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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 28 marzo 2004

Nota introduttiva
1
. Questa settimana molti giornali si sono occupati dell'intesa Milano-Roma, Albertini-Veltroni. Ho inserito alcuni articoli, apparsi sulle cronache di Milano del Corriere e di Repubblica, a cui ho aggiunto due sonetti del Porta e due del Belli. Par condicio, e senza traduzione.
2. Ho trovato nell'archivio di Golem l'Indispensabile un saggio di Marina Mizzau sulle barzellette: perché si ride, perché possono non essere capite, perché non si ride. E ' insidioso, scrivere saggi del genere, ma, come dice l'autrice, riso spiegato non è sciupato.
3. Appartengo alla spocchiosa minoranza dei cultori del cinema di Erich Rohmer. Ho controllato la filmografia riportata alla fine dell'articolo di Stefano Finesi: dei film riportati ne ho visti finora ventitrè, diversi più volte, alcuni in francese. Ma me ne manca ancora qualcuno… Le immagini da film di Rohmer le ho trovate nel sito Les Films du Losange.
p.c.

l'ami de mon amie
  
L'America, fra poco
Furio Colombo su
l'Unità

Vedere l'ex presidente Bill Clinton che tiene la mano dell'ex presidente Jimmy Carter che tiene la mano dell'ex vicepresidente Al Gore che tiene la mano del senatore John Kerry, candidato democratico contro Bush è uno spettacolo che non si era mai visto in passato. Come tutte le grandi famiglie di sinistra nel mondo, i democratici americani sono spesso divisi, o così appaiono a confronto con i loro avversari repubblicani. Gli interessi uniscono, e non lasciano spazio al dibattito sulle idee. Il segreto, che è l'ossessione del presidente Bush e del suo vice, Dick Cheney, ancora più legato, se possibile, al segreto (specialmente sull'origine della sua ricchezza) dà l'impressione di una unità granitica.
Il dibattito di idee, nel partito democratico, è aperto, a volte brutale, e si svolge alla luce del sole. Gore non ha voluto l'aiuto di Clinton - tuttora popolarissimo - per la sua campagna elettorale di quattro anni fa per paura di intaccare la sua reputazione. Clinton non si è mai sentito vicino a Carter, più conservatore di lui nei modi, più vicino alle minoranze, ai diritti civili, più intollerante con le ingiustizie nel mondo. Carter e Clinton non si incontravano dal 1994, Gore non aveva mai più visto il presidente di cui era stato vice. Nessuno di essi aveva mai partecipato alla campagna elettorale dell'altro. Ma tutti sono venuti a Washington giovedì sera per dire a John Kerry: "Siamo tutti qui per fare la nostra parte. Il pericolo, per l'America, è troppo grande".
Accanto a Kerry, quella sera, a Washington, c'erano anche Al Sharpton, John Edwards, Howard Dean, i candidati battuti da Kerry. E anche la loro presenza è stato un simbolo senza precedenti di unità, per dire: tutti insieme rappresentiamo la speranza democratica dell'America di fronte a Bush che ama definirsi “presidente di guerra”. Dopo un pranzo in cui migliaia di persone hanno pagato da mille a venticinquemila dollari per essere presenti ("pur di battere Bush", ripetevano da una parte e dall'altra i convitati ai giornalisti che chiedevano la ragione di contributi tanto rilevanti), i Carter, i Clinton, i Gore, i Kerry e tutti gli altri sono andati insieme alla discoteca Dream (Il sogno). Clinton è apparso il più a suo agio, Carter il più imbarazzato, come sempre, il più rigido, Kerry il più festeggiato. Per lui i giovanissimi frequentatori della discoteca hanno versato al sogno di una vittoria un contributo di cinquanta o cento dollari a testa.
E' qui, davanti al pubblico dei più giovani che Clinton ha fatto il suo elogio di Howard Dean, il più popolare e il più amato fra gli sconfitti delle elezioni primarie: "Diciamo la verità - ha esordito l'ex presidente in un mare di applausi - Dean ha svegliato l'America. E' stato il primo a richiamarci alla gravità di ciò che sta accadendo in America, al rischio di ciò che potrebbe ancora accadere in questo Paese che - se vince Bush - si dichiara “perennemente in guerra”. Hanno detto che Dean usava toni troppo alti. Ma questa campagna elettorale dice, per merito di Howard Dean, che non siamo rassegnati e che non ci rassegneremo".
L'ex presidente Carter è stato aspro con Ralph Nader e il suo annuncio di candidarsi come campione degli ambientalisti. "Quando ero presidente, mi dava molti consigli su come salvare l'ambiente. Ora ne do uno io a lui su come salvare l'America: venga con noi contro Bush".
John Kerry, il candidato anti-guerra e anti-Bush a cui adesso guardano tanti americani, ha detto, fra applausi che non finivano mai: "Questo Paese ha bisogno di verità e non può seguire una politica fondata sull'abitudine di mentire.
Noi siamo un Paese che onora grandi valori. Questi valori ci impongono di fare la guerra non per capriccio ma per necessità. E non è ciò che è accaduto finora".

Se volete rendervi conto di ciò che sta accadendo in questo momento negli Stati Uniti immaginate ciò che è accaduto due giorni fa durante una delle prime udienze della commissione investigativa che deve far luce su ciò che è stato fatto (o non fatto) nell'America di Bush prima dell'11 settembre. Lo scopo è rispondere all'accusa che tormenta il Paese e perseguita Bush: perché gli Stati Uniti, con tutta la loro potenza, sono stati colti di sorpresa, perché gli aeroporti erano senza difesa, i cieli senza ostacoli e la reazione militare è stata così immensamente ritardata (un'ora e mezzo prima che un solo aereo militare si levasse in volo).
Nell'aula, oltre ai politici, agli avvocati, agli esperti di intelligence e di terrorismo c'era - come accade sempre durante i lavori delle commissioni di inchiesta americane - un pubblico di persone interessate. Per esempio molte vedove, molti familiari dei morti delle Torri gemelle. Essi hanno applaudito a lungo quando Richard Clarke, già consigliere per le questioni di terrorismo di Clinton e poi di Bush ha detto: "Questo governo, questo presidente, si sono comportati in modo futile e incoerente, indicando prima un nemico e poi un altro, prima un piano d'azione e poi un altro, cambiando continuamente parola d'ordine e strategia, ignorando gli esperti. Il fatto è che questo governo ha fallito, noi abbiamo fallito, e io personalmente vi chiedo scusa. Voi siete stati prima abbandonati e poi celebrati. Ma la celebrazione non spiega ciò che è accaduto. E la guerra in Iraq ci ha dirottato altrove".
Si accumulano i libri di accusa. Oltre a “Contro tutti i nemici” di Richard Clarke che da massimo esperto di terrorismo, guida l'accusa di incapacità contro Bush, c'è il libro di un altro Clark, l'ex generale comandante della Nato: "Siamo vittime della mente stretta dei neoconservatori, che ci hanno spinto nello stretto passaggio forzato dell'unilateralismo. E' una politica che liquida decenni di collaborazione multilaterale degli Stati Uniti e di sostegno alle Nazioni Unite. Ci mette in uno stato di pericolo che continuerà a crescere, se non cambia il governo". “Peggio del Watergate” si intitola il saggio di John Dean, che era stato il legale di Nixon (e poi coimputato) ai tempi del grande scandalo repubblicano del 1974. Dean esplora, con documenti che finora nessuno ha confutato, il formarsi della ricchezza privata del presidente e del vicepresidente degli Stati Uniti, la loro mania per il segreto, la loro ossessione per l'Iraq "che non ha nulla a che fare con l'11 settembre, una ossessione che comincia molto prima".
"Questa volta cambiare la presidenza degli Stati Uniti non vuol dire cambiare partito o scegliere fra conservatori e liberali. Vuol dire cambiare il futuro e la vita", ha detto Richard Holbrooke, già ministro di Carter e ambasciatore di Clinton all'Onu. Aggiunge e conclude lo storico Arthur Schlesinger: "Questa volta voteremo pro o contro l'America che abbiamo sempre amato e sognato, pro o contro l'Europa, che è sempre stata la nostra alleata, pro o contro i patti e i trattati che ci legano agli altri Paesi liberi, pro o contro la lotta alla povertà, qui e nel mondo, che è causa di tanti sanguinosi disastri. Pro o contro la guerra".

l'amour l'après-midi
  
Di questi qui non ne posso più
Finti amici e veri nemici dell'Ulivo
Giampaolo Pansa su
L'espresso

Dopo l'aggressione subita al corteo pacifista, Piero Fassino ha raccontato di aver ricevuto centinaia di telefonate, di e-mail, di fax, tutti di solidarietà. E che dicevano: adesso basta! Voglio dirlo anch'io basta! Parlo soltanto per me, come semplice elettore dell'Ulivo, anzi del Triciclo. In quanto tale, dichiaro che non ne posso più di certi personaggi, davanti ai quali dovrei inchinarmi ogni mattina. Perché, così mi si ripete, sarebbero indispensabili alla vittoria contro l'odiatissimo Silvio Berlusconi.
Non ne posso più di Gino Strada che, da eroe umanitario, s'è tramutato in un iroso capo fazione, capace di dare del "delinquente politico" a chi non la vede come lui sulla guerra in Iraq. Non ne posso più di Armando Cossutta e delle sue ipocrisie. Cita ogni minuto Enrico Berlinguer. E ha messo pure il suo volto sulla tessera del partito cossuttista. Ma io me lo ricordo, l'Armandone, ai tempi di re Enrico. Quando intervistai Berlinguer sulla Nato, un Cossutta invelenito mi sibilò: "Gliela farò pagare, a Enrico, quell'intervista". Oggi Cossutta strilla di aver sempre combattuto Berlinguer a viso aperto. Vien da rispondergli: ma mi faccia il piacere! Io non l'ho dimenticato il lavorìo sotterraneo dei cossuttiani, d'accordo con i compagni sovietici, allora potenti.

Ha fatto bene Nerio Nesi, in questi giorni, a dimettersi dai Comunisti italiani. Secondo me, dovrebbe lasciare anche il gruppo di Montecitorio. Così non sarà più costretto a stare spalla a spalla con altri due che mi fanno dire: non ne posso più! Sono Oliviero Diliberto e Marco Rizzo, entrambi eletti in collegi blindatissimi (Scandiano, in Emilia, e Firenze-Pontassieve) dai voti di quel centro-sinistra che sbeffeggiano ogni giorno. Per il Bestiario è una storia vecchia, questa dei paracadutati corazzati. L'ho denunciata una decina di volte. Adesso ho deciso di non farlo più. Mi limiterò a stracciare la scheda elettorale, se ci vedrò il nome di qualche finto ulivista.
Un altro che ho deciso di rifiutare è Paolo Cento, dei Verdi. Ecco un ennesimo blindato, a San Giovanni in Persiceto (Bologna), dove il partito di Fassino gli ha regalato un plebiscito bulgaro, il 61 per cento dei voti. Proprio a lui, al Piotta, allo zione dei Centri sociali. Chissà come avrà goduto, sabato 20 marzo. Basta anche con il Piotta e il suo leader maximo, il Pecoraro Scanio. Se li cerchino da soli, uno per uno, i voti che gli servono.

Non ne posso più dei sepolcri imbiancati di Rifondazione. Il Parolaio Rosso telefona compunto a Fassino per solidarizzare con lui. Poi leggi 'Liberazione' e ci trovi tutto il contrario. Adesso c'informano che Fausto Bertinotti vuole mandare al Parlamento europeo nientemeno che Vittorio Agnoletto, la santissima icona dei no-global. Ma mezzo partito dice no. E ti credo! Penso, comunque, che il Parolaio ce la farà. Ad ogni modo, fatti loro. Con i rifondisti ho chiuso da un pezzo.

Invece devo dire basta a due personaggi che, un tempo, ho sostenuto: Achille Occhetto, nella svolta del 1989, e Tonino Di Pietro, nell'era di Mani pulite. Da quando si sono messi insieme, hanno esaltato i loro difetti. Achille è in piena furia vendicativa contro l'ex-Bottegone, oggi Botteghino. Tonino s'è montato la testa e pensa di essere l'Uomo della Provvidenza, l'unico in grado di sconfiggere il Berlusca. Fate pure il vostro gioco, signori. Ma il vostro non sarà più il mio.

Non ne posso più anche di tante altre figure minori. Per esempio, del compagno Giuseppe Giulietti, che appena uno osa criticare il reticente Tg3 di sabato 20 marzo sull'aggressione a Fassino, strilla il suo proclama contro "il servizio d'ordine mediatico del premier che sferra il consueto attacco, ecc. ecc.". Altro esempio? Il prete pacifista che si è detto contento della cacciata di Fassino, alla faccia della carità cristiana. Per non parlare degli inossidabili minimizzatori, parlo di una quota della sinistra girotondina. Quelli del "ma non è successo niente!", Fassino è stato soltanto criticato con foga, gli avranno pure tirato le aste delle bandiere, ma erano sottili come rametti d'ulivo, e anche le bottiglie che gli volavano addosso erano di plastica sottilissima...

Per non farla lunga, penso che il Triciclo debba rompere con questo campionario di finti amici e di veri nemici. Servono soltanto ad allontanare dall'Ulivo i voti di tanti italiani tranquilli. Del resto, vincere con loro è uguale a perdere. Fassino deve sciogliere il dilemma che ci ha presentato lunedì 22 marzo, nell'intervista a Massimo Franco, del 'Corriere della sera': "Siamo un centrosinistra in preda alle velleità estremistiche e ai calcoli di bottega, o sappiamo guidare in modo credibile l'Italia e restituire speranza a un Paese incerto e smarrito?".

Il problema è tutto qua. Anche per questo, la giornata balorda del 20 marzo deve segnare una svolta, l'inizio di un chiarimento decisivo. Prima di tutto, tra la maggioranza di Fassino e il Correntone, sempre più tentato dalla scissione. Ci sarà questa svolta? Spero di sì, ma temo di no. E vedo già il Berlusca che, tra le rovine della sua Casa delle libertà, se la ride, oh come ride!

conte d'automne
  
Stadio, specchio dell'Italia
Francesco Merlo su
la Repubblica 25 marzo

Si è infilata la coda del mondo in quella straordinaria sequenza televisiva dell´ultrà, ora arrestato, che domenica scorsa all´Olimpico ha affrontato e minacciato Totti, il suo idolo. C´è, per analogia epocale, la furia dell´iconoclasta che aggredisce il Budda nell´immagine del fanatico che aggredisce il suo Totti-Budda e in nome del calcio etico ferma il calcio immorale.
In nome del calcio mitico ferma il calcio reale, in nome del calcio rifondato ferma il calcio degenerato. Di sicuro, gli ultras che hanno sospeso la partita Roma-Lazio sono una novità assoluta, per ora tutta italiana, non prevista dagli antropologi, dai sociologi e dai giornalisti che per anni hanno scimmiottato Lévi-Strauss, Ernesto De Martino e i grandi esploratori, dipingendo un paesaggio di umanoidi che la domenica si circondano di frastuono e di turbini di fumo, teppisti orribili che emergono alla superficie delle curve, ma sempre lasciando intendere che nell´abisso polveroso e scuro dei club se ne nascondono di più grossi e di più cattivi. Ebbene, domenica scorsa, con un´azione odiosa e tuttavia politica, gli ultras italiani hanno voluto dire che il pallone sono loro a chi specula sul calcio gonfiando i bilanci per ammortizzare altri bilanci? In nessun altro paese avanzato gli ultras avevano mai ammantato di moralismo le loro aggressioni e la loro violenza, guerriglieri della restaurazione etica contro la pervasiva logica della finanza vaporosa e della politica truffaldina.
Quello che è stato consumato a Roma, con le opposte tifoserie che si mettono d´accordo per riportare il calcio all´età mitica delle presunte virtù evangeliche, è dunque il primo atto di una rivolta plebea che vuole delegittimare per indegnità tutte le autorità formali, dall´arbitro al prefetto e al questore, dal presidente della Lega ai proprietari delle società. E´ il tifo che scopre che i suoi centomila occhi sugli spalti valgono meno dell´occhio televisivo, di quello politico, di quello dei commentatori e degli intellettuali, degli specialisti di Petrarca in libera uscita. Gli ultras sono i popolani e i masaniello, gli anabattisti, i movimenti ereticali, ingenui e radicali nella loro ferocia che vogliono rifondare la teologia dello sport, ed è davvero una novità gravissima che evidenzia la distanza tra l´impresa calcio e il tifo calcio, tra il pallone e l´imbroglio contabile. E difatti nella estremizzazione teppistica degli ultras risuonano gli stessi umori dello spettatore vip che sui giornali e nei talk show chiede di essere lasciato in pace a godersi i ventidue pupi che corrono dietro la palla. Qui non c´è più solo l´ignobile striscione antisemita e lo slogan razzista. Da domenica il neo-ultrà italiano non è più solo la minaccia all´ordine pubblico che giustamente e finalmente il ministro Pisanu promette di combattere con durezza, ma è diventato davvero estremismo eversivo. Così, per esempio, lo striscione bresciano di Bologna " i nostri soldi sudati per i vostri debiti spalmati: vergogna", è roba da scuola di Barbiana, è un pasticcio enorme che non ha più nulla a che vedere con "due pugni, un calcio, una finta, altri due pugni, una pedata?.", insomma con quella mistica delle botte, nichilista e patologica, che a ventisei anni, l´hooligan inglese Kevin, paraplegico, raccontò al Telegraph per mostrare, con fierezza da reduce, quanto gli era costato tifare per il Liverpool.
In Italia non è più così. In Italia l´ultrà della Roma si accorda, nientemeno, con l´ultrà della Lazio al grido: "ultras di tutto il mondo unitevi". Non è più il mostro della letteratura nera, non è più soltanto un problema di polizia, come appunto fu per moltissimi anni in Inghilterra, dove, gli hooligans sono ormai sotto controllo, perché alla polizia, democratica e tollerante, è stato dato quel potere di civiltà e di saggezza senza se e senza ma che in Italia è ora invocato, probabilmente troppo tardi, non solo da Berlusconi, ma anche, ieri sul Corriere della Sera, da quella indiscussa autorità morale che è Claudio Magris. È vero che adesso in molti stadi d´Inghilterra sono state persino rimosse le transenne e che gli ultras inglesi non sono certo spariti ma sono diventati innocui, e la loro rabbia è semmai un controveleno, un antidoto, perché sicuramente il tifo non uccide, e anzi qualche volta guarisce, proprio come accade con la foglia di cannabis nei concerti pop, o con certi eccessi pagani nelle feste cattoliche, o con i fuochi d´artificio o con il sangue nelle strade di Pamplona. E non si possono denigrare i popoli, neppure quello italiano, per le loro follie da stadio, né si possono governare le pulsioni di massa come si governa il traffico, con le prediche al posto dei semafori.
Ma purtroppo in Italia non basta più la polizia perché stiamo assistendo a un´escalation al contrario del pericolo ultrà. Ormai il nostro ultrà è un animale politico che si sente addosso una strategia che non controlla, la sente ricadere sulla sua pelle, che non è ovviamente pelle raffinata ma è pur sempre pelle, e percepisce nel suo calcio interessi sporchi che lo marginalizzano. Certo, già prima, quando ne arrestavano qualcuno, si scopriva che nella realtà gli ultras sono normali, come Stefano Sordini, che fa l´operatore finanziario, o Stefano Carriero, che fa il cameraman o, ancora Roberto Morelli e tutti gli altri diciassette arrestati di Roma, tra i quali c´è pure un minorenne. E fa un po´ ridere la voglia di descriverli come fascisti, nel senso delle squadracce di picchiatori militanti che forse non esistevano più nemmeno nel ´68. In realtà in loro l´ideologia reazionaria è un sentimento arcaico, da fuori del mondo, un´ideologia impraticabile e inattuale come sempre accade ai movimenti di rifondazione, sia essa del comunismo o dell´Islam o del calcio, perché la rifondazione è l´ideologia della marcia indietro in un mondo che va avanti.
Non solo dunque gli ultras non somigliano alle scimmie, ma, ecco il punto, somigliano moltissimo all´Italia di oggi, e anzi sono loro che danno il tono alle nostre adunate, alle nostre manifestazioni, alle nostre piazze e alle nostre curve. Ultrà è il sapore di una partita di calcio, la rabbia di una sconfitta che in Italia è comunque immeritata, tanto nel calcio, dove c´è sempre un arbitro Moreno con cui prendersela, quanto nella politica dove c´è sempre qualche alleato minore da incolpare nelle disfatte dei governi o qualche avversario da demonizzare. Ultras sono tutte le emozioni collettive che ci prendono alla gola negli stadi e nella piazza, e sono sempre emozioni senza pensiero perché il pensiero non va in piazza né allo stadio, che sono i posti in cui la scemenza ha diritto pieno, con gli striscioni, i colori, la passione. La partita di calcio è la libera festa dell´irresponsabilità civile. Solo la violenza non è consentita allo stadio e in piazza, dove tutti ci dimentichiamo del nostro rigore e della nostra compostezza consegnandoci alla "folla solitaria" nella quale ci si smarrisce, e anche la ragione si smarrisce. Ma la folla oceanica, si sa, ha virtù psicanalitiche e ti spinge a fare cose di cui ti vergogni, ad insultare e aggredire Piero Fassino per esempio, a imbarbarirti come mai altrove, a diventare un talebano del pallone che progetta un calcio preindustriale e il ritorno alla natura: a misura d´uomo, a misura di tifoso.
Ma l´ultrà deve restare ultrà e mai farsi governo. Perché ultrà è l´urlo e ultrà è il panico, ultrà è il sole estivo che a mezzogiorno taglia le pietre e trasforma le città del sud in cimiteri, pieni di persone che sembrano abbattute da un pugno, ultrà sono i pacifisti senza se e senza ma, ultrà sono i ragazzi che si stordiscono nelle discoteche, ultrà è l´adolescenza ed è la ferinità, ultrà è quella parte di noi che ha bisogno di essere posta sotto controllo, ha bisogno di regole, di educazione, di tabù e di severità ma anche di tolleranza, ultrà sono i concerti di Marylin Manson che qualcuno vorrebbe esorcizzare con l´acqua benedetta, ed è ultrà anche l´illusione, ingenua e goffa e pericolosa, di potere cavalcare politicamente e magari anche elettoralmente la trasgressione degli ultras, con il pericolo che negli stadi d´Italia definitivamente si infili l´antagonismo sociale con tutte le sue terribili pulsioni oscure. E dunque, senza ironia: aridatece l´ultrà.

la femme de l'aviateur
  
Il derby è mio e lo sospendo io
Ruolo istituzionale alle tifoserie
Michele Serra su
L'espresso

Con la sospensione del derby Lazio-Roma, decretata da due capi ultras, uno romanista e uno laziale (detti 'er Grattachecca' e 'Mengele'), le tifoserie di calcio assumono finalmente l'importante ruolo istituzionale che loro compete. Decisivo, in questo senso, l'atteggiamento di lungimirante apertura del presidente della Lega, Adriano Galliani (detto 'er Senza Palle'), che ha deciso di non far disputare la partita parlando dal telefono a gettoni di una pizzeria milanese con l'arbitro Rosetti, che aveva saputo da un guardialinee che il massaggiatore della Roma era stato avvertito che un tifoso della Curva Sud era molto nervoso già dal pomeriggio dopo avere accoltellato il suo dietologo, e non si sentiva nello stato d'animo giusto per assistere alla partita.

Altro retroscena: Radio Boccea International, una delle 26 emittenti romane che si occupano 24 ore al giorno di calcio, aveva diffuso poche ore prima del derby la telefonata di un tifoso, Eros Meconi detto 'Tupamaro', che minacciava di disselciare personalmente il marciapiede di destra di via Tuscolana (16 chilometri) nel caso che Francesco Totti non avesse indossato una maglietta con la scritta 'Te vojo tanto bbene, Milena!'.
Su richiesta degli ultras romanisti e laziali, avanguardia politica dei colleghi di tutta Italia, verrà aperto un Tavolo Permanente composto dal ministro degli Interni, dal comandante dei carabinieri, dal sindaco di Roma, dal prefetto, dal questore, dal primario del Pronto Soccorso, dalle mogli in minigonna di tutte le autorità predette, e da due tifosi: il sedicenne laziale Thomas Pelosi, detto 'er Tortura', e il pregiudicato romanista Manlio Terenzio Mortacci, inspiegabilmente senza soprannome. I due ultras prenderanno posto su sedie ignifughe e saranno sedati prima delle riunioni. Esprimeranno il loro voto lanciando fumogeni contro i convenuti di parere contrario. Si prepara, intanto, una piattaforma nazionale del tifo ultras, che prevede:
1. Il riconoscimento di Hamas e la distribuzione gratuita dei biglietti dello stadio, recapitati a casa dal prefetto in persona, a tutti gli ultras con precedenti penali.
2. Il ritiro immediato dall'Iraq e lo spostamento delle bandierine del corner che impediscono una buona visibilità.
3. L'introduzione di una 'giornata della memoria' per le vittime naziste della Seconda guerra mondiale, il gemellaggio con l'Eta, la liberazione dei brigatisti rossi, l'occupazione del Campidoglio, l'adozione della svastica come logo ufficiale degli Europei, lo spostamento della comunità ebraica romana a Ponza, la rivalutazione delle foibe, panini gratis per tutti.
4. L'esposizione in ogni curva, a spese del Comune, dello striscione 'Siete degli infami, onore ai caduti, boia chi molla, vi meritate i gulag, torna Auschwitz, forza Vesuvio, siete delle merde, grazie forni, viva Pol Pot, hasta siempre, Giggi sei sempre nei nostri cuori. La curva non dimentica!'.
5. La modifica della Costituzione, introducendo un articolo che riconosca agli ultras lo status di orango, non punibile e per giunta specie protetta. Il presidente della Lega Calcio, Galliani, ha fatto sapere da una pizzeria milanese, telefonando alla friggitoria romana dove mangiano abitualmente 'er Grattachecca' e 'Mengele', di considerare ragionevole l'intera piattaforma. A patto che i gruppi ultras accettino di assumere, d'ora in poi, il nome dello sponsor Tim. Immediata adesione dei 'Facinorosi Tim', dei 'Tim commandos' e di 'Tim Olocausto'. Ancora incerte le Brigate Landru e gli Skonvolts: devono concordare con il commercialista quanto chiedere a Galliani.

la collectioneuse
  
La scuola licenzia Darwin
Pietro Greco su
l'Unità 24 marzo

Addio, Charles Darwin. Nelle scuole medie italiane - come, per una breve stagione, in quelle del Kansas - non si insegnerà più la teoria dell'evoluzione biologica. Nei libri di testo dei nostri ragazzi non è più previsto alcun accenno alla cespugliosa storia evolutiva della vita sulla Terra, alla modificazione incessante delle specie per quel gioco di "caso e necessità" di cui parlava Jacques Monod, a quell'ipotesi di discendenza dell'uomo dalla scimmia che tanto faceva soffrire l'iracondo vescovo Wilberforce. Via, tutto. Cancellato. I ragazzi non devono sapere.
Non conosciamo se a decretare il veto contro l'insegnamento di quella teoria darwiniana, che la comunità scientifica in tutto il mondo considera la base fondamentale del nostro sapere intorno ai fatti della vita, sia stata una qualche commissione distratta o una qualche autorità retrograda.
Non sappiamo se a provocare la virtuale cancellazione di Darwin dai libri di scienze dei nostri ragazzi sia stato l'atto malaccorto di un burocrate sciatto o la decisione cosciente di un'autorità reazionaria. Fatto è che con la riforma Moratti la teoria dell'evoluzione delle specie per selezione naturale del più adatto esce dalla scuola italiana. I ragazzi non devono sapere. E neppure gli adulti.
La notizia è, di certo, fragorosa: l'Italia opera una censura culturale che non ha riscontro in alcuna parte del mondo, Kansas incluso. Una mordacchia che neppure ai tempi di Galileo.
La teoria dell'evoluzione biologica di Charles Darwin non è solo una delle più grandi conquiste del pensiero scientifico, è anche una delle più grandi acquisizioni della cultura di ogni tempo. La sua teoria dell'evoluzione biologica ha contribuito a ridisegnare la visione che noi tutti abbiamo del mondo che ci circonda e di noi stessi. Darwin, per intenderci, siede al tavolo dei grandi del pensiero insieme ad Aristotele e a Kant, a Euclide e Gödel, a Galileo e Newton, a Platone ed Einstein. Cancellarlo dai libri di testo significa, né più né meno, cancellare un pezzo decisivo della cultura occidentale e della cultura tout court.
Per questo più assordante ancora dell'operazione di cassazione a opera del ministero dell'Istruzione è il silenzio che si è creato intorno alla vicenda. Nessuno ne parla. Né per condannare e neppure per applaudire. Come se cancellare un pezzo fondante della nostra cultura dai libri di testo fosse un'operazione normale. Come se cacciare Charles Darwin dalla scuola a un secolo e mezzo dalla pubblicazione di “Sull'origine delle specie”, fosse un'operazione non degna di alcun interesse. Come se cancellare il pensiero su cui si fonda la scienza emergente del XXI secolo, la biologia, potesse essere culturalmente sostenibile per un paese che si autodefinisce libero e avanzato.
Ora noi capiamo (ma non giustifichiamo, sia chiaro) il governo e gli ambienti culturali che lo sostengono. Da qualche tempo - intorno a quel governo, in quegli ambienti - spira un vago vento antievoluzionista. Che è come dire un vago eppure concreto vento antistorico e antiscientifico. Da qualche tempo a questo improbabile zefiro viene dato un certo spazio. Ricordate il convegno contro Charles Darwin organizzato nei mesi scorsi a Milano da frange di Alleanza Nazionale e ospitato dalla Provincia? E ricordate, che nei mesi scorsi, tra i massimi dirigenti del nostro massimo Ente pubblico di ricerca il governo Berlusconi ha nominato, per l'appunto, un antievoluzionista? Nessuna di queste (e altre) operazioni ha riscontro nei paesi occidentali. E neppure nei paesi islamici. O buddisti. O induisti. O animisti. Neppure nelle roccaforti dei creazionisti (il Kansas, il Texas e gli altri stati del Sud degli Usa) le istituzioni promuovono convegni contro l'evoluzionismo e pongono ai vertici della ricerca pubblica degli antidarwinisti. Non succede perché il pensiero di Darwin è, ormai, scienza consolidata e il creazionismo è un atto di fede. Un atto legittimo, sul piano religioso. Ma in nessun posto al mondo, ormai, neppure nelle teocrazie più fondamentaliste un centro di ricerca scientifica si regge su un puro atto fede.
Per intenderci, anche la Chiesa cattolica considera quella darwiniana un'ipotesi solida (anche se non completa). E, comunque, l'unica ipotesi scientifica in campo capace di spiegare i fatti noti della biologia. Per essere ancora più chiari: il cattolico Ludovico Galleni nel Dizionario interdisciplinare di Scienza e Fede pubblicato di recente dalla Urbania University Press e da Città Nuova a cura di Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia sostiene "l'accettazione ormai definitiva della prospettiva scientifica evolutiva" da parte del pensiero teologico. Cosicché il pensiero antievolutivo è l'epigone di un pensiero cristiano (cattolico e protestante) reazionario del tutto minoritario in ogni parte del mondo, Kansas compreso.
Cosicché anche il governo Berlusconi non ostenta le sue ormai sistematiche gesta antidarwiniane. Non ha il coraggio delle proprie azioni. Le minimizza. Le fa passare in sordina. Quasi a farci intendere che dietro non c'è una precisa scelta culturale. Che si tratta solo di piccoli e innocui pegni da pagare ad ambienti di destra con idee più o meno bizzarre. Ed è così, in sordina, che il governo fa passare le nuove gesta didattico-pedagogiche che buttano fuori Darwin dalle scuole medie italiane.
Ma può la società italiana accettare che un atto politico - non si sa se (più) sciatto o (più) reazionario - metta la scolorina al grande quadro della teoria fondamentale della scienza emergente, la biologia, proprio come in Unione Sovietica i burocrati zelanti cancellavano con la scolorina dalle foto ufficiali i politici caduti in disgrazia agli occhi di Stalin? Può accettare che i suoi ragazzi si formino senza aver mai sentito parlare di Charles Darwin e della sua teoria evoluzionista in un'epoca in cui la scienza biologica disegna gran parte della frontiera sociale ove si incontrano cultura, etica e persino economia?
La domande sono certamente retoriche: no che l'Italia non può accettarlo. Non senza combattere, almeno. Le risposte, invece, sono avvilenti. La cancellazione con la scolorina della figura di Charles Darwin dalla grande foto della storia surrettiziamente proposta ai ragazzi della scuola media non ha suscitato una grande reazione di ripulsa nell'opinione pubblica e nei media. È come se un po' tutti fossero rassegnati a questo improbabile revisionismo. A questo revisionismo vigliacco che preferisce non parlare di Darwin piuttosto che sfidarlo in campo aperto. E così molti - troppi - tacciono, facendo finta, proprio come accadeva in Urss, di non vedere. Di non vedere che qualcuno - non si sa se più per sciatteria o più per spirito reazionario - sta manipolando la scienza e la storia. Che qualcuno sta minando alla base la cultura - e il futuro - dei nostri figli. È davvero assordante questo silenzio.

conte d'eté
  
Milano-Roma
L'intesa Albertini-Veltroni


La svolta capitale
Gaspare Barbiellini Amidei sul
Corriere della Sera 24 marzo

Non è ingenuo considerare storiche queste giornate milanesi di confronto fra due sindaci e due città. Il rilievo non è politico, è operativo ed è di costume. E' proprio il costume che cambia e segna la maturità del tessuto sociale ed economico di un'Italia metropolitana migliore del ritratto che ne propongono i resistenti luoghi comuni. Se Veltroni in riva ai Navigli può constatare come sia oggi possibile articolare dal nord un discorso che è anche nell'interesse di Roma, significa che a Milano ci sono una classe dirigente e un'opinione pubblica capaci di muoversi con un senso nazionale del progettare, del realizzare e del chiedere nuove leggi e nuove vere autonomie al centro, dove si legifera e si ridistribuiscono le pubbliche risorse, in tanta parte drenate fiscalmente proprio nell'area lombarda.
Se Albertini davanti agli stessi testimoni può passare dall'enunciazione dei buoni principi alla pratica lista delle cose da fare insieme in campi nevralgici per le due città, vuol dire che alcune sinergie sono davvero attuabili. Il pragmatismo del sindaco più votato dal Polo si è incontrato con l'abile retorica del sindaco più votato dall'Ulivo. E' sbagliato ora mettersi dentro i partiti a fare il sospettoso conto su quali dei due schieramenti può eventualmente trarre più vantaggio d'immagine da questa alleanza fra due personaggi così diversi. Se si riescono a tagliare lacci e laccioli, essenzialmente fabbricati a Roma in oltre un secolo di burocrazia, di leggi e di regolamenti, corde che legano le mani ai primi cittadini nell'attuazione dei programmi voluti dagli elettori, sono questi ultimi a trarne il maggior vantaggio. Il resto è chiacchiera da bar.
Si può riassumere il senso dell'intesa che è nell'aria in questa formula: più potere e più risorse alle amministrazioni delle " due capitali " . Oggi definirle così non ha più il sapore di contrapposizione tipico di anni ancora recenti, ma di collaborazione, di redistribuzione dei ruoli, di integrazione. " Roma sta diventando più milanese e Milano più romana " , ha detto Veltroni. E Albertini: " Sono superate rivalità storiche che sembravano inconciliabili " . L'iniziativa di cooperazione economica e legislativa prende piede mentre l'Italia sta per darsi un assetto costituzionale federalista che deve conciliare leale rispetto dell'unità nazionale ed autonomia efficiente nelle gestioni locali.
Quando due anni fa il Corriere dedicò molte pagine per lanciare e motivare l'idea di questi incontri fra i due sindaci, sembravano esserci ancora troppi attriti psicologici sulla strada di un'intesa Milano- Roma. L'accelerazione è stata data anche dalla congiuntura, che mette sotto gli occhi di tutti il rischio di farsi piccola guerra di vecchi rancori un po' strapaesani, quando l'ostile situazione internazionale minaccia di portare a tradimento dentro le due metropoli la vera guerra del fondamentalismo terrorista. Non tutti hanno fatto festa a Milano per il gemellaggio amministrativo. Penso ci sia un senso anche nella contestazione, che fa parte della complessità dell'argomento. Un ruvido invito a non esagerare in un nuovo " buonismo " bipolare non guasta, se resta una componente di quel realismo che ispira la nuova fase di collaborazione Milano- Roma. Fosse tutta enfasi di facciata, presto svaporerebbe, per cedere a una crisi di nervi alla vecchia maniera.

le genou de claire
  
La cultura dei muri e quella del pensiero
Giulio Anselmi su la Repubblica 24 marzo

I sindaci di Milano e Roma trovano un´intesa per lo sviluppo delle città che amministrano, individuano interessi comuni e strumenti per difenderli, criticano la ristrettezza - non solo economica - dell´atteggiamento del potere centrale verso le amministrazioni locali. E questo è il bilancio positivo del primo round di colloqui tra Albertini e Veltroni: aver superato, con l´aiuto di una battuta in romanesco, anni di diffidenza reciproca.
Ma è giusto dire che mentre fino a poco tempo fa sarebbe salito in cattedra il capo del municipio milanese a dare consigli di buona amministrazione, questa volta abbiamo assistito, in sostanza, a una lezione veltroniana sulla crescita e sul cambiamento di pelle di una metropoli ben condotta: effetto della crescita economica della capitale, la città italiana che - in valore assoluto - più contribuisce alla produzione della ricchezza nazionale; ma soprattutto conseguenza della diversa strategia adottata a Roma e Milano. Una strategia che si sintetizza nell´atteggiamento verso la cultura.
Non è solo colpa dell´uomo d´azienda Albertini, sempre accusato di concentrarsi sulla quotidianità e di non essere capace di pensare in grande. E non è solo merito del comunicatore Veltroni, giornalista e appassionato di cinema, se l´immagine della capitale sovrasta oggi di tanto quella del capoluogo lombardo, se la prima vive un boom di interesse e di favore e il secondo appare ripiegato su se stesso alla ricerca di un progetto che sostituisca quello ormai dimenticato della Milano da bere e le glorie un po´ offuscate di designer e stilisti.
E´ una responsabilità collettiva (Albertini ha avuto anzi la generosità di affrontare il problema contro la grettezza elettoralistica del suo stesso partito): l´assessore competente, Salvatore Carrubba, non nasconde di preoccuparsi perché a Milano non c´è grande sensibilità per la cultura, i partiti se ne disinteressano e gli stessi cittadini spesso non sanno neppure cosa la città gli offre.
Favorita dalla sua bellezza, dalla sua storia, dall´antica tradizione turistica Roma, e la sua amministrazione, hanno capito che la cultura per una città è occasione di crescita e volano di sviluppo. "Non qualcosa di superfluo", lamenta Carrubba. Così Roma è diventata un polo di riferimento per i grandi eventi, siano mostre o concerti rock; mentre Milano si è appagata della seria, ma grigia, via della riqualificazione e del restauro. Dipenda o meno dalla cultura economicistica che si respira ovunque in città, si è preferito puntare sui muri, dalla Scala al Dal Verme, piuttosto che su realizzazioni che appaiono "effimere". Ogni proposta, ogni idea, ogni realizzazione è sempre stata analizzata sotto la lente dei costi e dei benefici immediati. Ma l´errore prospettico è profondo come la vetustà della parola usata per definirlo. Eppure sono evidenti i segni di fermenti culturali e di risposta alle scarse offerte in palio: ricordate il successo delle letture dantesche di Vittorio Sermonti a Santa Maria delle Grazie? A mancare è il disegno di fondo, la percezione condivisa di cosa debba fare la Milano postindustriale. In queste condizioni parlare di "rinascimento" milanese è più auspicio che realtà.
Ora le due amministrazioni danno segno di voler "fare sistema", come si dice ormai per tutto, con slogan abusato. Speriamo che, da tanto dichiarato ottimismo, nascano degli stimoli capaci di andar oltre i cartelloni teatrali da condividere. Veltroni illustra la nuova Roma, laboratorio urbanistico che mette in campo Piano, Fuksas, Meier. Milano può cominciare a rispondere sullo stesso piano, riusando al meglio la grande area della Fiera: da una grande e ambiziosa operazione urbanistica può partire il "la" di una svolta. Purchè si accetti l´idea che la ricostruzione di una zona della città va letta in una chiave un po´ diversa da quella dell´incremento dei valori immobiliari.

conte d'hiver
  
"Tiremm innanz"
Dov'è finito il dialetto milanese?
Carlo Castellaneta sul Corriere della Sera 25 marzo

" Volemose bene " , ha detto l'altro giorno il sindaco Albertini al collega romano Veltroni. E il nostro dialetto? Sarà proposto quando Albertini ricambierà la visita nella capitale? Vedremo. Intanto, quei congiuntivi più ostici del latino, quei condizionali dalle desinenze barbariche, come " ti te doarisset " (cioè: tu dovresti) che sembravano riecheggiare primitivi accenti longobardi, ormai non si odono quasi più. Di anno in anno, nonostante gli sforzi delle accademie, dei doposcuola della " terza età " e degli ultimi nostalgici della lingua di Meneghino, il nostro dialetto appare minacciato da una progressiva disfunzione dolorosa quanto inarrestabile. Ma come? ci diciamo, cercando una spiegazione a questo fenomeno. Tutti gli altri dialetti, dal veneziano al genovese, dal siculo all'emiliano, dal friulano al pugliese, sono ancora vivi e parlati dalla popolazione, e solo Milano deve avere l'esclusiva di questa punizione? Perfino il grigionese di Sankt Moritz ( che certo non può vantare un'insigne letteratura) è tutt'ora in uso tra i ladini, e un dialetto illustre come il milanese, che conta opere di teatro, poesie e un repertorio infinito di canzoni, si è invece ridotto al silenzio.
Non lo dico a titolo personale, dato che io, abitando a Porta Romana, qualche motto vernacolare riesco ancora a coglierlo, specialmente nei mercati rionali, dove si può udire qualche esclamazione del tipo "ma va a ciapà di ratt! " di efficacia insostituibile. Il guaio è che, insieme al dialetto custode della memoria storica della città, se ne sta andando anche una parte della nostra identità e delle nostre radici, con il ricordo e la voce di chi non c'è più, un modo di dire del nonno, una canzonetta che ci cantava una vecchia zia. Basta pensare che la locuzione "tiremm innanz " ha più di due secoli e si è tramandata perché Amatore Scesa, tappezziere di porta Tosa, la pronunciò per sollecitare i gendarmi austriaci che si erano fermati sotto le sue finestre a proseguire verso il posto di polizia dove sarebbe stato interrogato e fucilato per essere stato colto ad affiggere manifesti contro il governo, la notte del 30 luglio 1851, sul corso di porta Ticinese.
Gesto eroico ma non retorico quello di Scesa, passato alla storia per la sua lapidaria esortazione, che comprendeva una particolarità del dialetto e del carattere milanese: la sua stringatezza anche nella tragedia.
Quali siano poi le ragioni di questa decadenza del dialetto le conosciamo. La necessità di comunicare con tutti nei commerci, ma anche l'avversione della scuola e dei puristi verso un linguaggio a torto considerato volgare.

le beau mariage
  
Carlo Porta


Marcanagg i politegh secca ball

Marcanagg i politegh secca ball,
cossa serv tanc descors, tance reson?
Già on bast infin di facc boeugna portall,
e l'è inutel pensà de fa el patron;

e quand sto bast ghe l'emm d'avè suj spall
eternament e senza remission
cossa ne importa a nun ch'el sia d'on gall,
d'on'aquila, d'on'oca, o d'on cappon.

Per mì credi che el mej el possa vess
El partii de fa el quoniam, e pregà
De no barattà tant el bast despess,

se de nò, col postà da on sit all'olter
i durezz di travers, reussirà
on spellament puttasca e nagott olter.


Qunand vedessev on pubblegh funzionari

Qunad vedessev on pubblegh funzionari
A scialalla coj fiocch senza vergogna,
disii pur che l'è segn ch'oltra el salari
el spend lu del fatt so quell che besogna.

Quand sevessev del franch che all'incontrari
Nol gh'ha del so che i ball ch'el ne bologna,
allora senza nanch vess temerari
disii ch'el gratta, senza avegh la rogna.

Quand intrattant ch'el gratta allegrament
Vedessev che i soue capp riden e tasen,
disii pur che l'è segn che san nient.

Ma quand poeù ve sentissev quaj ribrezz
Perché a dì che san nient l'è on dagh dell'asen,
giustamela e disii che fan a mezz.


Giuseppe Gioachino Belli


La vita dell'omo

Nove mesi a la puzza: poi in fassciola
Tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni:
Poi p'er laccio, in ner crino, e in vesticciola,
Cor torcolo e l'imbraghe pe ccarzoni.

Poi comincia er tormento de la scola,
L'abbeccè, le frustate, li ggeloni,
La rosalìa, la cacca a la ssediola,
E un po' de scarlattina e vvormijjoni.

Poi viè ll'arte, er diggiuno, la fatica,
La piggione, le carcere, er governo,
Lo spedale, li debbiti, la fica,

Er zol d'istate, la neve d'inverno...
E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,
Viè la morte, e ffinissce co l'inferno.


Er caffettiere fisolofo

L'ommini de sto monno sò ll'istesso
Che vvaghi de caffè nner mascinino:
C'uno prima, uno doppo, e un antro appresso,
Tutti cuanti però vvanno a un distino.

Spesso muteno sito, e ccaccia spesso
Er vago grosso er vago piccinino,
E ss'incarzeno, tutti in zu l'ingresso
Der ferro che li sfraggne in porverino.

E ll'ommini accusì vviveno ar monno
Misticati pe mmano de la sorte
Che sse li ggira tutti in tonno in tonno;

E mmovennose oggnuno, o ppiano, o fforte,
Senza capillo mai caleno a ffonno
Pe ccascà nne la gola de la morte.

ma nuit chez maud
  
Caffè senza latte
Marina Mizzau su
Golem l'Indispensabile

Credo se la ricordino in molti la barzelletta che nel film Ninotchka Melvyn Douglas racconta a Greta Garbo nel tentativo di farla ridere. Un signore entra in un bar e chiede: "Vorrei un caffè senza panna." "Mi dispiace signore, la panna è finita, devo darglielo senza latte." Lei, Ninotchka, come per le precedenti barzellette resta serissima, mentre dai tavoli vicini scoppia fragorosa una risata. Riderà solo dopo che lui, avendo tentato altre due volte, sempre sbagliandosi - "mi dispiace signore, il caffè è finito"... "posso darle un bicchiere di latte" -, confuso, rotola a terra. Riderà di lui, non della barzelletta. Ma della barzelletta Ninotchka riderà inaspettatamente, qualche tempo dopo, nel corso di una riunione politica, ripensandovi (si dice che la scena dovette essere girata decine di volte perché la Garbo non riusciva a ridere in modo naturale).
Ho fatto diverse prove, questa barzelletta divide il mondo in due, quelli che ridono e quelli che non ridono, e che non capiscono neppure cosa ci sia da ridere.
A me fa ridere; rido a freddo, me la gusto nel suo effetto straniante, e nello stesso tempo, in chiave più realistica, come iperbole dell'automatismo linguistico, dell'inerzia che trascina il discorso su binari morti fino a farlo deragliare. Mi fa ridere questo cameriere per cui il balletto delle parole conta più delle presenze (ovvero delle assenze). La raffinatezza dell'assurdo sta, mi sembra, nel fatto che l'uso di senza è impropriamente omologato all'uso di con.

Riso spiegato non è sciupato

Già sento il grido: non rovinare le barzellette spiegandole. E invece sì. Io la commento, la infarcisco di chiose, la spiego, espando il finale facendo luce sul senso, a volte sulle miriadi di sensi incassati, mi assicuro che ciascuno sia stato colto. No, in genere non faccio niente di ciò. O piuttosto, lo faccio dentro di me. Lì, nel mio silenzio, me la racconto e riracconto - c'è spesso un ascoltatore immaginario -, la vario, la modifico, la condenso e la espando, la capovolgo. Rido. Penso. Penso e rido.
Chi ritiene che la barzelletta sia solo per ridere non sa cos'è una barzelletta, non sa cos'è il riso.
Del resto, perché le cose dovrebbero andare diversamente da altre forme di piacere? Come per le opere d'arte, ma anche per lo sport, o per la gastronomia: l'amatore, lo spettatore tifoso o meno, il goloso hanno più possibilità di godersi l'oggetto d'amore se hanno conoscenze in proposito rispetto a chi ne è privo.
E comunque nessuno direbbe che sapere come si fa un'anatra all'arancia ne sciupa il sapore. Certo, parlarne non è come mangiarla; parlare dell'umorismo non è farlo. Inutile lamentarsi.
Se dovessi prendermela con i pedagoghi del riso me la prenderei piuttosto con gli induttori di allegria forzata; penso a quegli sceneggiati televisivi in cui le risate sono registrate. Battute idiote, accompagnate da risate coatte, fisse, meccaniche, mortifere come le stesse situazioni pretese comiche. O anche gags divertenti, come quelle di Mr. Bean, - geniale nel far ridere complicando il semplice, l'ovvio - totalmente rovinate (in televisione) da risate prefabbricate là dove dovrebbe esserci la sospensione del silenzio a accompagnare quei gesti ossessivi e incongrui.
Già, la nota situazione scolastica quando si rideva perché la compagna rideva e quella a sua volta rideva perché qualcun altro rideva... Ma almeno allora c'era l'incentivo del proibito: si rideva perché non si doveva ridere. Nei casi di risata preconfezionata invece si ride perché ti obbligano a ridere.
Tanto vale fare come in quella barzelletta dove uno evoca barzellette con dei numeri, preventivamente assegnati, e tutti ridono. 18: risata aperta. 26: risata un po' scandalizzata. 8: risata di condiscendenza, questa è troppo vecchia. 124: risata esitante, questa non si è capita.
Risate, o applausi. Applausi, come le risate, che costringono al consenso. Sentita in una trasmissione dibattito: "Per favore, non applaudite." Applausi.
Si ride perché da là, dallo schermo ridono. Si ride perché si ride. Si ride dove è più facile ridere, senza dover fare sforzo. Come per tante altre cose. Conoscete la barzelletta dell'ubriaco che cerca la chiave di casa sotto un lampione? "Ma non può essere qui la chiave" gli fa osservare un passante. "Già, ma qui c'è luce" risponde l'ubriaco continuando a cercare.

Chi non ride?

Ma dicevo: Greta non sapeva ridere. C'è chi non ride delle barzellette. Cos'è che impedisce o rende difficile ridere? Le ho cercate, le ragioni del non riso, interrogando bambini e adulti che ridono o non ridono alle barzellette. Ne ho trovate diverse.
Può accadere che non si conosca uno dei significati dei termini "bisociati" (la parola rimanda a Koestler, alla sua definizione del riso come "bisociazione", scontro repentino e implicito - tra due matrici - universi di discorso, frames - tra loro incongrue, incompatibili). Ad esempio, chi non conosce il francese, ignorando il doppio significato della parola vol (volo e furto), difficilmente potrà capire il doppio senso insito in questo motto di spirito (riportato da Freud): quando Napoleone, prendendo il potere, s' impadronì dei beni della Casa di Orléans, di lui si disse: "C'est le premier vol de l'aigle." Questo ostacolo al riso è naturalmente frequente nei bambini, i quali tuttavia cercano comunque il comico, e a volte lo trovano in aspetti marginali. Ricordo al proposito la bellissima sequenza del film di Amelio Il ladro di bambini. Dopo avere ripetutamente fallito nel raccontare barzellette al piccolo che ha sotto tutela, il carabiniere ottiene successo raccontando quella del carabiniere (masochismo o autoironia?) che va in banca a fare un'operazione, si sente dire dal cassiere "faccia la distinta" e obbedisce ripetendo la richiesta in tono affettato e, appunto, "distinto". Il bambino ride e il carabiniere tira un respiro di sollievo. Illusione, perché alla risata segue la domanda "cosa vuol dire 'distinta'?". Il riso evidentemente è stato provocato da elementi estranei al doppio senso su cui la storia è costruita, semplicemente dalla performance caricaturale del narratore.
Oppure è il contesto cui la barzelletta si riferisce a non essere familiare; ad esempio chi non conosce i concetti base della psicoanalisi può non trovare molto divertente (ammesso che comunque lo sia) questa storiella:
Madre: "Ho portato il mio bambino dallo psichiatra. Dice che ha il complesso di Edipo".
Amica: "Edipo e non Edipo, purché sia un buon bambino e voglia bene alla sua mamma..."
La relativa caducità del riso da satira dipende anche dal fatto che questo tipo di riso è più che altri legato a conoscenze contestuali.
Questi sono solo ostacoli accidentali, superabili con l'informazione. Più decisivi quelli di ordine cognitivo e emotivo legati alla personalità.
L'incongruenza, la collisione tra le due matrici, può essere sottoposta a un processo di razionalizzazione, ossia sciolta in un ragionamento apparentemente più logico. Nella storia del "caffè senza panna" alcuni tra i non ridenti che ho intervistato tentavano false soluzioni razionali: può darsi che ci fosse del caffè pronto con la panna, non con il latte, ecc.. Come spiega una teoria psicologica, le persone, chi più chi meno, tendono a rifiutare situazioni di incoerenza, di ambiguità, e quindi a cercare modi per ridurre la dissonanza tra gli elementi del campo cognitivo.
O, ancora, le due matrici, i due significati, possono essere messi a contatto in ritardo (riso a scoppio ritardato); o non essere messi a contatto affatto: rigidità delle barriere che separano i sistemi cognitivi, gli schemi di riferimento, gli universi linguistici.
Un altro ostacolo potrebbe essere un rifiuto di tipo "moralistico": l'illogicità, l'incongruenza, anche capita, non fa ridere perché è irrazionalità, negativo, non se ne vede l'aspetto positivo, creativo. "Sì, è così, e allora?" Insomma, il rifiuto può riguardare, anziché la forma, il contenuto. Non si ride di certe cose. Dei valori tradizionali, del sacro ("scherza con i fanti...") e anche di eventi particolari soggettivamente sofferti; cioè non ne ride chi è coinvolto. (Ma l'autoironia? ).
In altre parole, ciò che per alcuni è un valore per altri è un disvalore in sé. Ci sono quelli che non ridono delle barzellette perché evento conversazionale deprecabile: "nooo! le barzellette no!". Ciò avviene spesso quando la noia e il vuoto sembrano essere protagonisti della conversazione e tali devono restare indisturbati.
Magari sono gli stessi che parlano con entusiasmo del libro di Bachtin su Rabelais, o del saggio sul riso di Bergson, e che hanno letto, annotato, spiegato agli studenti Il motto di spirito di Freud. Allora perché non ridono? Il culto della serietà, la condanna del riso facilmente risorge quando il riso non ha avuto l'imprimatur della serietà, cioè del suo opposto.
O magari non si ride perché la barzelletta è brutta.
La barzelletta bella è un trionfo dell'intelligenza, la barzelletta brutta è un'offesa all'intelligenza. Cos'è che fa di una barzelletta una barzelletta bella?
Qui il discorso si fa complesso, me lo tengo in serbo per un'altra volta.

les rendez-vous de paris
  
Raccontare barzellette
Ho parlato del non ridente, riferendomi all'ascoltatore. Adesso due parole sul narratore.
Ci sono straordinari narratori di barzellette, attori che mettono in scena piccoli spettacoli ad effetto, con grande sfoggio di vena parodistica, giochi espressivi e vocali, che riescono a tendere l'elastico del racconto senza che si rompa, fino allo scatto finale, che farciscono la torta in modo tale non da renderla indigesta ma più appetitosa, non importa se il finale non è eccezionale. Tali che è loro lecito essere ripetitivi, raccontare innumerevoli volte la stessa barzelletta agli stessi ascoltatori, come per uno spettacolo teatrale, e divertire sempre. Ma non ci sono, che io sappia, grandi scrittori di barzellette. Naturalmente le barzellette orali possono essere - sono sempre state - trascritte, ma sono appunto trascrizioni da un genere a un altro e la traduzione è inevitabilmente a rischio.
C'è una vecchia barzelletta che illustra questa diversità tra scritto e orale.
Un uomo d'affari detta una lettera alla segretaria: "Mandatemi due tori belgi..belghi..belgi o belghi? Scriva: mandatemi un toro belga, anzi due."
Credo che il meccanismo funzioni in parte come irrisione-ammirazione per questo personaggio insieme confuso e ingegnoso, ma soprattutto perché si incrociano due stili, due modi di esprimersi, quello scritto e quello orale. Ciò che si può fare a voce diventa improprio scrivendo, e viceversa.
"Adesso vi racconto una barzelletta." La barzelletta accetta di essere incorniciata, a differenza della battuta estemporanea, o dell'ironia ("adesso faccio dell'ironia" non funziona). Anzi, lo esige. La barzelletta va annunciata, chi lo fa sospende la regola della libera autoselezione dei turni di conversazione per assicurarsi uno spazio di parola lungo tanto quanto decide lei-lui. La barzelletta va dichiarata in partenza, battezzata come tale.
Attraverso l'annuncio "vi racconto una barzelletta", si acquistano alcuni diritti: quello all'ascolto totale (nessun "a parte" anche se si è in tanti), quello alla non interruzione. Chi si è conquistato lo spazio nella conversazione ne mantiene il diritto fino alla fine della storia. Badi però a calcolare i tempi giusti, se al ristorante evitare che il cameriere arrivi per le ordinazioni ("come primo, signori?"), se in un salotto, stare in guardia da i nuovi arrivi che interromperebbero ("di che state parlando?"), dalla padrona di casa che sopraggiunge zelante con le sue offerte ("una tartina al caviale?", "posso presentarti la signora X...?"), ecc.
L'introduzione di una barzelletta nel corso di una conversazione va giustificata, come per tutti i racconti. I racconti di storie si giustificano con l'importanza, o la pertinenza, dell'evento narrato, e con la sua funzione all'interno della relazione. Questo secondo scopo per la barzelletta si identifica con un fine di intrattenimento particolare, il divertimento. Ma se non è divertente? Come per tutte le narrazioni la barzelletta comporta un rischio, il rischio di "mettersi in gioco".
Ci sono quelli che le barzellette non le sanno raccontare. Quelle che le abbreviano, le sintetizzano, eliminano l'inizio, le premesse, le parti che considerano inessenziali, che ignorano i ritmi, le ripetizioni, i crescendo. Riassumono, vanno all'osso. (Forse perché non sanno raccontare nulla: c'è chi sa solo enunciare i fatti, non li sa rappresentare). Quelli che sbagliano il finale perché si confondono. Quelle che sbagliano perché non l'hanno capita loro stesse. Quelli che si vede che non aspettano che l'altra abbia finito la sua per raccontare la loro. Quelle che precipitano il finale perché hanno fretta di uscire da quella situazione a rischio che si sono cercata magari con ansia e desiderio. Quelli che ridono nel raccontarla. Quelle che non ridono quando gli altri le raccontano. Quelli che ridono ma pensando alla propria che racconteranno dopo. Quelli che interrompono per dire che la sanno già, o che ne sanno un'altra simile ("A proposito..."), o per correggere chi racconta. Quelli che non la capiscono ma fingono, e ridono.
Poi ci sono quelli che aspettano il momento giusto per raccontarla, e il momento non viene mai, quelli cui la barzelletta giusta viene in mente troppo tardi. Quelli che chiedono continuamente: "la sapete già?" Quelli che non riescono a raccontarla perché sono paralizzati da: quella che la sa già, quelli che potrebbero saperla, il marito che non sopporta le barzellette soprattutto quando le racconta lei, quelli che potrebbero interrompere, quelli che non riderebbero perché pensano alla loro, quelli che potrebbero sentirsi offesi perché si parla di menomazioni e in casa tutti hanno qualche avaria nascosta o palese.
Tutti questi sono i timidi, gli insicuri. Che sono essi stessi una categoria molto bersagliata dalle barzellette. Di queste ce n'è una serie, riguardano in genere giovani uomini che non osano dichiararsi alla ragazza amata, percorrono con il loro immaginario pudico vie tortuose, finché, traditi da una frattura tra la fantasia e la realtà, la loro stessa timidezza li fa precipitare in una richiesta brutale. Sorvolo.
I timidi narratori di barzellette sono tali proprio perché temono di fallire; come tutti i timidi, gli insicuri nella vita. Come tutti coloro che, prevedendo il peggio, finiscono per comportarsi come se il peggio fosse già avvenuto, e spesso fanno sì che avvenga. Cadono vittima della profezia che si autodetermina.
È il caso illustrato da un'altra barzelletta, molto nota.
Un uomo ha bisogno di una falciatrice per sistemare il suo prato e pensa di chiederla al vicino. L'idea gli mette il malumore; o è il che malumore è già lì e sciupa l'idea sul nascere? Strada facendo pensieri non felici lo assalgono. Probabilmente il vicino non gliela vorrà dare. Penserà che gliela rovinino. Come se io fossi uno che non sa usare una falciatrice. Magari gli dirà che non funziona. Ma se l'ho visto ieri sera che falciava. O gli dirà che serve a lui. Ma appunto, l'ha usata ieri, non ha più un filo d'erba da tagliare. Ma perché la gente deve essere sempre così gelosa delle cose proprie? Comunque troverà una scusa. Una scusa cretina. Cosa crede, che non gliela voglia più ridare? Ma se ho sempre restituito tutto. A lui no, perché non gli ho mai chiesto niente. Non gli ho mai chiesto niente e adesso, la prima volta che... Così strologando arriva alla casa del vicino, suona, e quando lui gli apre lo aggredisce "Va a farti fottere, te e la tua falciatrice"
Così vanno spesso le cose: "Perché non mi hai portato a teatro?" "Perché non me l'hai chiesto" "Non te l'ho chiesto perché sapevo che non mi ci avresti portato."

Cos'è che fa di una barzelletta una barzelletta?

A una domanda del genere sarebbe troppo lungo rispondere. Sono essenziali la condensazione, il prorompere di un finale inatteso. Sono solo accessori alcuni aspetti strutturali? Mi limito a considerare questi.
La barzelletta ha una sua struttura ricorrente. Ad esempio in una barzelletta è molto frequente l'iterazione. Un evento succede tre volte, prima che scatti la battuta finale.
Si capisce subito che uno sta raccontando una barzelletta, già dal tempo verbale. Il tempo della barzelletta è sempre il presente. Perché? Ovvio, per presentificare, mettere in scena, fare azione. Provate a raccontarla al passato remoto. "La marchesa uscì alle cinque". È l'inizio di un romanzo (che, sappiamo da Valery, non si può più scrivere). "La marchesa esce alle cinque": può essere l'esordio per una barzelletta.
Altra caratteristica linguistica del racconto della barzelletta è l'uso del DD, ossia di quella forma di discorso riportato che si chiama Discorso Diretto. E non può che essere così, la messa in scena del dialogo è essenziale. Triste sarebbe la barzelletta raccontata in DI, Discorso indiretto. "Un signore si rivolge a un altro e gli chiede se conosce l'ultima barzelletta sui carabinieri. Questi risponde di essere un carabiniere. Il signore dice di non preoccuparsi perché successivamente gliel'avrebbe spiegata." Chi mai potrebbe ridere di un racconto così costruito?
Dicevo che si capisce subito che uno sta raccontando una barzelletta, come si capisce se uno sta raccontando un sogno e non un evento reale. Ci sono però dei sogni che si confondono con barzellette:
Una giovane donna incontra un uomo. Vanno al bar. Al momento di ordinare lei chiede un demi-sex.
Potrebbe essere una barzelletta. Ma con una variante-inserto - l'uomo ha le sembianze del padre - (così mi è stata raccontata), diventa abbastanza chiaro che è un sogno: il risvolto edipico colloca la narrazione nel contesto onirico. Tuttavia è un sogno umoristico, un sogno che contiene una barzelletta. Oppure non potrebbe essere una barzelletta che contiene un sogno? Come il seguente.
Un uomo racconta allo psicoanalista un suo sogno angoscioso. Era di fronte a un portone chiuso, qualcuno da dentro lo invitava a entrare, ma lui non ci riusciva, spingeva, spingeva inutilmente, il portone resisteva, lui sentiva che doveva entrare ma ogni suo sforzo era vano. Ricorda cosa c'era scritto sulla porta? chiede lo psicoanalista. Il paziente recupera il ricordo del sogno e fissa lo sguardo sull'immagine. "Sì, perfettamente. C'è scritto: 'Tirare'"
Dov'è la barzelletta, dentro o fuori dal sogno? Riderà lo psicoanalista, o siamo solo noi che ridiamo, anche di lui, della sua probabile delusione per le sue inutili interpretazioni sul turbamento dell'uomo di fronte al portone che non si apre, sul significato profondo di quell'ostacolo insormontabile?
Ho divagato un po'. Una barzelletta, si sa, ne tira un' altra. Ma tira anche altre narrazioni e discorsi. Le barzellette mi suggeriscono pensieri, sul riso e sull'umorismo, naturalmente; ma anche considerazione sul linguaggio e sulla vita. Vi sono barzellette che inscenano grandi verità. Tali da mescolare la voglia di ridere al desiderio di meditazione.

les nuits de la pleine lune
  
La modernità e la menzogna
Il cinema di Erich Rohmer
Stefano Finesi su
Off-screen

Rohmer è probabilmente il più baziniano dei registi della Nouvelle Vague, quello che ha raggiunto il più alto livello di convergenza tra pratica filmica e nucleo teorico portante dei Cahiers. Anche per questo la sua opera appare di una coerenza straordinaria, scevra da qualsiasi sperimentalismo e arroccata con lucida ostinazione su un sistema di riferimenti che di film in film si articola in una prolungata variazione su tema, in una commedia umana compatta ma sempre animata da un'estrema mobilità di scrittura. Succede così che un film come La Nobildonna e il Duca, al di là dell'osanna generale da leone alla carriera, per molti sia stato anche l'occasione per ribadire alcuni (pre)giudizi, positivi e non, sulla letterarietà del cinema di Rohmer, su quel "classicismo" che nel tempo ha impedito ai suoi film lo statuto di culto assegnato ai capisaldi della Nouvelle Vague, nonché quella patente di innovazione con cui si festeggia l'entrata nel club della modernità. In fondo è lo stesso Rohmer a definirsi un classicista, è stato lui stesso a polemizzare all'interno dei Cahiers contro gli esiti più estremi della "politica degli autori" e a percorrere coscientemente la strada di un cinema che non si cura, per dirla con Bazin, di essere impuro, di aprirsi cioè alla contaminazione con altre forme espressive senza ricercare a tutti i costi l'esercizio formale di uno specifico filmico. Malgrado ciò, tuttavia, la sua opera non può non apparire incredibilmente moderna, di una modernità che va oltre ogni avanguardismo, per aspirare a una più cristallina sintonia col reale.

Il mio cinema, lei dice, è letterario: quello che dico nei miei film, potrei anche dirlo in un romanzo. È vero, si tratta però di sapere cosa "dico". I discorsi dei miei personaggi non sono necessariamente quelli del mio film. (...) Né il testo di questo commento, né quello dei dialoghi sono il film: si tratta di "cose" che riprendo allo stesso titolo dei paesaggi, dei volti, delle andature, dei gesti. E se lei dice che la parola è un elemento impuro, io non la seguo più: la parola fa parte della vita che io filmo, esattamente come l'immagine. Quello che "dico", non lo dico con le parole.
(Lettera ad un critico - A proposito dei Contes moraux).

I film di Rohmer sono molto parlati, si direbbe orgogliosamente parlati. Gli accostamenti con i grandi romanzi francesi del settecento (Laclos su tutti), in cui l'azione si riduce al minimo a favore di una raffinata componente affabulatoria, sono stati fatti più volte e più volte rispediti al mittente, anche quando la suggestione diaristica di molti film richiamava esplicitamente l'infanzia della narrativa moderna. Ma l'equivoco più vistoso è quello riguardante il ruolo della parola. In Rohmer, questa va collocata come sottoinsieme del paesaggio umano che la cinepresa si appresta ad indagare, un sottoinsieme assolutamente necessario e naturale la cui portata non rende affatto conto dell'enunciazione dell'autore, in una sorta di composto balletto oratorio ad uso di una tesi da dimostrare. Ma se la parola non è la voce del pensiero dell'autore, ancora più significativo è il fatto che non esprime neanche quello dei personaggi. A differenza di una parola teatrale, legata a una funzione declamatoria, la parola nei film di Rohmer è innanzitutto menzogna, mistificazione: è attraverso le parole che i personaggi operano depistaggi, illudono se stessi e gli altri, illustrando la propria volontà di controllo razionale sul mondo. Quasi tutti i protagonisti rohmeriani sono convinti di poter dominare il proprio destino, di imprimere al corso degli eventi gli argini della propria razionalità, di schemi in cui tentano di imprigionare gli istinti propri e altrui: la parola, ovviamente, è lo strumento fondamentale attraverso cui si innalzano queste barriere illusorie, capaci di impedire la naturalezza di ogni rapporto. "Qui trop parole, il se mesfait", recita la frase di Chrétyen de Troyes che apre Pauline alla spiaggia.
Ecco allora che la vita, con spirito beffardo, interviene per smantellare tali costruzioni dimostrandone l'assurdità e l'inevitabile sbocco nell'infelicità: il castello di carte cade sotto l'urto del caso, della forza delle pulsioni primarie, dell'intreccio caotico delle stesse singole volontà. Se prendiamo i sei Racconti morali, alla base c'è sempre una semplice idea narrativa: un uomo è tentato da una donna proprio quando ha deciso di legarsi definitivamente a un'altra. Da una parte, quindi, la volontà di chiudersi in una decisione assoluta e incontrovertibile, dall'altra l'offerta imprevista e multiforme della vita, impossibile da imbrigliare in uno schema definitivo. La dialettica inscenata da Rohmer è quindi tra la parola, veicolo duttile di quella volontà, e un mondo incontrollabile fatto di volti, gesti, luoghi fisici in cui si raggruma e manifesta la passione: l'intreccio che ne scaturisce procede per istinti trattenuti e relazioni equivocate, autocastrazioni e aperture improvvise. Sarebbe sufficiente guardare l'uso che il regista fa del fuoricampo e dell'asincrono per comprendere come il più semplice colloquio riesca a caricarsi di acute tensioni sotterranee. La parola non è quindi all'origine di un cinema letterario e poco cinematografico, poiché ha senso solo entrando in collisione con il potere evocativo di immagini che improvvisamente svelano la ricchezza e l'inquietante bellezza del reale. Basta un ginocchio, insomma, a far tremare un matrimonio. Pittura, poesia, musica, ecc., cercano di tradurre la verità tramite la bellezza che è il loro regno e dalla quale non possono separarsi, a meno di sparire. Il cinema, invece, usa tecniche che sono strumenti di riproduzione o, se vogliamo, di conoscenza. In certo qual modo, possiede la verità di primo acchito e si propone la bellezza come fine supremo. Una bellezza, quindi, ed è questo l'importante, che non appartiene affatto a lui, ma alla natura.

Una bellezza che egli ha la missione, non tanto di inventare, ma di scoprire, di catturare come una preda, quasi di rubare alla cose.
(...) Ma se è vero che non la fabbrica, non si accontenta nemmeno di consegnarcela come un pacchetto già confezionato: piuttosto la suscita, la fa nascere secondo una maieutica che costituisce la sostanza stessa del suo modo di procedere.

(Il gusto della bellezza - Cahiers du cinéma, n. 121, 1961)

le rayon vert
  
La maieutica, etimologicamente, è l'arte della levatrice, che porta la vita alla luce. Ed è, com'è ovvio, la tecnica socratica per far sì che un interlocutore lasci emergere, rispondendo a una serie di questioni, la verità che ha in sé. Il cinema di Rohmer mette in fila negazioni e paradossi per dare infine alla luce questa verità, un momento di completa sintonia tra uomo e natura in cui il mondo si rivela in tutta la sua bellezza. Ma sono appunto momenti, vissuti intensamente per un attimo o lasciati fuggire senza avere l'umiltà per accoglierli.
Ne La mia notte con Maud, forse il capolavoro del regista, il protagonista legge e commenta negativamente Pascal, con particolare riferimento alla scommessa con cui il pensatore francese prova la convenienza matematica della fede in dio. Ma è facendo lui stesso una scommessa sulla giovane Françoise, giovane cattolica da sposare per scelta ragionata, che Michel commette un identico atto di totalitarismo spirituale, ipotecando il proprio affetto in nome di un ideale che gli impedisce di avere una storia con Maud, offertagli dal caso come un improvviso e incontenibile lampo di bellezza. La notte con Maud è la notte in cui la fedeltà ottusa alle proprie convinzioni, o, ancora peggio, alla declamazione delle proprie convinzioni, rovina l'incanto imprevisto del mondo.
L'ultima inquadratura de Il raggio verde, è la dimostrazione più compiuta di questo incanto: il caso, l'uomo e la natura si allineano perfettamente in un fenomeno quasi irripetibile. Delphine, la protagonista, non ha fatto che alzare muri tra sé e gli altri, soffrendo per la solitudine che ne deriva. Un gruppo di persone ascoltato casualmente mentre discute del romanzo di Jules Verne, spiega il fenomeno fisico del raggio verde, una scia luminosa dovuta alla rifrazione dei raggi solari e visibile, per pochi secondi, solo quando il sole tramonta in particolari condizioni atmosferiche. Come sostiene il romanzo, chi vede il raggio verde può leggere nei propri sentimenti e in quelli altrui: così quando Delphine, a fianco di un ragazzo appena conosciuto, riuscirà a vederlo del tutto casualmente, riuscirà a guardare dentro e fuori di sé senza paura. Come abbiamo detto, Rohmer è fedele al valore più profondo delle teorie baziniane, quello che rinviene nel realismo ontologico l'intima natura del cinema: il cinema non crea bellezza, ma rivela la bellezza del mondo. Tale epifania, tuttavia, non è qualcosa di dato in sé, ma è realizzabile solo all'interno di un processo complesso: bellezza è verità e verità è bellezza, ma niente si dà senza menzogna.

Il cinema eccelle nel dipingere i sentimenti solo in quanto essi nascono dai nostri continui rapporti con le cose e, cose essi stessi, si riducono a essere soltanto il movimento o la mimica che di volta in volta ci impongono. E che cosa di meglio della sua efficacia può essere giudice dell'autenticità del gesto? Non è più la passione, ma il lavoro, cioè l'azione dell'uomo, che il cinema si è scelto per tema.
(Quale vanità la pittura... - Cahiers du cinéma, n. 10, 1952)

Hawks non è il cineasta dell'apparire, è il cineasta dell'essere. Cosa vuol dire? Non lo so. Non posso sviluppare l'argomento, ma è così: in lui non c'è opposizione tra essere e apparire. E neppure tra essere e nulla, è l'essere opposto all'essere, se così si può dire
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(Intervista con Eric Rohmer di Jean Narboni)

E' spaventoso il numero di cortometraggi di esordienti che, in un modo o nell'altro, mettono in scena solo cineasti! Penso che al mondo ci siano altre cose oltre al cinema e che il cinema, al contrario, si nutra di cose che esistono attorno a lui. Il cinema è anche l'arte che meno può nutrirsi di se stessa.
(Ibidem).

Howard Hawks è il cineasta del gesto puro, incontaminato. Il suo cinema rappresenta la quintessenza del cinema classico perché capace di una narrazione perfetta, universo granitico e autosufficiente di azioni giustapposte. In Rohmer, il gesto, come spontanea e vitale emanazione del mondo, è invece una dolorosa conquista o un'illuminazione improvvisa, ma non è mai dato in sé: il cinema rimane, sì, strumento di rivelazione della bellezza, ma attraverso un percorso accidentato che innanzitutto si prende cura di nasconderla e mistificarla per bocca dei suoi protagonisti. In questo senso, il suo cinema è lontano dal cinema classico, ne ha perso l'innocenza dell'eloquio; ma allo stesso tempo sappiamo che è lontano da qualsiasi sperimentazione formale, sentita come vuota autoreferenzialità. Non è un caso che Rohmer (a differenza di Truffaut e Godard) abbia sempre rifiutato la pratica del metacinema, considerata lo sforzo massimo di un'estetica della forma fine a se stessa: nel momento in cui il cinema si sbilancia verso il linguaggio, commette lo stesso peccato di hybris dei personaggi che rinunciano a guardare in faccia il mondo per frapporre la pretesa manipolazione della parola.
Nel terzo episodio di Incontri a Parigi, "Madre e bambino1907", il protagonista è un pittore, alle prese con due ragazze (ovviamente) e con Picasso, autore dell'opera che dà il titolo all'episodio: come spiega alla sua amica osservando il "Grande nudo su poltrona rossa", "E' abbastanza orripilante. Io trovo che fa spavento quel quadro. Si ha l'impressione che la donna sia rivoltata come una pelle di coniglio e che le si vedano le viscere. È là tutto il dramma di Picasso: non sopportava di non poter mostrare allo stesso tempo la faccia e il profilo, l'interno e l'esterno."
Il pittore passa poi a illustrare le sue scelte a una ragazza rimorchiata per strada, mostrandole i paesaggi che dipinge lui: "Trovi che sia fotografico? Si che lo è. Ma la macchina fotografica sono io: davanti a un paesaggio mi trasformo, ma non in fotografia, in apparato fotografico." Iperrealismo? "No, anche questo è un'impasse, io ho scelto un'altra via. (...) Li dipingo per impregnarmi di una certa luce. Mi interesso allo spazio, al cielo, alla linea dell'orizzonte, cerco di dimostrare che la Terra è curva solo per mezzo della luce." Se il desiderio di manipolazione pittorica di Picasso porta con sé un germe di oscenità, ugualmente condannabile è la pura registrazione fotografica: solo se l'artista si trasforma in un dispositivo ricevente che vive in completa empatia con quanto lo circonda, la sua arte sarà veramente vibrante. Rohmer agisce in questa prospettiva. Pudicamente, non apre le viscere dei suoi personaggi, non mente egli stesso, né dice, tuttavia, più di quanto può apparire sullo schermo: il gioco della verità e della menzogna, del gesto e della parola, della scelta e del caso, appartiene solo all'umanità che la cinepresa indaga con discrezione. La sua arte non mente e non manipola, semplicemente ascolta, con la consapevolezza tutta moderna di quanto tale ascolto sia disturbato da un terribile rumore di fondo: il premio è un unico, grande momento di commozione, la cui bellezza ingloba il cinema come la vita nel miracolo ancora possibile della verità.

conte de printemps
  
Filmografia
La nobildonna e il duca (L'anglaise et le duc) 2001
Racconto d'autunno (Conte d'automne) 1998
Un ragazzo... tre ragazze (Conte d'été) 1996
Incontri a Parigi (Les Rendev-vous de Paris) 1995
L'albero, il sindaco e la mediateca (L'Arbre, le maire et la médiathéque) 1993
Racconto d'inverno (Conte d'hiver) 1992
Racconto di primavera (Conte de printemps) 1990
L'amico della mia amica (L'ami de mon amie) 1987
Reinette e Mirabelle (4 aventures de Reinette et Mirabelle) 1987
Il raggio verde (Le rayon vert) 1986
Le notti della luna piena (Le nuits de la pleine lune) 1984
Pauline alla spiaggia (Pauline à la plage) 1983
Loup y es-tu? 1983
Il bel matrimonio (Le beau marriage) 1982
La moglie dell'aviatore (La femme de l'aviateur) 1980
Perceval (Perceval le gallois) 1978
La marchesa Von O. (Die marquise Von O.) 1976
L'amore il pomeriggio (L'amour l'après-midi) 1972
Il ginocchio di Claire (Le genou de Claire) 1970
La mia notte con Maud (Ma nuit chez Maud) 1969
La collezionista (La collectionneuse) 1967
Fermière à Montfauçon 1967 (cortometraggio)
Une étudiante d'aujourd'hui 1966 (cortometraggio)
Paris vu Par... ( episodio: Place de L'Etoile) 1965
Nadja a Paris 1964 (cortometraggio)
La boulangère de Monceau 1963 (cortometraggio)
Le carrière de Suzanne 1963 (mediometraggio)
Il segno del leone (Le signe du lion) 1959
Veronique et son cancre 1958 (cortometraggio)
La sonate à Kreutzer 1956 (cortometraggio)
Bérénice 1954 (cortometraggio)
Prèsentation ou Charlotte et son steak 1951 (cortometraggio)
Journal d'un scélerat 1950 (cortometraggio)

pauline à la plage
  

   28 marzo 2004