero americano, quella che sta alla base stessa dell'impegno americano oltreconfine, che e` poi cio` a cui i giovani no-global si ribellano.
Una contraddizione insanabile e forse feconda.
Brontolo su Macchianera
Giù
Giù
Giuliano!!!!!! 16 aprile
È da ieri sera che cerco di non pensarci, giuro, e nell'intento ricorro a tutti gli artifizi del caso, tipo autoaccusarmi di eccessivo namedropping o magari di imborghesimento precoce, servo della regimental che di tanto in tanto mi porto appresso. Però non ci riesco, zio cane. Ci riprovo e di nuovo toppo. Il nome mi esce involontariamente, scusami, ma mi esce e mi riesce. Giu
Giulia
No, non lo devo dire, cazzo
Giuliano, dio di una madonna!!!! Giuliano! Giuliano! Giuliano!!!!
Non ti girare dall'altra parte: parlo con te, ciccione. E non assumere quell'atteggiamento da Nerone de 'sti zebedei, che per colpa tua papà Lamberto non mi vuole più bene come prima, solo perché ho provato a difenderti un paio di volte. Vedi, Giuliano (ma perché l'ho detto?) quello che è successo ieri è una gran brutta cosa. A tutti capita di avere in redazione uno che s'allarga, si sa. Uno che per voler mostrare quant'è altobelloebiondo esagera con gli aggettivi, con le provocazioni, con le citazioni. Uno che ha letto un paio di libri in più di Diaco (quindi due) e dunque con trenta righe a disposizione si mette in posa e orina everywhere. Però niente e nessuno, nemmeno una divinità sacrilega come te, ha il diritto di lasciargli insozzare quei quattro tizi che si sono presi in Iraq, uno dei quali per beffa si è trasformato in extremis in eroe nazionale.
Insomma: la rubrica di Marcenaro di ieri era una fogna, senza altro aggiungere. E non tanto perché tu gliel'hai passata liscia, a sprezzo del pericolo e del buon gusto, quanto per le ragioni per cui la merdata ha provocato tanto danno, e che sono tutto sommato due.
La prima è che con i coglioni che ti ritrovi (non in redazione, che già si sa, ma sotto la cintura) DOVRESTI dirigere un giornale vero, Verissimo per citare il tuo amichetto acquadiparmato, che chiude la sera tardi e non alle sette e mezzo di sera, esponendosi quotidianamente al rischio di errori e orrori. Invece no: insisti a giocare, e a inzigare, e a cazzeggiare, e a fare l'ottovolante dell'altobassoalto invece di rimboccarti quelle cazzo di maniche e fondare la repubblica, come il tuo odiato Scalfari.
Seconda ragione per cui la marcenarata ha lasciato la frenata negli slip, è che dietro allo spirito suo e al tuo, alla vostra cricca briccona fatta di balzelli da sinistra a destra, e poi in ordine sparso, c'è il grande lutto di una generazione. La devolution cerebrale di un gruppo di bravissimi che ha immolato al divertissement etica e amore, lealtà e speranze. Parole che già mentre le scrivo suonano strane, rigide, fuori tempo, proprio perché Voi, carissimi, ce le avete sputtanate, perdendo il gusto di non andare a una cena se c'è un ceffo ributtante, o di non imbronciare il muso quando impatti un piduista.
Voi, e mi riferisco a te, Giuliano, che vali per tre o quattro, i piduisti (e parlo di Berlusconi, che vale per tre o quattrocento) li avete amati e riveriti, avete pure fatto i loro ministri, gli avete scritto i discorsi, indotto le parole, evoluto i pensieri.
E a Noi (parlo per me, che valgo uno e un cazzo) non resta che guardare Selen riciclata nella Fattoria con il first name Luce, pensando che forse anche questa voltagabbana, in fondo, è figlia vostra.
My friend is saldatore 21 aprile
Come dicono i neocon: chevvelodicoaffà? A scuola ero un asino. Uno di quelli ai quali per i primi dieci anni dicono che sono intelligenti ma non si applicano, e poi neanche più quello. Secchione lo son diventato dopo. Ma allora no, ogni anno un calvario di esami e ripetizioni, madonne e denari buttati. Così, zoppicando, sono arrivato al giorno della maturità, dove non chiedetemi come ho portato a casa un simpatico 56 che mi ha aperto le porte dell'università. Un tale sfregio al resto della classe, tutta o quasi di diligenti neocon, che qualche genitore chiamò mia madre per protestare, quasi i voti li avesse dati lei. E la cosa che non mi piacque molto è che lei effettivamente si scusò, ben sapendo quanto più badassi agli scappellamenti che al de rerum natura.
Nonostante tutto questo, e sono passati vent'anni, ancora adesso mi porto dietro il marchio del liceo classico, uno dei più blasonati di Milano, care merdacce. Un marchio a fuoco che salta fuori di continuo, nel mio totale disinteresse, ma di continuo, al punto da farmi ripensare a cosa il liceo, e quello classico in particolare, rappresenti nella fantasia della gente che non l'ha fatto, e nella psiche di chi invece in qualche modo l'ha superato.
Ci ho ripensato, oggi, leggendo l'ennesima polemica sulla scuola di madame Moratti, e sulla sua gioiosa idea di far decidere a un maturo tredicenne se nella vita vorrà essere uno a cui diranno col sorrisino ah, anche tu il Berchet, oppure uno che si farà presto tanti amichetti saldatori. Ecco cosa rispondere quando qualcuno chiede con lo sguardo sghembo e il tonino acre perché mai questi rossi di merda ce l'hanno col governo. Può dire che ai propri figli vuole lasciare una possibilità. Magari di diventare stronzi quanto me, ma comunque una possibilità.
Povero me 22 aprile
Davanti a casa mia, nel patio postmoderno di un bancomat, abita un barbone. Avrà quarant'anni, la sua barba è come da protocollo grigia e lunga, e la sua pelle rossa, come bruciata dalla vita di strada. Se ne sta lì tutto il giorno a non fare un cazzo, rannicchiato su se stesso, dolente, con una sigaretta di tanto in tanto alla bocca, silenzioso e inerme al sole e al buio.
Lo incrocio tutte le mattine con mio figlio mentre prendo la moto, parcheggiata a un metro da lui, e tutte le sere al ritorno a casa. Se non c'è mi preoccupo, ma quando gli sono vicino non ho il coraggio di aiutarlo, per il timore che poi mi sfranga i maroni per il resto dei miei giorni, o almeno finché continuerò ad abitare lì.
Questa mattina, dopo mesi, mi ha rivolto la parola.
"Hai qualche spicciolo?", mi ha chiesto.
"No, non ne ho", ho risposto.
Ed era vero. Il mio portafoglio era vuoto, come accade a noi borghesi delle varie Visa. Ma lui non ci ha creduto.
"Bella merda", ha sussurrato mentre mio figlio insisteva a chiedermi perché quel signore mi chiedesse soldi e io non glieli dessi.
"Merda sarai tu", gli ho risposto piccato. "Non li ho davvero, capito?", e gli ho mostrato l'interno del portafoglio.
Al che lui si è messo a piangere piano, rannicchiandosi su se stesso, e coprendosi il volto con le mani.
Anche così si è crudeli, cercando di non esserlo. E pensando, senza volerlo ammettere, che quello potrebbe anche alzare il culo e cercarsi un lavoro.
25 aprile 2004